Personale

Un futuro nell’infermieristica

Marco è un gran bravo medico.
Un medico di quelli che si dedicano al lavoro giorno e notte, festivi e feriali. Un medico di quelli che trovi in ospedale a Natale, alla mezzanotte di Capodanno, in pieno agosto mentre gli altri sono in vacanza al mare, e durante qualsiasi altra festa comandata. Un medico di quelli che si dedicano al lavoro anima e corpo, fin quasi a trascurare se stessi e la loro vita: Marco non è sposato, tanto per dirne una, e non so fino a che punto la causa del suo celibato sia stata la semplice assenza di qualcuna così pazza da sposarlo.

Marco è un amico dei miei genitori. Si sono conosciuti al mare, in vacanza, da ragazzi, in un gruppo di amici adolescenti che, nel corso del tempo, ha prodotto matrimoni, figli (ciao ciao!) e affetti destinati a durare.
Marco, come già detto, è celibe e senza figli: però è rimasto un caro amico dei miei genitori. E quindi i miei genitori, convinti sostenitori della teoria che avere un medico in famiglia, o quantomeno nella cerchia di intimi amici, sia cosa buona e giusta, ricorrono all’aiuto di Marco in tutti i momenti in cui un parere medico è utile e urgente.

Quando il mio nonno materno è stato male, ad esempio, è stato Marco che, pur non essendo il nostro medico curante, l’ha seguito negli ultimi mesi della sua vita. E, adesso che a non star bene è mia nonna, mia madre – con il tipico animo schiavista che si ritrova – in necessità di qualche flebo e in assenza di immediato intervento della mutua, è andata a chiedere aiuto a Marco. Ovviamente.

Marco è una brava persona: esce dall’ospedale, viene a casa nostra, visita mia nonna, le mette una flebo. E già lì è tutto un programma: perché davanti a noi si sente libero di scherzare, far battute, emettere curiosi versetti, mentre strappa coi denti tappini e tappetti di agh e deflussori vari; ride, chiacchiera, ci prende in giro, fa educati apprezzamenti dell’assistente rumena. La deliziosa assistente rumena, dal canto suo, non capisce una parola di quello che dice quel medico pazzoide: mi guarda, sorride, e nel suo sguardo si legge ben chiaro un messaggio – “spero per tua nonna che tu stia seguendo, perché io mi son persa alla nona barzelletta”.

Marco è un bravo medico, fa da anni questo lavoro, per cui prepara la flebo velocemente, la infila in vena chiacchierando della polenta mangiata la scorsa sera a cena, mi guarda sorridendo e spiegandomi brevemente come procedere d’ora in poi con le successive flebo, si alza, saluta, stringe le mani, esce ché se no fa tardi a cena dai miei padrini, saluti e baci e battutine mentre sul pianerottolo aspetti l’ascensore, e poi via di corsa.

Va beh. Mia nonna fa la flebo, io segno tutto su un quadernetto di appunti, e poi ripeto mentalmente tutte le procedure. Chiavetta aperta, roller da regolare, gocciolatoio da schiacciare, filo, alcool, cotone, tappino, iniezione se esce sangue, fisiologica, glucosata, chiudi chiave e chiudi roller, togli, guarda se gonfian le dita, e dai che va tutto bene, che hai capito e sei brava.

Ebbene, stamane, di buon animo, ci troviamo in tre nella stanza della malata. Io, mia mamma, la signora rumena: tutte decise a fare questa seconda flebo a mia nonna. Che bello, facciamo flebo e ci rendiamo utili all’umanità, bel programma per la giornata.

E iniziamo volenterosamente a prendere il nostro flaconcino carino di soluzione fisiologica. Felice e contenta prendo un coltello per far saltare la protezione, metto dentro la lama, faccio leva, e per poco il flacone non prende il volo, perché di separarsi dalla sua protezione non ne vuol sapere. Va beh, sarò debole io: chiedo aiuto a mia madre e lei non può sforzare il polso perché l’ha sbattuto stamattina; chiedo aiuto alla gracilina assistente, e la poveretta ci mette dieci minuti a far saltare quella protezione che il medico aveva eliminato in una manciata di secondi.

Va beh, si sarà fatto i muscoli a forza di fare le flebo. Altro che lavoro noioso ed intellettuale: fare le flebo alla gente richiede una prestanza fisica notevole e oltre la norma, è evidente.

Tolta finalmente la protezione, cerchiamo il deflussore. E ci mettiamo altri cinque minuti buoni, dopo breve discussione fra noi tre: chi dice che il deflussore è monouso va cambiato, chi dice che si può riutilizzare molte volte, tanto che cambia?, chi dice che non sa, non c’era, e se c’era non sentiva.

E’ a quel punto che la nonna si sveglia, ci fissa, ed il suo sguardo addormentato e confuso si evolve rapidamente in perplesso, poi timoroso, poi vagamente terrorizzato, mentre lei mormora in tono implorante “non fate pasticci, eh…”.

“No, nonna, tranquilla, sei in buone mani” rispondiamo in un unanime coretto a tre voci, mentre ognuna di noi fissa perplessa e curiosa quegli strani aggeggini medici sconosciuti che si trova fra le mani.

Appendiamo il flacone capovolto, e sorridiamo soddisfatte, perché già un flacone capovolto nella gabbietta ci da l’idea di qualcosa di molto medico e di molto ben riuscito. Con decisione buchiamo il flacone con il perforatore, salvo renderci conto dopo cinque minuti di fallimentari tentativi che non abbiamo tolto la protezione del perforatore, e stiamo dunque ferocemente perforando a vuoto. La nonna sospira depressa, noi sorridiamo incoraggianti: togliamo la protezione, buchiamo, sorridiamo entusiaste e facciamo per collegare il filo alla vena. Salvo un urlo improvviso: “NO, ferme, ché c’è qualche bolla d’aria, poi le va in circolo e s’ammazza!”.

La nonna sembra lì lì per mettersi a piangere, l’assistente annuisce e si eclissa dalla stanza, mia madre fissa interessata il flacone e il tubicino. L’assistente torna con un bicchiere: infiliamo il tubicino nel bicchiere per farci cadere l’acqua, e restiamo in fiduciosa attesa di vedere l’acqua e le bollicine che scorrono dal tubo al bicchiere. Salvo constatare una immobilità totale di acqua, bolle e tubo. E ci va già qualche secondo prima di realizzare che è perché non abbiamo aperto il regolatore di flusso, nella nostra infinita intelligenza.

Ridiamo, lo apriamo, esce la soluzione ed escono le bollicine. Chiudiamo, e torniamo orgogliose verso il letto, dove la nonna ci fissa con crescente timore per non dire panico. Ci avviciniamo al polso dove è già inserito l’ago pronto per l’uso, e esultanti procediamo in quello che dovrebbe essere l’ultimo passaggio, prima di renderci conto con angoscia che dal polso spuntano due graziosi affarini che sembrano essere entrambi pronti ad accogliere amorevolmente in sé il tubicino della flebo. Occhiata molto incerta – e molto depressa, se consideriamo anche quella della malata – : in quale affarino inseriamo il tubicino?

Decidiamo di inserirlo nell’affarino coperto da un tappino svitabile, tesi avvalorata dai miei vaghi ricordi in merito del pomeriggio precedente. Il problema è che il tappo non si svita facilmente: e iniziamo ad armeggiare come tre ossesse attorno al polso della povera nonna che, dal canto suo, sembra esprimere con lo sguardo una crescente disperazione. Cosa anche comprensibile, considerando che si trova circondata da tre sceme inesperte che armeggiano alla cieca con un affare collegato a un ago infilato in una sua vena.

Sfiliamo vittoriose il tappino, rincuoriamo la malata che sembra star evocando l’eutanasia, apriamo la chiavetta, apriamo al massimo il regolatore di flusso, solleviamo tutte e quattro la testa verso la gabbietta della flebo per poter far partire la Ola nel momento in cui vedremo le prime gocce cadere… e la flebo resta ferma. Pietrificata. Non gocciola.

Ohibò.

Il gocciolatore è lì, il perforatore ha perforato, il regolatore di flusso è tutto aperto, il flacone è bucato, perché non esce l’acqua? Fosse anche per la forza di gravità: santo cielo, tutto cade verso il basso, perché quella soluzione si ostina a restarsene al suo posto, mentre c’è un lungo tubicino che si offrirebbe volentieri per portarla in basso, fino al corpo di una malata?

Mistero.

Tiriamo su, tiriamo giù, apriamo, chiudiamo, ripetiamo tutto da capo, prendiamo le istruzioni, le rileggiamo, ci rileggiamo persino la composizione della soluzione e le controindicazioni, schiacciamo, diamo colpi al flacone della flebo nella speranza che cambi qualcosa, spostiamo la gabbietta, lo togliamo dalla gabbietta, lo mettiamo più in alto, più in basso, più inclinato, più dritto, nulla. La nonna non commenta nemmeno più, e tiene gli occhi chiusi preferendo non vedere, mentre noi le proviamo tutte, compreso il tentativo di instaurare un dialogo con la flebo: “Ma perché non collabori?”.

Ci giriamo un attimo a consultarci e a leggere per l’ennesima volta le istruzioni, e, nel tempo di cinque minuti, quando torniamo al capezzale della inferma, vediamo il gocciolatore della flebo quasi del tutto pieno e le gocce che gocciolano giù come delle forsennate.

Non sappiamo se ridere, se piangere, se fare la Ola con il ritardo di qualche ora o se recitare una preghiera di sincero ringraziamento: nel dubbio, regoliamo il flusso della flebo che ora defluisce con fin troppo entusiasmo.E’ stata una avventura che ci ha duramente provate. Cambiate. Temprate nel profondo.
A tal punto che, al pensiero della prossima flebo da fare domattina, tutte noi – la nonna sopra tutte, temo – siamo sinceramente atterrite.

In compenso, va detto, un indispensabile supporto piscologico ci è arrivato dallo stringato manualetto di istruzioni, che, nelle primissime righe, recita irremovibile: Il prodotto deve essere utilizzato solo ed esclusivamente da personale medico ed infermieristico specializzato.

Ah beh…

17 thoughts on “Un futuro nell’infermieristica

  1. Killy: una quasi infermiera?

    AIUTACIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII!

    Simob3: già già… senza dubbio, sei in buone mani! :D

    Astrid: Cielo! Ma tu allora vuoi morire! O______O

    ArancioMacchia: no comment, va -.-
    E’ stato un dramma… per di più ieri sera, mentre stavo scrivendo il post, mi han chiamata mamma ed assistente nel panico, perché non riuscivano più a svitare il tubo del deflussore dalla canula inserita in vena ç____ç

    Buah ç_____ç

  2. Come sempre scrivi tantissimo *_*
    Ora sono di passaggio velocemente, quindi mi limito a lasciarti un bacione :*

    Ah…A scuola mia si fa proprio così °_° Se manchi, porti la giustificazione, ma non chiamano a casa :P

  3. O___O
    Ma poverina tua nonna! Io fossi stata al suo posto vi avrei obbligate ad allontanarvi e a chiamare un medico! :P
    Cmq complimenti per esserti cimentata con la flebo…io imbranata come sono avrei rinunciato in partenza O_O

  4. Commento del 13 maggio cancellato e ricopiato perché originariamente mi ero dimenticata un tag aperto

    Korny: se il cielo vuole, a breve riesco a tornare in pianta stabile… grazie per le visite *__*
    Ma scusa… e allora, come fa la tua scuola ad essere totalmente certa che uno non ha tagliato e che poi si è falsificato per bene la firma dei genitori? o.o
    Vanno solo sulla fiducia? O.O’

    Vi0la e Elspeth: uh, di mio avrei rinunciato anch’io… il dubbio era se far morire di sete mia nonna o se farla morire, rapidamente e forse indolore, per un mio errore :P
    Comunque adesso mia nonna è ancora viva, per cui qualcosa è andato diversamente O__O
    E ho quasi imparato a far ‘ste flebo O__O

    Amarath: come, non è lecita? o.o E che era, proprietà privata? o.o

    Yuzak: la seconda è andata meno peggio, grazie, a parte che alla fine della prima non siamo riusciti a staccare il deflussore dall’ago-canula e abbiamo dovuto di nuovo far venire il nostro amico medico a spiegarci come fare. Ora abbiamo quasi preso il giro… l’unica cosa è che attualmente la flebo di oggi… perde o.o
    Cielo, che stress!

  5. Ogni tanto leggo uno di questi tuoi vecchi post che si stanno aggiornando, e scopro ulteriori bijoux.
    Questo, in particolare, è spassoso: mi ricorda i primi giorni di tirocinio, quando ascoltavo attentissimamente e poi mi trovavo, sola, con dubbi atroci e colossali che letteralmente mi bloccavano.
    Poi passa, grazie a Dio (e all’allenamento)!

    1. Comunque, va messo agli atti che mia nonna è morta dopo un paio di settimane da questi maldestri tentativi, a tutta :-P
      (Ma dicono che dipendesse dalla sua malattia allo stadio terminale; non dall’incapacità degli infermieri :-PP)

      (A parte gli scherzi… davvero: non invidio affatto i futuri medici o infermieri che vanno in ospedale per la prima volta quando sono ancora dei giovani studentelli universitari ovviamente inesperti: dev’essere un incubo!! Io sarei davvero terrorizzata, in un frangente simile! :-O)

      1. In breve tempo, ho capito che non dovevo temere tanto il mio essere maldestra quanto il rischio che chi ne sapeva di più, e magari aveva un ruolo un tantino superiore, mi spingesse a “sperimentare” un po’ troppo.
        Il problema non sta quasi mai nella tecnica, quanto nell’adattarsi alle manovre ed alle aspettative dei non-tirocinanti… quella è una bella palestra! ;)

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