Personale

Ricordi

La professoressa R. era odiata indiscriminatamente da tutti i miei compagni di classe, quand’ero in Seconda Media. Io, naturalmente, la adoravo.
La professoressa R. era l’unico raggio di luce in una Scuola Media che, per il resto, faceva davvero accapponare i capelli; era la mia insegnante di Scienze, ed è stata fra laltro l’unica persona al mondo in grado di farmi apprezzare (e capire) la Matematica.
La professoressa R. era di gran conforto, per una ragazzina appena uscita da otto anni di asilo e scuola dalle suore domenicane, anche per la sua sacrosanta attenzione alla disciplina e all’ordine. La sua richiesta di disciplina è stata la principale causa delle sue sofferenze negli ultimi anni della sua vita; la sua attenzione all’ordine è stata la prima cosa per cui io, con lei, mi sono sempre sentita a casa.
La professoressa R. ci teneva a vedere quaderni ordinati, e ai suoi studenti chiedeva sempre di schematizzare le lezioni di Scienze su un grande raccoglitore ad anelli. Io, oltre a schematizzare, approfondivo: facevo ricerche sull’Enciclopedia, ritagliavo figure dalle riviste, le appiccicavo sui fogli e ci inserivo sotto le didascalie: ne ricavavo proprio un bel lavoro, certosino.
Quel giorno, avevo quasi finito i miei compiti delle vacanze. Eravamo quasi a metà settembre, era un martedì, e di lì a poco sarebbe ricominciata la scuola. Solo più un anno, Terza Media, e poi finalmente me ne sarei andata via.
Ma in quegli ultimi nove mesi avrei reso orgogliosa di me la professoressa R., l’avevo deciso: e al mio ritorno fra i banchi avrei sfoggiato il più colorato e il più preciso di tutti i quaderni, che per l’appunto stavo completando in quegli ultimi giorni prima del ritorno a scuola.
Non c’era più molto da fare, per fortuna. Dovevo solo attaccare al loro posto gli schemi illustrati sulla fotosintesi clorofilliana, che avevo trovato per fortuita coincidenza sulla pagina scientifica di un quotidiano.
La professoressa R. ne sarebbe stata felice.

Ritagliavo e incollavo, e nel frattempo stavo seduta sul divano del salotto guardando la Melevisione. Mi piaceva molto, ai tempi, la Melevisione.
C’era Tonio Cartonio, che poi è sparito senza motivo e adesso conduce un’altra trasmissione per ragazzi, e c’era Fata Gaia, la fata bruttina e grassoccia che mi ha sempre intenerita. C’era strega Rosarospa, che era molto cattiva e quasi imbattibile, e c’era Lupo Lucio, che mi stava tanto simpatico perché era un lupo imbranato e pasticcione che non riusciva mai a catturare Cappuccetto Rosso, e per di più aveva quasi il mio stesso nome. C’era Principessa Odessa, che aveva studiato danza classica e ballava molto meglio degli altri quando doveva, e c’erano le canzoni che ballava Principessa Odessa, e che mi piacevano davvero molto. Avevo tredici anni e i Backstreet Boys non sapevo quasi che esistessero: a me piaceva la musica classica, sapevo a memoria le canzoni dello Zecchino d’Oro, e adoravo le melodie della Melevisione. Qualche mese fa riordinando la mia stanza ho trovato una vecchia audiocassetta, e l’ho riascoltata: per quanto infantili, in effetti non erano brutte.

Stavano cantando, quel pomeriggio, e io canticchiavo assieme a loro attaccando sul quaderno le immagini della clorofilla per la professoressa R.
Era il primo pomeriggio, e mia mamma si era appena alzata per andare in cucina: mi avrebbe portato quel succo di frutta che io le avevo chiesto.
Finita la Melevisione saremmo uscite per una passeggiata, e per fare due compere in cartoleria: mi serviva un nuovo portapenne.
Fata Gaia e Tonio Cartonio stavano facendo una piroetta e io sorridevo, e poi lo schermo è diventato completamente nero e, dopo mezzo minuto abbondante (“MAMMA! La televisione si è rotta!”), è partita la sigla del telegiornale.

Era un’edizione straordinaria, da New York.

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