[Pillole di Storia] Quelle innegabili radici

Ieri era la Domenica delle Palme, primo giorno della Settimana Santa. Settimana di riflessione e di preghiera, nella quale i Cattolici saranno invitati, fra le altre cose, a fare i conti col digiuno.
Avendo molta fiducia nell’idiozia umana, sono piuttosto convinta che, da qualche parte, sicuramente salterà fuori qualcuno che scuoterà il capo e affermerà in tono di profonda commiserazione: “ah! Grazie a Dio sono ateo: io non ho proprio niente a che vedere con queste pratiche masochiste, segno di ignoranza e di superstizione!”.
E sbaglierà, ovviamente. Spiacente di deludere tutti gli anticlericali in ascolto, ma anche loro hanno a che vedere con il digiuno quaresimale molto di più di quanto non possano (o non vogliano) immaginare.
Venti secoli di Cristianesimo nella Storia d’Europa, in fin dei conti, non potevano non lasciare il segno.

Abbiamo a che fare con la Quaresima fin dal momento in cui ci svegliamo la mattina, e ci sediamo a tavola per bere il caffelatte. La parola “colazione” si riferisce al pasto leggero che i monaci facevano di prima mattina, dopo le ventiquattr’ore di digiuno: sedevano a tavola, iniziavano a mangiare, e nel frattempo meditavano ascoltando la lettura di un’opera di Cassiano. Le Collationes.
E se la cosa non ci sta bene, possiamo solo rassegnarci: la situazione non cambia nemmeno se decidiamo di emigrare all’estero. La breakfast d’Albione è un richiamo ancor più palese alla rottura (break) del digiuno (fast); e anche il dîner francese, come l’italico desinare, derivano dalla medesima parola latina: disjunare.

Se al 24 di dicembre il tradizionale cenone presenta un menù a base di pesce, questo non deriva da una bislacca usanza misteriosamente consolidatasi nei secoli: deriva dal semplice fatto che, durante certe vigilie, i Cattolici sono tenuti all’astinenza dalle carni. E la stessa cosa succede tutti i venerdì della settimana: ragion per cui, nei Paesi a maggioranza cattolica, ancor oggi è tradizione servire pesce tutti i venerdì, nelle case e nei ristoranti. Avrete visto anche voi, ogni tanto, l’annuncio “venerdì, pesce” appeso sulla porta di qualche trattoria.

L’abitudine di bere la cioccolata calda così come la conosciamo noi, con tutto l’apporto calorico che ne deriva, si consolida nel Seicento… a causa della Quaresima.
I religiosi, tenuti all’osservanza di un digiuno completo in alcuni giorni prestabiliti, si trovavano ovviamente nella necessità di fornire al loro corpo quel minimo di energie necessarie a farli stare in piedi. Il cacao sembrava adatto allo scopo, con le sue proprietà energizzanti: ed è così che (dopo un infuocato dibattito teologico, e giuro che non sto scherzando), nel 1662 si arriva a stabilire che il cacao può essere consumato in Quaresima, a patto che sia liquido e non sotto forma di cioccolatino.

E anche l’amatissima festa della birra forte, che si tiene ogni anno in quel di Monaco a partire dai primi giorni dopo il Carnevale, affonda le sue radici in una usanza quaresimale: quella cioè di produrre una birra particolarmente nutriente, nei monasteri, per poter superare indenni il periodo di digiuno.

(Evvai: questo Venerdì Santo, tutti a ubriacarci come spugne e a consumare Ciobar!)

E… lo sapete, perché il viola, a teatro, “porta sfortuna”?
Ancora una volta, è causa della Quaresima: il viola è il colore dei paramenti liturgici dei sacerdoti, nei quaranta giorni che precedono Pasqua. Nell’epoca della Controriforma, viene vietato agli attori di recitare nel periodo quaresimale: e se, da un lato, le Compagnie dell’Arte approfittano della pausa forzata per organizzare la stagione teatrale successiva, dall’altro lato devono fare i conti con oltre un mese di inattività, e quindi di mancati guadagni… insomma, una bella sfortuna.
Ecco perché, ancor oggi, a teatro non si può vestire di viola: si correrebbe il rischio di riportare alla mente… i quaranta giorni di Quaresima.

P.S. Quando avevo scritto questo post, non avevo ancora saputo del terremoto in Abbruzzo. Però abbraccio forte il caro amico abruzzese che legge sempre questo blog, e che di sicuro adesso avrà di meglio da fare che venire qui a leggersi il mio abbraccio… però fa niente, no?, è il pensiero che conta.

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