Personale

Gabbatà

Mi avevano detto che era figlio di dio. O che, quantomeno, lui affermava di esserlo.
Non avevo saputo cosa rispondere.
Chissà. Io non avevo mai visto un dio.
Mio padre sì, invece: quand’era giovane, aveva combattuto nelle terre dei Cantabri – e lì, all’alba di una sanguinosa battaglia, il dio si era manifestato in tutta la sua potenza. Un volo di picchi ne aveva annunciato l’arrivo: e poi, mentre la battaglia infuriava, mentre la pioggia infangava il terreno e rendeva scivolose le impugnature dei gladi, tutti gli uomini della Legio VI Victrix L’avevano veduto, in tutto il suo terribile splendore. Marte gradivo cavalcava accanto a loro, simile in tutto e per tutto agli altri legionari; se non fosse stato per l’aura divina che lo avvolgeva.
Proprio così: mio padre l’aveva visto, un dio.
Io no, e non avevo alcuna esperienza in materia. Non avevo saputo cosa rispondere, quando mi era stato comunicato che il Sinedrio aveva arrestato un semidio, e lo stava conducendo nel Pretorio.

Ero stato proprio io a ordinare che il procuratore Pilato venisse fatto svegliare, mentre disponevo i miei uomini in modo tale che potessero contenere la folla. Da ogni parte di Gerusalemme, come sciami di insetti impazziti, si stavano radunando davanti al palazzo, sotto i miei occhi, centinaia di ebrei, in un’unica massa scomposta. Alcuni giovani piangevano battendosi il petto; le donne singhiozzavano, sorrette a fatica dai loro figli. Ma c’era anche chi urlava, chi gridava che giustizia era stata fatta; e chi agitava pugni, in segno di vittoria.
E solo quando la folla si era finalmente divisa in due ali, solo quando i sommi sacerdoti avevano finalmente avanzato verso le gradinate del pretorio, solo quando il vuoto improvvisamente creatosi attorno a lui aveva permesso al mio sguardo di raggiungerlo… solo allora, incatenato, a capo chino, tremante, il dio mi era apparso.

Lo accusarono di essere un impostore, e lo tacciarono di bestemmia, perché il dio degli ebrei non poteva avere figli.
Sostennero davanti a Pilato che quell’uomo aveva minacciato di distruggere il tempo di Gerusalemme, dichiarando di poterlo ricostruire in soli tre giorni.
Ricordarono di come avesse maliziosamente guarito malati e infermi nel giorno di sabato, infrangendo il precetto del riposo.
E lo accusarono di fomentare la folla in una ennesima ribellione, dopo essersi proclamato re di tutti i Giudei.

Il dio ascoltava, immobile; e taceva.
Il suo corpo era scosso da un lieve tremito; e sulle sue guance sporche e sudate si intravedevano ancora i segni delle lacrime.
Non pareva un dio, perché un dio mai si sarebbe manifestato agli uomini in quella forma. Eppure aveva compiuto centinaia di prodigi grazie alla potenza del grande Esculapio, e fra chi testimoniava a suo favore c’era chi sosteneva addirittura di averlo visto resuscitare un morto.
Leggevo il dubbio, nello sguardo del procuratore Pilato, e vi scorgevo anche un lampo di paura. Il dio taceva, e non rispondeva alle accuse; i sommi sacerdoti lo insultavano, e ne volevano la morte.
E il dio taceva, come mai un dio avrebbe fatto.

Ci fu dato l’ordine di condurlo da Erode, che lo schernì vestendolo di un abito regale; e poi, il re dei Giudei tremante e incatenato fu riportato nel palazzo del pretorio, mentre la folla si accalcava attorno a lui colpendolo con pugni e sassi.
Il dio piangeva, come mai un dio avrebbe pianto. Solo quando fu ricondotto alla presenza di Pilato egli sollevò lo sguardo, e puntò i suoi occhi in quelli del procuratore di Giudea: e io vidi Pilato esitare ed arretrare di un passo, ed impallidire alla luce debole del primo sole del mattino.

Fu emanata la condanna a morte, sotto le insistenze della folla impazzita. E ci fu ordinato di flagellare il prigioniero, come prescrive la nostra legge.
Io assistevo da lontano, leggermente in disparte mentre i miei uomini legavano il prigioniero a un palo, e preparavano gli scudisci. Non sembravano temere l’ira degli dei, mentre schernivano il condannato e sputavano sulla sua faccia; non sembravano avvertire quello strano timore che albergava nel mio petto, tutte le volte che posavo lo sguardo su quell’uomo così enigmatico, così potente eppure così umano.
La voce del dio arrivò alle mie orecchie come uno straziante grido, quando il primo colpo di flagello colpì la sua schiena lacerandone le carni, e facendole sanguinare.
Si accasciò, cadde nella polvere, gridò di nuovo mentre i flagelli dilaniavano la sua carne, e le gocce del suo sangue schizzavano tutt’intorno macchiando le divise dei miei soldati. Sul suo volto, le lacrime si mescolavano al sangue ed al sudore, mentre il dio fattosi uomo sopportava che il suo corpo si straziasse sotto i colpi di flagello. E allora io sorrisi, e osai avvicinarmi e irridere con la mia stessa voce quel ridicolo impostore: perché mai un dio si sarebbe abbassato a tanto, e mai le carni del perfetto corpo divino si sarebbero tumefatte e lacerate come quelle di un qualsiasi mortale.

I miei uomini intrecciarono per lui una corona di spine, e lo vestirono di un mantello rosso porpora che il procuratore di Giudea aveva ordinato di gettare. Sembrava un grottesco manichino, ora, quel pazzoide falegname che aveva osato proclamarsi figlio di dio: il sangue gli rigava il volto mescolandosi alle lacrime e alla saliva, e il suo corpo straziato dalla tortura riusciva a malapena a sostenere il peso della croce che gli era stata caricata sulle spalle.
Tentai di immaginare l’alcide Eracle, o l’intrepido Teseo, in quelle medesime condizioni. E il riso sgorgò così genuino dalla mia bocca che io stesso mi beffai per i miei stupidi timori: e allora stesi una gamba e tirai un calcio a quel dio, che incespicò e cadde nel fango suscitando l’ilarità generale.

Lo feci crocifiggere, e lui gridò come tutti gli altri uomini avevano gridato, quando i suoi polsi vennero bucati dai chiodi e i suoi piedi furono attraversati da parte a parte dalle lame affilate. Pianse come tutti i prigionieri, quando la croce fu issata sulla cima della collina; e si afflosciò su se stesso come tutti i mortali, quando la morte iniziò a impadronirsi di lui, lenta ma inesorabile.

Io sedevo sotto la sua croce, con un paio dei miei uomini, per fare la guardia ai tre prigionieri.
Non era la prima volta che mi capitava di assistere a una crocifissione, anzi: ormai conoscevo bene la procedura. Avevo superato da decenni la fase giovanile, in cui l’orrore ti impedisce di staccare lo sguardo dal condannato, e ti costringe ad assistere minuto per minuto alla sua interminabile agonia.
Nossignori: ormai non ero più un soldatucolo alle prime armi, ed ero assolutamente deciso a farmi i fatti miei ignorando il più possibile tutto quello che succedeva sopra la mia testa.
Ma il prigioniero stava parlando, fra i rantoli di dolore: e pensava a sua madre raccomandandola ad un giovane che era accorso, e confortava gli altri prigionieri che agonizzavano accanto a lui su due altre croci.
So che non avrei dovuto, ma fu più forte di me. Sollevai lo sguardo e puntai i miei occhi in quelli di quell’uomo: e lui mi guardò, a lungo, e il silenzio calò tutt’intorno.
Era uno sguardo terribilmente umano, orribile come è lo sguardo di tutti gli uomini che stanno per morire. Ma c’era qualcosa in quegli occhi, qualcosa che non avevo mai letto nello sguardo di un altro uomo: c’era una scintilla di potenza vitale e di inesplicabile serenità, sul volto livido di quell’uomo che rantolava a fatica e che soffocava in una morte orribile, sotto il peso del suo corpo stesso.
Non aveva lo sguardo di un uomo, quell’uomo che mi fissava nei suoi ultimi istanti di vita.
E forse non aveva neppure lo sguardo di un mortale, quel condannato a morte che davanti a me stava morendo.

Distolsi lo sguardo dai suoi occhi solo per levarli al cielo, quando le grida dei presenti mi riportarono alla realtà: mi resi conto con spavento, che il sole si era oscurato. Il grido del prigioniero si mescolò alle urla della folla, e improvvisamente la collina tremò sotto ai miei piedi: un enorme boato attraversò l’aria fattasi scura, e la terra palpitò assieme al mio cuore. Caddi a terra, incapace di trovare appoggio: e mi scoprii a gridare anch’io, minuscola nullità, completamente annientata di fronte alla potenza del creato.

Non so dire quanto durò, e non so dire chi fu il primo ad accendere le torce, nel buio di quella notte mattutina.
Ma come se fosse successo ieri, ricordo perfettamente quello che vidi alzando lo sguardo verso i prigionieri, per sincerarmi che le croci fossero ancora al loro posto.
Chino su se stesso, sporco e sanguinante, il re dei Giudei aveva smesso di respirare. Il capo coronato di spine era immobile, reclinato sulla sua spalla: e il petto non si sollevava più, inerte alla luce debole delle nostre lampade infuocate.
Era morto, il figlio del dio: era morto, come nessun dio avrebbe mai fatto.
Eppure, attorno a lui risplendeva una luce strana: una luce che non serviva a illuminare le tenebre, ma che riscaldava il gelo del mio cuore.

Così come il corpo di lui, anche la terra aveva smesso di muoversi.
Mi misi in piedi, e strinsi il pugno sul mio gladio mentre ordinavo ai miei soldati di illuminare meglio il corpo del prigioniero.
E i miei occhi si posarono sul suo volto per un’ultima volta, e guardandolo finalmente io compresi ciò che gli altri uomini non avevano ancora capito. I miei occhi si inumidirono e una lacrima rigò la mia guancia, ma il mio volto si illuminò di un inspiegabile sorriso.
Era troppo tardi per seguirlo e ascoltare le sue parole, ma era come se stesse iniziando per me una nuova avventura. Perché davanti a me si ergeva ancora, straziato e perfetto, il suo corpo mortale – ed io L’avevo veduto, e Lui mi aveva guardato, ed io avevo capito. Quell’uomo era davvero il Figlio di Dio.

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