Vite di Santi e Beati

[Ma che sant’uomo!] Il signor Spazzatura e i tre stregoni dalla pelle bianca

Mi perdonerete quella fastidiosa punta di patetismo, ma in certi casi è proprio inevitabile. E oggi è uno di quei giorni, uno di quei giorni speciali, in cui dovete proprio sobbarcarvi una nuova puntata di

Ma che sant’uomo!

sottosezione
Beato te!

ovverosia
Tutto quello che non volevate sapere sui Beati,
e che men che meno avreste osato chiedere



Suo padre faceva il boia – il che era un mestiere nobile e dignitosissimo, per il tempo.
Okay, d’accordo: formalmente, il signor Rainiantoandro era il “Capitano dei maniscalchi addetti agli schiavi”, ma la sostanza era quella: catturava, incatenava, fustigava dei poveri uomini innocenti, e si occupava delle condanne a morte se necessario.
Il più delle volte, era necessario.
Ufficiale superiore della terribile regina Ranavalona I, che nei suoi trent’anni di regno aveva sterminato oltre duecentomila sudditi, il brav’uomo aveva dato il suo prezioso contributo a quel silenzioso eccidio, che nell’arco di poco tempo aveva letteralmente decimato il Madagascar e la sua popolazione.

Il 1° maggio del 1856, quando le grida di sua moglie là nella capanna si erano mescolate al pianto di un neonato, lui aveva esultato, per la nascita del suo secondogenito. “Si chiamerà Rakotonirina, che vuol dire Desiderato”, aveva annunciato quella sera stessa: ma lo stregone del villaggio aveva sgranato gli occhi, scosso il capo, implorato l’uomo di cambiare idea. “Un bambino dal nome così bello attirerebbe l’attenzione degli dei”, aveva spiegato affannosamente: “per averlo con sé, gli spiriti te lo porterebbero via. Come è successo al tuo primogenito, morto quand’era ancora infante”.
“Il divino ha parlato”, aveva commentato Rainiantoandro in risposta: “e dunque, perché mio figlio viva, sarà chiamato Firinga, che vuol dire Spazzatura”.
E Spazzatura visse, e crebbe.

Dieci anni più tardi, davanti alla sua casa, il piccolo Firinga stava giocando con i suoi amici per trascorrere il pomeriggio. Quand’ecco che, all’improvviso, apparvero ai suoi occhi tre uomini mai visti prima d’ora – così strani e buffi da attirare la sua attenzione.
Avevano la pelle bianca, più bianca del latte e della luna: e vestivano un abito nero, lungo fino ai piedi, ricoperto da un nero mantello. Camminavano in silenzio, tenendo fra le dita una specie di collanina fatta da tanti grani, e muovevano solo le labbra, senza parlare, man mano che sgranavano lentamente quello strano oggetto.
Erano buffi, ma al tempo stesso autorevoli e dignitosi, quei tre strani individui.
Firinga, che non aveva mai visto prima d’allora gente simile, comprese rapidamente la vera natura di quei tre uomini: essi erano senza dubbio potenti stregoni; stregoni dalla pelle bianca.

Tre giorni più tardi, Firinga sgattaiolava segretamente nel magico antro dei tre bianchi stregoni, per scoprire quali segreti arcani nascondessero.
I segreti arcani, onestamente, non erano poi un granché. In una casupola piuttosto malconcia, abbarbicata sulla cima della collina, i tre maghi vivevano in un ambiente di poche stanze, piccoline e modeste. Ma c’era qualcosa di strano, qualcosa di misterioso, in quegli ambienti così dimessi: c’erano, soprattutto, due grossi quadri appesi alle pareti. Due grossi quadri davanti al quale il giovane Firinga rimase a lungo, a bocca aperta.
Nel primo dipinto, un uomo e una donna sorridevano a un bambino neonato, che giaceva in una mangiatoia coperto da un po’ di fieno. C’erano un bue e un asinello, al suo fianco, per vegliarlo: e c’era qualcosa di strano, di stranamente incomprensibile, nello sguardo che i due genitori rivolgevano al bambino.
Firinga, anche se desiderato dai suoi genitori, era stato educato secondo l’usanza locale: cioè, senza che nessuno se ne curasse più di tanto. Incontrava il padre di sfuggita, trascorreva i pomeriggi a correre con gli amichetti, ascoltava gli insegnamenti degli stregoni del villaggio.Ma un abbraccio, una carezza, un pomeriggio di coccole con la mamma, lui non ricordava di averli mai avuti.
Davanti a quel quadro, con quel bambino vezzeggiato dai suoi due genitori, Firinga aveva provato una strana stretta all’altezza dello stomaco, come di sorda invidia.

Accanto a quel quadro, sottoforma di statua appesa alla parete, campeggiava invece una scena orripilante. Un uomo – uno schiavo, sicuramente – stava attaccato a una grossa croce in legno, con le mani e i piedi perforati da enormi chiodi. Sanguinava dalle ferite, dal capo, da uno squarcio nel costato: eppure sembrava sereno, era fermo, non si lamentava. Fra i rivoli di sangue che rigavano il suo volto, a Firinga era parso di scorrere un sorriso.
E lui non l’aveva visto mai, uno schiavo condannato a morte che sorride nella sua agonia.

Nella stanza, sotto i due dipinti, stava in piedi uno stregone dalla pelle bianca. Si rivolgeva a tanti bambinetti africani, ordinatamente disposti in tre file di banchi: e raccontava loro, parlando in un incerto malgascio, che quelle due scene raccontavano la vita di un uomo. La vita di un uomo vero,  cioè, esistito realmente: che abitava lontano lontano, duemila anni fa, nei pressi dell’Egitto.
Firinga, quel giorno, aveva incontrato per la prima volta i Fratelli delle Scuole Cristiane; e aveva scoperto, improvvisamente, cosa fosse una scuola.
Tornato a casa dal padre, chiese di poter frequentare anche lui la scuola dei tre stregoni bianchi: voleva sentirsi raccontare la storia di quell’uomo del dipinto, tanto amato da bambino e tanto odiato, fino alla sua morte.
Rainiantoandro non aveva nulla da obiettare, ed accordò il permesso. Iscrisse il piccolo Firinga alla classe elementare della prima scuola cattolica di Antananarivo, e lo vide crescere, istruirsi, farsi adulto.
>Ma diec’anni più tardi, di fronte a un figlio ormai ventenne e già sfuggito al suo controllo, il padre di Firinga ebbe a pentirsi amaramente di quella scelta.

I Fratelli delle Scuole Cristiane, per chi si fosse perso qualcuna delle puntate precedenti, sono dei poveri masochisti la cui missione primaria è: rovinarsi la vita.
In primo luogo, fanno voto di povertà, castità, e obbedienza, (e come se non bastasse si inventano altri due voti appositi giusto per ingarbugliare ulteriormente la faccenda), ma non diventano sacerdoti. Non si possono manco togliere lo sfizio di dir Messa, fare carriera ecclesiastica, diventare Papa. ‘Sti poveri disgraziati, nella vita, insegnano.
Ora: tendenzialmente, la funzione primaria degli insegnanti è quella di incassare gli insulti degli studenti, e farsi appioppare soprannomi infamanti. Capite bene che fare questo e solo questo, per tutta la tua stramaledetta vita, fino alla soglia dell’età pensionabile, inizia a diventare francamente problematico. Se vostro figlio vi annunciasse di voler entrare nei Fratelli, non so fino a che punto voi esultereste.
Il padre di Firinga, in ogni caso, non esultò proprio per niente.

Anzi, fece una scenata colossale: diventare Fratello? Lui? L’unico figlio del ricco e nobile funzionario regio?
Rinunciare al matrimonio, alla famiglia, all’eredità, per andare a vivere assieme agli Europei rinnegando i propri usi, e le proprie tradizioni? Tradire il popolo malgascio, attirare la collera degli avi, disonorare l’intera famiglia, per vivere come un reietto della società, alla stregua di un lebbroso?
Rainiantoandro negò, urlò, si strappò i capelli, mise suo figlio di fronte alla decisione: o noi, o i Fratelli.
E Firinga pianse a lungo, trascorse notti insonni, dilaniato dal dubbio, dalla paura, e dall’incertezza. Ma alla fine trionfò la decisione: e il 24 ottobre 1879, ribattezzato col nome cattolico di Raffaele-Luigi, il nostro piccolo Firinga vestì l’abito di Fratello delle Scuole Cristiane.

La sua vita, dopo di ciò, va avanti, e prosegue con svolte anche inaspettate. La Rai, che si diverte tanto a girare i film sulle vite dei Santi, dalla storia di Firinga potrebbe tirar fuori una sceneggiatura niente male: unico cattolico rimasto sull’isola dopo l’espulsione politica dei missionari francesi; accusato ingiustamente, e ingiustamente incarcerato, di congiure anarcoidi contro lo Stato, Fratel Raffaele-Luigi vive intensamente i suoi sessantatrè anni. Morirà il 19 maggio 1919, dopo una vita da film, da eroe, da modello… ma questa è un’altra lunga storia, che vi racconterò magari nel maggio prossimo.

Quello che, invece, è interessante raccontare, è che, in quel preciso momento, a Antananarivo, Monsignor Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, sta presiedendo alla solenne cerimonia di beatificazione del Venerabile Fratel Raffaele-Luigi Rafiringa, primo religioso del Madagascar, e primo Fratello “di colore” giunto alla gloria della beatificazione.

E allora mi perdonerete il patetismo: perché è proprio  è difficile non caderci, per una che ha i Fratelli nel cuore.
Perché sì – è bello poter festeggiare, a distanza, l’evento. E sorridere, e pensare a lui, e poter dire ad alta voce:

Beato te,
a tutti gli effetti,
Fratel Raffaele!

3 thoughts on “[Ma che sant’uomo!] Il signor Spazzatura e i tre stregoni dalla pelle bianca

  1. “In primo luogo, fanno voto di povertà, castità, e obbedienza, (e come se non bastasse si inventano altri due voti appositi giusto per ingarbugliare ulteriormente la faccenda), ma non diventano sacerdoti. Non si possono manco togliere lo sfizio di dir Messa, fare carriera ecclesiastica, diventare Papa. ‘Sti poveri disgraziati, nella vita, insegnano.
    Ora: tendenzialmente, la funzione primaria degli insegnanti è quella di incassare gli insulti degli studenti, e farsi appioppare soprannomi infamanti. ”

    Quali sono gli altri due voti?
    Cmq, la vita di un prete o frate mica deve essere facile, altrimenti si diventa come Don Abbondio ;-)

    Mi piace la storia di questo beato.

    Aerie

  2. Oh, sono contenta che ti piaccia la storia di Fratel Raffaele! :)
    Divertente, non son riuscita a renderla: però è proprio carina. A puntate, poi ve la racconto tutta. In effetti, è anche abbastanza avventurosa – come trama di un film starebbe bene per davvero! :P

    Gli altri voti dei Fratelli, oltre a povertà, castità e obbedienza, sono associazione per il servizio educativo dei poveri, e stabilità nell’Istituto.
    Dalla Regola, “con il voto di associazione per il servizio educativo dei poveri, i Fratelli, come il fondatore, si impegnano a tenere comunitariamente scuole o centri di educazione cristiana accessibili ai poveri“; quanto al voto di stabilità nell’Istituto, “si obbligano a rimanere nell’Istituto per attuarne la missione specifica e vivere in comunione fraterna e apostolica“, “docili all’intenzione del Fondatore, che volle una comunità stabile“.
    I due voti sono “residui” di un’altra bella storia che vede protagonista il Fondatore, San Giovanni Battista De La Salle: posto che La Salle, poveretto, ha dovuto affrontare tante, ma veramente tante difficoltà nel corso della sua vita, l’anno 1691 era stato per lui particolarmente drammatico. La Congregazione sembrava essere lì lì per soccombere: si erano sciolte tre comunità, sei Fratelli erano morti, altri, spaventati, avevano abbandonato…
    Il 21 novembre di quell’anno, in un atto di fede, La Salle e altri due Fratelli hanno fatto voto solenne di non abbandonare mai l’Istituto, nonostante le difficoltà che avrebbero potuto incontrare, e di lottare fino alla fine per garantire un’istruzione ai ragazzi poveri.
    Ovverosia: stabilità nell’Istituto, e associazione per il servizio educativo per i poveri ;-)

    Da allora, tutti i Fratelli “ripetono” questi due voti, oltre ai tre classici di povertà-castità-obbedienza, all’atto della consacrazione :-)

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