Vite di Santi e Beati

[Ma che sant’uomo!] La Mitica Storia di Giacobbe, Prima Parte. Ovverosia: dell’amore familiare

Diciamolo subito: oggi non è San Giacobbe. San Giacobbe – che oltre ad essere il celebre patriarca biblico, è anche venerato come Santo – viene ricordato il 24 di Dicembre.
Siccome, però, ho come il vago sospetto che 24 di Dicembre saremo tutti in altre faccende affaccendati, di San Giacobbe ve ne parlo oggi, in una nuova puntata della rubrica

Ma che sant’uomo!

ovverosia
 

Tutto quello che non volevate sapere sui Santi,
e che men che meno avreste osato chiedere

E grazie tante.


Allora. Avete presente Isacco? Quello che ha rischiato di lasciarci le penne, perché Dio aveva chiesto a suo padre Abramo di ammazzarlo?
Ecco: all’ultimo, Dio aveva dato a Abramo una pacca sulle spalle commentando “ma dai, scherzaaavooo!”. E il povero Isacco era rimasto in vita; ed era cresciuto; e si era fatto adulto; e aveva preso moglie.
Sua moglie si chiamava Rebecca.
Rebecca, che aveva trascorso la gran parte della sua vita matrimoniale in uno stato di piacevole, confortante, riposante sterilità, a un certo punto era rimasta incinta. E si era ritrovata nella pancia una specie di Alien impazzito, poveretta: anzi, due. La povera Rebecca, infatti, era incinta di due gemelli, che avevano scambiato l’utero materno per un campo da wrestling e se le davano di santa ragione prima ancora di nascere. Dopo nove mesi di ‘sta solfa, la povera donna aveva dato di matto e s’era testualmente messa a urlare: “ODDIIIOOOO, perché proprio a me una disgrazia simileeee?!(e se non ci credete, Gn 25, 22).
Ad ogni modo, dopo nove mesi di intensa sofferenza, la sventurata aveva infine partorito i due mostr gemelli.
Il primo ad uscire fu un coso brutto e peloso, come la figlia del mio amico, e si chiamò Esaù.
Il secondo ad uscire fu un bimbetto caruccio e glabro, e si chiamò Giacobbe.E gli anni passarono, e i due gemelli crebbero.
Esaù era diventato una specie di body-builder ricoperto di peli, e andava sempre a caccia. Era il preferito di suo padre Isacco, perché tutte le sere tornava a casa con qualcosa di buono da mangiare.
Giacobbe era rimasto caruccio e glabro, e aveva un’indole più riflessiva. In pratica se ne stava tutto il giorno nella sua tenda; ed era il preferito di Rebecca.

Un bel giorno, mentre suo fratello cucinava per la cena, il peloso Esaù tornò a casa dalla caccia. E badate che andare a caccia non è mica una cosa semplice, signori e signori: Esaù era stanco, sudato, e moriva dalla sete. Dopo aver finalmente catturato la sua preda, si era anche dovuto trasportare in spalla per mezzo deserto la sua carcassa sbudellata e sanguinante.
Insomma: il povero Esaù, ricoperto di polvere, sangue, sudore, e peli, era tornato a casa più morto che vivo. E si era trovato davanti Giacobbe, che bel bello si beveva un bicchiere d’acqua seduto all’ombra. “Ti prego, Giacobbe, dammene un sorso”, aveva rantolato allo stremo delle forze.
Giacobbe gli aveva sorriso, seraficamente. “Solo se mi cedi i tuoi diritti di primogenitura, fratello”.
Esaù l’aveva preso per idiota: “ma stai scherzando? Vuoi che ti ceda tutti i miei privilegi, tipo avere la parte più grande dell’eredità e la speciale benedizione paterna, in cambio di un sorso d’acqua? Ovvia, non fare il cretino, e portami quel bicchiere”.
“Guarda che non scherzo proprio per niente”, gli aveva detto Giacobbe fischiettando.
Esaù aveva alzato gli occhi al cielo: “e piantala, non vedi che sono distrutto?”.
“Conosci le condizioni”.
Dammi dell’acqua!”.
“Solo se mi cedi i tuoi diritti!”.
Aaaacquaaaaa!”.
“Non se ne parla proprio”.
“E va bene! E va bene! Tutto quello che vuoi, maledetto!”, aveva esalato Esaù agonizzando sul tappeto.
E soltanto allora Giacobbe diede al fratello pane e minestra di lenticchie. Ed Esaù mangiò e bevve, e poi si alzò da tavola.

Diversi anni più tardi, in questa bella famigliola da Mulino Bianco, accadde poi che si ammalasse il vecchio Isacco. Sentendosi ormai giunto alla fine dei suoi giorni, il  padre di famiglia decide di dire addio ai suoi due figli. E, ignorando l’estorsione che Giacobbe aveva fatto a suo fratello, diede ordine di far chiamare Esaù al capezzale. “Sono stanco, figliolo, e ormai prossimo alla fine. Questa sera, quando sarai tornato dalla caccia, veni nella mia tenda: ti darò la benedizione che spetta al figlio primogenito, e poi morirò in pace”.
E Esaù, tutto contento, prese arco e frecce e andò a cercare qualcosa di buono da portare al suo amato padre.

Ma, c’è sempre un ‘ma’.
In questo caso, il nostro ‘ma’ è personificato nella figura di Rebecca: la quale aveva sentito tutto ed era corsa da Giacobbe, l’unico e vero cocco della mamma. “Presto, figliolo, questa è la tua occasione! Vai nella tenda di tuo padre prima che Esaù ritorni, così sarai tu ad essere benedetto!”.
E Giacobbe, tutto contento, si precipitò nella tenda di Isacco. “Ciao, papà, sono Esaù: sono tornato dalla caccia! Sbrighiamo questa formalità, suvvia: benedicimi”.

Ora: Isacco, col passare degli anni, era diventato cieco, ma non cretino. Quando sentì le parole di suo figlio, sbottò: “ma non dire idiozie, tu sei Giacobbe! Riconosco benissimo la tua voce!”.
Giacobbe si avvicinò al letto, sfoderando un tono dolce e comprensivo. “Oh, papà, sai bene che l’età fa brutti scherzi”, sussurrò con dolcezza: “io sono Esaù! Perché mai dovrei mentirti?”.
Ora; Isacco aveva molta fiducia nei suoi figli, ma ripeto il concetto: non era del tutto idiota. “Ma se sei uscito dalla mia tenda non più di dieci minuti fa!”, protestò in tono scettico. “E sei già di ritorno? Come hai fatto a prendere un animale in così poco tempo?”.
Giacobbe si strinse nelle spalle, e commentò con noncuranza: “oh, sai com’è, pa’: Dio vede e provvede…”.
Isacco era vecchio, vi dico, ma non demente. “Non ti credo, tu sei Giacobbe!”, simpuntò con ostinazione.
Giacobbe si morse le labbra, con un vago senso d’ansia: le cose si stavano mettendo maluccio. Si passò una mano fra i capelli, cercando disperatamente di riflettere: e si guardò attorno, in uno stato di rassegnata disperazione…
E poi…
E poi, la vide.

Ed ebbe un colpo di genio.
Corse a prendere una pelle di caprone, non ancora conciata, che suo padre teneva nella tenda, e se la avvolse saldamente attorno a un braccio. “Ti dico che sono Esaù, papà!”, ripeté con un sospiro teatrale. E poi, allungando il braccio verso il letto, soggiunse: “tocca con mano, se proprio non ci credi!”.
Isacco sfilò un braccio dalle lenzuola, e si protese verso Giacobbe. E quando la sua mano affondò nel pelo ispido e puzzolente della pelle di caprone, i lineamenti sul volto di Isacco si rilassarono istantaneamente. “Oooh, ”, commentò con gran sollievo: “scusami, figliolo, non ti avevo riconosciuto. Solo tu puoi essere così peloso e fetido, Esaù caro!”.
E quindi, del tutto rasserenato, recitò la sua benedizione.
E se aveste la pazienza di leggervela tutta quanta, scoprireste anche che, a un certo punto, il buon Isacco decide di ribadire ufficialmente il concetto: “l’odore di mio figlio è proprio come il buon odore di un campo: che Dio gli conceda dunque terra fertile!”.
Cioè.
Praticamente, oltre a essere peloso come un caprone, Esaù puzzava anche di letame.

Il problema è che, oltre ad essere peloso e puzzolente, Esaù era anche grande, grosso, e muscoloso. E quando scoprì di esser stato fregato una seconda volta, diventò grande, grosso, muscoloso, e alquanto incavolato.
Sì, insomma. In altre parole, aspettava solo che Isacco schiattasse: poi avrebbe ammazzato Giacobbe in tutta libertà, senza dar dispiaceri al vecchio padre.
Ma Rebecca, che conosceva bene i suoi polli, aveva subodorato che le cose non si stavano mettendo bene per il secondogenito. E quindi, preso da parte Giacobbe, gli aveva consigliato di fuggire: “vatti a nascondere in Mesopotamia, nelle terre di mio fratello Labano! Lavorerai nella sua casa, e in cambio lui ti darà cibo e protezione”.
E così, cammina cammina, Giacobbe lasciò la sua terra e si avviò in Mesopotamia…
… ma questa, è un’altra storia!

 


Fine prima parte

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