Gabbatà

Gli avevano detto che era figlio di dio. O che, quantomeno, sosteneva di esserlo.
Non aveva saputo cosa rispondere.
Chissà. Lui non l’aveva mai visto, un dio.

Suo padre sì, ad esempio, quand’era giovane e combatteva nelle terre dei Cantabri: nel mezzo di una battaglia sanguinosa, il dio si era manifestato ai soldati in tutta la sua potenza. Un volo di uccelli ne aveva annunciato l’arrivo; e poi, mentre la lotta infuriava, mentre la pioggia infangava il terreno, mentre il sudore rendeva scivolose le impugnature dei gladi… allora, il dio si era manifestato. L’avevano veduto tutti gli uomini della legione, improvvisamente spronati dalla sua divina presenza: Marte gradivo cavalcava accanto a loro, in tutto il suo terribile splendore.

Proprio così. Suo padre l’aveva visto, un dio.
Lui no, e non aveva nessuna esperienza in merito. Non aveva saputo che rispondere, quando gli avevano detto che il sinedrio aveva arrestato un semidio, e lo stava conducendo, prigioniero, nel pretorio.

Era stato proprio lui a far svegliare Pilato, il procuratore di Giudea. Aveva disposto i suoi uomini affinché potessero contenere la folla: da ogni parte di Gerusalemme, come sciami di insetti impazziti, stavano accorrendo davanti al palazzo centinaia di ebrei urlanti, in un’unica massa scomposta. I giovani piangevano battendosi il petto; le donne singhiozzavano, sorrette a fatica dai loro figli. Ma c’era anche chi urlava, chi agitava pugni in segno di vittoria; chi gridava, fra la gente, che giustizia era stata fatta.
Solo quando la folla si fu finalmente divisa in due ali, solo quando i sommi sacerdoti avanzarono finalmente verso le gradinate del pretorio; solo quando il vuoto improvvisamente creatosi attorno a lui permise al suo sguardo di raggiungerlo… solo allora, incatenato e tremante, il dio finalmente gli apparve.

Lo accusarono di essere un impostore e lo tacciarono di bestemmia: il dio degli ebrei – spiegarono – non poteva avere figli.
Sostennero davanti a Pilato che quell’uomo minacciava di distruggere il tempio di Gerusalemme, dichiarando di poterlo ricostruire in soli tre giorni.
Ricordarono di come avesse maliziosamente guarito malati e infermi nel giorno di sabato, infrangendo il precetto del riposo.
Lo accusarono di fomentare la folla a un’ennesima ribellione, dopo essersi proclamato re legittimo dei Giudei.

Il dio ascoltava, immobile, e taceva.
Il suo corpo era scosso da un lieve tremito e sulle sue guance sporche e sudaticce si intravvedevano ancora i segni delle lacrime.
Onestamente, non aveva l’aria di essere davvero un dio: un dio non si sarebbe mai manifestato agli uomini in quella forma. Eppure aveva compiuto centinaia di prodigi grazie alla potenza di Esculapio – rifletté un po’ a disagio – e fra chi testimoniava in suo favore c’era chi sosteneva addirittura di averlo visto resuscitare un morto.

Leggeva il dubbio, nello sguardo di Pilato, e vi scorgeva anche un lampo di paura.
Quanto al dio, egli taceva. Non rispondeva alle accuse. I sommi sacerdoti lo insultavano e ne volevano la morte: il dio taceva, come mai un dio avrebbe fatto.

I suoi superiori gli diedero l’ordine di condurlo da Erode, che lo schernì vestendolo di un abito regale. Poi, fu ricondotto nel palazzo del pretorio; la folla si accalcava attorno a lui, colpendolo con pugni e sassi. Fu davvero faticoso riportare in salvo in prigioniero impedendo alla gente di procedere a un linciaggio.
Il dio soffriva, come mai un dio avrebbe sofferto. Solo quando fu di nuovo alla presenza di Pilato tornò a sollevare lo sguardo e puntò i suoi occhi in quelli del procuratore di Giudea. In disparte, lui vide Pilato esitare ed arretrare di un passo: sembrava quasi impallidito.

Fu emanata la condanna a morte, sotto le insistenze della folla urlante; fu ordinato di flagellare il prigioniero, come prescriveva la legge.
Lui assisteva da lontano, leggermente in disparte, mentre i suoi uomini legavano a un palo il detenuto e preparavano gli scudisci. Non sembravano temere l’ira degli dei, mentre schernivano il condannato e gli sputavano sulla faccia: parevano essersi dimenticati delle sue promesse e dei suoi prodigi, dopo aver posato lo sguardo su quell’uomo così misero e così umano.
La voce del dio arrivò alle sue orecchie come uno pietoso grido, quando il primo colpo di flagello colpì la sua schiena lacerandone le carni.

Il dio si accasciò, cadde nella polvere e gridò di nuovo, mentre i flagelli penetravano nella sua schiena e le gocce di sangue schizzavano tutt’intorno, macchiando le divise dei soldati. Sul suo volto, le lacrime si mescolavano al sangue ed al sudore, il corpo si straziava sotto ai colpi del flagello.
E allora lui sorrise, e osò finalmente avvicinarsi per irridere quel ridicolo impostore. Sì, si trattava di un imposte e lui ora ne era certo: mai un dio si sarebbe abbassato a tanto, mai le carni del perfetto corpo divino si sarebbero tumefatte come quelle di un mortale.

I suoi uomini intrecciarono per il prigioniero una corona di spine e lo vestirono di un vecchio mantello color porpora che il procuratore di Giudea aveva dato ordine di gettare. A quel punto, quel pazzoide che aveva osato proclamarsi figlio di dio sembrava un grottesco manichino: il sangue gli rigava il volto mescolandosi alle lacrime e alla saliva, il corpo riusciva a malapena a sostenere il peso della croce che gli era stata caricata sulle spalle.
Tentò di immaginare l’alcide Eracle o l’intrepido Teseo in quelle stesse condizioni. E il riso sgorgò così genuino dalla bocca che lui stesso si stupì per i suoi timori iniziali – sicché stese una gamba e tirò un calcio al “dio”, che incespicò e cadde in mezzo al fango suscitando l’ilarità generale.

Lo fece crocifiggere, e il “dio” gridò come tutti gli altri uomini avevano gridato quando i suoi polsi furono bucati dai chiodi.
Pianse come tutti gli altri uomini, quando la croce fu issata sulla cima della collina; e si afflosciò su se stesso come tutti i mortali, quando la morte iniziò a impadronirsi di lui.

Lui sedeva sotto alla croce con un paio dei suoi uomini per far la guardia ai prigionieri.
Non era la prima volta che gli capitava di assistere a una crocifissione, anzi, ormai conosceva bene la procedura: aveva superato da decenni quella fase in cui l’orrore ti impedisce di staccare lo sguardo dal condannato e ti costringe ad assistere minuto per minuto alla sua interminabile agonia.
Nossignori: lui non era più un soldatuccio alle prime armi ed era assolutamente intenzionato a farsi i fatti suoi, ignorando il più possibile quello che succedeva sopra la sua testa.

Ma il prigioniero stava parlando, fra i rantoli di dolore: pensava a sua madre, raccomandandola a un giovane che era accorso. Peggio ancora, confortava gli altri prigionieri che agonizzavano accanto a lui sulle altre croci.
E lui sapeva benissimo che non avrebbe dovuto… ma non riuscì a far nulla per evitarlo. Sollevò il suo sguardo e puntò i suoi occhi in quelli di quell’uomo: e allora il condannato lo guardò, a lungo, e il silenzio calò tutt’intorno.
Era uno sguardo terribilmente umano e orribile, come è lo sguardo di tutti gli uomini che stanno per morire.
Ma c’era qualcosa in quello sguardo che non aveva mai letto negli occhi di un altro uomo. C’era una scintilla di potenza vitale e di forza inesplicabile, nel volto livido di quell’uomo che rantolava a fatica e che moriva soffocato dal suo stesso corpo.

Non aveva lo sguardo di un uomo, quell’uomo che lo fissava nei suoi ultimi istanti.
E forse – realizzò con orrore – non aveva neppure lo sguardo di un mortale, quel condannato a morte che davanti a lui stava morendo.

Distolse lo sguardo, a disagio, intimorito. Furono le grida dei presenti a riportarlo alla realtà: con un moto di vero panico, realizzò che il sole si era oscurato. Il grido del prigioniero si mescolò alle urla della folla e improvvisamente la collina tremò sotto ai suoi piedi: un enorme boato attraversò l’aria fattasi scura, e la terra palpitò.

Non seppe mai quanto durò, e non seppe dire chi fu il primo ad accendere le torce, nel buio innaturale di quella notte mattutina.
Ma per tutto il resto della vita, ricordò perfettamente quello che vide alzando lo sguardo verso i prigionieri, per controllare che le croci fossero rimaste in piedi. Chino su se stesso, sporco e sanguinante, il re dei Giudei aveva smesso di respirare.
Il capo coronato di spine era immobile, reclinato sulla spalla; il petto non si sollevava più, inerte alla luce baluginante delle loro torce.

Era morto, il figlio del dio: era morto, come nessun dio avrebbe mai fatto.
Eppure, attorno a lui, risplendeva come una sorta di luce strana: non una luce vera, ma un qualcosa che ti colpiva dritto al cuore.

Così come il corpo di lui, anche la terra era ritornata immobile.
Lui, che prima era scivolato a terra, si rimise in piedi e strinse il pugno sul gladio mentre ordinava ai suoi soldati di illuminare meglio il corpo del prigioniero.
E i suoi occhi, allora, si posarono volto del prigioniero, per un’ultima volta. Guardandolo, finalmente comprese ciò che fino a quel momento aveva rifiutato di vedere. Mentre una lacrima gli ricava la guancia, il centurione chinò il capo. “Davvero quest’uomo era il Figlio di Dio”.

10 risposte a "Gabbatà"

  1. marinz

    Anche se lo avevi già postato io non lo avevo mai letto… e mi ha fatto piacere leggerlo e immaginare quella scena… a volta noi siamo come il centurione… nonostante siano passiti millenni riviviamo in alcuni attimi della vita la sua delusione, il suo non credere fino alla redenzione di capire che siamo noi che ci siamo allontanati da Lui e non viceversa…Non so se posterai ancora da qui a Domenica… intanto inizio a farti i miei auguri di una Serena e Santa PasquaUn sorriso 🙂

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  2. utente anonimo

    ops… mi hai davvero commosso… anche a me una lacrima come quell'ultima del soldato…è bello sapere che fino alla fine Lui ti gurda così…più spesso dovremmo girarci noi a guardare lui, non è vero che "visto uno, visti tutti", e il centurione ci dice proprio questo…mi aggiungo a Marinz nell'anticipo per gli auguri di PasquaciaoDiego

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  3. Lucyette

    Grazie mille per gli auguri: io non li ricambio perché, se tutto va bene, dovrei riuscire a postare gli auguri di ritorno dalla Veglia di Pasqua… ma ad ogni modo, ovviamente, grazie, (ed altrettanto a chiunque passa di qui!) 😀

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  4. giudig

    “Davvero quest’uomo era il Figlio di Dio”.
    La grandezza dell’Amore di Dio per ciascuno di noi! Nell’ora più buia per Gesù una luce ha illuminato un cuore.
    Grazie Lucyette per questo bellissimo post!

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    1. Lucyette

      “Gli sguardi nella Passione”, ma che bello!
      E’ un punto di vista bellissimo e interessantissimo: per curiosità, è un approccio che è venuto in mente a te, o c’è qualche libro/catechesi/opuscolo che lo propone? A me non sarebbe proprio mai venuto in mente!

      Beh… sono contenta, nel mio piccolo, di essermi… unita al filone 😉

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