Vite di Santi e Beati

[Ma che sant’uomo!] Campane a festa per gli sposi

Ve lo giuro, poi sto zitta: la pianto di ammorbarvi coi miei Santi. Però, capitemi, stavolta non è colpa mia. Non potevo farne a meno. Stavolta, è colpa di Aerie.
Avete presente Aerie, Aerie di Mela e Cannella? Aerie la mia collega blogger, che mi legge e che io leggo con piacere? Ecco: Aerie ci ha presi tutti di sorpresa; e si sposa.
A brevissimo.
Fra pochi giorni.
Per la miseria: se si sposa una blogger che è dentro il tuo blogroll, bisogna proprio farle un regalo per le nozze. E il regalo, a Aerie e al suo promesso sposo, io lo faccio nell’unica maniera che mi è possibile: raccontando la storia di una coppia celebre, e felice.
Mi perdonerete se non racconto la vita di Bonnie e Clyde, ma se passo la palla ad una coppia di Santi sposi.
E allora, con un fortissimo abbraccio ad Aerie per il suo nuovo viaggio, ecco a voi una ennesima, (e poi mi taccio), puntata di

Ma che santa gente!

ovverosia

Tutto quello che non volevate sapere sui Santi,
e che men che meno avreste osato chiedere.


Loro due si amavano.
Di un amore profondo, affettuoso, sincero.
Mi obietterete che non è mica una cosa strana.
E avete anche ragione; ma nel loro caso, era proprio strana forte. Si erano conosciuti nel 998, due anni prima del Mille e non più Mille; e si erano sposati, in un matrimonio che era stato organizzato al cento per cento dalle loro due famiglie.
Lui era Enrico IV, duca di Baviera: di lì a pochi anni, sarebbe diventato Imperatore.
Lei era Cunegonda di Lussemburgo, diretta discendente del potente Carlo Magno.
Nel giorno delle loro nozze, Enrico e Cunegonda s’erano guardati negli occhi. E, contro ogni ragionevole aspettativa, avevano scoperto proprio di piacersi.
Erano entrambe molto giovani: lei aveva appena vent’anni; lui non raggiungeva la trentina. Erano belli, giovani, e affiatati: si amavano teneramente, e scoprirono di lì a poco di non poter più fare a meno l’uno dell’altra. Cunegonda, purtroppo, era giovanissima ma sterile: dopo alcuni anni di matrimonio, apparve evidente che non sarebbe mai stata in grado di dare un erede al suo potente sposo. A Enrico, a quel punto, non restava che ripudiarla: era una pratica perfettamente lecita, nel diritto dell’epoca, e del resto era indispensabile per garantire una discendenza (e quindi una stabilità politica…) al regno più importante del pianeta.
Enrico non ci pensò neanche lontanamente, e restò vicino a Cunegonda accettandola così com’era: con i suoi pregi che l’avevano fatto innamorare, e con la sua malattia che non l’avrebbe di certo allontanato. Enrico e Cunegonda vissero assieme per più di venticinque anni, fino al giorno della morte di lui, nel luglio del 1024. Dodici mesi più tardi, con una solenne cerimonia, Cunegonda si spogliava degli abiti imperiali e indossava quelli di monaca: morì del 1039, e tempo dopo fu proclamata Santa. Anche Enrico, devotissimo monarca, divenne Santo poco dopo la sua morte.

Enrico e Cunegonda – ve l’ho già detto – si amavano sinceramente. E io ho sempre trovato dolcissimo, e profondo, un aneddoto che le cronache riportano circa la vita di questa santa coppia: era l’anno 1007, e i due sposi si trovavano a Bamberga.
Bamberga, città di recenti origini, era appena diventata sede di una diocesi: l’Imperatore Enrico, per incoraggiare la conversione delle genti che abitavano in quelle terre, vi aveva fatto costruire una grande cattedrale. La costruzione era finalmente terminata, e la cattedrale era pronta per accogliere i due re benefattori: ogni singola pietra, ogni singola vetrata della chiesa, avrebbe dovuto portare onore alla regale e santa coppia. Nello specifico, ai due sovrani in visita, fu spiegato che due delle campane del campanile erano state fuse in loro onore. La prima, dal suono più acuto e squillante, avrebbe dovuto simboleggiare la bella Cunegonda. La seconda, dal suono più profondo, più roco, più solenne, stava a rappresentare il potente Imperatore. E la cattedrale di Bamberga si riempì improvvisamente delle note delle due campane, che venivano sonate a distesa l’una assieme all’altra: per festeggiare i due sovrani, per rappresentarne la loro unione; per dire loro, solennemente, “grazie”.

Di fronte al campanile, Cunegonda sorrideva. Le sembrava che questa idea fosse semplicemente geniale, e trovava meraviglioso quel momento; lanciò un’occhiata a suo marito, e fu sorpresa nel vederlo un po’ imbronciato.
“Che c’è?”, gli chiese incuriosita.
Lui fece spallucce. “Ma no… niente…”.
Cunegonda inarcò appena le sopracciglia, e gli sorrise. “Dai, ti conosco. Cosa c’è?”.
Enrico si guardò attorno, per essere certo che il vescovo di Bamberga non potesse sentirlo. “È solo… non mi piace per niente, il suono della mia campana!”.
Cunegonda gli lanciò un’occhiata, un po’ perplessa. “E perché no? È una campana molto potente!”.
Appunto”, mormorò Enrico. “Fin troppo. Sembra una campana da morto, mi ricorda quelle dei funerali…”.
Cunegonda scoppiò a ridere, lanciandogli uno scappellotto. Poi tese l’orecchio per ascoltare meglio il suono della campana, e dovette amaramente convenire: suo marito non stava dicendo delle stupidaggini. Il suono era effettivamente molto cupo, terribilmente stonato rispetto alle altre note cristalline.
“Sai…”, gli disse piano, riflettendo. “Non credo che dipenda dalla tua campana. Normalmente avrebbe un bel suono: credo che sia il contrasto con la mia, che è molto più squillante, a farla sembrare così… lugubre”.
Enrico sospirò: “sì, potrebbe essere. E va beh”, aggiunse con molta filosofia: “sopporterò stoicamente questo grande dramma. E la tua campana, comunque, ha un suono bellissimo, amore mio”.
Cunegonda gli sorrise; e poi si sfilò la fede, stringendola nella sua mano destra. Socchiuse gli occhi, prese la mira, e scagliò l’anello verso il campanile, facendolo sbattere proprio contro la sua campana. “Poi lo vado a recuperare”, aggiunse molto velocemente, allo sguardo sconcertato di suo marito.

Enrico la fissò come se fosse una pazza; Cunegonda, invece, attese con un sorriso.
Di lì a pochi secondi, il batacchio della sua campana urtò di nuovo la parete interna, facendola suonare. Ma il sottile bronzo della campana, ammaccato dall’anello che Cunegonda ci aveva lanciato sopra, restituì stavolta una nota assai più grave, molto meno squillante e leggera. Nel silenzio che ne seguì, la campana di Enrico risuonò potente, armonica ed intonata rispetto a quella di sua moglie.
Cunegonda sorrise a suo marito, prendendogli la mano e stringendola leggermente. “Adesso che sono diventate una bella coppia di campane”, sussurrò con un sorriso soddisfatto.

****

Ed è questo, in effetti, l’augurio che voglio fare a Aerie.
Non le auguro una vita eternamente felice e priva di ogni ostacolo: perché le difficoltà non si possono evitare, e ci sarà sempre una qualche campana stonata che ci fa storcere un po’ il naso.
L’importante è non scoraggiarsi, e essere in due per affrontare ogni problema. E se anche fosse necessario, di tanto in tanto, rinunciare a una nota più squillante, per venire incontro all’uomo, o alla donna, che hai sposato… che cos’è, una piccola rinuncia, di fronte al sorriso della persona che più ami?

Enrico e Cunegonda hanno fatto così, e si sono amati, in salute e in malattia, finché la morte non li ha infine separati.
Adesso riposano, l’uno accanto all’altra, nella cattedrale di Bamberga. E probabilmente sorridono ancor oggi, quando la chiesa, nelle giornate di festa… fa risuonare, fino al cielo, il suono armonico delle due loro campane.

P.S. Adesso mi obietterete che il mio regalo di nozze è tanto bello (?), ma purtroppo nun se magna.
E allora li faccio pure mangiare, ‘sti due poveri sposini: la ricetta che segue (e che potete leggere cliccando su “continua”) è una ricetta tipica della zona di Bamberga. I Kunigundenringe (anelli di Cunegonda) si consumano tradizionalmente il 3 di marzo, nella festa della Santa; in pasticceria, però, si trovano anche dodici mesi all’anno.
Io non li ho mai preparati, ma ho tratto dalla ricetta dal libro Cooking with the Saints – che spero sia pieno di prelibati manicaretti, e non di veleni pestilenziali!
E comunque, insomma: una tecnologa alimentare, dovrebbe esser in grado di rimediare anche ai disastri!


Ingredienti:
45 gr. di zucchero;
200 ml. di latte tiepido;
30 gr. di lievito di birra;
500 gr. di farina;
20 gr. di sale;
1 uovo a temperatura ambiente;
250 gr. di burro

Procedimento:
Fate sciogliere 20 grammi di zucchero nel latte tiepido; poi aggiungete anche il lievito, e mescolate. Lasciate riposare per dieci minuti, o comunque fino a quando il composto non risulterà abbastanza vaporoso.
A questo punto, aggiungete al composto un uovo sbattuto; in una ciotola a parte, nel frattempo, avrete già mescolato la farina, il sale, e lo zucchero rimanente.
Unite i due composti e mescolate a lungo, finché non saranno ben amalgamati: l’impasto dovrebbe risultare soffice, e non appiccicoso. Per raggiungere la giusta consistenza, potrebbe essere necessario aggiungere un po’ di latte o un po’ di farina.
Impastate per cinque minuti, per ottenere un composto elastico ed omogeneo. Copritelo con un telo e lasciatelo lievitare per mezz’ora, fino a quando non raddoppierà di dimensioni; dopodiché, lasciatelo a raffreddare in frigorifero per un’ora.

Per la seconda parte della ricetta, è fondamentale che il burro e l’impasto siano entrambe freddi, e alla medesima temperatura. Il burro non dev’essere troppo duro.
Stendete la pasta appena tolta dal frigorifero: dovrà risultarne una forma rettangolare, spessa all’incirca quattro millimetri. Ora immaginate che il vostro rettangolo di pasta sia diviso in tre sezioni verticali: nella prima zona, mettete del burro tagliato a pezzetti; successivamente, piegate la pasta su se stessa, in modo che la seconda sezione ricopra quella già imburrata. La terza area andrà arrotolata attorno alla parte già ricoperta.
Schiacciate leggermente, facendo attenzione che il burro non fuoriesca dai lati; poi stendete la pasta fino ad ottenere un altro rettangolo, e ripetete il procedimento di cui sopra. La pasta deve essere stesa e imburrata per un totale di quattro volte: poi, mettere il tutto a riposare in frigorifero, per mezz’ora.

Per preparare le ciambelle, stendete la pasta fino a un spessore di 5-6 millimetri: potete ritagliare gli anelli direttamente dalla pasta e farli cuocere in forno, come per un normale biscotto.
In alternativa, stendete la pasta in lunghe strisce di 45 centimetri l’una, spesse circa 8 centimetri, e richiudetele fino a formare delle ciambelle. Se volete, potete spennellare la ciambelle con un composto di latte e tuorli d’uovo (in uguali quantità). Lasciate riposare la ciambella in un luogo caldo per circa venti minuti, fino a farla raddoppiare di volume; nel frattempo, avete riscaldato il forno a 220° gradi. Infornate le ciambelle e fatele cuocere per 10-15 minuti, fino a quando la superficie diventerà dorata.

12 thoughts on “[Ma che sant’uomo!] Campane a festa per gli sposi

  1. Grazie ^_^E' un bellissimo regalo e arriva in un momento di isteria, perciò è più gradito ;-)Mi ha fatto tanto piacere leggere la tua storia bellissima, la farò sicuramente leggere anche al mio futuro marito. Davvero grazie per il tuo augurio dolcissimo.E sicuramente farò anche gli anelli di Cunegonda ^_^Aerie

  2. Antaress, in effetti anche io l'ho trovata una storia molto bella… e con un bel significato, soprattutto :-)Chissà se esistono, dei libri sulle coppie di Santi sposi? (Beh, esisteranno di sicuro…). In effetti sarebbe un regalo di nozze carino, io trovo, come alternativa al Cantico dei Cantici che in genere regalano a tutti gli sposi… :-)Aerie: tanti, tanti, tantissimi auguroni di cuore! Un abbraccio forte!E quanto agli anelli di Cunegonda… sììì, poi, fammi sapere: son curiosa! :-D Io non li ho mai fatti, a dire il vero; nego qualsiasi responsabilità per eventuali intossicazioni alimentari, avvelenamenti, e simili… ;-PAncora auguri! Ti e vi penserò, nel giorno delle nozze :-)Stella: beh, certe storie sono così carine che meritano d'esser raccontate… :-)Pythia, ciao e grazie per la visita! :-)Per una amica "telematica", bisogna pur adattarsi con telematici regali… ;-)

  3. Molto meglio del cantico dei cantici di cui ricordo questo passo illuminante che molto fa capire su come intendevano la bellezza gli antichi :PLe tue chiome sono un gregge di capre,che scendono dalle pendici del GàlaadI tuoi denti come un gregge di pecore tosate,che risalgono dal bagno;tutte procedono appaiate,e nessuna è senza compagna.Praticamente è bella perchè c'ha tutti i denti che sembrano pecore tosate XD wowAuguroni!!Daniele

    1. Ma certo! :-)
      Non l’ho nominato oggi, mentre ri-linkavo questo post su Facebook, solo perché la sua memoria cade a luglio, oggi si festeggia solo Cunegonda sola soletta.
      Ma… certamente, sì! Sant’Enrico, eccome :-)

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