Pillole di Storia · Vite di Santi e Beati

[Ma che sant'uomo!] Il segnale

Mettiamolo in chiaro. San Giovanni Battista De La Salle, e cioè il più grande amore della mia vita, non era un deficiente. Anzi, è stato uno dei principali innovatori nel campo della pedagogia in tutto il corso della Storia: e non ve lo dico io che son di parte; ve lo dice Wikipedia. Nato a Reims nel 1651, morto a Saint-Yon nell’aprile del ‘719, Giovan Battista De La Salle ha letteralmente rivoluzionato il modo di insegnare: tanto per farvi un esempio, ha messo da parte il Latino, cominciando a far lezione parlando in linguamadre. Ha inventato le scuole serali per studenti lavoratori; ha ideato i percorsi di studio ad indirizzo tecnico-commerciale; ha addirittura preceduto la nostra SISS di qualche secolo, istituendo i corsi di formazione per gli insegnanti (e mai intuizione fu così geniale).
Insomma. San Giovanni Battista De La Salle, decisamente, non era un pazzo: e se aprite qualsiasi manuale di storia della pedagogia, sicuramente ve lo trovate citato con ampie trattazioni.

… però, San Giovanni Battista De La Salle era un uomo del Settecento. E, per quanto fosse molto avanti rispetto alla mentalità dell’epoca – ad esempio, aveva praticamente abolito le punizioni corporali – era pur sempre nato nel 1651. Alcune delle sue indicazioni, delle sue massime, dei suoi consigli, oggi possono decisamente farci ridere.
Ad esempio, Giovan Battista c’aveva la fissa del silenzio.

Ora: che sia buona norma studiare in luoghi silenziosi, evidentemente è un concetto abbastanza intuibile. Che sia opportuno, ragionevole, e rispettoso, stare in silenzio in aula mentre c’è una lezione in corso, te lo insegnano il primo giorno della prima elementare.
Ma Giovan Battista, per l’appunto, era un po’ fissato con ‘sta storia del silenzio. Ad esempio, secondo la sua pedagogia, non bastava che stessero zitti gli studenti – doveva star zitto anche il professore.

Scrive La Salle, con grande convinzione, che sarebbe poco utile che il maestro si impegni a far osservare il silenzio, se non è lui stesso il primo ad osservarlo. E fin lì, siamo d’accordo: bisogna dare il buon esempio.
È per questo scopo, aggiunge lui con gran candore, che nelle scuole cristiane è stato introdotto l’uso del segnale.
Ora. Il segnale, giusto per la cronaca, non vuol dire che gli insegnanti dovevano fare i mimi ed esprimersi grazie ai segni.
Peggio ancora.
Il segnale è uno strumento vero e proprio, che veniva dato in dotazione a tutti gli insegnanti che lavoravano nelle scuole lasalliane: era questo affare rotondo, in legno duro, al quale era collegata un’asticella più piccola. Facendo battere l’asticella più piccola sul bastoncino più grosso, si otteneva un suono secco e duro, che attirava subito l’attenzione dei ragazzi.
Ed ecco, non sto scherzando: per un insegnante di una scuola lasalliana, il segnale era letteralmente l’attrezzo del mestiere. Se doveva richiamar qualcuno, l’insegnante non parlava: sollevava per aria il suo segnale, e dava un colpo per attirare l’attenzione.
 


Mi rendo conto che la cosa può sembrar del tutto delirante (e non a caso, ve la propongo come una pillola curiosa): ma in realtà, se ci pensate, il provvedimento aveva anche una sua logica. Forse, qui dentro, c’è qualcuno del mestiere: e se ci fosse un insegnante in linea, lo pregherei di raccontare a tutti quanto possa essere mostruosamente faticoso passare un’intera giornata lavorativa, dalla prima mattina al tardo pomeriggio, a parlare ininterrottamente a una classe di marmocchi. A me è capitato, in un paio d’occasioni, e vi garantisco che dopo tre ore ti va via la voce: alla fine della giornata, presa da disperazione, ti riduci a usare spontaneamente mezzi simili a quello proposto dal mio Santo. Ad esempio, batti la mano contro il tavolo perché il rumore richiami l’attenzione: e del resto, la classica bacchetta dell’insegnante non è certo stata inventata per ragioni estetiche.
Ecco: La Salle si è semplicemente limitato a togliere la verga dalle mani dei maestri, e a sostituirla con un oggettino più piccolo e più innocuo. Se vaghi per la classe con un bastone in mano e un alunno ti fa perdere il controllo, rischi di avere reazioni assai spiacevoli; se ti aggiri per la classe con una specie di sonaglio, mal che vada puoi tentare di assordarlo con un CLANG più fragoroso.
E scommetto che, vista da quest’ottica, l’invenzione del segnale vi appare subito un po’ meno delirante.

Ad ogni modo: chiudiamo la parentesi, e torniamo al nostro bel segnale. La Salle apre una scuola, ci piazza qualche insegnante, lo dota di segnale, e gli raccomanda di star zitto, per dare il buon esempio. Se ha necessità di dare un ordine, lo dia con il segnale.
Piccolo problema: se io ho bisogno di una indicazione da parte tua, e tu ti ostini a rispondermi con “clang”, non è detto che ci si capisca. Evidentemente, abbiamo bisogno di un qualche codice per comunicare. Alla stessa conclusione ci era giunto anche La Salle, che infatti prosegue nel suo lucido delirio con una specie di alfabeto di segni che provveda alla bisogna: poiché sono molte le occasioni nelle quali i maestri debbono parlare, sono stati creati e codificati un numero considerevole di segni, distinti secondo gli esercizi e le azioni che si ripetono più di frequente nelle scuole. Avete presente il linguaggio di segni per i sordomuti? Ecco.
Ma forniamo qualche esempio pratico, tanto per far capire quale quadro surreale dovesse pararsi agli occhi dei visitatori in una scuola lasalliana degli albori. Cito, a casaccio, dalle opere pedagogiche del Fondatore:

– Per iniziare le preghiere, il maestro congiungerà le mani. E fin lì, tanto quanto…
– Per indicare agli alunni di disporsi per la lettura, darà un colpo con la mano sul testo sui cui si deve cominciare a leggere. E, ripeto: ancora ancora…
– Per invitare a ripetere le risposte della S. Messa – e qui incomincia il delirio – si batterà il petto.
– Per avvertire gli alunni di non far sentire la propria voce durante lo studio personale, il maestro alzerà la mano portandola all’orecchio, a destra o a sinistra a seconda del lato da cui proviene il disturbo.
– Quando un alunno domanda la parola, si metterà in piedi al suo posto con le braccia conserte. Se però la chiede per uscire per le sue necessità corporali, allora alzerà la mano restandosene seduto.
– Per iniziare la lezione di scrittura, il maestro batterà tre colpi staccati col segnale. Al primo colpo gli alunni prenderanno gli astucci e li metteranno sul banco; al secondo colpo estrarranno le penne e coltellini; al terzo colpo intingeranno la penna nell’inchiostro, e cominceranno a scrivere.

Per il resto – lo ripeto a scanso di equivoci – La Salle era veramente un genio, e un grande innovatore: ma ovviamente, era un genio settecentesco, e non si può prendere che ogni singolo dettaglio della sua pedagogia possa essere utilizzato ai nostri giorni. Il segnale, con una certa evidenza, è uno di questi piccoli dettagli: e oltre ai pochi esempi che vi ho fornito, potrei andare avanti ancora per pagine e pagine, in un vero e proprio alfabeto di segni che non ha niente da invidiare ai mimi di teatro. Ma ovviamente, è il concetto, che conta – e il concetto, è che le scuole lasalliane dei primi tempi dovevano esser qualcosa di molto simile a un manicomio.
Immaginate una intera classe completamente silenziosa, con l’insegnante che si batte il petto a mo’ di gorilla per attirare l’attenzione: uno studente si mette in piedi per chieder la parola; l’insegnante gliela concede con un colpo di segnale; il ragazzo, silenzioso, ribatte a gesti. Se capitassimo per assurdo in un contesto di questo genere, tutto penseremmo tranne che di trovarci in una scuola per normodotati.
Ma era questa, la pedagogia dell’epoca (e peggio ancora: era questa la pedagogia più d’avanguardia!): e io, se fossi un’insegnante, la troverei una pillola di Storia interessantissima.
E soprattutto, era questo lo spirito del mio Santo: che, agli occhi di noi moderni, sembra uno che si esprime a gesti; si circonda di pazzi; si comporta come un idiota; fa cose assurde pensando che sian normali.
Era del tutto inevitabile, che un elemento così mi colpisse al cuore.

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