[Ma che sant'uomo!] Virgo Consolatrix

Seconda parte

(qui la prima parte)


Lenora posò in terra il candelabro; poi posò anche il secchio pieno d’acqua, e s’inginocchiò sul pavimento. Strizzò lo straccio umido e cominciò a pulire in terra, cercando di ignorare i rumori che arrivavan dalle stanze dei padroni. La signora e le sue figlie lavoravano al telaio, e chiacchieravan fra di loro scherzando a bassa voce; il signor padrone, nella sua stanza, tanto per cambiare stava urlando. Stavolta però sembrava arrabbiato per davvero, osservò Lenora distrattamente, e non invidiò l’oggetto della sua ira. Chiunque fosse.
Strofinò lo straccio in terra, e intanto ripensò ancora al pranzo di quella mattina. Per l’ennesima volta, cercò di darsi una spiegazione logica, che non comprendesse la reale apparizione della Vergine al suo povero padrone.
Per carità. Era un bravo ragazzo, eh. Niente da dire. Una bravissima persona, diversa dai suoi parenti: lui era gentile, non ti guardava dall’alto in basso solo perché era un nobile. (Beh: in effetti non ti guardava proprio; ma questa è un’altra storia).
Però…
(“DOVRESTE SOLAMENTE VERGOGNARVI, SIETE INDEGNO DI FAR PARTE DELLA MIA FAMIGLIA!”, urlò il signor padrone dalla stanza affianco).
Però, Lenora non riusciva realisticamente a credere che il suo padrone, il suo padrone in carne ed ossa, proprio lui, proprio quello lì, avesse visto la Madonna. Era troppo umano, per vedere la Madonna. Cioè, la Madonna è lì che sta in chiesa: non è che vada in giro per il mondo a incaricar la gente di cercarle un quadro, no? Quando mai s’era sentito? E poi, proprio al suo padrone?
(“IO VI HO DATO TUTTO, VI HO DATO LA MIA CASA, VI HO DATO LA VITA, E VOI MI RICAMBIATE IN QUESTO MODO? DOVRESTE SOLAMENTE VERGOGNARVI!”).
Eppure, lei era presente e l’aveva sentito con i suoi occhi: il Benedettino aveva confermato la versione del ragazzo… e quanto era realisticamente verosimile che Jean avesse sentito quella storia tempo prima, per poi dimenticarsela, per poi sognare la Madonna il giorno prima di incontrare il monaco?
(“NON SIETE NIENTE DI QUELLO CHE AVRESTE DOVUTO ESSERE: AVREMMO DOVUTO AFFIDARVI A QUALCHE CONTADINO APPENA SIETE NATO! ECCO COSA AVREMMO DOVUTO FARE!”).
Lenora continuò a pulire il pavimento, freneticamente, anche perché quella consapevolezza la riempiva di paura. Che il suo padrone… che proprio il suo padrone fosse un veggente, un santo, come quelli della Messa… era una cosa incredibile, agghiacciante, che le faceva venire i brividi. Che proprio a lui la Madonna avesse affidato questo compito. Che proprio lui L’avesse vista. Che proprio lui
(“E PER COSA, POI? PER UN QUADRO?! E VE L’HA DETTO LA MADONNA?”).
Lenora si immobilizzò, cogliendo uno stralcio di conversazione.
“SIETE LA VERGOGNA DI QUESTA FAMIGLIA, RIMPIANGO DI AVERVI GENERATO! MI FATE RIDERE!”.
La porta si spalancò di scatto, e una figura in lacrime uscì dalla stanza correndo in mezzo al corridoio. Lenora cercò di spostarsi, ma era troppo vicina alla porta, e non fece in tempo: Jean fece qualche passo, correndo, e ovviamente non la vide… si inciampò sul suo corpo, le cadde addosso, ruzzolò per terra, e Lenora sentì l’umido delle sue lacrime sul suo vestito mentre lui cercava di rialzarsi.
“Scusate. Scusate. Io non volevo. Io…”. Jean stava singhiozzando, visibilmente, e i suoi occhi vuoti erano pieni di lacrime: stava cercando di rimettersi in piedi – probabilmente aveva capito di essersi inciampato in qualcosa di vivo, a giudicare dalle scuse – e tremava come una foglia…
“Non importa”, disse Lenora molto velocemente. “Va tutto bene. Sono solo io”.
“Scusate. Sono uno stupido. Sono una vergogna. Non riesco nemmeno a vedere…”.
Ehi!”, ripeté Lenora. “Ho detto che non importa. Sono solo io, la serva, non è un problema”.
“Scusate. Sono solo un incapace. Scusatemi. Un idiota”. Jean si era rimesso in piedi, ma stava continuando a piangere; era pallidissimo.
“Non siete un idiota”, gli disse lei in tono pratico: “siete cieco, non è mica colpa vostra. Sono io che stavo in mezzo al corridoio”.
Jean tirò su col naso.
“Anzi, spero di non avervi fatto male”.
Lui si passò il dorso della mano sulla faccia, per asciugare le sue lacrime, ma la cosa era piuttosto inutile considerato che stava continuando a piangere. “Ha ragione mio padre, sono solo un peso per questa famiglia, deve essere stata una punizione per qualcosa…”.
Una punizione?”. Lenora, incredula, lo prese sottobraccio e lo guidò verso la sua camera, con fermezza. “Ma come diamine fa quell’uomo a rovinarvi così con una semplice scenata? State scherzando?”.
Lui aveva tutta l’aria di non star scherzando.
“Siete la persona migliore che ci sia qui dentro” ripeté Lenora, aprendo la porta della camera di Jean e guidandolo all
’interno. “Fatevene una ragione, e smettetela di farvi giudicare da quegli stupidi. E del resto, non sono l’unica a pensarlo. È a voi…”. Prese un respiro, per darsi forza. “Del resto è a voi, che è apparsa la Madonna”.
Jean singhiozzò, arrivando a tentoni fino al letto. “Ma se neanche voi mi credete…”, disse amaramente.
“Non è vero. Io vi credo. Ho sentito tutto, a pranzo, mentre parlavate con quel monaco”. Esitò. “Sono incredula, ma vi credo. Mi spiace solo di non avervi dato più fiducia…”.
Lui abbozzò un sorriso, ma era un sorriso debolissimo. “Ma sono solo un stupido”, mormorò, “ha ragione la mia famiglia. Sono un incapace, un idiota, uno scherzo della natura…”.
“Siete molto migliore di tutti i vostri parenti messi assieme”, lo informò Lenora slacciandogli la cotta, che peraltro era tutta umida dell’acqua sporca del pavimento. “E a quanto pare, lo pensa anche la Vergine…”.
Jean aveva smesso di piangere, ma aveva una voce da oltretomba. “Io devo partire…”, disse pianissimo.
Lenora non rispose, anche perché non trovava argomentazioni valide con cui dissuaderlo. No, infischiatevene della Madonna?
“Io devo partire”, ripeté il ragazzo, “con o senza l’aiuto di mio padre”.
Lenora gli infilò l’abito da notte, mordicchiandosi il labbro inferiore. “Sarà molto difficile”, gli disse cautamente. “Nelle vostre condizioni”.
“Lo so”, e Jean sembrava sinceramente spaventato. “Ma è stata la Madonna…”.
“Lo so”.
Lenora rimase a guardarlo, con la vaga impressione di aver appena mandato a morte certa un povero disabile.
Ci fu il silenzio.
E poi se lo sentì uscire dalle labbra, prima ancora che il cervello fosse riuscito a elaborar l’informazione… “vi accompagno io”.
Sgranò gli occhi orripilata, al pensiero di quello che aveva appena detto. Il problema è che Jean non colse la sua espressione e si illuminò radioso, tendendo le mani verso Lenora e chiedendo: “veramente?”.
“Ehm…”, prese tempo la ragazza.
“Io non posso chiedervelo, cioè, voi non dovete, avete sentito mio padre… Non mi permetterà mai di portarmi dietro un servo, lo capite, non è possibile…”.
“Io…”. Lenora esitò; e quel che è peggio, aveva come la vaga impressione di starlo facendo per qualcosa che c’entrava molto poco, con la Madonna. Prese un respiro per farsi forza. “Non è un problema. Cioè. Non importa. Io vengo con voi, voglio aiutarvi: non mi importa niente del lavoro. È…”, e esitò ulteriormente, di fronte all’espressione di gioia incredula del padrone. “È per una buona causa. Immagino. Cioè, non potete andar da solo. E poi, insomma, la Vergine…”.
Mentre Jean, incredulo, l’abbracciava fra i singhiozzi, Lenora avvertiva questa vaga sensazione di non averci fatto un grande affare.

Partirono da soli, come due pezzenti, perché neanche i parenti di Jean eran venuti a salutarlo. Quanto a Lenora, il resto della servitù l’aveva comprensibilmente presa per idiota.
Partirono al mattino, al sorgere del sole, con un cappello a tesa larga e una bisaccia per il cibo. Percorsero il primo tratto in compagnia di un gruppo di pellegrini, che viaggiava verso Roma lungo la via francesca: pregarono con loro, spiegarono la loro storia, li impressionarono profondamente con il racconto di Jean sulla Madonna. Arrivarono alle pendici del Monginevro, e Lenora incominciò a preoccuparsi quando Jean intraprese volonterosamente la salita: incespicò su un sasso, barcollò, e poi cadde. Alla fine della giornata, penosamente aggrappato al suo bordone, Jean era pallido, esausto, e pieno di graffi. Divorando la sua pagnotta, Lenora rimase a guardarlo di lontano, indecisa se andare da lui ed abbracciarlo oppure dargli una botta in testa e riportarlo a casa, per il bene di tutti quanti.
Il tormento durò per altri due giorni di cammino; poi, quando furono giunti nell’hospitale che era stato allestito lungo il percorso, colui che stava a capo dei pellegrini prese da parte la stanchissima Lenora, e le parlò molto francamente. Jean era debole, cieco, non vedeva dove andava: non sarebbe mai stato in grado di tenere il passo della comitiva. E il viaggio, per loro, era ancora lungo: i viveri scarseggiavano, i soldi venivan meno, e non era proprio pensabile mettere a repentaglio la sicurezza del gruppo per star dietro a un cieco… “lo capite, non è vero?”.
E Lenora annuì, senza protestare: perché in effetti avevano ragione, e lei li capiva benissimo.
Quella notte, nel giaciglio dell’hospitale, pianse silenziosamente nascondendo la testa nella paglia: perché era troppo stanca; perché era troppo spaventata; perché attraversare un valico alpino da sola con un derelitto, era decisamente troppo per le sue forze.
“Mi spiace”, disse piano la voce di Jean, facendola trasalire. “Potete tornare indietro, finché siete in tempo: non siete costretta a venire, non vi ho chiesto di seguirmi. Non è stato un ordine…”.
“Lo so benissimo”, disse lei in un sussurro. E il giorno dopo, accomiatatisi dai pellegrini, si concessero un buon pasto, grazie all’ospitalità dei monaci. E poi, loro due soli, ripresero il cammino.

Quando Jean cadde la terza volta, ferendosi a un ginocchio, Lenora sentì una grande voglia di mollarlo lì con le sue visioni, e chi s’è visto s’è visto.
Quanto cadde per la quinta volta, fu così intenerita dalla sua espressione che gli ordinò di mettersi seduto, e incominciò a pulirgli i graffi.
“Davvero. Seriamente, non siete costretta a accompagnarmi. Potete andare, quando volete”, le disse Jean, timidamente.
Lenora lo guardò nei suoi occhi vuoti, e poi sorrise. “Non potrei mai lasciarvi qui da solo”, replicò con molta calma; e pulì la ferita sul suo ginocchio con la massima delicatezza possibile, attenta a non fargli male.
Jean non sorrideva. “Secondo voi ce la faremo mai?”, le chiese a voce bassa. “A arrivare a Torino sani e salvi? Da soli? Attraversando i monti?”.
Lei gli fasciò il ginocchio, e non rispose.
Jean sospirò, si passò una mano fra i capelli, ripeté ancora una volta che non era costretta a rimanere.
In tutta risposta, lei tirò fuori dalla sacca una coperta in feltro e la posò sulle spalle del padrone, visto che il sole stava già calando e tirava un vento freddo, quella sera. Lo lasciò lì a riscaldarsi sotto il panno, e si allontanò per qualche tempo alla ricerca di legna per il fuoco: quando ritornò, Jean era un bozzolo mogio e infreddolito, chino su se stesso dentro la sua coperta.
Lenora si avvicinò di un passo; esitò; aprì la bocca per parlare; si schiarì la voce. “Scusate”, mormorò alla fine. “Detto così suona male, ma… posso abbracciarvi?”. E aggiunse in fretta, dopo una breve pausa: “no, perché avete l’aria di chi ha disperatamente bisogno di un abbraccio”.
Jean le sorrise, di un sorriso splendido e sognante. “Oh, sarebbe così gentile da parte vostra…!”.
Lei trattenne a stento una risata; si sedette al suo fianco, stringendolo piano (anche perché, oltretutto, si moriva dal freddo quella sera).
“Sapete cosa ci sarebbe utile?”, sussurrò Jean.
“No”, mormorò Lenora.
“Io credo che ci sarebbe molto, molto utile, pregare la Madonna”.
Una minuscola parte del cervello di Lenora elaborò che la prospettiva non era propriamente confortante, ma visto che non aveva niente di meglio da proporre…
Jean si schiarì la voce, e poi cominciò a cantare, a bassa voce. “Stella splendens in monte ut solis radium miraculis serrato…”.
Exaudi populum”.

E la Madonna, evidentemente, doveva aver sentito le preghiere dei ragazzi, considerato che, contrariamente ad ogni ragionevole aspettativa, i due eran riusciti a oltrepassare il valico senza cadere in un crepaccio, senza farsi sbranar dai lupi, senza essere aggrediti dai briganti. Di tanto in tanto, avevano anche incontrato altri pellegrini, e carovane di mercanti con cui avevano percorso un tratto. “Ormai non deve mancare più di tanto”, osservò Lenora una mattina, tenendo Jean per il suo polso e camminando avanti a lui, per fargli strada. “Stiamo scendendo a valle – attento, c’è una curva – il peggio è già passato…”.
Sorrise, si voltò verso Jean; gli posò una mano sulla vita, per guidarlo verso destra. Controllò che mettesse in piedi nel posto giusto, che non scivolasse, che puntasse il bastone nel terreno: solo allora sollevò lo sguardo avanti a sé, verso l’orizzonte, e sentì il fiato mancarle in gola.
“È stupendo…”, disse a voce bassa, impressionata.
Jean sembrava incuriosito. “Cosa?”.
“Il… il panorama, la corona delle Alpi&hellip
; è bellissimo”, ripeté Lenora, in un sussurro: “il cielo è così azzurro, si vede ogni singola montagna… Se solo voi poteste…”.
E lo ripeté ancora una volta, “se solo voi poteste”: lo disse quella sera, nell’ultima notte accampati all’aperto prima di entrare a Olcs, e proseguire il viaggio. “Se solo poteste vedere il cielo di stanotte”, gli disse piano, sdraiata accanto al fuoco. “È bellissimo, non c’è una nuvola. È pieno di stelle”.
Jean si girò verso di lei e sospirò, un poco amaramente. “Siete molto gentile a raccontarmi tutte queste cose, ma in effetti non ho la più pallida idea di cosa sia una stella, quindi state perdendo tempo…”.
Lenora si morse il labbro inferiore. “Scusatemi”.
Silenzio.
Lui sorrise, comprensivo.
E poi Lenora sbuffò, con un gesto di stizza: “ma no, così non è giusto!”. Lanciò una occhiata a Jean, e cominciò: “una stella è…”. Esitò, cercando le parole. “Immaginate una cosa tutta buia. Senza colori. Senza forme. Senza niente”.
“Fin lì ci sono”, disse Jean, ironico.
“Ecco. Quello è il cielo, quand’è notte. Le stelle, sono… Sono tanti puntini chiari, cioè, di luce, che rompono il buio della notte”.
“Oh”.
“E mi rendo conto che non sapete cos’è la luce, però insomma, c’è questa oscurità squarciata dalle stelle…”.
“Sembra bello”, disse piano, aprendo gli occhi vuoti verso il cielo.
“Sì”, confermò Lenora. “E oggi è molto bello. Si vede bene tutto il cielo. Se poteste vederlo, lo trovereste meraviglioso…”.
Jean non rispose: si sistemò meglio il suo mantello appallottolato sotto la nuca, che fungeva da cuscino. “Voi siete davvero buonissima, con me. Siete l’unica che mi tratta… in questo modo”.
Lenora sorrise fra sé e sé, puntando gli occhi sulle stelle sparse in cielo. “Il vostro unico problema, è che siete sempre stato circondato di gente stupida che non sa apprezzarvi come dovrebbe. Ma sono stupidi. Non sanno cosa si perdono”.
Anche Jean sorrise. “Grazie”. Allungò il suo braccio verso di lei: lo posò sulla sua spalla, poi lo fece scorrere verso il basso finché non trovò la sua mano. Intrecciò le sue dita in quelle di lei; le carezzò piano, dolcemente.
Quella notte, sotto le stelle luminose, Lenora e Jean si addormentarono così: mano nella mano.

Il giorno dopo, tenendosi per mano, arrivarono alle porte della città di Olcs.
Pagarono il dazio, con gli ultimi soldi che restavano nelle loro bisacce: “da qui in poi, dovremmo affidarci alla carità della gente”, osservò Lenora, inespressiva. Jean sorrise, e sembrava divertito: “per una volta in tutta la mia vita, forse riesco a rendermi veramente utile. Voglio dire”, aggiunse in fretta: “un cieco che parte a piedi da Briançon per andare a Torino perché glielo ha detto la Madonna…”.
Lenora fu molto lieta che il cieco fosse cieco, perché le sarebbe parso molto brutto che lui la vedesse ridacchiare. Ma in effetti, Jean diceva il vero e riuscì letteralmente a salvar la situazione: nell’arco di un paio d’ore, raccontando la sua storia, era riuscito a rimediare tre pagnotte, e dettagliate indicazioni per l’hospitale più vicino.
Quando arrivò alle porte del ricovero, tenendo sotto braccio le tre pagnotte, Lenora splendeva di gioia già per conto suo. Innanzi tutto, non era morta in mezzo ai monti; secondariamente, stava finalmente per dormire in un giaciglio; e in terzo luogo, non era mai stata più contenta in tutta la sua vita. Aveva come l’impressione che la compagnia di Jean c’entrasse qualche cosa, ma da brava serva le sembrava una buona idea concentrarsi piuttosto sulle tre pagnotte.
Ad ogni modo: arrivata alle porte del ricovero, Lenora era raggiante già di suo. Tutto poteva aspettarsi dalla vita, fuorché il monaco addetto all’accoglienza si facesse dare i loro nomi, chiedesse loro dov’erano diretti, e poi sbiancasse, guardandoli fisso con stupefatta ammirazione. “Il Signore sia benedetto”, mormorò il monaco pianissimo, giungendo le sue mani. “Allora siete voi, siete arrivati, la Vergine Maria ha protetto il vostro viaggio!”.
Lenora lanciò un’occhiata a Jean, e anche lui sembrava piuttosto sconcertato. “Che cosa…?”, cominciò piano la ragazza.
“I pellegrini in transito per Roma sono stati qui la scorsa settimana, ci hanno raccontato la vostra storia”, sussurrò il monaco, con palpabile entusiasmo. “Ci hanno detto di avervi dovuti abbandonare, abbiamo tanto pregato perché riusciste a oltrepassare il valico: ed è…”. Guardò Jean, radioso: gli sorrise. “È stupendo che siate qui, è davvero un onore potervi aiutare: tutta Olcs conosce il vostro viaggio; sulla via francesca non si parla d’altro, se non del cieco che ha visto la Madonna!”.
Lenora sgranò gli occhi, ancor più sconcertata.
Jean, invece, sorrideva serenamente, come se quella fosse la notizia più bella e naturale che si fosse mai sentito raccontare. “Vi ringrazio di cuore per le vostre preghiere”, disse piano al monaco, “e vi supplico di ricordarci ancora. Grazie. Grazie veramente”.

Quella sera, Jean, Lenora, e tutti gli altri pellegrini, pregarono assieme ai monaci, cantando inni alla Madonna.
E la cosa si ripeté di città in città, giorno dopo giorno, man mano che i ragazzi proseguivano nel loro viaggio: da Olcs a Segusio; da Segusio a Buceleti; da Buceleti ad Avigliana, cantando inni, pregando la Madonna, raccontando la loro storia ai pellegrini. Una sera, mentre si scaldava accanto al fuoco, Lenora si scoprì a fissare Jean, nel rifugio per i viandanti nell’abbazia di Novalesa. Lo trovò bellissimo, e pensò che forse era così bello anche perché era sereno. Finalmente.
Forse era la prima volta in tutta la sua vita, che veniva additato in mezzo alla strada non in quanto cieco, ma in quanto… lui. E glielo disse anche, quella sera, preparandogli il giaciglio (ormai erano in viaggio da quasi un mese, e avevano sviluppato una certa confidenza) (ed era una cosa splendida. Maledettamente splendida. Lenora non immaginava che si potesse essere così felici, per il semplice fatto di passare il tempo con una persona).
Sì: glielo disse, quella sera, che era felice di vederlo finalmente rispettato. Jean non capì, aggrottò le sopracciglia: “non è mica una novità, per me”, le disse un po’ stupito. “È da quando vi conosco, che mi sento rispettato”.
E quella notte, non riuscendo a addormentarsi, Lenora si mise a sedere sul suo letto, e strinse al petto le ginocchia. Lanciò un’occhiata a Jean, che dormiva nel buio dello stanzone, e sorrise fra sé e sé, in un misto di gioia e di spavento. Perché non immaginava che potesse essere così infinitamente bello, anche solo passare il tempo a guardare una persona.

Raggiunsero Torino in un pomeriggio soleggiato, quando mancavano sedici giorni alle calende di luglio. Jean non parlava – era stato taciturno per tutto il giorno – e Lenora, del
resto, era stanchissima. Avevano percorso l’ultimo tratto molto velocemente, impazienti di raggiungere Torino: e quando finalmente toccarono le mura della città, erano stanchi e madidi per il sudore.
Lenora raggiunse il banco delle gabelle, tirò fuori dalla sacca i soldi per le tasse. Lasciò Jean un po’ in disparte, e cominciò a informarsi col gabelliere di dove fosse la chiesa che stavano cercando. Non era impresa facile, a ben vedere: l’esattore delle tasse – un grosso omaccione, robusto e corpulento – nemmeno sapeva che fosse esistita, una chiesa intitolata a Sant’Andrea.
“Vi prego”, insisté Lenora. “Ci hanno detto che sorgeva alle porte della città, nella borgata di Puteum Stratae: fu distrutta dai Longobardi, ma ancora restano le sue…”.
Il gabelliere si strinse nelle spalle, contando i soldi. “Non so che dirvi: non conosco questa chiesa. La borgata di cui parlate è proprio qui, nei pressi di…”. Sollevò per un attimo lo sguardo, aggrottò le sopracciglia, e si interruppe. “Scusate”, aggiunse un po’ perplesso: “il viandante col bastone è assieme a voi?”.
“Sì, perché?”, chiese Lenora, senza staccare gli occhi dalle sue monete che il gabelliere teneva in mano.
Il gabelliere fece un cenno con la testa. “Gli ammalati non entrano in città: sia chiaro”.
“Gli ammalat…?”, cominciò Lenora senza capire; e poi si voltò di scatto, con un nodo allo stomaco, cercando Jean in mezzo alla folla. Quando lo vide, sentì i polmoni svuotarsi in un istante: Jean era crollato a terra, era in ginocchio; era pallidissimo, e tremava.
“JEAN!”.
Nessuna reazione.
JEAN!”, gridò più forte, e corse verso di lui, terrorizzata: era solamente colpa sua, era Non avrebbe dovuto camminare così tanto, non avrebbe dovuto accettare quella fetta del suo cibo; era arrivata fino a Torino, l’aveva guidato con lei fino a Torino, e proprio ora
“Per favore. Per favore. JEAN!!”.

Il miracolo finiva, pensò Jean con una minuscola parte del suo cervello. Tutto si faceva più sfocato, i contorni meno nitidi, ma a lui non importava: perché tutto quello che avrebbe voluto fare nella vita, ora e per sempre, era di stare lì in ginocchio: a guardare Lei, a contemplare Lei, ad ammirare Lei; a cantarne le Sue lodi. Avrebbe scoperto molto tempo più tardi che non era stato il miracolo, a sfocare l’immagine perfetta della Vergine: era stata la sua commozione, che gli aveva bagnato gli occhi con le lacrime.
Era tutto così bello.
Era tutto così stupendo.
Era tutto così perfetto.
La Vergine parlò, e Jean schiuse le labbra in un sorriso, con la certezza che mai in tutta la sua vita avrebbe potuto esser più felice che in quell’istante.
E poi la Vergine scomparve, e per un lungo, infinito attimo Jean abbracciò con lo sguardo il marrone delle mura, l’azzurro del cielo terso, e vide Torino muoversi, o meglio, capì che era lui che si muoveva, perché c’era qualcuno di fronte a lui che urlava qualcosa e lo scuoteva con violenza…
“Vi prego! Ditemi qualcosa, mi state spaventando, non potete…”, gridò Lenora fra i singhiozzi, scuotendo Jean e prendendo il suo volto nelle mani.
Fu solo un attimo. Poi tornarono le tenebre.
Ma Jean avvertì una strana stretta dalle parti dello stomaco, mentre lei, spaventatissima, lo abbracciava: perché non aveva mai nemmeno lontanamente immaginato, che al mondo potesse esistere qualcosa di così splendido.

***

Lenora conservò solo delle memorie un po’ confuse, di quello che successe nei giorni successivi: l’entusiasmo, l’emozione, l’impazienza, avevano confuso i suoi ricordi un po’ come in un sogno.
Jean che si alzava. La prendeva per mano. Entrava in città, le diceva dove portarlo, 
“e poi cè una viuzza a destra”, nella Torino sconosciuta, come se ci fosse una mano invisibile a guidarlo.
I ruderi di Sant’Andrea, proprio dove Jean aveva detto: “ecco. Dovremmo essere arrivati”.
Lui che si inginocchiava, cominciava a pregare silenziosamente; e anche lei, che crollava in ginocchio tremante e emozionata, e si univa alle preghiere del ragazzo.
I passanti incuriositi. Le domande. Le risposte. Poche, per non interrompere le preci.
Il vescovo, Mainardo. Giunto sul luogo, assieme a una folla immensa, e anche lui in ginocchio accanto a Jean.
Le lodi. I canti. Tre giorni, ininterrotti, di preghiera.
E poi, Jean che sollevava un braccio, stendeva il dito, ed indicava un punto. “È lì”. E sorrideva. “Il quadro è lì. È dove sto indicando. Dovete scavare”. E sorrideva, splendido.
La folla diradarsi. Il vescovo scavare.
L’attesa.
La fatica.
La polvere.
La gioia.

Ci fu un unico boato, quando dalle macerie di Sant’Andrea riemerse, dopo secoli di abbandono, l’antica icona dall’Oriente.
Jean si portò le mani agli occhi; rise fra le lacrime; urlò di gioia.
La folla cadde in ginocchio, il vescovo alzò il quadro: e urlò con tutta la sua forza, la voce rotta dalla commozione – “ORA PRO NOBIS! Intercedere pro popolo tuo, Virgo Consolatrix!”.
Ci fu la gioia; la commozione; l’entusiasmo; la preghiera.
E poi, un po’ in disparte, mescolata ai popolani, Lenora vide Jean rialzarsi.
Lo vide esitare, un po’ perplesso. E poi lo vide sorridere, raggiante, e incominciare a camminare. A passo sicuro. Veloce, fra la folla. Scansando i mille ostacoli.
Si fermò a mezzo metro da Lenora. Era tremante, e piangeva per la gioia.
Le sorrise, fra i singhiozzi. Si avvicinò. Carezzò il suo volto.
E poi la guardò, puntando gli occhi suoi nei suoi, come se non avesse fatto altro per tutta la sua vita.
La guardò. La guardò in silenzio.
Si perse nel suo sguardo.

E in effetti, era bellissima.
 


***

 

Nota dell’autrice (ché poi, guarda un po’ che paroloni… nota dell’autrice…).

Questo è il mio post sulla Madonna Consolata, la cui festa, sentitissima, si celebra ogni anno il 20 giugno, nella mia Torino.
Le ragioni per cui la Madonna Consolatrice sia diventata, a Torino, una trista Consolata, risiedono nelle perversioni del nostro incomprensibile dialetto, e quindi lasciam perdere. Fatto sta che oggi, a Torino, è la festa della Consolata.

Evidentemente, la storia che ho scritto è leggermente romanzata, per il semplice fatto che le agiografie medievali sono appunto agiografie, e non romanzi Harmony.
Però non son diventata matta: è molto meno romanzata di quanto non si possa immaginare.

È vera la storia del cieco di Briançon, Jean Ravais o Giovanni Ravacchio (come si legge, italianizzato, in molte fonti). È vero il suo viaggio, la sua visione della Madonna, la sua guarigione miracolosa dopo aver trovato il quadro. È vero che arrivò a Torino a piedi, il 20 giugno del 1104: lo accompagnava veramente la domestica, segretamente innamorata del padrone.
Non è vero che la domestica si chiamasse Lenora, perché le fonti non riportano il suo nome, e quindi l’ho inventato io di sana pianta (dal provenzale Hellionor: “cresciuta nella luce”; altra ipotesi etimologica: l’ebraico El-Nur, “il Signore è la mia luce”).
Non so dirvi se sia vero, ma di certo è molto verosimile, il rapporto conflittuale di Ravais con il resto della sua famiglia, visto che ‘sto povero disgraziato s’è fatto a piedi 120 chilometri in salita senza che gli abbian dato nemmanco un mulo.
Invece è drammaticamente vero, anche perché non mi sarei mai inventata una cosa così stucchevole, il dettaglio iperglicemico del cieco che guadagna temporaneamente la vista per vedere la Madonna, e prima di sprofondare nelle tenebre riesce a intravvedere il volto della domestica innamorata.
Per il vecchio discorso per cui le agiografie non sono un Harmony, non c’è dato di sapere che ne sia stato alla fine della povera Lenora. A me piace pensare che, se scali un monte per star dietro a un cieco che attraversa mezza Europa per cercare un vecchio quadro, come minimo ci sia un bel lieto fine.

In tutto ciò, in questo post ho anche sfogato alcune delle mie perversioni da medievista: ad esempio con la toponomastica, che è quasi tutta medievale. Altra perversione è quella per la musica: e quindi, la canzone che Jean e Lenora cantano in montagna non me la sono inventata io ma esiste per davvero. È la danza Stella Splendens in Monte, contenuta nel Llibre Vermell de Montserrat (che è di un’altra epoca e di un’altra zona, quindi metto le mani avanti: di per sé è un anacronismo. Ma non si può mai sapere, dai: la musica girava!).
Come colonna sonora della storia, ci starebbe pure bene – guardate il testo:

Stella risplendente come raggio di sole sul monte costellato di miracoli, esaudisci il tuo popolo. A Te accorrono tutti i popoli in festa: ricchi e poveri, grandi e piccoli. Ognuno si mette in cammino per vedere con i propri occhi, e poi fa ritorno colmo di grazia. I principi e i potenti di stirpe regale, signori del mondo, dopo aver ottenuto il perdono proclamando i loro peccati e battendosi il petto, in ginocchio ora cantano Ave Maria. Gli aratori dei campi e i notai, gli avvocati, gli scultori, i falegnami e i fabbri, i sarti e i calzolai, i cardatori, gli artigiani: tutti, lì si rallegrano.

E… a proposito.
Astenersi medievisti di professione: ma fra i profani, chi è che coglie il riferimento di questo testo (e degli insulti del garzone)?
(Sì, lo ammetto: è per vedere fino a che punto il Medio Evo è insegnato male al Liceo, a tutti gli studenti che non hanno avuto la fortuna di avere il mio mitico insegnante).

E a margine di tutto ‘sto sproloquio: TA-DAAAN! Questo post, a me non piace affatto. Ma mica è colpa mia se la Consolata è oggi: a me mancava il tempo per riscriverlo

22 pensieri riguardo “[Ma che sant'uomo!] Virgo Consolatrix

  1. A me questo post è piaciuto tantissimo!Scrivi decisamente strabene! Sei troppo severa con te stessa!Mi astengo da citare riferimenti che non conosco per niente, e non dò la colpa al mio liceo, più probabile che sia la mia attenzione a fare cilecca…solo un appunto: devi correggere all'inizio con "seconda parte", altrimenti rischi che qualcuno sorvoli… io lo stavo facendo, per fortuna mi sono fermato in tempo!Diego

  2. A me questo post è piaciuto tantissimo!Scrivi decisamente strabene! Sei troppo severa con te stessa!Mi astengo da citare riferimenti che non conosco per niente, e non dò la colpa al mio liceo, più probabile che sia la mia attenzione a fare cilecca…solo un appunto: devi correggere all'inizio con "seconda parte", altrimenti rischi che qualcuno sorvoli… io lo stavo facendo, per fortuna mi sono fermato in tempo!Diego

  3. Ehm… hai anche ragione Nella mia logica mentale, la scritta "prima parte" avrebbe dovuto essere universalmente interpretata come "questo è il secondo post in merito, quindi se volete leggere il primo cliccate sul link 'prima parte' e arriverete all'inizio della storia"…… ma, ehm, in effetti mi rendo conto che non posso costringere il resto del mondo a leggermi nel pensiero ;-PGrazie!

  4. Ehm… hai anche ragione Nella mia logica mentale, la scritta "prima parte" avrebbe dovuto essere universalmente interpretata come "questo è il secondo post in merito, quindi se volete leggere il primo cliccate sul link 'prima parte' e arriverete all'inizio della storia"…… ma, ehm, in effetti mi rendo conto che non posso costringere il resto del mondo a leggermi nel pensiero ;-PGrazie!

  5. Bellissimo questo racconto e lo hai scritto davvero bene… ho letto tutta la storia e ho immaginato questi due poveri "cercatori" della luce sulla della via Francigena… e mi sono immaginato io fra un mesetto e passa a fare il pellegrino anche se io non sono alla ricerca di qualcosa di specifico e sarò solo :o)Non ho colto riferimenti ma io sono informativo e al massimo posso citare qualche nome fantasy… Leonora mi sembra sia ripreso in qualche racconto elficoUn sorriso :)

  6. Bellissimo questo racconto e lo hai scritto davvero bene… ho letto tutta la storia e ho immaginato questi due poveri "cercatori" della luce sulla della via Francigena… e mi sono immaginato io fra un mesetto e passa a fare il pellegrino anche se io non sono alla ricerca di qualcosa di specifico e sarò solo :o)Non ho colto riferimenti ma io sono informativo e al massimo posso citare qualche nome fantasy… Leonora mi sembra sia ripreso in qualche racconto elficoUn sorriso :)

  7. Ecco: un qualche giorno di pellegrinaggio (non dico sul Cammino, ché probabilmente mi mancherebbe proprio la voglia di osare tanto, ma anche solo sul tratto di via francigena che hanno aperto qui a Pavia) è una cosa che mi piacerebbe tantissimo fare…. e che ovviamente non potrò fare mai, a causa dei miei fastidi al piede :-PUffa: qui a Pavia stanno facendo un lavoro bellissimo per valorizzare la via francigena, e ci hanno lavorato molto anche i medievisti (ovviamente), ma io son ferma alla teoria… :-)Allora approfitterò dell'occasione (tua) per una "pillola di Storia" sui pellegrinaggi medievali… e in compenso non sapevo che il nome di Lenora fosse stato ripreso dagli autori fantasy! Beh, in effetti è molto medievaleggiante…In compenso, pare che si sia diffuso proprio in Francia, a partire dal XII secolo… quindi ho anche avuto una colossale botta di fortuna, nella scelta onomastica! :-D

  8. Ecco: un qualche giorno di pellegrinaggio (non dico sul Cammino, ché probabilmente mi mancherebbe proprio la voglia di osare tanto, ma anche solo sul tratto di via francigena che hanno aperto qui a Pavia) è una cosa che mi piacerebbe tantissimo fare…. e che ovviamente non potrò fare mai, a causa dei miei fastidi al piede :-PUffa: qui a Pavia stanno facendo un lavoro bellissimo per valorizzare la via francigena, e ci hanno lavorato molto anche i medievisti (ovviamente), ma io son ferma alla teoria… :-)Allora approfitterò dell'occasione (tua) per una "pillola di Storia" sui pellegrinaggi medievali… e in compenso non sapevo che il nome di Lenora fosse stato ripreso dagli autori fantasy! Beh, in effetti è molto medievaleggiante…In compenso, pare che si sia diffuso proprio in Francia, a partire dal XII secolo… quindi ho anche avuto una colossale botta di fortuna, nella scelta onomastica! :-D

  9. Ho cercato il nome e mi sono ricordato dove lo avevo sentito.. è il nome di un Drago nella saga di Eragon… trovi qui un sunto dei Draghi: http://www.eragonitalia.it/draghi.phpMentre questo un altro dettaglio:Elfi della Luna Tagliente – Irin-Dah ‘Lim (Abitatori della Luna Tagliente)Abitano le pianure sterminate dell’altopiano di Rall in Lenora, nell’Isola del Levante. Si tratta di una colonia degli Elfi di Lur che a poco a poco si e’ adattata all’ambiente tropicale, fondando una propria comunita’ autogestita.Circa la via Francigena è un "desiderio" che ho dopo il cammino :o)Un sorriso :)

  10. Ho cercato il nome e mi sono ricordato dove lo avevo sentito.. è il nome di un Drago nella saga di Eragon… trovi qui un sunto dei Draghi: http://www.eragonitalia.it/draghi.phpMentre questo un altro dettaglio:Elfi della Luna Tagliente – Irin-Dah ‘Lim (Abitatori della Luna Tagliente)Abitano le pianure sterminate dell’altopiano di Rall in Lenora, nell’Isola del Levante. Si tratta di una colonia degli Elfi di Lur che a poco a poco si e’ adattata all’ambiente tropicale, fondando una propria comunita’ autogestita.Circa la via Francigena è un "desiderio" che ho dopo il cammino :o)Un sorriso :)

  11. Anch'io ho trovato il post bellissimo. Pensa che dopo la prima parte volevo protestare perché costretta ad attendere il seguito! Ma poi lui è tornato ad essere cieco? Già che c'era, la Madonna poteva completare l'opera e ridargli definitivamente la vista, no?

  12. Anch'io ho trovato il post bellissimo. Pensa che dopo la prima parte volevo protestare perché costretta ad attendere il seguito! Ma poi lui è tornato ad essere cieco? Già che c'era, la Madonna poteva completare l'opera e ridargli definitivamente la vista, no?

  13. No!!O mannaggia, come faccio a renderlo più esplicito? (Non è una domanda retorica, accetto consigli per davvero… tanto prima o poi 'sto coso dovrò riscriverlo: io vi ringrazio, ma a me continua a sembrar brutto) (E in effetti, se manco si capisce come va a finire… ;-P)No no: Jean Ravais recupera definitivamente la vista grazie all'intervento miracoloso della Madonna, non appena il quadro torna alla luce. Peraltro, se andate a Torino nel santuario della Consolata, c'è anche un dipinto che raffigura il momento del miracolo.Le storie come questa (e Torino n'è pienissima) sono state un po' il pane della mia infanzia (assieme alle storie sulle masche). Mi mettevo sulle ginocchia di mia nonna, mangiavo pane e salame, e la ascoltavo mentre mi raccontava queste storie (rigorosamente in Piemontese)…… fossi nata a metà Ottocento, mi avrebbero tirata su in maniera non dissimile :-DMarinz: beh, per la via Francigena puoi sempre cominciare a percorrere il tratto qui a Pavia; mi sembra che stian facendo un buon lavoro. Peraltro, se ne occupa una mia bravissima professoressa dell'Università… :-)Grazie per l'informazione onomastica (in effetti non ho mai letto Eragon), e in compenso…… prossima volta che vai a Torino, fatti accompagnare alla Consolata, a questo punto! :-PCaspita, è bellissima, è LA chiesa di Torino: è atroce che uno venga a Torino e non veda la Consolata!! ;-)

  14. No!!O mannaggia, come faccio a renderlo più esplicito? (Non è una domanda retorica, accetto consigli per davvero… tanto prima o poi 'sto coso dovrò riscriverlo: io vi ringrazio, ma a me continua a sembrar brutto) (E in effetti, se manco si capisce come va a finire… ;-P)No no: Jean Ravais recupera definitivamente la vista grazie all'intervento miracoloso della Madonna, non appena il quadro torna alla luce. Peraltro, se andate a Torino nel santuario della Consolata, c'è anche un dipinto che raffigura il momento del miracolo.Le storie come questa (e Torino n'è pienissima) sono state un po' il pane della mia infanzia (assieme alle storie sulle masche). Mi mettevo sulle ginocchia di mia nonna, mangiavo pane e salame, e la ascoltavo mentre mi raccontava queste storie (rigorosamente in Piemontese)…… fossi nata a metà Ottocento, mi avrebbero tirata su in maniera non dissimile :-DMarinz: beh, per la via Francigena puoi sempre cominciare a percorrere il tratto qui a Pavia; mi sembra che stian facendo un buon lavoro. Peraltro, se ne occupa una mia bravissima professoressa dell'Università… :-)Grazie per l'informazione onomastica (in effetti non ho mai letto Eragon), e in compenso…… prossima volta che vai a Torino, fatti accompagnare alla Consolata, a questo punto! :-PCaspita, è bellissima, è LA chiesa di Torino: è atroce che uno venga a Torino e non veda la Consolata!! ;-)

  15. Ah, meno male! In effetti mi era parso strano che non riacqwuistasse definitivsamente la vista. Ma no, stai tranquilla: ho capito male io. Il post resta bellissimo. Anche mia zia (sorella di mia nonna) mi raccontava sempre delle masche. Diceva che si trasformavano in gatti per girare indisturbate per le campagne. Naturalmente, piemontese anche lei e IN piemontese (alessandrino, però).

  16. Ah, meno male! In effetti mi era parso strano che non riacqwuistasse definitivsamente la vista. Ma no, stai tranquilla: ho capito male io. Il post resta bellissimo. Anche mia zia (sorella di mia nonna) mi raccontava sempre delle masche. Diceva che si trasformavano in gatti per girare indisturbate per le campagne. Naturalmente, piemontese anche lei e IN piemontese (alessandrino, però).

  17. A me è piaciuta la storia :PNon colgo il riferimento, ce lo dici? Altrimenti dacci qualche indizio in piùDaniele

  18. A me è piaciuta la storia :PNon colgo il riferimento, ce lo dici? Altrimenti dacci qualche indizio in piùDaniele

  19. allora posto che il riferimento non l'ho colto nemmeno io, tu devi spiegarmi una cosa: ma come fai a mettere link in un blog manco fosse una pagina qualunque in html?

    L'altro trucchetto che non ho ancora capito (e che forse non c'è) è come fai a fare la cancellatura delle parole nei post. Hai beccato un modo veloce o ti metti con la Santa Pazienza a digitare l'apposito tag?

  20. allora posto che il riferimento non l'ho colto nemmeno io, tu devi spiegarmi una cosa: ma come fai a mettere link in un blog manco fosse una pagina qualunque in html?

    L'altro trucchetto che non ho ancora capito (e che forse non c'è) è come fai a fare la cancellatura delle parole nei post. Hai beccato un modo veloce o ti metti con la Santa Pazienza a digitare l'apposito tag?

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