Vite di Santi e Beati

[Ma che sant’uomo!] La storia di Giovanni

Oggi, domenica 31 luglio, si fa memoria di Sant’Ignazio di Loyola, fondatore dei Gesuiti.
Io, tanto per fare il bastian contrario, vi propongo invece un post sul fondatore dei Gesuati. Che non è un errore di battitura ma è proprio una congregazione a parte, soppressa da Papa Clemente IX nel 1668.

Ordine religioso interamente laico, la congregazione dei Gesuati fu fondata a Siena attorno al 1360, o giù di lì. Il suo fondatore fu il ricco banchiere Giovanni Colombini, una specie di Poverello d’Assisi beatificato da Gregorio XIII… e immeritatamente sconosciuto ai più.
Dico “immeritatamente” perché la sua storia è bella, eh!
È bella per davvero!

Così bella da meritare una nuova puntata di

Ma che sant’uomo!

sottosezione

Beato te!

ovverosia

Tutto quello che non volevate sapere sui Beati,
e che men che meno avreste osato chiedere


Il Colombini era un gran manager, oh.
Fosse vissuto ai nostri giorni, sarebbe stato uno di quei rampanti imprenditori di successo: mercante dagli affari floridi, banchiere stimatissimo, se ne andava in giro giorno e notte con l’equivalente medievale del Blackberry attaccato all’orecchio.
Titolare di una florida azienda per la rivendita di lana all’ingrosso, che da qualche tempo aveva addirittura aperto una filiale a Perugia, il nostro Colombini era uno di quei ricchi schifosamente ricchi, con l’accento sullo “schifo”. A tempo debito, si era impalmato una bella ereditiera di una famiglia il cui cognome è garanzia ancora adesso, figuriamoci nel MilleTre, e trattava la sua dolce sposa nello stesso modo in cui trattava i suoi dipendenti.
E cioè, da schifo.

Ad esempio. Pensate a quel giorno.
Giovanni era tornato a casa dopo una mattinata abbastanza pesante, tutta passata a far di conto e a riveder lana e a conteggiare gli interessi dei prestiti a usura e così via dicendo. Aveva oltrepassato la soglia di casa sua con il solo desiderio di riempirsi lo stomaco con qualcosa di buono, martellare sua moglie di lamentele su quanto incredibilmente faticosa fosse stata la sua giornata (tanto, sicuramente lei era stata a girarsi i pollici per tutto il giorno), e quindi tornare in ufficio per tutto il pomeriggio. Si era richiuso la porta alle spalle, aveva accuratamente evitato di dar corda ai suoi bambini che volevano giocare, e si era avviato a passi svelti verso la sala da pranzo, dove sapeva per certo di trovare…
una tavola spoglia e completamente vuota, senza uno stracavolo di piatto ad aspettarlo?!?

Colombini urlò, scandalizzato; e la moglie Biagia sobbalzò, all’udire le sue grida.
Lanciò un’occhiata alla finestra, (‘ommiseria, è già la mezza!’), e impallidì vistosamente. “Ossantocielo… scusatemi, avevo completamente perso la cognizione del tempo…”. Si passò una mano fra i capelli, imbarazzata: “corro subito in cucina, vado subito a preparar qualcosa, scus…”.
“Ma starai SCHERZANDO?!”, le urlò dietro Colombini. Non solo era irritato per una questione di principio; c’era anche un problema pratico: aveva un mucchio di cose da fare, la pausa-pranzo doveva esser breve… e quella deficiente gli faceva perdere tempo così?! A lui, così impegnato?
“Su, su, ci metterò poco. Per passare il tempo, sfogliate questo libro”, sussurrò la moglie conciliante, piazzandogli in mano un grosso tomo.
Colombini gli lanciò un’occhiata, e alzò gli occhi al cielo: la Legenda Aurea di Jacopo da Varagine. Sua moglie era una tipa strana, una di quelle santerelline casa e chiesa, ma lui decisamente no: ulteriormente irritato per quella presa in giro, urlò alla donna che lui voleva mangiare, non leggersi uno stracavolo di agiografia. E poi, tanto per esser più incisivo, le tirò il librone in testa.
[NB Nota della bibliotecaria storica: un conto è beccarsi in testa un tascabile formato paperback; un conto è beccarsi in testa un manoscritto medievale. Ahio].

La nostra storia, a questo punto, potrebbe anche chiudersi qui, con un deprecabile esempio di violenza domestica.
E invece no.
Perché la moglie, pora donna, filò in cucina a preparare il pranzo.
Quanto al marito, che effettivamente doveva far qualcosa per passare il tempo… beh, lui andò a raccattare il libro, tanto per fare.
Ne lesse una pagina.
Restò fulminato.
E… beh, sì, insomma. Non si convertì sulla via di Damasco, ma si convertì nel salotto di casa sua: e più leggeva, più si rendeva conto di aver davanti degli esempi vivi, concreti, di felicità imitabile.
E più leggeva le vite di quei Santi, più capiva di aver sbagliato tutto.

Quando tornò con un vassoio caldo, la moglie trovò davanti a sé un uomo nuovo.
Il manager senza cuore era metaforicamente morto. Ma in compenso, era venuto al mondo un Santo.


La nostra storia, a questo punto, potrebbe anche chiudersi qui, con un lodevole esempio di conversione a tutto campo.
E invece no.
Nel senso che tutte le storie hanno dei chiaroscuri, e che giustamente ce li ha anche questa.
Ad esempio: la moglie di Colombini vi ha fatto una gran pena, no?
Una povera donna abbrutita e maltrattata, che vive cristianamente e prega per la conversione del suo sposo (e poi la ottiene).
Una specie di Santa!
Santa subito!!
Oppure no?

Beh… andateci piano, coi giudizi.
Perché è molto facile fare i bravi cristiani nella vita di ogni giorno, e ergersi a guida per il prossimo e a modello da imitare.
Ma poi… lo si è davvero?

“Oh, mio amore, è meraviglioso!”, aveva singhiozzato la sposina dolce buttandosi al collo del marito, quando lui le aveva annunciato, con fermezza, la sua conversione. “Il Signore ha dato ascolto alle suppliche della sua serva: sapessi quanto ho pregato, perché tu potessi raggiungermi sulle vie della fede!”.
E Giovanni le aveva sorriso, eh.
Proprio felice, e intimamente grato per cotanta grazia.

A un certo punto, Giovanni aveva cominciato a accantonare un po’ il lavoro, e a vagare per la città per annunciare Cristo. E la moglie aveva sorriso, felicissima.
Poi, Giovanni aveva annunciato alla sposa di voler vivere in perfetta castità; e lei aveva praticamente fatto i salti di gioia, (anche perché, insomma, il marito aveva già i suoi anni…).
Poi, Giovanni aveva decretato di voler vendere l’azienda. E lì, la moglie aveva smesso di sorridere.
Poi, Giovanni aveva deciso di dare in beneficienza i proventi della vendita. E la moglie aveva attivamente espresso la sua contrarietà.
Infine, Giovanni aveva dato una piccola pensione a moglie e figli, e si era sbarazzato di tutto il resto dei suoi beni.
E allora, la moglie gli aveva urlato contro. “Maledetto il giorno in cui vi siete convertito!!!”.

“Ma come?!”, aveva chiesto Giovanni, stupito e addolorato ad un contempo. “Non eravate stata proprio voi a pregare perché mi convertissi?”.
“Sì”, aveva urlato la donna: “ma io pregavo perché piovesse, e non perché diluviasse!!”.

Il libretto da cui ho tratto questo aneddoto (un manuale per educatori cristiani di metà anni Cinquanta) concludeva con questo spunto. La psicologia di questa donna è quella di tanti Cristiani: vorrebbero amar Dio e salvarsi… ma non al punto di rinunziare sul serio ai beni, ai piaceri, e agli onori di questo mondo.
Insomma: quando il gioco si fa duro…

Come spunto di riflessione è una bella mazzata, eh?

One thought on “[Ma che sant’uomo!] La storia di Giovanni

  1. Come spunto di riflessione è una bella mazzata, e trova un fertilissimo campo di applicazione – quanto di impossibile attuazione nell'inesorabile declino di questo ciclo – nell'odierna civiltà occidentale.

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