[Ma che sant’uomo!] I martiri di Buta

Ottobre: mese del rosario.
Avevo pensato di raccontarvi il perché, e quali sono le origini del rosario, e chi è stato a inventarlo e a diffonderlo, e così via dicendo.
Poi però ho dato un’occhiata al calendario, e sono stata colpita dal fatto che, quest’anno, ottobre ha cinque fine-settimana. Su FaceBook dicono che capita una volta ogni 823 anni e quindi bisogna festeggiare facendo cose turche (e mentono): in ogni caso, l’occasione era troppo ghiotta per farsela scappare. Un mese di ottobre con cinque week-end è il contesto ideale per mettere in atto un progetto che mi frullava in testa da un po’ di tempo.
E cioè, un rosario missionario online.

Avete presente, il rosario missionario?
È stato inventato tempo addietro da Monsignor Sheen, vescovo statunitense per cui è stato già avviato il processo di canonizzazione. Il testimonial più famoso di questo rosario è probabilmente Giovanni XXIII, che dichiarava di recitarne uno al giorno, da quando era diventato Papa, nella speranza di riuscire effettivamente ad abbracciare con le sue preghiere tutto quanto il mondo.
Sì, perché… qual è la peculiarità del rosario missionario?
Di per sé, è un rosario come tutti: si meditano i misteri del giorno, si recitano le Ave Marie, si snocciolano le cinque decine, e così via dicendo.
Ma il rosario missionario, a guardarlo bene, ha un aspetto un po’ inconsueto.

Ebbene sì: ognuna delle decine ha un colore differente.
E ogni colore rappresenta uno dei cinque continenti.
Il concetto è che, recitando quella decina, il fedele offre le sue preghiere per le esigenze di quel continente lì. Alla fine del rosario, il fedele avrà così pregato specificamente per tutto il mondo.
Qui ci sono alcuni esempi su come si può proficuamente recitare un rosario simile. In genere, le meditazioni sono guidate: prima di ogni decina, il fedele è spronato a riflettere sulle particolari situazioni del continente per cui sta pregando.
Queste meditazioni possono essere formulate in n modi diversi: talvolta, mi è capitato di sentire gente che ti raccontava in due parole la vita di un Santo locale – uno per continente – ergendolo un po’ a simbolo di quelle terre.
E per l’appunto… così voglio fare anch’io.

In ognuno dei cinque week-end di ottobre, vi racconterò la vita di un Santo che mi è parso particolarmente adatto per simboleggiare il suo continente. Week-end dopo week-end, alla fine del mese dovrei aver finito di snocciolare virtualmente le cinque decine del rosario missionario.
E se poi addirittura qualcuno di noi si mettesse a snocciolarla per davvero, una decina per week-end… pensate che bello! Alla fine del mese, avremmo pregato per il mondo intero!

***

La prima decina rappresenta l’Africa. Il colore verde dei suoi grani simboleggia le rigogliose fronde delle sue foreste.
(Ehm. Quando pensate all’Africa, la prima cosa che vi vengono in mente sono le sue foreste? Vabbeh).
E dunque… ecco a voi il Santo per la prima decina, in una nuova puntata di

Ma che sant’uomo!

ovverosia

Tutto quello che non volevate sapere sui Santi,
e che men che meno avreste osato chiedere


Innanzi tutto chiedo scusa: ma, diversamente dagli altri post, questo qua non è un post divertente. In effetti, è abbastanza difficile fare ironia quando si parla di un genocidio che ha ucciso un milione circa di persone, nei modi più efferati.
E dire che il peggio era passato, eh!
Il genocidio del Rwanda, che ci ha tenuti attaccati alla televisione per tutta la primavera-estate del 1994, si considera ufficialmente concluso nel luglio di quell’anno.
Evidentemente, non è che dal 1° agosto in poi gli Hutu e i Tutsi si siano riabbracciati e abbiano incominciato a comportarsi da amiconi.

Però.
Però, caspita.  All’epoca dei fatti che vi sto per raccontare, erano già passati ben tre anni… Tre anni in cui il Rwanda (e tutti gli Stati circostanti, anch’essi colpiti dall’eccidio) avevano faticosamente provato a rialzarsi in piedi. A leccarsi le ferite. A andare avanti. E c’erano delle oasi di pace, in mezzo a questa terra devastata dal sangue, in cui sembrava che l’Africa ce l’avesse fatta per davvero.

Una di queste oasi di pace era il seminario minore di Buta, nella diocesi di Bururi. Siamo nel Sud del Burundi, uno staterello collocato fra Rwanda e Tanzania.
I ragazzi del seminario non avevano fatto proprio niente di strano, per tirarsi addosso l’odio dei connazionali.
Anzi: non avevano fatto proprio un bel niente.
Avevano fatto quello che centinaia di ragazzi in tutto il mondo fanno ogni anno, con la massima naturalezza. Avevano sentito la vocazione, erano entrati in seminario, e avevano cominciato a far vita comune coi compagni seminaristi.
Punto.
A loro non gliene poteva fregar di meno, che i loro compagni di seminario fossero hutu, tusti, o appartenenti a chissà quale altra etnia.
Forse non glielo avevano neanche chiesto; o forse ne avevano parlato nelle loro chiacchiere serali, con lo stesso spirito con cui noi commentiamo “oh: sei del Friuli? Dicono che sia una bellissima regione: io invece vengo da Torino!”.
Cose così.
Una chiacchierata sul più e sul meno, nella sala comune del seminario, prima di andare a letto.
Perché davvero, l’etnia non è importante. Erano amici, erano compagni: erano accomunati da una stessa fede. Cosa caspita importava, sapere s’eran hutu, tutsi, o vattelappesca cosa?

Eran tutti giovanissimi. Il più vecchio aveva vent’anni; il più giovane, appena quindici.
Non so nemmeno fino a che punto fossero consapevoli del fatto di dar scandalo con la loro stessa esistenza; con la loro amicizia. Forse non lo sapevano nemmeno, che c’erano alcuni esagitati che schiumavano rabbia e sangue al solo pensiero di questo seminario, in cui quaranta ragazzini davano prova di amicizia, solidarietà e affetto nonostante le differenze razziali, e nonostante i pregiudizi.
Per i ragazzi era normale: non c’era un bel niente di strano.

Forse hanno sgranato gli occhi, quel 30 aprile del ’97, alle cinque del mattino, quando una banda armata del Consiglio Nazionale per la Difesa della Democrazia ha fatto irruzione nel dormitorio del ragazzi, sparando quattro colpi di pistola per buttarli giù dal letto.
Il C.N.D.D. aveva un piano molto semplice: separare le due etnie.
Hutu da una parte, e Tutsi da un’altra, com’era sempre stato e come ovviamente doveva essere. I Tutsi sarebbero stati assassinati, com’era giusto; gli Hutu avrebbero avuto salva la vita, a patto che mettessero la testa a posto e cominciassero a comportarsi sensatamente.

E quindi spiegarono la questione, eh.
Lo fecero pacatamente, parlando con chiarezza: “Hutu da una parte, Tutsi dall’altra; non fate tante storie, ché siamo armati e abbiamo fretta”.
I banditi erano pronti a tutto: si aspettavano tentativi di fuga, scene di panico, patetiche suppliche naturalmente inutili. Osavano anche sperare in un po’ di collaborazione da parte hutu, non fosse altro che per lo spirito di autoconservazione.
L’unica cosa che non si aspettavano, è che questi quaranta ragazzini sgranassero gli occhioni e li fissassero come si guarderebbe un pazzo scatenato.

Ripeterono l’ordine, una seconda volta. “È la vostra ultima occasione per avere salva la vita: dividetevi in due gruppi!”.
I ragazzini li fissarono con crescente sconcerto, stringendosi ancor più gli uni agli altri.
Dopo un paio di minuti di questa solfa, apparse evidente a tutti che i quaranta seminaristi non avevano la benché minima intenzione di separarsi. Non avevano intenzione di abbandonare i loro amici, non avevano intenzione di dar credito a quei pazzi; non avevano intenzione di sottomettersi al delirio delle guerre etniche, capaci di sterminare una intera popolazione solo perché qualche psicopatico si sveglia la mattina e decide di sterminare un gruppo di persone con la sola scusa che non gli assomigliano fisicamente.

I quaranta ragazzi del seminario di Buta guardarono a testa alta i loro aggressori; e restarono uniti, nell’amicizia e nella fede.
I banditi, prevedibilmente, persero la testa. E partì il primo colpo.

Jolique Rusimbamigera, che mi risulta essere l’unico sopravvissuto a quel massacro, fu ferito gravemente ma riuscì a salvarsi. “Erano tantissimi”, racconterà qualche anno dopo: “mi sono sembrati cento. Hanno cominciato a minacciarci, e ci ordinavano di dividerci; erano armati fino ai denti: mitra, granate, fucili, coltellacci… Ma noi restavamo uniti!
“Allora, il loro capo si è spazientito e ha dato l’ordine: Sparate su questi imbecilli che non vogliono dividersi! E mentre noi giacevamo nel nostro sangue, pregavamo per quelli che ci uccidevano. Sentivo le voci dei miei compagni che dicevano: Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”.

Altri, anziché cercare di nascondersi, preferirono restare accanto ai feriti per confortare i loro amici agonizzanti.
Altri ancora, tenendosi per mano, cominciarono a cantare salmi al Signore.

Guardateli.
Guardateli ad uno ad uno, tutti quanti: quaranta ragazzini (bambini, addirittura!), che hanno guardato in faccia l’odio. E non si son lasciati intimidire.

Da quel giorno, il seminario di Buta è diventato meta di pellegrinaggio per tutti i Burundesi.
La popolazione va lì, sulle tombe di quei martiri, a pregare perché la pace possa finalmente ritornare in Africa, e portare un po’ di sollievo a quella terra devastata.

9 pensieri riguardo “[Ma che sant’uomo!] I martiri di Buta

  1. Quando sono stato a Lourdes, ho comprato un rosario missionario come ricordo, quindi non posso fare altro che unirmi anche io!

    Dai volti dell'immagine, direi che veramente c'erano dei bambini in quella comunità O_O spaventoso quello che è successo! Se in Africa si riuscissero a superare le barriere imposte dalle etnie, forse la metà dei problemi del continente sarebbero risolti, probabilmente è per questo che tale racconto è veramente straordinario.

    Daniele

  2. ediaco, cecilia… ma grazie!!
    Che gentili, addirittura il "rilancio" sui blog altrui! Ma grazie!!

    Daniele, sì, eran davvero dei bambini. I più giovani avevano quindic'anni.
    E i più grandi ne avevano diciannove-venti, eh: questo episodio mi ha colpita tantissimo anche perché erano tutti giovanissimi, ragazzini. E' sorprendente pensare a tutti questi ragazzini che trovano, senza nessuna esitazione, il coraggio per un gesto simile, considerato soprattutto che molti di loro avrebbero avuto l'opportunità di salvarsi… E' davvero una storia straordinaria, sì.

    E grazie anche a te per esserti unito alla recita, ovviamente ;-)

  3. Avevo sentito questo racconto già altre volte e sempre rimango meravigliato da come l'Amore di Dio riempie i cuori delle persone che credono nel suo Vangelo… e le domande che sorgono sono sempre forti: sarei capace di fare lo stesso?

    Oggi mi unisco al rosario per l'Africa dove sono stato anche questa estate :o)
    E ti assicuro che se vai in Etiopia ti viene naturale pensare al verde, più che delle foreste, dei campi che si estendono per km. Ma potrebbe anche starci il rosso della terra (ma il rosso è occupato dall'America)

    un sorriso :)

  4. Conoscevo già questo episodio ma ogni volta che ci penso o ne leggo mi mette i brividi… cerco di mettermi nei panni di questi ragazzini che erano normalmente amici e che si sono trovati di fronte all'irruzione di quella follia e sono morti insieme… sì, sono proprio dei santi. Mi unisco anch'io a questa tua idea, anche perché mi piace pensare che ogni weekend noi lettori che non ci conosciamo neanche se non perché ci incrociamo da queste parti coi nostri nick, pregheremo insieme e per la stessa causa. Bello! :-))

  5. Mamma mia 15 anni O_O
    Cioè fa impressione pensarci perchè… diciamocelo, oggi i ragazzini di 15 anni (e fino a qualche fa anche noi magari per cose diverse) litigano per un niente, sono interessati spesso solo all'ultimo videogame della playstation, hanno strampalate idee sul sesso, sulla vita, sui valori che contano, o proprio non ce l'hanno affatto… e questi invece hanno avuto la forza di opporsi in forza della loro fede e di un principio che dovrebbe appartenere a tutti, cattolici e non: l'uguaglianza.

    Daniele

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