Pillole di Storia · Tradizioni e folklore

La resta de linsöe

Succedeva cent’anni fa; succede ancora.
Da tempo immemore, in queste settimane, il paesello in riva al mare si fa bello, solleva le saracinesche, riapre i suoi negozi, e si prepara alla sua fiera. Ahò: lo so che si crepa dal freddo, e che noi, per arrivare in loco, abbiamo dovuto lottare contro neve, vento, gelo, e previsioni meteo di imminente glaciazione. Apparentemente, l’inizio di febbraio potrebbe sembrare la stagione più folle in assoluto per organizzare una fiera (soprattutto se la fiera ha una storia pluri-centenaria); in realtà, bisogna considerare il fatto che, di questi tempi, in Liguria s’è appena conclusa la stagione olivicola. Ellossò che è pieno di ghiaccio per le strade, ma fa niente: se sei un Mercante Di Terre Lontane e vuoi comprarti qualche bottiglione d’olio fresco da rivendere, questo è il momento giusto per metterti in moto.

Adesso, l’antica fiera è l’occasione giusta per attirare un po’ di turisti; il che non fa mai male.
Un tempo, l’antica fiera era praticamente l’unica occasione per concedersi qualche lusso, comprar qualche regalo, attingere a quei pochi risparmi che eran stati messi da parte durante l’anno.
Ammesso e non concesso di averne la possibilità economica, in fondo in fondo non era mica facile andare a far shopping a fine Ottocento, se eri un povero disgraziato che viveva infognato in un micro-paesello in riva al mare.

E così, la gente del paesello approfittava della fiera per fare qualche acquisto “extra”. E – udite udite! – c’era anche una questa usanza. I ragazzi del paesello rompevano metaforicamente il loro salvadanaio… e compravano un regalo per la loro fidanzata. O per la ragazza che intendevan corteggiare.

Non lo facevano perché “era San Valentino”, a dispetto del calendario: la storia di questa festa è molto lunga e complicata, ma sicuramente non comprende antichi festeggiamenti nella Liguria ottocentesca. Lo facevano, molto più banalmente, perché a fine febbraio incomincia la Quaresima: prima del lungo digiuno e della triste penitenza, c’era ancora qualche brandello di festa per potersi divertire…
…e quindi, spazio all’amore, ai corteggiamenti, e così via dicendo.

Non compravano un regalo a caso, questi ragazzotti liguri di fine Ottocento.
Oh, no.
A dar retta a un libro di memorie che m’è capitato fra le mani, compravano, in massa, uno specifico regalo. Che mi è sembrato così fantastico, nella sua semplicità, da meritarsi questo post.
Compravano – ascoltate bene – la resta de linsöe.

“Resta”, non ho la più pallida idea di cosa voglia dire: forse “fila”? Boh. Mi servirebbe qualcuno che conosce il dialetto ligure.
“Linsöe”, invece, vuol decisamente dir “nocciole”.
Fatto sta che “resta de linsöe” sta a significare – cito testualmente – “una lunga collana di piccole nocciole infilate in uno spago”.
Presumibilmente, arrivavano dal Nord, sulle carovane dei mercanti piemontesi che scendevano con le loro merci. Si trattava di una collanina, un gingillo, un vezzo per ragazze: se la mettevano al collo e la sfoggiavano con lo stesso orgoglio di chi indossa, oggi, un girocollo di gran perle.
Basta poco, in fondo, per sentirsi un po’ più belle. E se non hai troppe pretese, praticamente ogni cosa può trasformarsi in un gioiello.

E poi?

Ebbeh: e poi, le nocciole si mangiavano: sono un frutto che si conserva sufficientemente a lungo per poter essere sfoggiato e ri-sfoggiato in mille occasioni, sottoforma di collana – mica come i mazzi di fiori odierni, tsk!, che dopo qualche giorno già appassiscono. Ma poi – giustamente; comprensibilmente – anche la collanina poteva esser riutilizzata; e forse, il dispiacere di vederla scomparire era mitigato dal piacere di poter gustare, una volta tanto, il sapore delizioso delle piccole nocciole. Perché una volta non potevi mica uscir di casa per comprarti la Nutella in quattro e quattr’otto, se te ne veniva voglia!

E… sì, insomma: la storia è tutta qui.
Ho letto questo accenno – così, en passant – e me ne sono innamorata; perché ho ripensato ai mazzi di fiori enormi, ai cuoricioni di plastica, ai pupazzetti “I LOVE YOU” che vediamo oggi nelle vetrine… e poi ho ripensato all’umile, dimessa, collanina di nocciole.
Ho ripensato all’entusiasmo con cui le ragazze di una volta sfoggiavano questo monile, e ho pensato alla gioia con cui i loro fidanzati facevan loro questo regalo, lieti, perché erano certi di stupirle e soddisfarle…
…ed ho sorriso, dolcemente.

Non è neanche un discorso di “è meglio” o “è peggio”: è solo diverso; tutto qui.
Ma è così diverso da strapparti un sorriso, dolce, se ci rifletti sopra.

19 thoughts on “La resta de linsöe

    1. LOL, ma sai che non ci avevo fatto caso?! :-DD

      No: “libro di memorie” nel senso che è un libro a stampa scritto qualche anno fa per raccogliere le memorie dei vecchi e dei vecchissimi del paesello. Pur con certi limiti, è interessante.
      Più che altro, diciamo che – aehm – non ha avuto una vasta diffusione: ne saranno state stampate un centinaio di copie a dir tanto, credo… :-P

    1. Io ho scoperto (mentre mi documentavo su Google per capire se era una usanza diffusa) che in alcune zone dell’America si fa ancor oggi questa cosa, molto in stile country diciamo, con… le arachidi!.
      Secondo me con le arachidi viene brutto; ma con le nocciole… :-)

      Uh! Si usava anche in Toscana, allora!
      Interessante… :-)

  1. Ma sai che queste collane di nocciole le abbiamo anche qui?
    Solo che non hanno nulla a che vedere (che io sappia) con gli innamorati… Sono semplicemente prodotti tipici della cittadina di Tindari, davvero onnipresenti nella zona a ridosso del santuario. Comprare una collana di nocciole nel percorso che porta alla chiesa, su in alto, è un must.

  2. Il termine “resta” pare non essere un termine dialettale:
    Accademia della Crusca (http://www.lessicografia.it/RESTA): “Resta, si dice anche una certa quantità di cipolle, o d’agli, o simili agrumi intrecciati insieme col gambo; e per similit. si dice di fichi, o altre frutte infilzate per seccare, o altro. Lat. restis.”. In effetti l’uso più tipico -o almeno quello che avevo sentito io- è quello della “resta di cipolle”. Lo trovi spesso nei rebus… Cioè, dove ci sono le cipolle, la parola è proprio “resta”.

    Proverò ad informarmi se esite anche qui da noi (tanto ormai sai tutto di me… ;D) una tradizione del genere. Non me ne stupirei… Da noi le “linsöe” si chiamano “nissöe”, ma siamo lì…

  3. Sul significato di “resta” confermo a Maturin che qui da me (Brescia) si usa lo stesso termine, immagino mutuato nel dialetto dall’italiano; per le trecce di cipolle o simili.

    La tradizioni che hai raccontato qui (ho fatto bene a marcare la mail di notifica con “da leggere”) è semplicemente meravigliosa.
    E sai cosa ti dico? La adotterò: quando avrò un fidanzato, se mai l’avrò (concedimi la nota dolente) li farò recapitare per lettera anonima l’indirizzo di questo post, e mi aspetterò che prenda opportuno spunto. Sì sì.

  4. Allora, prima di tutto, essendo questa, per come dici, una usanza del borgo, non “erano certi di stupirle”, le ragazze se lo aspettavano… :-)
    Potevi magari stupire una che non se l’aspettava _da te_, ma questo non è che sia una bella certezza, è un atroce dubbio (come reagirà?)

    In veste di commentatore genovese del blog mi corre obbligo di rispondere alla curiosità linguistica.
    E mi sono reso conto che… non sapevo tradurre “resta”… perchè non conoscevo la parola italiana… ogni tanto mi succede… certe parole le penso e mantengo in Genovese.
    Allora vedo che si riporta, in antico dizionario:

    “RËSTA, Rèsta, Certa quantita d’agli cipolle o simili intrecciati insieme per il gambo. – Filza, Rezza, che alcuni dicon anche Corona, e per simil. Rèsta, Fichi, funghi, castagne, nocciuóle ed altro infilzati insieme con refe o spago. In Toscana però le noccióle non si sogliono infilzare. Rèsta dicesi pure la Membrana che ricopre le cipolle, gli agli e sim. ortaggi, altrimenti Rézzola. V. sotto Inresta’.
    RËSTA D’AGGIO, DE SIOULE ec., d’àglio, di cipólle ec. V. sopra Rësta.
    ÀGGIO o sim. INRESTÔU, Aglio o sim. in rèsta.
    INRESTA’, Mettere in rèsta – lnfiizare, Mettere in filza. V. sopra Resta. Dicesi Fune di rèsta Quella specie di treccia che rimane della resta dopo spiccàtine i capi d’aglio o le cipolle: serve a far cércini (sottesti) per uso di cucina.”

    Commenti miei: scopro ora l’esistenza dei cercini e la possibilità di riutilizzare il residuo della resta d’aglio. Ed ecco, in Italiano “resta” si dice filza, ci potevo arrivare! Abbiamo anche la spiegazione di dove derivi la parola, poi si scivola nella botanica.
    Le reste di aglio e cipolla, lunghe file intrecciate appese in cantina, erano una costante della mia infanzia.
    Invece “a rësta de nissêue”, come si chiama in Genovese la filza di nocciole (linsöe dev’essere la solita volgarizzazione provinciale…) era una tradizione della festa patronale (a luglio, ma penso che ci fosse in tutte le feste patronali dei vari paesi indipendentemente dalla stagione, a quanto pare tanto attorno a Genova come a Tindari dalle parti del Cappellaio…)
    Da piccolo me la compravano sulle bancarelle (poi tramontate velocemente); oltre ai bambini forse l’avranno ricevuta le ragazze, non ho però notizia della cosa come usanza.
    Invece era un must per i portatori della cassa della Madonna. In Liguria camallare cose pesanti viene considerato un modo appropriato di partecipare ad una processione (c’è tutta una tradizione di grandi crocifissi da quintale…) Per noi meno prestanti (ehm), fin da ragazzo si trattava solo di portare in 4 alla volta questa pesante cassa colle stanghe (con su una statua della Madonna davvero artisticamente infelice); appesa al cordone della cappa bianca, si indossava una resta di nocciole. In effetti il mio sgranocchiare negli intermezzi non era proprio devoto… ma non lo è neanche far ballare la cassa al ritmo della banda, nè le antiche bestemmie dei proverbialmente grezzi “portuei da Cristi”.
    Quando hanno smesso di darci le reste, un mio amico scherzando ha protestato che… allora… senza… non voleva più portare la cassa.

    Infine rilevo sommessamente che le nocciole non ci sono solo in Piemonte… ehm… per carità, saranno le più rinomate, ma non è che necessariamente uno le importasse…

    1. I Cristezanti! Vengono anche giù da noi per la festa di San Pietro, il nostro Patrono. Bellissimi i “Cristi” e bravissimo chi li “camalla”. A parte quando poi li fanno ballonzolare al suono di marcette da banda… Terribile…

      1. Eheheheh… Se ne parlava proprio qui due post fa… Alua, ti dico che siamo partiti da Pegli nel 1541. Ma è come se fosse ieri… “E semmu de Zena, e semmu da fuxe…”!!!

  5. A me da piccina ne fu regalata una, comprata ad una bancarella, in occasione della visita al Santuario di Ns. Signora della Guardia. Così confermo a) l’usanza legata ai santuari; b) l’usanza legata ai santuari a Genova; c) che la mia età inizia ad essere ragguardevole, perchè mi sa che non si trovino più.

    Ho da qualche parte la foto di mia nonna (classe 1902), giovanetta, che ne sfoggia una… se la trovo te la mando :-)

    Per la cronaca, la mia mi sembrava così bella che non ebbi mai il coraggio di romperla per mangiare le nocciole. Alla fine aveva i buchini dei tarli, ricordo.

    1. Questa cosa dell’usanza legata ai santuari (rispondo a te ma anche ad AlphaT sopra) comincia a farsi interessante: adesso che ci penso, anche la fiera che dico io si svolgeva nelle vicinanze di un santuario mariano, anche se di per sé non era una festa religiosa, ma a carattere commerciale… Probabilmente è solo una coincidenza; però è curiosa :-))

      Uuuh, la foto di una volta!!
      Io ho una passione per le vecchie foto in bianco e nero: le trovo splendide, espressive, affascinanti… :-)

  6. Pensavo di aver già commentato o.o
    Comunque nel Piemonte avete nocciole molto buone e in abbondanza, e questa storia è così semplice e dolce. Le foto antiche piaciono anche a me, quando ne becco qualcuna di vecchi parenti mi fa sempre piacere pur non avendo spesso manco conosciuto i soggetti.

    1. Guarda, io penso di essere irrimediabile.

      Una volta – se non ricordo male, come regalo per la Prima Comunione – ho ricevuto in dono una cornice d’argento.
      Vabbeh.
      Premetto che, nella mia famiglia, non abbiamo assolutamente l’abitudine di esporre in giro per la casa fotografie e ritratti di famiglia (anzi, ci sembrerebbe quasi una cosa un po’ narcistico-esibizionista), e quindi la cornice d’argento è proprio il classico regalo costoso di gioielleria che non desidero e che non so come usare.
      Fatto sta che questa cornice, così come te la vendeva il gioielliere, aveva al suo interno una fotografia “di prova”, giusto per far vedere come rende la cornice con dentro una foto.
      Avete presente, no? In genere ci sono paesaggi, panorami, volti di ragazze sorridenti, eccetera.
      Bene: nella mia cornice, c’era la riproduzione di una vecchia fotografia in bianco e nero di inizio Novecento, che raffigurava tre bambine molto carine, con tanto di treccine, vestiti bianchi di pizzo, ecc.
      Ebbene: quella foto mi piaceva così tanto, che l’ho lasciata lì nella cornice, e ancora oggi la cornice d’argento fa bella mostra di sé racchiudendo questa fotografia di perfette sconosciute.
      LOL.

      Il bello è quando qualcuno viene in visita a casa nostra e nota la fotografia, e lì è tutto un profluvio di domande: “uuuhh, che bella foto! Ma chi sono queste bambine? E’ forse la tua bisnonna? Ma quella materna o paterna? Ma che meraviglia! Guarda, questa qui ha proprio i tuoi occhi e il tuo mento, Lucia: hai preso tutto da lei!”.

      Mi ripeto: LOL! :-D

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...