Quaresima in cucina

Apologia del digiuno

Mi piace un cibo che non debba preparare e sorvegliare la servitù, che non sia stato ordinato molti giorni prima né sia servito dalle mani di molti, ma che sia invece facile a procurarsi e semplice: un cibo insomma che non abbia nulla di ricercato o di sofisticato, che si possa trovare da qualsiasi parte, che non sia pesante né per il patrimonio né per lo stomaco, e che non ritorni da dove è entrato. […] Il cibo plachi la fame, le bevande la sete: il piacere si limiti a scorrere entro i confini necessari.

Non è la dissertazione di un qualche mistico medievale: è un pensiero di Seneca, dal De Tranquillitate Animi.
E va beh che Seneca c’aveva quel caratterino un po’ particolare che lo rende tanto antipatico ai liceali: ma sta di fatto che, storicamente, l’ideale di vita greco-romano li rifuggiva gli eccessi. In tutti i campi: anche nel cibo.
Un vero uomo romano, a tavola, si accostava agli alimenti con gran moderazione: li mangiava con piacere, in giuste proporzioni ma evitando la voracità; li offriva anche ai suoi amici, certo… ma senza ostentazione.
D’accordo, nell’Antica Roma c’erano anche i Trimalcione; ma sol per quello, nell’Italia d’oggi ci sono anche i Fabrizio Corona che fanno sesso in luogo pubblico sotto i flash paparazzi. Non per questo si può dire che la società di allora (o quella di oggi) approvasse questi eccessi.
Per i Romani – mi ripeto – l’equilibrio era il valore più alto, in ogni campo. Ed ogni eccesso a tavola – come in ogni aspetto della vita – era contemplato con sguardo critico, e con profonda commiserazione.

E poi, arrivarono i Barbari.
I Barbari, poracci, avevano una cultura che non necessariamente era peggiore in toto…. ma senz’altro, era diversa. Per quanto riguarda il cibo – che è ciò che ci interessa – i popoli germanici facevano della voracità un punto di vanto: un grande pregio. Il “grande mangiatore” è un uomo forte, tutto d’un pezzo: più mangia, più diventa forte; più diventa forte, più sarà temuto nel campo di battaglia. Si trattava proprio una forma mentis completamente diversa, che dava grandissima importanza a queste attestazioni di potenza fisica… quasi animalesca, oserei dire.
Un cives romanus non avrebbe mai definito suo figlio “un orso”, a meno di non volerlo offendere.
Un germano, invece, non si faceva problemi a farlo: e anzi, chiamava suo figlio “Orso” per augurargli di tutto cuore di avere un giorno la potenza, la forza, e il rispetto del re dei boschi.
Culture diverse: ognuna con i suoi pregi; ognuna con i suoi difetti.

Ho fatto questa premessa perché, in effetti, mi era utile per raccontarvi qualche cosa in più sui tempi di digiuno prescritti dalla Chiesa.
Lasciamo perdere “le basi”, ormai le conosciamo tutte: il digiuno è una forma di penitenza efficacissima perché costringe il fedele a un certo autocontrollo; inoltre è una rinuncia che si sente anche nel fisico, che ti tocca fin nelle viscere. Stare senza Facebook per quaranta giorni, beh, è un conto; stare senza cibo e sentir lo stomaco che brontola, e sentire ogni fibra del tuo corpo che si tende fino alla Pasqua… beh: è un’altra cosa.
Ma, fatta ancora una volta questa ovvia considerazione, bisogna anche dire che la Chiesa si è sempre preoccupata di regolamentarlo, questo digiuno. Ci sono giorni precisi in cui bisogna digiunare; ci sono alimenti precisi da cui astenersi – ed altri no.

E, a questo proposito, c’è da notare una cosa buffa e interessante.
Agli albori del Cristianesimo – quando la nuova religione, appena ‘sdoganata’, comincia a organizzarsi in maniera capillare – i più ferventi sostenitori del digiuno sono proprio quei religiosi che provengono dal Nord Europa. I discendenti dei barbari, per capirci. Quelli immensi in una cultura “barbarica”, che poco aveva da spartire con la morigeratezza dei Romani.

Prendiamo San Benedetto, e la Regola Benedettina. Da degno esponente dell’aristocrazia romana, il Santo di Norcia non si preoccupa più di tanto di stabilire fin nei dettagli forme, tempi, e modalità dei digiuni. Cioè: sì, okay, si faccia digiuno nei giorni di digiuno e si faccia astinenza nei giorni di astinenza; ma per il resto, il cibo non costituisce certo un grattacapo, agli occhi dei Benedettini.
Prendiamo invece San Colombano, un Irlandese duro e puro. Nella sua regola monastica, quello del cibo è un problema non indifferente: Colombano è molto rigido (molto più di Benedetto) nello stabilire con chiarezza tempi e forme del digiuno. Abbondano le penitenze e le privazioni alimentari: non c’è spazio per il lassismo, e sembra un po’ fuori dal mondo l’idea di un abate che, di tanto in tanto,  chiude un occhio. Quello di Colombano e di tutti i suoi confratelli è un atteggiamento molto duro, estremamente rigido… che è senz’altro una reazione polemica ai costumi dominanti nel contesto in cui vivevano. E cioè, nel contesto dei popoli barbarici.

L’astinenza ed il digiuno diventano quasi una questione di principio: sono una reazione a quell’atteggiamento che assegna al cibo (e al suo consumo smodato! E alla voracità!) il posto numero uno fra tutti i valori desiderabili. È un modo per dire, duramente, “io non ci sto!”; è un modo per contrastare quel pensiero dominante che sembra dirti che, se non mangi come un maiale, sei un povero sfigato. Oppure un fesso.

A partire dalle invasioni dei popoli barbarici, e poi via via per gran parte del Medio Evo, il consumo smodato del cibo, a tavola, diventa di fatto un punto di valore. Questa forma mentis di eredità barbarica, unita alle difficoltà di approvvigionamento e alla paura di una carestia, facevano sì che la maggior parte della popolazione si avventasse sul cibo fino quasi a farsi venir la nausea. Senza ritegno; senza freni.
E d’accordo che un atteggiamento simile, nel concreto, era appannaggio dei soli ricchi: ma ciò non vuol dire che anche i poveri non lo desiderassero. O che non se lo concedessero, se appena ne intravvedevano la vaga possibilità: anche all’epoca c’erano i pranzi di nozze, le sagre, e le feste di paese.
Quella per il cibo, per gran parte del Medio Evo, è stata in buona sostanza un’ossessione collettiva. Mi verrebbe un po’ da dire: paragonabile, per certi versi, all’ossessione odierna per il sesso. Sesso che non è, evidentemente, una cosa brutta di per sé: ma che viene abbrutito da chi lo usa senza misura, ossessivamente, incapace di darsi un freno.

Digiunare volontariamente, nei secoli del Medio Evo, doveva essere un atteggiamento tanto strano e provocatorio da ricordare per certi versi quello di chi, oggigiorno, è felice di astenersi dal sesso (chessò: prima del matrimonio). Faccio questo esempio non perché sia fissata, ma perché si tratta forse dell’atteggiamento che, più di tutti, oggigiorno fa sgranare gli occhi agli amici a cui lo racconti. “Oooohh! Che fermezza! Che presa di posizione!”.
Ecco: nel primo millennio di Cristianesimo, o giù di lì, il digiuno era parte molto importante della vita religiosa proprio perché andava in controtendenza col sentire più comune. Era una testimonianza, forte; era un distinguersi, a parole e a fatti, dalle abitudini di una società che veniva vista come corrotta. Era un modo per dire “ io non ci sto all’uso sregolato che si fa del cibo, che ottiene solo di banalizzare e di svilire il dono meraviglioso del Signore”.

Poi, naturalmente, la società si cristianizza. O occidentalizza. Comunque cambia, in buona sostanza. E anche i costumi, gradualmente, mutano.
Oggigiorno, non ci sono molte persone che si fanno un vanto del mangiar come maiali, fino quasi a provocarsi il vomito.
Ma il digiuno e l’astinenza restano comunque un esercizio di autocontrollo – una vera e propria palestra per il proprio spirito.
E secondo me servono… oh se servono!
Secondo me sono preziosissimi, nella vita di ogni giorno.

Imporsi un sacrificio, stabilire un limite, dire “no, questo non si fa”. La Quaresima fatta in cucina, secondo me, è una piccola palestra per allenarci al sacrificio in ogni ambito della propria vita: perché ovviamente non ci sarà sempre una teglia di lasagne al forno sul nostro tavolo, ogni santa volta che a noi ne verrà voglia. E le lasagne al forno sono una metafora, se non fosse stato abbastanza chiaro.

Il digiuno nella Chiesa si è fatto ormai superfluo? Andrebbe abolito del tutto?
No: secondo me, assolutamente no.
È vero che non viviamo più in una società barbarizzata: ed è vero che, oggigiorno, fra vegani e signore a dieta, l’astinenza da un certo cibo non ti spinge più a far tanto d’occhi.
Ma, innegabilmente, viviamo in una società in cui la regola numero 1 è soddisfare i nostri desideri.
Anche giustamente, da un certo punto vista.
In maniera molto eccessiva, da altri punti di vista.
Esporsi volontariamente a un sacrificio, a una rinuncia, o addirittura alla sofferenza di uno stomaco che brontola, è quasi visto come un’eresia. Voglio dire: per quale ragione al mondo una persona sana di mente dovrebbe volontariamente andare incontro al disagio fisico, perdiana?!

È o non è il pensiero dominante, in fondo in fondo?
È o non è vero, che il mondo d’oggi sembra costantemente dirci “evita il dolore, e godi più che puoi”?

Ecco. E allora, io ritengo che il digiuno e l’astinenza non siano affatto sacrifici inutili.
Lasciamo perdere per un attimo il piano spirituale; pensiamo anche solo alla vita di ogni giorno.
Lo spirito di sacrificio e la capacità di autocontrollo – anche solo per fermarsi banalmente a questo livello – sono strumenti preziosissimi. (Chiaramente, senza esagerare).
Ben venga – dal mio punto di vista – tutto quello che ci aiuta, gradualmente, ad affinarli.

8 thoughts on “Apologia del digiuno

  1. …ma quanto sono d’accordo con te! Su tutto, davvero. Ne parlavo l’altro giorno con un’amica e dicevo con dispiacere che anche molte persone che conosco nella loro vita non ci hanno mai provato. Non si usa più nemmeno l’astinenza dalle carni il venerdì di Quaresima. E quando anche si rispetta l’astinenza, si cucinano pranzetti luculliani a base di pesci pregiati, fritturine, dolci vari…ma io dico: che senso ha, nel 2012, fare l’astinenza e poi mangiare caviale e champagne?? Prefersico di gran lunga la coerenza di chi dice:”Non voglio farlo, non ci credo e non pratico né l’astinenza né il digiuno.Stop.” Possiamo prendere in giro tutti, ma non il Signore….

    1. Eh… :-)

      Un’altra cosa che mi stupisce molto, è quando una persona (magari ferventissimo cattolico e assolutamente in buona fede) mi dice “ah, ma io non ci provo nemmeno a fare il digiuno nei giorni di digiuno: so per certo che non mi reggerebbe il fisico!”.
      E a me verrebbe da dire: “ma ci hai mai provato?”.
      Per carità: capisco che ci sia gente che ha effettivamente problemi col digiunare; io ad esempio in questi giorni ho la pressione particolarmente bassa e spero che mi passi entro venerdì, perché altrimenti non so se riuscirei a reggere un digiuno fatto bene.
      In certe situazione, ovviamente si fa fatica; e va bene, ci mancherebbe altro.
      Però io continuo a pensare: io sono una che soffre di pressione bassa, sono tendenzialmente cagionevole, ho un organismo deboluccio, eppure riesco a digiunare tutto il Venerdì e il Sabato Santo senza aver nessun problema. A sentire tutte queste frotte di aitanti giovanotti che mi dicono “eh, ma io non riesco a saltare un pasto, poi sto male” (!), mi vien da chiedermi: ma sono io che son Mazinga, o son loro che non ci hanno mai provato?
      :-|
      Magari sono io ad esser Mazinga, eh, può anche essere… però mi stupisce sempre un po’, questa paura del digiuno :-D

      1. eheheheh…hai ragione :) Anche io come te soffro di pressione bassa e poiché credo che il Signore sia più felice di un digiuno meno ferreo piuttosto che di un venerdì passato a dire “mamma che fame, ma quando passa, non ne posso più”, se proprio non ce la faccio a reggere il digiuno a pane e acqua, mangio qualcosina e aggiungo anche un digiuno un po’ più “spirituale”… :))

        p.s. vogliamo aggiungere che secondo me nel novero andrebbero messi anche tv, radio e computer? Mia madre il venerdì santo ci diceva:”Fate conto che sia morto il vostro migliore amico…ve la sentireste di ascoltare Bruce Springsteen a tutto volume?” ;)

      2. Ecco, quella di tua mamma è una bellissima considerazione.

        Io cerco di usarla come linea guida lungo tutta la Quaresima: quando voglio fare qualcosa un po’ fuori dall’ordinario (chessò: andare a cena fuori con gli amici) mi domando “restano quaranta giorni di vita alla persona che ami più di ogni altra cosa al mondo. Lo fai?“.
        Poi ovviamente faccio anche cose che in quella condizione non farei (o forse in realtà è il contrario: stesse per morire un mio congiunto, a dire il vero penso che cercherei di “svagarmi ” il più possibile giusto per non macerarmi nella disperazione, che non fa bene a nessuno >.> Ma vabbeh!)

        Tutto ciò per dire: è ovvio che non riesco veramente a comportarmi per quaranta giorni seguendo sempre questa linea-guida… però appunto la trovo una linea-guida veramente saggia ed utilissima.

      3. P.S. A proposito: il Buon Dio deve aver letto questi commenti, e mi ha fatto la grazia (;-DD)
        Ho combattuto per tutta la settimana contro la pressione bassa, e poi m’è ritornata a valori normali giusto nella notte fra mercoledì e giovedì… oh come son stata contenta, quando me ne sono accorta!

  2. E’ un bel post che spiega tante cose :)
    In genere sono proprio gli omaccioni alti 2 metri quelli che fanno più fatica a digiunare :P Le donne poi sono spesso più resistenti nella vita in generale.

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