La religione in cucina · Vite di Santi e Beati

[Ma che sant’uomo!] Le scarpette di Sant’Ilario

Riemergo dalle tenebre. (L’ho già detto che è un periodaccio pieno di impegni, sì?)
E riemergo, per l’occasione, con una nuova puntata di

Ma che sant’uomo!

ovverosia

Tutto quello che non volevate sapere sui Santi,
e che men che meno avreste osato chiedere

Faceva un freddo.
Ma un freddo immenso.
Altro che “orso siberiano” e perturbazione nordatlantica e neve a 1000 metri e frizzi e lazzi. Quell’anno faceva un freddo, ma un freddo, che non si può descrivere a parole – faceva freddo come può far freddo solo in certe notti medievali, quando non ci sono termosifoni a cui scaldarsi, non esistono motel sulle autostrade, e, se il Papa ti convoca con un urgenza in Vaticano, il viaggio da Poitiers a Roma devi fartelo a piedi.
Tutt’al più a dorso di mulo.
E comunque, niente sedile in business class.

Non sappiamo di preciso quali fossero i pensieri di sant’Ilario, mentre arrancava come un disperato in mezzo a cumuli di neve che gli arrivavano al ginocchio. In fin dei conti, quella era la normalità, per l’epoca. Se ti pungeva vaghezza di intraprendere un viaggio in pieno inverno… beh… non potevi aspettarti niente di diverso. E lui si era messo in viaggio per una ragione importantissima, si ripeteva Ilario a mo’ di mantra per non farsi prendere dallo sconforto: era diretto a Roma, dove lo aveva convocato il Papa… e aveva così tanto freddo che i polpastrelli delle dita avevano perso la sensibilità, ma in fin dei conti era per una buona causa… e c’era un gelo indescrivibile e il suo mulo era morto di stenti durante il viaggio e adesso gli toccava andare avanti a piedi, ma…
“Oh, misericordia”.

Sant’Ilario di Potiers si voltò lentamente e si guardò attorno, per vedere chi avesse parlato.
A pochi metri di distanza da lui c’era un tizio, che si era caricato in spalla una fascina di legno e presumibilmente la stava portando della sua casa, un piccolo edificio in legno poco distante.
Lo sconosciuto col legno in spalla lanciò un’occhiata a Sant’Ilario, poi lanciò un’occhiata ai suoi piedi sporchi di neve e di fanghiglia, e sgranò gli occhi. “Oh misericordia”, ripeté di nuovo.
“La pace del Signore sia con voi, buon uomo”, sussurrò Ilario stancamente, a mo’ di saluto.
Lo sconosciuto sembrava troppo sconvolto per rispondere, e continuava a tenere lo sguardo fisso sui piedi di Ilario. In effetti non erano un bello spettacolo: il freddo, l’umidità, l’usura delle sue scarpe e la neve bagnata sulle strade li avevano conciati piuttosto male, dovette convenire il vescovo fra sé e sé. Sulla punta delle dita, i geloni erano diventati così profondi da piagare la pelle e da farla sanguinare. Le vecchie scarpe scalcagnate, che avevano letteralmente cominciato a cadere a pezzi dopo qualche settimana di viaggio, non aiutavano né a migliorare la situazione, né a celarla agli occhi della gente.
“Ma siete… state sanguinando”, mormorò lo sconosciuto lanciando uno sguardo sconcertato a Sant’Ilario. “Non potete… non vi ho mai visto da queste parti: ma siete un viandante? Non potete continuare a viaggiare in queste condizioni, ne va della vostra salute… avete bisogno di un paio di scarpe nuove, come minimo! Quelle cadono a pezzi!”.
Sant’Ilario si guardò la punta dei piedi. Il suo alluce piagato gli faceva “ciao ciao” da un buco sulla scarpa destra.
Sospirò.
“No, davvero, buon uomo”, insisté lo sconosciuto. “Non potete andare avanti così. E oggi è pure la vostra giornata fortunata: io sono un calzolaio! Fermatevi a casa mia per la notte”, aggiunse con entusiasmo: “vi preparerò un paio di stivali in quattro e quattr’otto!”.
“Ma io non posso pagare…”, si schermì Ilario – ed era vero. Non era stato un anno facile per gli abitanti di Poitiers; e Sant’Ilario, che ne era il vescovo, aveva utilizzato tutti i suoi soldi per aiutare i bisognosi. Veramente non avrebbe avuto di che comprarsi un paio di scarpe nuove.
Il calzolaio tacque per un istante mordicchiandosi il labbro inferiore, dopo aver sentito la sua storia. Lo soppesò ad occhi socchiusi, ed era visibilmente combattuto con se stesso. E poi, alla fine, parlò, e la sua voce era piena di rassegnazione: “vabbeh, fa niente. Non posso avervi sulla coscienza: conciato in questo modo, non ci arriverete mai, a Roma. Fermatevi a casa nostra, almeno per un giorno. Vi riposerete, e io vi preparerò un paio di scarpe un po’ più calde”. Fissò Ilario negli occhi, e accennò un sorriso. “Se Dio è buono come dite voi preti, suppongo che mi ricompenserà… uhm… in qualche modo”.

Ilario aveva le lacrime agli occhi.
“Dio vi ricompenserà” ripeté per l’ennesima volta, infilandosi ai piedi gli stivali nuovi che il buon calzolaio gli aveva confezionato su misura, durante quei tre giorni in cui Sant’Ilario era stato ospite a casa sua.
La moglie del ciabattino si era indaffarata notte e giorno per curare i geloni del viandante con una serie di impacchi a base di erbe che lei conosceva. Quanto a Ilario, aveva cercato di rendersi utile insegnando i primi rudimenti di scrittura al figlio maggiore della coppia, un ragazzetto sui nove anni che sembrava un tipo decisamente in gamba. Era stato il suo modo di sdebitarsi… anche se sapeva bene che, da solo, non sarebbe mai bastato a ricompensare così tanta generosità disinteressata. Aveva davvero le lacrime agli occhi per la commozione, mentre si infilava gli stivali (morbidi, caldi, imbottiti e soffici) che erano stati preparati apposta per lui. “Dio vi ricompenserà”, ripeté per l’ennesima volta abbracciando il calzolaio, mentre si preparava per ripartire.
Il calzolaio fece spallucce. A essere sinceri non è che ci contasse un granché; ma ad ogni modo…

***

Il vescovo di Poitiers si rimise in viaggio.
Il ciabattino riprese il suo lavoro e la moglie riassettò la casa, cercando di stendere un menù per i giorni successivi dopo che aveva consumato tutti i cibi più ricchi e nutrienti per sfamare il povero viandante, e per farlo sentire a casa.
Passò la notte, tornò la mattina, e il calzolaio decise di tornare nel suo laboratorio, dove aveva messo da parte le vecchie scarpe scalcagnate che erano appartenute all’ospite. Erano così malconce da non poter più essere riaggiustate; ma magari si poteva recuperare la pelle per farci una cintura, una toppa, o qualsiasi altra cosa…
Stancamente aprì la porta, e si avviò verso lo sgabello su cui aveva posato i vecchi stivali consunti del Santo vescovo.
E quando li vide più da vicino, non riuscì a trattenere un urlo di incredulità e spavento.
“Dio vi ricompenserà”, gli aveva detto tante volte il sant’uomo, e lui non ci aveva creduto. E adesso, di fronte a lui, svettavano maestosi due enormi stivali alti almeno cinquanta centimetri… che miracolosamente, nella notte, si erano trasformati in oro massiccio.

***

Non so a voi, ma a me piacciono tantissimo queste leggende agiografiche che sembrano tratte da un libro di fiabe, sennonché il protagonista non è un folletto ma bensì un sant’uomo.
E – non so a voi – a me piacciono tantissimissimo queste leggende agiografiche che hanno, come dire, dei risvolti gastronomico-culinari. In effetti, la leggenda di cui sopra ha originato, nel Parmense, la dolcissima tradizione di preparare dei biscotti tipici – le scarpette di Sant’Ilario, appunto – che vengono tradizionalmente consumati ogni 13 gennaio, festa di Sant’Ilario di Poitiers, (patrono di Parma. Secondo la leggenda, il vescovo si trovava per l’appunto da quelle parti, quando aveva incontrato il generoso calzolaio).

Copio la ricetta paro paro da questo sito:

Ingredienti:

Per i biscotti: 500 grammi di farina di frumento, 4 uova, 250 grammi di zucchero, 150 grammi di burro, 1 bustina di vanillina, scorza grattugiata di un limone.

Per la glassa: 200 grammi di zucchero a velo, colorante da pasticceria a scelta, perline dolci.

Preparazione:

Versate la farina sulla spianatoia, fate un cratere nel mezzo e qui versate gli ingredienti prima dell’impasto. Fate ammorbidire il burro a temperatura ambiente, rompete le uova usandone due intere e delle altre due i tuorli, impastate un poco le uova prendendo la farina sempre dai bordi e aggiungete il burro ammorbidito, la scorza grattugiata del limone e la vanillina.
Impastate bene fino ad ottenere un composto compatto che stenderete con il mattarello fino a raggiungere uno spessore alto 5mm circa. Con un coltello tagliate la pasta in modo da formare tanti polacchini, cioè le classiche scarpette di Sant’Ilario. [Ma se volete semplificarvi la vita, aggiungo io, sappiate che esistono anche degli appositi stampini per biscotto a forma di stivaletto. Se cercate su Internet ne trovate molti esempi: in genere te li vendono come “stampini per biscotto a forma di stivale di Babbo Natale”. Ebbene sì].
Ungete una teglia di burro, adagiate i biscotti facendoli cuocere in forno a temperatura media finché non avranno formato una crosta dorata (circa mezz’ora).

Nel frattempo preparate la glassa: mettete in una terrina lo zucchero a velo e qualche cucchiaino d’acqua, rimestando con una spatola di legno. Quando il composto avrà raggiunto la giusta consistenza unitevi qualche goccia di colorante di pasticceria. A cottura avvenuta togliete i biscotti dal forno, copriteli con la glassa e ornateli con qualche perlina dolce. Servite stappando una bottiglia fresca di malvasia dolce.

Perché… chi l’ha detto che l’Epifania si porta via tutte le feste?
Con i Santi (e con la defenestrazione della bilancia così non ti senti in colpa, aehm) c’è sempre una qualche (ottima) ragione per festeggiare!

Ilario Poitiers

2 thoughts on “[Ma che sant’uomo!] Le scarpette di Sant’Ilario

  1. Mia sorella è stata a Parma lo scorso fine settimana e mi ha portato le scarpette! Le sue erano biscottose, con dei bordi di cioccolato fondente ricoperti di scagliette di cioccolato al latte. Mi ha raccontato la leggenda e io le ho risposto che non la conoscevo. Poi, gugolando “scarpette di sant’Ilario”, ho visto che ne parlavi anche tu… Che lettrice sbadata sono!

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