Le prime crociere all inclusive? Furono studiate per i pellegrini

Andare in pellegrinaggio è pericoloso. E complicato.
Ce lo potrebbe ahilui confermare un qualsiasi pellegrino medievale – uno di quelli che, non a caso, prima di partire per la Terra Santa faceva testamento, a sottolineare i rischi oggettivi che un viaggio lungo, in terre straniere, pieno di incognite, poteva comportare.
Quindi, sì: fare un pellegrinaggio, nel Medioevo, era pericoloso. E anche complicato. Soprattutto complicato, mi verrebbe da rincarare.

Hai un bel dire che si viaggiava in comitiva e che, quando si è in tanti, fra tutti ci si dà manforte. Sì sì, tutto bene: ma pensate di dover attraversare il Mediterraneo e mezza Europa senza Internet, senza telefono, senza avere idea di dove pernottare (anche perché magari la locanda sulla strada ha già tutte le stanze piene!) e senza riuscire a capire una parola dell’idioma dei locali, che, dal canto loro, non capiscono un tubo di ciò che dite voi.
Ammesso e non concesso che il viaggio in sé e per sé filasse liscio, restava il fatto che visitare terre straniere era complicato. Un elemento che noi, uomini del duemila, “viaggiatori professionisti” fin dalla culla, tendiamo a dimenticare. Ma, porca la miseria: ai tempi in cui non esistevano i pacchetti all inclusive, viaggiare era dannatamente complicato!

E quindi cosa si inventano, i pellegrini, per rendere un po’ meno disagevole il loro viaggio?
Beh, ma giust’appunto: inventano i pacchetti all inclusive.

***

Mi spingo a dire che stiamo parlando di ciò che fu, probabilmente, il primissimo, embrionale abbozzo di tour operator. Siamo intorno al Mille-duecento, e siamo nella ricca Venezia: un porto commerciale dal quale, gira e rigira, tutti i pellegrini per la Terra Santa si trovavano a passare. La stragrande maggioranza dei viaggiatori diretti a Gerusalemme si imbarcava a Venezia e sbarcava a Giaffa, località a partire dalla quale si formavano le carovane destinate alle varie mete oggetto di pellegrinaggio.
Era consuetudine che gli armatori veneziani facessero il viaggio assieme ai passeggeri ogni qualvolta che la nave salpava (magari era un modo per infondere sicurezza e trasmettere serietà, chissà mai). Fatto sta che, dagli e dagli, ‘sti armatori veneziani, dopo l’ennesimo viaggio in Terra Santa, si sedettero attorno a un tavolino e scherzarono “certo che, ormai, potremmo organizzare a occhi chiusi pure gli spostamenti via terra da Giaffa a Gerusalemme: abbiamo imparato a memoria pure quanti sassi ci son per strada…”.
E qualche armatore rise alla battuta gustando intanto un sorso di birra (o almeno: a me piace immaginare così, quel momento). A qualcun altro, invece, brillarono gli occhi. La metaforica lampadina s’era accesa.

Nascevano così, nella Venezia del pieno Medioevo, le prime crociere all inclusive della Storia, se mi passate l’anacronismo.
Il pellegrino interessato a viaggiare fino a Gerusalemme si vedeva innanzi tutto proporre un carnet con soluzioni per tutte le tasche. Chi aveva più denari poteva assicurarsi un viaggio relativamente comodo a bordo di una grande galea a remi, con spazi più ampi e garanzie di maggior comfort. Chi aveva un budget più ristretto poteva optare per un piccolo vascello – posto che, per ragioni di sicurezza e per tutelare il suo buon nome, la Repubblica Veneta controllava in modo serrato che le navi non imbarcassero un numero di passeggeri più alto di quanto di volta in volta stabilito. Una nave veneziana doveva essere garanzia di comodità!
Quindi, diciamo che pure i passeggeri di queste “crociere di seconda classe” se la passavano non poi malaccio.

Ma la cosa interessante veniva dopo. Poco prima del suo imbarco, il pellegrino pagava all’armatore una rassicurante quota all inclusive che comprendeva – letteralmente – tutto. Viaggio via mare e spostamenti via terra; tasse e pedaggi da pagare in Terra Santa; vitto e alloggio durante la navigazione e dopo lo sbarco; costo degli accompagnatori per visite guidate, escursioni e protezione della carovana: tutto questo era incluso nel prezzo del biglietto. A carico del pellegrino restavano – letteralmente – solo le spese per i souvenir di viaggio da portare a mammà: meglio ancora che le condizioni di certe nostre crociere moderne, che riescono sempre a spillarti più soldi del previsto.

Ma c’è di più. Nel contratto di viaggio che i pellegrini siglavano con l’armatore, quest’ultimo si assumeva alcuni obblighi ben precisi (e non da poco): oltre al già menzionato vincolo di non imbarcare troppi passeggeri per garantire un maggior comfort ai viaggiatori, l’imprenditore si impegnava ad assumere un tot. di marinai in esubero rispetto a quelli che sarebbero stati strettamente necessari per governare la nave (una precauzione benedetta, in caso di emergenze). Addirittura, si dichiarava disposto a essere portato in tribunale qualora, dopo il viaggio, il passeggero avesse avuto delle lamentele da sporgere.

Ecco: diciamo che quest’ultima clausola è molto confortante in un mondo di gente onesta, ma molto pericolosa se la fai sottoscrivere all’Italiano-medio.
Nonostante la fama di serietà degli armatori veneziani, il numero di controversie pian piano aumentò. Verso i primi decenni del ‘400, i passeggeri erano diventati così insopportabilmente piagnoni che, per sedare lo scontento e cercare di capirci qualcosa, la Repubblica Veneziana sospese per tre anni – dal 1447 al 1450 – tutte le licenze “turistiche” fino ad allora concesse agli armatori. Alla riapertura delle autorizzazioni, si decise di aumentarne il costo in modo spropositato e  soprattutto di ridurne il numero, di modo tale che solo pochi big del settore potessero impegnarsi nel campo, garantendo – si sperava – alti standard di servizio.
Di fatto, si creò un vero e proprio monopolio in cui tutto il settore “crocieristico” finì nelle mani dei fratelli Contarini, che seppero costruire una impresa di notevoli dimensioni, con agenti di viaggio e addetti al marketing messi a libro paga un po’ in ognuno dei grandi stati europei. E io fatico a immaginare i Contarini come qualcosa di diverso da un mega tour operator, soprattutto quando leggo dettagli come quello per cui, in più di un’occasione, di fronte a tensioni politiche o epidemie scoppiate in Terra Santa, essi decisero di non annullare il viaggio, ma bensì di cambiargli destinazione, semplicemente proponendo una nuova meta (!) ai pellegrini (?) che ormai avevano già pagato il biglietto.

Chissà fin dove avrebbe potuto crescere la loro impresa, se non fosse stato per le circostanze esterne. Ma ahimé si era ormai alle porte del ‘500, con la pirateria ai suoi massimi storici nel Mediterraneo e la situazione politica in Medio Oriente a degenerare rapidamente.

I tempi erano cambiati, così come la sensibilità religiosa degli Europei: “i pellegrini si stavano trasformando in semplici viaggiatori”, sintetizza Patrizia Battilani nel suo Vacanze di pochi, vacanze di tutti, da cui ho tratto queste notiziole. Il modo di viaggiare mutò radicalmente (e le mete di pellegrinaggio cambiarono, trasformandosi in più comodi santuari dietro casa). Non esisteva più quella massa di viaggiatori “medio borghesi” bisognosi di viaggiare senza troppe ansie e con la garanzia di non sforare il budget.
E così, venne meno il bisogno di queste forme di viaggio organizzato tutto incluso…

…fino al momento in cui, quantomeno, i nostri avi non le reinventarono. Qualche secolo dopo, dando origine al all inclusive che conosciamo oggi.

21 risposte a "Le prime crociere all inclusive? Furono studiate per i pellegrini"

  1. sircliges

    «quest’ultima clausola è molto confortante in un mondo di gente onesta, ma molto pericolosa se la fai sottoscrivere all’Italiano-medio.»

    🤣 allora eravamo un popolo di litigiosi temerari anche allora 🤣🤣

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    1. Lucia

      Un popolo di litigiosi temerari e pure di fessi, oserei dire.
      Cioè. Capisco il voler trasmettere un’impressione di serietà, ma mettere clausole così, da contratto. E’ andarsele a cercare 😐

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  2. blogdibarbara

    A proposito di pellegrinaggi in Terra Santa, ho letto tanti anni fa (mi sembra in Gerusalemme, città di specchi di Amos Elon, ma non ne sono sicura) che ad un certo momento si è diffusa la credenza che un bambino che fosse stato concepito nella chiesa della Natività a Betlemme sarebbe stato baciato dalla fortuna, sicché succedeva che coppie di sposi sufficientemente ricchi appena sposati si mettevano in viaggio, ovviamente in assoluta castità per non rischiare concepimenti prematuri, e una volta lì si recavano quotidianamente alla Natività e lì provvedevano alle necessarie procedure, continuando fino a quando non si fosse verificato un ritardo sufficiente a dare la certezza dell’avvenuto concepimento. Praticamente si scopava più là dentro che in un bordello di Bombay.

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    1. Lucia

      XDDDD

      Ma sarà vero?!
      Non l’avevo mai sentita (ma tutto può essere, eh!)

      Immagino/spero però che, nel caso, non procedessero nella chiesa ma in un più comodo ostello per i pellegrini che sicuramente ci sarà stato, annesso alla chiesa (tipo, che ne so, con ingresso dalla sacrestia per dire. Un tutt’uno).
      Vabbeh che nelle chiese medievali succedeva di tutto, ma se c’era questa moda sicuramente si sarà trovato il modo di monetizzarla garantendo comodi luoghi di ristoro alle coppiette… LOL!

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      1. blogdibarbara

        No no, doveva essere proprio esattamente DOVE era nato. Tra colonne e confessionali sicuramente il modo non mancava. Certo, non sarà stato il massimo della comodità e meno che mai dell’erotismo, ma per la felicità dei figli questo e altro, no?

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  3. Celia

    Mi colpisce, ma non mi stupisce, che i veneziani si preoccupassero di garantire comodità, là dove noi oggi istintivamente penseremmo a questioni di sicurezza.
    All inclusive a parte, a me che sono un animale stanziale, immaginare quei grupponi di gente che partivano senza certezze di nessun tipo se non la méta finale mette angoscia. Posso anche far tutto da me, ma come minimo voglio una vasca da bagno e bella lucida. Viaggiare senza neppure sapere se troverò una brandina per dormire… è proprio vita – fede? – di altri tempi! 😉

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    1. claudia

      Ma in generale la vita a quei tempi era così….Il mio bisnonno (mi raccontava mia madre) quando andò in Argentina circa un secolo fa viaggiò per mare per circa un mese….senza connessione internet, televisione, radio o anche solo CD. Con condizioni igieniche che non penso siano simili alle odierne con cibo che necessariamente non poteva essere conservato come oggi. Eppure viaggiavano …..

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      1. Celia

        No, beh. Mi riferisco al Medioevo, naturalmente, che la vita il secolo scorso fosse più “scomoda” si sa, ma non a quel livello.
        Internet poi, mentre viaggio, non mi passa nemmeno per la testa – figurati. E’ solo un mezzo che velocizza, ma non è la commodity in sé: avessi viaggiato da aristocratica sul Titanic, finale pessimo a parte, di certo non avrei sentito la mancanza di nulla 😀

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        1. Lucia

          Cecilia: beh ma infatti il turismo moderno, quello del “facciamo un viaggio per piacere per il solo gusto di vedere posti nuovi” nasce in un’epoca relativamente vicina a noi, quando già l’industria alberghiera poteva assicurare delle garanzie-minime di decenza nell’accoglienza.
          Fino a qualche secolo fa, si viaggiava solo se si “doveva” (o, per i ricchi, se si stava lasciando la propria casa per andare a villeggiare nella casa di campagna – però vabbeh, quello è turismo per modo di dire: ti sposti solo, ma sempre in un altro dei posti in cui vivi).

          Basti pensare a quanto scrivevo nel mio articolo sulle consuetudini ottocentesche attorno al matrimonio, quando dicevo che il viaggio di nozze era considerato una pratica deplorevole, perché “non si devono disperdere tra le brutte stanze d’un albergo quei momenti pieni di cari ricordi”. Il concetto stesso di turismo era molto diverso da quello di oggi 😉
          (E molto più vicino al mio, lo ammetto XD)

          Claudia: non mi ricordo se ne ho già parlato qui o su Instagram (forse la seconda), ma a Genova, vicino all’acquario, c’è un museo BELLISSIMO che meriterebbe d’essere conosciuto molto di più, che si chiama Galata – Museo del mare. E’ un museo sulla storia della navigazione, davvero molto ben fatto, avvicente, e persino “ludico”. All’ultimo piano, vengono ricostruiti i locali di un piroscafo che a inizio ‘900 salpava da Genova per l’Argentina, e il visitatore viene (letteralmente!) fatto imbarcare su questo piroscafo, diventando uno dei migranti di seconda classe. Il percorso di visita ti “costringe” proprio a sdraiarti sui lettini della seconda classe, mangiare nelle grandi tavolate della mensa, fare una capatina in infermeria a “visitare” i compagni di viaggio che si sono infortunati nel corso della navigazione (sentendoti raccontare come), etc.
          Bellissimo, stra-consigliato a tutti (dalle famiglie coi bambini su su fino agli adulti), soprattutto se si riesce a pianificare la visita in un momento in cui presumibilmente non ci sarà calca, così ci si gode di più il percorso interattivo.
          Vabbeh, tutto ciò per dire che entrando lì tocchi con mano (letteralmente) la durezza di un viaggio transoceanico come quello del tuo bisnonno… ed è un’esperienza interessante 🙂

          Resta il fatto che chiaramente nessuno definirebbe quel viaggio un “viaggio di piacere”.
          Ma, oserei dire, nemmeno l’esperienza di viaggio nella prima classe del Titanic secondo me si potrebbe definire “viaggio di piacere” nel senso moderno. Cioè: secondo me, ben pochi di quelli imbarcati sul Titanic ci erano saliti per vivere l’esperienza di viaggio su una nave di lusso. Secondo me, la stragrande maggioranza saliva su un transatlantico perché aveva necessità di attraversare l’Atlantico; poi il lusso del Titanic era funzionale a rendere il più bello possibile (o il meno sgradevole possibile) quei giorni di navigazione. Ma la crociera era il mezzo, non il fine, ecco. Non era ancora come per noi, che andiamo in crociera per il fatto stesso di vivere l’esperienza di una crociera….

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          1. Celia

            Ma nemmeno un pellegrinaggio era un “dovere” 😉
            E’ chiaro che il Titanic non faceva crociere turistiche. Ma forse non mi sono spiegata: semplicemente, dovendo o volendo fare un viaggio, anche in epoche e con abitudini molto meno full-service di oggi, ad un Titanic di lusso posso strizzare l’occhio, nonostante abbia conosciuto lussi maggiori. Ad un livello del genere potrei “sottostare” anche oggi, nonostante sia esigentissima.
            Ad un pellegrinaggio (medievale, ma pure contemporaneo, a dire il vero) no.

            (Del Galata hai parlato anche qui).

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          2. Lucia

            Beh: nel pieno medioevo, il pellegrinaggio era da molti percepito come un “quasi” dovere, nel senso che se eri un buon cristiano e avevi abbastanza soldi per permettertelo, era “quasi” un obbligo morale mettere in conto di visitare prima o poi la Terrasanta. Senza contare che per alcuni era letteralmente un obbligo di legge, nel senso che era una pena frequentemente comminata dai giudici a fronte di certi reati (non chiedermi con che logica, ma tant’è).

            Insomma, non lo si può considerare un “viaggio di piacere”, ma nemmeno un “viaggio di fede” paragonabile ai nostri pellegrinaggi a Lourdes per capirci.

            Su quello che volevi dire tu del Titanic in realtà avevo capito benissimo, mi ero agganciata al tuo esempio per ribadire che il nostro concetto di viaggio di piacere non esisteva nemmeno per quelle sistemazioni che offrivano, effettivamente, viaggi pieni di piaceri. Ma in effetti da come ho scritto sembro proprio averti fraintesa, invece no, avevo capito benissimo XD

            (Comunque, per quanto mi riguarda… meh. Non sono così sicura che io mi troverei in modo accettabile, nella prima classe del Titanic. A parte che morirei di mal di mare 😉 mi peserebbe incredibilmente, in assenza di Internet, il non poter comunicare coi miei cari per così tanto tempo (ok, c’era il telegrafo di bordo, dicono pure che il telegrafista non lesse gli avvisi sulla presenza di iceberg perché troppo occupato a mandare telegrammi scemotti con saluti a casa dei passeggeri. Però…). E ignoro fino a che punto il Titanic fosse organizzato con personale medico e sale operatorie per poter gestire piccole emergenze mediche (chessò, l’attacco di appendice: quelle cose per cui “nella vita” normale vai in ospedale e te la cavi con poco), però anche questo è un elemento che avrei preso in considerazione.

            Però la macanza di Internet (o telefonino, o telefono, etc) mi peserebbe. Più che altro per il forzato distacco dal mondo che mi impedirebbe di tenermi in contatto coi parenti lasciati a casa.
            Per il resto, un lifestyle da aristocratica di inizio ‘900 potrebbe anche andare ;-))

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          3. Celia

            Prevedevo l’obiezione sui pellegrinaggi 🙂
            Sì, in effetti non era un’opportunità tra le altre, come oggi per noi.
            Era però forse più spesso un “obbligo” che un “dovere” – su questo chiamo in soccorso Claudio -, nel senso che era avvertito, a parti casi… giudiziari, come una scelta fortemente apprezzata e attesa dalla società.
            Un po’ come invitare 400 parenti al banchetto di matrimonio, cosa che alcune madri danno per ovvia 😐

            L’orchestra.
            Un portatile lo butterei a mare, semmai pure potessi averlo avuto sul Titanic; ma l’orchestra è indispensabile.
            Magari un Novecento a bordo sarebbe ancor meglio ❤

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          4. Claudia

            Se capito a Genova ci vado di sicuro!!! Verso Latina c’è un museo interattivo simile come modalità di ricostruzione ma di tematica diversa. Ricostruisce i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Fanno entrare i visitatori (un piccolo gruppo) in un appartamento degli anni 40 ricostruito in ogni dettaglio. Poco dopo si sente l’allarme antiaereo, si sentono gli scoppi, finte fiamme si vedono dalle finestre e la casa comincia a tremare…..molto di impatto!

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  4. claudia

    Non ci posso credere che attendessero tanto per consumare la notte di nozze! :-))
    Mi immagino poi che, avvenuto il concepimento, affrontare un viaggio del genere in gravidanza fosse complicato….magari rimanevano lì fino alla nascita….e se era femmina che facevano…riprovavano per il sospirato erede??? 🙂

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    1. Lucia

      Che si potesse attendere così tanto per consumare la notte di nozze, io non faccio assolutamente fatica a crederlo.
      Noi tendiamo sempre a immaginare il matrimonio come un gesto d’amore tra due che si desiderano, ma il matrimonio d’amore è una invenzione recentissima, soprattutto per gli aristocratici che citava Barbara.
      Quindi, in sè e per sè, la scelta di aspettare la trovo perfettamente verosimile, se nessuno ti metteva fretta per sfornare subito un erede.

      Detto ciò, la storiella sembra un po’ strana anche a me (se questa credenza c’era davvero, era sicuramente una superstizione becera e non una convinzione comune, io direi, a naso)… però non immaginiamoci gli sposi medievali come coppiette innamorate che non vedono l’ora di strapparsi i vestiti di dosso, perché la nostra idealizzazione della sospirata “prima notte” è una cosa molto, molto recente XD

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      1. Claudia

        Sono una romanticona, lo ammetto! Ma non capisco allora la storia di Albelardo ed Eloisa (siamo nel XII secolo) e del loro amore impossibile perché esse do religiosi non potevano sposarsi . Ed anche la più recente storia di Romeo e Giulietta è del XVI sec. Dove si sposano di nascosto…..sicuramente le nostre ave non avevano il concetto di amore romantico (il che spiega anche perché molte tollerassero senza battere ciglio le infedeltà del marito), ma allora erano forse più “moderne” di noi. Scindevano l’amore dell’interesse e dal piano fisico. Chissà!!

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        1. Lucia

          No, beh.
          Ovviamente, per innamorarsi, la gente si innamorava pure, ci mancherebbe. Solo che, tendenzialmente, non si innamorava del proprio coniuge, e, come dimostrano i casi pietosi che hai portato ad esempio, chi desiderava concretizzare il suo amore in un matrimonio tendeva a fare una miserrima fine XD

          L’intero concetto di amor cortese, alla fine, è questo: un amore quasi necessariamente adulterino (se non altro per una questione di probabilità e statistica) a cui ognuno, secondo la sua coscienza, decide di dare un esito diverso – o con la consumazione di un adulterio vero e proprio (come Lancillotto e Ginevra) o con un nobile amore di lontano che si contenta di amare e riverire la donna amata, ma senza mai arrivare al tradimento (come nel caso di tanti poeti che cantano la loro donna irraggiungibile).
          Poi ci sono anche, nella letteratura medievale, romanzi cortesi che raccontano storie di matrimoni felici in cui i coniugi si amano (il più famoso all’epoca era il romanzo di Erec e Enide, che io trovo delizioso) – ma in un’epoca in cui quasi tutti (soprattutto gli aristocratici) si sposavano per interesse, gli sposini raggianti e pieni d’amore non erano certamente la norma.

          Io dico sempre che, secondo me, dovremmo pensare al matrimonio medievale come a un contratto di lavoro dei nostri giorni. Tutti quanti ovviamente saremmo felici di trovare un impiego che ci piace tantissimo, in cui facciamo il lavoro dei nostri sogni, andiamo d’accordo con i colleghi, abbiamo un capo che è una pasta d’uomo, e sorridiamo lieti ogni mattino tutte le volte che varchiamo la porta dell’ufficio. Ovviamente è una prospettiva desiderabile, e qualcuno che ha la fortuna di trovare un lavoro simile esiste davvero, ma realisticamente sappiamo benissimo che nella maggior parte dei casi non è così, e nessuno di noi si aspetta o pretende di trovare la felicità piena nel momento in cui firma un contratto. Più prosaicamente, ci aspettiamo di trovare gente onesta e civile che ci tratti secondo giustizia e ci permetta di ottenere una stabilità economica.

          Poi magari hai la fortuna di scoprire che il tuo capo è la persona migliore del mondo e che il tuo team di lavoro è composto da gente squisita, ma quello è un di più. E nessuno, credo, rifiuterebbe un buon lavoro (in assenza di alternative migliori) solo perché al colloquio “non è scattata la scintilla” col capo, voglio dire XD

          Ecco, secondo me il matrimonio medievale dovremmo immaginarcelo così. Poteva anche darsi che col tempo nascessero delle belle storie d’amore (o di grande amicizia, che era già un traguardo), ma non era assolutamente la condizione-base perché un matrimonio potesse esistere. Ma non solo perché il papà cattivo ti costringeva a sposarti uguale; proprio perché non era un requisito base nemmeno nell’orizzonte mentale dei fidanzati, secondo me, all’epoca.

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          1. Claudia

            Che belli i tuoi post. Sempre così interessanti. Non so perché mentre lo leggevo mi sono venute in mente le coppie “veline- calciatori” che (almeno secondo lo stereotipo ricorrente, poi ogni storia è diversa) rappresentano un’ottima sistemazione per la ragazza che spesso non ha altre virtù artistiche se non la sfolgorante bellezza. Forse la loro mentalità (sempre con le eccezioni del caso) era simile al “mi sistemo” per lei /lui. Mi ricordo il libro (non il film) “via col vento”. In un paragrafo Gerald parla alla figlia Rossella dicendole che vuole combinarle il matrimonio. Alle proteste della figlia replica bonario “ovvio che deve scegliere il padre. Come può una giovane ragazza distinguere un mascalzone da un gentiluomo. Il padre deve vedere il ragazzo che deve rendere felice sua figlia. Quell’Ashley Wilkes non mi piace. E’ un bravo ragazzo e sono sicuro che non ti picchierebbe o tradirebbe, ma legge libri e va nei musei…e’ troppo diverso da te. Ti renderebbe infelice. Ora e’ un uomo del 1860 che parla…ma forse anche il padre medievale pensava a distinguere il “mascalzone dal gentiluomo” nel combinare un matrimonio

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  5. blogdibarbara

    C’è un’altra storia divertente, nello stesso ambito geografico, stavolta molto più recente, per la precisione nel periodo fra il 1948 e il 1967, in cui la parte orientale di Gerusalemme era occupata dalla Giordania (per inciso – giusto per lasciare anch’io la mia pillolina di storia – quella era la parte più antica della città, quella ebraica. Appena occupata, la Giordania ha immediatamente cacciato tutti gli ebrei che ci vivevano, chi da qualche decennio, chi da qualche secolo, chi dai tempi della Bibbia, ha distrutto tutte le sinagoghe, devastato i cimiteri e usato le pietre tombali per lastricare strade. Per tutti i diciannove anni di occupazione a tutti gli ebrei del mondo, non solo agli israeliani, è stato impedito l’accesso a tutti i luoghi sacri ebraici, compreso il cosiddetto muro del pianto, a ridosso del quale sono state installate delle latrine, e considerevolmente limitato l’accesso a quelli cristiani). Fra le due parti di Gerusalemme c’era una striscia di terra di nessuno, su un punto della quale si affacciava un convento di suore. Un giorno a una vecchia suora affacciata a una finestra parte un poderoso starnuto, e con quello le vola via la dentiera, che va a cadere proprio lì, in quel pezzo di terra di nessuno che dalla parte giordana è sorvegliata dalle guardie di frontiera che sparano su qualunque cosa si muova. Cosa fare? La suora va dalla superiora, la superiora telefona al vescovo, il vescovo contatta il Vaticano, il Vaticano convoca gli ambasciatori israeliano e giordano (quello Israeliano era ovviamente quello in Italia, dato che all’epoca il Vaticano non riconosceva Israele e quindi non c’erano rapporti diplomatici), gli ambasciatori comunicano coi rispettivi governi, i quali concordano una tregua di un quarto d’ora, lo comunicano agli ambasciatori che lo comunicano al Vaticano che lo comunica al vescovo che lo comunica alla madre superiora che lo comunica alla suora. E all’ora fissata la suora più scattante del convento, con scatto da centometrista si è fiondata su quel pezzo di terra a recuperare la dentiera.

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