La leggendaria Antilia, l’isola dalle sette città

Nell’anno 711, i Mori attraversavano lo stretto di Gibilterra dando via a una dominazione musulmana sulla Spagna che, come tutti sappiamo, sarà di ben lunga durata.
La leggenda dell’isola di Antilia nasce proprio in questo contesto, e cioè nel momento in cui i cittadini di fede cristiana tentano di reagire, con le armi e con la mente, alla dominazione del popolo straniero. Consolandosi, tra le altre cose, al pensiero dell’esistenza della bellissima Antilia, l’isola in cui – si mormorava nella notte – sette vescovi spagnoli avevano trovato rifugio fuggendo dalla madrepatria prima che le cose si mettessero veramente male. E, soprattutto, portando con sé un numero considerevole di bestiame, attrezzi da lavoro… e famiglie, naturalmente. Approdati nella loro nuova casa, i vescovi in fuga avevano cominciato a organizzare la comunità costruendo lungo il perimetro esterno dell’isola sette cittadine (da cui il secondo nome di Antilia: Isola delle Sette Città) e dando il via a un’esperienza edenica di Vera Società Cristiana, che avrebbe garantito la sopravvivenza delle fede proprio nel momento in cui, sulla terraferma, la società cristiana sembrava in procinto di soccombere.

Come se la passasse, sull’isola, tutta questa brava gente, non è cosa nota… anche perché la leggenda di Antilia, nata nei primi secoli di dominazione musulmana sulla Spagna, cade presto nel dimenticatoio.
Salvo essere riportata in auge, a sorpresa, sette secoli più tardi – e cioè, all’inizio del ‘400, epoca di grandi esplorazioni nautiche e di carte marine sempre più dettagliate.

È proprio su una di queste carte nautiche che Antilia ricompare, improvvisa, dal nulla. Siamo nell’anno 1424: il cartografo veneziano Zuane Pizzigano, tracciando un portolano destinato a diventare celebre, inserisce nel bel mezzo dell’Atlantico quattro grosse isole di forma rettangolare, che chiama Sava, Ymana, Antilia e Satanazes.
Nessuna di queste isole esiste davvero, anche se ovviamente si sono sprecati, a posteriori, i tentativi di identificarle con questo o quell’altro atollo. Per quanto riguarda Antilia, la supposizione più ovvia (ma non necessariamente la più attendibile) pensa di poterla identificare con le Antille. Che è pur sempre una teoria interessante, ma che poco c’entra con la storia che vi voglio raccontare oggi.

Ai nostri fini, basterà sottolineare il dato storico per cui Pizzigano piazza lì, sulla sua mappa, questi grossi isoloni, dando particolare rilievo ad Antilia, che, delle quattro, è la più grande. Il cartografo traccia anche le coordinate di questa terra: la situa nell’Atlantico settentrionale, a 1200 chilometri a ovest del Portogallo, sulla latitudine di Gibilterra. E, per dimostrare di essere ben informato, arriva persino a citare i nomi delle sette città che sorgono sull’isola: Aira, Ansalli, Antuab, Ansodi, Ansolli, Asesseli e Con.

Le notevoli dimensioni dell’isola (che, a giudicare dalle carte nautiche, doveva avere un’estensione territoriale simile a quella della Sardegna), e soprattutto il fatto che fosse già urbanizzata, la resero comprensibilmente una meta ghiotta per gli esploratori.
Nel 1452, il principe Enrico del Portogallo incaricò Diogo de Teive e Pedro da Velasco di partire alla ricerca di Antilia. Salpati dalle Azzorre, i due valorosi andarono avanti a girare in tondo per un bel po’, prima di gettare la spugna e tornare in patria con un niente di fatto. Antilia non era pervenuta, ma in compenso quella spedizione consentì al Portogallo di scoprire e rivendicare Corvo e Flores, due isolette esterne delle Azzorre – non la leggendaria isola dei sette vescovi, ma “sempre meglio che uno sputo in faccia”, come si suol dire.

Nel 1486, il re del Portogallo ci riprovò, affidando a Fernão Dulmo il compito di localizzare Antilia e rivendicarla. Fernão parte, ma ebbe ancor minor fortuna dei suoi predecessori: lui non trovò altro che tempeste, e dopo qualche settimana fu costretto al dietrofront.

Eppure questa isola esiste!, ripetevano ostinati i cartografi – anche perché ormai Antilia era rappresentata nella maggior parte dei portolani, e negarne l’esistenza avrebbe voluto dire insultare le capacità di una intera categoria. Cominciarono a fiorire le leggende di fantomatici mercantili non meglio precisati che, proprio in quegli anni, avrebbero avvistato Antilia, costeggiandola senza problemi (e, in alcuni casi, addirittura scendendo a terra).

Nel 1474, l’astronomo Paolo dal Pozzo Toscanelli si disse assolutamente certo dell’esistenza di Antilia e la suggerì anche come tappa intermedia nei viaggi verso la Cina, situandola a 50 gradi a est del Giappone. Nel 1492, il cartografo Martin Behaim ridefinì con maggior precisione le coordinate e fissò la latitudine dell’isola a 28° Nord, forse basandosi sulle testimonianze di una nave di sua conoscenza che, nel 1414, l’avrebbe costeggiata.
Il dettaglio esilarante è che pure Cristoforo Colombo credeva tantissimo a questa storia di Antilia, e riteneva che l’isola potesse essere un utile punto di sosta nel corso del suo viaggio verso le Indie. Ovviamente non la trovò mai, ma le annotazioni sul suo diario di viaggio testimoniano che ancora lì, in alto mare, nel bel mezzo dell’Atlantico, il tapino confidava di incrociarla a breve… presumibilmente andando pure in crisi nel momento in cui cominciò a rendersi conto che c’era qualcosa di drammaticamente sbagliato nella sua rotta.

Affascinato dall’esistenza di Antilia fu anche il figlio di Colombo, Fernando. Nella biografia che scrisse su suo padre, il geografo tirò fuori, non si sa bene da dove, un sacco di informazioni extra sull’isola leggendaria. Disse, a esempio, che i sette prelati fuggitivi avevano abbandonato la Spagna nel 714, sotto la guida dell’intraprendente vescovo di Oporto. Sbarcati ad Antilia, i religiosi avevano fuoco alle imbarcazioni con cui erano arrivati, per impedire a se stessi (e, soprattutto, ai laici che li seguivano. Carini…) di soccombere alla tentazione di voler tornare indietro. Stando così le cose, le uniche notizie che possediamo su Antilia ci arrivano – se vogliamo dar retta alla ricostruzione di Fernando – da un’unica fonte, e cioè dall’unica nave ad esser mai riuscita a navigare fino all’isola. Si trattava di un vascello mandato fuori rotta da una tempesta, che attraccò e cercò riparo presso l’Isola di Antilia quando era ancora in vita il principe Enrico del Portogallo (se ricordate, quello che diede il via alla caccia all’isola leggendaria).
Accolti e rifocillati dalla popolazione autoctona, discendente dal primo nucleo di coloni, i marinai ebbero modo di visitare l’isola nella sua interezza e presero addirittura parte a una funzione religiosa. Alla fine, tornarono in Portogallo per riferire sull’accaduto… ma quando il principe ordinò loro di ripartire immediatamente per rivendicare l’isola, l’equipaggio si rifiutò.
Forse per non turbare la quiete edenica che aveva potuto apprezzare ad Antilia, chi lo sa.

…o, forse, perché era al corrente di alcuni dettagli che il principe ignorava.
Altre leggende, infatti, si svilupparono nel corso degli anni, volte a spiegare la misteriosa irreperibilità di un’isola (pure bella grossa!) sulle cui coordinate concordavano tutte le carte nautiche.
Secondo il marinaio Eustache de La Fosse, Antilia era protetta da un potente incantesimo gettato su di essa da uno dei sette vescovi originari, uomo “versato nell’arte della necromanzia” (…annamo bene). L’isola di Antilia esiste ma, semplicemente, la magia la rende invisibile, così come rende invisibile in cielo il volo degli uccelli costieri di cui pure i marinai dichiaravano di udire i versi, avvicinandosi alle coordinate dell’isola.

Scopo di questo incanto?
Ovviamente, proteggere Antilia e la sua quiete edenica dalle influenze negative del mondo esterno.
E infatti – secondo la leggenda di La Fosse – non è detto che Antilia non possa tornare a mostrarsi, un giorno. Capiterà, forse, quando e se la Spagna potrà nuovamente dire d’essere un Paese integralmente, veramente cristiano.


(Questa e molte altre bellissime storie di questo tenore sono raccontate in: L’Atlante immaginario di E. Brooke-Hitching, Edizioni Mondadori)

11 risposte a "La leggendaria Antilia, l’isola dalle sette città"

  1. marinz

    …Ma bella più di tutte l’isola non trovata, quella che il Re di Spagna s’ebbe da suo cugino,
    il Re di Portogallo, con firma suggellata
    e “bulla” del pontefice in Gotico-Latino…

    Il Re di Spagna fece vela cercando l’isola incantata,
    però quell’isola non c’era e mai nessuno l’ha trovata:
    svanì di prua dalla galea come un’idea,
    come una splendida utopia, è andata via e non tornerà mai più…

    Le antiche carte dei corsari portano un segno misterioso
    e ne parlan piano i marinai con un timor superstizioso:
    nessuno sa se c’è davvero od è un pensiero,
    se, a volte, il vento ne ha il profumo è come il fumo che non prendi mai!

    Canzone “L’isola non trovata” di Francesco Guccini 🙂

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        1. Lucia

          Sì infatti!!
          Che poi, boh, con un vescovo necromante servirà a qualcosa, un banale vetro?

          Comunque, scherzi a parte, ‘sta storia avrebbe gli elementi per diventare un thriller fantasy mica male. Una comunità di fedeli e di pii religiosi che si raduna attorno a un leader carismatico per navigare assieme a lui verso la Terra Promessa, salvo poi scoprire che questo qua è invece asservito alle forze del male, appicca fuoco alle navi per impedire alla gente di scappare, e getta sull’isola un maleficio che lo rende invisibile al resto del mondo. Quantomeno fino al giorno in cui, mille-e-passa anni più tardi, una nave in avaria…

          C’è materiale per un filmone, qui! 😀

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