Buone maniere, garbo ed etichetta? La scelta vincente – specie per un cristiano

Non sorprende notare come la popolare serie tv Downton Abbey abbia ispirato, negli anni, numerose riflessioni tra gli scrittori che parlano di religione (qui, una delle mie preferite, scritta dal punto di vista di una ebrea ortodossa).

In un mondo in cui la violenza, lo scandalo e l’oscenità sembrano esser diventati elementi imprescindibili per un prodotto di successo, scalda il cuore vedere come abbia potuto sbancare al botteghino una serie in cui non volano botte, non si vede un singolo nudo nell’arco di sei stagioni e la trama si sviluppa con quella stessa garbata compostezza che, da copione, regola le vite dei protagonisti.

Dirò di più: a farci amare Downton Abbey è proprio quell’atmosfera ovattata di tempi passati che non ritorneranno più… ma che evidentemente ci affascinano ancora. Come fa notare l’articolo che ho linkato sopra, lo spettatore non ama, di Matthew, i momenti in cui irride l’antiquato lifestyle di Downton; al contrario, gioisce quando l’uomo finalmente ci si adegua e accetta l’aiuto del suo valletto per vestirsi.
Non una singola volta (il che è davvero sorprendente) Downton Abbey solletica il nostro spirito guerriero inneggiando alla rivoluzione e al sovvertimento dei costumi. E, se lo facesse, probabilmente non ci piacerebbe più – ché non sarebbe più Downton Abbey.

C’è qualcosa di veramente affascinante in quella cultura aristocratica fatta di decoro e di buone maniere che la serie tv mette in scena

osserva nel suo (bellissimo) The Catholic Gentleman il (consigliatissimo) Sam Guzman, autore dell’(imperdibile) blog omonimo.

La studiata formalità e l’adesione all’etichetta che regolavano la quotidianità della upper-class britannica rendono evidenti lo stridente contrasto con quanto accade oggi in una società in cui non è infrequente vedere gente che va a far la spesa in pantofole e pigiama

(e qui avrei voluto mettere una parentesi per dire “beh, dai, questo succede solo in America, però”, se non fosse che giusto ieri mi son trovata su Instagram il video di una influencer che ci mostrava cinque modi stilosi per uscire in pigiama a Milano).

Lord Grantham, impeccabilmente vestito nei suoi abiti di classe e forte di un eloquio perfetto e forbito, è senza dubbio l’archetipo del gentleman.
Ma è necessario possedere una proprietà di centinaia d’acri con un palazzo nobiliare nel mezzo, per poter essere un gentleman? […] O, al contrario, la qualifica di gentleman è qualcosa alla portata di tutti?

Il fatto che Sam si definisca (e a buon diritto!) un vero gentleman cattolico, pur senza essere (che io sappia) un billionaire, dovrebbe bastare a dirimere la questione.

In effetti – osserva l’autore, e non a torto – la nobiltà non è mai stata il prerequisito per potersi dire gentiluomini. Semmai, è vero il contrario: conoscere le buone maniere e saper vivere secondo l’etichetta erano i pre-requisiti indispensabili per chiunque avesse ambito a ritagliarsi un posto a corte (dove, non a caso, la cortesia regna sovrana).

Un’espressione francese che un tempo era conosciuta da tutti i gentiluomini della upper-class è “noblesse oblige” (letteralmente, la nobilità obbliga): uno slogan che, nella sua semplicità, sottolineava come i privilegi derivanti da un certo ruolo e da un certo status sociale debbano necessariamente costringere chi ne gode ad essere generoso, garbato ed onorevole.

Ma perché prendersi la briga di comportarsi da gentiluomo, oggi?

Qualcuno lo fa per sedurre una signora: toh. Aprire la portiera della macchina al primo appuntamento, aiutare una donna a indossare il cappotto, sistemare la sedia dietro di lei prima di prendere posto: questi son tutti atteggiamenti galanti, che nel corteggiamento funzionano ancora abbastanza bene.

Ma perché mai un uomo dovrebbe cedere il suo posto a sedere a una coetanea in perfetta salute che è appena salita sull’autobus?
Perché dovremmo sforzarci di sorridere alla commessa del supermercato, quando è stata una giornata stortissima, siamo esausti e vorremo solo insultare il mondo?
O peggio ancora: cosa ci trattiene dal prendere a insulti il deficiente che ci sta mettendo una vita a fare una dannata manovra per parcheggiare, e intanto blocca l’intera strada, il semaforo sta per diventare rosso e tu sei già in ritardo per il lavoro?

Ormai, va di moda ironizzare sul fatto che un “vaffa…” di tanto in tanto è altamente terapeutico.
E allora, perché io son qui a dire che non dovremmo concedercelo mai?

Cosa sono le buone maniere? Perché sono così importanti? Peggio ancora: perché se ne parla in un blog cattolico?

Per citare la bellissima definizione che ne dà The Catholic Gentleman,

le buone maniere sono l’amore nelle piccole cose. Sono il modo in cui amiamo il nostro prossimo più di noi stessi. Sono un modo di mostrare amore che si manifesta in piccoli gesti di gentilezza, in piccoli sacrifici sopportati per il bene degli altri e motivati da nessuna altra ragione all’infuori di questa: essere persone di buon cuore.
Colui che si comporta con buon garbo riconosce l’intrinseca dignità di ogni persona e dunque tratta con onore e riverenza chiunque incontri. […] Come scrisse una volta il cardinal Newman, “si potrebbe dire che il gentiluomo è colui il quale non infligge dolore”.

Tristemente, i veri gentiluomini sono sempre più rari da incontrare.

Qualcuno potrebbe dire che è naturale: i tempi cambiano, la società si evolve, le vecchie convenzioni del passato diventano obsolete.
In realtà, il problema non è un generico mutamento dei costumi: a far cadere in rovina i gentiluomini è stato un mutamento dei valori su cui si regge la nostra società.

Nel mondo del lavoro, nel rapporto con le istituzioni, oggigiorno il Vero Uomo è quello che riesce a farsi strada a gomitate, a sbaragliare la concorrenza, a mostrarsi più furbo degli altri – magari anche a ingannare quei fessi che tanto son così scemi da non accorgersene.

Sono tutti segni di un radicato narcisismo e di un egocentrismo generalizzato i cui effetti sono gravemente tossici

scrive Sam – e, senza arrivare agli estremi (pur frequenti) di chi si vanta di aver frodato il fisco e di aver danneggiato altri pur di far carriera, io trovo estremamente indicativo e triste anche il solo fatto che la proverbiale “serata tra uomini” finisca spesso con l’identificarsi in “mangiamo porcherie in pigiama sul divano, e rutto libero”.

Una siffatta serata mi sembra ‘na cosa di uno squallore unico, ma è pur vero che non fa male a nessuno. Invece, danneggia moltissimo la nostra crescita umana e spirituale la convinzione che le buone maniere siano qualcosa di superfluo e démodé, utile tutt’al più a strappare un secondo appuntamento alla ragazza che ci piace.

E invece sono essenziali, anzi sono

null’altro se non la Regola Aurea messa in azione. Sono il “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”.

Secondo The Catholic Gentleman, le buone maniere altro non sono che una applicazione pratica della Giustizia: e cioè, dare al nostro prossimo ciò che gli spetta di diritto. E cioè,

rispetto e gentilezza, perché ogni persona che incontriamo è un’anima fatta ad immagine somiglianza di Dio.

***

Essere beneducati non è facile e non viene naturale, soprattutto se non siamo stati cresciuti tra i sontuosi corridoi di Downton e non abbiamo assimilato fin da piccoli le regole dell’etichetta.
Ma se anche la vita avesse voluto riservarci una tale sorte, non è detto che l’educazione ricevuta in infanzia sarebbe bastata a farci rimanere gentiluomini anche in età adulta: l’intera nostra società rema contro questo buon proposito. A partire dagli slogan pubblicitari, e giù giù a cascata in ogni aspetto della nostra vita, il mondo di oggi ci martella con messaggi tipo: tu sei il centro del mondo; tu sei il meglio e meriti il meglio; tu hai il diritto di essere viziato.

Ma noi dobbiamo resistere a questa cultura dell’ “io” e iniziare a vivere una vita per gli altri.
Ben difficilmente questa vita sarà sempre glamour. Anzi, potrebbe essere decisamente scomoda. Potrebbe persino farti ricevere occhiate storte da ti considererà troppo antiquato […]. Ma, alla fine dei conti, una vita passata a servire gli altri porterà sempre una gioia duratura, mentre un’esistenza vissuta nell’egoismo si chiuderà sempre con il rimpianto.

In quanto Cattolici, è nostro compito essere gentiluomini. Non gentiluomini in modo adulatorio e lusinghiero, ma gentiluomini in modo altruista e sacrificale. […] Dobbiamo sforzarci di vedere le persone non come seccatori da evitare o come concorrenti su cui vincere, ma, al contrario, come creature viventi che meritano il nostro amore e il nostro rispetto.

Solo se riusciremo ad entrare in quest’ottica potremo davvero dire di essere gentiluomini.
E direi che a quel punto saremo anche sulla buona strada per poterci definire “bravi cristiani”.

11 risposte a "Buone maniere, garbo ed etichetta? La scelta vincente – specie per un cristiano"

  1. Umberta Mesina

    Quanto hai ragione… e quanto è veramente difficile!
    Piace molto anche a me, The Catholic Gentleman. Invece Downton Abbey non l’ho mai seguito, ma so che ha avuto un successo strepitoso e forse l’ha avuto proprio perché tante persone sono stufe del “rutto libero” e del “vaffa” e delle donne che vanno a far la spesa in ciabatte (mia madre è sempre stata molto acida a riguardo).
    Sam dice che prima o poi ci sarà un sito per la Catholic Gentlewoman… Mentre aspettiamo c’è anche Verily Magazine che è molto garbato e piacevole da leggere.
    P.S. Alla seconda riga, prima della parentesi, è “religione” e non “regione”, giusto? Come hai scritto su FB.

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    1. Lucia

      🤦‍♀
      Ovviamente sì, grazie mille ho corretto!

      Downton Abbey è davvero delizioso, se ti capita di trovarlo su Netflix o altri siti simili consiglio di darci un’occhiata, perché è bello per davvero.

      Sul The Catholic Gentlewoman prossimo venturo… lo aspetto con ansia!!
      Anche se, a onor del vero, trovo che di siti di “lifestyle” dedicati alle donne cattoliche ce ne siano già tanti, oserei dire fin troppi (certo, quello di Sam si distinguerebbe probabilmente per equilibrio e qualità, in mezzo al mucchio).
      Invece credo che The Catholic Gentleman sia un unicum, e un po’ sento la mancanza di qualcosa del genere nel panorama italiano. Nel senso: Sam fa benissimo il suo lavoro, ma mi piacerebbe ci fosse qualcun altro a parte lui che ha a cuore gli stessi temi 🙂 e invece non me vengono in mente altri…

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      1. klaudjia

        Lucia parole sante!!! Qualche giorno fa un’amica, con un figlio adolescente, mi ha raccontato che il ragazzo porta a casa la sua fidanzatina e si è lamentato perché il padre si fa trovare i giro per casa in mutande! Alle rimostranze del figlio, il padre ha replicato che lavora tutto il giorno e a casa sua fa quel che vuole. Ora…manco mio nonno contadino avrebbe mai fatto una simile cosa! Il rozzo piace nella cultura di oggi. La maleducazione viene scambiata per sincerità. “Dico quello che penso”, “sono meglio di tanta gente finta” ecc. Ecc. La televisione è disgustosa (Barbara D’Urso docet). Se non dichiari in televisione tutti i dettagli più intimi (per non dire sordidi) della tua vita sessuale, non sei degno di intervista nei salotti televisivi. Scandali su scandali creati ad arte, litigi organizzati nei minimi dettagli…per abbassare sempre di più l’asticella del lecito

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        1. Lucia

          …oltretutto – piccola postilla che m’è venuta in mente leggendo il tuo commento – c’è modo e modo di trattare temi intimi per non dire sordidi (ammesso e non concesso che siano argomenti da affrontare in pubblico. Ma ammettiamo pure).

          Seguo sempre con piacere i video caricati sulla pagina Facebook di BBC Comedy (mi piace lo humor inglese) e qualche giorno fa mi son piegata in due dalle risate vedendo questo video:

          https://www.facebook.com/bbccomedy/videos/783494328746682/

          nel quale Lady Glenconner, una anziana nobildonna inglese che ha da poco pubblicato un suo libro di memorie, di racconta dettagli alquanto intimi (per non dire sordidi) della sua luna di miele.
          Per carità, son dettagli che si potevano tranquillamente tenere per sé (ma sono contenta che non l’abbia fatto XDD), ma la cosa che mi ha stupito è proprio stata il garbo e lo humor con cui ha reso la scena, senza indugiare neanche per un attimo su dettagli disgustosi.
          Penso che molti altri ospiti, invitati in TV da Barbara d’Urso (o in altro programma analogo) avrebbero usato toni completamente diversi per descrivere la stessa scena. Proprio vero che la classe non è acqua.

          Ahimé, il rozzo piace nella cultura d’oggi, e la sciatteria viene scambiata per spontaneità. Il padre che gira per casa in mutande mentre è presente la fidanzatina del figlio è allucinante (!!!!), ma del resto io conosco un ragazzo che mi raccontava come suo padre fosse solito girare per casa in mutande (non alla presenza di fidanzatine altrui, fortunatamente 😅), col dettaglio che le suddette mutande erano quei boxer da uomo con la fessura sul davanti per quando devi andare in bagno.
          E pare che ogni tanto – nel muoversi, nel sedersi a tavola, etc – ‘sta fessura tendesse pure ad aprirsi O____O

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          1. klaudjia

            Lady Glennconner con quel garbo avrebbe potuto raccontare di aver commesso un omicidio 🤣🤣🤣. Divertentissimo! Ma d’altra parte poveretta però! Che scherzo il caro sposino!

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          2. Lucia

            😂😂😂😂

            Nel caso specifico, io ho il forte timore che il simpatico Colin avesse considerato il tutto una cosa utile da farsi, per far mostrare a una ragazza vergine “come funziona” prima di passare all’azione. Più che scherzo, secondo me lui era proprio serio O.o (il che è pure peggio…)

            A parte gli scherzi, poveretta sì.
            Ma come commentava uno dei lettori nel commenti su Facebook, la commedia è quello che succede quando prendi una tragedia, fai passare tanto tempo, e riguardi alle cose con sguardo diverso.

            😂😂😂

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  2. mariluf

    Avrei voluto mettere almeno un centinaio di Like. Da vecchia torinese qual sono, continuo a patire la mancanza di cortesia. Ed è vero che non è necessario essere stati allevati per andare a corte, per essere educati. I miei erano operai , figli di contadini di montagna, ma anche se non avrebbero saputo seguire perfettamente l’etichetta a tavola o le priorità nell’entrare a teatro, il rispetto del prossimo lo conoscevano bene, direi che l’avevano innato, e me l’hanno insegnato. Ho sempre sostenuto che la cortesia è carità spicciola, e non ipocrisia. Grazie sempre, Lucia!

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  3. beckyblomwood

    Questo post cade veramente a fagiolo perché mi sto riguardando Downton Abbey su Amazon Prime (qui in Germania non è su netflix). Le tue parole mi stimolano a buttare giù un paio di riflessioni che è da un po’ di giorni che mi frullano in testa.

    Devo innanzitutto dire che questa è la seconda volta che lo rivedo, ma la prima lo avevo divorato in maniera binge in un mese e devo dire che la mia attenzione si era un po’ troppo concentrata sul plot principale, quello tra Mary e Matthew e così via. Ora che so già (sniff sniff) come è andata a finire, ho però potuto cogliere altri aspetti, tra cui appunto quello delle “buone maniere” e del “buon tempo andato”

    Premessa: non so voi in che lingua lo abbiate visto. Io ho la fortuna di essere praticamente bilingue, quindi lo guardo in inglese senza sforzo. Non sono una fanatica della lingua originale (se per l’utente la visione diventa una fatica e non un piacere, che senso ha?), ma davvero in questo caso la resa italiana è pessima. Non mi riferisco tanto alla traduzione, quanto più alla cadenza soap-operistica del doppiaggio italiano, che, con la parziale eccezione di Lady Violet (ma in inglese è ancora meglio) appiattisce l’espressività e il “wit” della “small talk” inglese su cui sono costruiti tutti i dialoghi, rendendo tutto molto più simile a una sorta di “il segreto” ambientato nello Yorkshire. Per di più il doppiaggio appiattisce la differenza tra l’accento inglese della famiglia e l’americano di Cora and family.

    Vengo al punto. è vero che sono educati. è vero che sono ben vestiti e ordinati. è vero che vivono in un mondo teso a conservare garbo e armonia nella comunicazione e nei rapporti umani. Quello che tuttavia la serie -a guardarla con attenzione distogliendo un po’ lo sguardo dal plot amoroso (e -ripeto- non è facile farlo, soprattutto col doppiaggio italiano) vuole mettere in evidenza è come tutto quel mondo esista e si mantenga SOLO a patto di una ontologica sperequazione sociale per cui esiste una categoria di persone a cui non è permesso neppure indossare il pigiama da solo, ma praticamente vivono come una sorta di bambolotti semovente e quindi ogni sera possono (con l’aiuto di altri) indossare abiti formali, gioielli e guanti omerali per cenare con i parenti in un’atmosfera di perfetta cortesia. Tutto questo però, ha un prezzo. Ovvero: lo stile di vita dell’aristocratico è possibile solo (e ripeto SOLO) perché esiste un’altra categoria ontologicamente separata dalla prima per diritto di nascita, a cui spetta un rassegnato posto nella base larga della piramide e che per tutta la vita dovrà aiutare una persona perfettamente dotata di arti superiori funzionanti a indossare la vestaglia. E questo problema è sentitissimo nella serie: se ci fate caso, spesso i Grantham dicono che è loro dovere continuare questo stile di vita, perché é loro dovere dare lavoro alla contea. E ugualmente – ai piani bassi – la servitù, pur diventando sempre più consapevole della sostanziale inutilità (non mi viene una parola migliore a rendere l’inglese pointless) di una vita passata ad assistere un uomo adulto normodotato nel fare colazione o nell’indossare le scarpe, è però spaventata dall’idea di perdere il lavoro o comunque all’idea di un mondo che sta cambiando.

    Le ultime stagioni mostrano benissimo la crisi del sistema: l’aristocrazia è in crisi economica, queste dimore con tutta la servitù costano troppo, ma d’altro canto sentono che parte del loro dovere è proprio vivere una vita che necessiti di continua assistenza, cosa che significa dare lavoro (e con “lavoro” intendiamo poco più che vitto e alloggio, eh).
    Dal lato opposto della scala sociale, alla servitù inizia a stare stretta l’idea di una vita passata ad “assistere” altri esseri umani sulla base del diritto di nascita, ma dall’altro è spaventata dall’idea di perdere uno stile di vita, quello della “grande famiglia della servitù” in cui comunque trova cibo, casa, assistenza. (anche se la visione che Downton abbey offre delle condizioni di vita e lavoro della servitù di downton è quanto meno edulcorata)

    Cerco di giungere a una conclusione: perché ai tempi di Downton Abbey (e oltre) erano più educati e cortesi? Per me la risposta è semplice. Perché avevano tempo. La contemporaneità ci ha portato via il tempo, nessuno ha più tempo di fare nulla, figuriamoci abbigliarci con cura, scrivere lettere a mano, bere un the lentamente, cenare ben abbigliati ogni sera. E, fin qui, ho detto delle gran banalità (si stava meglio quando si stava peggio ecc.). Vengo al punto: é vero, la cortesia è un valore da riscoprire, tutti dovremmo essere più gentili, riscoprire l’arte della conversazione arguta ma non pettegola, curare il nostro aspetto in modo che sia ordinato e adeguato al luogo in cui ci troviamo ecc ecc… ma, quello che forse troppo spesso si dimentica e che ai tempi di Downton Abbey tutto questo era loro consentito dal fatto che ogni singola incombenza della vita quotidiana – dal pettinarsi in poi – era appaltata ad altre persone. Lo dico con parole più dure: comodo essere gentili, cortesi, ordinati ed eleganti in una società non tanto distante da una di stampo schiavistico, dove con un cenno del mignolo ottengo di essere nutrita, vestita, pettinata, trasportata, riverita e dove il mio più impellente problema quotidiano è quello di rivolgermi alle persone col giusto titolo. E dove i miei stessi figli mi vengono consegnati puliti, cambiati e profumati per mezz’ora al giorno. Certo che Lady Mary è perfetta: non deve certo passare notti insonni a dare biberon o a calmare reflussi gastrici. Un po’ meno facile conservare garbo, cortesia, ordine nell’abbigliamento et cetera, se devo sbattermi come una pazza tra le mille incombenze della vita quotidiana.

    Ti lascio con una domanda: la cortesia e lo stile di vita dei Crawley potrebbero essere definiti etici? Soprattutto se (come ho già scritto) teniamo presente che la serie offre un quadro dello stile di vita della servitù estremamente edulcorato.
    Ciao!

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  4. klaudjia

    Non vorrei vivere in quell’epoca neppure se fossi stata la contessa. Alcune espressioni rivolte alle donne definite “merce avariata” perché non più illibate e le sofferenze di Edith perché ha avuto una figlia fuori dal matrimonio non mi piacciono proprio! Ed erano ricche e nobili…le altre stavano ancora peggio! Però lo stile ed il garbo al quale tutti tendevano mi piace. Una volta “si cercava di migliorare” . Mio zio non entra in chiesa se sopra la camicia non ha una giacca, anche a luglio, ed ha quasi 80 anni e faceva l’operaio. Ognuno nel proprio piccolo cercava un garbo ed uno stile. Non c’era l’idolatria per il rozzo. Forse parlo così perché vivo a Roma, nella sconfinata periferia romana (solo un ventesimo degli abitanti vive nel centro storico), dove il “coatto” è uno stile di vita.

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  5. Axel

    Non ho mai visto Downtown Abbey, se mai lo farò ,sarà in lingua originale per cogliere le sfumature e gli accenti diversi dei protagonisti
    Per quanto riguarda le cosiddette buone maniere , secondo me occorre distinguere e cristiani ricordare che Giovanni Il Battista appariva uomo selvatico e non diceva cose carine . e Gesù’ è stato più volte accusato di essere maleducato dai suoi ospiti.
    Se le buone maniere corrispondono , non solo ad un habitus , ma ad un’inclinazione dell’anima, allora hanno un grande valore ( E Dio solo sa quanto ce ne sarebbe bisogno) .Credo che sia questo il senso di The Catholic Gentlemann, a questo proposito mi viene in mente quanto scrisse il cardinale Biffi nel suo libro memorie e digressioni di un italiano Cardinale della sua formazione nel seminario di Venegono, ” il suo scopo era creare dei gentiluomini il cui fine fosse non infliggere dolore agli altri ( mi ha tanto colpito che l’ho annotato).
    Le buone maniere , però, possono essere puramente formali, uno schermo dietro cui nascondersi e giudicare il prossimo come non all’altezza, o come nell’Inghilterra di Downtown uno strumento di classe.
    E ‘vero la cortesia era prerequisito per la corte, ma ciononostante, le corti erano anche covi di intrigo, di crudeltà e poveretti coloro che mancavano di arguzia ! Si può ferire , anche mortalmente, con una battuta, un motto spiritoso, sorseggiando con impareggiabile eleganza una tazza di the, si può soffrire anche coperti di pizzi ed impeccabilmente acconciate.
    @ Mariluf , una mia amica che vive in Piemonte dei torinesi dice che sono falsi e cortesi , non credo che sia un complimento , ma vero o falso che sia , mostra l’ambiguità della ” CORTESIA”
    @@ Klaudjia abbiamo perso il senso delle cose: la festa è diventata lo sbraco ed è persino divertente vedere i nipoti ed i bisnipoti dei formalissimi borghesi dei primo del ‘900 andare in giro come nemmeno i carbonari o le lavandaie ( con tutto il rispetto per carbonai e lavandaie). del tempo che fu.

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  6. Eleonora

    Penso sia vero che dovrebbe essere, la cortesia, un moto vero che viene dall’anima, come appunto dice anche il cardinale Biffi, nel senso di sforzarsi ad essere gentili per non ferire gli altri, essere cortesi, non maleducati ( che non vuol dire non essere duri se serve esserlo, ma usare un linguaggio che non sia volgare e non offenda). Però vorrei soffermarmi anche in genere sul decoro, che secondo me ha molto della cortesia. É vero si può soffrire anche coperti di merletti, ma andare in giro decentemente coperti, per esempio, é un segno di rispetto per gli altri. Ed é vero che le pulizie di certo si fanno in tuta e non in abito da sera, ma vedere gente che va in Chiesa in tuta, o ad una festa, che sia pure per bambini, o comunque vestiti come tutti i giorni senza un minimo di cura, denota il fatto che la gente non ha più rispetto per il sacro e per le feste. Non sono più occasioni importanti per le quali ci si deve preparare al meglio. Ed é vero che durante la settimana si deve sempre correre e magari non si ha tempo, ma la domenica , o in certe occasioni diverse dall’ambiente casalingo ( una cena, una festa ) sarebbe bello vedere persone vestite con attenzione, anche con decenza, perché davvero si é perso il senso che anche con l’abito si trasmette qualcosa. Anche nel vangelo, per i matrimoni o le occasioni anche i più poveri tiravano fuori il vestito della festa per sottolineare l’importanza dell’occasione. Invece questo si sta perdendo per un generale gusto alla trasandatezza e alla comodità sopra ogni cosa, anche se poi si può sembrare trascurati.

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