C’è vita, nei fiori di ghiaccio?

Il graziosissimo Inverno di Alessandro Vanoli – un libretto che se ne sta a metà tra il saggio storico e l’elegia – mi ha fatto scoprire una chicca interessantissima che potrete rivendervi con successo se (…se?) i piccoli di casa sono fan di Frozen.

Avete presente il modo in cui si forma il ghiaccio?
Chi ha avuto la fortuna di assistere a questo spettacolo, difficilmente lo dimentica. È tutto un serpeggiare di cristalli che crescono, si allungano, si protendono, si toccano. È un qualcosa di magico e di emozionante: il ghiaccio sembra vivo.

Oggi il fenomeno quasi non lo conosciamo più

scrive Vanoli. Ma

quando il riscaldamento era ben poco e le finestre erano fatte con vetro fuso pieno di impurità, attorno alle tante minuscole irregolarità si formavano cristalli di ghiaccio che crescevano in eleganti motivi. Ho detto «crescevano» perché quello era davvero l’effetto che facevano: come piante, come fossero misteriosi esseri viventi, simili a muschi e felci.

Oggi, è meno facile poter assistere a questa poesia.
Ma, per fortuna, oggi viviamo nell’era dei social network e delle telecamere HD: due strumenti grazie ai quali è possibile sgranare gli occhi di fronte a dei video come questi:

Veh, che meraviglia?

Pensate di vivere in un mondo in cui spettacoli simili sono all’ordine del giorno: letteralmente si parano al vostro sguardo tutte le volte che lanciate un’occhiata oltre la finestra. È inevitabile che la fantasia cominci a galoppare.

: anche perché ciò che è chiaro a noi moderni, come spesso accade non era così scontato per gli antichi.
Se per noi è ovvio che questi intrecci altro non sono che reticoli cristallini che si sviluppano secondo leggi ben precise, i nostri trisavoli restavano comprensibilmente interdetti di fronte a questo ghiaccio semovente.

Perché si muove? Perché cresce? Perché assume ‘sta forma strana? È forse il ghiaccio un organismo vivo che germina e sboccia, come un fiore che cresce e schiude i suoi petali a primavera?

Credeteci o no: nella Germania del Romanticismo, questa suggestione fu alla base di un bizzarro dibattito sulla possibile natura vegetale di quelle formazioni che all’epoca erano chiamate – non a caso – Eisblumen. Fiori di ghiaccio.

Come dite?
Vi sembra che una discussione su questo tema sia una questione di lana caprina?
Beh, in realtà no. Al di là dell’aspetto puramente scientifico della questione, il dibattito sulla vera natura degli Eisblumen abbracciava anche temi filosofici. Sotto sotto, la domanda su cui si dibatteva è: dove inizia la vita? Può veramente essere definito “morto”, un elemento che non è inerte ma anzi si sviluppa e cresce?

Proprio per questo l’interrogativo accendeva non solo gli animi degli scienziati, ma anche quelli di filosofi e intellettuali. Vi basti pensare che uno dei più accesi sostenitori di questa teoria fu un letterato, Karl Ludwig von Knebel, noto ai più per la sua amicizia con Goethe.

Dobbiamo proprio alla frequentazione tra i due uno dei più interessanti dibattiti sulla natura degli Eisblumen, raccontato nel dettaglio da Andrea Dortman nel suo Winter Facets. Traces and Tropes of the Cold.
Tutto comincia nel 1788, durante il famoso viaggio di Goethe in Italia. In risposta a una… cartolina delle vacanze inviata nella fredda Germania, l’amico Karl impugnava il pennino per osservare che “la terra dove fioriscono i limoni” era certamente molto suggestiva… ma anche le fredde lande del Nord hanno il loro fascino. E infatti, sulla sua finestra ghiacciata, Karl poteva ammirare giorno e notte i meravigliosi fiori di ghiaccio, paragonabili a piante vere a tutti gli effetti, con tanto di fusto, foglie, rami e infiorescenze.

Credeteci o no, Goethe se l’attaccò al dito. E diede il via a un serrato dibattito, a tratti surreale, che oggigiorno probabilmente assumerebbe la forma di un flame sotto alla foto di te in riva al mare nel tuo resort a 5 stelle, con un amico che commenta “bah, io preferisco guardare la pioggia mentre aspetto il 57 alla pensilina”.

Probabilmente ferito nel suo orgoglio vacanziero, Goethe risponde piuttosto piccato. Il piacere di una passeggiata in un aranceto, gli dice, non è paragonabile al momentaneo apprezzamento di una di queste formazioni. Formazioni che, oltretutto, è scorretto chiamare “fiori di ghiaccio”, un termine senza dubbio suggestivo ma, al tempo stesso, profondamente sbagliato – ché non può esistere un fiore laddove esiste il ghiaccio, poiché il ghiaccio porta la morte e non la vita.
Ma il poeta non si ferma qui. Dopo aver sottolineato che i cosiddetti “fiori di ghiaccio” (…ma lui preferisce chiamarli “cristallizzazioni”) altro non sono che una pallida imitazione delle forme di vita presenti in natura, impietosamente infierisce. E aggiunge: non si capisce da dove nasca questa moda di utilizzare un linguaggio letterario per parlare di concetti scientifici. La scienza la si faccia con rigore, lasciando da parte le fantasiose suggestioni adatte ai libri di poesia. Non c’è spazio, nella Scienza, per metafore e lirismo. Chi pretendesse di fare scienza in questo modo, dice il poeta, ricadrebbe in una sorta di “confortevole misticismo” tutto melenso.

Riuscite a immaginarvelo, il flame che esplode sotto al selfie di Goethe tra gli aranceti?
Per buon conto, aggiungeteci questo dettaglio: non pago di aver stroncato il suo amico, Goethe pensa bene di dare alle stampe la sua risposta.
Proprio così: riferendosi a un dibattito avuto con un non meglio precisato “amico nel Nord”, il poeta sente il bisogno di condividere col mondo queste sue esternazioni.

E d’accordo che il povero “amico nel Nord” non era mai nominato; d’accordo che Goethe era probabilmente mosso dal desiderio di riflettere sui diversi registri linguistici: però, il povero Karl ci rimase comprensibilmente male. E, giusto per non subire l’onta di essere oggetto di un flame senza manco provare a difendersi, accusò Goethe di voler fare il tuttologo, dandosi arie da gran scienziato quando invece era lui il primo ad essere poeta fin nel midollo.

Incredibile a dirsi, ma ‘sta storia dei fiori di ghiaccio rischiò quasi di spezzare l’amicizia, che fu recuperata solo grazie all’intervento di un comune conoscente. E meno male – ché l’epistolario tra Goethe e Knebel è godibilissimo (e contiene, ovviamente, anche le tracce di questa lite. Per il nostro divertito godimento).

Per non far sembrare che gli unici pazzi a perdere il sonno attorno i fiori di ghiaccio fossero i due poeti, sarà forse utile citare un passo di Shopenauer, che, nel suo Mondo come volontà e rappresentazione, scrive:

Il ghiaccio si depone sui vetri delle finestre secondo le leggi della cristallizzazione, che rivelano l’essenza della forma naturale attiva in tale fenomeno e rappresentano quindi l’idea; ma gli alberi e i fiori che i cristalli disegnano sul vetro hanno un carattere puramente accidentale, non esistono che per noi.

Eppure, il filosofo non rigetta l’idea che l’imitazione cristallina delle forme organiche possa essere data da una volontà più grande:

Ciò che si manifesta nelle nubi, nel ruscello e nel cristallo, non è che l’eco più debole di quella volontà che s’afferma con perfezione maggiore nella pianta, con perfezione ancor maggiore nell’animale e con perfezione massima nell’uomo.

Insomma: sembra folle, ma siamo di fronte a un vero e proprio dibattito, scientifico e metafisico al tempo stesso, che appassionò gli intellettuali per decenni.

Un dibattito che Hans Christian Andersen conosceva bene. E che, non a caso, inserisce en passant nel suo La regina delle nevi, il popolare racconto che ha ispirato il disneyano Frozen.

Nella fiaba originale, ad essere vittima di una maledizione è un bambino di nome Kay, che, colpito dal frammento di uno specchio stregato che gli si infila in un occhio, perde del tutto la gioia di vivere.

Un giorno d’inverno, mentre nevicava forte, arrivò con una grande lente di ingrandimento, sollevò fuori dalla finestra l’orlo della sua giacchetta blu e aspettò che i fiocchi di neve vi si posassero. “Guarda in questa lente, piccola Gerda!”, disse [alla sua amica], e ogni fiocco di neve divenne molto grande e sembrò un meraviglioso fiore o una stella a dieci punte; era proprio meraviglioso. “Vedi come è ben fatto!”, disse Kay: “è molto più interessante dei fiori veri. Non c’è neppure un difetto, sono tutti identici. Se solo non si sciogliessero!”.

Come sottolinea Vanoli,

Andersen conosceva il dibattito sui fiori di ghiaccio ed era piuttosto chiaro dove volesse andare a parare: solo un individuo la cui ragione fosse stata traviata poteva confondere le fredde forme della morte con il rigoglioso calore della vita

o, peggio ancora, aggiungerei io: pur nel distinguerle, preferire la fredda morte al calore della vita che sboccia.

E così, segnato nell’anima, Kay fu rapito dalla regina delle nevi.
Ma questa è un’altra (agghiacciante) storia.

2 risposte a "C’è vita, nei fiori di ghiaccio?"

    1. Lucia

      No ma infatti io lo trovo un dibattito molto sensato, se ci si mette nei panni di un uomo dell’epoca.
      Era il periodo in cui si stava scoprendo l’esistenza di vita invisibile e nei posti più impensati (microorganismi, microbi, batteri, etc): di fronte a uno spettacolo simile, è anche sensato domandarsi se non ci sia vita anche nel ghiaccio!

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