I processi agli animali nel Medioevo

Il 13 dicembre 1553, Michel Morin (età: sessantacinque anni; professione: fabbricante di vino) viene condotto in carcere per volontà del giudice di Baugè.
Capo d’accusa? L’essersi unito carnalmente alla sua pecora, appositamente acquistata per l’uso, e aver anzi dichiarato al vicino di casa di preferire la pecora alla sua propria (giovane!) moglie. Quest’ultima, sdegnata, aveva denunciato il marito alle autorità, forte delle testimonianze del suo domestico il quale confermava, sconcertato, l’accaduto: Michel aveva indubbiamente un debole per quella pecora.

Con sconcerto non minore, l’anziano commerciante nega ogni accusa, ritenendo anzi d’essere vittima di un complotto ordito dalla moglie (il matrimonio, infatti, è in crisi), che ha evidentemente trovato complici prezzolati nel domestico e nel vicino di casa.
Eppure, di fronte alla minaccia di tortura, Michel vacilla: ammette di aver comprato la pecora proprio con quell’idea in testa (ma di essersi tuttavia unito a lei solo una volta, non così di frequente come dichiarano gli accusatori!).
Reo confesso, Michel vede sequestrati tutti i suoi beni, che vengono assegnati alla moglie. Di lì a poco, lei sposerà il vicino di casa.

Sì, perché il povero Michel nel frattempo viene condannato a morte… insieme alla pecora.
Ché – non sussistendo alcuna testimonianza a sua discolpa – viene dichiarata non vittima di violenza carnale, ma bensì amante consenziente del suo padrone, e dunque sua complice nel reato di bestialità.

Verrebbe da chiedersi, a questo punto, se il giudice di Baugè facesse uso di stupefacenti.
Ma la risposta è uno sconfortante “no”: ché i processi agli animali erano pratica relativamente comune in quel buffo e pazzo mondo che era il Medioevo.

***

Ne parlavo stamane con l’amico Giovanni, in una chiacchierata in parte confluita nell’articolo che lui ha scritto per Aleteia.
Qui – per chi gradisce – ecco qualche informazione in più, tratta dal curiosissimo Medioevo simbolico di Michel Pastoreau. Uno che – se non si fosse già capito da tutti gli articoli che gli ho dedicato recentemente – di Storia degli animali se ne intende un sacco.

Sconosciuti, sembra, prima della metà del XIII secolo, tali processi si incontrano per tutti i successivi tre secoli

scrive lo studioso.

Per il regno di Francia, nel periodo che va dal 1266 al 1586, ho potuto scoprire una sessantina di casi. Alcuni processi sono ben documentati, come quello della scrofa infanticida di Falaise (1386) […]. Altri, più numerosi, sono noti solo attraverso indicazioni indirette, il più delle volte contabili.

Ma cosa diavolo diceva il cervello della gente dell’epoca?, potreste chiedere.
E, soprattutto, perché diavolo la gente processava gli animali?

Per dare una risposta alla prima domanda, sarà forse bene iniziare dalla seconda: è possibile raggruppare i processi animali in tre grandi macro-categorie.

1. Processi intentati a singoli animali che hanno ucciso un individuo

È questo il caso della scrofa di Falaise che citavamo qualche riga fa: scoperta in flagranza di reato nell’atto di star mangiando vivo (!) un neonato di tre mesi che era stato lasciato incustodito, e che poi morì a causa delle ferite riportate, fu catturata, processata, giudicata colpevole e condannata a morte.
I maiali lasciati razzolare senza custodia dovevano costituire un serio problema di sicurezza pubblica. Nel 1457, a Savigny-sur-Étang, una scrofa confessò (!) di aver villipeso il cadavere di un bambino di cinque anni, dopo averlo assassinato. Nel 1394, a Mortain, un maiale fu posto alla berlina prima di essere condannato a morte, non solo per l’aver ucciso e divorato un bambino, ma per averlo fatto con l’aggravante di consumarne le carni in un venerdì, giorno di magro (!).

I proprietari di questi animali assassini? Raramente venivano perseguiti. Tutt’al più erano accusati di incauta custodia ma nessuna pena pecuniaria veniva comminata loro, essendo del resto economicamente già onerosa la perdita del capo di bestiame omicida che sarebbe stato condannato a morte.

2. Processi intentati ad intere comunità animali, ree di aver minacciato la popolazione locale (es. branchi di lupi) o di aver devastato i raccolti (es. insetti nocivi).

Se i processi a carico degli animali omicidi erano appannaggio della giustizia secolare, i processi a carico degli animali infestanti erano generalmente a carico dei tribunali ecclesiastici.
Laddove si mostravano inefficaci le pie pratiche come le rogazioni, la benedizione dei campi, i digiuni penitenziali, la Chiesa – quasi ritenendosi “sfidata” da questi animali ribelli – procedeva con un crescendo di esorcismi, anatemi e, in casi estremi, persino scomuniche (!).

Nel 1120, il vescovo di Laon dichiara “maledetti e scomunicati” i topi che hanno invaso i campi.
Nel 1516, il vescovo di Troyes ordina alle cavallette che hanno invaso la regione di allontanarsi entro sei giorni dai confini della sua diocesi, sotto la pena di scomunica in caso di disubbidienza. Non risulta che le cavallette si siano lasciate impressionare dalla minaccia.
A Grenoble, nel 1585, il vescovo cerca una conciliazione prima di giungere ad analoga minaccia: ai bruchi che stanno devastando i raccolti, consente graziosamente di prendere dimora in un campo che la diocesi ha messo loro a disposizione. Gli ingrati bruchi fecero orecchie da mercante anche in quel caso.

3. Processi intentati ad animali giudicati complici degli uomini nel crimine di bestialità

È questo il caso della povera pecora del poverissimo Michel, evidentemente.

Talvolta, si legge in giro che sarebbe proprio quest’ultima tipologia a racchiudere la quasi totalità dei processi agli animali, orchestrata ovviamente da quei sessuofobi dei preti pazzi nel Medioevo.

In realtà, come scrive Pastoreau, i processi di questo tipo sono i

più difficili da studiare, perché gli atti dei processi sono spesso scomparsi, forse contemporaneamente ai colpevoli […] probabilmente perché non resti alcuna traccia di un crimine così orribile. È difficile sapere se questi crimini di bestialità, mal documentati, siano stati o no numerosi nel Medioevo. Tutto ciò che si è scritto al riguardo dipende da una storia ben poco scientifica.

***

In tutto ciò, resta però una grande domanda di fondo: ma ‘sti uomini del Medioevo erano pazzi di natura, o si drogavano di brutto?
Passi, ancora ancora, l’abbattere capi che hanno mostrato comportamenti pericolosi, ma come può sembrarti logico e ragionevole scomunicare un bruco o ammazzare una pecora la cui unica colpa è quella di essersi imbattuta in un maniaco?

Come giustamente argomenta Giovanni nel suo articolo su Aleteia,

grandi dottori come Alberto e Tommaso si erano (ragionevolmente) detti contrari ai processi agli animali: nel momento in cui istituti nobili e gravi del genere umano citano in giudizio entità incapaci di dimensione morale non sono gli animali a ledere la dignità umana, ma gli stessi uomini.

Tutto molto ragionevole, e del resto anche numerosi giuristi erano della stessa veduta. È ad esempio il caso di Philippe de Beaumanoir, che, sul finire del secolo XIII, dichiara “giustizia sprecata” il processare un animale reo di aver ucciso: non solo le bestie sono incapaci di intendere e di volere, ma non riescono nemmeno a comprendere la pena che si infligge loro.

Eppure, queste voci cantavano fuori dal coro. L’opinione comune era che, invece, giustizia andasse fatta sempre e comunque: se un animale uccide un essere umano, ecco che l’animale va catturato e processato. La bestia presumibilmente non capirà un granché, ma occorre comunque che la giustizia faccia il suo corso “perché rimanga memoria dell’enormità del fatto”, come scrive a fine ‘500 Jean Durret.

Nello stesso periodo, Pierre Ayrnault argomenta che, senz’altro, è vero: gli animali non sono in grado di comprendere la gravità delle loro colpe. Tuttavia, lo scopo principale della giustizia non è tanto il sadico desiderio di vendetta contro il cattivo: scopo principale della giustizia è mantenere l’ordine sociale, dando l’esempio al popolo. Quindi – scrive il giurista – “se vediamo un maiale impiccato alla forca per aver mangiato un bambino, è per avvertire i padri e le madri, le balie ed i domestici, di non lasciare i loro bambini da soli e di rinchiudere i loro animali affinché non possano né nuocere né fare del male”.

…e per avvertire i venditori di pecore di controllare attentamente i gusti sessuali di qualcuno prima di affidargli un capo?

Mah.

Solo una tipologia di processo animale mi vede possibilista: quella cosa della scomunica agli animali infestati mi sembra una idea che andrebbe ri-esplorata.
La statistica non è dalla mia parte, pare che non abbia mai funzionato davvero, ma… provare a ricorrere a un’autorità più alta di un vescovo, magari?

Non so voi, ma, fossi in papa Francesco, io quest’estate tenterei speranzosamente una scomunica contro le zanzare.

23 risposte a "I processi agli animali nel Medioevo"

  1. ago86

    Mi parlò di questa cosa un mio amico avvocato, e quando mi disse che simili processi erano intentati in pieno 1500 mi chiesi veramente come fosse possibile una simile assurdità – da parte mia potevo ritenerli “possibili” nell’alt(issim)o medioevo, non nell’umanesimo e nel rinascimento. In base a quanto detto da questo mio amico, oltre ad una massiccia dose di superstizione, c’era anche una logica ferrea alla base: la giustizia, l’ordine del mondo, DEVE fare il suo corso, non importa con chi – persona o animale.

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    1. blogdibarbara

      In realtà nel medioevo di cose strane non ne accadevano per niente o quasi. I processi per stregoneria per esempio, che intuitivamente verrebbe da considerare “roba da medioevo”, nel medioevo non esistevano, sono nati nell’ultimissimo scorcio del medioevo, sulle soglie dell’umanesimo, e lì si sono sviluppati alla grande. Nessuna sorpresa dunque che la stessa sorte sia toccata ai processi agli animali per accoppiamenti impropri.

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  2. klaudjia

    Forse per loro “processo” era un po’ l’equivalente di ” indagine”, in questo senso. Se un cane azzanna un bambino il “processo” poteva essere visto come quell’insieme di testimonianze ed accertamenti volti a stabilire che la bestia era pericolosa e quindi il giudice sentenzia di abbatterla. In questa ottica avrebbe un senso anche oggi (animalisti a parte). Sulle pecore “amanti ‘….boh,!! Senza parole

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    1. Lucia

      Beh… a logica sì, ma la cosa surreale è che si faceva un processo vero e proprio: il cane veniva arrestato, portato in carcere, era presente al processo, aveva diritto a un avvocato difensore, veniva giustiziato da un boia sulla pubblica piazza su un patibolo da cane appositamente costruito per l’occasione…
      Insomma, posso sicuramente immaginare anch’io che, in questi casi, la priorità fosse l’abbattere animali violenti, ma è un po’ tutto il contorno che, ehm 🤣

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      1. klaudjia

        Effettivamente è surreale. Ho studiato il diritto romano….e ‘ste cose non le facevano nemmeno mille anni prima!! Senza dubbio questa cosa è superiore alla mia capacità di comprensione🤔🤔

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      2. ago86

        C’è da aggiungere che all’epoca vi era l’idea che siccome l’autorità viene da Dio, allora non è poi così assurdo che possa esplicarsi anche sugli animali; non nel senso di renderli soggetti di diritto, ma soggetti al diritto sì.

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  3. klaudjia

    Pensando così a ruota libera….non è che magari c’è qualche origine di diritto nordico in questi processi. Nello studio del diritto medievale ho studiato alcuni “istituti giuridici” piuttosto “strani”.

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  4. Umberta Mesina

    , quando si parla di “un’idea sfuggita al controllo” bisognerà cominciare a usare ‘sta roba qui come esempio.
    Domanda: esiste uno studio sulla diffusione e la localizzazione nel tempo e nello spazio di questi processi? Régine Pernoud diceva che si era troppo poco studiata l’influenza della cultura celtica sulla cultura europea e il commento di Klaudjia me lo ha riportato in mente, anche se lei forse si riferisce a popoli più nordici. A me pare molto strano che terre grecolatine partorissero idee del genere. Quelle nordiche invece non le conosco granché.

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    1. Lucia

      “quando si parla di un’idea sfuggita al controllo bisognerà cominciare a usare ‘sta roba qui come esempio” 🤣🤣🤣

      Qualche studio sulla diffusione di questi processi esiste (anche se è una materia ancora relativamente poco affrontata) e Pastoreau nel suo libro fa brevemente il punto della situazione. Sono fuori casa per il weekend ma appena torno riprendo in mano il libro e riporto i dati per bene, non vorrei dire inesattezze andando a memoria. Le fonti in nostro possesso dicono che erano processi relativamente “comuni” in Francia e nell’arco alpino, ma ad oggi non è chiaro se sia una casualità (le carte processuali si sono conservate in abbondanza in quelle zone per chissà quale ragione) o se davvero in quelle regioni questa tipologia di processo fosse più comune che altrove.

      Pare che non ce ne siano attestazioni prima del XIII secolo circa, proprio per quello sono un po’ perplessa all’idea che ci possa essere un legame con i metodi giudiziari dell’altomedioevo (stranissimi, buffissimi, fuori dal mondo, ma *apparentemente* privi di precedenti in questo senso 🤔).

      Quando torno a casa e recupero il libro vi copio i dettagli sulla storiografia 😀

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      1. Lucia

        Ehm… in ritardo di una settimana 😅 ma arrivo, eh!

        Ecco le considerazioni che fa Pastoreau.

        Processi di questo tipo sono attestati a partire dal XIII secolo (non prima), un po’ in tutta l’Europa occidentale e in particolar modo nei paesi dell’arco alpino.
        Le fonti dirette in nostro possesso sono relativamente poche, tanto da rendere difficile fare una stima numerica del fenomeno: i fascicoli processuali giunti fino a noi rappresentano la totalità dei processi intentati agli animali, o al contrario solo una piccola parte di questi processi sono passati alla Storia?
        Difficile a dirsi; di sicuro, scrive Pastoreau, “gli archivi di questi processi sono spesso ridotti in briciole, talvolta dispersi in fondi labirintici”.
        Per quanto riguarda le regioni dell’arco alpino, la documentazione giunta a noi potrebbe essere superiore anche perché ha avuto una storia archivistica diversa (spesso è stata conservata in archivi religiosi, e non statali, giacché in quelle regioni l’autorità ecclesiastica era spesso coinvolta in questi e in altri tipi di processo).

        Per il momento, il tema è stato poco esplorato. Tra il XIX e il XX secolo questi processi sono stati oggetto di attenzione da parte di qualche storico del diritto, ma guardati più che altro come si guarderebbe a una strana bizzarria del passato. Il primo ad aver studiato la materia più seriamente è stato Karl von Amira (+1930), ma la materia attende ancora di essere approfondita.

        Tra le opere citate in bibliografia, la più recente e non troppo settoriale è: E. Cohen, Law, Folkore and Animal Lore, «Past and Present», 110, 1986, pp. 6-37.

        Non è un granché, ma pare che non sia un granché proprio la storiografia sul tema 😕

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  5. Murasaki Shikibu

    Che la pecora fosse colpevole di avere (foorse!) incontrato il suo stupratore è perfettamente in linea con la cultura mediterranea, dove la violenza sessuale è ritenuta ancora oggi colpa di chi la subisce (anche se non nelle leggi ufficiali, se non altro). Tutti gli altri casi sono, in effetti, da vero ardui alla comprensione. Per esempio la scomunica alle cavallette: che senso avrebbe la scomunica di chi 1) non era parte della comunità cristiana non essendo battezzato e 2) non si comunicava?
    Alla luce di questi racconti però la nascita della bella leggenda del lupo di Gubbio si colora di una sfumatura diversa: in quel caso l’intervento di Francesco prevenne il processo e portò ad un patteggiamento assai soddisfacente per tutte le parti in causa – e del resto ai francescani si ricorreva talvolta per le mediazioni 😃🐺

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        1. Lucia

          …in realtà la questione è più complessa di come la vedete tu e Murasaki, che, in quanto persone dotate di senno 🤣 faticate ad entrare nella contorta mentalità perversa (😝) di un ecclesiastico medievale.

          Per moltissimo tempo, la scomunica non è stata intesa solo come un modo di escludere il peccatore dalla comunione; era anche un modo di allontanarlo dalla comunità dei fedeli, tenendolo fisicamente lontano dal resto della cattolicità.
          Per dire: ancora il codice di diritto canonico del 1917 diceva che il buon cattolico è tenuto a non frequentare gli scomunicati, a meno che non siano parenti stretti.

          Nel Medioevo, la scomunica era, di fatto, l’equivalente religioso del potere civile di banno (nel senso bandire dalla propria città un criminale o una fazione avversa). Lo scomunicato era il bandito della chiesa, talvolta gli era fisicamente vietato di entrare nei luoghi sacri (dico “talvolta” perché esistevano vari tipi di scomunica, di diversa gravità). Quindi probabilmente la ragione ultima per cui ‘sti poveri vescovi scomunicavano gli insetti era la pia speranza di indurli ad abbandonare la diocesi (o quantomeno i luoghi sacri) 😂 non senza la volontà di stigmatizzare la loro posizione “ribelle” di impenitente che non si piega all’autorità ecclesiastica.

          Tenete conto che la scomunica era l’ultima tappa di un processo che inizialmente partiva con le buone attraverso pie pratiche devozionali (preghiere, digiuni, rogazioni, invocazione ai santi), passava alle misure forti con rituali di scongiuro e arrivava alla scomunica solo dopo un crescendo di anatemi e maledizioni. Probabilmente, la ratio dietro la scomunica era qualcosa sulle linee di: ebbeh, ma se non ti pieghi a nessuna delle preci di cui sopra allora vuol dire che sei un impenitente che ci sfida!

          Credo fosse quello il senso, ammesso che la cosa abbia un senso 👀

          Sulla scomunica nel Medioevo esiste un malloppone di Elizabeth Vodola che si chiama Excommunication in the Middle Ages e che analizza con molta attenzione i parallelismi tra scomunica religiosa e banno civile. Peraltro, alcuni storici sostengono che (per assurdo che possa sembrare a noi moderni) in certe zone e in certe epoche del Medioevo la scomunica doveva essersi ridotta a poco più di uno spiacevole inconveniente, ‘na roba seccante perché ti costringeva a perder tempo dietro a penitenze e richieste di perdono. Veniva comminata con una tale frequenza, e per colpe anche lievi, che è difficile pensare che potesse avere sui fedeli lo stesso effetto che ha su di noi oggi.

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  6. klaudjia

    Sempre pensando a ruota libera…. oggi gli animali sono ritenuti soggetti attivi di diritto (vedasi le numerose associazioni a tutela dei diritti degli animali) a volte riconosciuti dalle leggi civili e penali. Allora, se è soggetto di diritto attivo non è tanto strano che possano essere soggetti di diritto passivo in passato.

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    1. Lucia

      …ma in effetti, almeno per primo caso (animali che uccidono una persona), io riesco anche a intravvedere una vaga logica dietro al ragionamento dei medievali.
      Se un rottweiler sbrana un neonato, noi adesso processiamo il proprietario del rottweiler. Ma qualcuno potrebbe dire che il padrone, tutt’al più, può aver avuto la colpa di non aver custodito bene l’animale, ma non è di certo responsabile dell’attacco di follia che ha portato il rottweiler senza museruola ad azzannare il neonato. Il gesto omicida l’ha compiuto il cane, non il suo proprietario.
      Sotto un certo punto di vista, noi oggi “condanniamo a morte” il rottweiler senza perdere tempo a processarlo (tanto, è un cane e non capirebbe un tubo), ma l’idea di mettere sotto accusa l’animale violento e non il suo incauto proprietario ha, a suo modo, una logica, sotto un certo punto di vista 🤔

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  7. Umberta Mesina

    La Treccani online riporta:
    ” […] 4. Delitto di b.: nel medioevo (ma anche in epoca più antica), il delitto commesso dall’animale che avesse ucciso o ferito un uomo o avesse danneggiato una proprietà (e per il quale esso veniva citato in giudizio e regolarmente processato e condannato come se fosse stato un essere ragionevole). ”

    Altra domanda. Il gentile Pastoreau ci dice anche il nome latino del reato?

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    1. Lucia

      Ahimè, no 😦

      Parla (in Francese / Italiano tradotto) di “delitto di bestialità” nel caso di rapporti sessuali uomo-animale.
      Nel primo parla genericamente di “animali che commettono delitti”, citando anche fonti latine ma usando sempre la stessa formula generica. Non cita mai un nome specifico per questi reati.

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