C’è un legame tra la Niña e lo scoppio di una pandemia?

Sarà decisamente il caso di esordire con un colossale: no, non sono un medico.
E nemmeno un meteorologo.
Mi stanno pure parecchio sulle scatole i Tuttologi da Pandemia, pensa te.

Come ben sapete, sono una storica. Una che, nel corso degli anni, per lavoro e per passione, s’è trovata ad approfondire quell’affascinante branca di studi che potremmo definire “Storia delle epidemie”.

Evidentemente, studiare la Storia delle epidemie non fa di te un epidemiologo né tanto meno un esperto di virus. Però ti fa scoprire alcuni aneddoti curiosi tipo quello che vi racconto oggi – così da non essere più l’unica che si mette a ridere come una scema ogni volta che l’annunciatrice del servizio meteo ci rassicura “l’ondata di caldo si prolunga, ma sta per arrivare la Niña: un’ottima notizia per chi ama il fresco!”.

E una notizia potenzialmente pessima sotto altri punti di vista, ma andiamo con ordine (e con molto sangue freddo).

***

Innanzi tutto: cos’è la Niña?
In buona sostanza, è la fase opposta del Niño. La Stampa ce li descrive come “due eventi climatici che hanno caratteristiche opposte. Prendono origine dalle variazioni di pressione e temperatura sull’Oceano Pacifico”. Insomma, sono due fenomeni climatici periodici che si manifestano, in modo impredicibile, all’incirca ogni cinque anni, dando origine a cambiamenti climatici (ovviamente “fisiologici” e non causati dall’uomo).

Nel momento in cui si manifesta il fenomeno di el Niño, le temperature dell’Oceano Pacifico salgono al di sopra della media stagionale. Nel momento in cui si manifesta il fenomeno della Niña, le temperature rimangono nella media o si abbassano al di sotto della media stagionale.

E voi mi direte: tutto questo è molto bello, ma che c’azzecca con la Storia delle epidemie?
E io vi risponderò: qualche anno fa, è stato pubblicato uno studio che mette i due fenomeni in diretta correlazione. Lo studio si intitola The El Niño–Southern Oscillation (ENSO) – pandemic Influenza connection: Coincident or causal? e a firmarlo sono Jeffrey Shaman e Marc Lipsitch, due studiosi che lavorano, rispettivamente, presso la Columbia University e l’Università di Harvard. 

I due scienziati si sono chiesti: certi cambiamenti climatici possono avere un ruolo nell’insorgere di una pandemia influenzale?
Quando l’ha detto Ilaria Capua, poco ci mancava che la gente di Internet le saltasse al collo, ma la risposta è sì: palesemente sì.
Cioè: che molte epidemie scoppino a causa di cambiamenti climatici e catastrofi naturali è cosa acclarata sia dal punto di vista storico che dal punto di vista medico-biologico. Del resto: se un agente patogeno vive normalmente addosso agli animali e di punto in bianco inizia a contagiare gli esseri umani, in genere c’è stato qualche evento esterno a modificare il suo comportamento.
Ad esempio, è stato notato che le grandi epidemie di peste del passato sono scoppiate dopo estati particolarmente calde e umide – condizioni che favoriscono la schiusa delle uova di pulce, dando origine a un baby boom pulcioso che, evidentemente, non riusciva più ad essere assorbito dalla sola popolazione di ratti. Per dire.

Per cui: sì, le anomalie climatiche influenzano lo scoppio di epidemie, e fin lì c’è poco da discutere.

***

I nostri amici Lipsitch e Shaman hanno discusso, invece, su un argomento molto più specifico. E cioè: può esistere un legame tra le pandemie influenzali e le oscillazioni climatiche sul Pacifico date dall’alternarsi di Niño e Niña?

La domanda non è peregrina.
Studi precedenti avevano dimostrato che la El Niño–Southern Oscillation (per gli amici: ENSO) influenza i comportamenti degli uccelli migratori, modificandone i pattern di volo e la durata dei periodi di sosta.
Sappiamo del resto che gli uccelli selvatici sono i reservoir di un sacco di virus influenzali – ovverosia, sono i “serbatoi naturali” nei quali il virus vive e si propaga, preparandosi a un potenziale “salto di specie” da animale a essere umano.  

Insomma: sappiamo che gli uccelli selvatici hanno, ipoteticamente, il potenziale per attaccarci un sacco di robe schifosissime. E sappiamo anche che l’ENSO modifica i comportamenti di questi potenziali untori transoceanici. A Lipsitch e Shaman, la domanda è venuta proprio dal cuore: vediamo un po’ se c’è un legame tra le due cose.

I due scienziati hanno deciso di focalizzarsi sulle quattro pandemie influenzali dell’ultimo secolo: la spagnola, l’asiatica, l’influenza di Hong Kong, la suina. Lipsitch e Shaman ritengono che queste quattro pandemie siano le uniche delle quali è possibile ricostruire l’andamento con una certa attendibilità, grazie agli studi clinici che erano stati effettuati all’epoca dei fatti (e che invece mancano all’appello per quanto riguarda le pandemie più antiche).

Ebbene: guardiamo un po’ di dati. Anzi: tanto per cominciare, guardiamo un po’ di date.

Con ragionevole certezza, la comunità scientifica ritiene di poter affermare che l’influenza spagnola si è manifestata attorno al marzo 1918; che l’influenza asiatica ha cominciato a mietere vittime nel febbraio 1957; che l’influenza di Hong Kong ha colpito l’uomo nel luglio 1968; che l’influenza suina ha cominciato a far paura nel marzo 2009.
Già solo a scorrere l’elenco, balza all’occhio una costante: tutte e quattro le pandemie influenzali sono entrate in scena durante il periodo di primavera-estate.

Lipsitch e Shaman, incuriositi, hanno esaminato le condizioni metereologiche nel Pacifico equatoriale durante il periodo invernale immediatamente precedente allo scoppio delle quattro pandemie.
E, cavoli: hanno avuto l’impressione di poter riscontrare un pattern.

Basandosi sulle misurazioni effettuate lungo tutto il corso del Novecento, i due studiosi hanno cercato eventuali anomalie nella temperatura media di superficie delle acque marine nella regione del Niño 3.0 e in quella del Niño 3.4 (non chiedetemi a che cosa corrispondano queste regioni e perché le abbiano scelte, ma posso fornirvi le coordinate: 5°S-5°N, 150°-90°W e 5°S-5°N, 170°-120°W rispettivamente).
E, effettivamente, di anomalie ce ne sono state.

Ognuna delle quattro pandemie influenzali è stata preceduta da temperature medie inferiori alla media stagionale nel Pacifico centro-equatoriale, causate dall’instaurarsi di una fase di Niña. In ognuno dei quattro casi, la Niña mantenne le temperature significativamente al di sotto della media stagionale per almeno sei mesi consecutivi, nel periodo di autunno-inverno immediatamente precedente al manifestarsi della pandemia.

In media (e scusate la ripetizione), la temperatura media di superficie si abbassò di -0.730 K: una cifra che io non so minimamente come interpretare ma che Lipsitch e Shaman ritengono degna di esser presa in considerazione.
Per la precisione, i due studiosi dicono che una anomalia della temperatura media pari a -0.730 K che si protrae per un lasso di tempo così prolungato si verifica solamente nel 6,9% dei casi. Insomma: non è un evento così frequente – e tuttavia, è un evento che si verificò regolarmente poco prima dello scoppio di una pandemia influenzale.

Significativamente, Lipsitchb e Shamanan sottolineano en passant che una analoga anomalia si verificò anche nell’inverno 1889-90, in concomitanza con la pandemia di influenza russa (sulla quale, però, i due studiosi hanno scelto di non soffermarsi a causa della scarsità di dati medici sull’andamento dell’epidemia).


Ovviamente, questo può voler dire tutto e il contrario di tutto.
Lo ammettono gli studiosi in primis. La loro supposizione è che l’instaurarsi di determinate condizioni climatiche, di cui già è nota la capacità di modificare i comportamenti degli uccelli migratori, possa in qualche modo creare tra i volatili condizioni favorevoli al “salto di specie” di eventuali virus influenzali già presenti.

È noto, del resto, che sono stati proprio gli uccelli il resevoir dei virus influenzali che hanno scatenato le pandemie del 1957 e del 1968. Non c’è accordo unanime su quale sia stato l’animale che ha trasmesso all’uomo influenza spagnola, ma anche in questo il caso gli uccelli selvatici sono gli indagati numero 1.
Resta il grande punto di domanda dell’influenza suina del 2009: in quel caso, è piuttosto evidente che ad attaccarcela sono stati – beh – i suini. Lipsitch e Shaman evidenziano però che sono stati documentati casi di volatili infettati da influenza suina e di maiali infettati da influenza aviaria. Non sarebbe quindi così improbabile ipotizzare che, sotto traccia, anche nel 2009 siano stati gli uccelli a trasmettere ai suini la malattia che, in un secondo momento, i suini ci hanno attaccato.

Resta ovviamente il fatto che queste belle (?) considerazioni possono voler dire tutto e il contrario di tutto.
Fortunatamente – sottolineano gli studiosi – le pandemie influenzali umane sono molto rare. Sfortunatamente, questa loro scarsa frequenza ne rende particolarmente ostica l’analisi.

Se anche esiste un pattern che lega in qualche modo lo scoppio di una pandemia ai fenomeni di Niña, è ovvio che non basta un fenomeno di Niña a far scoppiare una pandemia (e ci mancherebbe). La Niña è un fenomeno ricorrente che si presenta (in modo più o meno marcato) ogni cinque-sei anni al massimo – non per questo scoppiano pandemie ogni cinque-sei anni, grazie al cielo.

Se (e dico se) esiste davvero un legame tra l’arrivo della Niña e lo scoppio di una pandemia, la speranza di Lipsitch e Shaman è semplicemente una: che, d’ora in poi, l’instaurarsi di una fase di Niña possa essere presa in considerazione come potenziale campanello d’allarme. Giusto per monitorare la situazione con un’attenzione particolare, tenendosi pronti a dare il giusto peso ad ulteriori segni. Che ne so: un aumento di polmoniti tra la popolazione o qualcosa del genere.
Insomma, uno stato di pre-allerta – nella consapevolezza che probabilmente non succederà niente però non si sa mai. Ecco quello che auspicano i due scienziati: nulla di più e nulla di meno.

Insomma, no panic.
No panic e, tutt’al più, una risatina sotto i baffi, nel leggere i confortanti titoloni che fanno capolino in questi giorni sulle pagine dei giornali.  

35 risposte a "C’è un legame tra la Niña e lo scoppio di una pandemia?"

  1. Raffaele

    Carissima Lucia – Non ti conosco personalmenye ma la tua conoscenza avviene per me attraverso la attenta lettura dei tuoi articoli su la penna spuntata – possiuedi senza ombra di dubbio una graande dote ( in qusti peridi latitanteb ) : scrivi in modo assai chiaro lineare e comprensibile – rappresenta unaa capacità molto bella e rara : scrivere per farsi capire – far circolare la conoscenza delle cose tra le persdone – la conoscenza deve diffondersi tra le persone e non rimanere un patrimonio escluisivo e riservato a pochissimi . tramite la conoscenza l’uomo riesce a diventare migliore e diffondere a sua volta il miglioramento quasai a macchia d’olio – on mi dilungo nel mio dire ma ti invio tantissimi cari saluti . Raffaele De Luca dalla Maremma Toscana

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  2. blogdibarbara

    1. Influenza spagnola attorno al marzo 1918: siamo tra l’inverno e la primavera, e non tra la primavera e l’estate; influenza asiatica febbraio 1957: siamo in pieno inverno e non tra la primavera e l’estate; influenza di Hong Kong luglio 1968: siamo in piena estate e non tra la primavera e l’estate; influenza suina marzo 2009: siamo tra l’inverno e la primavera, e non tra la primavera e l’estate: quattro casi e non uno che corrisponda alle premesse.
    2. Se il freddo invernale si prolunga più del consueto, gli uccelli ritardano la migrazione e restano più a lungo in Africa: come fanno a scatenare le epidemie nell’emisfero nord?
    3. Si verifica nel 6,9% dei casi: quindi dalla spagnola a oggi è successo 14-15 volte, e tuttavia le epidemie sono state solo 4, ossia sono molto più numerose le volte che non è successo niente.
    4. C’è un bellissimo lavoro, che al momento non riesco a ritrovare, con un’infinità di grafici che dimostrano delle perfette corrispondenze fra, che so, consumo di burro di arachidi e numero di omicidi in una data regione, o numero di dischi del tale cantante venduti e numero di incidenti stradali eccetera. Comunque guarda questo bellissimo, con la correlazione fra vendita di cibo biologico e autismo:

    Non è uno spettacolo?
    5. A proposito di uccelli, se hai voglia di leggere qui ci sono due cose che mi hanno lasciata veramente stupefatta:
    https://ilblogdibarbara.wordpress.com/2017/06/25/gli-uccelli-123/

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    1. Elisabetta

      4. La correlazione non si può fare solo rilevando dei dati e confrontandone la distribuzione in un campione troppo ampio se non hai un controllo rigoroso su altre variabili, in questo caso le variabili intervenienti sarebbero così tante da togliere validità e attendibilità alla correlazione stessa.
      Per esempio nel caso dell’autismo hai addirittura un errore di variabili cioè confronti il numero di casi con il numero di vendite senza ponderazione.

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      1. Elisabetta

        Nel caso della Nina secondo me c’è sicuramente una costellazione di variabili intervenienti (abbassamento temperatura e aumento patologie respiratorie, protarsi dell’influenza stagionale, aumento stress organismo umano, inferiore disponibilità di frutta e verdura ecc ecc) , inoltre l’indice di correlazione non è statisticamente significativo.

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        1. blogdibarbara

          Il tuo discorso filerebbe, anzi, fila, senza condizionale, perché, a differenza di quanto citato nel post, non chiama in causa gli uccelli, che sarebbero corresponsabili dell’epidemia in quanto serbatoi di virus. Ma, come ho detto prima, e come chiunque può constatare, quando si verificano quelle condizioni climatiche gli uccelli non sono qui in mezzo a noi bensì al calduccio in Africa, e quindi non esiste più nessuna correlazione fra i due eventi.

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          1. Lucia

            In realtà, probabilmente sono io che ho sintetizzato troppo e ho pensato che bastasse la tabellina 2 per chiarire i punti inespressi 😅
            A me non sembra che l’articolo “la spari grossa”, perché è molto cautelativo (anche i due autori parlano di “ipotesi” e nulla più) e perché parte da due presupposti oggettivi:
            a) l’ENSO influenza le migrazioni degli uccelli;
            b) la maggior parte dei virus influenzali con potenziale pandemico (soprattutto, i virus influenzali di tipo A) vengono trasmessi all’uomo dagli uccelli.

            Alle vostre obiezioni, probabilmente i due risponderebbero:

            1) Ovviamente non sono i singoli uccelli migratori che si fermano sul tetto di casa mia a portarmi la malattia loro personalmente. L’ipotesi è che i cambiamenti del pattern migratorio degli uccelli (con soste più lunghe del solito in luoghi che, di conseguenza, si trovano ad ospitare un numero di uccelli insolitamente alto) crei condizioni particolarmente favorevoli per un riassortimento genetico del virus influenzale, ovviamente a patto che ci sia un virus influenzale che sta girando in quel momento tra gli uccelli.
            Una volta compiuto il riassortimento genetico e una volta che il virus ha fatto il famoso salto di specie, ovviamente la malattia segue il suo corso secondo le normali traiettorie di una epidemia. Secondo i due scienziati, tutti i fenomeni che ho descritto sopra hanno luogo nel sud-est asiatico, tra gli uccelli migratori di quelle zone lì. Quando il virus fa il salto di specie e comincia a contagiare gli uomini del sud-est asiatico, il contagio si diffonde per le vie tradizionali: viaggi, commerci, etc.

            2) Se ho ben capito il ragionamento, la pandemie influenzali e le “normali” epidemie di influenza stagionale non possono proprio essere messe sullo stesso piano ai fini di questo studio, perché (mi dicono gli studiosi) le epidemie influenzali sono causate da virus che circolano già tra l’uomo; le pandemie influenzali si innescano quando un virus animale fa il salto di specie e inizia a contagiare l’uomo. Essendo la genesi della malattia così diversa, secondo loro ha molto senso studiare le pandemie domandandosi se è successo qualcosa di particolare nella popolazione animale, poco prima del fattaccio.
            Nell’articolo scrivono che esistono già degli studi che analizzano gli effetti dell’ENSO sull’andamento delle “normali” epidemie di influenza (e ovviamente degli effetti ci sono, se non altro per questioni climatiche etc, come faceva notare Elisabetta), ma la loro domanda era molto più specifica: l’ENSO può favorire il salto di specie di un virus influenzale aviario?
            Diciamo che a loro interessa il prima, non quello che succede dopo una volta che il virus è già passato all’uomo e lo trova più o meno debilitato e infreddolito.

            Sulle altre obiezioni: sarà che per me la primavera inizia subito dopo Carnevale 🤣 ma le tempistiche illustrate dai due non mi stonano particolarmente. “Primavera/estate” peraltro è una mia espressione e la intendevo nel senso di “primavera ED estate”, non nel senso di “le settimane a cavallo tra quelle due stagioni”.
            Cioè: così, da profana, a me non stona che un virus isolato a febbraio/marzo possa essere il frutto “primaverile” di una anomalia “invernale” verificatasi a novembre/dicembre, per dire.

            Detto ciò: ovviamente non sempre l’instaurarsi di queste condizioni meteo (che non sono poi così frequenti: dal 1949 ci sono stati solo tredici episodi di Niña, a quanto leggo) determina un “salto di specie” del virus influenzale. Intanto, immagino che il virus debba essere presente tra gli uccelli in modo significativo, tanto per cominciare 😆 poi ci sono sicuramente tanti altri fattori, ma questo lo dicono anche i due autori del mio studio. Secondo loro, l’instaurarsi di queste condizioni meteo può essere un evento che favorisce il salto di specie, ma nulla più, ovviamente.

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          2. Lucia

            Per dire: gli autori dello studio non sono gli ultimi due cretini e lo studio stesso sembra aver goduto di una certa attenzione quando è uscito, io l’ho trovato citato numerose volte a livello di spunto/ipotesi.
            Per quanto ne so io, i due possono tranquillamente aver preso una colossale cantonata 🤣 ma volevo rendere giustizia al loro lavoro, magari sono anche io che lo avevo sintetizzato in modo equivocabile.

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          3. blogdibarbara

            Beh, anche i nostri esperti sul covid19 non sono gli ultimi cretini, ma in cinque mesi in cui hanno continuato a spararne una mezza dozzina al giorno non ne hanno azzeccata una che sia una. E stanno continuando a spararne e a non azzeccarle. E fior di luminari gridano un giorno sì e l’altro pure all’emergenza climatica mentre altri fior di luminari e di premi Nobel negano categoricamente che ci sia qualcosa del genere. Non per voler smontare a tutti i costi la teoria, ci mancherebbe, semplicemente trovo delle incongruenze, tutto qui.

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          4. Elisabetta

            È interessante Lucia.
            Se è chiara la correlazione meteo/migrazione, non lo è però se maggior presenza di uccelli voglia dire poi salto di specie… e se salto di specie voglia dire poi dannoso per uomo. Qui bisognerebbe chiedere ai virologi. Inoltre in questa ipotesi perchè il salto deve verificarsi quando sono appunto in sud est asiatico??

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          5. Francesca

            “Inoltre in questa ipotesi perchè il salto deve verificarsi quando sono appunto in sud est asiatico??

            Ehm… 😁
            Non mi provocate il Presidente 😂😂

            Insomma, lo studio è quello, e pure tu Elisabetta! Non andare a cercare il pelo nell’uovo… dai, su, sorvola

            (scherzo)

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          6. Lucia

            Barbara: Elisabetta non è un uccello, lei può sorvolare senza pericolo! Non c’è il salto di specie 🤣

            Elisabetta: da come capisco io, salto di specie vuol dire “potenzialmente molto dannoso per l’uomo”, sì. Copio due passaggi dal libro di Laura Spinney sull’influenza spagnola che più volte ho citato in questi mesi.

            Il salto di specie

            accade quando due virus di influenze diverse si incontrano nello stesso ospite, si scambiano i geni e ne producono uno nuovo; per esempio, un virus con una combinazione H-N inedita. Tale cambiamento, che prende il nome di “shift antigenico” – o, per usare un’espressione più facile da ricordare, “sesso tra virus” – tende a scatenare una pandemia, perché un virus radicalmente diverso chiede una risposta immunitaria radicalmente diversa, e la mobilitazione richiede tempo. Se i due virus “genitori” vengono da due ospiti diversi – un essere umano e un uccello, mettiamo – il loro incontro può avere come risultato un antigene inedito per gli esseri umani all’interno di un virus altrimenti adattato all’uomo”.

            Poche pagine più avanti, la Spinney spiega anche che

            gli uccelli acquatici selvatici sono considerati la riserva naturale dell’influenza A […]. Sappiamo che ospitano un’ampia varietà di influenze, non nei polmoni come gli esseri umani ma nell’apparato digerente, e di solito non si ammalano. Spargono il virus nel’acqua con le feci, dove altri uccelli lo raccolgono, e ceppi diversi che si incontrano nello stesso animale possono scambiarsi i geni per produrne uno“.

            Credo che sia in questo senso, che i due scienziati dicono che una alta concentrazione di uccelli in un’unica zona aumenta le probabilità che si verifichino questi “rimescolamenti” genetici (o che comunque si verifichino contagi di massa tra tutti gli uccelli che stazionano nella stessa polla d’acqua, il che permette ovviamente al virus di diffondersi).

            Sul perché proprio nel sudest asiatico… loro in realtà dicono che sarebbe interessante valutare eventuali modalità di trasmissione anche in altre aree del mondo, ma loro per il momento si sono concentrati sul sudest asiatico 😆
            In realtà, da quanto mi sembra di aver capito leggendo in giro, il sudest asiatico è l’incubatore perfetto per una epidemia trasmessaci dagli animali, perché, nel raggio di pochi chilometri, trovi

            a) zone molto povere dove i contadini vivono a strettissimo contatto con animali domestici e non, in condizioni di igiene non paragonabili alle nostre (cosa che favorisce il salto di specie)
            b) zone ad altissima densità abitativa (cosa che favorisce il contagio)
            c) zone molto ben collegate col resto del mondo attraverso viaggi, scambi commerciali etc (cosa che favorisce una diffusione su larga scala).

            E’ il mix perfetto poveretti 😅

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          7. Elisabetta

            Francamente non so come facessimo” prima” a non parlare di virus (con prima intendo prima che diventassimo tutti virologi come dimostrano i nostri commenti metodologici al post) però giustamente mi hanno ricordato che si parlava del quasi marito di Pamela Prati e allora al va bain acsè.
            Anche se spero nel ritorno di post su santi strani e pazzi cattolici medievali.

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          8. Lucia

            🤣
            Dai, i santi strani e pazzi sono già tornati su questi schermi, adesso i post si alternano 🤣

            Comunque io mi sono persa questa cosa del marito di Pamela Prati, a malapena conosco la causa del contendere, e la cosa mi turba.
            Io ricordo di essere stata molto presa dai koala ustionati e dalla ricerca di Bugo, nella mia vita pre-pandemia. Il marito di Pamela Prati mi è passato quasi inosservato 🤣

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          9. blogdibarbara

            Quell’area (insieme ad alcune parti del centro e sud America) è molto battuta anche per il turismo sessuale e in particolare pedofilo, e in questi casi il turista soggiorna sì in alberghi superlusso con tutte le garanzie igieniche, ma poi per “consumare” deve immergersi proprio nei bassifondi, perché è lì che la miseria è tale che le famiglie si ritrovano a vendere le figlie di dieci anni, o sette, o cinque per poter mangiare.
            Anni fa ho letto I santi innocenti di Claudio Camarca. Ho finito per leggere a rotta di collo per poter uscire il più presto possibile da quella cloaca. Sono libri che ritengo giusto leggere, perché queste cose – di cui difficilmente arriviamo a immaginare l’estensione – si devono sapere, ma è una continua scarica di calci nello stomaco.

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          10. Lucia

            😲
            Ah, ma proprio così? Il turista sessuale alla ricerca di bambine viene mandato direttamente nei bassifondi per procurarsi la merce?

            Non pensavo. Che schifo, è lo squallore nello squallore.

            Voglio dire: non che fare il pedofilo in un albergo a cinque stelle sia nobilitante 😅 ma addirittura andare a contrattare nei bassifondi dove è del tutto palese la disperazione che spinge le donne a concedertisi… non hai proprio il minimo margine di autoillusione, voglio dire.

            Non avrei detto. Orrore per orrore, immaginavo ci fosse un racket più organizzato.

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          11. blogdibarbara

            Stando a quel libro (all’inizio l’autore si è limitato alle ricerche in rete, poi si è reso conto che per sapere veramente come stanno le cose doveva proprio “sporcarsi le mani” e scendere di persona nell’inferno), in Brasile e dintorni sono gli alberghi a fornire il servizio completo, mentre nel sudest asiatico, Filippine in particolare, le prostitute adulte – magari tredicenni ma insomma non proprio infanti – stanno nei bordelli, mentre bambini e bambine i clienti se li vanno a cercare negli slum dove vivono i più miserabili. Ma anche in Brasile c’è comunque chi preferisce il brivido dell’immergersi nella fogna dei bassifondi a scovare personalmente la preda, o chi ha il “suo bambino” fisso da andare a trovare due tre volte l’anno per una settimana di full immersion, portandosi dietro carrettate di eroina per ottunderlo e averlo totalmente passivo. La maggior parte rispettati padri di famiglia. Se becchi il cannocchiale funzionante – ogni tanto va in coma – e se hai tanto tanto stomaco dai un’occhiata a questa storia, che probabilmente non conosci dato che è successa prima che tu nascessi, o giù di lì
            http://ilblogdibarbara.ilcannocchiale.it/2007/12/06/posso_fare_tutto.html

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          12. Lucia

            (E’ successa cinque giorni prima della mia nascita, in effetti!)

            No, non conoscevo assolutamente la vicenda, ma… senza parole.
            Soprattutto per il tenore delle domande del galantuomo e anche per il tenore delle risposte ricevute (che, ok, erano fornite da un agente dell’FBI spacciatosi per procacciatore di bambini, ma presumo fossero plausibili e credibili).

            Al di là di ogni considerazione morale, trovo quantomeno bizzarro che un pedofilo, dopo aver appurato che forse non è cosa costringere la sua vittima alla coprofagia, chieda (e ottenga il permesso di!!) poterle conficcare chiodi nel corpo 😶😶😶 Cioè, ma veramente questa è una simulazione credibile di una (ehm) trattativa di mercato?

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          13. blogdibarbara

            Il fatto è che lo stavano tenendo d’occhio, sapevano che cosa aveva intenzione di fare e avevano bisogno di incastrarlo, per questo l’agente si è prestato a fingersi intermediario per registrare le sue richieste e dichiarazioni. Ovviamente senza il sacrificio dell’agente (immagino che sia stato davvero un sacrificio non da poco prestarsi al gioco mentre l’altro, da bravo uomo d’affari, per non rischiare poi contestazioni cercava di mettere in chiaro tutti i dettagli di quello che poteva fare, e il loro prezzo), avrebbe trovato un intermediario vero che gli avrebbe effettivamente procurato la bambina con cui mettere in atto tutto il programma, tanto più che aveva già prenotato la stanza in albergo e noleggiato macchina da presa e riflettori.

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          14. Lucia

            No, certo: la necessità di lavorare sotto copertura per incastrare il delinquente mi è chiara.
            E’ proprio, come dire, il tenore della conversazione e delle richieste di lui che mi lascia stupefatta. Messa così, sembra che conficcare chiodi nel corpo della vittima sia una richiesta ancor più pacifica di altre a cui invece vien detto no.
            Senza parole 😐

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          15. blogdibarbara

            Ma a nessuna viene detto no; ci sono due “non lo so”, probabilmente per dare più credibilità rispetto a una catena di “sì” che potrebbero avere l’aria di essere preconfezionati, e oltretutto plausibili (se io al momento opportuno chiudo la bocca il gioco fallisce e, a differenza di altre violenze, non puoi riprovare subito, per mancanza di materia prima pronta, per cui il tuo contatto può ragionevolmente dirti che non sa se puoi farlo nel senso che non sa se sei in grado di imporlo, non nel senso che non ti sia consentito). C’è un altro libro impressionante, Neonazi di Yaron Svoray, ex membro della polizia investigativa israeliana, che con un accredito come giornalista australiano è riuscito a infiltrarsi in un gruppo neonazista tedesco, e l’accoglienza passa attraverso una iniziazione (se sei particolarmente sensibile salta le prossime righe): viene portato in una stanza in cui, di fronte a un nutrito gruppo di neonazisti viene proiettato un film, non con attori bensì con persone vere: c’è una bambina e c’è un gruppo di uomini che la stuprano in successione; anche se le luci sono spente Svoray vede che quando inizia lo stupro tutti i presenti aprono i pantaloni e cominciano a masturbarsi. Alla fine dello stupro la bambina viene uccisa e loro hanno, tutti insieme, un gioioso orgasmo. Cioè a scatenare il piacere non è il rapporto sessuale, bensì l’infliggere sofferenza, più la vittima soffre e più tu godi, probabilmente per il delirio di onnipotenza che ti fa sentire padrona non solo della vita e della morte, ma anche di quel corpo nella sua interezza e della sofferenza che riesci a infliggergli. Per noi più o meno normali è parecchio difficile combinare le due cose, ma evidentemente non è così per tutti. Ci sono abissi di perversione che facciamo perfino fatica a immaginare, ma che per qualcuno sono pane quotidiano.

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          1. blogdibarbara

            Ah ecco. Magari una volta che salgo verso nord mi fermo e ti vengo a salutare. Magari con l’occasione ci facciamo anche un bel sorvolo insieme così vediamo se è vero che porta male solo con gli uccelli (che però i pipistrelli sarebbero mammiferi, e guarda che macello hanno combinato!)

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          2. Lucia

            😅
            E’ che, per ragioni che sfuggono totalmente alla mia limitata comprensione da storica, la maggior parte degli studiosi sembrava essersi convinto che la prossima pandemia influenzale sarebbe stata data da un virus influenzale di tipo A (tipo il famoso A-H1N1 che aveva generato l’epidemia di influenza suina). Sembravano tutti particolarmente preoccupati dall’ipotesi di una influenza scatenata dal sottotipo H5N1 del virus A: non so per quale ragione, ma ‘sto sottotipo me lo trovo citato in tutti i miei libri sulle pandemie influenzali stampati in epoca pre-Covid.

            E i virus influenzali di tipo A hanno effettivamente gli uccelli come reservoir naturale. Probabilmente c’era tanto interesse sugli uccelli perché molti erano convinti che il prossimo virus con potenziale pandemico sarebbe arrivato da lì.

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  3. Francesca

    Barbara e Lucia
    Se ogni tanto andate a visitare il sito dell’associazione cattolica Meter (fondatore don Fortunato Di Noto) che da 30 anni combatte la violenza sui bambini, si possono apprendere anche alcuni “aggiornamenti” di questa guerra ai pervertiti criminali. (ovunque essi siano e di qualsiasi categoria. Cioè, per essere più chiara, che di questi tempi non guasta mai: don Di Noto non fa nessuno sconto ai preti o a casi intra-ecclesiali. Anzi, nei recenti scandali aveva fatto affermazioni piuttosto scomode per il politically correct (proprio in una lunga intervista rilasciata a Giovanni Marcotullio). E a quanto pare, queste osservazioni sono poi entrate bene nel criterio di selezione dei seminaristi… cioè nelle nuove direttive di Papa Francesco che rafforza ulteriormente quelle già ordinate da Benedetto XVI. Non vado nel dettaglio… ehm… anche in previsione della famigerata legge contro la libertà di opinione di prossima discussione al Parlamento. Hai visto mai che poi ti fanno chiudere il blog perché trovano un commentino “dubbio”).

    Comunque, anche per i numeri che percentualmente vedono accadere le violenze in maniera maggiore nei Paesi citati da Barbara, oppure ai danni di vittime “importate” (deportate?) comunque da quei Paesi, l’associazione Meter è più attiva dove è più attivo il crimine.
    Don Di Noto collabora costantemente con le autorità di diversi Paesi, e con loro conduce indagini e monitoraggi in rete.

    Un dato mostruoso emerso negli ultimi anni è la violenza sessuale sui neonati. !! Ricordo ancora la mia rabbia quando ho letto il primo articolo di don Di Noto su questo argomento.
    In questi casi che sono in aumento e che vengono venduti online, il coinvolgimento dei genitori (che effettuano la vendita, quando non direttamente anche lo stupro) è ancora più importante del solito. Per ovvi motivi.

    Se ogni tanto facciamo conoscere oppure, se possiamo, supportiamo con qualche euro queste associazioni che combattono il più odioso dei crimini… è sempre utile.

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    1. blogdibarbara

      Non frequento Meter ma so del lavoro di don Di Noto e so che riceve robuste dosi di minacce (che il Signore gli tenga un occhio sopra). E so degli stupri di neonati e neonate. Tempo fa avevo letto qualcosa – nonostante la mia memoria da elefante ogni tanto qualcosa evidentemente rimuovo, perché non ricordo i dettagli – a proposito di stupri di neonate in Africa a scopo terapeutico. In particolare all’epoca dell’imperversare dell’AIDS poi c’era, sempre in Africa, la convinzione che il sesso con una vergine guarisse dall’AIDS, per cui si è scatenata la caccia senza quartiere alle vergini, e la conseguenza era che le vittime diventavano sempre più giovani, dato che tutte le altre erano già scadute. Particolare scalpore ha suscitato all’epoca il caso di una bambina di 9 mesi stuprata in entrambe le modalità e trovata in un lago di sangue.

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