Il mutuo insegnamento: la scuola illuminista per eccellenza

Il reverendo Bell aveva un problema molto preciso: e cioè, che lui era uno e loro erano quasi cento.

Gli scolari della scuola per orfani di guerra, dico.
Quella scuoletta sgarruppata in quel di Madras, che il reverendo anglicano era stato incaricato di seguire nell’ambito delle sue attività missionarie nelle Indie.
Ecco: comunque la si volesse guardare, il problema restava quello. Lui era uno e loro erano quasi cento.

Peraltro, erano quasi cento e piuttosto problematici.
Non erano le diligenti studentesse di un educandato, alle quali si può anche pensare di dire “inizia a studiare autonomamente dal sussidiario, poi arrivo io e facciamo il punto della situazione”.
“Inizia a studiare” cosa, ché quei poveretti non sapevano manco leggere? Lì si trattava di insegnare l’abbiccì a un centinaio di bambini che non erano mai entrati in classe (e che non necessariamente erano abituati a stare zitti e fermi seduti al loro posto per sei ore di fila).

Messo di fronte all’evidenza “o mi invento qualcosa di brillante, o abbandono queste povere anime all’autogestione”, il reverendo valutò che l’invenzione brillante poteva essere gestire l’autogestione.
Ovverosia: il disperato Bell individuò un gruppetto di ragazzini che, quantomeno, erano già capaci a leggere e scrivere… e li promosse ad aiuto-insegnante. Affidò a ognuno di loro un gruppetto di compagni che, invece, erano totalmente analfabeti e incaricò i suoi piccoli aiutanti di dar loro i primi rudimenti di scrittura.
I bambini più istruiti, insomma, insegnavano ai loro compagni meno colti (dopodiché, tornavano scolari a loro volta, ascoltando le lezioni impartite dai ragazzi ancor più istruiti di loro).
In questo contesto, il maestro si “limitava” a controllare che tutti filasse liscio, organizzando il lavoro dei vari gruppi di scolari e verificando l’effettivo apprendimento.
Correva l’anno 1796 e il reverendo Bell, inorgoglito dai buoni risultati ottenuti col suo metodo, ne forniva accurata descrizione in un suo resoconto alla Compagnia delle Indie.

Il reverendo Andrew Bell (1813)

Facciamo passare qualche anno (cinque, per la precisione) e spostiamoci nella zona di Southwark, (allora!) poverissimo quartiere londinese. Lì, il quacchero Joseph Lancaster era alle prese con un problema non dissimile a quello vissuto da Bell nelle Indie: voleva aprire una scuola per istruire i figli delle famiglie povere, ma non aveva i soldi per pagare lo stipendio a un congruo numero di insegnanti.

Guai a dirgli che si era ispirato al metodo di Bell! I due educatori furono contrapposti più e più volte, anche a causa della loro differente fede religiosa (l’anglicano Bell godeva dell’appoggio di tutto l’establishment inglese; il quacchero Lancaster era guardato con un certo qual sospetto).
Ad ogni modo – pur negando di aver copiato il metodo di Bell – Joseph Lancaster fondò, in un modo o nell’altro, una pedagogia effettivamente molto simile a quella sperimentata da Bell nelle Indie.
In patria, i due tipi di insegnamento furono frequentemente contrapposti; all’estero, nessuno aveva il minimo interesse a immischiarsi nelle liti tra quaccheri e anglicani, quindi i pedagoghi fecero un tutt’uno mischiando i principi dell’uno e l’altro metodo e dando il via a una nuova tecnica di far scuola.

E cioè, il mutuo insegnamento (anche detto “metodo monitorale” o, per gli amici, “metodo lancasteriano”).

Joseph Lancaster (1818)

Concetto chiave del mutuo insegnamento? Non dev’essere l’insegnante a fare lezione.

Sembra una follia da fannulloni, invece era la risposta concreta a un problema concreto ancor di più: e cioè, che le scuole di carità (ovverosia, quelle che istruivano gratuitamente i figli dei poveri, senza chiedere rette) erano sovvenzionate da enti benefici che non erano materialmente in grado di corrispondere stipendi decenti a un congruo numero di docenti. Spesso si legge che queste scuole erano gestite da gruppi di insegnanti celibi che vivevano in comunità – e la gente pensa “oh che carini, era una forma embrionale di vita religiosa!”.
No, col cavolo: erano dei poveri colleghi sottopagati che sceglievano di vivere assieme per abbattere i costi dell’affitto e che non si sposavano perché non erano in grado di mantenere una famiglia. (In genere, mollavano quel posto di lavoro non appena trovavano qualcosa di meglio, ingenerando un turnover di precari sottopagati che di certo non giovava alla qualità didattica).

Quindi: se si voleva evitare di far la fame, era bene che le scuole gratuite avessero un unico insegnante, massimo due e non di più.
Prendi questo triste dato di fatto e aggiungici che, negli anni dell’Illuminismo, molte più famiglie avevano avvertito lo strano impulso di far imparare l’abbiccì ai loro pargoli… nsomma: davvero c’erano situazioni in cui un unico insegnante si trovava a dover gestire cento, duecento pargoli.
E giacché Iddio non li aveva ancora dotati del dono della bilocazione, ‘sti poveracci dovevano pur studiarsi un modo per uscirne.

***

Nella disperazione, il metodo inventato da Lancaster e Bell era meno peggio di tanti altri. All’atto pratico, la classe era suddivisa in tante “squadre” composte all’incirca da una decina di scolari, raggruppati in base al loro grado di conoscenze. Ogni squadra era affidata alle cure di un “monitore”, cioè uno studente che frequentava la scuola già da un po’ e che, nei mesi precedenti, il maestro aveva valutato idoneo per quel ruolo in virtù del suo buon rendimento.  
Dopo un briefing iniziale con il mastro, i monitori ripetevano la lezione alle rispettive squadre… ma le particolarità del metodo lancasteriano non si esauriscono qui!

La scuola perfetta “secondo il professor Lancaster” aveva un aspetto ben codificato (e abbastanza rivoluzionario, per l’epoca). L’aula ideale era un locale rettangolare con una lunghezza pari al doppio della larghezza. Un po’ come le nostre sale conferenze, avrebbe dovuto avere un pavimento inclinato: nel punto più basso dell’aula, la cattedra del maestro; nel punto più alto del locale, i banchi dedicati agli studenti di livello avanzato.

All’interno della classe, va da sé, non esisteva un unico livello di apprendimento. La “topografia” scolastica ne portava i segni: Lancaster suggeriva che, là dove possibile, i banchi di ogni singola squadra fossero disposti a semicerchio, per dividere anche visivamente l’attività dei vari gruppetti. Eppure, non era affatto detto che i gruppetti se ne stessero fermi al loro posto: in una attività didattica itinerante, gli scolari stavano seduti durante le lezioni di scrittura, ma vagolavano in giro per l’aula sotto la guida del monitore per esercitarsi a leggere da poster di vario tipo appesi lungo le mura della stanza.

“Non si faceva prima a far leggere da un libro di testo?”, mi direte.
Indubbiamente sì, sennonché un libro costa e l’intero metodo partiva dal presupposto di voler spendere il meno possibile (e di voler gravare il meno possibile sulle famiglie degli scolari).
Sicché, gli studenti non avevano un libro personale… e, per la maggior parte del tempo, non avevano nemmeno un quaderno. Infatti, si imparava a scrivere con esercizi di grafismo “a costo zero” che si svolgevano a partire da… una vaschetta di sabbia (!).

Immagine di una classe lancasteriana rubata a TripAdvisor (click sulla fotografia per l’originale)

Immergendo il dito indice nella sabbia, gli scolari prendevano familiarità con la forma delle lettere. Quando ormai padroneggiavano l’alfabeto, si esercitavano a scriverlo nella sabbia con un bastoncino per imparare la corretta impugnatura. Il bastoncino si trasformava poi in un gessetto e la sabbia lasciava il posto all’ardesia della lavagna: dopo tutto ‘sto ambaradan, lo studente arriva a scrivere su carta solo verso la fine del suo percorso formativo. Che, per la cronaca, durava diciotto mesi, suddivisi in periodi didattici di quaranta giorni.

Ricostruzione di una scuola lancasteriana a Hitchin

Questo modello piacque tantissimo agli illuministi – e, in generale, a tutte le parti politiche che premevano per una modernizzazione della società. L’organizzazione della classe lancasteriana assomigliava molto da vicino a una democrazia meritocratica in cui non esisteva un despota che domandava dall’alto i suoi sottoposti, ma, al contrario, l’istruzione avveniva tra pari e ognuno dava agli altri a seconda delle sue capacità. Si sosteneva inoltre che il sistema didattico aiutasse a creare tra gli scolari uno spirito di collaborazione e affiatamento che veniva visto come un ottimo terreno su cui gettare le fondamenta della società del domani. Inoltre, tutti gli scolari partivano dallo stesso livello e potevano farsi strada nella micro-società scolastica con l’unica arma del loro impegno personale: chiunque poteva aspirare a diventare monitore (e aveva effettivamente buone chance di farcela).

Sfortunatamente, le ragioni per cui gli illuministi amavano la scuola lancasteriana erano anche le ragioni per cui i conservatori la avversavano. Il metodo – che nella prima decade dell’Ottocento si era diffuso capillarmente in Francia, ma non era sconosciuto al resto d’Europa – cominciò ad essere guardato con grande sospetto negli anni della Restaurazione post-napoleonica.

Nella nostra penisola, il metodo aveva goduto di un certo successo nel Lombardo-Veneto, dove Federico Confalonieri se n’era fatto promotore, e un certo numero di scuole lancasteriane erano presenti anche negli Stati Sardi. Ma la nomea di “scuola illuminata” non le rendeva particolarmente amate in tempo di Restaurazione – e i moti del 1820, facendo franare la terra sotto ai piedi dei governanti, acuirono drammaticamente il senso di sospetto con cui si guardava a questo metodo di insegnamento.

Questa vignetta ad esempio sembra alludere a una qualità didattica non proprio ottimale…

Nell’arco di pochi mesi, le scuole lancasteriane sparirono dal territorio italiano come una foglia portata via dal vento. In genere, le municipalità decisero di affidare la gestione delle scuole già esistenti a ordini religiosi votati all’educazione – e molti ne nacquero nel corso dell’Ottocento, dando il via a quel fermento pedagogico che animò la vita della Chiesa nel secolo del Risorgimento.

Silvio Pellico e Federico Confalonieri assistono a una dimostrazione del metodo di mutuo insegnamento. Ma lo stile di insegnamento non tornò mai alla ribalta.

Le scuole di mutuo insegnamento sopravvissero più a lungo nel Regno Unito. E anzi: se state programmando un viaggio in Inghilterra, sappiate che a Hitchin esiste una scuola lancasteriana, oggi trasformata in polo culturale, che ospita il British Schools Museum.

Qualcosa di simile esiste anche a Torino nel palazzo un tempo appartenuto ai marchesi Faletti di Barolo. Se passate da queste parti, non dimenticata di visitare il Museo della Scuola e del Libro per l’Infanzia – che è bellino bellino per davvero e che mostra, tra le altre cose, anche il funzionamento di una classe lancasteriana!

10 risposte a "Il mutuo insegnamento: la scuola illuminista per eccellenza"

    1. Lucia

      🙂
      Ma in effetti l’idea di base non è mica sbagliata. In un contesto in cui i bambini erano tenuti molto meno nella bambagia rispetto ad oggi, era un modo pratico per responsabilizzare i più grandicelli facendosi aiutare al contempo 🙂

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  1. sircliges

    Mi sembra però, correggetemi se sbaglio, che ci sia una differenza concettuale tra questo metodo come lo avevano concepito Lancaster e Bell e il metodo applaudito dagli illuministi.
    Lancaster e Bell progettano in un contesto di “emergenza”, di povertà, dove i mezzi sono insufficienti e allora bisogna arrangiarsi. In un certo senso, il “male minore”. Ma se gli avessero dato un pacco di soldi per assumere frotte di bravi insegnanti, avrebbero fatto i salti di gioia.

    Invece l’entusiasmo progressista per questo modello era proprio per il fatto in sé di imparare da un non insegnante.

    Questo mi ricorda una frase di Chesterton che mi è molto cara, cito con imprecisione a memoria: “il popolo ha sempre saputo che mezzo panino è meglio che niente, ma solo nell’epoca moderna i politici hanno avuto il coraggio di provare a convincere il popolo che mezzo panino è meglio di un panino intero”.

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    1. Lucia

      Mh, non sono così sicura di condividere tutto.

      Io sono convinta che Lancaster e Bell non se lo siano mai posto, nemmeno in via ipotetica, il problema di che cosa fare del loro metodo in un contesto in cui hai abbastanza soldi per assumere frotte di insegnanti. Per il semplice fatto che i soldi non c’erano e non ci sarebbero mai stati ed era considerato normale che non ci fossero.

      E’ un po’ come se io dicessi “sarebbe bello che nelle nostre scuole ogni studente fosse affiancato da un tutor personale che adatta il programma ministeriale agli specifici interessi, bisogni e talenti del singolo, proponendogli uscite didattiche, periodi di studio all’estero e attività laboratorali secondo un piano di offerta formativa fatto apposta per lui e che lo prepari specificamente per il test di ammissione all’università che intende frequentare”.
      Ipoteticamente sarebbe bello ma è uno scenario del tutto irrealistico e nessun riformatore sano di mente lo prenderebbe anche solo in considerazione. Mi sa che per Lancaster e Bell era la stessa cosa pensando a una scuola di carità ricolma di maestri validi e motivati.

      C’è poi un altro diffuso fraintendimento: cioè, noi abbiamo la curiosa convinzione che sia bene garantire un’istruzione di eccellenza a tutti gli studenti indiscriminatamente, persino ai figli dei poveri. Ma è noto a tutti – ti avrebbero detto Lancaster e Bell – che i figli dei poveri non hanno il minimo interesse a ricevere un’istruzione completa, che fa perdere loro un sacco di tempo per assimilare nozioni totalmente inutili. E infatti – avrebbero aggiunto – non è un caso che le scuole gratuite dei Gesuiti (quelle affiancate alle classi a pagamento) vadano pressoché deserte: nessun povero ha interesse a far sì che suo figlio si impelaghi in un percorso di studi lungo e totalmente astruso, valido tutt’al più per i figli della borghesia che vogliono fare un lavoro di tipo intellettuale.
      Ai poveri, come tutti sanno, interessa solo che i figli imparino a leggere e scrivere, che è pur sempre ‘na cosa utile. Ma se gli proponi insegnamenti un pelino più elaborati, i poveri ti guardano stupefatti dicendo “e a che gli serve?” e ti ritirano il figlio dalla scuola.

      In quel contesto, è effettivamente “vero” che anche un bambino di terza elementare può correggere il compagnetto di cinque anni quando legge male la parola “anatra” sul poster. Noi ci immaginiamo le scuole di una volta come le nostre scuole moderne, ma la realtà è che fino all’Ottocento inoltrato le scuole per poveri avevano un insegnamento davvero terra-a-terra (perché erano le stesse famiglie a richiederlo).
      Per dire: gli ordini religiosi che nel Settecento si occupavano di insegnare nelle scuole di carità avevano sì un maestro per aula… ma non è che il maestro facesse molto più di quanto oggettivamente poteva fare anche un bimbetto di nove-dieci anni.

      Detto ciò, gli illuministi hanno sicuramente dato al metodo lancasteriano una lettura fortemente ideologizzata, e la forte ideologizzazione ha contribuito a far guardare alle scuole lancasteriane come a una specie di demoniaco complotto. Il che sicuramente è stato assurdo sia in un senso che nell’altro, probabilmente Lancaster e Bell non ci pensavano nemmeno, nel creare il loro metodo.

      Che però, nella loro testa, il loro fosse un metodo di ripiego per tamponare una situazione di emergenza: quello non saprei. Secondo me, loro erano convinti di aver creato un metodo innovativo e valido, fatto per durare.

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    1. Lucia

      Ma in effetti in una certa misura io sono convinta che sia un tipo di insegnamento molto utile!
      (In una certa misura. Quella di Lancaster era decisamente un po’ eccessiva 😝)

      Quand’ero al liceo, alcuni professori ci offrivano d’abitudine la possibilità di scegliere un argomento specifico da approfondire e da spiegare in classe ai nostri compagni. In genere veniva fatto da chi voleva un voto in più per alzare/assicurarsi la media, e ovviamente il professore stava lì ad ascoltare intervenendo dove necessario.

      All’università, studio individuale ed esposizione in classe della nostra ricerca erano all’ordine del giorno (NB, io ho studiato in una università piccina in un corso di laurea minuscolo, dunque la cosa era fattibile. In un corso frequentato da 300 studenti a botta la vedo più difficile 🤣).

      Col senno di poi, per me è stato di enorme utilità soprattutto per imparare a “parlare in pubblico”, soprattutto per impostare una scaletta del mio discorso e non sforare coi tempi. E’ una cosa che ho sempre saputo fare con la massima disinvoltura e vedo che, invece, è una cosa su cui tanti adulti faticano, probabilmente non sono stati abituati fin da piccoli.

      Per essere utile, è sicuramente utile!

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