22 settembre 1792: inizia l’anno della Rivoluzione

Auguri, amici: buon anno!

Se vivessimo nella Francia rivoluzionaria, saremmo probabilmente assai scocciati ma troveremmo molto più normale la mia provocazione. Nella Repubblica degli illuministi e dei sanculotti, oggi sarebbe infatti il primo dell’anno (forse): giorno di grande festa, amici!, giorno da segnare in rosso sul (nuovo) calendario!

Ebbene sì.
Forse, nel polveroso archivio dei ricordi di scuola, aleggiano ancora da qualche parte i bucolici nomi di Vendemmiaio, Ventoso, Pratile… il modo in cui, cioè, i rivoluzionari avevano scelto di ribattezzare i mesi dell’anno.
Buffe bizzarrie del passato, mi direte. Ma sarebbe sbagliato ridurre il calendario rivoluzionario a un mero divertissement per intellettuali. Dietro alla riforma dei mesi e delle settimane c’era un progetto ben preciso – fallito, indubbiamente, ma non per questo derubricabile a boutade.

E allora, scopriamola assieme la logica che regolava il calendario illuminato!

***

Ci avevano lavorato un bel po’ di dotti, eh!
Tra i nomi noti: Lalande, direttore dell’Osservatorio Astronomico di Parigi; Pingré, geografo (e canonico regolare!); Lagrange, matematico che non ha bisogno di presentazioni; Guyton, lo scienziato che contribuì a fissare la nomenclatura chimica ancor oggi usata.

‘nsomma: teste di tutto rispetto, mica dilettanti allo sbaraglio. Dietro incarico del comitato d’Istruzione Pubblica, questi scienziati si misero al lavoro per creare ex novo un calendario adatto al mondo rivoluzionato. A coordinarli, il matematico Gilbert Romme e (per dare al tutto un tocco artistico, che non sta mai male) Fabre d’Églantine, celebre drammaturgo, che fu incaricato di individuare nomi poetici ed evocativi per i nuovi mesi “riformati”.

Il 5 ottobre 1793, un decreto della Convenzione Nazionale annunciò l’imminente entrata in vigore del calendario fissando retrospettivamente l’inizio della nuova era al 22 settembre 1792, giorno della proclamazione della Repubblica Francese – e, con ciò, nuovo Capodanno.

In realtà, l’affermazione che ho appena fatto è riduttiva e fuorviante.
Siccome, per felice coincidenza, il 22 settembre è una data che si sovrappone all’equinozio d’autunno, agli Illuministi non parve vero di poter tracciare dei collegamenti tra il “loro” calendario e le leggi universali che regolano il ritmo delle stagioni. Sicché, si stabilì (tenetevi forte) che ogni anno rivoluzionario dovesse iniziare alla mezzanotte… del giorno dell’equinozio d’autunno, così come indicato dall’Osservatorio di Parigi.

Ché, come ben sapete, non necessariamente l’equinozio cade sempre nello stesso giorno. Google mi dice che per noi, quest’anno, l’equinozio cade alle 15:30 del 22 settembre… ma, ad esempio nel 2019, è caduto alle 07:50 del 23 del mese. Questioni di calcoli astronomici, non chiedetemi dettagli.

Ad ogni modo: i rivoluzionari s’erano messi in testa questa cosa, e guai a dissuaderli: l’anno rivoluzionario sarebbe cominciato nello stesso giorno dell’equinozio autunnale. Sicché, il Capodanno diventava paradossalmente una data mobile (!) che veniva fissata dagli astronomi di anno in anno e poteva alternativamente cadere il 22, il 23 o il 24 di settembre.
Il prevedibile risultato era una confusione assurda: il nuovo sistema di calcolo del Capodanno era talmente macchinoso che, ad oggi, il povero archivista che si trova a barcamenarsi tra documenti emanati negli anni della Rivoluzione deve necessariamente affidarsi a una tabella che illustra, anno per anno, il Capodanno d’ogni anno… altrimenti, non se ne esce.

Immaginate un po’ la difficoltà nel gestire i rapporti diplomatici tra Stati esteri in mezzo a ‘sto delirio.

Eppure, gli amici rivoluzionari non erano tipi da impressionarsi con poco. Un più dettagliato decreto con dettagli applicativi fu emanato dalla Convenzione Nazionale il 24 novembre 1793 pardon! il 4 glaciale II, sancendo ufficialmente l’entrata in vigore del calendario a decorrere dal 26 novem pardon! 6 glaciale dello stesso anno.

A leggere “col senno di poi” i decreti rivoluzionari, lo storico non può fare a meno di notare che gli illuministi francesi si erano mossi a partire da tre requisiti-base. Erano tre, infatti, le caratteristiche che doveva avere il nuovo calendario:

  1. doveva accordarsi scientificamente ai ritmi del moto degli astri celesti (donde, il delirio del Capodanno mobile);
  2. doveva essere del tutto esente da riferimenti alla religione e/o alla superstizione e/o alla devozione popolare. Di conseguenza, dovevano sparire non solamente le grandi solennità cristiane, ma anche tutti i riferimenti a date mariane, feste di santi, tradizioni contadine più o meno legate al calendario liturgico, etc.
  3. doveva per contro sottolineare i nuovi cardini attorno a cui doveva basarsi la vita della brava gente in questo magnifico mondo progressivo. E cioè: l’onesto lavoro dei cittadini, che permette alla società di crescere e prosperare.

Quest’ultimo aspetto è particolarmente evidente nella scelta dei nomi che si volle dare ai nuovi mesi. Ribattezzati con appellativi dal sapore arcadico che evocavano il lavoro nei campi e il ciclo delle stagioni, i nuovi mesi – poeticamente – si presentavano così:  

  • Vendemmiaio (indicativamente dal 22 settembre al 21 ottobre)
  • Brumaio (indicativamente dal 22 ottobre al 20 novembre)
  • Frimaio (indicativamente dal 21 novembre al 20 dicembre)
  • Nevoso (indicativamente da 21 dicembre al 19 gennaio)
  • Piovoso (indicativamente dal 20 gennaio al 18 febbraio)
  • Ventoso (indicativamente dal 19 febbraio al 20 marzo)
  • Germinale (indicativamente dal 21 marzo al 19 aprile)
  • Fiorile (indicativamente dal 20 aprile al 19 maggio)
  • Pratile (indicativamente dal 20 maggio al 18 giugno)
  • Messidoro (indicativamente dal 19 giugno al 18 luglio)
  • Termidoro (indicativamente dal 19 luglio al 17 agosto)
  • Fruttidoro (indicativamente dal 18 agosto al 16 settembre)

Mi direte: e dal 16 settembre al 22?
In quel lasso di tempo, entravano in gioco i sanculottidi, cinque giorni supplementari posti alla fine dell’anno e dedicati  – un po’ come in un calendario liturgico – alla commemorazione degli elementi fondanti della Repubblica (rispettivamente: la virtù, il genio, il lavoro, l’opinione e le ricompense). L’omologo del nostro 29 febbraio che allunga di un giorno l’anno bisesto veniva festeggiato ogni quattro anni al termine dei cinque sanculottidi ed era dedicato – inevitabilmente – ad essere il giorno in cui si commemorava la Rivoluzione.

Allegoria dei dodici mesi a cura del pittore Louis Lafitte (1796)

I mesi dell’anno rimasero dodici (cosa che, peraltro, mi stupisce non poco, alla luce di quanto sto per descrivere). Una sorte ben diversa toccò alle settimane, che ai rivoluzionari non andavano proprio giù.

Punto primo, erano troppo poco razionali, scavallavano da mese a mese, confondevano le idee: non trovate anche voi incredibilmente confusionario che una certa data possa cadere in giorni della settimana sempre diversi? (Ehm).
Punto secondo, mantenere la scansione in settimane era fortemente pericoloso perché rischiava di riportare alla mente dei cittadini il ricordo della domenica come giorno del Signore e di tutte le altre feste mobili ad essa collegate.

Tenete conto che, a qualche ufficio di distanza rispetto a quello in cui i nostri funzionari stavano curando la creazione del calendario, fervevano i lavori che sovrintendevano all’introduzione di un’altra invenzione mica da poco: il sistema metrico decimale.
Nel clima di generalizzato entusiasmo verso le meraviglie del calcolo decimale (che fino a quel momento non era un granché utilizzato al di fuori delle aule universitarie, e che solo a fine Settecento cominciò a trovare una applicazione pratica), gli illuministi francesi decisero di… decimalizzare la qualunque. E così – se me la passate – anche l’anno fu trattato alla stregua di un metro, con i suoi multipli e sottomultipli.

Si stabilì che ognuno dei dodici mesi avesse trenta giorni ciascuno.
A loro volta, i giorni del mese erano suddivisi in tre gruppi di dieci giorni, l’ultimo dei quali (il decadì) era destinato al riposo (in sostituzione della vecchia domenica).

Il giorno, a sua volta, era diviso in dieci ore, che andavano dalla mezzanotte alla mezzanotte successiva. Se la cosa vi sembra confusionaria, mettiamola così: il lasso di tempo compreso tra le due mezzanotti, che noi abitudinariamente dividiamo in ventiquattro parti, all’epoca della rivoluzione era diviso in dieci segmenti. Queste frazioni si chiamavano “ora”, ma evidentemente erano molto più lunghe delle ore nostrane.

Questo “orologio repubblicano” tiene traccia dello scorrere del tempo secondo i due sistemi: al di sotto, il normale quadrante cui anche noi siamo abituati. Sopra di lui, il quadrante di un orologio repubblicano, che segna la stessa ora… ma in ore rivoluzionate.

A sua volta, ognuna delle dieci ore era suddivisa in cento minuti primi, i quali cento minuti erano suddivisi in cento minuti secondi. Insomma: a questo punto, temo di avervi persi, quindi cerco di dare un senso a questa storia citando le parole di Cardini, che nel suo I giorni del sacro sintetizza: 

Gli 86.400 secondi presenti in uno dei nostri giorni e che noi siamo abituati a veder trascorrere l’uno dopo l’altro sui quadranti dei nostri orologi venivano dunque ridistribuiti in 10.000 secondi “rivoluzionari”, ciascuno lungo oltre 8 secondi dei nostri.

Un delirio.

O meglio: da storica, vorrei cercare di essere il più possibile imparziale. Al di là delle motivazioni ideologiche che li spingevano, i rivoluzionari avevano “banalmente” istituito un nuovo sistema di computo del tempo. A parte la follia del Capodanno mobile (quella, sì, davvero irrazionale) era un sistema che, ipoteticamente, avrebbe pure potuto avere una sua logica.

Il problema è che la logica era sfuggente, creava più problema di quanti ne risolvesse e i cittadini non riuscirono mai a farsi entrare in testa ‘sto calendario astruso (che, oltretutto, cambiava di anno in anno sulla base di diktat incomprensibili dettati da un Osservatorio astronomico). Se i popolani erano nel pallone, i funzionari statali non avevano molta più dimestichezza col sistema – e nei rapporti diplomatici con gli Stati esteri il nuovo calendario aveva reso un incubo persino il semplice atto di datare un documento.

Napoleone, che era uno che andava molto per le spicce, abolì questa sgangherata riforma alla fine del 1805. Allo scoccare della decima ora del 10 nevoso XIV, i sudditi dell’Impero si ritrovarono improvvisamente sbalzati al 1° gennaio 1806, con gran sollievo popolare.

Lascio di nuovo a Franco Cardini le considerazioni con cui chiudere questa Storia:

Il sistema era caduto nella noia e nel ridicolo universali, aveva prodotto battute di spirito ma anche confusioni a non finire, a parte il fatto che non era mai entrato nel circolo vitale delle abitudini del popolo francese, il quale aveva continuato a festeggiare l’arcangelo Michele il 29 settembre e san Martino l’11 novembre, a mietere tra giugno e luglio e a vendemmiare fra settembre e ottobre, alla faccia di tutti i messidoro e i vendemmiai impostigli dalla Repubblica.

Oh, se solo la Repubblica avesse saputo che, entro due secoli al massimo, il popolo avrebbe dimenticato la maggior parte di queste tradizioni – e non per un qualche intervento orchestrato dall’alto, ma per il banale effetto dello scorrere del tempo.
E anche su questo ci sarebbe da dire molto, ma (spoiler!) sarà argomento di discussione per il futuro.

8 risposte a "22 settembre 1792: inizia l’anno della Rivoluzione"

  1. Gianluca di Castri

    Molti governi rivoluzionari o totalitari (le due parole, in fondo, sono quasi sinonimi) se la sono presa con il calendario, taluni in maniera discreta come il fascismo italiano ed altri in maniera ben più radicale come i rivoluzionari francesi. Aggiungo il poco noto tentativo libico, ai tempi del colonnello Qaddhafi, iniziato negli anni ’80 (l’anno di riferimento della datazione fu spostata dall’égira alla data di morte del profeta, i nomi dei mesi furono cambiati ma la struttura dell’anno lunare non subì modifiche)

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    1. franconich

      10 ore al giorno, ciascuna di 100 minuti, ciascuno di 100 secondi fanno 100.000 secondi al giorno, appena più corti del secondo solito. Perché i grandi intellettuali, umanisti e storici che pubblicano tomi ponderosi densi di pregnante cultura non sanno fare le moltiplicazioni per dieci? Avrei un paio di risposte, ma meglio che non le dica!

      Nell’orologio rivoluzionario c’erano le varianti con l’inizio della numerazione dalle parti delle 5 di un orologio solito, e con le lancette che giravano al contrario.

      Sulla piazza del mercato di Chivasso mi pare di ricordare si affacci un edificio con un orologio rivoluzionario a 10 ore!

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      1. Lucia

        Cioè, Cardini ha sbagliato a fare i conti? 🤣
        A me non era nemmeno passato per l’anticamera del cervello di mettermi a contare gli zeri (fra l’altro, io ho proprio un rifiuto per i numeri), ma in effetti sì, parrebbe proprio di sì 😅 Ancor più che Cardini che si impappina con gli zero, a me stupisce l’editor della UTET che non nota la svista, in effetti starebbe lì per quello!
        Comunque ho ricontrollato in preda al panico eh! La citazione è giusta, copiata paro paro 😆
        Grazie, non avevo proprio notato!, dopo integro il post.

        Per l’orologio di Chivasso: ma wow! E’ dalle mie parti, ma non ne avevo proprio idea, mai saputo e mai sentito. Adesso devo andare a vederlo dal vivo :-O
        Intanto, ho trovato questo articolo:

        https://www.thelightcanvas.com/un-orologio-rivoluzionario-a-chivasso/

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    2. Lucia

      Gianluca, grazie per la chicca sul calendario libico! In effetti è poco nota per davvero, non ne avevo mai sentito parlare.

      Com’è finita?
      Cioè: è rimasto in vigore fino alla guerra civile, o l’avevano abbandonato prima?

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  2. sircliges

    Questa cosa della riforma bellissima epocale fatta dai professoroni luminari dottorissimi, che nella loro testa e nei loro disegni sulla lavagna funziona tutto benissimo, e poi nei fatti si rivela un aborto sciagurato impraticabile, l’ho già vista da qualche parte…

    ( per esempio
    https://www.italiaoggi.it/news/basta-caricare-di-pesi-insostenibili-le-imprese-2478008
    «Evidentemente ci si è resi conto che il decreto legislativo 14/2019 sulla crisi d’impresa disegnava una procedura cervellotica e assolutamente priva di contatto con la realtà: chi ha scritto simili disposizioni, probabilmente, non ha mai lavorato in un’impresa…» )

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    1. Elisabetta

      Ho pensato la stessa cosa ma in altri ambiti dopo aver visto le norme anticovid….scuola…
      D’altro canto di sa che il mestiere del governante è l’unico che non necessita di titoli di studio, punteggio a concorsi o altro e il mestiere del tecnico non necessita di conoscere in prima linea l’ambiente in cui si opera.
      Io da anni sono fautrice della teoria de i prototipi, cioè prima di prendere decisioni al livello nazionale, sperimentare su un gruppo ristretto di persone e considerare i feedback

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  3. baron litron

    (che poi, volendo, un calendario semplicissimo si potrebbe fare fin da subito…..

    l’anno solare è fatto esattamente di 52 settimane più un giorno, che corrispondono a tredici mesi di quattro settimane ciascuno.
    si fanno 13 mesi di 28 giorni, è sufficiente aggiungerne uno all’inizio o alla fine dell’anno, cui mettere un nome a piacere, e si sa in anticipo a che giorno della settimana corrisponderà ogni giorno di ogni mese dell’anno. se il primo gennaio sarà un lunedì, il 28 XXX-nuovo mese, ultimo dell’anno, sarà per forza domenica. il giorno che “cresce” sarà di festa totale, un capodanno di 24 ore praticamente, e l’anno successivo inizierà di martedì e finirà di lunedì. ogni 4 anni, per mantenere il ritmo degli equinozi, i giorni in più saranno due, basta mettersi d’accordo su quando far cadere il secondo. anche se per semplicità sarebbe meglio fare un capodanno di 48 ore e buonanotte.
    in pratica, dodici mesi di 28 giorni e l’ultimo mese di 29, ogni quattro anni di 30.
    semplice e lineare….)

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