La sepoltura prematura: la grande angoscia d’età vittoriana

Viviamo in un’epoca in cui esistono persone che non si fidano dei medici e delle loro capacità di cura. Ci stupisce così tanto, che siano esistite epoche in cui le persone non si fidavano dei medici e delle loro capacità di accertare la morte?

Onestamente: a me no, non stupisce.
In fin dei conti, tra il Sette- e l’Ottocento, la medicina aveva fatto passi da gigante. La scoperta di nuove tecniche di rianimazione aveva reso evidente a tutti che potevano tornare a vivere individui che, fino a qualche anno prima, sarebbero stati dati per spacciati. Magnifiche storie e progressive arrivavano dalle sale operatorie, ove i medici assicuravano di aver rimesso in piedi addirittura pazienti che non respiravano e il cui cuore aveva già smesso di battere.

Ma allora – si chiedeva la brava gente, tramortita da certe notizie – quand’è che un morto è veramente morto?
Se sono stati rianimati individui che avevano già smesso di respirare, chi mi dice che sia veramente trapassato, il nonnetto che m’è morto in casa ieri sera e adesso stiamo preparando per la sepoltura? All’apparenza, a me sembra morto – però boh?

Il dubbio, ovviamente, apriva a interrogativi angosciosi.
A togliere il sonno la notte, non era tanto il timore di aver dichiarato morto un malato che forse sarebbe stato curabile. La vera angoscia era data dall’idea di aver sepolto vivo un individuo che in realtà non era morto affatto, con il terribile retropensiero: e se poi s’è risvegliato dentro la cassa da morto?

Nel suo celebre racconto The Premature Burial, Edgar Allan Poe dà conto di quella che, all’epoca, era davvero una angoscia diffusa:

Non c’è nulla che più terribilmente possa ispirare tanta suprema disperazione fisica e morale quanto un seppellimento prematuro. L’oppressione intollerabile dei polmoni, le esalazioni soffocanti della terra bagnata, il freddo contatto delle vesti funebri, il rigido abbraccio della stretta prigione, […] tutto questo unito al pensiero dell’aria e del verde che sono sopra; e dei cari amici che accorrerebbero a salvarci se sapessero del nostro fato, mentre si sa bene che non potranno mai esserne informati e che il nostro destino senza speranza è quello di un morto veramente morto: tutto questo, dico, porta dentro il cuore che ancora batte un orrore così grande da non poter essere immaginato.

Giravano, di bocca in bocca, le voci più terribili. Le associazioni che avevano preso a cuore la questione giuravano di aver raccolto più di cento testimonianze di individui scampati al tragico destino per un puro colpo di fortuna. Correva voce che, in questo o in quel cimitero, all’atto di esumare un morto per varie ragioni i becchini si fossero resi conto con orrore del dramma consumatosi: la bara era graffiata dall’interno, tracce di sangue inzaccheravano il legno, il cadavere aveva assunto una posa diversa rispetto a quella con cui era stato sepolto…

Il panico crebbe esponenzialmente quando, a partire dal 1830, le epidemie di colera cominciarono a falcidiare l’Europa. Il fatto che i medici fossero incapaci di arginare il contagio contribuì ad alimentare in molte fasce della popolazione una marcata sfiducia nei confronti del personale sanitario. Al tempo stesso, una situazione di eccezionale mortalità faceva sembrare ancor più plausibile l’ipotesi che qualcosa potesse andare storto nelle procedure di accertamento del decesso, presumibilmente più frenetiche del solito. Per colmo di sciagura, i colerosi che si trovano nella fase più acuta della malattia assumono, già da vivi, un aspetto vagamente cadaverico: la perdita di liquidi li rende scheletrici, la pelle assume un colorito bluastro.
Ma allora, quanti di questi malati (oltretutto isolati dai loro cari e costretti a spegnersi in lazzaretto) venivano frettolosamente dichiarati morti, mentre in realtà erano solo in uno stato di incoscienza?

Se lo domandavano angosciosamente in molti, specie tra le classi popolari – e, mentre il panico montava, i mass media cavalcavano l’onda. Nel 1894, fece il giro di tutti i giornali la storia inquietante di Eleanor Markham (storia inquietante ma teoricamente vera, per quanto ne sappiamo).
L’8 luglio 1894, a seguito di quello che fu erroneamente ritenuto essere un attacco cardiaco, la giovane donna (una ventiduenne che soffriva spesso di palpitazioni) fu dichiarata morta dal medico di famiglia. A causa della temperatura afosa, il funerale fu organizzato assai rapidamente: i becchini avevano già chiuso la bara e la stavano trasportando verso la chiesa, quando ebbero come l’impressione di aver sentito un movimento dall’interno. La bara fu aperta e i presenti notarono con orrore che la povera Eleanor aveva cambiato espressione: gli occhi erano aperti e sgranati e il viso era contratto in una smorfia di orrore.
A detta delle cronache, la ragazza avrebbe trovato la forza di sussurrare “mio Dio!, mi state seppellendo viva!” prima di sprofondare in uno stato catatonico dal quale sarebbe uscita solo molto tempo dopo, grazie all’iniezione di stimolanti.

Una volta guarita, Eleanor avrebbe dichiarato di esser stata cosciente per tutto il tempo: vale a dire, aveva udito il medico dichiararla morta, aveva sentito il pianto dei genitori, s’era resa conto che il suo corpo veniva preparato per la sepoltura… ma al tempo stesso s’era scoperta incapace di comunicare con l’esterno. Solo nell’estremo momento, mentre la bara già si muoveva verso la chiesa, Eleanor avrebbe trovato la forza di picchiare contro il legno per produrre quel tonfo che effettivamente le salvò la vita. O, quantomeno, così dichiarò ai giornali.

La terribile prospettiva di andare incontro allo stesso destino terrorizzava anche i cuori più arditi. Certo, certo: alcuni erano dell’idea che queste brutte cose non capitassero alla gente come si deve. I sepolti vivi – si mormorava nei salotti “bene” – se l’erano in un certo senso andata a cercare.
La maggior parte dei sepolti vivi – si diceva – erano morfinomani, alcolisti e altri degenerati che, dopo in una notte di stravizi, sprofondavano in uno stato di catalessi. Parimenti, correvano il rischio di cadere in quello stato le donne dal temperamento isterico.
Nell’Inghilterra vittoriana, il timore della sepoltura prematura andava di pari passo col pregiudizio nei confronti delle minoranze religiose: si mormorava ad esempio che i “perfidi giudei” finissero sepolti vivi una volta sì e due no, a causa della consuetudine ebraica di seppellire i morti poco dopo il decesso. Ma i cattolici non se la passavano un granché meglio: il rito dell’estrema unzione – si diceva – allontanava il medico dal malato proprio nel momento in cui quest’ultimo “esalava l’ultimo respiro”, con tutti i rischi connessi a questa situazione.

Nonostante ciò: chi mai avrebbe potuto dire di sentirsi totalmente al sicuro?
Nel suo Paura. Una storia culturale, dal quale traggo tutte le informazioni per questo articolo, Joanna Bourke cita ad esempio il caso di una donna istruita della buona società che, nonostante il suo livello di cultura, era così angosciata da raccontare:

Non ho mai redatto un testamento senza inserire la clausola dove esigevo che mi fosse tagliata la gola prima di venire seppellita. Naturalmente, dei medici non ci si può comunque fidare.

Incredibile ma vero: la nostra amica non era l’unica ad aver avanzato una simile richiesta. Persino alcuni medici chiedevano a gran voce che diventasse d’uso comune la pratica di iniettare stricnina nelle vene dei cadaveri, giusto per scongiurare il rischio di un risveglio post-mortem al camposanto. Anche se, naturalmente, a quel punto si concretizzava il rischio di uccidere per davvero il presunto morto, che magari avrebbe ancora avuto qualche chance di riprendersi naturalmente.

E così, l’industria si mise al lavoro per rispondere al bisogno espresso dalla popolazione. Quei marchingegni che ogni tanto vediamo nella narrativa gotica di età vittoriana e che saremmo tentati di derubricare a “invenzione letteraria” (tipo la famosa campanella vicino alla lapide sepolcrale, che il morto potrà far suonare in caso di risveglio): ebbene, quei marchingegni esistevano davvero.

Non erano utilizzati universalmente, va da sé. Diciamo pure che si rivolgevano a un target piuttosto ristretto: mediamente, individui della classe media o medio-bassa, scarsamente istruiti e facilmente influenzabili.
Eppure, questi arnesi esistevano davvero e talvolta venivano addirittura registrati all’ufficio brevetti.
Nel 1868, ad esempio, un certo Franz Vester inventò negli USA una bara provvista di campanaccio interno, che il non-morto avrebbe potuto far suonare per chiedere aiuto. Nel 1882, Albert Fearnaught propose un complesso sistema nel quale una molla posata nella mano del “cadavere” avrebbe azionato, se tirata, un interruttore esterno la cui attivazione avrebbe segnalato l’emergenza. Nel 1871, due medici (Schroeder e Wuest) progettarono una bara che, al minimo movimento interno, avrebbe fatto suonare una campanella e si sarebbe aperta per immettere aria fresca.

Non (mi) è noto quanto successo abbiano effettivamente avuto questi aggeggi (che pure venivano speranzosamente acquistati, or qua or là!). Ma – per chiudere con un brivido questa storia – mi è noto il caso di un esperto che nel 1948 si prese la briga di studiare questi brevetti per togliersi la curiosità: avrebbero potuto funzionare per davvero?

Ecco: no. La risposta è no.

All’atto pratico, si scoprì che questi strumenti avrebbero potuto salvar la vita di un sepolto vivo solo se lo sventurato si fosse risvegliato all’interno di una cripta. Per la stragrande maggioranza dei cittadini, che venivano inumati in cimiteri sempre più ampi, sempre meno sorvegliati e sempre più lontani dal centro abitato: era praticamente impossibile che questi dispositivi potessero servire a qualcosa.

Quand’anche una campanella avesse cominciato a suonare frenetica nella notte, la catenella stretta nelle dita di chi pensava “ecco!, sono stato previdente, presto verranno a salvarmi”… la dura verità è che il suono sarebbe rimasto inascoltato.
Nessuno sarebbe arrivato per salvare l’innocente.

27 risposte a "La sepoltura prematura: la grande angoscia d’età vittoriana"

    1. Lucia

      Che poi, realisticamente, mi domando quanto sia verosimile che un sepolto vivo riprenda coscienza all’interno della bara (dando per buono per amor di discussione che effettivamente sia stato stato sepolto vivo, intendo).
      Per non capirci niente, mi vien da pensare che, con così poco ossigeno a disposizione, la morte sia estremamente rapida: secondo me, il derelitto morirebbe di asfissia entro pochi minuti dalla chiusura della bara. Penso che non farebbe nemmeno in tempo a riprendere coscienza, francamente 😆

      Eppure, sì: la gente ci perdeva il sonno per davvero… 😐

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        1. Lucia

          Dici? Così tanto? 😯
          A me verrebbe da pensare molto di meno, alla fine la bara è piccola e la terra circostante impedisce all’aria di filtrare da eventuali fessure (penso alle bare ottocentesche che di sicuro non erano come le nostre).
          Ma in effetti sto parlando a vanvera 🤣 cioè, non ho davvero idea.

          Al coma ho pensato anche io, in effetti!
          Ci ho pensato, nello specifico, leggendo la descrizione della ragazza erroneamente dichiarata morta e che diceva di aver sentito tutto quello che succedeva attorno a lei. Chissà se era in coma o cosa.

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  1. ago86

    E qui si vede l’utilità delle veglie funebri, perché così dopo un giorno senza mangiare e bere (e forse senza neanche respirare) dovrebbe sparire ogni dubbio, sempre che la veglia sia possibile.

    E sempre che il “morto” non abbia voglia di alzarsi durante la veglia; in effetti un caso del genere avvenne in Italia nella prima metà del XX secolo. Un bambino fu dichiarato morto perché si notava che non respirava – e ciò era provato dallo “specchietto”: esso non veniva appannato dal respiro, che dunque non era presente. Ci fu la veglia funebre del piccolo, il quale durante tale occasione si alzò e disse “mamma, bumbum!”, ossia chiedeva acqua alla madre (“bumba” la chiamavano i bambini). Questo bambino sopravvisse fino a diventare anziano, non troppo tempo fa.

    Se vuoi posso chiedere altri particolari della storia.

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  2. Dolcezze

    Una mia vecchia zia, che evidentemente aveva le stesse paure, raccomandò proprio una veglia funebre più lunga (e fu accontentata, ovviamente). Libri e libri di Carolina Invernizio non erano passati invano (La sepolta viva, Il bacio di una morta…)

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  3. Umberta

    Io mi sono sempre chiesta come sia possibile graffiare il legno con le dita che ci sono state date in dotazione. Fossimo cani o gatti, capirei… Non pensavo che la gente avesse paura davvero, credevo che la sepoltura in vita fosse un elemento narrativo; come direbbe la Pimpa, è bello spaventarsi un po’ (ma solo un pochino).

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  4. blogdibarbara

    Un’esperienza simile a quella di Eleanor l’ho vissuta quando sono stata operata al seno: mi iniettano l’anestesia, io sprofondo nel nulla, e poi improvvisamente questo nulla viene attraversato da una voce: “E’ addormentata bene?” “Sì sì, possiamo cominciare”. E io provo a muovermi, a muovere la testa, un braccio, un dito, ad aprire gli occhi, la bocca, qualunque cosa che possa far capire che no, non sono addormentata, sono sveglissima, ma non posso farlo, il corpo è completamente paralizzato, non mi risponde, non posso fare niente.
    Visto dal dopo, immagino che si sia trattato di secondi, ma in quel momento avrei giurato che si trattasse di un tempo infinito, durante il quale mi è venuto in mente tutto quello che avevo letto sugli “esperimenti” dei campi di concentramento nazisti, fra cui quello di operare senza anestesia per vedere se fosse possibile sopravvivere al dolore – e non sopravviveva mai nessuno. Una cosa allucinante, terrore allo stato puro. Adesso non è più possibile perché è cambiato il modo di praticare le anestesie e inoltre al paziente viene inserito sottopelle un ago nella fronte che permette di registrare l’attività cerebrale, ma una volta, ho appreso poi, non era poi molto infrequente.
    Quanto al terrore dei risvegli, mio padre, morto nel 2002, si è fatto cremare proprio per quel terrore lì.

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        1. blogdibarbara

          Però anche crematura è carino (la crematura della torta?). Come la moglie lituana di un blogger che frequento, cui ogni tanto manca una parola, e allora improvvisa. L’ultima della serie è stata la porcellaia, che personalmente trovo infinitamente più elegante di porcile.

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      1. blogdibarbara

        Non solo: la cremazione non è immediata (c’è la lista d’attesa, anche se per chi, come mio padre, si è iscritto all’associazione, l’attesa è più breve, ma comunque nell’ordine del paio di giorni) quindi potresti benissimo svegliarti nella bara durante l’attesa. Ma si sa, il cornetto di corallo non è granché come garanzia che quell’aereo non cadrà, che quell’albergo non andrà a fuoco, o comunque non quel piano, o comunque non quella stanza, o comunque non quella scala di servizio – e non è che tu non lo sappia – però ad averlo al collo ti senti più tranquilla.

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  5. sircliges

    «Un uomo di 74 anni del Tamil Nadu, in India, è rimasto chiuso in una cassa frigorifera per 24 ore su indicazione dei familiari che lo hanno creduto morto, ma quando gli addetti alle pompe funebri sono andati a prenderlo per il funerale, il giorno dopo, si sono accorti che l’uomo era ancora vivo. »

    https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/asia/2020/10/16/india-lo-credono-morto-per-ore-chiuso-in-cassa-refrigerata_b5148ee2-b187-46dc-974f-8848e032730d.html

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    1. Lucia

      😐

      Ora: io posso ancora ancora capire il rischio di una visita sbrigativa e “di lontano” a un malato che muore in casa. Voglio dire: spero fortemente non capiti mai!!, ma ancora ancora posso immaginare lo scenario.

      Ma che uno venga dichiarato morto per sbaglio dentro a un ospedale, gasp 😰

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        1. Lucia

          Beh, se l’articolo parla di “cassa refrigerata” io penso più che altro a quelle bare “con aria condizionata”, che hanno un motorino al fondo della cassa per far circolare aria fresca. Se non fa troppo caldo nella stanza, non si usa nemmeno il coperchio, per dire.
          Nel quadro di orrore generale, quello è il meno 😅

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