Il curioso caso degli Inglesi che non temevano le bombe

Altro che keep calm e carry on!
Quello era uno slogan, ma non ci credeva nemmeno chi lo aveva scritto. Anzi: tra tutte le incertezze che turbinavano nella testa dei politici britannici alla vigilia dell’entrata in guerra, c’era un’unica (sconfortante) certezza incontrovertibile. E cioè che, dal punto di vista psicologico, la popolazione non avrebbe retto: si stava andando incontro a un disastro senza pari.

Il governo ne era convinto fin dal 1938. Quando l’eventualità di una guerra era già era nell’aria, il primo ministro aveva commissionato un report per avere una previsione indicativa dei danni che il Regno avrebbe potuto subire. La risposta degli esperti fu impietosa: si arrivò a stimare, nei casi peggiori, una media di 30.000 (!) vittime al giorno tra i civili. Ma a far tremare le vene e i polsi era in realtà un’altra cifra: quella secondo cui, tra i civili superstiti, quelli colpiti da traumi psichiatrici gravi sarebbero stati tre volte tanto.

***

I bombardamenti su civili, in Inghilterra, cominciarono nel settembre 1940: dopo aver fatto tutte le cose importanti (cioè distruggere le vie di comunicazione e radere al suolo le principali industrie) la Luftwaffe passò a un nuovo obiettivo: abbattere l’umore della popolazione.

Dal 7 settembre fino all’11 maggio, Londra fu oggetto di bombardamenti pressoché quotidiani, che ovviamente non restarono limitati alla capitale: diciassette delle più grandi città britanniche furono prese di mira con intensità. Quando i bombardamenti cominciarono a farsi meno frequenti (l’attenzione della Germania si stava spostando sul fronte russo) fu possibile fare una conta dei danni; e la conta svelò numeri agghiaccianti. Nell’arco di otto mesi, 43.500 civili erano morti sotto le bombe, 139.000 avevano riportato ferite gravi e, in città grandi come Londra, il 60% delle abitazioni era stata danneggiata in modo serio.  
Un disastro.
Ma… sapete cosa?
In mezzo a quel disastro (in mezzo a una città che veniva letteralmente bombardata ogni giorno e ogni giorno mostrava più evidenti i segni della devastazione): in mezzo a quel disastro, non ci furono grandi scene di panico.

In media, la reazione dei civili fu molto più composta rispetto a quella che i loro genitori avevano avuto ai tempi della Grande Guerra, quando qualche (raro e isolato) Zeppelin nemico si era spinto fin sui cieli inglesi. Peraltro, senza causare chissà quale ecatombe.
Ecco: all’epoca, la sola notizia di un’incursione aerea dall’altra parte del Paese era stata sufficiente per scatenare il terror panico nella popolazione. Negli anni Quaranta (quando i bombardamenti erano all’ordine del giorno e il pericolo di restarci secchi molto più concreto)… nada. Dopo le prime destabilizzanti settimane, la popolazione si era assestata su una singolare nonchalance per cui “ti sganciano bombe in testa? Oh well, keep calm and carry on”.

Francamente, sarebbe esagerato dare il merito a una propaganda particolarmente ben riuscita. Più che altro, si trattava di emulazione sociale: c’era come un tacito accordo collettivo per cui nessuno doveva scendere al di sotto di un certo livello minimo di coraggio. Col passar dei mesi, la tragica conta dei morti non bastò a far venir meno questo quieto ardimento: anzi, gli affiancò un forte senso di fatalismo, per cui “non c’è niente che si possa fare per garantirsi la salvezza: a ‘sto punto, vivo normale e, se tocca, tocca”.
Entro la fine del 1940, le forze di polizia osservavano con sgomento che, a differenza di quanto accadeva durante i primi bombardamenti, adesso non bastava più la sirena dell’allarme antiaereo per spingere la gente a cercare riparo: ormai, le persone scendevano nei rifugi solo quando sentivano il rombo degli aerei avvicinarsi.

E questo, evidentemente, era un bel problema.
Non pensate che sia facile reggere un Paese in cui la popolazione reagisce con uno scrollar di spalle alla scoperta di avere un cacciabombardiere nemico che sorvola casa sua. Se, nel 1938, il governo britannico aveva temuto che la più grande sfida di ordine pubblico sarebbe stata il contenere le folle in preda al panico, nell’arco di pochi mesi dovette sorprendentemente ricredersi. Paradossalmente, il problema era convincere le folle ad allarmarsi un po’ di più. Come ebbe a dichiarare il capo-polizia dell’isola di Wight,

la gente sta diventando sempre più indifferente e, a dispetto di tutti i possibili provvedimenti presi dalla polizia e dai capifabbricato, incluso l’uso degli altoparlanti sulle macchine della polizia, non riusciamo a convincerla a cercare riparo. Se ne stanno sulla soglia di casa o a spettegolare agli angoli delle strade. […] Li ammirerei se fossero operai che pensano solo a lavorare e a rispettare i turni, ma non questi pazzi che danno un pessimo esempio e se ne vanno in giro con una sorta di spavalderia.

In compenso, la gente faceva un dramma di alcuni elementi che noi, oggi, definiremmo probabilmente marginali. Passando dal claustrofobico conclamato (poraccio) a chi semplicemente non amava gli spazi chiusi, alcuni cittadini preferivano starsene a casa loro nel bel mezzo di un bombardamento, perché nei rifugi sotterranei “si sentivano mancar l’aria”.

Odiatissimi e temutissimi erano gli oscuramenti, cioè l’obbligo di spegnere le luci (interne e esterne – tipo i lampioni in strada) dopo l’orario di coprifuoco. A parte le lamentele di chi lamentava la spiacevolezza di non poter nemmeno decidere quando accendere le luci in casa propria, gli oscuramenti erano per molti Inglesi una fonte di infinita angoscia: si temeva che orde di criminali potessero annidarsi nelle strade deserte della notte, pronti a compiere chissà quali nefandezze. Nel tentativo di sedare l’angoscia della popolazione, si introdusse persino un’aggravante per i crimini commessi durante il coprifuoco: se un furto fatto in orario mattutino costava al reo dodici mesi di carcere, la pena saliva a diciotto mesi se il maltolto veniva rubato a luci spente.   

Paradossale, ma vero: la gente sembrava temere i ladri più quanto temesse un cacciabombardiere in volo. Un rapporto governativo del 1940 constatava con un certo sollevato stupore:

Le incursioni sono ben presto diventate parte della vita quotidiana, una parte spiacevole come tornare a casa a piedi dal lavoro sotto la neve.

Tutti i dati che sto riportando sono raccolti da Joanna Bourke in un interessantissimo studio sulla Paura. Una Storia culturale.
L’autrice non è però la prima studiosa a interessarsi al curioso caso degli Inglesi intrepidi sotto le bombe. La bizzarria di questo atteggiamento balzò all’occhio dei medici anche all’epoca in cui si svolgevano i fatti, spingendo i professionisti a fare un po’ di indagini.

Saltò fuori che, entro la fine del 1940, solamente venticinque persone in tutto il Regno Unito erano state ricoverate in ospedali psichiatrici a seguito di nevrosi sviluppatesi dopo l’inizio dei bombardamenti. Sembravano passarsela benone persino quei bambini che venivano fisicamente separati dai loro genitori e trasferiti forzosamente nelle campagne per sopravvivere ai bombardamenti: escludendo gli occasionali attacchi di nostalgia, i pargoli erano sorprendentemente rapidi nell’adattarsi alla situazione e li si poteva addirittura vedere intenti a ridere in giochi di guerra.

Tutto ciò stupì gli esperti. Alcuni si chiesero persino quale fosse la formula magica dietro a tutta questa composta tranquillità: non sarebbe stato male trovare un modo per replicarla anche nell’esercito, dove il personale era appositamente addestrato… eppure riportava un tasso di crolli nervosi decisamente più alto rispetto a quello registrato dai civili.

E poi, mentre i professionisti si perdevano in queste considerazioni: d’improvviso, ebbe luogo la tragedia.

La sera del 3 marzo 1943, verso le otto e un quarto, il rumore della sirena antiaerea annunciò improvvisamente un imminente raid. I Londinesi che si trovavano per strada cominciarono ad avviarsi, con un certo allarme, verso l’imboccatura della stazione della metropolitana di Bethnal Green, che veniva usata, all’epoca, come rifugio. Mentre i colpi sparati dalla contraerea echeggiavano di lontano, i presenti notarono immediatamente una certa fretta nel cercare riparo da parte di chi si trovava ancora in strada: inconsueta rispetto alla solita flemma… ma meglio così, in fin dei conti.

Entro dieci minuti dal suono della sirena, circa millecinquecento persone erano scese nel rifugio e altre ancora si stavano affannando per raggiungerlo. Poi, alle otto e ventisette, una batteria della contraerea situata a circa mezzo chilometro da Bethnal Green sparò alcuni colpi verso il cielo, come del resto accadeva sempre nel corso di un attacco.

E lì, fu il panico.

La gente che era ancora in strada si buttò a terra rannicchiandosi contro i muri. Qualcuno urlò “stanno cominciando a sganciare le bombe!”, altri gridarono di aver sicuramente visto il bagliore di una mina esplosa. Non appena la contraerea smise di sparare, gli uomini rimasti in strada si rialzarono terrorizzati e si precipitarono a rotta di collo verso l’entrata nella metropolitana. Perdendo l’equilibrio per la calca, una donna e la sua bambina inciamparono in un gradino. Nell’arco di pochi secondi, centinaia di persone in preda al panico caddero l’una addosso all’altra lungo le scale, per un tragico effetto domino. Nessuno se ne diede cura: ormai il panico regnava e una nuova raffica di colpi della contraerea coprì le grida della gente che veniva pestata viva. Le persone che si trovavano al di fuori del rifugio e non avevano neppure imboccato la rampa di scale, non riuscendo a immaginare quale fosse la causa di quel “tappo” che impediva alla folla di defluire, pensarono irrazionalmente che le persone già all’interno avessero deciso di tenerli fuori di proposito. Sicché si agitarono ancor di più, spinsero per forzare il “blocco”, inciamparono e caddero a loro volta, corsero sopra tutto quello che incontravano pur di avere salva la vita.

Durò un quarto d’ora, non di più. Ma quando le forze di polizia riuscirono a riportare la calma, si trovarono a contemplare uno spettacolo spaventoso. Durante quell’ondata di panico collettivo, centosettantatré persone (ventisette uomini, ottantaquattro donne e sessantadue bambini) avevano perso la vita, pestate vive dalla folla angosciata. Altre trentadue morirono in ospedale, a causa delle lesioni riportate.
Ironia del destino: tra i sopravvissuti c’era la donna che aveva inciampato per prima. La sua bambina, però, non ce l’aveva fatta.

Fu la più grande perdita di civili nel corso di un unico bombardamento sul suolo britannico.
Anzi, nemmeno: devo riformulare la frase, ché quella notte non ci fu alcun bombardamento. Non una singola bomba fu sganciata dagli aerei che stavano sorvolando la zona: gli unici colpi sparati furono quelli della contraerea (il cui rumore, peraltro, era ormai noto ai civili e di certo non avrebbe dovuto inquietare).

I sopravvissuti sentirono ordinare di non parlare con anima viva di quanto accaduto. I tragici fatti di Bethnal Green furono secretati fino al 1946: si temeva che la notizia avrebbe potuto abbattere il morale della popolazione e ringalluzzire quello del nemico, trasformandosi in un implicito invito a causare il panico sempre più.
Ma quando, nel 1946, furono resi pubblici i risultati dell’inchiesta governativa che aveva cercato di comprendere le cause di questa isteria di massa, tutto cominciò a chiarirsi.

Gli Inglesi, e i Londinesi in particolare, avevano già subito nel corso del 1940-41 bombardamenti così pesanti e in quantità tale da logorare i nervi a chicchessia. E, come abbiamo visto, avevano reagito con una sorprendente resilienza.

Ma nella primavera del 1943, molte cose erano cambiate.

Innanzi tutto erano cambiate le tecniche di attacco: la Germania aveva sviluppato nuove tecnologie con un potere distruttivo decisamente superiore (e in capo a pochi mesi avrebbero inaugurato armi ancor più letali, come ad esempio temutissimi razzi capaci di schiantarsi a centinaia di chilometri dal luogo di lancio senza permettere al nemico di predisporre alcun tipo di allarme).
Come se non bastasse, il 2 marzo 1943 (cioè, il giorno prima della tragedia di Bethnal Green), i giornali britannici avevano annunciato con entusiasmo il grandioso successo riscontrato dalla RAF nel corso di una incursione area su Berlino: un bombardamento devastante e ben mirato aveva raso al suolo intere aree della città tedesca.

La notizia, entusiasticamente rilanciata da tutte le testate, era stata in realtà una doccia fredda per numerosi Inglesi: da un lato, li aveva aiutati a rendersi conto dell’altissimo potere di devastazione di un bombardamento effettuato secondo la “nuova tecnica”. Dall’altro lato, li aveva indotti a pensare che la Germania non sarebbe stata a guardare di fronte a tanto scempio: ci si aspettava insomma una ritorsione, con incursioni aree ancor più devastanti.

Fu proprio a quel punto del conflitto che l’umore popolare cambiò improvvisamente. Come se la popolazione si fosse resa conto per la prima volta (!) del pericolo reale, da quel momento in poi nessuno più perse tempo in strada al suonare della sirena. La spavalderia era stata sostituita dall’angoscia, l’ostentazione di coraggio era diventata realismo mesto. Purtroppo non mancarono neppure altri episodi di panico come quello che ho appena descritto (fortunatamente, nessuno con conseguenze di così larga scala).

***

A titolo di curiosità: Lawrence Rivers Dunne, giudice onorario della polizia metropolitana di Londra, fu incaricato di presiedere la commissione che indagava sulle cause della tragedia di Bethnal Green. Interrogando le persone presenti all’epoca dei fatti e ponendo loro la domanda “secondo voi, cos’è stato a scatenare il panico?” si sentì dare le risposte più fantasiose.

Molti dissero che la colpa era da attribuirsi a non meglio precisati immigrati ebrei che avevano perso la testa volendosi mettere in salvo.
Un testimone puntò il dito contro dei fannulloni (che, apparentemente, aveva visto solo lui) che si erano attardati in strada per fumare una sigaretta, precipitandosi verso le scale del rifugio all’ultimo momento.
Molti diedero la colpa alle autorità, accusandole di aver adibito a rifugio un locale poco agevole e di non aver pensato a predisporre un servizio d’ordine per un rifugio così grande e affollato.
Le autorità (nella persona del responsabile del rifugio) diedero la colpa alla popolazione, in particolar modo alle madri che tenevano con sé i bambini piccoli, invece di farli sfollare nelle campagne. Va da sé che un bambino piccolo cammina più lentamente ed è meno disciplinato rispetto alla popolazione adulta: quindi non dovrebbe stare in un rifugio antiaereo, disse il responsabile, ergo non dovrebbe stare in città durante la guerra per soddisfare il bisogno di qualche genitore.

Il capro espiatorio più curioso? Le suole delle scarpe di bassa qualità, secondo la teoria di una certa Lilian Gerwood, che scrisse al Ministero dell’Interno per comunicare:

il disastro è stato forse causato da calzature risuolate con un materiale scivoloso come quello usato quando il mio calzolaio mi ha riparato le scarpe? Quelle stesse scarpe mi hanno fatto cadere. E ho assistito anche ad un’altra caduta, ma non ho l’autorità per attribuirle la stessa causa.

Direbbe qualcuno: solo una coincidenza? Noi crediamo di no.

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