Cinque antiche tradizioni del Natale che non sapevi di voler provare

Mettiamo caso (così eh, per ipotesi!) che una serie di sfortunati eventi ci impedisca di festeggiare il Natale come abbiamo sempre fatto, spingendoci a vacanze più quiete e casalinghe.
Che famo?
Ipotesi A: ci struggiamo nel profondo perché quest’anno non possiamo replicare tante care tradizioni.
Ipotesi B: approfittiamo di questo inverno anomalo per scoprire altre tradizioni che erano care ai nostri trisavoli e che (metti mai) magari potrebbero conquistare anche noi.
Tipo?

Leggere, la vigilia di Natale, racconti di paura

E qui, uno potrebbe anche commentare “ma che sta dicendo? Le ha dato di volta il cervello?”. In realtà no.
Tutti conosciamo Il Canto di Natale e i tre inquietanti spiriti che visitano il signor Scrooge. In realtà, il capolavoro di Dickens (“being a Ghost-Story of Christmas”, come sottotitolava l’autore) si inseriva in un ampio filone narrativo che potremmo definire quello dei “racconti di fantasmi da leggere nelle notti d’inverno”. La moda era già diffusa in epoca elisabettiana, tant’è vero che alcuni storici indicano nel The Winter’s Tale shakesperiano il primo testimone (noto) di questa moda letteraria.
Per strano che possa sembrare, agli Inglesi piaceva sentirsi raccontare storie di fantasmi nelle notti d’inverno, e specificatamente alla vigilia di Natale, quando un volenteroso si immolava per la causa e leggeva a tutta la famiglia un romanzo fatto apposta per concludersi nell’arco di un’oretta.
Badate: quando dico che la cosa piaceva agli “Inglesi”, parlo proprio di Inglesi: in Irlanda e in Scozia, le storie di fantasmi erano amate non di meno… ma la gente aveva l’abitudine di leggerle nel periodo di Halloween. In Inghilterra, invece, le famiglie trovavano godibilissima una vigilia di Natale “passata davanti al caminetto a leggere storie di fantasmi”, come sintetizzerà Charles Dickens nel 1850, descrivendo i suoi più cari ricordi d’infanzia nel suo A Christmas Tree.

I lettori dai gusti più sofisticati sceglievano di passare la vigilia scorrendo i libri di Mary Shelley, lord Byron, Polidori (…e Dickens, per l’appunto). I lettori dai gusti più mainstream potevano beneficiare di decine di libelli con storie di fantasmi piuttosto stereotipate, tendenzialmente ambientate in una casa misteriosa nella quale la giovane protagonista si trova a trascorrere, da ospite, le sue vacanze di Natale. Talmente popolare e inflazionato era il format, che nelle sue Storie di Fantasmi per il dopocena, Jerome K. Jerome ne fece addirittura una parodia, scrivendo che

la Vigilia di Natale è la gran nottata di gala dei fantasmi. […] Nel Paese dei fantasmi, tutti coloro che sono qualcuno (o, piuttosto, penso che, parlando di fantasmi, si dovrebbe dire tutti coloro che sono nessuno) escono per mostrarsi in pubblico, per vedere ed essere visti, per andarsene a spasso e far mostra ognuno del proprio sudario e lenzuolo funebre.

Buone notizie per tutti gli amanti dell’horror che a questo punto si fossero incuriositi: le più popolari storie di fantasmi ad ambientazione natalizia sono raccolte nella pubblicazione a più volumi The Valancourt Book of Victorian Christmas Ghost Stories. Per chi preferisce la narrativa moderna, segnalo la gustosa antologia Ghost of Christmas Past, nella quale autori britannici a noi contemporanei tornano a esplorare lo stesso tema; per citare il nome più noto, ci trovate dentro anche un racconto di Neil Gaiman.

Preparare la casetta di Hänsel e Gretel

E voi direte “ah, ma certo! Intendi la casetta di gingerbread!”.
E io vi dirò: nì. Tecnicamente, intendo proprio la casetta della strega di Hänsel e Gretel.

Era il 23 dicembre 1893 quando, all’Hoftheater di Weimar, andava in scena per la prima volta Hänsel e Gretel, opera lirica in tre atti composta da Engelbert Humperdinck e diretta da Richard Strauss. Era l’inizio di una tradizione di Natale sopravvissuta fino ai giorni nostri: e cioè quella di decorare casette biscotto nel periodo di Natale, per poi gustarle con godimento degli occhi e del palato.

O meglio: forse, dovrei mettere un punto di domanda alla fine della frase.
Forse, la fiaba di Hänsel e Gretel era già associata, nell’immaginario popolare, al periodo delle feste: una supposizione che sembra suffragata da alcuni indizi nascosti nel testo. La fiaba – resa popolare dai fratelli Grimm, ma narrata anche da altri autori – tende a sottolineare con curiosa insistenza che la “casetta di pan di zenzero” non era affatto di pan di zenzero. A seconda della versione che si legge, si scoprirà infatti che si trattava di una casa fatta di Lebkuchen (sostanzialmente, un gingerbread senza zenzero) o di Pfepperkuchen (biscotto speziato ricoperto di glassa bianca). La particolarità di questi due dolcetti è che si trattava di ricette tipiche del periodo di Natale – un po’ come se noi scrivessimo una fiaba che parla di una una strega che vive dentro a un panettone, per capirci.
Dobbiamo dunque immaginare che la storia di Hänsel e Gretel fosse associata al Natale fin da epoche remote? Sicuramente, lo era a casa dei signori Humperdinck: il nucleo dell’opera lirica nasce grazie alla fantasia di Adelheid Wette, sorella del compositore, che aveva messo in versi la fiaba dei fratelli di Grimm per farla recitare ai bambini di fronte ai parenti riuniti in casa nel giorno di Natale.

Oggigiorno, la ricetta del gingerbread inglese e l’usanza tedesca di decorare case-biscotto si sono fuse in un unicuum gustoso che ha prodotto casette di pan di zenzero in quantità tale da poter creare una piccola metropoli. Ma se volessimo fare una cosa fatta bene, dovremmo piuttosto cercare su Google la ricetta del Lebkuchen (che io consiglio: è assai più buona!) e piazzare una strega biscotto all’interno della casa.
Che tanto, dopo una serata passata a sentir storie di fantasmi…

Preparare scatoline regalo per i bisognosi

Vi siete mai chiesti come mai gli anglosassoni definiscano Boxing Day il giorno di Santo Stefano? La vulgata vuole che il termine si riferisca alle scatole dei regali ormai scartati, che il giorno dopo Natale vengono gettate via.
In realtà, il riferimento è più antico: quando si parla di Boxing Day, si rievocano innanzi tutto le alms boxes, scatoline per le offerte che, nel periodo di Natale, le chiese esponevano lungo la navata. La particolarità di queste scatolette era che l’intera somma lì custodita sarebbe stata distribuita agli indigenti (a differenza di quanto accadeva con le generiche elemosine, che potevano anche essere usate per coprire altri bisogni). Le alms boxes sarebbero state aperte nel primo giorno dopo Natale, dando il via alla distribuzione; e fu così che il 26 dicembre cominciò ad essere conosciuto in Inghilterra come Boxing Day.

Ma c’è di più. Entro la metà del Settecento, le famiglie benestanti avevano preso l’abitudine di distribuire una scatolina personalizzata al loro povero di fiducia. Che – sì – poteva essere il mendicante che vedevi ogni giorno lungo la strada per l’ufficio… ma non solo. Entro quell’epoca si era già affermata l’abitudine di fare piccoli regali di Natale anche a tutta la gente che guadagnava meno di te: tipicamente, ai dipendenti, ai sottoposti in ufficio e alla servitù domestica. Insomma: a tutte quelle categorie di lavoratori che oggi (se sono fortunati) ricevono dal datore di lavoro la tredicesima, e che all’epoca ricevevano dal datore di lavoro un pacco viveri che avrebbe consentito loro di non dover fare la spesa per un po’.

Tipicamente, la distribuzione di queste scatole regalo, ormai conosciute col nome di Christmas Boxes, aveva luogo il 26 dicembre. All’interno delle scatolette, generose quantità di materie prime pronte per essere messe in dispensa… ma anche alcune porzioni di cibo d’asporto, come lo definiremmo oggi. Pronto per essere scaldato e gustato in famiglia la sera del 26, in quel dì di festa prolungata.

Eleggere un re del giorno e diventare tutti quanti suoi schiavi

Quando si parla di come il Natale sia stato influenzato dalle feste pagane che si svolgevano nello stesso periodo, si è forse troppo veloci nel citare Yulè e la festa del Sole Invitto. Curiosamente, si parla assai poco di un’altra festa che non andrebbe trascurata affatto: quella dei Saturnalia romani, che, con il loro clima carnascialesco, riempivano di risate il freddo dicembre.

La tematica del ribaltamento dei ruoli, per cui i piccoli prendono il potere e i servi si fanno signori, ricorre frequentemente nelle cronache del Natale che ci giungono dal Medioevo e dalla prima età moderna. In alcune aree d’Europa, era consuetudine che le tenute nobiliari eleggessero per l’occasione, tra la servitù, un Signore del Malgoverno, il quale aveva il compito di organizzare i divertimenti per il periodo di festa… e aveva al tempo stesso licenza di eccedere. Cioè: poteva sbizzarrirsi in scherzi a carico dei potenti.
In altre aree d’Europa, il clima carnascialesco penetrava addirittura tra le mura delle canoniche: era consuetudine che uno studente della scuola cattedrale venisse scherzosamente nominato episcopello; durante il periodo delle feste, in momenti prestabiliti, saliva sul pulpito con tanto di paramenti vescovili lanciandosi in sermoni volutamente assurdi e provocanti.

Una traccia di queste tradizioni antiche resta nei dolci dell’Epifania che vengono consumati in Francia (e in alcune zone del Nord Italia) nell’ultimo dei giorni di festa. Con più dettaglio, ne parlavo qua: in termini generali, questi dolci sono accomunati dalla caratteristica di celare al loro interno un premio (una fava, un fagiolo, un oggetto vero e proprio…). Il fortunato commensale che si ritroverà nel piatto “la fetta fortunata” diverrà il Re del Giorno: e per una giornata intera dovrà essere onorato e riverito da tutta la famiglia e avrà facoltà di impartire ordini a tutti i suoi parenti.

Preparare una torta di Natale… che non è una torta di compleanno, ma semmai un gioco di ruolo

Tra le blogger americane, si sta diffondendo l’abitudine di portare in tavola, nel giorno di Natale, una letterale torta di compleanno (con tanto di candeline e panna montana e scritta AUGURI!), spiegando alla famiglia che quella è la torta di compleanno per Gesù Bambino.
Graziosa tradizione, che però resterebbe tale anche senza millantare origini storiche inesistenti. La Christmas cake della tradizione inglese, che spesso viene indicata come capostipite di queste torte natalizie, ha in effetti un aspetto che a noi può ricordare una moderna torta di compleanno

Autore: Lumina Images | Westend61 GmbH

ma in realtà non lo è, né lo è mai stata. Se non altro, per una banale considerazione: anticamente, la Christmas cake (aveva un altro nome, e) veniva consumata a Capodanno. La candelina che di tanto in tanto la decorava era quanto di più simile ai fuochi d’artificio potessero avere i nostri trisavoli: stava lì per quello, non per altro.

Vien da dire che la Christmas cake fosse la versione inglese dei dolci dell’Epifania: al suo interno, erano contenute piccole sorprese che avrebbero permesso di eleggere il Re del Giorno. In età vittoriana, le famiglie più benestanti avevano fatto evolvere questa usanza in una tradizione deliziosamente articolata: all’interno della torta, venivano nascoste piccole miniature di personaggi di vario tipo (il re; lo sguattero; il cornuto; talvolta erano presenti anche figure di attualità, un po’ come se noi oggi ci trovassimo dentro Conte). Per stare al gioco, i commensali avrebbero dovuto impersonare per tutta la giornata il personaggio che era capitato loro in sorte. Un passatempo che potrà sembrarvi molto divertente… quantomeno finché non vi dico che le figure contenute all’interno della torta erano spesso create con cromato di piombo e acetoarsenico di rame, due sostanze fortemente tossiche, soprattutto se dopo averle fatte cuocere ad alta temperatura le fai stagionare per qualche giorno nel cibo. Le cronache d’epoca riportano di tanto in tanto storie agghiaccianti di bambini piccoli che, dopo aver assaggiato una fetta, ebbero gravi problemi di salute: forse per questo motivo, i commercianti decisero di fare alla torta un radicale rebranding cambiandole nome e proponendola come dolce natalizio (e non più di Capodanno).

Sparite le statuette tossiche, la torta cominciò a celare al suo interno regali un po’ più consistenti, tipo gioielli o scatolette d’argento che contenevano biglietti della lotteria. Insomma: un uovo di Pasqua in versione natalizia, con la potenzialità di trasformarsi in un… gioco di ruolo collettivo. Purtroppo, in Inghilterra la moda ormai s’è persa (la Christmas cake esiste ancora, ma è una normale torta come tante)… però, come sapevano divertirsi (con poco!), un tempo! Chissà che anche noi non si riesca ad imitarli.

5 risposte a "Cinque antiche tradizioni del Natale che non sapevi di voler provare"

  1. Elisabetta

    Ma quindi la casetta di marzapane che fanno gli inglesi viene da Hansel e Gretel? Ed è un tradizione così recente?🤔 anni fa ho acquistato un kit, basta montarlo e saldarlo con la glassa o crema di burro. È così dolce e speziato che se ne riesce a mangiare solo un boccone

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    1. Lucia

      Credo di sì, che la casetta in sé e per sé arrivi dalla Germania e sia legata alla popolarità storia di Hansel e Gretel. (Anche se la storia circolava già da ben prima di essere trascritta dai fratelli Grimm, quindi è probabile che anche la casetta dolce abbia origini più antiche).

      In Inghilterra, si facevano da tempo cose meravigliose col gingerbread, ma pare che non si facessero casette. Alla corte della regina Elisabetta, ad esempio, venivano confezionati degli omini di pan di zenzero creati a immagine e somiglianza dei cortigiani e degli ospiti che venivano poi distribuiti ai diretti interessati come regalo.
      E poi si creavano decorazioni varie, ninnoli da appendere all’albero, biscotti di varia fattezza… ma le casette propriamente dette, a quanto pare no. Quelle sono una tradizione tedesca.

      Come nota di curiosità, la mia santa mamma preparava con me una casetta di Hansel e Gretel ogni santo Natale, quando ero bambina (una operazione laboriosa e complicatissima perché tutto quanto veniva fatto rigorosamente in casa, non avevamo nemmeno gli stampini appositi e usavamo una specie di “cartamodello” di cartone. La glassa ci metteva una vita ad asciugare e tu dovevi stare lì, immobile, a tenere fermo il tetto della casetta aspettando che la glassa solidificasse, e intanto il tempo si dilatava all’infinito 🤣 Cari ricordi, e ovviamente alla fine il risultato valeva la pena.

      Embeh: la nostra era proprio la casetta di Hansel e Gretel, con strega e tutto. Mia mamma aveva scoperto la tradizione durante un viaggio in Austria fatto attorno agli anni ’70, aveva comprato una rivista di cucina che forniva la ricetta originale e alcune sommarie istruzioni, e da quel momento ne ha fatto il suo cavallo di battaglia di Natale. Da qualche parte dovrei avere la ricetta del biscotto “originale”, che è veramente gustoso e non ha niente a che vedere con quelle stucchevoli versioni dolciastre che ci propinano i set già pronti :-\

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      1. Elisabetta

        Che lavorone!!!veramente snata donna.
        Io avevo puntellato i muri e il tetto della mia casetta con del cartone preso da confezioni
        per torte e bastoncini….

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  2. Anonimo

    Anche M.R. James scrisse i suoi racconti per le vigilie di Natale (per i suoi studenti, mi pare). Devo dire che, dopo aver letto “L’album del canonico Alberico”, la sola cosa che potrebbe farmi dormire tranquilla sarebbe la Messa di mezzanotte. Purtroppo l’ultima volta l’ho letto a luglio… e quest’anno sarà meglio lasciar perdere, ché io la Messa ce l’ho alle 17.
    Buon Natale, Lucia!

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