“Alone in the Past”: sopravvivere all’inverno come un pastore medievale

Onestamente, non riesco a capire come mai non sia un tema più gettonato. Personalmente, io troverei geniale un reality show (ben fatto) ad ambientazione storica (tipo: i concorrenti vengono mandati a vivere in una dimora di inizio ‘900 e debbono rinunciare a tutte le comodità moderne). Non sarebbe una visione interessantissima sotto più d’un punto di vista?
E infatti, ho trovato di enorme interesse l’esperimento condotto nell’inverno 2013 da Pavel Sapozhnikov, un giovane membro dell’associazione Ratobor, attiva nel mondo della rievocazione storica (o forse dovrei meglio dire: della living history).

Quella proposta dall’associazione era una sfida capace di far tremare le vene e i polsi: prendere una persona normale e catapultarla nel passato, costringendola a vivere per sei mesi nella Russia nel X secolo dopo Cristo. Il guanto di sfida fu raccolto da Pavel, che già da qualche anno lavorava per l’associazione Ratobor. Ventiquattro anni, condizioni di salute buone, un leggero sovrappeso, intelligenza nella media (aveva recentemente abbandonato gli studi universitari in Medicina), Pavel non aveva alcun tipo di esperienza pregressa nel mondo del survivalismo. Era, per così dire, un semplice appassionato (che tuttavia ebbe un anno di tempo per prepararsi all’esperimento, in modo tale da arrivare sul campo con una certa dose di skill già acquisite. Tipo, che ne so: come si accende una stufa medievale?).

Pavel nei primi mesi della sfida

Oggetto della sfida? Sopravvivere, completamente solo, nella campagna russa, per sei mesi (per la precisione, dal 14 settembre 2013 al 22 marzo 2014, in quel lungo lasso di tempo che la gente medievale avrebbe definito “inverno”, non tanto per ragioni climatiche quanto più per ragioni logistiche: non era possibile lavorare nei campi, si era costretti a stare in casa). Fu brevemente valutata la possibilità di dare a Pavel qualche compagno di squadra; alla fine, l’ipotesi fu scartata per evitare che la già non facile sfida fosse resa ulteriormente complicata dall’instaurarsi di dinamiche di gruppo disfunzionali. Per il partecipante, un bonus che diventava malus al tempo stesso: come ammisero giustamente gli organizzatori, il fatto di dover sopravvivere in totale solitudine poneva Pavel in una situazione che sarebbe stata giudicava sfidante persino dagli uomini del X secolo. La cosa peggiore che si potesse augurare a un uomo medievale era quella di dover affrontare un inverno al di fuori di una comunità di riferimento, dovendo contare unicamente sulle proprie forze: proprio questa sfida toccò al poveraccio.

“Evvabbeh, ma era un gioco!”, mi direte, “non l’avranno mica costretto a condizioni di vita estreme!”.
Meh, ‘nsomma. L’esperimento era condotto da gente che faceva sul serio e le condizioni contrattuali erano veramente molto rigide. Occasionalmente, Pavel avrebbe ricevuto la visita di cameramen e fotografi chiamati a documentare alcune delle sue giornate-tipo (ma sarebbe stato completamente solo per la maggior parte del tempo, registrando le sue impressioni in autonomia in un video-diario); scontato dire, in ogni caso, che ai cameramen non era in alcun modo permesso interagire con lui. Le uniche interazioni umane concesse a Pavel furono – una volta al mese – quelle con il medico e lo psicologo incaricati di seguirlo. La possibilità di abbandonare anzitempo il progetto era contemplata solo ed esclusivamente in casi di emergenza medica grave, tali da mettere in serio pericolo la vita del partecipante: vale a dire che una brutta influenza, una bronchite, un incidente sul lavoro non sarebbero state scusanti. Per capirci, non gli avrebbero allungato manco una Tachipirina o una gomitiera: non esistevano, nel Medioevo!

Tanto rigore non poteva che rispecchiarsi anche nella cura dell’ambientazione. La capanna destinata a ospitare Pavel fu costruita sotto la guida di un archeologo in modo tale da riprodurre fedelmente una vera fattoria russa del X secolo. Fu un lavoro lungo e laborioso che, a un certo punto, letteralmente andò alle ortiche: costruito con un certo anticipo rispetto all’inizio della gara, e poi lasciato a se stesso per qualche mese, l’edificio fu completamente invaso dalle erbe infestanti, con una rapidità che stupì gli stessi organizzatori. Mentre la capanna veniva costruita da capo, una prima scoperta fu annotata sul diario di bordo: una casa medievale in legno ha bisogno di una manutenzione quasi quotidiana, per restare in piedi.

Me entriamo ora nella capanna di Pavel: cosa avremmo trovato al suo interno?

La struttura principale era un edificio rettangolare composto da tre locali: una dispensa, una stalla per gli animali e, per così dire, una area living destinata all’inquilino umano: 9 mq circa. Una stufa storicamente accurata riscaldava il locale; in dispensa, un profondo buco sul pavimento, là dove le temperature restavano più basse, permetteva a Pavel di mettere “in frigo” eventuali alimenti deperibili.
Come ogni contadino medievale che si preparava al freddo inverno, Pavel poteva contare su una piccola dispensa di alimenti a lunga conservazione: funghi secchi in quantità, un po’ di pesce affumicato, alcuni sacchi di legumi e cereali. Per il resto, la sua principale fonte di sostentamento sarebbero state le quindici galline e le quattro capre che gli erano state messe a disposizione, in modo tale da garantirgli un apporto quotidiano di latte e di uova. Teoricamente, si presumeva che Pavel avrebbe integrato la dieta attraverso la caccia e la pesca; all’atto pratico, come vedremo, il nostro amico non fu mai nelle condizioni di farlo.

Forniti questi dati di contesto, verrebbe da dire: concretamente come si svolgeva la giornata di Pavel? Vale a dire: concretamente, come si svolgeva la giornata di un contadino medievale in pieno inverno, quando non era impegnato nel lavoro nei campi?

Per Pavel, “la sveglia suonava” attorno alle 07:30 con un freddo boia. Sì: perché le stufe russe del X secolo non avevano un camino, sicché invadevano di fumo l’ambiente. Impensabile lasciarle accese per tutta la notte, per gli ovvi pericoli: dunque, il primo compito di Pavel era quello di alzarsi dal suo giaciglio trovandosi immerso nel gelo più pungente e ravvivare la fiamma con le braci rimaste dalla sera prima. Riavviata la stufa, Pavel passava nel locale della stalla per procurarsi la prima colazione, cioè il latte appena munto delle capre. Non immaginatevi un granché: in quelle condizioni, ogni mungitura fruttava in media 200 ml, “poco più che un sorso, per me, col mio fisico imponente”, dichiarò poi il giovane.
Raccolta un po’ di legna e fatta acqua al pozzo, Pavel rientrava nella sua casa, ormai piacevolmente calda grazie al fuoco che scoppiettava, “ma così piena di fumo da non vedere a un palmo dal naso”, per citare nuovamente le parole del partecipante. Unico modo per cacciare via il fumo era aprire la porta e la finestra, facendo sparire anche un po’ del calore accumulatosi. Nel frattempo, Pavel si preparava la seconda colazione, una specie di pastone a base di acqua, miele e qualche altra roba da infondere lì dentro (bacche? Cereali? Quel che trovava, insomma). 

Entro le 09:00 circa, il sole era ormai alto nel cielo. Pavel poteva così iniziare le altre attività della giornata: ad esempio, cercare le uova deposte dalle galline. In media, ne trovava cinque al giorno: una cifra inevitabilmente destinata a diminuire, man mano che le sue galline venivano razziate dalle volpi.
La raccolta delle uova costituiva anche una buona occasione per pulire la stalla, operazione che andava compiuta almeno una o due volte a settimana. In teoria, sarebbe stato opportuno pulire con altrettanta frequenza anche l’area living, raschiando il fieno dai pavimenti e sostituendo quello del pagliericcio. In realtà, Pavel si rese conto col passar del tempo che il fieno, marcendo, produce più calore, quindi decise che la soluzione migliore per sopravvivere all’inverno era dormire sepolto nel fieno marcio finché la situazione non diventava proprio insostenibile.

Tra pulizia della stalla, taglio della legna e varie e eventuali, si faceva facilmente mezzogiorno. Era ormai ora di pranzare – e comunque, fattasi quell’ora, Pavel non poteva trattenersi all’esterno un minuto di più. “Ammalarsi è un lusso che non ci si può permettere nel X secolo”, come ebbe a dire – e, dopo qualche ora passata all’esterno, Pavel aveva disperatamente bisogno di tornare al chiuso, vicino alla stufa, per riscaldarsi.
E dunque: pranzo!

Pavel andò avanti per sei mesi con una dieta composta perlopiù da latte, uova, legumi e cereali. In teoria, nulla gli avrebbe vietato di andare a caccia, e anzi Pavel aveva grandi progetti per la costruzione di una piccola fucina in cui produrre frecce e altre armi: in realtà, si rese rapidamente conto di non avere né il tempo né le energie per lanciarsi in alcuna di queste attività (vale a dire: quella di cacciatore e quella di fabbro ferraio). Un elemento sul quale ritenne importante soffermarsi, nelle sue riflessioni ex post: condizioni di vita così estreme rendono, di fatto, impossibile il progresso tecnologico anche laddove ce ne sarebbe la volontà e la capacità tecnica.
Sorprendentemente, Pavel dichiarò di non aver mai sentito i morsi della fame, nel corso della sfida. O meglio: sentì terribilmente la mancanza di certi alimenti, di cui il corpo avvertiva un bisogno fisico. La voglia di carne fu così disperata da spingerlo a macellare i suoi stessi animali (pur nell’ovvia consapevolezza di star rinunciando alle sue future razioni di uova e latte); ancor più straziante, perché irrisolvibile, fu per lui la mancanza di frutta.
Ma, al di là dei desiderata, Pavel non ebbe mai veramente fame. O meglio: nell’arco di qualche settimana, imparò a conoscere il suo corpo e a capire quanto carburante concretamente gli sarebbe servito per svolgere una determinata attività. Vale a dire: “teoricamente, sarei stato in grado di andare nella foresta e abbattere un albero per legname, ma sapevo che dopo questa operazione avrei dovuto organizzarmi per poter stare in casa per un paio di giorni, incapace di fare attività più faticose dello stare a letto. Il mio corpo non aveva abbastanza calorie”.

E di cose più faticose dello stare a letto, ce n’erano eccome, per il nostro Pavel!
Tanto per cominciare, la casa andava protetta dagli spifferi infilando muschio e altre sostanze tra le fessure degli assi di legno: una procedura minuziosa che andava fatta di frequente, portandogli via diverse ore al giorno.
In alternativa, il pomeriggio era occupato da attività tra le più svariate: costruire trappole per tenere lontani i topi e le volpi; controllare lo stato delle provviste; vagare nei dintorni alla ricerca di legna o di altre cose utili per il sostentamento.

Entro le ore 17:00, era in ogni caso il momento di rientrare alla base, per sfruttare gli ultimi scampoli di luce per le ultime attività della giornata, come mungere le capre (in media, circa 100 ml di latte a testa per quella seconda mungitura, “nemmeno un mezzo sorso”). Entro le 18:30, era già calato sulla fattoria il buio pesto: era tempo di ritirarsi in casa, preparare una parca cena e curare la propria igiene personale, gettando in un catino d’acqua alcune pietre che erano appositamente state lasciate vicino alla stufa. Lavati velocemente viso, mani e collo, Pavel sfruttava quell’acqua calda per un lungo pediluvio ristoratore, mentre le sue scarpe ormai fradice di neve e fango venivano fatte asciugare vicino alla stufa.
“Per qualche misteriosa ragione”, come ammise lui stesso, non ebbe mai, nel corso dell’esperimento, la percezione di essere sporco. “Nella mia normale vita di città, avvertivo il bisogno di fare la doccia alla fine di ogni giornata; qui, invece, mi lavavo solamente una volta alla settimana, e solo perché sapevo concettualmente che era necessario per ragioni igieniche”. Pavel crede di essersi lavato i capelli non più di tre o quattro volte nell’arco di sei mesi, “e la mia impressione è che i capelli ne abbiano tratto solo giovamento”.

Entro le 19:00 al massimo, tanto valeva andare a letto, anche perché non si vedeva più un tubo. E a quel punto, noi ci immagineremmo un cogitabondo Pavel che trascorre le ore notturne a meditare sui massimi sistemi… e invece no.
O meglio: per le prime quattro settimane circa, in effetti Pavel ebbe modo di rilasciare dichiarazioni tipo “la mia visione del mondo e i miei valori stanno cambiando, penso sempre di più alla fragilità della vita e al suo significato”.
Poi, complice un brutto colpo di freddo che gli dava febbre alta, cominciò ad avere terrificanti visioni notturne di demoni che uscivano dagli angoli bui della sua casa: “razionalmente mi rendo conto che ero in uno stato di forte stress, che può determinare allucinazioni”, ebbe a dire, “ma razionalmente me ne rendo conto io, l’uomo del XXI secolo. Immagino che una persona medievale nel mio stesso stato non fosse minimamente in grado di rendersi conto che si trattava di allucinazioni, poiché non conosceva astrattamente questa nozione, quindi era ovvio che cercasse una spiegazione spirituale a ogni evento altrimenti incomprensibile”.

E dopo qualche tempo dalle allucinazioni notturne, il suo cervello andò in stand-by.

No, sul serio, lo dice proprio Pavel: “i pensieri scomparvero quasi completamente. Era molto difficile pensare, era diventato un lavoro complicato, mi costava meno fatica uscir fuori e tagliare legna”. E aggiunse: “siamo abituati al fatto che abbiamo attorno a noi ogni tipo di fonti di informazione: libri, rivisti, televisione, Internet. Tu ricevi le informazioni, le analizzi, e la tua testa funziona correttamente. Ma quando ti trovi a vivere da solo nella foresta, non è così facile raccogliere informazioni. Non ero in grado di tenere la mente attiva analizzando informazioni come ‘oggi soffia il vento’ oppure ‘si muovono le foglie’. Probabilmente un tempo la gente ci riusciva, ma adesso non è più sufficiente per noi, abituati a un diverso tipo di flussi informativi”. 

E qui varrà la pena di addentrarsi nell’evoluzione psicologica subita da Pavel nel corso dell’esperimento: sì, perché fu rapidamente chiaro a tutti, lui compreso, che il più grande nemico di Pavel, in quella sfida, non sarebbe stato il gelo dell’inverno russo, ma bensì la sua stessa mente.

Uomo dal carattere introverso (diremmo: quel tipo di persona che sopporta molto bene il lockdown), Pavel non fu particolarmente turbato dal peso della solitudine.
…più che altro, col passar dei mesi, strinse un rapporto vagamente morboso con le sue capre (mi rendo conto sembri una battuta, ma non scherzo!).
Dapprima, cominciò a trattarle come animali da compagnia, tipo cani o gatti (inizialmente, a Pavel era stato in dotazione un cane da pastore, proprio a scopo di affezione, ma sfortunatamente gli scappò dopo pochi giorni dall’inizio dell’esperimento). Dopo qualche tempo, cominciò a portare le sue capre a spasso per la foresta e a giocare a nascondino assieme a loro (Pavel si dice tuttora convinto di averle sentite belare “con disperazione” mentre lo cercavano e non lo trovavano). A un certo punto, si convinse di essere in grado di distinguere le emozioni sul muso delle capre (“è tutta una questione di occhi e di barbetta”) e a un certo punto cominciò pure a parlarci. Si rese conto che forse forse c’era qualcosa che non andava quando riunì le capre per recitare loro una poesia di Gorky e ci rimase seriamente male quando le bestie si allontanarono mostrando scarso interesse per la sua performance. Giuro che non sto scherzando, “in quel momento la presi come una offesa personale”, ebbe poi a dire.

Momenti di tenerezza catturati dalle fotocamere

Grazie alle sue capre illetterate e alla sua indole introversa, Pavel non sentì mai il peso della solitudine. Semmai, soffrì per il succedersi monotono di giornate sempre uguali l’una all’altra; per la totale assenza di informazioni dal mondo esterno; per il silenzio costante che lo faceva trasalire a ogni “coccodè” delle galline e che nottetempo faceva echeggiare nella casa il rumore delle zampette dei topi che camminavano sotto le assi del pavimento. Verso la metà del progetto, quando l’inverno si abbatté sulla capanna di Pavel in tutta la sua durezza, il nostro amico cadde in uno stato di profonda depressione (gli fu diagnosticata da Denis Zubkov, lo psicologo che lo seguiva).
E poi c’è anche il colpo di scena: a un certo punto, Pavel ebbe un breakdown e ammazzò una capra.

Il fattaccio avvenne un giorno in cui le capre trovarono il modo di entrargli in casa, e poi (infide!) gli ruppero un piatto e alcune tazze: risorsa preziosissima e insostituibile, per lui, che a quel punto non aveva più ciotole in cui mangiare. A quel punto, Pavel diede di matto e ammazzò di botte una delle sue capre (che si chiamava Glasha, ci comunica il ragazzo. Pace all’anima sua). Poi la decapitò e infilò la sua testa su una picca.
Gli ci volle qualche istante per realizzare cosa aveva fatto, dopodiché subentrò lo shock del chiedersi “ma che cosa ho fatto?!” (al di là del precario stato psicologico per cui il derelitto recitava loro poesia russa, va sottolineato ovviamente che le capre, col loro latte, erano una delle sue poche fonti di sostentamento). “Ma non potevo riattaccarle la testa”, osservò Pavel, sicché non gli restò altro da fare che macellare Glasha e metterla sottosale. Quantomeno, il caprino sacrificio gli diede cibo per un mese intero – e, com’è e come non è, quel gesto di violenza fu in qualche modo una catarsi che gli permise di recuperare un po’ di equilibrio.

Una delle fasi più dure per la sfida di Pavel: affrontare i rigori del pieno inverno

Il rientro alla normalità non fu così facile. “Ormai ero abituato a pensare solo a me stesso e ad assumere responsabilità solo per me”. Dopo sei mesi passati a vivere nel Medioevo, Pavel ebbe grossi problemi nel tornare all’età moderna. Non fu facile ristabilire una relazione normale coi suoi affetti, non fu facile riadattarsi ai nostri ritmi di vita artificiali; non fu facile nemmeno tornare al lavoro o al supermercato, “le monete erano una risorsa che avevo completamente dimenticato come gestire”.

Pavel alla fine della sfida

E, al di là degli aspetti prettamente storici e archeologici, io credo davvero che sia la componente psicologica a rendere particolarmente preziosa la testimonianza di Pavel. “Riesco perfettamente a capire quanto cupe fossero le persone, all’epoca. Quanto lentamente dovessero lavorare le loro menti, senza una educazione completa e senza un costante flusso di informazioni a tenerle attive. Dopo sei mesi in quelle condizioni, ero diventato anche io un idiota”.
Ecco: con un po’ di cattiveria, verrebbe da dire che probabilmente si trattava di un problema di Pavel, ché il Medioevo è stato pieno di idioti ma anche di gente dall’acuto intelletto: non facciamo di tutta l’erba un fascio. Ma ho trovato interessantissime queste notazioni, ed è pur vero che gli individui medievali dall’acuto intelletto tipicamente non svolgevano la professione di pastore e non vivevano in mezzo a un bosco in totale solitudine. Ed è sorprendente, per certi versi anche umanamente confortante, venire a sapere che la più grave mancanza avvertita da un uomo del 2000 che si trovasse catapultato nel più duro Medioevo sarebbe, a quanto pare… la mancanza di informazioni. La mancanza di cultura. 

Quante cose dice di noi (e della nostra società! E di quella dei secoli passati!) questa piccola, ma non insignificante, noticina a margine.

Per chi volesse approfondire, qui una accurata descrizione dell’esperimento, corredata da intervista rilasciata da Pavel dopo la fine della sfida. Ma soprattutto: qui sotto, il video di un’ora girato dall’associazione Ratobor che documenta le varie fasi dell’esperimento, davvero interessantissimo (e pieno di riflessioni che non ho citato nell’articolo): audio in Russo, sottotitoli in Inglese.

6 risposte a "“Alone in the Past”: sopravvivere all’inverno come un pastore medievale"

    1. Lucia

      🤣

      Ecco, i VIP magari no ché poi trasformano tutto in uno spettacolo (del resto, è il loro lavoro), ma secondo me un reality show ad ambientazione storica (magari con una ambientazione un po’ meno estrema di questa) potrebbe essere interessante per davvero. Prendi anche solo, che ne so, una ambientazione Anni Venti, senza elettrodomestici etc. A suo modo potrebbe essere un format interessante!

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  1. Lurkerella

    Mi sembra di ricordare un tentativo del genere, una famiglia inglese che doveva vivere come nell’epoca edoardiana, ma la durezza del lavoro fece scappare la servitù e addio.

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