Well-behaved women seldom make history: la vera storia dietro allo slogan

Scuramente, non è la prima volta che ci imbattiamo nella citazione per cui Well-behaved women seldom make history. Ricamata sulle magliette, stampata sulle tazze, appesa alle pareti in quadretti ispirazionali, la frase è uno degli slogan più amati nella battaglia a favore dell’empowerment femminile.
Pochi sanno, però, che questa frase non fu creata a tavolino come slogan femminista. In maniera piuttosto sorprendente, tutte le volte che affermiamo che well-behaved women seldom make history, stiamo inconsapevolmente citando un articolo accademico sulla vita quotidiana delle donne puritane che fu dato alle stampe nel 1976 da Laurel Tatcher Ulrich.

Quella che, all’epoca, era una professionista che s’affacciava per la prima volta nel mondo accademico, oggi è professoressa di Storia all’Università di Harvard. E, da studiosa qual è, s’è trasformata nella storica di se stessa analizzando con una certa curiosità accademica il bizzarro fenomeno socio-culturale che ha portato la sua citazione a diventare uno slogan femminista noto in tutto il mondo. Nel capitolo introduttivo del saggio che Tatcher Ulrich ha eloquentemente titolato Well-behaved women seldom make history, la studiosa analizza la fortuna riscossa da questa frase e le reazioni popolari che essa ha suscsitato.

Ed è interessante per davvero leggere ciò che l’accademica ha da dire riguardo alla citazione che l’ha resa famosa. Analizzando i fatti con lo spirito critico della studiosa, la professoressa offre considerazioni degne di nota sul modo in cui la società di oggi guarda alle donne… capaci di passare alla Storia.  

***

Torniamo allora alle origini, cioè al 1976, anno in cui Laurel Tatcher Ulrich dà alle stampe la dissertazione da cui tutto è partito. All’epoca, l’autrice era una casalinga trentacinquenne particolarmente attiva in seno alla comunità mormone, di cui ancor ora è un membro di spicco. Dopo una precedente laurea in Letteratura Inglese, e dopo alcuni anni trascorsi a casa per accudire i figli piccoli, la donna aveva deciso di rimettersi sui libri iscrivendosi a un corso post-lauream sulla Storia statunitense della prima età moderna.
Nello scegliere un argomento per la sua tesi di fine corso, Tatcher Ulrich pensò che sarebbe stato interessante analizzare la condizione femminile nell’America coloniale: un tema che l’aveva sempre affascinata, ma che all’epoca era assai poco studiato. Con l’unica eccezione degli studi sui processi alle streghe di Salem, a metà anni ’70 non vi era molta bibliografia sull’argomento.

Con tutto il rispetto per le streghe di Salem, gli interessi di Tatcher Ulrich la portavano in tutt’altra direzione. Lei sarebbe stata curiosa di indagare la quotidianità delle donne comuni, le massaie di una volta, le brava ragazze tutte casa-e-Chiesa che conducevano una vita ordinaria e ritirata.
Quando, entrando in un archivio storico, Tatcher Ulrich trovò i documenti che sto per descrivere, alla storica non parve vero d’aver avuto tanta fortuna. Scartabellando di faldone in faldone, la studiosa s’era imbattuta in una raccolta di elogi funebri che erano stati recitati in occasione dei funerali tenutisi in alcune comunità puritane del New England. Molti dei defunti che venivano ricordati dai sermoni erano individui di sesso femminile: pie donne dalla fede spiccata, che si erano distinte in vita per le loro doti di buone cristiane. Tatcher Ulrich analizzò con attenzione questo materiale, studiò il ritratto delle donne che emergeva da queste carte e infine diede alle stampe un articolo accademico, che sarebbe stato il primo di una lunga serie. Virtuous Women Found: New England Ministerial Literature, 1668-1735 fu pubblicato sull’American Quarterly nella primavera 1976.

Che Tatcher Ulrich avesse una buona penna, lo si capisce dall’incipit che volle dare al suo pezzo. Con toni evocativi, la storica scriveva:

Cotton Mather le definiva: “quelle nascoste”. Non hanno mai predicato pubblicamente, né si sarebbero mai sedute sulla sedia del diacono. Non hanno mai avuto il diritto di voto né hanno frequentato Harvard. Né men che meno hanno contestato l’autorità divina, o quella terrena dei magistrati: erano pur sempre delle pie donne virtuose.
Pregavano nell’intimo delle loro case, leggevano per intero tutti i libri della Bibbia almeno una volta all’anno; andavano in chiesa anche quando nevicava pur di non perdersi la funzione.
Sperando di guadagnare la gloria celeste, non hanno mai ambito alla fama terrena. E infatti, oggi nessuno le ricorda. È raro che passino alla Storia le donne che si comportano bene.

A distanza di anni, Tatcher Ulrich non ricorda come le sia venuta in mente quella frase iconica. Sospetta di averla scritta di getto, senza pensarci più di tanto; col senno di poi, non esclude che l’ispirazione possa esserle stata fornita, almeno a livello inconscio, da una frase di Denis de Rougemont in uno studio sulla fortuna letteraria del romanzo: “gli amori felici non generano una trama; il romanzo nasce se c’è un amore fatale”.

E fin lì tutto bene, verrebbe da dire.
Mentre Tatcher-Ulrich scalava rapidamente tutti i gradini della carriera accademica, quella sua prima dissertazione sulle donne puritane restava a prender polvere tra le pagine dell’American Quarterly.
Nel 1995, quell’articolo vecchio di vent’anni catturò l’attenzione di Kay Mills, una storica che stava lavorando a un testo divulgativo sulle donne americane nella Storia. Affascinata dalla frase iconica per cui well-behaved women rarely make history, la divulgatrice la citò in apertura del suo saggio From Pocahontas to Power Suits: Everything You Need to Know about Women’s History in America (alterando leggermente la frase per un lapsus: inavvertitamente, copiò male la citazione e scrisse seldom al posto del rarely originale).

Il libro di Kay Mills era un testo divulgativo, che ebbe una buona diffusione tra il grande pubblico. Nel 1996, una copia del volumetto finì tra le mani di Jill Portugal, una imprenditrice che aveva fondato una compagnia di abbigliamento di orientamento femminista, nata con la missione di “cambiare il mondo una maglietta alla volta”. L’imprenditrice fu affascinata dalla citazione: ne intuì il suo potenziale come slogan femminista, risalì alla scrittrice che per prima l’aveva coniato… dopodiché, mandò una mail a Laurel Tatcher Ulrich per chiederle il permesso di utilizzare quella frase nella grafica di una delle sue magliette.
Stupita, e probabilmente anche lusingata da quella richiesta inaspettata, la professoressa universitaria acconsentì di buon grado. Di certo non immaginava le conseguenze che avrebbe avuto quel suo “sì” dato alla leggera. Nell’arco di pochi mesi, quella maglietta (una normalissima T-Shirt bianca con la citazione stampata in Times New Roman) diventò un best-seller; ma soprattutto, il suo successo finì con l’ispirare una sterminata quantità di imitatori.

Ad oggi, la frase (talvolta attribuita ai personaggi storici più disparati) appare sui cartelloni degli anarchici, sui gadget di attivisti politici di vario orientamento, sul merchandise di circoli femministi, sulle home page di siti wiccan. Poiché ogni utilizzo commerciale della frase deve necessariamente ottenere una approvazione previa da parte dell’autrice che l’ha coniata, la professoressa universitaria ha una casella di posta elettronica invasa da richieste di contatto da parte delle associazioni più svariate. “Questa fama imprevista mi ha offerto un punto di osservazione particolare sulla cultura popolare americana”, scrive Tatcher Ulrich – e “poiché sono una storica, non potevo lasciarmelo scappare”. E infatti, “è ormai passato parecchio tempo da quando ho cominciato a tenere traccia delle diverse reazioni suscitate da questo slogan”.

“Il fatto che lo slogan sia ambiguo contribuisce senz’altro a dargli un certo fascino”, ammette Tatcher Ulrich. In effetti, sembra non esistere una lettura univoca per quella frase, nel momento in cui viene estrapolata dal suo contesto originario e presentata al pubblico come slogan a se stante.

Agli occhi di molti, la frase suona come una spinta all’azione – come a dire che se una donna vuole davvero fare la differenza del mondo, farà bene a non preoccuparsi di ciò che gli altri pensano di lei.
Una seconda chiave di lettura fornisce una interpretazione che potremmo riassumere con “le donne comuni che si comportano bene non ottengono quasi mai il riconoscimento che meritano”.
Ma, naturalmente, l’interpretazione che va per la maggiore è quella per cui “se una donna vuole combinare qualcosa nella vita, deve necessariamente essere ribelle e mandare al diavolo le convenzioni”, con eventuale sottinteso per cui “le cattive ragazze si divertono di più”.

Col piglio della storica che analizza le sue fonti, Tatcher Ulrich cita a titolo di esempio alcuni dei casi più interessanti tra quelli che sono balzati alla sua attenzione, nel corso di una corrispondenza ormai più che ventennale con gli individui che, a vario titolo, desideravano fare uso della sua frase.

L’episodio più eclatante è probabilmente costituito dalla e-mail sdegnata che un giorno fu indirizzata a Tatcher Ulrich dalla manager di una impresa di Los Angeles. Il CEO della società aveva deciso di far stampare lo slogan sui gadget aziendali. La manager e molte altre donne del suo team erano rimaste esterrefatte, trovando fortemente offensiva la citazione incriminata. Ai loro occhi, parve “sessista”, “immorale” e “irrispettosa nei confronti delle donne”.
Risalita al nome di chi aveva coniato per prima quello slogan, la manager rimase vieppiù stupita nello scoprire che la frase era estrapolata da un saggio accademico. A quel punto, la donna si tolse lo sfizio di scrivere una mail alla professoressa per approfondire la questione; dopo uno scambio epistolare, la donna californiana ammise di aver colto infine le sfumature originarie della frase… ma sostenne anche che il fatto d’averla decontestualizzata ne aveva ribaltato completamente il significato. “La dura verità”, scrisse quella donna a Tatcher Ulrich, “è che il cittadino-medio non capirà mai il vero significato della frase”.

E una ambiguità di fondo deve esistere davvero, a giudicare dal modo disinvolto in cui lo slogan viene tirato in ballo nei contesti più disparati, talvolta al fine d’illustrare situazioni completamente opposte. Tatcher Ulrich ricorda un incidente automobilistico che nel 2001 aveva coinvolto un giudice della Corte Suprema. Quando si venne a sapere che la donna aveva causato l’incidente dopo essersi messa al volante in stato di ebbrezza, i giornalisti chiesero un commento a un membro del suo staff. Costui, un uomo, non trovò nulla di meglio da dire al di fuori di un “well-behaved women seldom make history. Ogni altro commento è superfluo”. Evidentemente, la bizzarra dichiarazione voleva sottintendere che, se una donna è così determinata da riuscire a raggiungere il vertice massimo della sua professione, è ragionevole aspettarsi che, di tanto intanto, ella infranga anche altre norme sociali.

A distanza di pochi mesi, lo slogan era tornato sulla ribalta grazie alla copertura giornalistica di un altro fatto di cronaca. In questo caso, la notizia era esattamente opposta: una donna dai trascorsi complicati, che più volte aveva infranto diverse norme sociali, era giunta al culmine della sua carriera venendo eletta sindaco di una città del Colorato. Gli elettori avevano premiato la candidata nonostante la nonchalance con cui, a poche settimane dal voto, la donna aveva corcato di botte un uomo alticcio che la stava importunando in un bar. Well-behaved women seldom make history, avevano chiosato i giornalisti: evidentemente, menare elettori molesti in piena campagna elettorale non costituisce più motivo di discredito per una donna.

A mio gusto, l’episodio più interessante tra i molti che sono citati nel libro della Tatcher Ulrich è quello che inizia nel momento in cui la professoressa riceve una mail da una certa Jeanne, proprietaria di una merceria nell’Iowa. L’imprenditrice chiedeva il permesso di riprodurre lo slogan su una linea di accessori per il cucito: stiamo parlando di cose tipo ditali decorati, custodie per ferri da maglia, archetti da ricamo e così via dicendo.
Tatcher Ulrich accordò il permesso, non senza domandare alla sua interlocutrice se davvero ritenesse proficuo proporre quello slogan alle clienti abituali di una merceria: donne che, evidentemente, passavano il loro il tempo a sferruzzare e ricamare a punto croce. Sorprendentemente, la merciaia rispose che era assolutamente certa di aver individuato il giusto target: le sue clienti avevano tutte “quell’attitudine da io-sono-il-sale-della-terra” che io stessa, Lucia, vedo diffondersi a macchia d’olio in molti circoli cristiani. Insomma: per citare le parole della merciaia, le sue clienti erano donne che non avrebbero esitato a definirsi “almeno un po’ oltraggiose e ribelli” e che amavano pensare a se stesse come a ragazze “fuori dagli schemi” grazie ai loro passatempi fuori moda.

“Ma allora”, si interroga Tatcher Ulrich, “cosa pensano realmente le persone quando leggono lo slogan per cui well-behaved women rarely make history? Pensano a ragazze festaiole in tacchi a spillo? O a un gruppo di donne operose che raccolgono firme per una petizione? Immaginano delle hobbiste fuori controllo, oppure una madre single che mette al tappeto un ubriaco in un bar?”. Assodato che una lettura univoca non esiste, e anzi la citazione ha mostrato di poter essere letta in una infinità di modi, la professoressa deve concludere: “suppongo che, in gran parte, la chiave di lettura sia influenzata dal modo in cui il singolo lettore percepisce se stesso e il mondo che lo circonda”.

***

E allora sarà il caso di chiedersi: esattamente, in che modo questa citazione parla a noi? Noi, individui mediamente interessati alla Storia che passano il loro tempo a leggere blog dedicati al tema?

Secondo Tatcher Ulrich, la citazione sulle well-behaved women funziona particolarmente bene su chi nutre un certo interesse per la Storia “perché si colloca in seno a un preconcetto di vecchia data sull’invisibilità delle donne” nei secoli. Vale a dire: “molte persone ritengono che le donne, a differenza degli uomini, abbiano avuto poca visibilità nella Storia perché il loro corpo le porta naturalmente a svolgere lavori di accudimento”. Come a dire: mentre i maschi si occupavano di quelle imprese che sono poi passate agli annali, le donne “fasciavano le ferite, mescolavano le zuppe e crescevano i figli di coloro i quali si occupavano di combattere guerre, governare le nazioni e indagare i confini dell’universo”.

“Non tutti gli individui che sostengono questa tesi considerano di scarsa importanza i lavori di accudimento”, ci tiene a sottolineare Tatcher Ulrich. Più che altro, questa visione si accompagna quasi sempre a una idea molto settoriale (…e forse un po’ antiquata) di che cosa sia la Storia. “Se il nostro concetto di Storia è quello di una progressione lineare di eventi di che hanno rilevanza pubblica”, scrive Tatcher Ulrich; “se guardiamo alla Storia come a una grande mappa geopolitica in costante cambiamento: allora, va da sé che dovremo dire che hanno fatto la Storia solo quelle donne le cui gesta hanno provocato eventi di portata pubblica”. Tipicamente: regine, intellettuali dalla mente fuori dal comune; qualche attivista politica, qualche religiosa, qualche criminale e poco altro.

“Il problema è che questa visione è fortemente limitativa”, scrive Tatcher Ulrich: “non solamente per le donne, ma anche per la Storia. Gli storici professionisti ormai sanno bene che la Storia non è plasmata solamente dagli eventi pubblici o dalle persone famose. Al contrario, è fatta anche dal mutamento dei comportamenti umani nei secoli. Parlo di eventi come i fenomeni migratori o l’aumento della speranza di vita di una popolazione. In questi casi, cambiamenti profondi nel tessuto sociale possono essere determinati anche da azioni apparentemente piccole, ma portate avanti da un gran numero di persone”.

Ma allora, quando affermiamo che “well-behaved women seldom make history”, in realtà non è un preconcetto sulle donne quello che stiamo portando avanti. A un livello molto più profondo, stiamo portando avanti un preconcetto su che cosa sia la Storia.
Come a dire che le guerre napoleoniche stanno su tutto un altro piano rispetto agli esperimenti culinari delle donne irlandesi che iniziano a cucinare patate. Una posizione rispettabile, e tuttavia a dir poco dubbia: nel 1845 fu una carestia di patate (mica una guerra) a stravolgere la Storia irlandese. Per dirne una.

Il problema, secondo la Tatcher Ulrich, è che “questo approccio contraddice un altro dei grandi imperativi della Storia” così come l’abbiamo conosciuta fino a pochi decenni fa: cioè, “il fatto di poter fare affidamento su fonti scritte”. Fino a pochi decenni fa, molti avrebbero detto senza esitare che la Storia con la S maiuscola è quella che si conserva tra le carte d’archivio: quella dei condottieri, dei re, dei legislatori.
Una visione che comporta problemi non da poco per lo studioso che si interessa di Storia al femminile – se non altro perché, “fino ai secoli recenti, la maggior parte delle donne (e una significativa percentuale di uomini) erano illetterate. Di conseguenza”, osserva Tatcher Ulrich, “le attività di questi individui non potevano che essere tramandate dagli scritti di persone terze, quando andava bene”.
Va da sé che bisogna essere individui fuori dal normale, per spingere uno scrivano che non c’entra niente a mettere per iscritto la tua biografia. “Le persone problematiche sono citate frequentemente negli articoli di giornale, negli archivi giudiziari o negli scritti dei loro datori di lavoro”, osserva Tatcher Ulrich. Ma “le persone che conducevano una vita tranquilla e ordinaria finivano spesso con l’essere dimenticate”, oppure “idealizzate in un modo che tendeva a farle scomparire in una anonimità indistinta”.

In questo caso, è indubbiamente vero che well-behaved women seldom make history. Ma, sol per quello, la frase si potrebbe applicare a una sterminata quantità di altra gente beneducata: a meno che non fosse un attaccabrighe (o un poveraccio singolarmente sfortunato), era assai raro che passasse alla Storia un fabbro ferraio, un pastore, il proprietario di una macelleria.
Non è colpa di nessuno. Banalmente, certe categorie professionali tendevano a non lasciare traccia scritta del loro transito su questa terra.

In realtà, anche in assenza di documentazione scritta, una qualche traccia dell’esistenza della brava gente c’è comunque; basta volerla cercare (…e avere un po’ di fortuna nel trovarla). Chiosa Tatcher Ulrich:

talvolta, gli individui sono consapevoli di star facendo la Storia. In molti altri casi, la fanno accidentalmente.
Le persone fanno la Storia quando scalano una montagna, lanciano una bomba o rifiutano di alzarsi da un posto a sedere riservato ai passeggeri bianchi. Ma in realtà stanno facendo la Storia anche quando prendono appunti su un diario, quando scrivono una lettera o quando ricamano le proprie iniziali su un lenzuolo di lino.
Fare Storia è intrattenere una conversazione tra il passato e il presente. Talvolta, si tratta di una conversazione gridata, al punto tale che risultano a malapena udibili quelle voci che davvero ci piacerebbe ascoltare.
Ma le persone fanno la Storia tutte le volte che portano avanti un pettegolezzo; tutte le volte che mettono da parte un vecchio oggetto preservandolo; tutte le volte che decidono quale nome dare un fiume, a una montagna, a un bambino appena nato. Alcune persone finiscono la loro vita senza lasciare di sé alcuna traccia a parte un cumulo di ossa – ma anche un cumulo di ossa può essere prezioso, per fare la Storia”.

In una nota personale: Lucia, la donna che nel 1675 si definiva Una Penna Spuntata, mi sta così simpatica proprio perché era una signora dalla vita comune, così well-behaved e così tanto ammodo da aver accettato di imparare a scrivere in età adulta al solo e unico scopo di ottemperare a un ordine (sgradito!) datole dal suo confessore.
Well-behaved women seldom make history; ma alcune invece fanno la Storia eccome, tramandando ai posteri quadernetti pasticciati pieni di riflessioni e di quisquilie “senza alcun valore”. Alcune di queste well-behaved women, a distanza di secoli, hanno inaspettatamente fatto la Storia talmente bene da aver ispirato i titoli di blog di altre donnine a modo del Duemila. Veh gli scherzi che, di tanto in tanto, la Storia fa anche ai più beneducati?

13 risposte a "Well-behaved women seldom make history: la vera storia dietro allo slogan"

    1. Lucia

      💛 Ma grazie di cuore a te!
      Quando mi sono resa conto che su Word erano sei pagine, mi sono chiesta: ma qualcuno arriverà mai al fondo di ‘sto sproloquio? 🤣

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  1. Pensieri Di Minoranza

    Io in effetti l’ho sempre interpretata come un invito a comportarsi male. (Sulla scia dell’altra maglietta: le brave ragazze vanno in paradiso, le cattive ragazze vanno dappertutto).
    Interessante sapere che il significato originario era totalmente altro…

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    1. Lucia

      Io personalmente la interpretavo più come qualcosa sulle linee di “se ti comporti bene, non aspettarti che gli altri ti diano un riconoscimento”. Un po’ come quando si dice che le persone beneducate si vedono sempre scavalcare dagli zotici mentre sono in fila e così via dicendo.
      Davvero interessante anche vedere quante reazioni disparate può suscitare la frase 🙂

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  2. sircliges

    «A un livello molto più profondo, stiamo portando avanti un preconcetto su che cosa sia la Storia.»

    Molto interessante; tra tante riflessioni che si potrebbero fare, osservo che spesso si affibbia generosamente l’aggettivo “storico” a fenomeni (es. discorsi di importanti personalità) che occupano le prime pagine dei quotidiani per qualche giorno, e poi dopo qualche tempo sono pressoché dimenticati.

    Mi chiedo se non se ne possa ricavare la lezione che la “vera Storia” sia fatta anche, forse soprattutto, di eventi che al loro inizio si manifestano in sordina e “crescono” man mano, nel tempo, a volte molto tempo. Dopotutto anche la frase della Ulrich ha dovuto aspettare circa vent’anni per diventare famosa.

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  3. Murasaki Shikibu

    Bellissimo post, e molto istruttivo: considera che io nemmeno lo sapevo, che quella frase esisteva! 😃
    E bella anche la discussione, quindi mi ci butto dentro.
    Allora, se consideriamo chi siè ritrovato involontariamente a fare la storia in qualità di oggetto di studio, chi più di Lucy, lo scheletro donninide (chiedo scusa, non ho saputo resistere😇) che tante domande ha aperto sui nostri antenati? E non abbiamo la minima idea se fosse quieta o vulcanica, casalinga o vagabonda, costumata o delinquente.
    Personalmente sono della scuola di pensiero che “la storia siamo noi, nessuno.si senta escluso” e sospetto che per la maggior parte imperatori e papi siano molto sopravvalutati e abbiano goduto soprattutto di un eccellente servizio stampa che anche quando li denigrava ne parlava comunque moltissimo, e personalmente dubito che il chiacchieratissimo Alessandro Borgia abbia davvero influito sulla storia più di tanti oscuri papi delle origini che con pazienza organizzavano e mettevano a punto quell’enorme struttura che è la chiesa. Le donne scrivevano meno ed erano meno raccontate – ma in fondo non sappiamo chi ha inventato l’agricoltura o l’allevamento, ma conosciamo tutti persone quiete e modeste capaci di inventare soluzioni brillanti ai più strani problemi. Il genio, maschio o femmina che fossr, che addomesticò la prima mucca, domesticò il primo albicocco, ebbe per prim* l’idea di mettere a cuocere la terra, decise che i Longobardi dovevano svoltare a destra invece che a sinistra, incise più o meno di Giulio Cesare sulla storia dell’umanità?

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    1. klaudjia

      Ottima riflessione. Lessi un articolo dell’emancipazione femminile ed alla risposta “cosa ha di più favorito la donna?” Al primo posto è risultata la lavatrice!! Non il diritto di rito (sacrosanto) ma la lavatrice che ha liberato le donne dal più gravoso lavoro domestico permettendole di uscire, studiare ecc.

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