Le scorpacciate? Importanti quanto il digiuno: lo dicono i santi!

L’astinenza dalle carni e la pratica del digiuno sono sempre stati considerati elementi assai importanti per la pratica della virtù cristiana. E fin lì, d’accordo.
Ma che succede quando, per colmo di disgrazia, un giorno di festa (in cui sarebbe d’uopo concedersi una magnata come poche) cade di venerdì (giorno in cui bisogna osservare l’astinenza e la morigeratezza a tavola?).

Un dilemma non da poco, che ai tempi di san Francesco scatenò un po’ di maretta nel convento in cui viveva il santo d’Assisi. Il Natale, quell’anno, cadeva di venerdì, sicché i frati erano indecisi sul da farsi. Pranzone di Natale da enne-mila portate a base di carne arrosto, come esige la tradizione, o libagioni più moderate all’insegna dell’astinenza, con portate gustose ma prive di carne?
Frate Morico, il cuciniere del convento, decise nell’incertezza di appellarsi direttamente all’autorità di san Francesco… e poco mancava che il santo gli tirasse ‘na padella in testa, tanto fu contrariato dalla domanda. “Tu pecchi, a chiamare ‘venerdì’ il giorno in cui è nato per noi il Bambino!”, gli disse severamente e brutto muso: la festa viene prima di tutto, spiegò Francesco; commetterebbe addirittura un peccato, chi si mettesse in testa di fare penitenza in un giorno da destinare alla letizia. “Voglio che, a Natale, pure i muri del convento mangino carne!”, proclamò il Poverello, che evidentemente non schifava poi così tanto l’idea di scialare, quando è necessario: “e se non è possibile fargliela mangiare, almeno spalmiamoli tutti di lardo!”.

Li avranno spalmati per davvero? Speriamo di no: eppure, l’episodio raccontato da Tommaso da Celano è indubbiamente efficace nel descrivere l’atteggiamento che, da sempre, la Chiesa ebbe nei confronti delle grandi feste.

La Quaresima si regge solo se s’alterna al Carnevale; i fioretti e i periodi di privazione hanno senso solo se esistono giorni di allegria a far loro da contrappasso. Fin dai primissimi secoli di vita cristiana, onorare le feste con gioiosi manicaretti fu considerato un obbligo non meno importante di quello che costringeva a osservare con mortificazioni i periodi di penitenza. Nella Regola che indirizzava ai suoi monaci nel VI secolo, san Cesario di Arles era lapidario: la domenica “non è assolutamente consentito digiunare, a motivo della resurrezione del Signore”, e “se qualcuno digiuna di domenica, commette peccato”. Più o meno nello stesso periodo, la Regola del Maestro ordinava che, nelle domeniche e nei giorni di festa, le razioni di cibo sulle tavole dei monaci fossero più abbondanti rispetto a quelle servite normalmente. Qualche secolo dopo, Beda il Venerabile sarebbe arrivato ad affermare che digiunare nei dì di festa è una colpa non da poco… che, paradossalmente, va espiata col digiuno. Chi si fosse astenuto dal cibo la domenica sarebbe stato costretto a digiunare per tutta la settimana entrante, al fine di sanare la sua mancanza. E stacce.

***

Considerata questa attenzione così profonda che la Chiesa e i monasteri riservavano al cibo, non stupisce notare come nella società cristiana si faccia largo l’abitudine di associare determinati piatti a specifici momenti di festa.
Il panettone di Natale, le zeppole di san Giuseppe, il picnic di Pasquetta e le bugie di Carnevale non sono che gli eredi di una tradizione antichissima, che affonda le sue radici fin nella notte dei tempi. Compatibilmente con le possibilità del popolino, la cattolicità ha sempre fatto del suo meglio per onorare sulla tavola i momenti più importanti del calendario. E talvolta, laddove era chiaro che il popolino non avrebbe mai potuto permettersi di portare in tavola certe prelibatezze, erano proprio le chiese a distribuirle a titolo gratuito: l’elemosina è molto più dolce, se riesci a spacciarla per sagra paesana.

Nel suo Mangiare da cristiani, dal quale traggo tutte le informazioni per questo articolo, Massimo Montanari sorride nel citare il sarcasmo del poeta Simone Prudenzani, che nella Orvieto del tardo Trecento fustigava in versi i costumi dei suoi compatrioti. Nel suo poema Saporetto, Prudenzani prende di mira una certa Porcacchia, donna “con più stomaco che cervello” che non fa altro che mangiare da mane a sera, in totale spregio per la miseria dei più poveri. Eppure, nonostante i molti difetti, Porcacchia ha anche qualche qualità, osserva con sarcasmo Prudenzani: non lo si direbbe, ma ad esempio è una pia donna!

Se voi sapeste la divotione
Ch’ell’à nelle lasagnie di Natale,
En le farrate ancor de Carnovale,
Nel cascio et huova della Sensione,
Nell’ocha d’Onnissanti et maccheroni
Del Giobia grasso et anco nel maiale
De Santo Antonio
et ne l’agnel pasquale,
Nol porrìa dire in sì piccol sermone.
Per tucto l’oro ch’è sotto a le stelle,
Non lasciarebbe ’l dì de le Cenciale
Che non mangiasse un quarto de frittelle
;
Vin dolce e grande ancor molto ce vale.

E come se non bastasse,

Quando è la festa di Votamascione
(che noi dicemo el dì de l’Onnisante),
se credi che li morti tucti quante
en tal dì mangia comm’altre persone!

Montanari è giustamente lapidario:

Ovviamente, questo non può definirsi un “mangiare cristiano”. Lasagne e maccheroni, torte di farro, frittelle, oche allo spiedo e tutto il resto – fosse pure l’agnello di Pasqua o il maialino per la ricorrenza di sant’Antonio – sono espressione di una cultura conviviale che ha una sua logica gastronomica e una sua dimensione sociale, precedenti e autonome rispetto alle consuetudini cristiane.

E ci mancherebbe.
Epperò,

Agganciare questa o quella specialità al calendario liturgico, collegare cibi e ricette – le migliori – alle festività religiose è un modo per sacralizzare l’atto del mangiare, enfatizzando il suo valore identitario. […] C’è un’irrinunciabile valenza antropologica dietro al bisogno di fare festa nel modo che tutte le società hanno sempre praticato: riunirsi insieme a mangiare, più e meglio del solito. La società cristiana ha formalizzato e ritualizzato queste abitudini, assumendole come valore costitutivo.

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