Le molte vite di san Giorgio, che da soldato martire divenne un dragonslayer

C’era una volta san Giorgio, quello diventato famoso come dragonslayer.

Va detto, a onor del vero, che il nostro amico si lanciò nella sua impresa di Disinfestazione Draghi quando era già un santo di mezza età. Fu solamente nel XIII secolo che san Giorgio cominciò a prendersela coi mostri sputafuoco, forse spinto dal desiderio di ridare lustro alla sua immagine pubblica dopo una carriera militare che stava cominciando a stargli stretta.
Sì perché, fino a quel momento, san Giorgio era un santo soldato senza infamia e senza lode: uno dei tanti, per capirci.

Una agiografia del V secolo – il primo testo giunto a noi che ne descriva la biografia – ce lo presenta come un giovinetto nato in Turchia attorno al 280 da due genitori di fede cristiana. Incredibilmente talentuoso nell’arte della spada, Giorgio intraprende una carriera militare e finisce col diventare una delle guardie del corpo dell’imperatore Diocleziano.
Grande shock e grande clamore, alla corte imperiale, quando Giorgio decide coraggiosamente di auto-denunciarsi, all’aprirsi di una persecuzione anticristiana. Partono così i consueti tentativi di martirio da parte dei carcerieri, che vanno a vuoto come da manuale: per dieci giorni consecutivi (diventati sette anni, in agiografie più tarde!) gli sgherri di Diocleziano provano in tutti i modi ad ammazzare il santo, ma senza successo. Giorgio viene gettato nella calce viva, è trafitto da armi da lancio e costretto a correre in scarpe arroventate. Ma, come al solito, attraversa indenne tutte queste prove, fino al momento in cui l’imperatore esasperato non decide di tagliar la testa al toro facendo decapitare il santo.
E, a ‘sto giro, san Giorgio effettivamente muore.
Dopodiché, dall’alto dei cieli, comincia a compiere miracoli mostrando una attenzione particolare alle preci che gli vengono rivolte dagli uomini d’arme, i suoi ex-colleghi. All’inizio del VI secolo, era riconosciuto come il patrono dell’esercito bizantino; entro il X secolo, il suo nome era sulla bocca di tutti i soldati che vivevano in Oriente.

In Occidente, la gente lo conosceva a stento.
In fin dei conti, san Giorgio era “solo” un militare della Cappadocia martirizzato sotto Diocleziano: un personaggio rispettabile di certo, ma non particolarmente caratteristico. In fin dei conti, il martirologio è pieno zeppo di storie di soldati morti martiri. Priva di elementi caratteristici che le permettessero di spiccare tra le mille altre, la vita di san Giorgio se ne stava lì nel mucchio, senza riuscire a emergere.  
Fortunatamente per san Giorgio, tutto cambiò nel 1098, quando il santo divenne famoso per aver ammazzato un drago per aver aiutato i crociati a difendere la città di Antiochia.

E qui sarà il caso di fare un breve riassunto delle complesse vicende belliche che avevano interessato la cittadella. Appartenente all’Impero Bizantino ma conquistata nel 1085 dai turchi selgiuchidi, Antiochia era finita sotto il controllo dei crociati all’inizio del mese di giugno del 1098. Verso la fine del mese di giugno, i turchi erano tornati in gran numero per riprendersela… e avevano anche delle buone chance di riuscire nell’impresa: l’esercito crociato era indebolito, in condizioni di inferiorità numerica ed era appena caduto in una trappola.
Sentendosi con le spalle al muro, qualche crociato invocò san Giorgio, quel santo protettore dei soldati bizantini di cui si faceva un gran parlare nella zona. Ed ecco, san Giorgio non fu sordo a quella preghiera: improvvisamente, la sua figura splendente di luce si materializzò al fianco dei crociati, li esortò e li guidò alla carica. L’esercito nemico fu sopraffatto in breve tempo e i militi crocesignati mantennero la loro posizione: Antiochia era tornata a essere una città cristiana. E tutto ciò, grazie al miracoloso intervento di san Giorgio!

Va da sé che una storia del genere ha tutte le carte in regola per diventar famosa.
I crociati di ritorno dalla Terrasanta cominciarono a raccontarla nelle grandi corti europee, e da quel momento in poi la fama di san Giorgio cominciò a diffondersi a macchia d’olio in tutto l’Occidente. Entro la fine del Medioevo, Giorgio era diventato il santo patrono dell’Inghilterra, del Portogallo, della Repubblica di Genova e della Serenissima, per citare solamente i casi più famosi. La monarchia inglese, in particolar modo, guardava a san Giorgio con viva devozione: Edoardo III lo aveva voluto a protezione dell’Ordine della Giarrettiera; Enrico V lo aveva invocato ad Angincourt poco prima di ingaggiar battaglia.

“E ok. Ma il drago?”, potrebbe legittimamente chiedersi qualcuno.
Il drago arriva alla fine del Duecento quando Jacopo da Varagine lo inserisce nella Legenda Aurea (“così: de botto, senza senso”, direbbero gli sceneggiatori di Boris).

A onor del vero, san Giorgio è di gran lunga il più famoso, ma erano molti i santi medievali che andavano in giro per le agiografie ad ammazzare draghi. Fatto sta che, improvvisamente, san Giorgio decide di unirsi a questo esercito di dragonslayer: la Legenda Aurea ci spiega che il cavaliere stava viaggiando per i fatti suoi, quand’ecco si trovò a sostare in una città pagana che era terrorizzata da un drago acquatico. Per saziare la voracità della belva, che viveva dentro a un lago, i paesani erano stati costretti a sacrificare tutte le greggi della zona; quando le greggi erano finite, s’erano visti obbligati all’estremo gesto di immolare ogni giorno una vittima umana, estratta a sorte tra l’intera popolazione del luogo. Evidentemente, la cosa era andata bene a tutti fintanto che la sorte aveva mandato al macello la gente povera (aehm). Ma quando era stato estratto a sorte il nome della principessa: a quel punto, era scoppiato il panico.

Il buon san Giorgio, colpito dalla storia, decide che questa cosa non può andare avanti e, da eroe qual è, scende in campo a difesa degli oppressi. Fronteggiando coraggiosamente il mostro, il santo milite ingaggia duello: trafigge il drago con la sua lancia, lo ferisce gravemente. A quel punto, domanda alla principessa di prestargli la sua cintura (versione più tarde diranno maliziosamente “la sua giarrettiera”) e la utilizza a mo’ di guinzaglio per costringere il drago in prigionia. Dopodiché, trascina il bestione fin dentro alla città: lo ucciderà una volta per tutte solamente quando avrà ottenuto quello per cui era venuto – e cioè la conversione al cristianesimo di quelle genti, ancora pagane.

***

Va da sé: se era bastata quella storiella dell’assedio di Antiochia per rendere famoso san Giorgio in tutta Europa, figuriamoci cosa succede quando la sua agiografia si arricchisce di questa trama in stile fantasy.
Jacopo da Varagine, nella sua astuzia, aveva trasformato la vita di san Giorgio in un romanzo cavalleresco in salsa cristiana: c’erano tutti gli elementi per farne un best seller… e infatti, così fu.

Soprattutto in Inghilterra, dove san Giorgio era il patrono della nazione e di un bel po’ di altre cose importanti, la memoria liturgica del santo dragonslayer divenne l’occasione per mille feste paesane, quanto mai gradite all’aprirsi della primavera. Non era infrequente che un fantoccio a forma di drago venisse portato in processione per le vie della città, un po’ come accade oggi in certe feste cinesi: al momento clou della giornata, i ragazzini si divertivano ad abbatterlo a suon di sassate, rievocando così la vittoria di san Giorgio in una celebrazione dal sapore carnascialesco.

Sennonché, le celebrazioni dal sapore carnascialesco hanno un problema: tendenzialmente, la popolazione ci si affeziona.
Ci si affeziona così tanto che il doverle sopprimere diventa una mission impossible, voglio dire. Quando l’Inghilterra divenne anglicana e iniziò a coltivare un marcato anticattolicesimo, ci volle ben poco per rendersi conto che questa cosa delle feste paesane tenute in onore di un santo papista stava cominciando a diventare potenzialmente imbarazzante. Se non si poteva eliminare del tutto l’affetto nei confronti di san Giorgio, sarebbe stato quantomeno auspicabile rimaneggiare la devozione popolare per spostarla su altri canali e privandola di ogni legame con l’odiata religione di Roma.

Il primo tentativo fu operato nel 1590 da Edmund Spenser, che nel suo poema epico The Faerie Queene trasformò la battaglia di san Giorgio contro il drago in una allegoria della lotta ingaggiata dalla fede protestante contro l’avido papismo. Ma fu Richard Johnson, sei anni più tardi, a dare nuova linfa alla leggenda nel suo The Most Famous History of the Seven Champions of Christendome.

Per essere un campione della cristianità, san Giorgio pare un personaggio singolarmente poco santo: non più devoto di quanto potrebbe esserlo un qualsiasi cavaliere della Tavola Rotonda. Ogni accenno alle virtù cristiane sfoggiate da san Giorgio viene sostituito da un generico richiamo ai “buoni sentimenti” incarnati dai valori cavallereschi tipici degli eroi dei romanzi cortesi.

E infatti, san Giorgio ci viene presentato come un prode cavaliere che vedremmo molto bene al servizio di re Artù, al fianco di gente come Galahad e Lancillotto. Nato in Inghilterra da genitori aristocratici (ma rapito da una incantatrice quand’è ancora neonato), san Giorgio cresce in Persia ignaro delle sue vere origini ma mostrando fin da subito una certa nobiltà di cuore, che emerge in ognuna delle imprese eroiche che lui compie. Non si limita a salvare da un dragone la principessa Sabra, bellissima figlia del re d’Egitto (della quale inevitabilmente si innamora, ricambiato, facendola sua sposa): Giorgio vive infinite altre avventure, scopre infine le sue vere origini, torna in Inghilterra per onorare la sua patria e lì si trasforma in un dragonslayer professionista. Morirà, per così dire, in un incidente sul lavoro, ferito in combattimento da un drago particolarmente aggressivo che san Giorgio riuscirà, in effetti, a uccidere… ma non senza essere ferito di rimando dal drago, che lo colpisce con un letale morso velenoso.

Il cavaliere-eroe sarà inumato con ogni onore nel paese oggi noto come Windsor: anni più tardi, sul luogo della sua sepoltura verrà costruita la St. George’s Chapel. (In pratica, san Giorgio sarebbe sepolto nello stesso identico posto dove, qualche giorno fa, s’è tenuto il funerale di Filippo d’Edimburgo).
Non c’è nulla di vero in questa storia, ça va sans dire, che neppure fa leva su tradizioni antiche: l’intera avventura è stata inventata a tavolino dalla fantasiosa penna di Richard Johnson. Eppure, questa rilettura patriottica della vita di san Giorgio, che secolarizzava e romanzava al tempo stesso la sua storia, ebbe una enorme diffusione in Inghilterra e venne letta con un certo piacere anche in altri Paesi a maggioranza protestante. In un certo senso, riuscì a preservare la figura di san Giorgio dalla consueta damnatio memoriae che, in quelle aree, tendeva a colpire le figure dei santi cattolici. Ma non san Giorgio: che trasformatosi da “santo” a “principe azzurro delle fiabe” continuò a vivere nelle leggende, sollecitando l’immaginazione di generazioni e generazioni di bambini.  

E non solo di bambini. Alle avventure romantiche vissute da san Giorgio e dalla principessa Sabra è stato dedicato un intero ciclo di dipinti da parte del pittore preraffaellita Dante Gabriel Rossetti, per citare solo uno degli esempi più famosi.

Dante Gabriel Rossetti, “The Wedding of St George and Princess Sabra”, 1857

5 risposte a "Le molte vite di san Giorgio, che da soldato martire divenne un dragonslayer"

  1. Anonimo

    San Giorgio è il patrono degli scouts cattolici. Quando ricorre la sua festa si fanno bivacchi in tenda di due o tre giorni, chiamati tradizionalmente “San Giorgio”. In genere piove a dirotto, non si sa bene il perché, vista la stagione primaverile. 😁. Il povero drago non se lo fila nessuno. Inutile dire che quando sparì dal martirologio il drago e con lui il povero San Giorgio la tradizione rimase è ancora oggi tutti gli scouts dell’ AGESCI trascorrono due o tre notti in tenda, in genere mezzi affogati dalla pioggia. È vero, parola di scout!

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  2. ishramit

    Ieri come ogni venerdì avevoa preghiera in videochiamata col mio figlioccio… Per verificare naturalmente che non aveva mai sentito la storia del drago. Quindi si è beccata anche quella oltre alla lettura di Daniele 14 (che è la vanilla version 😛 ) e applicazione teologica ai martiri del Guatemala beatificati ieri

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    1. Lucia

      ❤️
      Ma che meraviglia però la videochiamata con preghiera al figlioccio!

      Non so se sono più stupita (in positivo) da questa abitudine meravigliosa o se sono più stupita (in negativo) dal figlioccio che non conosceva la storia di san Giorgio e il drago. Ma è famosa!! 😱
      Io mi ricordo che quand’ero bambina l’avevo anche vista in televisione sottoforma di cartone animato, per dire (in un normalissimo programma per bambini sui canali Rai, non su qualche videocassetta per catechisti eh). Adesso non va più moda?

      Tsk, gioventù bruciata 😂

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  3. Pingback: Dialogo tra me e una fata che vuole intromettersi nel mio piano editoriale – Una penna spuntata

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