Lo sapete che in estate ci vestiamo tutte come pastorelle?

C’erano una volta i pastori, quelli che passavano il tempo a occuparsi delle pecore.
E, contrariamente a quanto si potrebbe forse immaginare, erano una categoria piena di orgoglio professionale.

Che a noi fa strano: tenderemmo a immaginarceli come dei dimessi popolani di campagna. Ma noi siamo influenzati dalla bella vita che facciamo: in un mondo in cui il cittadino-medio inizia a lavorare alle otto del mattino e resta comodamente seduto su una poltroncina fino alle cinque e mezza, va da sé che si tenda a considerare la pastorizia come una attività particolarmente dura e faticosa.  
La triste realtà è che, nel mondo pre-industriale, un po’ tutti i lavori erano sporchevoli e usuranti e costringevano i professionisti a estenuanti tour de force. Sicché, i pastori se ne stavano lì nel mucchio e anzi potevano anche permettersi di darsi delle arie: in fin dei conti, mica tutti i lavoratori potevano vantare un testimonial prestigioso come Gesù Cristo, che a più riprese aveva proclamato di essere il buon pastore finendo così per nobilitare la professione. Nella predicazione della prima età moderna, la figura del pastore operoso cominciò addirittura a essere additata come esempio del pater familias perfetto: quello che lavora a capo chino, ha cura del suo gregge così come dei figli e vive per lungo tempo nella più totale solitudine, in un santo eremitismo che lo preserva della corruzione delle umane genti.

‘nsomma: possiamo dirlo che, tra il tardo Medioevo e la prima età moderna, quella di pastore era una figura piuttosto rispettabile e provvista di una certa dose di orgoglio professionale?
Sembrerebbe di poterlo dire, soprattutto se guardiamo ad aree del mondo in cui il “pastore-tipo” non era un morto di fame con du’ caprette in croce ma era un allevatore di bestiame con greggi di dimensioni tali da garantirgli una certa agiatezza economica.

In Inghilterra, dove la politica delle enclosures aveva accentrato grandi ricchezze nelle mani di pochi fortunati, questi pochi fortunati cominciarono ad andare talmente fieri del loro lavoro da voler indossare un abito capace di renderli immediatamente riconoscibili come pastori. Insomma cominciarono a indossare una divisa caratteristica, che sfoggiavano con orgoglio… e va detto che bisogna già essere individui abbastanza sicuri di sé, per camminare a testa alta nelle strade del paese, se sei un omone grande grosso e vai in giro conciato in questo modo:

Particolarmente diffuso nelle isole britanniche (e meno popolare nell’Europa continentale), l’abito da lavoro dal pastore preindustriale ha un nome ben preciso in lingua inglese: si chiama smock frock.
In Italiano, bisogna accontentarsi di tradurlo come “camicione”. Ma “camicione”, in sé e per sé, è un termine che non rende la particolarità di quest’abito: e cioè, quello di essere una tunica che, nella parte superiore, è lavorata a punto smock, per arricciare la stoffa che copre il busto, le spalle e, talvolta, i gomiti.

È un abito dalla storia antica: pastori vestiti con la loro tunica caratteristica appaiono già in alcune delle illustrazioni del salterio Luttrell, un libro di preghiere che fu miniato oltremanica tra il 1325 e il 1340. Entro il XVIII secolo, lo smock frock era diventato per i pastori l’abito da lavoro per eccellenza, quello che non poteva mai mancare nel guardaroba. Chessò: l’omologo del camice bianco che il medico indossa oggi per ricevere i pazienti.

Potremmo descriverlo come una larga tunica di lino o di cotone, che veniva infilata al di sopra dei vestiti normali con l’ovvia intenzione di proteggerli dalla sporcizia e dall’usura. Quasi sempre, la stoffa era lasciata al naturale; talvolta era tinta di un verdone o di un blu scuro, per chi voleva concedersi un lusso. All’altezza del petto, la tunica veniva lavorata a punto smock, dando vita a ricami che potevano anche essere molto elaborati, esprimendo il gusto estetico della sarta che li confezionava… ma che, evidentemente, non erano messi lì per ragioni puramente modaiole. Al contrario, avevano una funzione innanzi tutto pratica: arricciando la stoffa sul petto, sulle spalle e sui gomiti, il punto smock faceva sì che il camicione aderisse meglio al corpo in quelle zone, per agevolare i movimenti, e acquisisse in quelle zone un maggior spessore. Di fatto, era come se la stoffa fosse stata ridoppiata in quelle aree che normalmente sono soggette a maggiore usura. Che poi il risultato venisse raggiunto attraverso un ricamo colorato, era evidentemente un valore aggiunto all’occhio (insospettabilmente vanesio!) dei pastori.

Guarda questo che dandy! Reperto in esposizione al London College of Fashion: click sull’immagine per maggiori dettagli

Ahimè. Tutte le cose belle giungono a una fine, e la fine dello smock frock arrivò improvvisa come un fulmine: con l’avvento della rivoluzione industriale, questo tipo d’abito cadde improvvisamente nel dimenticatoio. Non tanto perché molti dei villici cambiarono lavoro per cercarsi una occupazione in fabbrica; più che altro, perché il campagnolo trasferitosi in città si rese rapidamente conto che tuniche svasate e macchinari industriali non sono esattamente una buona accoppiata.

In effetti, sul finire del Settecento, non furono solamente gli abiti dei pastori ad andare incontro a una veloce metamorfosi. A cambiare radicalmente forma, furono tutti gli abiti da lavoro in generale, con una (letterale!) rivoluzione di costume che parve, agli occhi di molti, l’emblema stesso di una società in turbinoso cambiamento. Ebbe la stessa impressione anche Margaret Hale, la giovane donna che nel romanzo North and South (1855) abbandona la quiete bucolica della campagna per cercar lavoro in sobborgo industriale a nord del Paese. L’autrice del romanzo ce la descrive sgomenta mentre, guardandosi attorno, Margaret si rende conto che gli abitanti della città si vestono in un modo radicalmente diverso rispetto a quello a cui lei era abituata:

I colori apparivano più grigi, fatti per durare di più, non particolarmente allegri e gradevoli. Niente camicioni da pastore né grembiuli, neanche fra i più poveri, perché ostacolavano i movimenti e tendevano a impigliarsi nei macchinari, e così l’usanza di indossarli era scomparsa. In certe cittadine del Sud dell’Inghilterra, Margaret aveva visto che i negozianti, quando non erano impegnati nelle vendite, si sporgevano fuori dalla porta e si godevano l’aria fresca osservando l’andirivieni sulla strada. A Heston invece, in assenza di clienti, si trovavano qualcosa da fare all’interno del negozio; immaginava Margaret, anche a costo di srotolare e riavvolgere nastri all’infinito senza che ve ne fosse alcun bisogno.

Come Margaret aveva giustamente notato, dismessi i camicioni per ragioni di sicurezza, l’usanza di indossarli era gradualmente scomparsa anche per quelle attività professionali in cui, di per sé, le tuniche non sarebbero state un ostacolo. Vale a dire: entro la fine del XIX, andare in giro con abiti lunghi e svolazzanti era diventato talmente fuori moda che persino i lavoratori di campagna avevano cambiato divisa.

Ricordo lontano di un tempo passato, lo smock frock andò incontro a quel destino che spesso attende gli oggetti che passano di moda: fu idealizzato e caricato di valori che, in realtà, non aveva mai veramente avuto. Nell’immaginario collettivo degli Inglesi d’età vittoriana, cominciò a essere visto come il simbolo di quel mondo rurale dei tempi passati in cui tutti si volevano bene, il capitalismo non aveva ancora sporcato i rapporti umani, gli onesti lavoratori potevano ancora godere di una vita a misura d’uomo e anche le famigliole più povere avevano modo di vivere felici con poco.

In forte polemica con i valori dominanti nella società dell’epoca, i pittori preraffaelliti si divertirono a disseminare i caratteristici smock frock in molti dei loro dipinti – quegli stessi dipinti che alludevano a una passata età dell’oro fatta di probi cavalieri, donzelle virtuose e (per l’appunto) villici operosi e onesti.

“Found”, un dipinto di Dante Gabriel Rossetti (1854)

Entro poco tempo, l’abito arricciato che un tempo usavano i pastori si caricò insomma di improbabili valori che parlavano di un’età perduta in cui tutti erano più innocenti, felici e buoni.
Nessuno sa esattamente chi sia stata la prima mamma d’età vittoriana che, probabilmente tornando da una mostra d’arte, ebbe l’idea di confezionare uno smock frock in miniatura con cui rivestire la sua pargoletta. Fatto sta che, entro pochi anni, la moda divampò e si espanse a macchia d’olio. Lo smock frock dei pastori di un tempo era diventato lo smock dress che ancor oggi troviamo nei cataloghi di moda per l’infanzia: un po’ più curato, un po’ più rifinito, magari abbellito con un colletto o con due graziose maniche a sbuffo… ma, a ben vedere, era sempre lui.
Dichiaratamente, era sempre lui: le riviste di moda erano le prime a tracciare il parallelismo, come se la rivisitazione moderna di quell’antica divisa da lavoro potesse in qualche modo rivestire gli innocenti pargoli di quella purezza e di quella frugalità gioiosa che ogni mamma sogna per i suoi bambini.

Abbigliamento tipicamente infantile fino a qualche decennio fa, oggigiorno gli smock dress hanno cominciato a fare capolino anche nelle collezioni primavera-estate dedicate alle giovani donne – come a voler dar loro quel tocco bambinesco e sbarazzino che oggi ci piace tanto, fuori dal posto di lavoro.

Signorine che mi leggete: e voi ne avete, di smock dress, nel vostro guardaroba estivo?
Beh: se la risposta è sì, sappiate che il vostro abito è erede e vessillo di una storia secolare. Alla quale, per inciso, la storica Alison Toplis ha appena dedicato uno studio corposo e affascinante in un testo di recentissima pubblicazione per i tipi di Bloomsbury: The Hidden History of the Smock Frock.

Perché, talvolta, anche gli oggetti più impensati sono capaci di raccontarci storie passate e vorticosi avvicendamenti di culture. Basta solamente saperli ascoltare.

8 risposte a "Lo sapete che in estate ci vestiamo tutte come pastorelle?"

    1. Lucia

      Sì, sì, è lui!
      Non l’ho tradotto in Italiano perché se io penso al “nido d’ape” la prima cosa che mi viene in mente è la stoffa quadrettata degli accappatoi, che penso non abbia proprio nessuna attinenza con questo tipo di punto (immagino parta da una lavorazione proprio diversa). Quindi ho evitato per evitare confusioni.
      Però è lui, assolutamente 😀

      "Mi piace"

      1. Elisabetta

        Un must della mia infanzia. Può essere fatto sia a mano che a macchina, a macchina però oggi fanno anche dei punti smock tarocchi con materiali elasticizzati. Pensavo avesse origine mitteleuropee!! Invece, ancora una volta gli inglesi….

        "Mi piace"

  1. Umberta Mesina

    Ah, be’… non avrei mai pensato che ci fosse un legame!
    Sapevo che lo smock frock era l’abito dei contadini inglesi ma che poi ne fossero derivati i vestiti che ancora indossiamo… Credevo che fosse solo la coincidenza del punto impiegato.

    Io ne ho un paio, uno con la gonna e uno a pantaloni. Ne avevo anche da bambina. Mi piace il tessuto a nido d’ape (mia nonna lo chiamava così) ma non avrei mai la pazienza di imparare a farlo.

    Grazie di questa notizia! Mi piace imparare i legami tra le cose,anche quando sono strambi come questo. ^^

    (A proposito di stramberie… chissà perché WordPress non mantiene l’accesso come faceva un tempo?)

    "Mi piace"

  2. mariluf

    Ne ho portati, in gioventù, e avevo anche imparato a farlo, il ricamo… ma questo credo di averlo dimenticato, a differenza di altri punti che ho usato di più… Grazie sempre, Lucia!

    "Mi piace"

  3. Klaudjia

    Penso che il suo successo sia dovuto anche che fossero relativamente semplici da fare in casa. Le massaie con poco vestivano così le bambine. Mia madre li faceva benissimo.

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...