La pastorella medievale: il due di picche più cocente della Storia

Abbiamo detto che l’amor cortese è un gioco per eruditi; abbiamo detto che la seduzione passa attraverso lo sfoggio dell’ars retorica; abbiamo detto che nessuna donna può realmente dirsi immune al fascino di un corteggiatore che sa come muoversi.
Ed è tutto vero, beninteso… ma ad una condizione. E cioè, alla condizione di aver puntato una donna che parla la tua stessa lingua: il gioco d’amore, come lo chiamavano i trovatori, è un passatempo dilettevole per tutti, a patto che ognuna delle parti in causa sia disposta a giocare seguendo le stesse regole.

Vale a dire: se sei un fan dell’amor cortese, sarà importante scegliere la donna giusta a cui indirizzare le tue cortesie. Una dama di corte è il target perfetto; una ragazza che ha fatto studi alla tua altezza sarà una preda ancor più difficile e dunque più appagante da conquistare… ma ecco, amico cavaliere: non ti devi allontanare da queste due macro-categorie. Non puoi sperare di aver successo, se adotti le tecniche di seduzione dell’amor cortese perché vuoi portarti a letto, che ne so, una pastorella.

Ne parleremo oggi in una nuova puntata di

Un flirt cortese
Guida di seduzione per l’uomo medievale
che non deve chiedere mai

anche se in realtà non è che ci siano molti consigli da fornire su questo punto, all’infuori di “per l’amor del cielo, non provateci mai con una pastorella”. Ridi e scherza, ‘ste ragazzotte di paese sanno infliggere duri colpi all’amor proprio dei valenti cavalieri.

***

William Paden definisce le pastorelle come “composizioni poetiche ad ambientazione bucolica aventi come protagonisti un uomo e una donna (di solito molto giovane, e quasi sempre pastorella)” – per l’appunto. Nascono in area occitana verso la metà del XII secolo; entro il XIII secolo, avevano già varcato sia le Alpi che i Pirenei, diffondendosi sia in Italia che in Catalogna.
Presentando una raccolta antologica di Pastorelle occitane di cui è stato curatore per i tipi delle Edizioni dell’Orso, Claudio Franchi ci spiega: “chiunque abbia tentato una definizione universale di questo genere si è dovuto limitare all’enunciazione del solo intreccio narrativo”, vale a dire: “un personaggio maschile, che corrisponde al narratore […], si accorge, lungo il suo cammino, di una pastora. Le si avvicina rivolgendole una parola, iniziando così un dialogo che rappresenta, più che un tentativo di seduzione, una ricerca retorica di buoni motivi perché la pastora accetti di giacere con lui”… che, detto per inciso, costituiva esattamente il più tipico e il più efficace dei tentativi di seduzione secondo i dettami dell’amor cortese.

Disgraziatamente per gli autori di pastorelle, le ragazze di campagna sembrano essere assai poco sensibili di fronte alle finezze intellettuali di un corteggiamento portato avanti in tal maniera. E infatti, finiscono quasi sempre col dare al poeta uno dei due di picche più brucianti della Storia letteraria.
Solo in rari casi, il tentativo di seduzione avrà un lieto fine, permettendo effettivamente al cavaliere-trovatore di metter le mani sulla sua contadinetta. Ma, nella stragrande maggioranza dei casi, scorrere una antologia di pastorelle vuol dire collezionare i resoconti di una lunga serie di umilianti débâcle – che, con ogni evidenza, avevano lo scopo di suscitare il riso del lettore.

Come, perché e con qual fine nasca questo genere letterario, è stato oggetto di indagine da parte di molti studiosi.
Posto che lo scopo della pastorella è far ridere (e fin lì siam d’accordo tutti) non c’è un accordo unanime sulle origini del genere: alcuni filologi hanno ipotizzato una derivazione diretta dalla tradizione classica, vedendo nella pastorella una rielaborazione in chiave comica dei temi trattati nelle Bucoliche di Virgilio.
Altri studiosi, focalizzandosi sugli aspetti più grossolani, a tratti apertamente osceni, hanno puntato il dito sui chierici vaganti del Basso Medioevo: gli stessi che hanno inventato la goliardia, tanto per capirci.
Altri ancora ritengono che la pastorella nasca come divertissement tra le cerchie di quei trovatori d’alto rango che, dopo anni passati a cantar le lodi di nobili dame a cui indirizzare casti amori di lontano, si sentivano cascar le braccia al solo pensiero di tornare per l’ennesima volta su quello stesso format. E, per quel che vale, io tenderei a propendere per questa stessa chiave di lettura: a mio giudizio, le pastorelle sono un divertentissimo scherzo erudito, orchestrato da poeti che hanno provato a immaginare cosa succederebbe nella vita di ogni giorno se la gente cominciasse ad andare in giro seguendo per davvero gli improbabili consigli di seduzione forniti dai teorici dell’amor cortese, tipo Cappellano.

Osserva del resto Claudio Franchi: “lo sfondo su cui emergono i contorni della pastorella – sia come genere che come personaggio – è, infatti, quello del grande canto cortese e della dama cantata dai trovatori”. Le pastorelle sono irresistibilmente divertenti proprio perché i maldestri e sfortunati tentativi di seduzione si basano su “procedure retoriche tradizionalmente rivolte a grandi dame, che, se usate con donne socialmente inferiori, assumono significati diversi, oltre a generare un vero e proprio effetto comico”.

E facciamo subito un esempio per capirci: nella pastorella d’autore anonimo Mentre per una ribiera, il goffo trovatore (evidentemente provato da una lunga astinenza, altrimenti non si spiega il masochismo) ci descrive in questi termini il suo primo approccio con una contadina:

Mentre andavo, con piacere, da solo lungo un fiume, vidi di lontano una porcaia felice che badava a un branco di porci; immediatamente andai verso di lei attraversando il campo. Aveva un corpo rozzo e laido, sporco e nero come quello di un pesce; era grossa quanto una botte e aveva mammelle tanto grandi da sembrare un’inglese. Era così ripugnante da far cader le braccia. Però se ne stava lì come un’ebete e allora io le dissi: «Donna cortese, bella creatura di gentile educazione, ditemi: siete vergine?». Quella intanto da sotto la gonna si grattava la sua pellaccia putrida che le prudeva.

Insomma, ci siamo capiti: la pastorella è un genere poetico che gioca sulla “contrapposizione tra seduzione cortese e desiderio puramente sessuale”, per dirla con le parole di Claudio Franchi, “connessa allo stridio di un linguaggio cortese che viene calato in un luogo e in una situazione inconsueti o quantomeno incongruenti”.

Verrebbe da pensare che la pastorella, di certo non abituata a così nobili attenzioni, potrebbe cascare ai piedi del trovatore dopo i primi cinque minuti di conversazione, avvinta da tale finezza di corteggiamento. Con ogni evidenza, era questo il convincimento dei trovatori… ma invece no: salta fuori che la pastorella è decisamente più scaltra della nobildonna, cresciuta in quel mondo irreale che è la corte.
Nella stragrande maggioranza dei casi, la ragazzina non prende nemmeno in considerazione l’idea di prestare ascolto alle lusinghe del cavaliere (che, del resto, al di là delle roboanti promesse, vuole da lei null’altro che piacere fisico… cosa che è probabilmente chiara anche alle capre che stanno sullo sfondo).

Attraverso il serrato botta-e-risposta tra il trovatore che ce prova e la pastorella che lo manda in bianco, “si evidenzia il conflitto di due concezioni di vita”, fa notare la filologa Ada Biella, “o meglio sono denunciate le contraddizioni e le ipocrisie del mondo cortese”. Le fa eco Claudio Franchi: se il tentativo di seduzione “avviene attraverso una costruzione, spesso abilissima, delle motivazioni per cedere”, anche il secco no della ragazza “dispiega in alcuni casi […] una vera e propria critica ideologica” allo stile di vita e agli ideali del mondo cortese.

Insomma – cavalieri senza macchia ed eruditi in cerca d’amore: provateci con gente che parli la vostra lingua, ma, per l’amor del cielo, non provateci con una contadina! In fin dei conti, il cacciatore più abile è quello che sa scegliere una preda alla sua portata: se si sbaglia questo presupposto, tutto il resto va a schifio, come dimostrano impietose le pastorelle medievali.
Ve ne siano monito le due che propongo quest’oggi. La prima (L’autrier, jost’una sebissa, a firma di Marcabru) è considerata la capostipite di questo genere letterario. La seconda (Ogan, ab freg que fazia, di Johan Esteve) è la mia preferita in assoluto: non la trovate irresistibilmente comica?

L’autrier, jost’una sebissa

L’altro giorno, accanto a una siepe, trovai una ragazza meticcia, piena di gioia e di senno: come fanno le figlie dei contadini, indossava una mantella e una tunica di pelle e una camicia di tela grossa, scarpe e calze di lana.
Attraversando la brughiera, andai da lei: «Cara,» feci io, «creatura graziosa, mi dispiace perché il freddo vi punge».
 «Signore,» questo mi disse la villana, «grazie a Dio e alla mia balia, mi interessa poco se il vento mi scompiglia i capelli, perché sono allegretta e sana».
«Cara,» feci io, «dolce e pia, ho lasciato la mia strada per farvi compagnia, perché una tale ragazza di campagna non dovrebbe mai sorvegliare tanto bestiame tutta da sola in una terra come questa, senza la compagnia adatta».
«Signore,» fece lei, «sarò pure una ragazza di campagna, ma distinguo bene il senno e la follia. La vostra compagnia,» questo disse la villana, «stia lì dove sta, perché c’è chi crede di tenerla in suo potere, ma non ne ha se non l’apparenza».
«Mia cara! Per come la vedo, fu un nobile cavaliere che vi generò in vostra madre, senz'altro una contadina di nobili natali: quanto più vi guardo, più mi apparite bella. Ah, mi illuminerei per la gioia se solo foste un po’ più bendisposta con me!».
«Signore, vi posso garantire che tutto il mio lignaggio e la mia famiglia risalgono alla vanga e all’aratro,» questo mi disse la villana, «e vi dirò di più: c’è chi dovrebbe fare lo stesso mio lavoro i sei giorni della settimana, nonostante vada in giro a spacciarsi per cavaliere».
«Cara,» feci io, «e allora fu certamente una fata gentile a benedirvi quando nasceste: in voi c’è una bellezza pura e raffinata. Pensate solo a quanto facilmente potrebbe essere raddoppiata, con una sola riunione tra noi due, io di sopra e voi di sotto».
«Signore, mi avete fatto così tante lodi che dovrei essere molto infastidita per questo. Ma dal momento che mi avete esaltata nei miei meriti,» questo disse la villana, «avrete quantomeno una ricompensa: ‘Aspetta e spera, cretino!’, quando finalmente ve ne andrete, e una vana attesa allo scoccar del mezzogiorno».
«Ragazza cara, vedo che avete un cuore schivo e selvaggio, ma persino quello s’addomestica con l’uso. E credetemi: ben capisco, a prima vista, che con una ragazza di campagna ci si può fare una buona compagnia con una nobile amicizia, se si è chiari l’un con l’altro su ciò che si vuole».
«Signore: l’uomo che è preso nella sua stupidità giura e garantisce e promette ricompense. Indubbiamente la vostra "amicizia" mi porterebbe pure mille omaggi», questo disse la villana, «ma non voglio affatto scambiare la mia verginità con la fama di puttana dei potenti in cambio di un po’ di guadagno».
«Ma cara, ogni creatura è tenuta ad assecondare i propri istinti di natura. Suvvia: dobbiamo prepararci all’accoppiamento, io e voi,  all’ombra qui nel pascolo, o dove vi sentirete più sicura nel fare la dolce coppia».
«Signore, indubbiamente, tutto giusto: ma proprio poiché ogni creatura deve assecondare i propri istinti di natura, lo stupido cerchi la stupida, il cortese l’avventura galante e la villana si sposi un villano. È noto che il senno viene meno là dove non si sorveglia la misura».
«Ragazza, parola mia: non ho mai visto in tutta la cristianità una donna bella come voi, e nemmeno una donna altrettanto perfida».
Ogan, ab freg que fazia

Quest’anno, col freddo che faceva alle calende di aprile, venivo da Olargue attraverso il bosco cavalcando velocemente, e vidi vicino a un recinto una giovane vaccaia, con una vacca macilenta e un malfermo vitellino; e la ragazza pregava molto devotamente, e stava inginocchiata come fanno le beghine.
Andai dritto verso di lei, lasciai la strada e il mio retto cammino. Quando la creatura dalle gentili fattezze mi vide arrivare, interruppe la sua preghiera. Io la salutai e lei me, la bella, e mi fece il segno della croce e mi benedisse. 
«Mia cara ragazza, perché mi benedite?». 
«Signore, perché vedo che la morte incombe alle vostre spalle».
«Ellamiseria, ragazza mia! Non ditemi cose coì spiacevoli, voi che siete tanto piacevole. Io provo per voi un amore sincero: abbiate per me il mio stesso desiderio».
«Signore, meglio fareste a volgere a Dio tutti i vostri pensieri: in verità, avete il viso di un malato grave. Ricordatevi della morte».
«Ragazza mia, voi però così non mi incoraggiate per niente».
«Fratello, è che vi vedo in cattivo stato di salute, il che mi dispiace».
«Ma sono certo che voi mi guarireste facilmente, se solo voleste concedermi il vostro amore».
«Signore, sono sposa di Dio e non voglio nessun altro signore».
«Ragazza, i Minori v’hanno fatta beghina?». […]
«No, ma il pensiero della morte mi ossessiona, perché oggi non è vivo chi lo era ieri, e non si sa mai a che giorno e a che ora verrà davvero il nostro momento; e chi muore nel peccato perde la gioia perfetta».
«Allegrissima ragazza, e allora piaccia a Dio che non vi colga morte troppo crudele», e mi diressi rattamente altrove.

20 risposte a "La pastorella medievale: il due di picche più cocente della Storia"

  1. Anonimo

    A l’ombrera d’un busson
    Bel pastora l’endormira
    E da lì passè
    Très joli français
    E l’ai dit:”Bêla bergera, vu l’avi la frev…”
    Annalisa

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    1. Lucia

      Oooohh, Annalisa, grazie mille, cosa non mi hai ricordato!

      Ma ci crederesti che conosco a memoria la canzone e non l’avevo mai collegata alle pastorelle?! Per me era “la canzone in dialetto che mi cantava la nonna quando io avevo la febbre e lei mi rimboccava le coperte” ❤️

      Eppure hai perfettamente ragione, questa è chiaramente una pastorella!

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  2. Umberta Mesina

    E’ vero, sono divertenti! Non ho mica capito perché ‘ste cose al liceo non ce le insegnano; per me, il massimo del divertimento fu Cecco Angiolieri…
    Però non ci credo che il cavaliere dice “Ellamiseria”. 😛
    Che vuol dire “meticcia” nella prima pastorella?
    E perché nel primo esempio il cavaliere dice che la ragazza ha le mammelle grandi quanto un’inglese? (Ho sempre pensato che le donne inglesi fossero piatte come la Tavola Rotonda; ma ora che ci penso, dev’essere per via di una copia di Robin Hood che avevo da bambina)

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    1. Lucia

      Sul “meticcia” della prima pastorella, vedo che si è discusso non poco. Però c’è proprio scritto nel testo originale:

      L’autrer, jost’una sebissa,
      trobei tozeta mestissa

      Alcuni hanno proposto di tradurla come “di nascita bastarda”, una figlia illegittima insomma; ma (se non altro perché non penso che questa pastora se ne andasse in giro con lo stato di famiglia appiccicato in fronte, così evidente da essere la prima cosa che si notava di lei) la mia personalissima preferenza va per la traduzione che pure è stata fornita da altri filologi: “meticcia” nel senso che aveva una carnagione scura, forse nata dall’incrocio con un arabo (teniamo conto che il trovatore era originario della Guascogna, non lontano dai Pirenei e dunque dalla Spagna musulmana).

      Il poveraccio che ce prova con la pastorella numero 2 dice, tecnicamente, “per Dio!” 😜 e non ho idea del perché proprio le donne inglesi dovessero aver la fama di avere i seni generosi, ma posso dirti che, secondo i canoni di bellezza tipici del Medioevo, la donna graziosa era quella che aveva un seno piccolino. Donde, il disgusto per la donna super-dotata, che forse piacerebbe oggi ma all’epoca proprio no.

      E infine: anche io mi chiedo sempre perché queste cose non vengano fatte studiare al Liceo! Peraltro, secondo me, potrebbero essere un ottimo “primo approccio” per conquistare gli studenti, visto che di norma il programma di Letteratura italiana nel triennio incomincia proprio con l’amor cortese (a meno che i programmi non siano cambiati negli ultimissimi anni).
      Noi, ad esempio, avevamo studiato abbastanza diffusamente il De amore di Cappellano e i romanzi cortesi di Chrétien de Troyes, ed era stato davvero godibilissimo per tutti. Davvero: secondo me, all’amor cortese si dovrebbe dedicare un po’ più di spazio… non per altro: ma perché proprio è piacevolissimo da studiare!

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        1. Lucia

          Ovviamente qui metto le mani avanti specificando che, come è ben noto, non sono né filologa né traduttrice 😉 Però questa traduzione è stata proposta nel 1993 da Meneghetti, che immagina la pastorella come di “carnagione scura, frutto di un incrocio o direttamente straniera (araba in questo caso)”.

          Per non capirci niente, a me sembra di gran lunga la traduzione più plausibile se non altro per una questione di verosimiglianza narrativa: se vedi una con la pelle più scura del solito è ragionevole che sia la prima cosa che ti balza all’occhio; la nascita bastarda, non riesco proprio a immaginare in che modo potrebbe essere colta a prima vista.

          (…per quanto, in questo secondo caso, sarebbe ancor più forte l’ironia nel momento in cui il cavaliere accenna ai nobili natali della pastorella, per così dire…)

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          1. Umberta Mesina

            Sono d’accordo. E poi, visto che “meticcio” viene dallo spagnolo e che ci saranno pure stati matrimoni misti o qualcosa del genere, quella di Meneghetti pare anche a me la spiegazione migliore.
            (O magari era figlia di un vichingo in una parte di Francia poco frequentata dai nordici e spiccava come un papavero tra i gelsomini. )
            Ignoravo che fosse un termine così antico, ormai è impiegato solo per le genti del Centro-Sud America. La prossima volta che leggo Boccaccio, accendo il radar, magari ci sono altri esempi.
            Mi piacciono tantissimo i post con questi vecchi testi, grazie ^^

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    1. Lucia

      Ma davvero, a pensarci su è proprio una “pastorella” in piena regola :-))

      Chissà se la nostra versione piemontese cantata ha un qualche riscontro in una pastorella occitana medievale, a livello di trama e personaggi. Sarebbe da indagare!

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  3. Anonimo

    Io stavo canticchiando “bela bergera” mentre leggevo. La seconda è deliziosa. Dicono che uscendo dal Medioevo siamo diventati più furbi, ma se paragono le pastorelle a quelle foche delle mie alunne che mandano foto di sè stesse nude al primo ragazzino che le piace… Mi pare che fossero molto più avanti.

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    1. Lucia

      Ma LOL! 🤣

      Beh, erano molto più avanti (soprattutto queste qua: contadine, donne del popolo, gente dalla vita dura) anche perché oggettivamente avevano già una mente molto più adulta rispetto alle tue alunne, verrebbe da dire.

      👀 Sì, ecco, lo dico e intanto penso a certe trenta-quarantenni di mia conoscenza che grossomodo pongono ancora in essere gli stessi comportamenti, e concludo ammettendo che in effetti sì, mi sa che è in gran parte un problema culturale 😆

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  4. blogdibarbara

    (ehm…) Credo che la storia, dopotutto, meriti di essere raccontata per intero, per cui metto qui il post che ho scritto tanti anni fa nel vecchio blog.
    AVVENTURA AL MARE
    Sono passati cinque anni ma, come si suol dire, me lo ricordo come se fosse ieri.
    Me ne stavo lì spaparanzata al sole – non sono un tipo sportivo, e neanche ginnasticoso, e la mia attività principale, quando sono al mare, è appunto quella di starmene spaparanzata al sole – quando l’ho visto avvicinarsi al mio lettino, col passo un po’ sghembo delle sue gambette corte e storte, sormontate da uno striminzito slippino azzurro, di quelli che con un contenuto cospicuo fanno un effetto decisamente schifoso, e con un contenuto modesto fanno un effetto penoso. Sorvolo per carità di patria su quello in questione. Arriva, si ferma, mi guarda e dice:
    «Possiamo fare due chiacchiere?»
    «Se proprio vuole».
    Vuole proprio. E comincia a parlare. E parlare. E parlare. Mi racconta di un suo zio che era autista di un onorevole e lo portava anche a Ostia, dove a volte era invitato anche lui, e dove incontrava persone importanti, una volta ha visto da vicino anche Gina Lollobrigida – e qui fa una lunga pausa fissandomi negli occhi, per darmi il tempo di assimilare la cosa e rendermi pienamente conto dell’immensità del suo valore aggiunto.
    «Capisci? – Io ti do del tu: posso?»
    «Se proprio vuole»
    Vuole proprio. Poi i suoi occhi cominciano a scorrazzare in lungo e in largo sul mio corpo:
    «Io guardo, eh? Posso?»
    «Se proprio vuole»
    Vuole proprio, e continua a guardare.
    «Ma non ci davamo del tu?»
    «Io no»
    Non so quanti anni avesse, ma ne aveva comunque troppi. Se ne avesse avuti dieci di meno sarebbero stati troppi lo stesso: un uomo coi capelli tinti ha sempre troppi anni. A prescindere. Mi racconta di quando è andato in vacanza a Trieste e non lo cagava nessuno, poi un giorno “un pezzo grosso” lo ha portato a fare un giro sul suo yacht e tutti lo hanno visto e da quel momento quando passava tutti si inchinavano e dicevano: «Buon giorno, dottore!».
    Continua a parlare – non so di che cosa, perché non ascolto più. Ad un certo momento commetto l’errore di spostare un piede, e lui ne approfitta per sedersi immediatamente sul lettino, nello spazio rimasto libero. Poco dopo mi posa una mano sul ginocchio, io sposto il ginocchio, lui sposta la mano e ri-raggiunge il ginocchio, io lo risposto e lo metto fuori dalla sua portata. Mi guarda perplesso: non riesce a capire. Finalmente, dopo oltre un’ora di tortura, se ne va.
    E da quel momento in poi si è comportato come se tutto, fra di noi, fosse ormai deciso, e si stesse solo aspettando l’occasione opportuna per poter “consumare”. Io arrivavo in spiaggia, lui faceva per alzarsi dal suo lettino per raggiungermi, io mollavo la borsa sul mio e partivo per interminabili camminate; quando non ne potevo più di camminare andavo a fare il bagno, e poi ancora a camminare, fino a quando lui non lasciava la spiaggia. Quando arrivavo che lui non c’era e mi mettevo a prendere il sole e poi lui arrivava, facevo finta di dormire. Lui chiamava, picchiettava con le dita sul bordo del lettino, picchiava più forte, infine prendeva a scuoterlo energicamente: niente, io dormivo. Gli passavo a mezzo metro, rientrando in albergo, lui si muoveva per salutarmi, ma io non lo vedevo e passavo dritta. Mi sfiorava il braccio passandomi vicino in sala ristorante, miagolando «Ciaaaoooo, stella!» e io facevo un salto di mezzo metro, con sedia e tutto. E lui continuava ad aspettare un’occasione per concludere.
    È andata a finire con una scena madre, di quelle di cui sono un’autentica maestra e che mi fanno godere da pazzi (in realtà non amo affatto fare scena, ma se proprio la devo fare, che sia una scena come si deve): lui che passando vicino al mio tavolo allunga una mano per toccarmi il braccio mormorando “E non si (sic!) vediamo mai, stella”, io che faccio il solito salto e urlo con quanto fiato ho in gola: «E non si azzardi mai più a mettermi le mani addosso!»; duecento persone che, con la testa sprofondata nel piatto, si danno un gran daffare a fingere di non vedere e non sentire – dopotutto siamo in un decorosissimo quattro stelle; lui annichilito che non riesce a capire; la moglie, un metro più in là, che aspetta pazientemente che si tolga, in qualche modo, d’impiccio, con l’aria di quella che la situazione la conosce, oh se la conosce!
    Sono passati cinque anni ma, come si suol dire, me lo ricordo come se fosse ieri.

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    1. Lucia

      LOL!

      La storia è stupenda perché raccontata benissimo, ma vedi, la differenza sostanziale tra me e te che è che io, al primo “possiamo fare due chiacchiere?”, avrei detto “no grazie” e sarei andata oltre. Ogni tanto la misantropia ti salva, come si suol dire XD

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      1. blogdibarbara

        Io ero sdraiata sul mio lettino, per cui non potevo “andare oltre”. Se uno mi ferma mentre sto camminando ovviamente faccio così, ma lì la situazione era del tutto diversa. Aggiungi che, anche se è vero che a cinquant’anni ero ancora parecchio appetibile, avevo comunque superato la fase in cui appena un uomo ti si avvicina prendi subito in considerazione l’idea che lo scopo sia quello, e in effetti non ci avevo proprio pensato. Dopodiché l’unico modo per liberarmene sarebbe stato alzarmi a metà di una sua frase e andarmene a fare il bagno, ma ammetterai che non è facile.

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        1. Lucia

          Sì sì avevo capito la situazione, e avrei dovuto in effetti precisare che il mio era un “andare oltre” metaforico. Nello specifico mi immaginavo un “andare oltre” nella lettura, ché un libro o uno smartphone ce li ho sempre in dotazione e sono in effetti un’ottimo salvagente.

          Essere misantropi e bibliofili spesso aiuta (anche se mi sa che la misantropia prevale, l’unica ragione per cui personalmente avrei ritenuto impraticabile l’alternativa “prendo e vado a fare il bagno a mezza frase” è che, nel contesto, poi quello era ancora capace a seguirmi 😂)

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