Le cerve di santa Withburga

La si potrebbe definire “figlia d’arte”. Una famiglia con un maggior tasso di santità pro capite è difficile trovarla persino nelle agiografie più spinte: figlia di santa Hereswitha e di re Anna dell’East Anglia (a sua volta definito santo da alcuni martirologi), la nostra eroina fa parte di una nidiata di predestinati. Sarà santo suo fratello Erconwald, saranno sante le sue sorelle Saethrith, Sexburga, Etheldreda e Ethelburga… vuoi mica che l’ultimogenita volesse essere da meno?
Ma certo che no. E così, anche Withburga si avvia orgogliosa lungo il cammino per la santità celeste.

Correva l’anno 654 e re Anna era appena caduto in battaglia. Si potrebbe dire che con lui morì il suo regno, ché la battaglia che aveva visto sconfitto il buon sovrano era stata l’ultimo capitolo di un graduale indebolimento che aveva visto il suo regno sempre più fragile di fronte agli attacchi della vicina Mercia.

E dunque Anna morì, e morì con lui il sogno di potere della sua dinastia.
E quando tu sei una principessa medievale ancora nubile, e tuo padre fa questa fine miseranda, non è che ti restino molte scelte su come andare avanti a sbarcare il lunario. Senza neppure lamentarsene troppo (ché la scelta, tutto sommato, non le dispiaceva affatto), Withburga decise di prendere il velo e di fondare un monastero nel sobborgo di Dereham, una terra che un tempo era stata il feudo di suo padre e che i nuovi dominatori le avevano graziosamente concesso di poter usare.

“Gentili, però, questi dominatori!”, potrebbe pensare qualcuno dei miei lettori.
Ecco, diciamola tutta: gentili sì, ma fino a un certo punto, ché c’era una ragione per cui avevano deciso di concedere a Withburga proprio quell’appezzamento di terreno, fra i mille.

Il fatto gli è che la zona di Dereham faceva schifo pure ai porci, per essere diretti.
Era un appezzamento di terreno senza scopo e senza vita: chilometri e chilometri di terra argillosa e brulla, costeggiata da un bosco selvaggio (e oltretutto infestato dagli spiriti, come specifica curiosamente un’agiografia del XII secolo). Era l’omologo medievale di certi palazzi fatiscenti che vengono abbandonati al degrado perché i costi di ristrutturazione sono talmente alti da far passare la voglia di far fruttare la proprietà immobiliare.
Rendere abitabile, o quantomeno coltivabile, quell’appezzamento di terreno sarebbe stata un’impresa così onerosa da risultare antieconomica: minimo minimo, diventava necessario deviare il corso di un fiume o comunque trovare il modo di garantire approvvigionamento idrico. E francamente i dominatori non avevano la minima intenzione di sprecare tempo e denaro dietro a un territorio che, tutto sommato, non li interessava.

Molto più conveniente ostentare misericordia e darlo in feudo alla figlia del re sconfitto, non è vero?
E così, una Withburga piena di speranze si insediò nel territorio che le era stato concesso, con l’idea di costruirci un’abbazia in cui vivere in concordia con un gruppo di sue amiche, sotto i dettami della Regola di Benedetto.

Piccolo problema: Dereham era appunto un territorio che faceva schifo pure ai porci, se non si fosse capito il concetto. E quando Withburga fece avviare i lavori di costruzione per il suo monastero si scontrò immediatamente con un problema non trascurabile. Mancavano fonti d’acqua con cui dissetare gli operai che lavoravano al cantiere.
I soldi non erano un problema per la principessa fattasi monaca: in fin dei conti, aveva agile accesso alle ricchezze di famiglia. Il problema era proprio di natura logistica: puoi avere tutto l’oro del mondo, ma non è facile, nel Medioevo, portare acqua in una zona che di acqua non ne ha. E in quantità tali da dissetare una intera squadra di operai, perdipiù.

Certo, si stava lavorando alacremente per scavare pozzi (per il momento, senza aver fortuna). Certo, c’era l’intenzione di creare canali artificiali per garantire anche a quelle terre la loro dose d’acqua. Ma stiamo parlando di lavori che non si concludono in due giorni, e Withburga non aveva molto tempo da perdere considerato che non aveva altro posto dove andare. E intanto il cantiere dell’abbazia era quasi fermo, e i poveri operai che lavoravano facevano pure pena: tutto il giorno sotto al sole, dovendo centellinare l’acqua delle botti che veniva portata loro.
Al termine di un giorno particolarmente afoso, nel quale aveva davvero visto la sofferenza sul volto di quei poveri muratori esausti, Withburga andò a dormire con un groppo alla gola: era davvero possibile continuare così ancora a lungo? E soprattutto: era cristiano?

Quella notte, la Madonna le apparve in sogno e le carezzò dolcemente una guancia mormorandole “non temere per il domani, figlia mia. Affidati alla grazia”. E, per rendere un po’ più concreto l’atto di affidamento che le chiedeva, istruì la ragazza come segue: le ordinò di prendere da parte due consorelle, l’indomani, e di chieder loro di entrare nel bosco, addentrandosi nella selva senza paura. Se le due donne avessero avuto il coraggio di sfidare le fiere (e gli spiriti!) e il timore di perdersi, una preziosa ricompensa sarebbe apparsa ai loro occhi.

L’indomani mattina, le due consorelle di Withburga ottemperarono coraggiosamente alla richiesta della Vergine: speranzosamente armate di secchielli, si addentrarono nella salva oscura. E (miracolo!) la loro speranza non fu vana: ecco, si parò ai loro occhi, nel mezzo del bosco inesplorato, una bellissima sorgente d’acqua, e tutti vissero felici e contenti.

Aehm, no.
Ecco, no.

La nostra storia si sarebbe tranquillamente potuta concludere qui, ma l’agiografo evidentemente aveva voglia di strafare. Le due donne, che s’erano addentrate nel bosco alla ricerca d’acqua, se ne infischiarono altamente del fatto d’aver trovato una sorgente d’acqua, e al contrario si focalizzarono su tutt’altro dettaglio: chine a bere acqua dalla sorgente, si trovavano due meravigliose cerve.
E fecero ciò che chiaramente avrebbe fatto qualsiasi persona sana di mente nelle stesse circostanze: ovvero si dissero “massì, dai. Perché non lasciamo perdere l’acqua che sgorga pura dalla sorgente, palesemente potabile visto che gli animali ci si abbeverano, e non tentiamo piuttosto di mungere le due cerve, per vedere l’effetto che fa?”.

E (miracolo! È proprio il caso di dirlo!), le due cerve acconsentirono benevole a farsi mungere. A simbolo di come persino la zona più aspra e inospitale può asservirsi all’uomo che la colonizza con rispetto: ecco, le maestose regine del bosco si trasformarono in mansueti animali da fattoria, consentendo alle giovani di prendere il loro latte, giorno dopo giorno.

E davvero gli operai che lavorano al cantiere dell’abbazia di Dereham non ebbero mai più motivo di temere la sete. Ché, come in una rivisitazione agiografica della moltiplicazione del pane e dei pesci, non si svuotavano mai i due secchi che le giovani utilizzavano per raccogliere il latte della mungitura. Essi restavano pieni fino a sera, colmi fino all’orlo di latte freschissimo e saporito: dissetante come l’acqua e nutriente come il pane, esso ritemprava i corpi permettendo agli operai di lavorare con velocità e costanza.

E proprio sotto questi buoni auspici – dice la leggenda – fu costruito il monastero di Dereham, che ancor oggi fa bella mostra di sé nella cittadina (seppur sotto una forma diversa rispetto a quella che aveva conosciuto Withburga, ché il complesso fu distrutto durante una scorreria vichinga e poi ricostruito ex novo in epoca normanna).

Oggigiorno, difficilmente si potrebbe definire “celebre” questa santa altomedievale dal nome strano; eppure, per molti secoli, gli Inglesi provarono una grande devozione nei confronti della pia Withburga. Nel giorno in cui il calendario liturgico ne faceva memoria – l’8 luglio – era consuetudine in molte famiglie onorare la vita della santa portando in tavola una crema dolce a base di latte: evidentemente, un omaggio a quel celebre prodigio che ho appena raccontato. E penso che a Withburga non dispiacerà se, quest’anno, la tradizione si sposta in Italia: in collaborazione con Michela, la foodblogger che sta dietro a Mani di pasta frolla, vi proponiamo oggi una ricetta fresca e veloce che sarà ottima da portare in tavola come dessert, nel giorno della festa della santa.

E mentre voi gustate il piatto preparato dalla cuoca, permettete che la storica vi annoi con qualche notiziola ancora.
I miracoli a tema latteo sono curiosamente numerosi nell’agiografia di area celtica. Un po’ come le consorelle di Withburga, anche santa Brigida di Kildare aveva una mucca miracolosa capace di produrre latte tanto quanto una mandria intera. Superpoteri analoghi aveva anche la vacca che visitava ogni giorno san Kevin di Glendalough, anche se la lattazione miracolosa aveva luogo solamente se era Kevin a mungerla, e se la vacca poteva leccargli in piedi in segno di ossequio. E sant’Egidio ebbe in sorte un destino singolarmente simile a quello dei muratori assoldati da santa Withburga, quando decise di ritirarsi in eremitaggio in un luogo remoto brullo, (anche in questo caso!) caratterizzato da una certa scarsità d’acqua. Prodigio dei prodigi, anche Egidio cominciò a essere visitato quotidianamente da una cerva che mansueta acconsentì a farsi mungere dal sant’uomo, sostenendolo così nel suo sforzo ascetico.

Curiosamente, gli storici hanno scoperto che tutti questi santi, legati a vario titolo a lattazioni miracolose, venivano ricordati a vario titolo (attraverso dedicazioni, quadri, erezione di cappelle secondarie…) in tutte le chiese che sorgevano lungo la via di pellegrinaggio che conduceva al santuario di Nostra Signora di Walshingam. Edificato nel Norfolk a partire dal 1061 a seguito di alcune apparizioni mariane registratesi in quell’anno, il santuario era amatissimo dalla popolazione e meta di frequenti pellegrinaggi. Ebbene: chiunque si fosse avvicinato al santuario sostando negli hospitali per pellegrini edificati lungo il percorso si sarebbe imbattuto nella reiterata ripetizione di questi miracoli a tema latteo – giorno dopo giorno, chiesa dopo chiesa. Al punto tale che alcuni storici hanno ironicamente ribattezzato “via lattea” quella antica via di pellegrinaggio medievale.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...