Godeliève: una coraggiosa moglie sfortunata

L’agiografo medievale non potrebbe che esordire dicendo che questa storia partiva malissimo già da principio.
E io, che agiografa sono a mia volta in questa riscrittura anni 2000, non potrei che fargli eco: questa storia partiva malissimo già da principio, porca la miseria, e onestamente non si riesce nemmeno a capire perché gli attori di questa vicenda assurda abbiano voluto andare incontro a un tale disastro annunciato.

Ché poi, diciamolo: sulla carta, l’unione tra Godeliève e Bertolf avrebbe potuto essere delle migliori. Lei, espressione della piccola nobiltà francese, era la figlia di un vassallo del conte Eustachio da Boulogne. Lui era a sua volta un membro dell’aristocrazia minore, essendo un cavaliere al servizio del conte di Fiandra. Sarebbe stata una coppia ben assortita, oltretutto potenzialmente in grado di portare vantaggi ai rispettivi signori feudali, che proprio in quegli anni stavano faticando a mantenere la pace desiderata, in un progressivo irrigidirsi dei loro rapporti diplomatici. Quindi, per quale diamine di ragione Bertolf aveva dovuto prendere in sposa Godeliève in maniera così irrituale, chiedendo la mano al padre della fanciulla ma senza informare delle sue intenzioni la sua famiglia d’origine?

Mistero. Impossibile dare un senso a ciò che un senso non ce l’ha.
Verrebbe da pensare che Bertolf abbia concordato il fidanzamento col padre di Godeliève informando la sua famiglia solamente a cose fatte, perché – che ne so – aveva subodorato che i suoi genitori avevano intenzione di organizzare il suo matrimonio con un’altra dama, mentre lui era fermamente determinato a sposare la donna che amava.
Sarebbe l’unica spiegazione vagamente plausibile, eppure vien difficile inquadrarla all’interno del desolante scenario che sto per descrivere, basandomi su un’agiografia che fu composta attorno al 1084 da un certo Drogo monaco presso il monastero di san Winocsbergen.

E sarà il caso di far notare, come prima cosa, che quando Drogo iniziava a lavorare alla Vita di Godeliève erano passati meno di quindici anni dalla tragica morte della ragazza. Il fatto che il testo sia stato scritto a così breve distanza da quel fatto di cronaca (che oltretutto aveva riguardato una nobildonna, cioè una VIP) ha portato alcuni storici ad affermare che deve probabilmente esistere una buona dose di verità, nei fatti che vengono narrati. Tantopiù che la Vita di Godeliève è decisamente particolare rispetto a quelli che sarebbero i normali canoni agiografici che ci aspetteremmo di trovare nella narrazione di una vicenda simile. Quindi, chi lo sa: potenzialmente, tutto ciò che vi sto per raccontare potrebbe anche essere una leale ricostruzione dei fatti.

***

Godeliève attorno al 1052, figlia di una famiglia della piccola aristocrazia locale. Data in sposa a quindici anni, riesce a malapena a raggiungere quella che noi definiremmo “maggiore età”: muore, diciottenne, il 6 luglio 1070.

Nulla di rilevante accade alla fanciulla fino a che non è il momento di darla in sposa. E a tal proposito vien da domandarsi: è storicamente verosimile che Bertolf si sia davvero proposto a Godeliève scavalcando il volere della sua famiglia d’origine, come l’agiografia assicura a chiare lettere?
Meh. È una domanda ricca di interrogativi, anche perché il matrimonio tra i due rampolli ha luogo in un momento in cui, come accennavo, erano piuttosto tesi i rapporti tra i rispettivi signori feudali. Quindi, cosa dovremmo pensare?
Le nozze erano in realtà state combinate dalle famiglie contro il volere dei due nubendi, nella speranza che quell’alleanza matrimoniale potesse portare a una distensione nei rapporti tra i due conti?
Oppure davvero Bertolf era stato così scemo da proporsi a Godeliève pur sapendo che la sua famiglia non avrebbe apprezzato affatto quell’unione, a causa delle implicazioni politiche che inevitabilmente si portava dietro?

Sia quel che sia: dopo che Bertolf ebbe ottenuto il consenso del padre di Godeliève, cominciarono i preparativi per la solenne cerimonia nuziale, che vide i due sposi unirsi in matrimonio nell’anno del Signore 1067. Sarebbe stata di certo una grande festa, piena di sfarzo e di allegria, se non fosse stato per un piccolo dettaglio: per dirla con le parole dell’agiografo, pochi giorni prima del matrimonio “il diavolo era entrato nel cuore di Bertolf”.
E davvero vien da dire che la spiegazione dell’agiografo non appare poi così implausibile, alla luce della sconclusionata serie di sconsiderati comportamenti che Bertolf mise in atto da quel momento in poi, senza alcuna logica apparente. Tanto per cominciare: il cavaliere non si presentò al suo proprio matrimonio.

Si diede malato, disse che impegni urgenti lo trattenevano altrove, rifiutò di rimandare la cerimonia perché “vabbeh, anche se non ci sono, qual è il problema?” e organizzò un matrimonio per procura, dando a sua madre la delega legale per firmare al posto del figlio tutti gli incartamenti.
Insomma, Godeliève disse “sì lo voglio” guardando negli occhi sua suocera… la quale, almeno (mi direte voi) fece tutto ciò che le era possibile per mettere a suo agio la fanciulla e per farla sentire ben accolta in famiglia, no?

Ecco, no.
Il giorno stesso della cerimonia, alla presenza di tutti i testimoni, mentre Godeliève si preparava a pronunciare il suo “sì”, la suocera sentì il bisogno di insultarla pubblicamente attaccandola per il suo aspetto fisico: commentò che i capelli della ragazza erano più neri del carbone e che una donna con simili fattezze non la si era vista mai presso la corte di Fiandra; era così evidente che Godeliève era una lurida straniera!

Un’umiliazione pubblica con insulti a sfondo razziale è ben di rado la reazione che ci aspetteremmo da parte di una famiglia che ha organizzato un matrimonio combinato per ragioni diplomatiche, nella speranza di cementare la pace tra i due feudi in lotta.
Eppure, se accettiamo di dar per buono l’altro scenario (quello in cui Bertolf e Godeliève si sono sposati di loro iniziativa nonostante il parere contrario della famiglia di lui), risulta quantomeno bizzaro il comportamento del novello sposo, che non si presenta alla cerimonia nuziale, resta ostinatamente lontano per tutta la durata dei festeggiamenti, ritorna brevemente per salutare Godeliève, poi decide di partire di nuovo e di traslocare permanentemente in un maniero a pochi chilometri di distanza, abbandonando la moglie nel castello di famiglia e affidandola alle cure della non troppo amorevole suocera.

Come se non bastasse, la suocera ordina alla servitù di tenere letteralmente Godeliève a pane e acqua.
Dopo circa un anno di questa solfa, le dimezza anche la razione di pane.
“Sola nella nuova abitazione, separata della famiglia, derisa da una suocera invadente, abbandonata dal marito ne giorni delle celebrazioni nuziali […] Godelive era soltanto all’inizio delle sue pene”, come sintetizza efficacemente Maria Serena Mazzi riassumendo la storia della santa nel suo saggio dedicato alle Donne in fuga.

E infatti, Godeliève fuggì. Dopo aver sopportato per circa tre anni (!) l’assurda situazione, decise che la misura era colma e scelse di scappare. E commenta giustamente Maria Serena Mazzi: “occorre coraggio per farlo in una situazione del genere, nell’isolamento e nell’ostilità generale, senza alleati. Occorre coraggio per attuare un tale progetto senza la sicurezza dell’approdo, di qualcuno in attesa disposto a prendersi cura di te”.
E io aggiungerei: occorre coraggio per fuggire, se sai già che lo scopo finale della tua evasione è ottenere il permesso di tornare in carcere. E infatti, Godeliève fuggì non già per rifarsi una vita: fuggì per tornare nelle terre di suo padre, l’unico uomo in grado di far valere i diritti legali della giovane in assenza del marito (…o contro suo marito).

Godeliève confidò a suo padre tutto il suo sdegno e il suo dolore, e il padre non faticò a comprendere che il trattamento che era stato riservato alla ragazza costituiva una offesa grave non solo nei confronti della giovane, ma anche nei confronti della sua famiglia di provenienza. Tramite un’ambasciata, se ne lamentò col conte di Fiandra, il signore feudale a cui Bertolf aveva giurato obbedienza; il conte, tirando un mucchio di accidenti a quel cretino del suo cavaliere che lo metteva in una posizione così imbarazzante, ingiunse a Bertolf di riprendere immediatamente in casa la ragazza e di trattarla bene, senza se e senza ma.

Difficile immaginare i pensieri di Godeliève nel far ritorno alla casa coniugale. Non mi stupirebbe immaginare sul suo viso un’espressione di vittoria compiaciuta; eppure la nobildonna (che aveva mostrato di sapersi muovere così bene nel mondo della diplomazia, sfruttando a suo vantaggio le tensioni tra i due feudi) non poteva non esser consapevole del fatto che la sua denuncia aveva messo il marito in una situazione imbarazzante.
Se Bertolf, umiliato per il modo in cui Godeliève l’aveva fatto sfigurare agli occhi del suo signore, fosse tornato a casa con tutta l’intenzione di corcar di botte quella moglie insubordinata, penso che nessuno se ne sarebbe stupito più di tanto. Decisamente più sorprendente per Godeliève, secondo me, fu la piega inaspettata che presero gli eventi. Quella sera stessa, Bertolf entrò nelle stanze di sua moglie, si sedette vicino a lei e la baciò dolcemente, chiedendole scusa per il suo comportamento e dicendosi determinato a far funzionare il matrimonio.

Purtroppo l’amore di un tempo era svanito – le disse – e questo era dolorosamente chiaro a tutti. Eppure, lui aveva sentito dire che in un posto non lontano, nel mezzo della foresta vicina al suo castello, viveva una taumaturga, una santa donna, una maga buona che conosceva i poteri occulti delle gemme e delle erbe. Si mormorava che quella pia donna fosse solita usarli a fin di bene e fosse in grado di far germogliare l’amore anche nei cuori più inariditi.
Forse era quella la soluzione per tutti i loro guai, disse Bertolf carezzando dolcemente i capelli della sposa. Che ne pensava, Godeliève, di andare a visitare quella maga, spiegandole il problema e chiedendole una cura?

Godeliève disse sì.
Oh regà: v’avevo avvisati, quando dicevo che questa agiografia è strana forte.
Godeliève disse sì e organizzò assieme a Bertolf quella spedizione: da fare soli, loro due, nel cuore della notte, senza avvisar nessuno, perché a corte non dovesse scoppiare lo scandalo alla notizia che i due signori ricorrevano alle arti magiche.

Ma, per citare nuovamente l’agiografo, il diavolo aveva stretto sul cuore di Bertolf una presa molto salda.
E infatti, il marito di Godeliève non aveva la minima intenzione di ricorrere davvero alla magia della fattucchiera (ammesso e non concesso che questa tizia esistesse davvero). Tutta ‘sta manfrina aveva in realtà un unico scopo, che era quello di indurre Godeliève a lasciare il castello di nascosto, nella notte e senza accompagnatori. E infatti, non appena Bertolf e Godeliève si trovarono da soli in mezzo al bosco, alcuni sicari assoldati dal cavaliere assalirono la ragazza e la strangolarono, sotto gli occhi impassibili del suo sposo. Per colmo di cattiveria, Bertolf ebbe pure il coraggio di far riportare a palazzo il corpo esanime di sua moglie: fu la dama di compagnia della nobildonna a scoprire l’indomani la terribile notizia.

Bertolf sperava forse di riuscire a spacciare per morte accidentale l’omicidio della povera Godeliève. In realtà, bastò esaminare il corpo della ragazza per rendersi conto che la poverina era stata strangolata – e viste le circostanze non vi furono dubbi alcuni su chi potesse essere il mandante. Bertolf non patì la minima conseguenza, se qualcuno se lo stesse ingenuamente domandando; in compenso, la storia di Godeliève cominciò a circolare e una forte devozione popolare nei suoi confronti si sviluppò nella zona di Ghistelle, dove la ragazza aveva vissuto dopo il matrimonio.

Ché la nobildonna non era riuscita a farsi amare da suo marito ma aveva invece conquistato il cuore della popolazione, alla quale aveva elargito con regolarità elemosine, sorrisi e aiuti di ogni tipo. Entro l’anno 1084 (erano passati meno di quindici anni dalla morte della giovane) il culto popolare sviluppatosi nei confronti di Godeliève aveva assunto dimensioni tali che il vescovo del luogo sentì il bisogno di traslarne i resti in un luogo di sepoltura più adatto ad accogliere la devozione che la gente tributava alla santa. In preparazione alla traslazione delle reliquie, fu composta l’agiografia che ho appena riassunto… e che così si chiude, abbandonando il lettore a un buon numero di domande irrisolte. Tipo, giusto per elencare le principali:

Ma in virtù di cosa, esattamente, Godeliève fu considerata santa?

Intendiamoci: la povera ragazza era sicuramente una brava persona, ma mica basta quello per guadagnarsi un’aureola. La sua morte somiglia a una violenza coniugale molto più di quanto non somigli a un martirio (mica è stata uccisa in odium fidei!). E quanto alle virtù cristiane mostrate in vita… meh: Godeliève viene dipinta come una nobildonna di buon cuore, indubbiamente, ma nulla più. Generosa coi poveri, di retti costumi, fedele al marito fino alla morte: certo, tutto vero… ma basta questo, per diventar santa?

Secondo il monaco che ne scrisse l’agiografia, Godeliève in realtà si guadagnò l’aureola grazie alla stoica e mite rassegnazione con cui sopportò pazientemente anni e anni di angherie, determinata a lottare per un bene più grande: e cioè, la salvezza del suo matrimonio.
L’autore si spinge a tratteggiare un ardito parallelismo tra la donna e il Cristo, quando scrive che Godeliève fu tradita da Bertolf con un bacio ingannatore che così tanto somigliava a quello di Giuda. A quel punto, con la mitezza di un agnello, Godeliève andò incontro al suo sacrificio: e vi giunse dopo anni di sofferenze e privazioni, in una Passione sopportata cristianamente nella speranza di un bene più grande. Davvero la donna era già una santa in terra, quando la sua anima purissima dovette abbandonarne il corpo!

Ehi aspetta! Ma che razza di santa è, una che decide di far ricorso alle arti magiche?!

Il curiosissimo dettaglio, indubbiamente anomalo rispetto ai canoni dell’agiografia, ha creato imbarazzo in più di un commentatore. Molta di più disinvoltura è mostrata dal monaco medievale che compose la Vita di Godeliève: interrompendo la narrazione per far risuonare forte la sua voce, l’agiografo si rivolge metaforicamente alla santa, che tentenna per qualche istante di fronte alla proposta di Bertolf, commentando: “donna, che cosa ti spaventa? Tu non vuoi spezzare il tuo legame con Dio, e temi che ricorrere alla magia possa allontanarti da Lui. Ma in verità ti dico: restare vicina a Dio è esattamente la ragione che ti spinge a ricorrere alla magia. Lo fai per rinsaldare il legame del tuo matrimonio, e dunque non perdere la grazia di Dio”.
La digressione del monaco ha tutta l’aria di voler essere un mettere le mani avanti per giustificare un comportamento che, evidentemente, molti dei suoi contemporanei avrebbero guardato con sospetto. Eppure, l’agiografo si muoveva ancora nei limiti dell’ortodossia giustificando il ricorso alla magia naturale, se utilizzata a fin di bene: se il rito si svolgeva per una buona causa e non implicava l’evocazione di forze demoniache (limitandosi cioè a sfruttare certe proprietà che l’Onnipotente stesso aveva voluto infondere negli elementi di natura, secondo la logica dell’epoca), non era di per sé sbagliato ricorrere a questa arte.

Evidentemente una posizione molto diversa rispetto a quella che la Chiesa Cattolica avrebbe assunto di lì a poco sulla materia. Eppure, nell’XI secolo, era perfettamente possibile diventare santi mentre ci si incamminava letteralmente verso l’antro di una fattucchiera.
Magari torneremo sopra a questo tema, se è d’interesse; per intanto, basti questo dettaglio per capire come mai personaggi come Tristano e Isotta o Cligès e Fenice potevano essere guardati con occhi benevoli dai lettori, nonostante il loro ricorso alle arti arcane.

Ma perché diamine Bertolf non divorziava e basta?

Una domanda che potrà lasciar perplessi: eppure, l’ordinamento giuridico sarebbe stato dalla sua. A un livello puramente legale, Bertolf avrebbe potuto ripudiare la sua sposa in qualsiasi momento (era permesso!); per non parlare poi della facilità con cui sarebbe stato possibile far dichiarare nulle le nozze, se il matrimonio non era mai stato consumato.

Solo agli occhi degli uomini di Dio, il matrimonio tra due cristiani era da considerarsi indissolubile: ma all’epoca dei fatti, la Chiesa non aveva molta voce in capitolo per quanto riguardava concretamente le azioni dei due coniugi; basti pensare che ai tempi nemmeno ci si sposava in chiesa, anzi la gente pronunciava il suo “sì” al cospetto di un notaio.
Certo, la Chiesa aveva una idea ben precisa di come dovesse essere un matrimonio cristiano… ma, per capirci, a quell’epoca non c’era la scomunica per chi avesse deciso di ripudiar la moglie. Tutt’al più, c’era un prete che ti guardava malissimo scuotendo il capo.

Eppure, Bertolf decide di non ricorrere alla soluzione più facile, arrivando addirittura a sporcarsi le mani di sangue pur di non dover ammettere il fallimento del suo matrimonio.
Perché, si sono chiesti in molti?
Probabilmente, perché non aveva voglia di trovarsi circondato da preti che lo guardavano malissimo scuotendo il capo.

Vale a dire: per quanto, all’epoca dei fatti, la visione cristiana del matrimonio non avesse ancora influenzato l’ordinamento giuridico in materia, l’aristocrazia dava grande peso alla forma e non amava l’idea di agire apertamente contro i dettami di Santa Madre Chiesa. Mostrarsi al mondo come pubblici peccatori non è mai una buona idea per chi ambisce a governare il popolo: sicché, in situazioni come quella vissuta da Bertolf e da Godeliève, e nell’impossibilità di far dichiarare nullo un matrimonio perché (evidentemente) esso era stato consumato, la nobiltà cercava di evitare un “divorzio” a scena aperta.

Nel peggiore dei casi, cercava di optare per un divorzio con addebito di colpa, per dirla con linguaggio moderno. Nella prima fase del suo matrimonio, Bertolf aveva in effetti adottato lo stesso identico comportamento scelto da molti suoi colleghi che volevano liberarsi di una moglie sgradita: l’aveva umiliata, vessata, maltrattata e ridotta alla fame, nella speranza che Godeliève scappasse. In quel caso, la colpa sarebbe stata solo della donna (non era forse lei che aveva abbandonato il tetto coniugale?!), permettendo al marito di salvare la faccia e di atteggiarsi a vittima innocente, alla quale non restava che ricorrere al ripudio a malincuore.
Il piano di Bertolf avrebbe funzionato bene, se non si fosse scontrato con la tenacia coraggiosa di Godeliève. Lei scappò sì, ma per far valere i suoi diritti di sposa; a quel punto, a Bertolf restava solo un modo per ottenere il suo scopo: liberarsene per sempre.

Purtroppo irrisolta resta la invece la prima e vera grande domanda: ma cosa diamine aveva Bertolf nel cervello, per scatenare tutto ‘sto macello?
Se accetti di contrarre un matrimonio combinato al fine di mantener la pace, come ti ordina il tuo signore, di certo non ammazzi la moglie col rischio di far scoppiare una faida. E comunque come minimo non la insulti apertamente il giorno stesso delle nozze, oltretutto ricorrendo a offese a sfondo razziale che coinvolgono tutta la sua famiglia.
Per contro, va da sé che se ti sposi per amore, pronto a sfidare tutti e tutti pur di coronare il tuo grande sogno, è quantomeno bizzarra la decisione di far fallire il matrimonio prima ancora di averlo cominciato, rifiutandosi addirittura di partecipare alla cerimonia nuziale.

Non ci va un gran genio a ipotizzare che ci sia molto “non detto” dietro a questo improvviso cambio di rotta, e alcuni storici hanno anche provato ad avanzare alcune ipotesi. Taluni hanno immaginato che i due sposi avessero forte incompatibilità sul piano sessuale, che evidentemente era già emersa in qualche incontro furtivo prima della celebrazione ufficiale del matrimonio. Qualche doloroso tentativo di unione carnale, sufficiente per far capire a Bertolf che proprio non era cosa (e che, oltretutto, il matrimonio sarebbe probabilmente stato sterile!), potrebbe spiegare perché il cavaliere non abbia mai tentato di denunciare il suo matrimonio come “rato ma non consumato”, una eventualità che ne avrebbe giustificato lo scioglimento anche di fronte agli occhi della Chiesa. Ma se in realtà la consumazione c’era stata, chi mai avrebbe osato mentire apertamente di fronte a Dio su una materia tanto grave?
In effetti, l’ipotesi di un matrimonio segnato da una disfunzione sessuale potrebbe anche aiutarci a contestualizzare la bizzarra decisione di ricorrere alla magia: in un’epoca in cui era considerata perfettamente plausibile l’idea di un nemico politico che mette a libro paga una strega cattiva capace di rendere sterile coi suoi malefici un matrimonio sgradito, dotare gli sposi di amuleti di protezione era una tecnica utilizzata di frequente per riequilibrare, per così dire, la situazione.

Senza scartare l’eventualità di un matrimonio compromesso per le ragioni sopra descritte, io non trascurerei del tutto, però, un’altra ipotesi che pure è stata avanzata dagli studiosi: e se Bertolf fosse stato semplicemente un codardo?
Se avesse scioccamente creduto di poter gestire con le sue sole forze un matrimonio con una donna che lui amava, ma che la sua famiglia palesemente non gradiva? Se la complessità della situazione fosse emersa con chiarezza solo quando era già troppo tardi, ovverosia a ridosso di un matrimonio che ormai era stato organizzato e la cui cancellazione avrebbe ormai costituito una grave offesa? Se, insomma, Bertolf si fosse trovato costretto a scegliere tra il suo affetto per Godeliève e la sua fedeltà alla famiglia decidendo infine, per opportunismo o codardia, di schierarsi al fianco del partito più numeroso?

Probabilmente sto lavorando troppo di fantasia, e probabilmente è anche inevitabile che ciò succeda, di fronte a una storia così piena di “non detti” e così bizzarra da accendere la curiosità di tutti. In mezzo a tante incertezze, una cosa è certa: la vicenda di Bertolf e Godeliève è una di quelle classiche storie medievali che non esiterei nemmeno per un istante a definire “degne di meritarsi un film”.

7 risposte a "Godeliève: una coraggiosa moglie sfortunata"

  1. Ago86

    Forse l’agiografia venne scritta perché in quel periodo cominciava la riflessione sul matrimonio cristiano e sulla sua portata sacramentaria, tema che hai affrontato nel post “L’usuraio di Liegi”. Per cui parlare di una donna che cerca di far funzionare il suo matrimonio poteva essere un modo per far riflettere sul tema al di là delle questioni di etichetta nobiliare o dei costumi culturali.

    Piace a 2 people

    1. Lucia

      Sicuramente sì, indubbiamente questo aspetto è stato molto importante e si percepisce molto bene leggendo l’agiografia. In fin dei conti se ci pensi Godeliève diventa santa “solo” per i suoi sforzi di salvare il matrimonio, è quello il suo unico e vero grande gesto di virtù cristiana (senza disprezzare la carità nei confronti dei poveri etc etc, che però non vengono mai dipinti come elementi dalla rilevanza DAVVERO fondamentale).

      Probabilmente, bisognerebbe citare anche un altro aspetto che era molto discusso nella teologia dell’epoca. La Vita di Godeliève viene scritta in un momento e in una zona in cui era molto sentito il movimento delle tregue e delle paci di Dio, che cercava di porre fine alla litigiosità tra i signori feudali in perenne lotta tra di loro. In un contesto in cui un matrimonio fallito avrebbe facilmente potuto scatenare una faida tra le due famiglie coinvolte, tantopiù che tra le due fazioni non scorreva buon sangue a prescindere, ogni tentativo finalizzato a far funzionare l’unione era da vedersi implicitamente come un tentativo di scongiurare una possibile e potenziale guerra.
      Se decidiamo di considerare Godeliève la vittima di un matrimonio fallito (in tutto o in parte) a causa delle inimicizie tra famiglie, allora la sua stoica sopportazione assume anche un significato politico, tutto a vantaggio della pace.

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    1. Lucia

      👀

      Oh cielo. Sarà che io non sono esattamente una fan di Lady D. (alla quale va tutta la mia umana compassione in virtù delle sue numerose problematiche psicologiche, eh… però ‘nsomma, oltre alla compassione non vado 😅), ma no, personalmente non vedo somiglianze al di là della considerazione di fondo che sarebbe stato molto meglio se si fossero sposate con un altro.

      Però ecco, paragonare la mia beneamata Godeliève alla povera ma niente affatto esemplare Lady D. …argh, questa non me la dovevi fare 🤣

      Piace a 1 persona

        1. Lucia

          Ah pensa, io pensavo già alle attività umanitarie a favore dei poveri che le avevano fatto conquistare il cuore della gente nonostante non avesse dalla sua il cuore del marito e che hanno causato grande commozione al momento delle sua morte… 😛

          (Però dai, che lady D. sia stata fatta uccidere in un complotto io non ci credo, non ci crederò mai 😆)

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