Tam Lin e gli altri toyboy delle fate

Amico pre-moderno che leggi il mio blog e che non sei riuscito a trovare l’amore neppure dopo aver consultato per tutta l’estate il mio Manuale di seduzione per l’uomo medievale che non deve chiedere mai: la situazione è spiacevole, ma non disperare!
Se proprio le dame non ti si filano manco di striscio, se ti danno un due di picche ogni volta che ci provi, se hai l’impressione di essere spacciato e ti sei convinto che non riuscirai mai a sedurre una donna: beh, resta sempre a disposizione il piano B. Vai Oltremanica e mettiti sul mercato come gigolò per fate: quelle si fanno andare bene tutto. Letteralmente, basta che respiri.

***

“Ohibò, questa mi è nuova”, potrebbe probabilmente star pensando la gente che mi legge. Perché mai una fata dovrebbe avere il desiderio di avere un gigolò umano?
In effetti non si capisce bene, cioè il folklore non ci spiega benissimo questa cosa: più che altro, viene accettata come un dato di fatto. Così è. Le fate medievali che vivevano nelle isole britanniche erano note per l’avere una smodata passione verso i maschi umani: spesso e volentieri, li seducevano, li trasportavano nel loro regno e ne facevano i loro toyboy.

Per cercare di inquadrare le “fate medievali inglesi” e per capire in che modo e attraverso quali direttrici la loro figura si è formata, gli storici del folklore hanno scritto libri in quantità tale da poter riempire una biblioteca intera. Io, evidentemente, non ho il tempo né lo spazio di fornire qui un’inquadratura esaustiva, quindi spero potremo farci bastare questi cinque punti-chiave, importanti da comprendere:

  1. Le fate medievali inglesi sono creature fisicamente simili a noi: stiamo parlando di donne dalla bellezza straordinaria e con una anatomia pressoché identica alla nostra; non stiamo parlando degli esserini verdi bassi e con le ali. No, perché sennò qualcuno si faceva venire delle perplessità sulla dinamica della cosa.
  2. Le fate medievali inglesi vivono in un mondo parallelo al nostro, nel quale eventualmente possono anche portare ospiti (…o forse dovremmo dire ostaggi. Si è davvero ospiti, quando si è in casa d’altri e non si può più uscire senza il permesso del padrone?)
  3. Può capitare di evocarle accidentalmente nel nostro mondo, quando si compiono (inavvertitamente? Imprudentemente?) delle azioni “a rischio”. Tipo: addentrarsi in una foresta dove è noto vivano le fate dei boschi; affacciarsi su uno specchio d’acqua notoriamente popolato dalle fate delle acque; riposare sotto le fronde di certi alberi, noti per essere cari alle fate (uno tra tutti, il biancospino).
  4. Sarebbe decisamente meglio evitare di farlo, perché le fate possono essere cattivelle. Non sono le bonarie fate madrine della Disney: sono spiriti seducenti tanto quanto spietati, affettuosi con i loro protetti ma vendicativi coi nemici.
  5. Sono disperatamente affamate d’uomini, per l’appunto. E anche di bambini. Soprattutto di bambini. In effetti, in molti casi, rapiscono i figli delle umane. E anche i loro tentativi di sedurre gli uomini sembrano motivati principalmente dal desiderio di ottenere da loro un figlio di razza mista.

E qui qualcuno potrebbe anche domandarsi: ellamiseria, e fare un figlio con le fate maschio? Che problemi hanno ‘sti poveracci, sono tutti eunuchi?
No, tutt’altro: anzi, a loro volta se ne vanno a spasso per il folklore a sedurre e ingravidare donne umane. Onestamente, non si capisce bene come mai queste benedette creature non riescano a quagliare tra di loro: semplicemente, così è.
Una delle più plausibili spiegazioni dietro a tutta questa passione per le unioni interrazziali sta, probabilmente, in quei racconti che dipingono le fate come esseri inquietanti, dai tratti vampireschi. Esse sono disperatamente affamate di carne viva, di corpi caldi e cuori battenti, perché tutto ciò non esiste in quell’Al-di-Là da cui provengono, e loro ne hanno un forsennato bisogno. Alcune leggende del Medioevo scozzese parlano di fate-vampiro che suggono il sangue degli umani per mantenersi giovani; in alcune zone dell’Irlanda, i contadini erano ideologicamente contrari ai salassi per paura che il sangue fatto zampillare potesse attirare in casa delle fate con strane idee.

Prendiamolo per come è, e cioè un dato di fatto: nel Medioevo, le isole britanniche erano piene di fate lussuriose che non vedevano l’ora di poter sedurre un bel maschione.
“Ci sarà stata la coda”, penserete probabilmente: “chi è che non vuole andare a letto con una fata?”.
Beh, in realtà bisognerebbe fare una attenta valutazione sul rapporto rischi/benefici: concedersi a una fata poteva essere piacevole e conveniente… ma era una attività non scevra di controindicazioni.

Scopriamole assieme analizzando le vicende dei cinque toyboy fatati più famosi della Storia.

1. L’ardimentoso figlio di Eochai Muigmedon: uno che non si ferma di fronte a niente

Stiamo parlando, in teoria, di un personaggio realmente esistito: Eochai Muigmedon fu un re irlandese del IV secolo, di cui non sappiamo praticamente nulla se non che un importante clan medievale lo considerava capostipite della sua dinastia.
Come è d’uopo in questi casi, il clan volle darsi un mito fondativo, che prese forma nell’XI secolo in una bella leggenda dal sapore eroico (ehm). In detta leggenda si narra come, un bel dì, i tre figli di Eochai, per inseguire la preda in una battuta di caccia, si fossero addentrati in una foresta notoriamente abitata dalle fate. Quand’ecco, una terribile megera si parò loro innanzi informandoli che essi erano suoi prigionieri: avrebbero potuto proseguire solamente se uno di loro avesse avuto il coraggio di baciarla!

Il topos letterario del Bacio Ardimentoso è un elemento ricorrente nella narrativa d’epoca: a Lancillotto, ad esempio, toccò baciare sulla bocca un drago pur di mostrare il suo intrepido coraggio.
La megera che fronteggiava i figli di Eochai non aveva l’aria di poter incenerire con un soffio, ma era comunque una tipina che non invogliava affatto alle pomiciate. A parte il fatto che era vecchia e brutta, sembrava essere uscita da un manuale di Infettivologia alla voce di “untore da cui star lontani”. Ce le aveva tutte, ‘sta poveraccia: lebbra, piaghe purulente, denti verdi, muco colante, tosse catarrosa: uno schifo totale.
Ebbene, lo schifo non fu tale da impressionare uno dei tre ragazzi, che coraggiosamente smontò da cavallo e… non si limitò a baciare la donna: si produsse proprio in un rapporto completo, lì sul prato, davanti ai suoi fratelli, per far vedere che lui non aveva paura di niente. Ehm.
Ed ecco: la megera, evidentemente impressionata positivamente dalla performance, tornò a mostrarsi col suo vero sembiante (cioè, quello di una bellissima fata!) e trasformò il giovanotto nel suo gigolò personale. In cambio, accettò da quel momento in poi di prendere sotto la sua ala protettrice tutti i discendenti di Eochai: il suo coraggioso toyboy si era guadagnato questa benevolenza, grazie alla sua straordinaria prova di coraggio. Ehm.

2. Thomas the Rymer, che dalle fate ricevette il dono della profezia

Dal tenore completamente opposto fu il primo incontro tra Thomas the Rymer e la regina delle fate, così come ci viene descritto da un romanzo (teoricamente, autobiografico) di cui possediamo una copia risalente al XV secolo. In questo caso, per la gioia di Thomas, la donna non era in vena di giochetti: mentre il ragazzo riposava sotto le fronde di un albero caro alle fate, lei gli apparve in tutta la sua bellezza seducente. Ma attenzione!, lo avvisò con onestà: un singolo bacio sarebbe bastato per renderlo suo schiavo per sempre.

Diventare il toyboy della regina delle fate dovette sembrare a Thomas un’attività professionale migliore della disoccupazione in cui versava: il ragazzo seguì di buon grado la sua signora e andò a vivere con lei nel regno delle fate, dove dimorò per sette anni dando “numerosi” figli alla regina e alle sue sorelle.
Al chiudersi dei sette anni, essendo evidentemente in scadenza il contratto, Thomas fu rimesso in libertà e riportato nel regno dei mortali. In segno di gratitudine, le fate gli offrirono un beneficio a sua scelta: diventare il più grande musicista di sempre, o ottenere il dono della profezia?

Thomas scelse la seconda opzione e divenne, effettivamente, uno dei profeti più famosi della Storia inglese. Sì, perché Thomas è esistito davvero, e davvero fu autore di un ciclo di profezie che godette di grande diffusione fino al Settecento. Che il dono della profezia gli fosse stato concesso dalle fate come medaglia al merito in virtù del suo instancabile servizio: aehm, questo è dubbio. Eppure, Thomas the Rymer si divertì molto a farlo credere: era pur sempre un modo come un altro per giustificare in modo “plausibile” il possesso dei poteri soprannaturali che millantava.

3. Andro Man, quello con uno pseudonimo che è già tutto un programma

“Ma che è, Androman?” ha commentato mio marito buttando un occhio al mio computer proprio mentre scrivevo questo articolo. “Sembra il nome del supereroe della virilità”.
Ecco: evidentemente tra maschi ci si intende, perché questa era probabilmente l’immagine pubblica che Andro Man intendeva trasmettere di sé, nel momento in cui scelse di adottare questo curioso pseudonimo storpiando il suo nome di battesimo, Andrew Man.

Lo pseudonimo non è l’unica cosa bizzarra nella vita del nostro Andro Man, che di lavoro faceva il mago professionista e aveva guadagnato una discreta fama nella Aberdeen del tardo Cinquecento in virtù della sua ineguagliabile capacità di curare ogni malattia grazie alla magia (così diceva).

Afflitto dallo stesso problema di Thomas the Rymer (cioè, giustificare in modo “plausibile” il possesso di abilità fuori dall’ordinario), Andro Man pensò bene di seguire pedissequamente le orme del profeta inventandosi una storia praticamente identica alla sua.
L’unica differenza è che, nel caso di Andro Man, il suo primo incontro con la regina delle fate era avvenuto quando lui era ancora piccolo: a quanto pare, lei era la levatrice giunta al capezzale della madre di Andro, che stava per mettere al mondo il suo secondogenito. Non chiedetemi per quale diamine di motivo la regina delle fate dovesse andarsene in giro a fare la levatrice delle donne umane: temo che la cosa possa avere un senso solo nella testolina di Andro Man, quindi prendiamola per buona e andiamo oltre.

Ad ogni modo, mentre la madre era in travaglio, il piccolo Andro aveva diligentemente assistito la levatrice, andando a prendere acqua fresca al pozzo e svolgendo altri compiti di questo genere. Positivamente colpita da quel piccoletto, la regina delle fate si offrì di fargli da maestra e gli insegnò mille trucchi magici utili per curare ogni tipo di malattia.
Naturalmente, le fate non fanno niente per niente; in cambio delle sue lezioni di magia, la donna voleva una cosa da Andro Man: il suo corpo. Quando il ragazzo ebbe compiuto ventidue anni, prese ufficialmente servizio come gigolò della regina, dandosi a un pendolarismo ultraterreno che lo portò a vivere un po’ qua e un po’ là, un po’ nel nostro mondo e un po’ nel regno fatato. Questo ménage andò avanti per più di trent’anni; e la regina ebbe da lui “moltissimi” figli giacendo con lui “quasi ogni notte” e con “intenso” godimento di ambo le parti, come Andro Man ebbe cura di far mettere agli atti agli Inquisitori che lo processarono nel 1598.

Sì, perché millantare una relazione erotica con la regina delle fate è qualcosa che può essere ridotto a boutade di uno squinternato. Il problema è che Andro Man (del resto, ormai avviato verso l’andropausa) decise a un certo punto di rispolverare la sua immagine pubblica annunciando urbi et orbi che si era chiusa la sua relazione con la regina ma in compenso era sbocciata una vivace amicizia con un certo Chirstonday, un angelo dell’Apocalisse in vena di chiacchierate.
Andro evidentemente non conosceva l’adagio per cui si può scherzare con i fanti (e persino con le fate) ma sarebbe meglio non infastidire le creature celesti, soprattutto sei un mago nel bel mezzo della caccia alle streghe e se l’Inquisizione ti sta già tenendo d’occhio. I suoi proclami attirarono le attenzioni del tribunale e al poverino non restò che cercare di darsi un tono, ottenendo almeno di far mettere agli atti tutte le sue prodezze amatorie. Quantomeno, riuscì a far passare il suo nome alla Storia.

4. Meridiana, la fata che provò a sedurre il papa

Non è un mistero che attorno alla figura di Gerberto di Aurillac, divenuto papa col nome di Silvestro II, sia fiorita nel Medioevo una “leggenda nera” che lo voleva mago oscuro e negromante, salito immeritatamente al soglio pontificio grazie all’utilizzo delle arti occulte. La diceria fu messa in giro quando Silvestro II era già morto da un bel po’, e va inquadrata nel tentativo di screditare la sede pontificia per sostenere la causa dell’antipapa Clemente III.

Inevitabilmente, la storia fece presa e infiammò la fantasia popolare, venendo reinterpretata da mille autori in un migliaio di sfumature diverse. Ad esempio, nell’Inghilterra del XIII secolo Walter Map si divertì a scrivere un racconto De fantastica deceptione Gerberti in cui fantasticava sulla giovinezza del “papa-mago” (quasi sicuramente lasciandosi ispirare da un romanzo cortese che aveva una trama sostanzialmente identica).

La storia si apre mettendo in scena un giovanissimo Gerberto, che non ha ancora sviluppato la minima ambizione a fare carriera nel mondo ecclesiale: nello specifico, la sua unica ragion d’essere è conquistare una ragazza di Reims che, purtroppo, gli rifila un due di picche dopo l’altro. Depresso per l’ennesimo insuccesso, Gerberto se ne va a passeggiare in un bosco e lì incontra una creatura bellissima che gli si presenta come Meridiana e inizia a corteggiarlo senza troppi giri di parole: “ho sempre prodigato le mie forze per trovare uno pari a me sotto tutti i punti di vista”, gli dice, “uno degno di cogliere il fiore della mia verginità”. Se Gerberto acconsentirà a diventare il suo amante (ma deve promettere di non pensare pù a quella stupida ragazzotta umana!), la fata Meridiana gli donerà tutto il suo sapere arcano. E anche un bonus aggiunto non da poco: il dono dell’immortalità, a patto che Gerberto non metta mai piede in Gerusalemme.

I termini contrattuali sembrano favorevoli: Gerberto si concede di buon grado alla fata, apprende da lei le arti magiche, avvia grazie a quelle una sfolgorante carriera ecclesiastica… ma non riesce, ahilui, a dimenticare la ragazza di Reims.
E, a un certo punto, la fata si scoccia. Sentendosi tradita, interrompe brutalmente la sua relazione con Gerberto pretendendo da lui “il suo formale omaggio”, una richiesta un po’ inquietante che spinge inevitabilmente il lettore medievale a domandarsi se quell’entità non fosse in realtà un demone sotto mentite spoglie. In effetti, anche il nome della fata potrebbe far pensare al “demone meridiano” tanto temuto dai monaci dell’epoca.

Qualsiasi cosa fosse la sua ex, fatto sta che Gerberto la omaggia formalmente dopodiché continua serenamente la sua vita, raggiungendo i vertici massimi della sua carriera grazie alla conoscenza arcana che ormai ha acquisito. Il racconto si chiude però con toni a tinte fosche: appena eletto papa, Gerberto si reca a celebrare Messa nella basilica romana di santa Croce in Gerusalemme. E lì, tra i fedeli, vede Meridiana che lo fissa con un ghigno vittorioso e malefico: scioccamente, Gerberto aveva infranto anche la seconda promessa che un tempo aveva fatto alla fata, cioè quella di non trovarsi mai “in Gerusalemme”. Perso anche il dono dell’immortalità, Gerberto realizza che non manca molto al momento della sua fine. E il ghigno compiaciuto con cui Meridiana lo fissa non lascia ben sperare circa il destino della sua anima…

5. Tam Lin, quello che dall’amore fu salvato

Se i quattro personaggi di cui ho parlato fino ad adesso sono individui che hanno realmente calcato questo mondo, Tam Lin esiste solamente come personaggio letterario, protagonista di una serie di ballate che cominciano a diffondersi in Inghilterra verso la metà del Cinquecento.

Quando il protagonista entra in scena, non fa un granché per conquistare le simpatie del lettore. Il nostro amico si presenta come la classica fata (maschio) seduttrice: quando una fanciulla di nome Janet si addentra in una foresta nota per essere proprietà delle fate, Tam Lin la aggredisce senza troppi preamboli e si prende la sua verginità per il solo gusto di farlo; dopodiché, la lascia andare.
Di lì a qualche tempo, la stolta (o coraggiosa?) Janet torna esattamente nello stesso punto in cui aveva incontrato Tam Lin: stavolta porta con sé un cestino di vimini nel quale sta ostentatamente accatastando delle erbe dalle proprietà abortive. Nuovamente Tam Lin la nota, e ovviamente si rende conto delle implicazioni del suo gesto: a quel punto si fa avanti e le racconta la sua storia. Ed ecco il colpo di scena: Tam Lin, in realtà, è umano tanto quanto lei!

Rapito molti anni prima dalla regina delle fate, ne era diventato l’amante e aveva finito con l’adottare gli usi e i costumi propri dei suoi carcerieri. Però c’era un problema: quella che per molti anni era stata una prigionia dorata stava diventando crescentemente spiacevole; il suo idillio d’amore con la regina sembrava giunto al termine e Tam Lin temeva d’essere in procinto di fare una brutta fine. S’avvicinava infatti la notte di Halloween, quella in cui è tradizione (così dice Tam Lin) che le fate offrano al demonio un sacrificio umano. E vista la brutta aria che tirava con la sua regina, il ragazzo aveva il forte timore di essere lui il prescelto da condannare a morte. Forse, Janet avrebbe potuto aiutarlo a scappare, salvandogli la vita e guadagnando al tempo stesso un uomo disposto a sposarla, e crescere come padre quel bambino che lei portava in grembo?

Potete immaginare il finale della storia, ma non sarò io a raccontarvelo. Lascio che siate voi a scoprirlo da soli ascoltando una riedizione moderna della ballata, che davvero ebbe all’epoca una grande diffusione diventando un letterale tormentone. Potevo forse perdere l’occasione di… rimandarlo in onda?

Testo della canzone


Per approfondire:

Sonia Maura Barillari (a cura di), Fate. Madri – Amanti – Streghe. Atti del XVII Convegno Internazionale (Genova – Rocca Grimalda, 16-18 settembre 2011), Edizioni dell’Orso
Ronald Hutton, The Witch. A History of Fear, from Ancient Times to Present, Yale University Press
Diane Purkiss, Fairies and Fairy Stories. A History, Tempus Publishing

6 risposte a "Tam Lin e gli altri toyboy delle fate"

  1. NeuroFaithy - Cervello e Fede

    Ho letto questo articolo in due puntate, dato che non ho avuto tempo di farlo in una sola. La prima era ieri sera e, una volta arrivata ad “Andro Man” ho iniziato a ridere da sola e ogni volta che ci ripenso, rido ancora. Non so se era l’effetto sperato, ma sarà una cosa buona? 😀

    P.s. grazie Lucia per questo approfondimento che ci illustra in che modo bislacco venisse vista la sessualità al tempo! 😛

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  2. Anonimo

    Mille grazie per il tuo blog.
    E’ una miniera di informazioni d’oro raccontate con leggerezza e umorismo… Ci sarebbero da fare una marea di illustrazioni e fumetti su ogni articolo!

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    1. Lucia

      Arrivo un tantinello in ritardo a ringraziare, ma dopo una estate di lavoro no-stop ho fatto vacanze fuori stagione a settembre 😂
      Ma grazie davvero! Grazie, son di quei complimenti che scaldano il cuore :-))

      Un fumetto su Androman in effetti meriterebbe molto 😂

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  3. Pingback: La storia di Merlino, così come Blaise volle tramandarla ai posteri – Una penna spuntata

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