Cipriano, il mago che si convertì e divenne un santo

Quando cominciò ad andare di moda l’idea letteraria del mago che si innamora e che cade come una pera cotta, anche il povero Cipriano finì nel mucchio. Vale a dire: la gente cominciò a mormorare che fosse proprio lui, il mago, a essersi invaghito di Giustina, al punto tale da voler usare le arti occulte per conquistare il cuore della ragazza.

Ecco: no. Per amor di filologia, le agiografie più antiche raccontano tutta un’altra storia. Cipriano era banalmente un mago professionista, che era stato pagato da terzi per far innamorare la ragazza; ragazza per la quale l’occultista non provava il minimo interesse, ma che invece faceva gola a un certo Aglaide. Il quale, per l’appunto, aveva bussato alla porta di Cipriano spiegando “sono innamorato ma lei non ricambia. Pago bene. Puoi far qualcosa?”.

Giustina non lo ricambiava perché era una cristiana, che aveva deciso di consacrare la sua verginità a Dio. Prevedibile, in fin dei conti: siamo pur sempre all’interno di una agiografia.
Un’agiografia che, per la precisione, è ambientata ad Antiochia sul finire del III secolo: cioè in un’età in cui il cristianesimo non era ancora una religione consentita e anzi, chi la praticava era perseguitato con durezza.

Sotto un certo punto di vista, aveva avuto un bel coraggio, la nostra Giustina, nel dire chiaro e tondo al ragazzo che la corteggiava “no, non ti sposerò. Voglio consacrare la mia verginità a Dio”. Era decisamente il modo migliore per far scattare una denuncia da parte del corteggiatore sdegnato per il due di picche; e centinaia di vergini martiri potrebbero darcene conferma.
Ma, stranamente, Aglaide non denunciò nessuno. Forse teneva davvero a Giustina, chi lo sa; o forse s’era fissato al punto tale che la morte di lei non era nemmeno una possibilità contemplata perché il ragazzo pretendeva a tutti i costi di farla sua.

E infatti, come si legge in un’agiografia del V secolo, il suo primo tentativo fu quello di rapire la ragazza. Per una serie di imprevisti, il rapimento non andò a buon fine e Aglaide pensò allora che un efficace piano B potesse essere quello di sottoporre la ragazza a un maleficio capace di influenzarne la volontà, affinché lei gli si concedesse lei spontaneamente. Sicché, decise di rivolgersi al miglior mago del circondario e andò a bussare alla porta di Cipriano, giustappunto.

Narra l’agiografia che il potente Cipriano fosse un mago dotato di grande fama.
Come funzionasse la magia dei maghi, penso che ormai si sia già capito: tramite rituali complessi e arcani, Cipriano era in grado di chiamare al suo cospetto entità ultraterrene tra le più temibili, a cui poteva impartire ordini.
Orbene: quando Cipriano ebbe ricevuto la somma di denaro che gli offriva Aglaide in cambio di quel maleficio, pensò, non a torto, che la migliore procedura per raggiungere lo scopo fosse quella di scatenare contro a Giustina una legione demoniaca. In fin dei conti, indurre la gente in tentazione non è forse il lavoro dei satanassi?
Il mago compì dunque il suo rito oscuro… dopodiché andò a bersi un bicchiere di buon vino per premiarsi di quel successo, compiaciuto di come la complessa procedura fosse filata liscia come da manuale. A occhio, ci sarebbero voluti un paio di giorni e non di più, prima che la ragazzotta cadesse nelle mani di Aglaide.
Proprio per quello, il mago ci rimase di sasso quando, un mese dopo, Aglaide bussò furibondo alla sua porta dicendo che non era successo assolutamente niente e che Giustina era più devota e più ostinata di sempre.

Ma come?, si domandò smarrito Cipriano. Il rito aveva funzionato alla perfezione, i demoni erano apparsi davanti a suoi vivi occhi; ne aveva scagliati contro Giustina una legione intera. Come diamine era possibile che non fosse successo niente? Cosa poteva esser andato storto?

Perplesso e preoccupato, ché qui ne andava di mezzo la sua intera professione, il mago tentò il rito per una seconda volta. Ma quella volta ebbe anche cura di organizzarsi in modo tale da poter spiare la ragazza di lontano.
E quel che vide gli fece gelare il sangue nelle vene. Perché, sì, il rito funzionava: tutto subito, la ragazzotta aveva mostrato qualche momento di défaillance. Ma quando già sembrava in procinto di cadere, quella aveva mormorato a mezza bocca chissà quale invocazione arcana e poi aveva tracciato sul suo corpo il segno di una croce. Ed ecco: tanto era bastato per disperdere in un lampo le legioni demoniache che stavano per ghermirla, e che subito dopo, tra urla di rabbia, erano fuggite via terrorizzate.

Francamente esterrefatto, il mago Cipriano evocò per una terza volta i suoi (non più così) fidati demoni. E per poco non li prese a male parole: ma che cavolo stavano facendo? Perché diamine non stavano svolgendo il loro dannato lavoro? Qual era il segreto con cui quella ragazzotta era capace di annientare una magia così potente?
I demoni nicchiarono, vagamente imbarazzati, ma alla fine si videro costretti ad ammettere la scomoda verità (se non altro, perché Cipriano non la piantava). E dunque, a denti stretti, dovettero spiegare che quella ragazzina, al momento della tentazione, si faceva il segno di croce e invocava su di sé la protezione dell’Onnipotente, facendo calare su di sé uno scudo spirituale di potenza tale che, di fronte a quello, ogni maleficio si infrangeva.

Cipriano ci restò di sasso. “E chi diamine è l’Onnipotente?”, chiese esterrefatto. “Come sarebbe, onnipotente? Perché, voi non lo siete?”. I demoni scomparvero senza degnarlo di risposta, dileguandosi tra urla rabbiose in una nuvoletta di fumo; e il povero satanista si ritrovò lì a fissare il vuoto, spiazzato come poche altre volte nella vita.

Da dove diamine era spuntato, adesso, questo Onnipotente?
Perché i demoni non glielo avevano mai nominato? Tentavano forse di ingannarlo?
E soprattutto: perché quella ragazza sembrava esser nelle grazie di quest’entità dal potere senza limiti? Si trattava forse di un qualcosa appannaggio dei cristiani? Voleva forse dire che quei tipi strani avevano capito tutto, sotto sotto?

Fu immediatamente chiaro a Cipriano che doveva scoprirlo, e anche scoprirlo urgentemente: correva il rischio di continuare a lavorare per qualcosa che era diverso da ciò che lui aveva sempre inteso. Con le mani che tremavano per la vergogna e l’emozione, un giorno bussò alla porta di Giustina e si prostrò ai piedi della giovane, chiedendole la misericordia di svelargli quale fosse il suo segreto.

***

Il topos della magia pagana che viene sconfitta dal potere celeste è presente in molte agiografie del Tardoantico, là dove lo scontro tra cristianesimo e antiche religioni era argomento all’ordine del giorno. Ancor meglio dovrei dire che questo tema è presente in generale, e appare addirittura nell’Antico Testamento: l’imbarazzante débâcle di Cipriano non echeggia forse quella subita dai sacerdoti del faraone, nel momento in cui ebbero la pessima idea di sfidare Mosè?
Nel caso della storia che stiamo raccontando oggi, l’aneddoto brilla però di luce nuova a causa di una particolarità. Nella maggior parte dei casi, là dove si consumava una lotta tra i poteri degli dèi pagani e quelli dell’Altissimo, il mago di turno incassava la sconfitta… ma tornava a farsi le sue cose, seppur ferito nell’orgoglio.
Vale a dire: era relativamente raro che, nell’agiografia, il pagano sconfitto facesse due più due e decidesse di cambiare vita. Quella di san Cipriano è una delle pochissime storie in cui un mago cattivo, evocatore del demonio, si rende conto di essersi schierato dalla parte del perdente e decide di operare una radicale conversione.

L’agiografia di Cipriano prosegue infatti nel raccontarci che l’incantatore consegnò al vescovo del luogo tutti i suoi libri di magia, rinnegò il suo passato e si sottopose a penitenza pubblica. Dopodiché, fu accolto in seno alla comunità cristiana e, col passar del tempo, fu ordinato sacerdote e non pago, divenne vescovo di Antiochia.
Fu in quegli anni che si scatenò la grande persecuzione di Diocleziano. Cipriano fu arrestato, ed ebbe la ventura di ritrovarsi in cella – fra gli altri – con Giustina, la ragazzotta che un tempo aveva sconfitto le sue maledizioni e che ormai era diventata una saggia e santa suora.

Correva l’anno 302, o forse 304, o giù di lì. Era il 26 settembre (così ci assicurano i martirologi) quando Cipriano, Giustina e i loro correligionari abbracciavano con serenità la morte, gloriandosi della palma del martirio.

S. Cyprien et Ste. Justine, martyrs (St. Cyprian and St. Justina, Martyrs), September 26th, from Les Images De Tous Les Saincts et Saintes de L’Année 

E il post potrebbe anche chiudersi qui, se non fosse che qui siamo su un blog per educande e l’autrice coglie l’occasione per un altro paio di precisazioni. Vale a dire: la storia di san Cipriano (così particolare persino per i canoni non banali dell’agiografia) finì inevitabilmente con l’accendere la fantasia di molti autori.

Tra di loro, il più famoso fu sicuramente Pedro Calderón de la Barca, che nel Seicento prese ispirazione da questa trama per comporre il suo dramma El mágico prodigioso.
Il più questionabile fu invece l’anonimo internauta che, chissà quando, pensò bene di comporre una “prodigiosa” preghiera indirizzata a san Cipriano, che promette (!) di sciogliere ogni ostacolo e di riaccendere l’amore nel cuore del proprio ex. Più infestante della gramigna, la preghiera gira allegramente sulle chat Whatsapp e nella blogosfera, talvolta attribuita al san Cipriano più famoso (quello di Cartagine).
Ecco: casomai vi capitasse di trovarvela di fronte, sappiate che la preghiera è in realtà un riferimento al Cipriano di cui ho detto oggi e, a ben vedere, ha tutta l’aria di omaggiare quello che il santo faceva prima della conversione. Che è pur sempre una storiella interessante da poter raccontare, la prossima volta che ‘sta pseudo-preghiera vi si paleserà sulla home di Facebook.

2 risposte a "Cipriano, il mago che si convertì e divenne un santo"

    1. Lucia

      Beh… cosa intendi esattamente con “magia pagana”?

      Perché la magia che andava per la maggiore nella tarda antichità romana si basava (su un sacco di cose, ivi compresi amuleti, scritte magiche etc, ma anche e soprattutto) sull’evocazione in terra di entità che i testi dell’epoca chiamavano daemones, assoggettati al potere del mago e costretti ad ubbidirgli.

      Gli autori classici avevano anche dibattuto a lungo su che cosa fossero ‘sti daemones; poco ma sicuro, certamente non erano entità perfettamente identificabili con i demoni “standard” della demonologia cattolica (mi dirai: e grazie tante 😅).
      Però era quasi inevitabile che i primi autori cristiani facessero l’equazione. Anche perché, dal loro punto di vista: se tu pagano mi dici che stai evocando demoni, e io cristiano so che gli unici demoni esistenti sono quelli che conosco io (perché nego l’esistenza del tuo pantheon di divinità pagane), allora va da sé che quei daemones che chiami in terra sono quelli di cui sto parlando io. Magari tu non ne sei consapevole e sei convinto di star parlando ad altra gente, ma in realtà quell’altra gente non esiste, dunque è chiaro chi è che risponde alla tua chiamata.

      Nell’agiografia del V secolo di san Cipriano si legge ad esempio che lui era iniziato ai misteri di Mitra (ma appunto, si sottintende: non era a Mitra che stava parlando, visto che Mitra non esiste).

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