La vera storia di Samhain, la festa che venne prima di Halloween

Questo approfondimento m’è stato richiesto in tutte le lingue del mondo, ma prima di iniziarlo penso mi toccherà fare una premessa di metodo: riguardo a Samhain, è stato scritto tutto e il contrario di tutto, e – spiace dirlo – non sempre in modo preciso. Forse inevitabile, visto che Samhain non è un qualcosa che appartiene al passato: ancor oggi è una ricorrenza importante per molti movimenti afferenti al neopaganesimo, che giustamente commemorano la festa secondo i loro riti… i quali però però non sono sempre il perfetto calco storico-etnografico di quelli che erano compiuti anticamente (e mi pare pure ‘na cosa normale, voglio dire: mica si tratta di archeologi che stanno a fare una rievocazione storica).  
Inoltre, a livello storico, la divulgazione non è certamente aiutata dal fatto che godano ancora di molto credito tra il grande pubblico le tesi espresse sul tema da Margaret Murray nel secolo scorso: il fatto che il mondo accademico le abbia refutate con decisione non impedisce ad alcuni autori indipendenti di citarle ancora nelle loro pubblicazioni, il che genera comprensibilmente un certo disorientamento nel lettore.

Ma allora da chi si può andare, per riuscire a farsi una idea precisa di cosa fosse davvero questa festa antica?
Io, nel dubbio, sono andata da Patricia Lysaght, una delle massime esperte di folklore irlandese nonché professoressa emerita di etnologia europea all’University College di Dublino. E per presentare l’antica festa di Samhain così come la descrive l’esperta, ho deciso di ripercorrere piuttosto pedissequamente ciò che la studiosa scriveva intervenendo sulla enciclopedia del Medieval Folklore edita dalla Oxford University Press.

Finito questo lungo cappello introduttivo, ricominciamo dalla domanda da cui siamo partiti. S’è detto e scritto tutto e il contrario di tutto, ma alla fine della fiera… che cos’era questo benedetto Samhain?

***

Innanzi tutto, sarà forse utile sgomberare il campo da un possibile equivoco: per parlare storicamente della festa di Samhain, dovremmo cercare di non fare riferimento alla rappresentazione grafica della “ruota dell’anno” – quella che viene talvolta presentata come il modo in cui gli antichi scandivano il ritmo delle stagioni. Questa, per capirci:

Una ruota dell’anno in esposizione al Museum of Witchcraft di Boscastle (UK)

In realtà, non è proprio vero che gli antichi scandissero il tempo in quella maniera. Tutte le feste che sono presenti oggi sulla “ruota” erano effettivamente celebrate dalle popolazioni barbariche pre-cristiane, ma non tutte quante contemporaneamente nella stessa area geografica. La suggestiva “ruota dell’anno” è stata creata in tempi recentissimi, mettendo assieme festività che erano sì osservate… ma non tutte assieme: in certe zone d’Europa se ne celebravano alcune; in altre zone, il focus era puntato su altre. Ma non ci risulta sia mai esistita una popolazione che le osservava tutte quante assieme… se non altro, per la valida ragione che i popoli barbarici non avevano l’abitudine di suddividere l’anno in quattro stagioni. Era una particolarità che già faceva notare Tacito, sottolineando che i Germani “hanno la nozione di inverno, primavera e estate, e hanno anche una parola per esprimere l’idea, ma ignorano concettualmente che cosa sia l’autunno”.

Tacito parlava dei Germani, per l’appunto. I Celti avevano un calendario che aveva una differenza ancor più marcata rispetto al nostro: le popolazioni locali si limitavano a suddividere l’anno in due segmenti, che potremmo definire “il periodo freddo” e “il periodo caldo”. Era esattamente questa la suddivisione che era in voga nelle isole britanniche, laddove le popolazioni conoscevano una stagione fredda (che iniziava il 1° novembre, in concomitanza con la festa di Samhain) e una stagione calda (che iniziava il 1° maggio, in concomitanza con la festa di Beltaine o Cetsamhain).
Le altre due stagioni? Vi sorprenderà, ma non compaiono prima del XII secolo. Anzi: proprio in quell’epoca viene composto in Irlanda un testo narrativo, il Tochmarc Emire, che indirettamente ci testimonia la transizione che doveva essere in corso, descrivendoci un anno ripartito in due stagioni… che però sono a loro volta suddivise in due.

Dunque, le popolazioni celtiche che erano stanziate nelle isole britanniche regolavano lo scorrere del tempo attraverso un anno bi-stagionale. E qualcuno a questo punto domanderà giustamente: “e quand’era il loro capodanno?”.
In effetti, il capodanno coincideva con il primo giorno del mese di Samhain. Sì, perché Samhain era tecnicamente un mese, grossomodo corrispondente al nostro novembre; non era insomma un giorno specifico sul calendario.
C’era però un giorno specifico nel quale si tenevano i grandi festeggiamenti. Era quello che veniva chiamato Oiché Shamhna (letteralmente, “la notte di Samhain”): le popolazioni dell’epoca lo definivano un ceann féile (che sarebbe chief festival in Inglese moderno), cioè una delle più importanti festività del calendario. Poiché i Celti avevano l’abitudine di far iniziare la nuova giornata al tramonto del sole (e non alle prime luci dell’alba), il grosso dei festeggiamenti per il primo giorno di Samhain si teneva in quella che noi definiremmo la notte del 31 ottobre (e loro invece consideravano le prime ore del 1° Novembre).

***

E fin qui ci siamo tutti (…spero), nonostante la comprensibile confusione derivante dal confrontare due sistemi di computo del tempo così diversi tra di loro.
Ai fini del nostro discorso, però, la cosa più interessante è un’altra: ma in che modo la brava gente festeggiava questa benedetta festa di Samhain o di Oiché Shamhna che dir si voglia?

A onor del vero, non è che se ne sappia molto: le nostre conoscenze sugli usi e costumi delle isole britanniche pre-cristiane sono abbastanza scarse, a dirla tutta, e per di più derivano quasi sempre da fonti tarde e di seconda mano. Patricia Lysaght descrive questa ricorrenza come una festa essenzialmente contadina, un capodanno agrario simile a quello che, in epoche successive, sarebbe stato il giorno di san Martino o di san Michele. Il periodo di Samhain era innanzi tutto e sopra tutto quello in cui le greggi tornavano dal pascolo e le mucche venivano riaccolte nelle stalle (oppure vendute in grandi fiere che si tenevano proprio in quei giorni, con tutto il consueto corollario di svaghi popolari). Il periodo di Samhain era anche quello in cui, a livello domestico, veniva macellato quel bestiame che non si intendeva conservare per l’inverno, con prevedibili grandi abbuffate di quella carne freschissima e preziosa.

Era, come sempre capitava anticamente in quelle occasioni, una festa gioiosa e dolceamara, in cui si godeva della ricchezza presente ma già cominciando a sentire nelle ossa il freddo di un inverno che sarebbe arrivato a breve, con tutto il suo bagaglio di gelo, di malattie e di stenti.
Pare che, nella percezione popolare di quelle genti, si trattasse di un “tempo fuori dal tempo” (così lo definiscono spesso gli studiosi), e cioè un tempo che è e non è, non è più estate ma non è ancora inverno; non è più il tempo tiepido della gioia piena ma non è ancora il tempo in cui angosciarsi guardando il ghiaccio stringere il mondo nella sua morsa.
Lo si percepiva come un tempo liminale, un concetto estremamente caro alla cultura antica delle isole britanniche, che da sempre vedeva i momenti di passaggio (d’ogni tipo; anche quelli delle età dell’uomo) come periodi pieni di valore, nei quali poteva anche darsi che accadessero delle cose al di fuori dell’ordinario. 

E in effetti, il folklore e la letteratura lasciavano intendere che di cose fuori dall’ordinario ne accadessero un sacco, nella notte del primo giorno di Samhain.
Ad esempio, nella mitologia, molti eroi ormai divenuti anziani morivano proprio in quella notte, come se legati al filo d’un destino misterioso. Altri eroi, per contro, consumavano in quel giorno le loro vittorie epocali: è questo il caso del mitologico Finn mac Cumaill, che proprio nella notte del 31 ottobre riuscì a sconfiggere gloriosamente un esercito di nemici provenienti dall’Oltretomba. Il che ha molto senso perché, in quel tempo sospeso, si assottigliavano secondo la mitologia le barriere che dividono il nostro mondo dall’Al-di-Là – inteso all’epoca come un regno misterioso che sicuramente ospita le anime dei defunti… ma probabilmente ospita anche i sidh, entità dalla natura indistinta, un po’ spiriti e un po’ fate.
(Avete presente l’isola di Avalon, che non si capisce bene se sia il cimitero di re Artù oppure un regno fatato dal quale l’eroe è destinato a tornare? Ecco: riduttivamente, ma grossomodo la matrice letteraria è quella).

E dunque, in quel tempo liminale, in quella notte che è e non è, si assottigliano le barriere che separano il nostro mondo da quell’altro. E dunque, gli abitanti che dimorano nell’Al-di-Là sono messi nelle condizioni di poter vagare sulla nostra terra.
C’è di che aver paura?
Beh, i sidh sono entità potenzialmente vendicative con cui è desiderabile non aver niente a che fare, ma in realtà sono soprattutto letterarie quelle tradizioni che descrivono incontri spaventosi tra gli umani e gli esponenti di quella razza. Tam Lin, di cui già vi raccontavo la storia, in quella notte rischiò di morire per mano della regina delle fate; Finn mac Cumaill, di cui vi accennavo sopra, dovette darsi un bel daffare per sconfiggere quegli sgraditi invasori dall’Oltretomba.
Ma verrebbe da dire che questi inconvenienti capitavano perlopiù ai protagonisti dei romanzi; la gente normale – a quanto ci risulta – si curava relativamente poco delle incursioni ultraterrene dei sidh, profondendo invece molte più energie nell’accogliere un’altra tipologia di visitatori ultramondani.
Cioè, le anime dei defunti.
Per la precisione, dei propri defunti.

Defunti che si riteneva potessero tornare sulla terra in quella notte sospesa e di confine – non come fantasmi da temere, ma come presenze benevole e gradite. E allora, i vivi si preparavano per accogliere i loro morti nel migliore dei modi: andavano a letto a presto (così voleva la regola non scritta, un po’ come quando aspetti la fatina dei denti o Babbo Natale). E nel coricarsi, lasciavano la tavola imbandita, permettendo che i loro cari consumassero simbolicamente il cibo che per loro era stato preparato e offerto. O ancora: dolcemente, prima di andare a letto, disponevano le seggiole davanti al caminetto che avevano lasciato acceso, in modo che davanti al fuoco le anime dei morti potessero scaldarsi quel corpo e quelle ossa che ormai più non avevano.

Si dice (e giustamente) che gli evangelizzatori giunti nelle isole britanniche reinterpretarono pian piano questo corpus di usanze, dando loro una rilettura purgatoriale e cristianizzando queste antiche tradizioni.
E a me verrebbe da aggiungere: beh, ma direi che era quasi inevitabile. Questo culto dei morti di matrice pre-cristiana non si sposava forse a meraviglia con le pratiche di pietà verso i defunti che già erano poste in essere in area cattolica? In effetti ci si sposava a meraviglia; ma questa è un’altra storia.

Una storia che, fra l’altro, ho già raccontato a puntate:

20 risposte a "La vera storia di Samhain, la festa che venne prima di Halloween"

  1. Pingback: Halloween, la storia vera. Parte I: Esiste un nesso tra Halloween e Samhain? – Una penna spuntata

    1. Lucia

      Infatti! Avevo anche fatto il paragone con il computo del tempo della Chiesa Cattolica, ma poi ho cancellato perché stavo appesantendo troppo il post (e non è detto che chi arriva qui tramite Google abbia una grande esperienza con la questione) 😅

      In realtà a noi adesso pare strano, ma fino a qualche secolo fa tutti quanti facevano iniziare il nuovo giorno al tramonto del sole, e non alle prime luci del mattino. Poi è rimasto nell’uso liturgico, ma fino a “poco fa” era proprio il modo normale di calcolare il tempo.

      Una nota curiosa che ci aveva raccontato all’università il nostro professore di Diplomatica, spiegandoci questa cosa: il “cappello alle ventitré”, si chiama così perché lo indossavi in quella maniera attorno alla ventitreesima ora del giorno, cioè quando il sole cominciava a calare. Vista la posizione del sole, i raggi solari che ormai erano bassi ti andavano negli occhi e potevano essere fastidiosi, quindi i contadini spostavano da un lato il loro cappello, inclinandolo, per usare la sua falda a mo’ di “occhiali da sole”.

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  2. Umberta Mesina

    Grazie! Come sono interessanti questi articoli. ^^
    Non è curioso che i Celti facessero cominciare la giornata al tramonto come gli Ebrei?
    Ma in effetti i Celti provenivano da Oriente: forse in tempi antichissimi era un uso diffuso e noi oggi non lo sappiamo più, come non sappiamo un sacco di altre cose.

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    1. Lucia

      Ci siamo incrociate col commento che ho lasciato sopra ad Annalisa 😆
      In realtà no, non è particolarmente curioso che i Celti facessero cominciare la giornata al tramonto, perché a dire il vero era un uso diffuso in tantissime culture (per quanto ne so io), e comunque era diffuso anche nella nostra cultura fino a pochissimi secoli fa.

      Per tutto il Medioevo e buona parte dell’età moderna anche noi in Occidente calcolavamo il tempo a partire dal tramonto del sole, e onestamente non nemmeno dire se sia stato l’uso liturgico a influenzare l’uso civile o se semplicemente quello sembrasse all’epoca il modo più sensato di scandire le giornate.
      E ti dirò che a me sembra sensato ancora adesso 🤔
      Cioè: per me, “psicologicamente”, la giornata finisce dopo cena, quando mi infilo il pigiama e mi metto a letto e inizio a cercare quale film vedere su Netflix. “Psicologicamente”, la giornata trascorsa me la sono già lasciata alle spalle, non so se ha senso e se riesco a spiegare quello che intendo. Ma penso che per gli antichi accadesse qualcosa di simile.

      Una nota curiosa che ci aveva raccontato all’università il nostro professore di Diplomatica, spiegandoci questa cosa: il “cappello alle ventitré”, si chiama così perché lo indossavi in quella maniera attorno alla ventitreesima ora del giorno, cioè quando il sole cominciava a calare. Vista la posizione del sole, i raggi solari che ormai erano bassi ti andavano negli occhi e potevano essere fastidiosi, quindi i contadini spostavano da un lato il loro cappello, inclinandolo, per usare la sua falda a mo’ di “occhiali da sole”.

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      1. Anonimo

        Ah, vedi. Mi sono chiesta spesso come mai si dicesse in quel modo, ma non avevo approfondito. Grazie! (“Diplomatica” è la scrittura, giusto? Non è che ti hanno insegnato a… fare ammuina, come ai diplomatici moderni che si fanno espellere da regimi poco democratici!)

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        1. Lucia

          🤣
          A onor del vero, la scienza che studia la scrittura è la Paleografia.
          La Diplomatica è la scienza che studia le caratteristiche formali di un documento di natura pubblica o privata. Vale a dire: qual è la sua struttura, qual è il formulario usato (e in quali modi, ad esempio, un diploma pontificio è diverso da un diploma imperiale), quali sono gli elementi che venivano utilizzati all’epoca per comprovare l’autenticità del documento (ad esempio i sigilli) e così via dicendo.

          In effetti i diplomatici di un tempo erano le persone che lavoravano nelle cancellerie e si occupavano professionalmente di queste (ed altre) cose.
          Quelli che invece studiano la Diplomatica oggi si chiamano diplomatisti 😛

          Casomai qualche matto volesse approfondire:

          https://it.wikipedia.org/wiki/Diplomatica

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  3. Francesca

    Pure io particolarmente attirata dal discorso giorno/notte riguardo al momento d’inizio della giornata… Mi ha fatto ricordare anche un tuo post sulle abitudini del sonno medievale (la “vita notturna” concepita diversamente).

    Se per caso un giorno tu avessi voglia e tempo di farci un post (sulle civiltà e culture antiche in giro per il mondo che facevano iniziare la giornata alla sera anziché alla mattina) lo leggerei con molto interesse. Compreso – se fosse possibile – un minimo di approfondimento su Chiesa e cattolicesimo occidentale… e quando/perché si passò (perlomeno nella vita dell’uomo comune) alla mentalità odierna.

    Senza impegno, eh. Ché in ogni caso pubblichi articoli interessanti. Grazie 🙂

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  4. Umberta Mesina

    A proposito di uso liturgico, hai scritto qualche articolo appunto sull’inizio della giornata liturgica cattolica al tramonto?
    So che ora, dopo il Concilio, si è tornati a questo uso, perciò il giorno di festa inizia coi primi Vespri del giorno precedente. Partendo dal termine “tornati”, ho sempre creduto che l’uso a un certo punto di fosse perduto, poiché so che era anche l’uso della Chiesa nei primi tempi.
    Solo che non so bene dove cercare per capire quando (se) si è perduto.
    Se non hai scritto articoli, mi potresti indicare qualche testo?
    Grazie. Umberta

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    1. Gabriele Simion

      Se vedi nei breviari preconciliari quasi tutte le feste più importanti (sia del Signore che della Madonna e dei santi) e la domenica avevano un ‘primo vespero’ del giorno prima che da ufficialmente il via alla celebrazione
      Non c’erano invece le Messe vespertine, perché l’Eucaristia doveva essere celebrata il più possibile vicino all’alba sia perché per fare la Comunione si doveva essere digiuni dalla mezzanotte precedente, e quindi fare una Messa serale era un problema
      In compenso moltissime feste avevano una Vigilia il giorno precedente, con Messa e ufficio propri: tra queste anche Tutti i Santi, che scomparve negli anni “50

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    2. Francesca

      Per Lucia, Umberta, Gabriele e altri interessati.
      L’unica info certa che sapevo io (ma non ho mai indagato oltre su questo tema)
      è la seguente decisione del 1953 in forma di Costituzione Apostolica di Pio XII – che praticamente riguarda un (parziale) cambiamento del digiuno eucaristico. In quell’ambito e per tutte le motivazioni accuratamente addotte (vedi link),
      si legge nel documento anche il paragrafetto che ci interessa:
      “VI. Se le circostanze necessariamente lo esigono concediamo agli Ordinari dei luoghi di permettere la celebrazione della santa Messa nelle ore vespertine, la quale, tuttavia, non può avere inizio prima delle sedici, nelle feste di precetto, non escluse quelle soppresse, nei primi venerdì del mese, e in quelle altre solennità che vengono celebrate con grande concorso di popolo; e una volta durante la settimana; osservato dal sacerdote il digiuno di tre ore relativamente al cibo solido e alle bevande alcooliche e di un’ora quanto alle altre bevande non alcooliche. Durante tali Messe, poi, i fedeli potranno accostarsi alla santa Comunione, purché abbiano osservato il digiuno come è prescritto per il celebrante, fermo il disposto del can. 857”.
      Da quello che avevo capito io, è a partire da quell’anno che si introduce o re-introduce (?) la Messa festiva celebrabile a partire dal pomeriggio-sera precedente la giornata festiva.
      [Oggi molti la definiscono pre-festiva sebbene i liturgisti dicono sempre che il termine è sbagliato in quanto quella Messa è festiva a tutti gli effetti].

      https://www.vatican.va/content/pius-xii/it/apost_constitutions/documents/hf_p-xii_apc_19530106_christus-dominus.html

      P.s. mi associo anch’io alla richiesta di Umberta a Lucia:
      se non ci sono tuoi articoli al riguardo e se non hai intenzione di redigerli in futuro, grazie se vorrai indicarci buoni link o buoni libri su questi argomenti.

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  5. Luca Farina

    Facciamo un po’ di ordine. La liturgia cattolica desume molti elementi dalla tradizione ebraica e romana, secondo le quali il giorno iniziava dal tramonto del giorno precedente. La liturgia, poi, ha computato i giorni a partire dal Primo Vespro del giorno precedente, eccezion fatta per le ferie. Le feste maggiori sono dotate anche di un secondo vespro, divenendo dei giorni più lunghi.
    Sulla Messa vespertina: è vero che Pio XII la introdusse negli anni ’50 ma essa è, anzitutto, una prassi poco tradizionale (per una serie di questioni anche cosmologiche) e soprattutto fa celebrare la Messa del giorno, non di quello successivo. Mi spiego: se io celebro alle ore 18 del 31 dovrò fare la vigilia, non la Messa del giorno.
    Diversamente, con le rubriche nuove, si introduce il concetto assurdo di “messa pre-festiva”, cioè di messa del giorno celebrata nelle ore vespertine del giorno precedente, creando diversi problemi con l’ufficio. Ma ciò è possibile in un sistema, qual è l’attuale, in cui ormai è data una considerazione bassa alla Liturgia delle Ore. Sul tema, invito a leggere lo scritto dell’amico e collega direttore di Traditio Marciana: http://traditiomarciana.blogspot.com/2020/08/critica-storico-simbolica-della-messa.html?m=1

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  6. Umberta Mesina

    Chiedo scusa, ho sbagliato a parlare di uso liturgico.
    In realtà, ho appena trovato un racconto di fine Ottocento in cui la Via Crucis si svolge la sera del Giovedì Santo, cosa che oggi parrebbe un pochino strana. Perciò ero curiosa di capire se prima del Concilio si agisse così (possibile solo se il giorno liturgico inizia al tramonto) oppure se si tratti semplicemente di un errore. Ma la Via Crucis è una paraliturgia, credo.
    Quanto al digiuno, anche quello non credo sia un atto liturgico ma disciplinare. Insomma, ho le idee un po’ confuse.
    Ho sempre avuto l’impressione che coesistessero due usi paralleli, quello liturgico (tramonto) e quello civile (romano, la gornata inizia al mattino: perciò Nostro Signore muore verso l’ora nona).
    Scusatemi di nuovo. Per una che si occupa di comunicazione è molto interessante vedere che, quando ho parlato di uso liturgico e tramonto, avete pensato alla messa cosiddetta “prefestiva”, cioè la sola cosa che non mi interessa 🙂 ma sono io che vi ho fuorviato.

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    1. DarkMiryam

      Da pagana non posso fare altro che ringraziarti per questo articolo davvero ben fatto ed esaustivo.
      Confermo inoltre che, fino a non molti anni fa, i nostri avi usavano festeggiare la fine dell’anno agrario proprio durante la notte tra il 31 ottobre ed il primo novembre. Tra l’altro credo che in alcuni paesini qui in Italia sia ancora in uso accendere dei falò propiziatori affinchè l’inverno non porti con sé carestie e siccità.

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