Quando sono nate le ostie per la comunione?

Io mi rendo conto che faccia anche un po’ ridere esordire dicendo che è stato san Vandrillo a inventare le ostie come le conosciamo oggi. Però, oh: la leggenda dice questo, quindi prendiamola per buona e andiamo avanti.

Leggenda narra di come san Vandrillo, monaco presso l’abbazia di Fontenelle, avesse ricevuto l’incarico di preparare i pani da consacrare durante la messa di Natale. Faceva un freddo boia, in quelle settimane; e poiché san Vandrillo era scemo era animato da un forte spirito ascetico, aveva fatto di voto di sopportare il gelo senza fare nulla per scaldarsi, al fine di espiare in tal modo i suoi peccati. Sicché, quando fu incaricato di mettersi ai fornelli, si trovò in grave imbarazzo: come poteva fare, per cuocere le pagnotte senza rischiare di scaldarsi le ossa al piacevole tepore del forno?

Dopo lunghe meditazioni, l’arguto san Vandrillo pensò bene di dotarsi di una lunga tenaglia di ferro alla quale aveva applicato due piastre di metallo atte a contenere l’impasto di farina. E così, brandendo le sue tenaglie e lavorando a distanza di sicurezza, il pio monaco riuscì a sfornare centinaia di pagnottelle continuando orgogliosamente a battere i denti per il freddo. Certo: più che pagnotte, gli uscirono dei crackers; compresso dalla tenaglia, il pane si schiacciò diventando tondo e piatto. Ma il risultato non dispiacque affatto ai confratelli di san Vandrillo, che anzi apprezzarono molto questo nuovo tipo di pane che si conservava a lungo e si stoccava facilmente. Entro pochi anni, la provvidenziale scoperta di san Vandrillo aveva guadagnato un tale consenso da diventare la norma per la cattolicità intera: quanta gratitudine dobbiamo tributare a questo santo monachello infreddolito!

***

Evidentemente, è solo una leggenda. Non del tutto implausibile però, quantomeno se badiamo alla cronologia: Vandrillo muore nel 668, ed è proprio sul finire di quel secolo che comincia lentamente a farsi strada, nella Chiesa occidentale, l’idea che il pane da consacrare durante la Messa debba essere preferibilmente piatto, non lievitato. Una distinzione importante: perché di norma, fino a quel momento, quello che veniva consacrato alla mensa eucaristica era pane nel pieno senso del termine – lievitato, alveolato e con la crosticina scura; il classico pane che si porta in tavola. Le ostie non esistevano ancora, per capirci; e se a inventarle non fu san Vandrillo, fu sicuramente un qualche suo collega vissuto non troppo tempo dopo di lui.

Probabilmente, le ostie come le conosciamo oggi cominciarono a essere sperimentate nel corso dell’VII secolo. Nel 798, Alcuino di York era dell’idea che il pane da consacrare nel corso della messa dovesse necessariamente essere azzimo, come quello usato da Gesù nel corso dell’ultima cena. Qualche tempo dopo, Rabano Mauro faceva notare che l’Antico Testamento era molto esplicito nel vietare d’usare pane lievitato per i sacrifici; sicché sarebbe stato sicuramente preferibile usare pane privo di lieviti, nel corso della celebrazione eucaristica. Entro il IX secolo, l’usanza doveva già essere consolidata: numerosi autori sembrano darla per scontata e gli archivi ecclesiastici cominciano a testimoniare l’acquisto massivo di stampi per ostie, quasi sempre decorati in modo tale da imprimere sulla cialda immagini a tema religioso.
Ancor più significativamente: il X e l’XII secolo ci consegnano le proteste dei tradizionalisti liturgici che si dicono scandalizzati da questa evoluzione, invocando il ritorno alla “messa di sempre” in cui i preti celebravano l’eucarestia “come Dio comanda” (e soprattutto, come comandavano effettivamente alcuni canoni scritti in precedenza).

Ma con buona pace dei soloni (fra i quali va citato senz’altro Eccardo IV di San Gallo), le ostie piatte si imposero con facilità in tutta la Chiesa occidentale. Venivano preparate esclusivamente da religiosi, seguendo le tappe di un rituale solenne che potremmo facilmente spingerci a definire “quasi sacro”. I cereali necessari per la preparazione dell’ostia venivano selezionati chicco a chicco, versati in un sacco appositamente creato per l’uso, portati nottetempo in un mulino e lì macinati da religiosi che indossavano i paramenti sacri. Prima di passare alla preparazione delle cialde, i monaci dovevano purificarsi e recitare apposite preghiere: dopodiché, si procedeva alla cottura, che a sua volta veniva effettuata da religiosi che indossavano paramenti al posto del grembiule ed era incessantemente accompagnata dal dolce salmodiare di preghiere e inni sacri.

Non si trattava ancora delle ostie che conosciamo oggi. A giudicare da quanto scrivono le fonti d’epoca, tutto ci spinge a immaginare che quelle prime cialde eucaristiche conservassero ancora le dimensioni delle pagnotte da portare in tavola. Sappiamo ad esempio che era consuetudine impilarle sopra il calice; alcune fonti ci parlano di pani eucaristici che erano sufficientemente grandi da fornire particole per intere settimane.
Col passar del tempo, però, ci si rese conto che la caratteristica consistenza delle ostie, ben più secche rispetto alle pagnotte, le rendeva estremamente friabili. Per evitare che, nello spezzare ripetutamente il pane, se ne potessero accidentalmente disperdere frammenti, i religiosi avvertirono l’esigenza di preparare… ostie monoporzione.

Nacquero così le piccole ostie tonde che ancor oggi riceviamo al momento della comunione. Che (c’è bisogno di dirlo?) non piacquero a tutti: anche in questo caso vi fu chi le criticò osservando che i nuovi pani eucaristici sembravano vili monete, più adatte al banco di un cambiavalute che a un luogo di preghiera. E alcuni autori, incassando la critica, seppero rileggerla in chiave positiva: sì, le ostie sono come monete, che con generosità vengono dispensate dal Re celeste e messe in circolazione in tutto il mondo. Sono monete davvero, e tra le più preziose: le uniche attraverso cui si può comprare il privilegio di stare a tu per tu con Dio.


Per approfondire, il testo da leggere è assolutamente Pasto Divino. Storia culinaria dell’eucaristia di Anselm Schubert (Edizioni Carocci).

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