“E infatti, è roscio”: storia di Giuda e dei suoi capelli rossi

Uno dei pochi passi del Vangelo in cui si parla dell’Iscariota ce lo siamo sentiti leggere stamattina; eppure, non mi risulta nel corso della Passio ci vengano forniti dettagli sull’hairstyle di Giuda al momento del fattaccio. E questo è un dettaglio indubitabilmente curioso, giacché l’intera comunità cristiana sembrerebbe aver trovato consenso unanime su un punto fermo: Giuda Iscariota aveva i capelli rossi.
Sul serio, eh: provate a fare mente locale. Dalle più antiche miniature medievali, su su attraverso i dipinti di Giotto e dei grandi artisti del Rinascimento, fino ad arrivare a opere decisamente moderne, Giuda Iscariota ha quasi sempre i capelli rossi.
E vien da chiedersi, davvero, da dove nasca una credenza così radicata – radicata ma senza radici, se mi permettete il gioco di parole. Non solo i quattro Vangeli canonici non forniscono dettagli sulla capigliatura dell’apostolo traditore, ma neppure andando a spulciare i Vangeli apocrifi riuscireste a trovare un singolo versetto contenente una descrizione fisica dell’Iscariota.
E allora?!

E allora ci viene in aiuto l’eccellente Michel Pastoureau, che alla valenza simbolica del colore rosso nel corso della Storia ha dedicato un intero libro: Rosso. Storia di un colore, edito in Italia da Ponte alle Grazie.
Secondo le indagini di Pastoureau, Giuda comincia a sfoggiare una capigliatura vistosamente fulva attorno alla metà del IX secolo, negli scriptoria monastici della zona renana. Da lì in poi, gradualmente, la moda iconografica si espande: prima nelle miniature, poi nelle altre arti figurative. Entro il XIII secolo, sarà praticamente impossibile trovare una rappresentazione di Giuda in cui l’Iscariota non sfoggi una fantastica capigliatura fulva, spesso accompagnata da barbetta dello stesso colore.

Copia Cenacolo Giacomo Raffaelli
Giacomo Raffaelli, Copia del Cenacolo (Chiesa dei Minoriti, Vienna)

Perché?

Beh: in primo luogo, per una banale esigenza artistica. Fin da quando i pittori hanno cominciato a dipingere scene della Passione, si sono trovati in imbarazzo a dover gestire quel pasticciaccio dell’Ultima Cena: tredici persone sedute allo stesso tavolo, e bisogno assoluto di rendere immediatamente identificabili i due attori principali dell’evento. Nei primi dieci secoli di arte cristiana, i poveri artisti si son dannati cercando di rendere riconoscibile Giuda Iscariota attraverso tutta una serie di tratti distintivi: bassetto, furtivo, peloso, dallo sguardo malevolo, l’apostolo traditore è stato dipinto un po’ in tutte le salse, a seconda dell’estro del singolo pittore.
Avere a disposizione un’iconografia unica e universalmente riconosciuta faceva sicuramente comodo a tutti quanti. E così fu.

Giuda Cappella Scrovegni
Il Giuda della Cappella degli Scrovegni

Però torniamo alla domanda di prima: ok, ma perché proprio i capelli rossi?

Quello dei capelli fulvi è un mistero misterioso, perché tantissime culture tendono ad attribuire significati negativi ai pel-di-carota. Riduttivamente, tanti danno la colpa all’influsso della Chiesa Cristiana: “e te credo che il rosso è visto male: è il colore del diavolo…”.
A parte il fatto che il diavolo, semmai, nasce di colore nero, e diventa rosso solo a posteriori proprio perché il rosso è il colore del Male. Ma a parte questo, i pregiudizi negativi sulla gente dai capelli rossi nascono molto prima del Cristianesimo: nell’Antico Egitto, Set, il dio del Male, era rosso di capelli, così come roscio, per i Greci, era Tifone, nemico giurato di Zeus. Nella Roma imperiale, definire “rufus” un individuo equivaleva a insultarlo, e i capelli rossi sulla maschera degli attori stavano a identificare un personaggio qualificabile come buffone.
Verrebbe da pensare che questo pregiudizio fosse assente almeno nel Nord Europa, laddove la percentuale di rossi tra la popolazione è molto più alta che altrove. E invece no: sono rosse di capelli le divinità più violente ed aggressive, così come è fulvo Loki, il padre di tutti i demoni.

‘nsomma: per ragioni misteriose, i rosci vengono guardati con sospetto più o meno da ogni cultura, e più o meno in ogni periodo storico. Erede delle credenze germaniche e greco-romane, il medioevo cristiano non poteva essere da meno: ed ecco il Traditore per eccellenza beccarsi quell’attributo iconografico che da sempre stava ad indicare la Malvagità Incarnata.

Ultima Cena Carl Bloch
Un rosso Giuda nella moderna “Ultima Cena” di Carlo Bloch

Il roscio Iscariota, peraltro, è in buona compagnia – si fa per dire.
Nell’immaginario medievale, sono rossi di capelli anche Gano, il traditore geloso della Chanson de Roland, e il crudele Mordred, figlio incestuoso di re Artù pronto, per avidità, a tradire suo padre. Per non parlare poi di una vasta serie di individui poco raccomandabili (lenoni, prostitute, usurai, falsari, pirati sacareni, adulteri, menzogneri), che – nei proverbi, nelle opere didattiche, nei romanzi cavallereschi – hanno sempre, e immancabilmente, una capigliatura che farebbe invidia al Malpelo. Per la sensibilità medievale, è così radicata la credenza sulla malvagità degli individui dai capelli rossi che, in quei secoli, circola in Germania una falsa etimologia per cui il soprannome “Iscariota” deriverebbe dal tedesco “er ist gar rot”: “e infatti è rosso”.

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Il Giuda di Joos van Cleve

Ma perché tutto questo sospetto nei confronti degli individui dai capelli rossi? Lo storico fatica a darsi una risposta, tantopiù che la valenza negativa delle capigliature fulve è, come dicevo, presente anche in culture come quella celtica e scandinava (!) in cui i rosci costituiscono una bella fetta della popolazione.

Alcuni antropologi sospettano che, dietro a questo pregiudizio, possa esservi una diffidenza ancestrale verso quella che – con buona pace dei rossi naturali in ascolto – è, effettivamente, una mutazione genetica. La colorazione rossastra dei capelli è data una variante nella regione MC1R nel cromosoma 16: non chiedetemi dettagli perché non sono in grado di fornirne, ma mi sembrerebbe di capire che i rossi siano in realtà dei castani “venuti male”, a causa di un’alterazione genetica senz’altro innocua… ma che potrebbe aver spaventato mica poco i nostri progenitori.
Pensate un po’ alla vostra reazione se, a causa di una mutazione genetica, vi nascesse un figlio coi capelli verdi. Brr!

Secondo altri ricercatori, la generalizzata diffidenza verso i capelli fulvi è dovuta ai singoli individui che per primi sono arrivati in Europa con capigliature di questo tipo. Si ipotizza che i Vichinghi fossero prevalentemente rossi di capelli (e infatti, ancor oggi, la maggior concentrazione di pel-di-carota si ha in territori in cui i norreni si sono insediati: Isole britanniche e penisola scandinava). Non so se avete mai guardato qualche puntata dell’(ottima) serie Vikings, ma se questi barbari invasori dediti alle razzie sono stati il “biglietto da visita” per i capelli rossi in Europa… beh: diciamo che per le popolazioni autoctone potrebbe non esser stato amore a prima vista.

C’è poi un altro possibile fattore: e cioè, che i capelli di colore fulvo vanno quasi sempre di pari passo con una pelle molto chiara, macchiettata di lentiggini.
Ora: io, le lentiggini, le trovo deliziose, ma non dello stesso avviso dovevano essere i miei antenati, per i quali le malattie della pelle erano un problema endemico, diffuso, grave e, per di più, potenzialmente contagioso. Per l’uomo medievale, le macchie sul corpo umano sono per definizione impure e degradanti – se non altro perché la gente, di norma, non ha vistose macchie in faccia, e, di norma, se al mattino ti guardi allo specchio e ti scopri puntinato, minimo minimo ti prendi un colpo pensando a una brutta malattia esantematica.
In un certo senso, un visetto lentigginoso incorniciato dai capelli rossi doveva sembrare, agli occhi dei nostri antenati, la faccia di uno “che è già nato malato”, se capite cosa intendo. Un reietto per natura o qualcosa di molto simile. E a questa dimensione di impurità cagionevole si aggiungeva, per buon conto, anche un’inquietante componente di animalità: i fulvi hanno un pelo che ricorda quello degli animali; per di più, vanno in giro maculati come le belve feroci della savana. Non soltanto falsi e viziosi come la volpe, ma anche feroci e sanguinari come il leopardo!

E insomma: fatte queste premesse, non c’è da stupirsi che il perfido Giuda assuma – simbolicamente – una capigliatura di colore fulvo, nell’iconografia medievale e oltre.
È come se il suo stesso corpo si presentasse al mondo macchiato di quel divino sangue che per sua mano è stato versato. È come se sul suo viso già si riverberassero la fiamme dell’Inferno a cui il Traditore era destinato.

Bacio di Giuda
Il bacio di Giuda in Ary Scheffer

 

Il traditore

Si arrampicò sulla cima dell’albero, la corda arrotolata e caricata sulle sue spalle. La corteccia ruvida gli spelava leggermente le mani, man mano che lui saliva; ma sembrava quasi non accorgersene.
Tutt’intorno, era il silenzio. Le prime luci dell’alba cominciavano a illuminare le case di Gerusalemme: il silenzio della notte era rotto solamente dal cinguettio di qualche uccello, in lontananza.
Quando arrivò sul ramo più alto, Giuda si fermò per un istante. Lanciò un ultimo sguardo alla sua Gerusalemme, col volto rigato dalle lacrime. E poi, prese il cappio che portava in spalla e, lentamente, lo srotolò: saggiò la resistenza del ramo dandogli un colpo con la mano, e poi legò un’estremità della corda all’albero.

Continuò a piangere, in silenzio.

Preparò un nodo scorsoio. Andò sicuro: non era certo la prima volta. Controllò che il cappio fosse abbastanza grande, e che la corda scorresse bene. A quel punto si fece scappare un singhiozzo, e incominciò a tremare. Si infilò il cappio attorno al collo, velocemente, prima che la paura gli potesse far cambiare idea. E prima di saltare, sollevò per un’ultima volta gli occhi lucidi verso il cielo buio.
Perdonami”, implorò.
E si lasciò cadere.

***

Quand’è stato il giorno in cui Guida ha effettivamente deciso di uccidersi?
Venerdì?
Sabato?
Dal nostro punto di vista, si tratta in ogni caso di un dettaglio trascurabile. Di Venerdì Santo, si digiuna… e di Sabato Santo, pure. Di conseguenza, i Cechi e gli Slovacchi consumano questo piatto nella sera del Giovedì Santo… che poi, in fin dei conti, è esattamente il momento in cui Guida ha consumato il suo grande tradimento.

Mi ha colpita una riflessione che ha fatto qualche giorno fa il mio parroco, nell’omelia della Missa in Coena Domini. Ci ha fatto riflettere su tutti i tradimenti che si sono consumati quella notte, nell’Orto degli Ulivi.
Giuda che consegna Gesù al Sinedrio; okay.
Ma anche gli apostoli che fuggono in massa, alla vista delle guardie.
Pietro che rinnega Cristo, non una ma ben tre volte.
I tre discepoli che si addormentano, incapaci di vegliare Gesù che piange solo nel Getsemani.
E noi, in quale di questi tradimenti ci riconosciamo?

Apparentemente sembra ridicolo – quasi offensivo, oserei dire – inserire in un menù di Pasqua un dolce come lo Jidase. Lo si capisce fin dal nome: è un dolce dedicato a Giuda. La sua forma lunga e arrotolata vuole ricordare il cappio con Giuda si impiccò, sopraffatto dall’orrore per ciò che aveva compito.

Ma a pensarci bene, mi sa tanto che i Cechi e gli Slovacchi hanno avuto un’idea geniale.
Perché… : la Passione di Cristo è il resoconto di una serie di tradimenti inanellati gli uni agli altri, ancor più dolorosi perché provengono da quelle persone che, più di tutte, Gesù chiamava “amici”.
E allora è giusto evidenziarli, e rifletterci, e domandarci seriamente che cos’avremmo fatto, noi, al posto degli apostoli.

E allora – anche se sembra una cosa assurda, ma invece non lo è – è anche giusto festeggiar la Pasqua con un dolce che, per il suo significato e la sua forma, ci ricorda la facilità (e forse anche la “buona fede”, la convinzione d’esser nel giusto) con cui Giuda ha tradito Cristo, tanti anni fa.

Davvero noi ci comporteremmo diversamente?
Davvero noi saremo sempre fedeli al Cristo?

Lo diceva anche Pietro, sol per quello.

La comida del hambre

Si asciugò con un panno le mani bagnate d’acqua; poi, indossò di nuovo il suo mantello.
Alzò il capo, lentamente, e lanciò un’occhiata silenziosa ai dodici apostoli che ricambiavano il suo sguardo, ancora confusi per quel gesto assurdo di cui erano appena stati  fatti oggetto.

La cena era già pronta: la brocca con il vino e le pagnotte infarinate stavano già al centro del tavolo, debolmente illuminate alla luce delle candele. Ma prima di avvicinarsi a tavola, Gesù volle guardare ancora una volta i dodici compagni che lo avevano seguito fino a quel punto.
Si allontanò di un passo, per poterli abbracciare tutti quanti con lo sguardo. E poi posò i suoi occhi su ognuno di loro, lungamente, e nel silenzio: guardò l’anziano Pietro, assieme a Giacomo e Giovanni; guardò Bartolomeo e Tommaso, che sedevano vicini. Il suo sguardo si posò su Filippo e poi scivolò su Matteo, Giuda Taddeo e su Giacomo. Accennò un sorriso a Simone, che lo stava guardando ancora confuso, e poi fissò a lungo l’Iscariota. Lo guardò senza dir niente; e lui abbassò lo sguardo.
Rimase immobile per qualche secondo, come a voler imprimere per sempre nel suo cuore il volto di quelle persone che avevano camminato assieme a lui, lasciando tutto ciò che avevano per seguirlo e farsi suoi.
Forse è esagerato, dire che era commosso.
Però, ci si avvicinava.
Quando parlò, la sua voce vibrava di affetto, di solennità, ed anche di riconoscenza. “Ho desiderato moltissimo mangiare questa Pasqua assieme a voi”, disse piano, “prima della mia passione”.

***

Lo chiamano popolarmente la comida del hambre, “il pasto dell’affamato”.
In effetti, la fanesca porta su di sé un ingrato compito: dev’essere sufficientemente ricca per sostenere i commensali durante il durissimo digiuno che li attende: il Venerdì Santo bussa già alle porte.

Piatto tipico della cucina ecuadoriana, la fanesca è tradizionalmente consumata alla sera del Giovedì Santo.
Sia chiaro: di piatti consumati alla sera del Giovedì Santo, è pieno il mondo: fin da quando si è cominciato a digiunare, si è sentita l’esigenza di consumare un ultimo pasto – nutriente il più possibile – alla sera del Giovedì. E poi, a ben vedere… cosa c’è di più di adatto di una cena, per commemorare… beh… una Cena?

Generalmente, dando prova di apprezzabile creatività gastronomica, le cucine popolari hanno pensato bene di commemorare l’Ultima Cena dando origine a un menù a base di pane e vino.
La fanesca, invece, mi ha incantata proprio perché è un piatto originale: consumata il Giovedì Santo, non contempla l’uso di vino e nemmanco di farinacei…
…ma bensì di pesce.
Di legumi, e pesce.

La natura degli ingredienti, a dirla tutta, non è neanche così importante.
Il “pezzo forte” del piatto dovrebbe essere il baccalà – ma al limite si può sostituire con un qualsiasi altro pesce, a seconda di come ci piace.
I legumi dovrebbero essere legumi tipici dell’Ecuador (e, di conseguenza, piuttosto introvabili da queste parti). Gli ecuadoriani immigrati negli U.S.A. hanno riadattato la ricetta secondo le disponibilità del mercato occidentale, e suggeriscono ad esempio la seguente sfilza di ingredienti: mais, piselli, arachidi, chicchi di riso, nonché lenticchie, fave, chicchi di grano, abbondanti ceci, e, infine, semi di lupino bianco. Ad essi si aggiungono, un po’ da intrusi, fette di zucca, cavolo, e rondelle di zucchini.
Ma anche questo, al limite, può esser stravolto senza problemi: l’importante non è usare proprio quei dodici ingredienti lì – l’importante, semmai, è usarne proprio dodici.

Dodici legumi diversi.
E il pesce.
Cominciate ad intuire?

: proprio così.
La fanesca – a differenza di tanti piatti consumati il Giovedì Santo – non rievoca l’Ultima Cena attraverso quei due ingredienti che l’hanno portata alla Storia: il pane e il vino.
La fanesca rievoca l’Ultima Cena ricordando le persone che erano persenti lì a quel tavolo: dodici tipi di verdure, che simboleggiano gli apostoli, radunate attorno a un pesce. Che ovviamente, simboleggia il Cristo.

E allora, preparare la fanesca diventa quasi una preghiera… o, quantomeno, una meditazione assorta su quei dodici apostoli che hanno formato la prima Chiesa.

Erano tipi semplici, di per sé. Gente “da poco”.
Se io volessi preparare un piatto che ricordi i Dodici, sceglierei magari, per dare loro il massimo onore, dodici tipi di formaggi prelibati, o di affettati succulenti. Ma sbaglierei: se gli Apostoli fossero cibo, in effetti, me li vedrei bene come legumi.
Un cibo semplice, dimesso… indubbiamente buono, eh!; ma senz’altro non è caviale.

La fanesca è una zuppa: i dodici legumi vengono fatti cuocere, poi vengono uniti al pesce, e, infine, legati assieme con una salsa… ma, secondo la tradizione, i dodici legumi vanno fatti rigorosamente cuocere in dodici pentolini diversi: uno per tipo. Non bisogna mescolarli mai, prima di versare tutti gli ingredienti nella zuppa vera e propria.
“Che spreco di energia”, direte voi.
“Che significato splendido”, ribatto io. La tradizione vuole che i dodici legumi vengano fatti cuocere a parte – ognuno nel suo pentolino – proprio perché la gente si ricordi che la Chiesa non è una massa informe in cui tutti i fedeli si fondono in un magma indifferenziato (e magari anche un po’ sciapito). La Chiesa è un insieme di persone prese nella loro meravigliosa singolarità: tanti carismi diversi, tante inclinazioni differenti, tanti sapori inconfondibili. Che poi si uniscono tutti quanti per dar vita alla Chiesa, certo: ma che sono sempre diversi e singoli, pur nell’unità.

E poi, il pesce.
Simbolo per eccellenza del Signore Gesù Cristo, il pesce sta in mezzo ai Dodici, insaporisce l’intera zuppa, e fornisce al piatto una valida ragion d’essere.
Perché… sì, diciamolo: un’accozzaglia di verdure e di legumi mescolati assieme – beh – non è certo nouvelle cuisine.  D’accordo, è commestibile: ma si tratta pur sempre di un’accozzaglia di legumi, che son finiti lì per caso e che non son certo ‘sta meraviglia immensa.
Ma se prendi questi ingredienti e ci aggiungi dell’ottimo pesce… beh… allora sì che l’intera cosa comincia ad avere improvvisamente un senso.

In buona sostanza, per chi volesse provare, il procedimento è questo: i legumi, puliti, vengono fatti cuocere separatamente; le verdure, pulite, vengono fatte cuocere separatamente; si prende il pesce, lo si fa cuocere, e poi lo si taglia a pezzettini. Si crea una crema molto semplice, a base di latte, spezie, e dado vegetale, e si versano al suo interno tutti quanti gli ingredienti, affinché il gusto si amalgami. Alcuni, a questo punto, aggiungono anche una punta di formaggio, per insaporire ulteriormente il tutto. E infine, un altro ingrediente che non può mancare mai è, naturalmente, l’uovo, dar prendere già sodo e da tagliare in grosse fette. Simbolo pasquale riconosciuto in tutto il mondo, l’uovo allude, ovviamente, alla Resurrezione che si avvicina.

I Dodici e il Signore, uniti a tavola ancora una volta, nella sera del Giovedì Santo, per ricordarci simbolicamente quella che è stata la prima Chiesa.

I piatti tipici per il Giovedì Santo sono infiniti, e tutti quanti molto belli. Ma questo, in particolare, mi sembrava anche originale… e, per il suo significato, splendido.

L’oro dei Re Magi

Mentre il profumo d’incenso saliva al cielo, Maria contemplava silenziosamente il cofanetto con la mirra. Era uno sguardo fisso, spento; come quello di chi osserva un destino ineluttabile.
Si riscosse solo quando suo marito le cinse una spalla per abbracciarla, e le mostrò, con un sorriso a trentadue denti, lo scrigno di preziosi che i Re avevano donato loro.
C’erano diamanti, rubini e calici d’oro massiccio sufficienti per sfamare un intero esercito. E poi – a dimostrazione che quei sapienti erano davvero saggi – c’era anche un sacchetto di denari da utilizzare per far fronte alle spese quotidiane, dunque più immediate.
Mentre Maria allattava il suo bimbo, Giuseppe svuotò il sacchetto sul tappeto e ne saggiò il contenuto. Erano trenta denari d’argento: trenta sicli di Tiro rotondi e luminosi, che scintillavano fieramente alla luce delle candele.
Giuseppe guardò sua moglie e le sorrise, rimettendo a posto i soldi.

E poi fu paura; angoscia; fuga; concitazione.
Dopo che l’angelo ebbe visitato Giuseppe in sogno, tutto avvenne come d’un lampo. La sveglia a Maria, il bambino che piange, radunare le proprie cose, fissare le sacche sull’asinello, il bambino che piange ancor più forte, fermarsi per zittirlo, salire in sella all’asino, fuggire disperatamente, lontani da Betlemme…
Non fu un viaggio facile, e non fu un viaggio indolore. Nella concitazione della fuga, il sacchetto delle monete, malamente legato all’asino, si slacciò e cadde nel deserto, finendo nella sabbia.
Quando Giuseppe si accorse della perdita, era troppo tardi per tornare indietro. E in fin dei conti, l’aver perso un sacchetto di monete gli sembrava davvero il minore dei problemi, ormai…

Quando il beduino trovò il sacchetto, pensò di star avendo un colpo di calore. Probabilmente aveva le visioni: non poteva essere vero.
La tempesta di sabbia si era appena quietata, e le dune del deserto erano state come erose dal vento, dopo quei giorni di bufera che lo avevano costretto ad accamparsi in mezzo al nulla.
E a poca distanza da lui, sotto ai raggi del sole battente, scintillava con insistenza qualche cosa di splendente.
Il beduino si avvicinò, aggrottando le sopracciglia. E restò incredulo nel trovarsi di fronte a un sacchetto di monete, che il vento aveva appena riportato alla luce da sotto la sabbia che le aveva avvolte.

Il vecchio si chinò a guardarle. Storse il naso: erano monete vecchie, coniate almeno una trentina d’anni prima. Chissà da quanto tempo erano sotto la sabbia. Chissà chi era, che le aveva perse.
All’epoca, probabilmente, un sacchetto di quel tipo aveva un suo valore, niente affatto indifferente. Ora come ora, una somma di quel genere equivaleva forse allo stipendio mensile di un bracciante.
Il beduino si strinse nelle spalle, pensando ‘meglio che niente’. Legò il sacchetto di monete al suo cammello e si rimise in stella, puntando verso Nord. Gerusalemme era vicina.

A Gerusalemme, ci arrivò più morto che vivo – e, se non fosse stato per l’aiuto dei suoi compagni di carovana, forse forse non ci sarebbe arrivato proprio.
Le vie di Gerusalemme brulicavano di persone che giungevano in città per fare affari; e non fu facile riuscire a trovare un alloggio per il beduino ammalato, che da alcuni giorni ormai giaceva scosso dalle febbri.
I suoi compagni di viaggio, nel tempo lasciato libero dai loro impegni di lavoro, avevano cercato in lungo e in largo qualche medico che riuscisse a curare il loro amico… ma apparentemente, era tutto inutile. Il beduino aveva anche fatto circolare la voce di esser ricco, di poter pagare bene: aveva trenta sicli d’argento a sua disposizione; sarebbero stati la ricompensa per il medico che fosse riuscito a curarlo.
Tanti dottori si avvicendarono al suo capezzale, ma nessuno di loro riuscì a riscuotere l’ambito premio.

E poi, i compagni di carovana arrivarono nella sua stanza annunciando di aver trovato, forse, una soluzione. Dissero di aver sentito di un tale che da qualche tempo, a Gerusalemme, compiva guarigioni prodigiose: ridava la vista ai ciechi, curava i paralitici, mondava i lebbrosi e guariva gli idropici.
Caricarono su un carro il vecchio beduino, pallido come un cadavere e avvolto nelle coperte. E lo portarono al cospetto del guaritore; e lo implorarono; e coloro che stavano accanto al medico intercedettero in favore del beduino; e l’uomo acconsentì infine a curare l’ammalato.
Gli posò le mani sulla fronte; gli disse poche parole.
E, d’improvviso, il beduino balzò in piedi: riacquistò addirittura il colore sulle guance, istantaneamente.

Ancora turbato e scosso, lo sraniero donò il sacchetto di denari al guaritore che gli aveva ridonato la salute: era uomo di parola, lui, e voleva rispettare la sua promessa.
Il tesoriere che seguiva il guaritore prese in carico il sacchetto, e cominciò a contarne le monete. Dopo alcuni secondi, sollevò lo sguardo sul suo capo e sussurrò, raggiante: “sono trenta sicli d’argento, maestro!”.
Il guaritore, che si era già avviato oltre, si fermò di colpo e lanciò un’occhiata al beduino: era un misto di gratitudine, di riconoscenza… e anche di stupore. Gli accennò un sorriso e poi si rivolse al tesoriere, quietamente. “Trenta sicli d’argento? Sono tantissimi. Non ci servono, per ora”.
Il tesoriere inarcò le sopracciglia: “come sarebbe a dire, che non ci servono?”.
“Abbiamo appena ricevuto una cospicua donazione da parte di quella buona vedova” replicò il maestro. “Ora come ora, non ne abbiamo bisogno. Portali subito al Gazofilacio, sii gentile. Entreranno a far parte del tesoro del Tempio: verranno usati per far del bene al prossimo. Meglio così”.
Il tesoriere rimase zitto per mezzo minuto abbondante, e poi si schiarì la gola. “Maestro… Perdona, ma… al tesoro del Tempio?”.
L’uomo annuì, con dolce fermezza.
“Ma maestro”, balbettò l’altro, debolmente: “sono trenta denari… è tanto… non puoi volere seriamente che…”.
“Giuda? Ti ho detto di portarli al Tempio”, ripeté il maestro, con tono che non ammetteva repliche. “Per favore. Vai. E vacci subito, così non rischiano di rimanerti nella borsa”.
Il discepolo aprì la bocca per protestare, ma la richiuse senza aver detto niente. Fece un sospiro rassegnato e si avviò verso la strada che conduceva al Tempio… non prima di aver lanciato un’occhiataccia, di sottecchi, al suo maestro. C’erano frustrazione, rabbia, e delusione pura, nel suo sguardo.

I denari furono deposti nel tesoro del Tempio; e passò qualche tempo ancora, senza che nessuno pensasse a loro.
Poi, lo stesso tesoriere che li aveva consegnati di malavoglia, tornò dai capi dei sacerdoti, segretamente. E disse loro, con la voce che tremava di rabbia e di paura: “che cosa siete disposti a darmi, se io vi consegno Gesù il Nazareno?”.
Ed essi gli offrirono trenta sicli d’argento.

E il sacco di denaro, che era ancora in cima al mucchio di soldi del Tesoro, passò dalle mani del tesoriere a quella del sacerdote Caifa; e dalle mani di Caifa, finì in quelle di Giuda. E da quel momento in poi, il discepolo di nome Giuda cercò l’occasione per tradire il suo Maestro.

A questo – secondo la leggenda – servì l’oro che i Re Magi donarono a Gesù Bambino.

Il dono dei Re Magi (Presepe Mahlknecht)

Il cittadino onorario

Quando Giuda e Gesù si reincontrarono, in quel sabato di Pasqua che è passato alla storia, si lanciarono un’occhiata.
Giuda aveva legato un cappio al collo, ed era maciullato e sanguinante.
A Gesù avevano bucato mani, piedi e cuoio capelluto e piantato una lancia nel costato.
I due si guardarono, e poi Gesù si strinse nelle spalle flagellate. “Non te la passi bene neanche tu, eh, vecchio mio?”.
Giuda Iscariota si gettò ai piedi del Signore, e cominciò a chiedere misericordia. Giurò di essersi pentito, pianse lacrime sincere: disse di non riuscire a sopportare il peso della sua colpa, e di essere sconvolto da ciò che aveva fatto.
Gesù gli fece pat-pat sulla testa, e lo rimise in piedi. Gli disse che andava tutto bene, che era tutto okay, che era storia vecchia, di non pensarci più. “Anzi: a dimostrazione che il Signore perdona sempre, ti darò una seconda chance”, decretò Gesù.
Uh?”, domandò Giuda.
“Massì. Per farti vedere che non ce l’ho con te, mio caro Giuda, ti farò risorgere”.
Risorgere?”, ripeté Giuda.
“Sì”, annuì Dio con nonchalance, “è nella mia to do list dei prossimi giorni: già che ci sono, faccio risorgere anche te”.
Giuda fissò il Maestro, incredulo.
“Sì, ho deciso: ti farò risorgere. E ti manderò a Pavia!!”.

Con un sorrisetto enigmatico e un po’ inquietante, Gesù diede una pacca sulle spalle a Giuda. Contemplò, nella sua onniscienza, quella terra malarica e nebbiosa in cui il gelo ti devasta per nove mesi all’anno, l’afa ti stronca per gli altri tre, e le zanzare imperversano da aprile a ottobre. Constatò che un trasloco a Pavia poteva essere una pena adeguata, per colui che aveva tradito il Dio Incarnato, e dunque sorrise a Giuda con molta convinzione. “. Ti manderò a Pavia”.

Giuda, nella sua beata ignoranza, si limitò a esultare. “Evvai! Figata!!”.

E fin lì va bene, voglio dire.
Mi sembra quasi verosimile.

E dunque, Giuda Iscariota risorse.
Risorse a Broni, amena località dell’Oltrepò Pavese.
E risorse nel Medioevo, in un giorno di festa – e così, stracciato e scalzo, si recò nella piazza del mercato, per cercare aiuto dai Bronesi.
La gente di Broni, vendendoselo arrivare così mal concio, lo guardò sospettosamente.
“Fratello: sei un pellegrino?”.
“No”.
“Un mendicante?”.
“No”.
“Un lebbroso?”.
“No”.
“Un appestato?”.
“No!”.
“E allora”, sbottò la gente di Broni, “chi caspiterina sei?”.
Giuda Iscariota tese una mano, socievolmente. “Salve, buona gente! Sono Giuda Iscariota!!”.

Calò il silenzio.

Giuda Iscariota?”.
“Ehm. Sì, perché?”.
“Quello che ha tradito Cristo?”.
Sì! Esatto, proprio io!”.
“Quello che ha venduto il Dio Incarnato per trenta denari?”.
Sì!! Wow: conoscente la storia? Sono io, in persona!”.
“Quello che ha baciato Gesù? Il traditore? Il perfido Iscariota??”.
“Ma wow, sono famoso!! Volete un autografo?”.

La gente di Broni – racconta la leggenda – ci pensò seriamente sopra.
Qualche assatanato, certamente simbolo di un cattolicesimo integralista, ventilò l’idea di giustiziarlo, o quantomeno metterlo in carcere. Non ti capita ogni due giorni, di trovarti di fronte al tizio che ha assassinato Dio.
Tuttavia, l’idea fu scartata dalla maggior parte della popolazione autoctona (quella che viveva a Broni dall’età delle prime invasioni barbariche, e dunque possedeva l’originale DNA pavese). Sì, insomma: chi mai potrebbe pensare di essere men che gentile con Giuda Iscariota, l’uomo che ha mandato in croce Cristo?
Tutto il resto del mondo tranne un Pavese, probabilmente: e dunque, la gente di Broni lanciò un sorriso a Giuda, e gli disse “benvenuto, caro!! Che progetti hai?”.
“Boh, non saprei. Pensavo di traslocare qui. Posso essere d’aiuto?”.
La gente di Broni ci pensò un po’ su. “Tu che sai fare?”.
“Beh…”. Giuda esitò. “Rubo i soldi, tradisco la gente, bacio bene da morire…”. Si strinse nelle spalle. “Ah: e so fare il vino”.
Un vignaiolo aguzzò le orecchie. “Oh! Questo è interessante. E viene buono, il vino?”.
Giuda annuì, imbarazzato. “Beh, sì…”.
E allora vieni in taverna!”, strillarono i Pavesi, abbracciando Giuda e accogliendolo come il benefattore dell’umanità intera. “Beviamoci un bel bicchiere, e poi ti daremo una vigna tutta tua! Staremo bene, assieme, amico mio! Vedrai!!”.

Fu proprio così, secondo la leggenda, che nacque secoli fa un famoso vino dell’Oltrepò Pavese: il Sangue di Giuda.

Nacque da Giuda.
Il traditore di Dio.
Che a un certo punto arrivò a Pavia e fu accolto trionfalmente, a braccia spalancate, dalla popolazione autoctona. La quale, a quanto pare, fu ben lieta di ospitarlo, e se ne vanta ancora adesso.

No, dico.
Seriamente.
Ma secondo voi ci sono molte altre città al mondo, che si vantano di aver dato la cittadinanza onoraria a Giuda Iscariota?

Tutti pazzi, questi Pavesi.