Cose cristiane · Lifestyle cristiano

Quando il gioco si fa duro: suggerimenti casti, etici e pudici per la cattolica che deve rifarsi il guardaroba estivo

Ciao amici, io sono Lucia (dite tutti in coro: ciaaaao Lucia!, come si fa agli alcolisti anonimi) e sono l’incubo di tutte le commesse dei negozi di abbigliamento.
Fin da quando ne ho memoria, compongo il mio guardaroba con un occhio di riguardo verso il sesto comandamento: ho dei miei personalissimi criteri sul concetto di “pudore cristiano”, e mi ci attengo con lo stesso attaccamento con un cui una patella si accozza allo scoglio.
Come se ciò non bastasse, da qualche tempo m’è pure venuta la malsana fissazione di selezionare i miei abiti in base a criteri etici e di giustizia sociale (id est: voglio smettere di alimentare quel mercato della moda low-cost che, pur di abbassare i prezzi, sfrutta i lavoratori del Terzo Mondo manco fossimo nell’era dello schiavismo 2.0).

Capite bene che donna che si auto-impone questi vincoli stilistici, o sta accampando scuse per diventare una nudista, o è inevitabilmente destinata a soffrire.

Casomai qualcuno fosse nella mia stessa barca, e magari pure a corto d’idee,
casomai qualcuno volesse abbracciare più rigidamente il concetto di “pudore cristiano nel vestire”, ma non sapesse da dove iniziare,
casomai qualcuno fosse intenzionato a finanziare brand che producono abiti in maniera etica, pagando il giusto ai lavoratori,
ecco dunque il mio tradizionale post sul tema “come ha da vestirsi una donna cattolica, d’estate, per rispettare il pudore cristiano senza sembrare una pazza furiosa?”.

Il problema non è da poco.

Se una donna ha deciso, come me, di aderire in maniera rigida ai tradizionali criteri di modestia cristiana, l’estate può essere un periodo difficile. D’inverno, è facile coprirsi in maniera adeguata; ma d’estate, quando le vetrine dei negozi si riempiono di manichini seminudi, può realmente essere difficile trovare qualcosa di adatto.
E, peggio ancora, può realmente esser difficile indossare abiti consoni senza dar troppo nell’occhio – ché essere additati come “la fissata bacchettona che si concia una suora ottantenne” è sgradevole per il singolo e pure dannoso per la causa.
Ebbene: anche quest’anno, a grande richiesta, ecco a voi il tradizionale di suggerimenti dedicati!

Sì vabbeh, ma dopo tutto questo discorso io non ho ancora capito quali sono esattamente questi tuoi fantomatici canoni di modestia cristiana.
In sintesi, io mi vesto tutti i giorni come se stessi per entrare in chiesa. Quindi: spalle coperte; gonne al ginocchio; scollature contenute; niente trasparenze.

E secondo te, una donna che non segue esattamente questi canoni si sta vestendo immodestamente e pecca poiché mette a dura prova la libido maschile?
No, ma sta di fatto che io mi sento a mio agio nell’aderire a queste regole… e quindi, why not?

In questo post non vedo uno straccio di pantalone: sei ideologicamente contraria all’uso di abbigliamento dal taglio maschile?
No, per carità! È che io d’estate soffro moltissimo il caldo, e i pantaloni proprio non li reggo: per me sono off limits da maggio a ottobre.

Ma ti rendi conto dei prezzi dei vestiti che proponi? Ma tu dai per scontato che tutti noi possiamo spendere queste cifre in abitini?!
Come dicevo sopra: da un po’ di tempo ho deciso di acquistare solo abiti che provengono da filiere produttive etiche e solidali, e questo, purtroppo, evidentemente si paga. Personalmente cerco di contenere i costi comprando in saldo o nei grandi outlet online (tipo Privalia o Saldiprivati).
Poi, insomma, i miei sono solo esempi. Senz’altro si possono trovare capi simili e dello stesso stile in qualsiasi catena low-cost.

Vabbeh. Ok. Cominciamo!

Regola numero 1 – Un vestitino semplice, dalla linea basic, non dà mai troppo nell’occhio

Quando mi trovo in un contesto in cui voglio vestirmi modestamente ma senza attirare su di me tutti gli sguardi, stile “ma come si è intabarrata questa povera pazza?”, scelgo la via più facile e opto per vestitini basic, monocolore, dal taglio semplice, senza pretese. Con queste premesse, la manichina che copre le spalle non si nota quasi: è la mia “scelta sicura”, ad esempio, per quando sono al mare in vacanza attorno a Ferragosto, e obiettivamente correrei il rischio di sembrare quella stramba, sfoggiando un abitino elaborato mentre tutte le altre sono in bikini e pareo.
Con cosine semplici e senza pretese, invece, mai capitato di attirare sguardi.
Proprio vero che a volte la semplicità paga!

BasicCasti2017

  1. Abito GiraeRigira (Etsy), € 79,40
  2. Cotton Dress Coline, € 23,50
  3. Abito di cotone Hessnatur, € 24,95
  4. Dress Viscose Coline, € 24,90

Regola numero 2 – È la stagione dei grossi fioroni stampati sui vestiti: (se non temi di sembrare il copridivano di tua nonna), sfruttali a tuo favore!

C’è chi li ama e chi li odia: a me non dispiacciono, quindi hip hip hurrà!
Se una donna che si aggira in una località turistica, in piena estate, avvolta in un mesto abitino nero, corre davvero il rischio di sembrare un’orfanella in lutto, le mega-stampe floreali che vanno tanto di moda quest’estate sono sicuramente un grosso aiuto per non sembrare troppo barbose.
Colorate, ironiche, estive: vi aiuteranno senz’altro a sembrare donne cool all’ultima moda senza per questo costringervi a scoprirvi troppo.
Per la cronaca: la gonna numero 2 io ce l’ho davvero, e la amo.

FioroniCasti

  1. Abito “Danielle” People Tree, € 99,00
  2. Gonna a portafoglio “Fiorenza” King Louie, € 79,95
  3. Abito in cotone biologico Hessnatur, € 47,95
  4. Abito “Tropicana” King Louie, € 94,95

Regola numero 3 – Stampe anni ’70: ecco un altro trend che urla “estate” da ogni dove

Avete presente quelle inconfondibili piastrelle anni ’70 con motivi geometrici dai colori accesi, che all’epoca erano un must in tutti i bagni e in tutti i cucinini?
Io non gradisco stoffe con questo tipo di stampe (salvo rare eccezioni), eppure il trend sta innegabilmente diventando di moda.
Se vi piacciono i colori accesi e i contrasti forti, se siete fan del vintage e vi intriga imitare il look delle vostre mamme quando avevano la vostra età: beh, anche questo può essere uno stile che fa per voi.
Vale quanto detto per le stampe floreali: è un trend alla moda, giocoso, giovanile, decisamente inadatto a suscitare commenti tipo “anvedi ‘sta bigotta, sempre vestita da suora…”.

Siamo Noi 2
Io tutta presa dalla mia peroratio sul digiuno mentre il prete mi fissa con il tipico sorriso di condiscendenza riservato ai matti ;-)

(Non a caso, è stato lo stile che ho scelto quando mi han chiamata in televisione a dire cose impopolari tipo “nel Triduo di Pasqua, amo fare un digiuno completo per 48 ore di fila bevendo solo liquidi”).

CastiAnni70

  1. Abito “Maes” King Louie, € 99,95
  2. Abito “Alaina” People Tree, € 99,00
  3. Gonna in cotone bio Hessnatur, € 69,95
  4. Abito in cotone bio Hessnatur, € 199,00
  5. Abito “Emmy” King Louie, € 99,95
  6. Gonna in fantasia vintage GiraeRigira (Etsy), € 50,55

Regola numero 4 – I vestiti coloratissimi e le stampe giocose possono, semmai, farti sembrare “bimba”, ma decisamente non “suora barbosa”.

Piccola curiosità dal backstage della succitata intervista in TV: un altro vestito che avevo preso in considerazione era quello che vedete qui sotto al n. 2,  poi scartato a malincuore (nel senso che la domanda era se comprarlo o no, e con gran dolore non l’ho comprato).

Personalmente, ritengo che le stampe giocose (di animaletti, frutta, oggettini…) siano accettabili solo fino a una certa età, e solo a dosi omeopatiche: il rischio è sembrar vestite come scolarette delle elementari (…che è comunque sempre meglio del sembrar vestite come bigotte tristone in lutto).
Se vi piace lo stile e ve lo potete ancora permettere senza sembrar ridicole, anche questa è una soluzione di sicuro impatto (magari dosata con cautela, come dicevo: gonnellina a stampe e maglietta basica, o viceversa).

ColoratiCasti2017

  1. Abito “Danielle” People Tree, € 99,00
  2. Abito “Riviera” King Louie, € 99,95
  3. Abito Ikat Auteurs du Monde, prezzo non indicato ma attorno ai 60 euro se non ricordo male; gonna cortina ma con un lunghiiissimo orlo che si può facilmente allungare
  4. Abito in maglina Coline, € 39,50
  5. Abito a voile Coline, € 29,90

Regola numero 5 – Nel dubbio, le gonnelline sono sempre la scelta perfetta

…anche perché, a seconda di come le abbini, puoi utilizzarle in mille modi diversi. Una gonna floreale di cotone può essere ok a un matrimonio con un top elegante e le scarpe giuste, ma diventa improvvisamente molto easy se abbinata a una T-shirt di cotone e con un paio di sandaletti bassi. È solo un esempio fra i tanti, perché io trovo che le gonne possano essere reinterpretate davvero in infiniti modi, rendendole un acquisto particolarmente fruttuoso. In stile etnico, in tinta unita, floreali, a disegnini… ce n’è davvero per tutti i gusti e per tutte le occasioni. E allora, perché lasciarsele scappare?

GonneCaste2017

  1. Gonna a portafoglio GAP, € 59,95
  2. Gonna damascata Nomads Clothing, € 31,50
  3. Gonna a portafoglio “Havana” King Louie, € 79,95

Note di corredo per i lettori interessati alla moda etica

I capi di cui sopra non sono selezionati a caso, ma provengono da brand che – a vario livello, e con differenti gradi di impegno – si danno daffare per promuovere un concreto cambiamento nel mondo dell’industria tessile, a vantaggio dei lavoratori (e, in molti casi, anche dell’ambiente).

Nello specifico:
GAP è una scelta facile, con i suoi negozi fisici presenti in diverse città italiane. Fonti esterne ed imparziali assicurano che la ditta è una delle più attente nel rispettare i diritti dei lavoratori, se paragonata alle altre multinazionali dell’abbigliamento.
King Louie è un brand olandese deliziosamente retrò che aderisce alla Fair Wear Foundation, collaborando con appaltatori e sub-appaltatori di moralità sicura e comprovata. Se non si fosse capito, è uno dei miei marchi preferiti.
La linea Auteurs du Monde in vendita presso tutte le botteghe Altromercato è “etica” al di là di ogni ragionevole dubbio, inserendosi direttamente nel filo nel commercio equo-solidale certificato.
People Tree (balzato agli onori della cronaca, anni fa, per essersi accaparrato come modella una giovanissima Emma Watson) è un marchio inglese che produce abiti etici (dal punto di vista umano) e sostenibili (dal punto di vista ambientale).
Hessnatur invece viene dalla Germania: il suo focus sono la sostenibilità ambientale e i materiali bio, ma un brand che ha così a cuore l’ambiente tiene in alta considerazione anche i diritti umani dei lavoratori (e ci mancherebbe).
Nomads Clothing arriva dalla ridente Albione e collabora con piccole industrie tessili sparpagliate in remoti villaggi indiani, dove le sarte hanno la possibilità di guadagnare un dignitoso stipendio ma anche di esportare all’estero la loro cultura: i capi sono quasi tutti ad ispirazione etnica.
Coline è un brand francese (con prezzi decisamente abbordabili, una volta tanto!) che ha un vasto assortimento di vestiti un po’ etnici, un po’ gipsy, un po’ in stile Desigual – per tutti i gusti o quasi.
Etsy è sostanzialmente l’e-Bay degli artigiani, con ampia scelta di vestiti (e oggetti) di produzione propria (e/o vintage di qualità). Se volete evitare le spese di dogana, dovrete fare lo slalom tra i venditori statunitensi per trovare i (relativamente pochi) europei, ma è pur sempre un buon modo di incoraggiare la piccolissima imprenditoria: quindi, perché no!

Pillole di Storia

Cinque insospettabili cibi estivi che non esistevano nel Medioevo

Immaginate di avere una macchina del tempo, e di aver organizzato un viaggetto nel Medioevo approfittando di questo ponte. Ed ecco: siete lì, in un paesello medievale, in un caldo week-end estivo, e cominciate a sentire lo stomaco che brontola all’avvicinarsi dell’ora di pranzo. E allora, pigliate ed entrate in una locanda, e ordinate uno di quei piatti estivi freschi e semplici che non possono mancare sulle nostre tavole moderne.
E l’oste medievale vi fissa con sguardo perplesso, grattandosi la crapa con l’aria di chi non ha la più pallida idea di che cosa stiate dicendo.

Parto con un pregiudizio positivo: do per scontato che, in una locanda medievale, nessuno di voi avrebbe l’infelice idea di ordinare cibi che sono stati notoriamente introdotti in Europa solo dopo la scoperta dell’America. No a patate, no a tacchini, no a pomodori, e così via dicendo.
Ma che dire invece di quegli alimenti “insospettabili”, che assolutamente ci aspetteremmo di trovare su una tavola da pranzo medievale… e invece no?

Ecco a voi cinque prelibatezze estive di cui i nostri antenati erano privi – o di cui, peggio ancora, si privavano volontariamente!

***

Le fragole

Fragola

Avete presente quelle belle fragolone succose, rosso acceso, turgide, con la superficie lucida?
Benissimo: nel Medioevo non esistevano.

Per quanto le “fragole” siano senz’altro nominate in diverse ricette dei secoli passati, il frutto dei nostri trisavoli era molto diverso da quello di oggi. Le fragole del passato erano, in effetti, le nostre “fragoline selvatiche”: rispettabilissime delizie boschive, per carità… ma niente a che vedere con i fragoloni che mangiamo oggi in macedonia.
Ecco: quelle fragole lì (le nostre, per capirci) arrivano in Europa all’inizio del XVIII secolo, quando una spia francese chiamata… Frézier (nomen omen! Notate l’assonanza con il francese fraise) viene inviata in missione nell’America Latina, per studiare le strategie difensive delle colonie spagnole in Cile. Lì, lo 007 parigino assapora una specie di fragola a grandi frutti che era fino ad allora sconosciuta ai palati europei. Se ne innamora, stabilisce di portarne a casa i semi, e, una volta tornato in Francia, si adopera per lanciare colture di fragole cilene.

L’impresa non sarà facilissima, a causa delle difficoltà di coltivazione di quello specifico frutto (e infatti, la nostra fragola moderna non è esattamente quella di Frézier, ma un ibrido più resistente nato in anni successivi), ma… tant’è!

Certe belle insalatone estive

Insalata

Lo ammetto: a me non piace l’insalata a base di insalata (cioè, di tutta quella roba verde a foglia larga che mi sembra più adatta alla dieta di una mucca che non alle papille gustative di un essere umano). (Amo invece le insalate di cipolle, di pomodori, e di qualsiasi cosa non sia strettamente insalata).
L’unica cosa che, se proprio devo, riesco a buttar giù, è la cosiddetta “indivia belga”, quella varietà di cicoria dal colore chiaro e dal sapore delicato che dà tanta soddisfazione nelle nostre belle insalatone estive.

Benissimo: in un ipotetico viaggio del tempo, l’insalatona me la sarei giocata: l’indivia belga nasce (intuibilmente in Belgio) nel 1850, per uno di quei tanti colpi di fortuna di cui è piena la Storia. Leggenda narra che un contadino delle parti di Bruxelles avesse dimenticato in cantina alcuni cespi di cicoria. Ebbene: le radici, rimaste abbandonate per mesi nell’ambiente buio ed umido, avevano prodotto germogli allungati con foglie color crema.
Il contadino provò ad assaggiarle, e, con sua sorpresa, scoprì che era “cosa buona e giusta”. Nasceva così l’indivia, che cominciò ad essere coltivata di proposito dal nostro intraprendente contadino, e venne notata, un giorno, su un banco del mercato, da un botanico di nome Brézier. Costui, apportando qualche modifica al prodotto per renderlo più resistente e facilmente coltivabile, cominciò a produrlo in quantità notevoli… e il resto è storia: di lì a poco, l’indivia sarebbe finita sulle tavole di tutti gli Europei!

Certo, gli Europei ante-1850 conoscevano senz’altro infinite varianti di insalata: se non erano schizzinosi come me, qualcosa da mangiare lo trovavano senz’altro.
Però…
E poi, comunque, in fin dei conti che insalata è, senza un qualche bel pomodorone a completare il tutto?

Le susine

Susine

In uno strano unicum di questo mondo globalizzato, pare che solo i Piemontesi (e gli avventori della catena di gelaterie GROM, originaria di Torino) siano soliti gustare nei mesi estivi i deliziosi ramassin della Valle Bronda, un’area boschiva a ovest di Saluzzo. Negli anni vissuti lontano da Torino, non so dire quanto io abbia sentito la mancanza di queste deliziose susine dolcissime e polpose, che invadono le tavole sabaude nei mesi di luglio e agosto.
(Sul serio, gente. Se non conoscete i ramassin, e per caso ne adocchiate qualcuno in vendita al mercato, comprateli a chilate perché sono la frutta più buona del mondo!).

Ebbene: i ramassin nel Medioevo esistevano già (la loro coltura è stata avviata dai monaci benedettini, Dio li benedica), ma in compenso erano sconosciute le susine, che sono forse le loro parenti più strette.

Da non confondersi con le prugne (noi, spesso, utilizziamo i due termini come sinonimi, ma si tratta in realtà di due frutti ben diversi), le susine erano sconosciute ai nostri trisavoli europei per il semplice fatto che crescevano in abbondanza nelle campagne attorno a Shush, città ai confini tra Iran e Iraq. Furono i crociati a portarne in Europa i primi semi, dopo aver assaggiato il frutto nella campagna militare del 1145. Da lì, le susine conobbero particolare fortuna in Francia, per poi diffondersi gradualmente anche negli altri Stati europei.
Quindi… frutto medievale, sì – ma risalente quasi agli ultimi scorci del Medioevo!

Il gelato (o anche solo qualcosa di vagamente simile)

Gelato

Beh: che i popolani del Medioevo non avessero la possibilità di gustare un cono gelato con la facilità con cui lo facciamo noi moderni, si poteva senz’altro immaginare. Ma con altrettanta facilità uno potrebbe supporre: i ricchi, però, un gelato ogni tanto se lo saranno senz’altro fatto preparare! O no?
No.
Proprio no, e per insormontabili ragioni tecniche: nel Medioevo lo zucchero non era utilizzato come dolcificante – e lo zucchero è un ingrediente indispensabile per dare la giusta consistenza al gelato. Il miele non funziona, da questo punto di vista.
Inoltre, nel Medioevo non era noto il processo per cui determinate miscele producono una reazione chimica in grado di abbassare rapidamente la temperatura dei liquidi, permettendo così di lavorare creme di latte freddissime.
Altrimenti, come lo raffreddi, il latte? Ci puoi mettere dentro dei pezzi di ghiaccio, ok, ma che schifezza è un gelato annacquato in acqua fredda?

Per onestà, gli Arabi erano già in grado di abbassare artificialmente la temperatura dei liquidi. Gli Europei, in compenso, fanno propria questa tecnica solo nel XVI secolo – lo stesso periodo in cui comincia a diffondersi (nelle case dei ricchi) la consuetudine di utilizzare lo zucchero come dolcificante. Non è un caso che proprio in quegli anni comincino pian piano ad affacciarsi alla Storia ricette simili a quelle del gelato moderno!

Fino ad allora, l’unica cosa vagamente paragonabile al gelato era il sorbetto di frutta. Grandi quantità di ghiaccio e di neve venivano raccolte in pieno inverno e conservate a lungo in apposite ghiacciaie, protette da foglie e paglia che fungevano da isolante. Da lì, si estraeva al momento del bisogno un po’ di neve fresca, che, mescolata a miele e a frutta tritata, dava origine a una specie di granita ante litteram.

Inutile dire che tali prelibatezze erano esclusivo appannaggio dei ricchi.
Inutile anche dire che, con tutto il rispetto, il gelato vero è un’altra cosa…

L’albicocca

Fruit Nectarine Leaf Fresh Isolated Organic Food

E, per finire, ecco a voi la gustosissima albicocca succosa… che nel Medioevo era perfettamente conosciuta!, sennonché la gente non la mangiava nella convinzione che fosse velenosa (!).
A ben vedere, in questa follia c’è un fondo di verità: è effettivamente velenoso il nocciolo dell’albicocca, che, se ingerito, sprigiona una sostanza sostanzialmente identica al cianuro (!).
Evidentemente bisogna mangiarne un bel po’, di noccioli di albicocca, per morire di avvelenamento da cianuro (e, soprattutto, bisogna essere abbastanza idioti per mettersi a mangiare noccioli di albicocca). Ma tant’è: è questa la ragione per cui i bambini piccoli non dovrebbero essere mai lasciati incustoditi con un’albicocca tra le mani, ed è probabilmente questa la ragione per cui, nel Medioevo, si era diffusa la convinzione che il frutto dal color arancio fosse sostanzialmente portatore di rogne, e dunque da guardare con grandissimo sospetto.

Benefattori dei palati europei? Anche in questo caso, gli Arabi, che di albicocca facevano un consumo intenso e che lentamente contribuirono a riportarla sulle tavole occidentali.
Ci volle del tempo, però. Prima che l’albicocca tornasse alla sua originaria diffusione, eravamo già arrivati al XV secolo: il Medioevo stava quasi per finire…

Lifestyle cristiano

Cinque consigli per un guardaroba più etico, per sentirsi meno in colpa quando si va a far shopping

Non aspettavo tanti commenti e tanto interesse per il mio ultimo pezzo incentrato sulla moda etica!
Yey! Bello sapere che il tema vi sta a cuore!

Quello che invece certamente immaginavo, dopo aver pigiato il tasto “Pubblica”, è che sarei stata sommersa di giuste domande tipo: ok, bellissimo… ma concretamente dove compri i tuoi vestiti?
Premesso che io sono una “convertita” molto recente, e peraltro di moralità non integerrima (leggasi: il mio guardaroba è ben lungi dal potersi dire 100% etico), ecco le strategie che sto adottando ultimamente, quando voglio fare shopping… sentendomi a posto con la coscienza. 

1) Puntare dritto all’obiettivo, e comprare nella filiera del commercio equo e solidale

Sia messo agli atti che io amo, amo, amo la linea di moda etica Auteurs du Monde, creata da Marina Spadafora per Altromercato, la più grande organizzazione italiana nel campo del commercio equo e solidale.
Amo amo amo gli abiti di Auteurs du Monde, non solo perché sono obiettivamente molto bellini ma anche perché è facile trovarli in un negozio fisico: sono in vendita in tutte le botteghe Altromercato, presenti in numerosissime città d’Italia. Per chi vuole farsi un’idea di cos’è Auteurs du Monde, qui trovate il catalogo online… e anche un mezzo e-shop. “Mezzo” perché non tutti i capi di abbigliamento sono in vendita tramite Internet , ahinoi (però, potete sbizzarrirvi facendo shopping di accessori e bijoux).
Come tutte le case di moda, Auteurs du Monde ha una collezione primavera/estate ed una autunno/inverno (solo per donna), e secondo me merita davvero di esser presa in considerazione. Mal che vada, se entrate in negozio e non trovate niente che vi ispira, potete sempre salvarvi dall’imbarazzo comprando una barretta di cioccolato solidale (buonissimo!)

Altri marchi che si ispirano apertamente al commercio equo e solidale e che potrebbero forse interessarvi: i jeans Par.co, confezionati in provincia di Bergamo con cotone 100% biologico; i giubbotti e le felpe di Quagga, azienda italiana molto attenta all’etica e all’ecologia. Sia Par.co che Quagga hanno un e-shop; invece, sono e-shop Trame di Storie e Altramoda, due negozi online con vasto assortimento (di ogni prezzo) per uomo/donna/bambino. Il primo è più attento all’etica umana; il secondo calca la mano sulla questione ambientale… fatto sta che nessuno dei due alimenta lo schiavismo.

2) Comprare un po’ di meno, ma comprare nel posto giusto

Sono tra le più entusiaste fan del commercio equo e solidale, ma non è che il fair trade sia l’unica strada per trovare capi d’abbigliamento prodotti con un minimo di rispetto umano.
Possibili alternative: il Made in Italy, per cominciare con un po’ di sano campanilismo. Sappiamo fin troppo bene che, in certi casi, dietro a un’etichetta “Made in Italy” si celano lavorazioni svoltesi chissà dove e in chissà da chi… ma diciamo che con le aziende piccine, con i laboratori artigianali, con le piccole realtà locali, dovremmo andare abbastanza sul sicuro. Hopefully.
Anche le bancarelle dei mercatini, le vendite di lavori missionari che ogni tanto vengono proposte dalle parrocchie, i piccoli e-shop di sartine su Etsy dovrebbero essere garanzia di un lavoro equamente retribuito.

Se parliamo invece di brand “normali” (nel senso che hanno una politica aziendale “normale”, vengono venduti in negozi “normali”, etc), dovremmo tenere sempre sott’occhio l’elenco dei marchi che hanno aderito alla Fair Wear Foundation, impegnandosi a garantire condizioni di lavoro dignitose per tutti gli operatori coinvolti nella produzione dei capi.

N.B. Giacché la Fair Wear Foundation è un ente internazionale, non tutti i brand che vi aderiscono commerciano anche in Italia. Alcuni sì, però. Cercate (magari spulciando i siti Internet dei singoli marchi), e troverete!
N.B. numero 2. Giacché la Fair Wear Foundation è un ente internazionale, monitora le condizioni dei lavoratori di diversi Paesi, Italia inclusa. Ha un nonsocché di tragicomico leggere il report per cui gli Italiani se la passano indubbiamente meglio rispetto agli schiavi bengalesi… purtuttavia, questa faccenda del precariato sta diventando un “growing issue”.

3) Comprare il meno peggio, e/o premiare le iniziative lodevoli dei grandi brand

Possono davvero il mondo della fast fashion e del low cost conciliarsi con un sistema produttivo equo e sostenibile?
Personalmente ne dubito, anche perché se il tuo modo di catturare clienti è creare ogni anno cinquantadue micro-collezioni con prodotti venduti a prezzi stracciato… beh… qualcuno che lavora come un pazzo, a monte, non può non esserci.
Però, nel corso degli ultimi anni, alcuni dei grandi marchi hanno cominciato a interessarsi al tema. Che sia una reale convinzione, una strategia di PR, un modo per ottemperare a regole più rigide entrate in vigore in certi Stati europei, poco importa. O meglio: importa sì; ma forse, nell’immediato, è ancor più importante incoraggiare queste iniziative, se non altro per dimostrare ai big che c’è una fascia di mercato a cui davvero stanno a cuore queste problematiche.

H&M è ancora molto lontana dal garantire ai suoi operatori condizioni di lavoro umane e ben retribuite, ma forse proprio per questo la sua linea “Conscious” andrebbe sostenuta anche con i nostri acquisti.
GAP (con i suoi sottomarchi Old Navy, Piperline, Athleta e Banana Republic) è stata insignita nel 2015 del titolo di “World’s Most Ethical Company”. Anche in questo caso: siamo lontani da una produzione etica al 100%, ma sicuramente l’azienda meno peggio di altre.
Nel Regno Unito, poco prima di diventare primo ministro, Theresa May aveva fatto diventare legge un Modern Slavery Act che, tra le altre cose, costringe le compagnie a rendere pubbliche le loro politiche aziendali riguardo l’esternalizzazione dei processi produttivi. Implicitamente, la legge incoraggia le imprese a stabilire codici di condotta sulla tutela dei lavoratori da far sottoscrivere a tutti i sub-fornitori coinvolti nel processo. E, se non altro, questo ha portato a una maggiore trasparenza sulla filiera di produzione dei grandi marchi britannici.
Se avete in progetto una vacanza in Inghilterra (o se potete ammortizzare le spese di spedizione facendo un mega-ordine), potrebbe interessarvi sapere che Marks & Spencer ha preso posizioni apprezzabilmente rigide, su questi punti.
Ancor meglio ha fatto ASOS, che, oltre a rendere più trasparenti le sue politiche aziendali in generale, ha lanciato una linea di abbigliamento equo e solidale Made in Kenya.
Buone notizie per le amanti degli accessori (e per le mamme che abbisognano di vestiti da cerimonia per i loro bimbi): anche l’inglese Accessorize (con annessa linea abiti Monsoon) ha preso una posizione piuttosto forte in questo senso.
Last but not least: J. Crew, non esattamente a buon mercato (e disponibile in Italia solo su Zalando, a quanto so io). Anche in questo caso: siamo ancora molto lontani da una filiera etica al 100%, ma anche questa ditta è da apprezzare per l’impegno che ci mette.

4) Non sottovalutare i mercatini dell’usato!

Effettivamente, io posseggo una blusa di J. Crew. Non l’ho comprata su Zalando né men che meno in un negozio fisico: l’ho pagata la bellezza di 2 euro a un mercatino dell’usato.

Qui in Italia c’è un certo pregiudizio (non esito a chiamarlo tale) sul mercato dei vestiti di seconda mano. E parlo di “pregiudizio” perché non è mica tanto normale che noi Italiani siamo lì con la puzza sotto al naso a brontolare “noooo, gli scarti degli altri nooo!”, mentre in Inghilterra (per dirne una) i charity shop sono presi d’assalto da signore di ogni ceto sociale, ivi compresa Kate Middleton la futura regina consorte.
Non voglio fare la morale a nessuno, ma penso che noi Italiani dovremmo davvero abbandonare questa spocchia nostrana secondo cui i vestiti di seconda mano sono solo una roba per accattoni. Peraltro, io vedo il second hand come una scelta etica, perché
1) ti permette di comprare abiti “sostenibili” che, a prezzo pieno, potrebbero essere al di fuori della tua portata;
2) indipendentemente dal brand che stai acquistando, ti permette comunque di dare nuova vita ad abiti che, diversamente, sarebbero destinati al macero (aumentando il problema ambientale, rendendo ancor più inutile il lavoro dei poveri sarti bengalesi sottopagati, e alimentando ulteriormente il mercato malato della moda usa-e-getta). Insomma: una scelta di acquisto alternativa, per salvare il salvabile di un sistema malato che considera “scarti” dei capi di abbigliamento ancora perfettamente utilizzabili.

Vi fa schifo mettervi a frugare nei cumuli di “abiti usati 5 euro al pezzo” che si trovano pressoché in ogni mercato? A me no, ma posso capire, e allora vi consiglio qualche realtà che offre un primo impatto un po’ più chic.
Humana (quella dei contenitori gialli lungo la strada che raccolgono abbigliamento usato) seleziona i capi migliori per rifornire negozi a tutti gli effetti, che si dividono in “Humana Second Hand” (per tutti i gusti e per tutte le tasche) e “Humana Vintage” (con capi più raffinati, anni ’60 – ’80). Io ho visitato il negozio “Humana Vintage” di Roma, e posso assicurarvi che i capi messi in vendita erano in condizioni perfette, e proposti in un ambiente più che accattivante.
Mani Tese è una ONG  con iniziative a favore del Sud del Mondo che da sempre si sostiene con mercatini dell’usato, organizzati dalle varie sede locali che trovate sul suo sito Internet. Le comunità Emmaus dell’Abbé Pierre possono piacere o non piacere, ma anche loro propongono mercatini solidali in cui possono trovare meraviglie.
La lista è necessariamente incompleta, perché sicuramente anche nella vostra città ci sono mercatini benefici con prodotti di seconda mano gestiti da realtà locali che io non conosco. Vi dico solo di darci una chance e di non arrendervi al primo eventuale insuccesso, perché anche a me è capitato talvolta di imbattermi in roba zozza infeltrita e lisa… così come mi è capitato di fare ottimi acquisti, che ho poi sfoggiato in ogni contesto.

Sul versante delle vendite online, so che esistono diversi siti dedicati alla vendita (o allo scambio) di vestiti usati, ma non ne ho mai provato nessuno. Una menzione speciale però la riservo a l’Armadio Verde, che permette di acquistare/scambiare vestiti per bambini (fino ai 16 anni) a costo decisamente ridotto. Per qualche misteriosa ragione, Zuckemberg ha deciso che è una buona idea impestarmi la home di Facebook con continui banner pubblicitari di questo sito. Chiamiamolo, se volete, un segno del destino: è stato così che ho scoperto questo e-shop, assieme alle recensioni di centinaia di genitori entusiasti che ne decantano le lodi. Passaparola a tutti gli interessati.

5) Mai cestinare un vestito a cuor leggero

Sembra una banalità, ma quante di noi buttano via una maglietta non appena si slabbra, invece di tentare di recuperarla in qualche modo?
Se la maglietta l’hai pagata 5 euro, posso capire l’impulso di cestinarla e tanti saluti; però, dovremmo davvero recuperare la parsimonia delle nostre nonne, che rammendavano, rappezzavano, riutilizzavano, riadattavano…
Un vestito il cui corpetto ha cominciato a starti stretto, può facilmente essere trasformato in gonna. Un paio di pantaloni strappati sulle ginocchia dopo una caduta possono diventare un paio di deliziosi shorts estivi. Una T-Shirt rovinata può essere riciclata come canottiera, d’inverno, sotto i vestiti. Una blusa che non ti calza più a pennello dopo che hai preso quei due chili in più, si può allargare con due spacchetti laterali in maniera tale che non ti segni i fianchi.
Per chi non è in grado di fare da solo questi lavoretti, segnalo che i sarti costano molto meno di quanto comunemente si creda, e per piccole riparazioni di questo tipo chiedono una manciata di euro e poco più. Se non conoscete direttamente un sarto, provate a chiedere recapiti in merceria o in tintoria: in genere, hanno collaboratori di fiducia da cui indirizzarvi.

Se poi avete un po’ più di manualità (e/o sognate di averla), potete sempre prendere in mano ago e filo (…e, possibilmente, una macchina da cucire che sia decente) e darvi alla produzione propria. Per chi vuole imparare a cucire (o a lavorare a maglia, o all’uncinetto…) esistono un sacco di supporti in ogni edicola. Io segnalo, per i neofiti, un bel libretto intitolato La gonna che visse due volte: in questo caso, lo scopo è rinnovare il guardaroba dando nuova verve a quella maglietta messa e rimessa che ormai sta cominciando a stufarci… ma che non merita certo di essere buttata solo per questa ragione! Insomma: piccoli lavoretti per modifiche di poco conto, ma stimolanti. Un ottimo modo per cominciare a familiarizzare con ago e filo!

***

Che dite: qualcuna di queste dritte vi ispira? Se sì, non mancate di farmi conoscere gli esiti del vostro prossimo shopping!
E, soprattutto, non mancate di farmi conoscere altri siti, altri marchi, altre soluzioni a cui non ho pensato. Come vedete, non è sempre facile costituire un guardaroba a prova di… dottrina sociale della Chiesa – però, non è neanche così difficile come può sembrare!

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Cinque insegnamenti de “La Bella e la Bestia” originale che non troverete mai nei suoi adattamenti Disney

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Niente da dire: La Bella e la Bestia, con Dan Stevens e Emma Watson, è indubitabilmente il film del momento. Io non posso che sorriderne: i miei lettori di più vecchia data ricorderanno forse di come io “sia stata” Belle per lunghissimi anni su queste pagine. Dovendo scegliere una immagine-profilo che mi rappresentasse, avevo deciso di identificarmi proprio nella principessa Disney. Una scelta molto cliché, per una ragazzina dai lunghi capelli castani che studiava da bibliotecaria… ma, tant’è: per lunghissimi anni, io e Belle siamo state un tutt’uno.
E insomma, mi sembrava doveroso omaggiare questa vecchia amica in occasione della sua uscita cinematografica. Così, ho deciso di raccontarvi le cinque ragioni per cui amo tanto questa storia… anche se, in realtà, la versione che piace a me è quella del romanzo originale, non quella dell’adattamento Disney.

Forse non tutti sanno che La Bella e la Bestia non nasce come fiaba per bambini, ma bensì come romanzo per adulti a firma di Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve. Siamo nel 1740, e La Belle et la bête è un tomo di cento e passa pagine, per la maggior parte dedicate a intricate vicende politiche del mondo delle fate che non c’entrano niente coi due protagonisti della storia così come la conosciamo adesso.
Circa quindici anni più tardi, Jeanne-Marie Leprince de Beaumont cura una riduzione per bambini de La Bella e la Bestia. La sua versione è comunque molto diversa dall’adattamento Disney, ma presenta già molti punti di contatto con la storia che abbiamo tutti nelle orecchie.

Ma quindi: qual è la storia originale di La Bella e la Bestia?
Quali sono i temi che – come da titolo – mancano totalmente nella versione Disney (che comunque non mi dispiace affatto, sia chiaro)?
Tantissimi. Ad esempio, questi cinque.

1. La sessualità è una cosa grande, da trattare con cautela. Se usata male, può distruggere; se usata bene, può cambiarti la vita

Oh: ve l’avevo detto che la versione originale è pensata per un pubblico di lettori decisamente adulti!
Sorprendentemente, l’uso (e l’abuso) della sessualità hanno un ruolo di un certo rilievo, nel mandare avanti il racconto e/o nel delineare i rapporti tra personaggi.
In un certo senso, un appetito sessuale drammaticamente mal gestito sta proprio alla base della storia intera. Se, nella versione Disney, la Bestia viene trasformata in mostro a causa della crudeltà mostrata verso una maga (che se l’attacca al dito), nella versione della Villeneuve la pora bestia è una vittima innocente della situazione. Sua unica “colpa”: aver incrociato il suo cammino con quello di una fata ninfomane che si invaghisce di lui e tenta di sedurlo. Incapace di accettare un garbato rifiuto, la fata scaglia contro il principe la famosa maledizione che lo trasformerà in mostro (dopodiché, continua ad aggirarsi per il romanzo in preda ai bollenti spiriti, andando avanti a complicar la vita della gente).

Ben diverso è l’approccio alla sessualità che hanno i due protagonisti della love story.

Nella versione di Villeneuve, la Bestia è sorprendentemente esplicita circa quello che vuole da Belle: e cioè, portarsela a letto.
Giuro!
La maggior parte delle interazioni tra la Bella e la Bestia, nel romanzo, ruotano attorno al mostro che domanda “Belle, vuoi venire a letto con me?”.
Molte traduzioni dal Francese preferiscono l’eufemismo pudico “vuoi sposarmi?”, ma il testo originale è chiaro: la Bestia vuole anzi tutto coucher assieme a Belle, per spezzare la maledizione che lo affligge.

La prima volta che il mostro se ne esce con questo exploit (peraltro dopo cinque-minuti-cinque di conversazione con la ragazza…), Belle, comprensibilmente, ci perde dieci anni di vita, ed esclama atterrita “oh no! Sono perduta!”.
Ed è qui che la Bestia si mostra per il Principe Azzurro che è, pronunciando le due parole che ogni donna vorrebbe sentirsi dire in quel frangente: “niente affatto”. E la invita a rispondere serenamente sì o no, in tutta sincerità e senza farsi prendere dalla paura.

Sapete perché Belle comincia ad apprezzare la Bestia?
Perché la Bestia le porta rispetto.
Peraltro, nella versione originale del racconto, la maledizione che avvolge il castello consente alla Bestia di trascorrere solo pochi minuti al giorno in compagnia della sua ospite. Quindi non è che Belle avesse tutto ‘sto tempo a disposizione per formarsi un’opinione completa sul carattere della Bestia. Una parte molto significativa del loro percorso di conoscenza è proprio il teatrino che si ripete uguale, ogni sera, per mesi: “vuoi venire a letto con me?”. “No, Bestia, non voglio”. “E allora, poiché hai deciso così, ti auguro la buonanotte, Belle”.

Non è un caso. La versione originale di La Bella e la Bestia è – fra le altre cose – una forte critica ai matrimoni combinati. Palesemente, l’autrice (andata incontro a un matrimonio combinato estremamente infelice) riteneva che uno degli aspetti più sgradevoli di questa vita fosse il doversi concedere a comando a un individuo per cui non si provava il minimo sentimento.
La pazienza con cui la Bestia accetta stoicamente mesi e mesi di notti in bianco (nonostante la sua salvezza sia tutta legata al “sì” di Belle) è ciò che spinge il lettore ad affermare “wow! Questo sì che è un vero Principe Azzurro!”.

E, tutto sommato, è ciò che conquista Belle – e, di conseguenza, spezza la maledizione.

2. La bellezza non è tutto. Ma manco l’aMMMore è tutto-tutto

Le signore dall’animo romantico probabilmente ci rimarranno male, ma, nella versione originale della storia, non è che belle sia proprio tanto innamorata della Bestia. Non è per innamoramento che accetta di sposarlo.
Anzi: per tutto il corso del romanzo, Belle è cotta di un bellissimo principe che le appare in sogno tutte notti, e la seduce con amorosi conversarii. Ça va sans dire, il principe altri non è che la Bestia, che in sogno può manifestarsi a Belle con il suo vero sembiante. Ma, ovviamente, Belle non ne ha la più pallida idea, e anzi crede che il principe sia nascosto da qualche parte nel castello, prigioniero della Bestia così come lo è lei.

Col passar del tempo, Belle comincerà sì a provare stima, gratitudine, affetto, nei confronti della Bestia… ma niente più. È il bel principe quello che lei desidera; la Bestia è decisamente relegata nella friend zone, come direbbero i ragazzini.

Ma allora, come mai Belle si decide a sposare la Bestia?
Colpo di scena: la decisione non è totalmente sua. Durante una visita in famiglia, Belle si confida con il padre, ed è proprio lui a farla ragionare. “Quante ragazze sono costrette a sposare uomini che non conoscono affatto, e che si dimostrano molto più bruti della tua Bestia?”, le dice testualmente (e probabilmente con il tono esasperato di un genitore che vede la figlia rovinarsi la vita sentimentale pur di inseguire uno stupido sogno). “La tua Bestia, se è brutta, lo è solo nell’aspetto, ma di certo non nei sentimenti e nelle azioni”.

E quindi, Belle ci pensa su e decide che, pazienza per il bel principe dei suoi sogni, ma, tutto sommato, la sua vita non potrà essere infelice, al fianco di una Bestia che si è sempre dimostrata così premurosa e paziente. Il vero happy ending arriva qualche pagina più tardi, quando, a cose fatte, l’incantesimo si spezza e Belle scopre con gioia che la Bestia e il suo grande amore sono in realtà la stessa persona. Ma fino a quel momento, non si può proprio dire che Belle sposasse la Bestia perché ne era innamorata.

All’epoca del All you need is love, è molto impopolare scrivere che questa critica all’amore romantico a me piace tantissimo. Eppure, basterebbe anche solo sfogliare qualche pagina di cronaca per avere un vasto campionario di tristi storie in cui, se lei fosse lasciata guidare un po’ meno dai sentimenti, sarebbe probabilmente stata meno cieca nello scegliere un compagno per la vita.

La bellezza non è tutto, ci insegna La Bella e la Bestia.
Ma manco le dolcezze di un innamoramento possono essere tutto-tutto.

3. La ricerca dei soldi e del potere può distruggerti

Conoscendo l’estrazione sociale dei due protagonisti della storia, uno si aspetterebbe che sia il principe maledetto quello a cui la bramosia di potere ha rovinato la vita: no?
E invece no.

Nella versione originale della storia, il padre di Belle, lungi dall’essere un inventore un po’ pazzerello che vive ai margini del paese, è un ricchissimo (ricchissimo) mercante. A un certo punto, le navi su cui aveva investito tutti i suoi averi naufragano, lasciandolo in ristrettezze economiche. L’uomo è costretto a vendere la casa e a trasferirsi in campagna assieme ai suoi figli, che mal accettano questo mutamento nel loro tenore di vita. L’unica che riesce a fare di necessità virtù, adattandosi alla nuova condizione, è la figlia minore, Belle, che con la sua serenità nell’affrontare la povertà si attira peraltro le ire delle sorelle maggiori. Quest’ultime, prima avvelenano col loro rancore tutti i rapporti familiari, poi si accasano in matrimoni molto convenienti sulla carta, ma che, alla prova dei fatti, le lasciano profondamente infelici, alimentando ancora di più il loro livore.

Il padre di Belle fatica ad abbandonare il suo vecchio amore per il lusso, ma, alla fine del romanzo, ce la fa: ricevuti in dono dei soldi dalla Bestia, a mo’ di dote, li investe in maniera oculata in modo tale da procurarsi un onesto guadagno. Quanto a lui, continua a condurre uno stile di vita dimesso nonostante il suo conto in banca gli permetta ora qualche piccolo (o grande) lusso: l’uomo ha ormai capito che non è quello che conta, nella vita.

Il suo atteggiamento è in tutto e per tutto simile a quello mostrato dalla Bestia nei confronti delle sue immense ricchezze. Il fantastico castello incantato (in cui, per la cronaca, non esistono servitori incantati à la Lumière, ma in compenso troviamo la nonna magica della… televisione!) è vissuto dalla Bestia (e anche da Belle) come un piacevole mezzo per rilassarsi – ma non certo come un fine. Alla Bestia non gliene può importar di meno delle ricchezze che lo circondano, e sul finire del romanzo anche Belle si mostra molto disinteressata a tutto ‘sto ben di Dio.
Ma c’è di più: a un certo punto, la Bestia si dichiara pronta a rinunciare a tutto (ivi comprese le sembianze umane appena riacquistate) pur di vivere con Belle, ‘due cuori e una capanna’. E ancora: dopo il matrimonio, i due sarebbero intenzionati ad abdicare per vivere serenamente una vita quieta e dimessa, e sono i loro sudditi a pregarli di restare per governare rettamente.

Insomma: il potere e il denaro non sono un  male di per sé, ma lo diventano per chi ne abusa e si lascia prendere dalla bramosia. Il che non è poco, come morale. 

4. Talvolta, i veri nemici sono all’interno della famiglia

L’unico che si salva è il padre di Belle, legato alla figlia da un rapporto di sincero affetto. Per il resto, è davvero interessante studiare le dinamiche familiari in La Bella e la Bestia: sembra che l’autrice voglia lasciarci il messaggio che certi parenti è meglio perderli che trovarli.

La famiglia della Bestia è un fallimento su tutta la linea: il padre è morto, vivaddio; la madre abbandona il figlio alle cure di una nutrice, essendo troppo occupata a combattere una guerra per difendere i confini del regno. La nutrice (cioè, la vera figura materna per la Bestia) è la fata ninfomane che si invaghisce del principino, cerca di portarselo a letto, e, rifiutata, gli lancia contro la maledizione. A incantesimo opportunamente spezzato, la madre della Bestia si ricorda di avere un figlio, torna al castello, e non trova niente di meglio che cominciare a piantar grane perché non accetta che il suo bambiiino sposi una donna di origini borghesi.

Se la povera Bestia arriva da una famiglia palesemente disfunzionale, la nostra Belle non sta messa molto meglio. Eccezion fatta per il padre, tutto il resto della famiglia è composta da individui gretti, attaccati al soldo, rancorosi e pieni di invidia. In particolar modo, le sorelle maggiori inizialmente gioiscono nello sbarazzarsi di Belle, mandandola a vivere da un mostro che presumibilmente la ucciderà. Nella seconda metà del romanzo, dopo aver realizzato che Belle vive perfettamente lieta in compagnia della Bestia (…e sicuramente molto più lieta di loro, profondamente infelici nei loro matrimoni “perfetti”), si pongono una missione: distruggere la felicità della sorella.

In questo, amo moltissimo la versione della Beaumont (cioè, il primo riadattamento del romanzo) che indugia a lungo nel mostrare come le due donne siano pronte a ogni mezzo pur di rovinare la love story della ragazza. Uno dei più sottili, è il ricatto emotivo.
Scoperto che la Bestia ha concesso a Belle di visitare la sua famiglia, ma con la promessa di tornare al castello tassativamente entro il giorno X, i due geni del male decidono di posticipare in ogni modo la partenza della sorella. In questo modo – sperano – la Bestia si arrabbierà con Belle, e, in preda all’ira, gliela farà pagare cara.
E qui entra in scena appunto il ricatto emotivo: infilandosi cipolla tritata negli occhi per farli lacrimare, si aggrappano alle sottane della sorella piantando su piagnistei sulla linea di “ti preeeeego, resta con noooooi, non vedi come soffriaaaaaamo, non tornare dalla Bestia, non lo sopportereeeeeemmo…”.
Turbata da questa lacrimosa seppur inconsueta manifestazione d’affetto, Belle decide di ascoltare le suppliche e di rimanere con la sua famiglia. Da lì ha inizio tutto il patatrac che crea tensione nella storia: la Bestia non si capacita del comportamento di Belle, si sente tradito nella fiducia, piange fino a decidere di lasciarsi morire… eccetera eccetera eccetera.

Una roba del genere non si trova facilmente nelle fiabe, eppure è tristemente vera (oltre che narrativamente molto forte). Anche qui, non sarebbe difficile trovare storie atte a dimostrare che certi amori in realtà non sono altro che forme indirette di egoismo, come riflesse in uno specchio oscuro.

5. Credersi al di sopra degli altri è molto rischioso – anche per l’amor proprio

La Bella e la Bestia in versione originale è una critica feroce alla società francese del Settecento, così attenta alle gerarchie sociali e alle distinzioni tra classi. Nel corso del romanzo, tutti i personaggi si sentiranno “al di sopra” di qualcuno, per poi scoprire che semmai era tutto il contrario:

  • la famiglia di Belle, arrogante per le sue sterminate ricchezze, si troverà a vivere in povertà dopo un dissesto economico;
  • Belle, prigioniera di un mostro ripugnante, scoprirà che non solo la Bestia è una brava persona, non solo è un principe, ma addirittura è il principe dei suoi sogni;
  • le sorelle di Belle, andate in sposa a gente che sulla carta sembrava senz’altro un miglior partito rispetto al mostro disgustoso, ci metteranno poco a capire che si può essere mostri anche se si è apparentemente l’uomo perfetto;
  • la madre della Bestia, dopo aver piantato grane perché non voleva che suo figlio principe si sposasse con una borghese, verrà a sapere che Belle è cresciuta in una famiglia adottiva: in realtà è nata dall’unione tra un re e una fata;
  • contemporaneamente, la regina così arrogante scopre che i genitori di Belle sono stati costretti ad abbandonare la figlia… a causa di un’altra famiglia piantagrane. Emerge che popolo delle fate disprezza profondamente l’umile razza umana, e ritiene totalmente indegno che uno spirito etereo si abbassi a sposare un uomo: l’unione interrazziale i genitori di Belle deve assolutamente essere spezzata. Ma quindi, Belle, che è fata per metà, appartiene in realtà a una classe infinitamente superiore rispetto a quella della regina e del principe!

Questo specifico aspetto del costante ribaltamento delle classi sociali si è totalmente perso negli adattamenti successivi della storia. Nella Francia della Rivoluzione, la storia di un’umile ragazza borghese, che con la sola forza della volontà riesce a sposare un principe scavalcando le gerarchie sociali, era ben più ghiotta di una critica sarcastica alla società Ancien Regime, al termine della quale scopriamo peraltro che abbiamo solo scherzato, perché tanto pure Belle è una donna di sangue blu.
Eppure, non sono così convinta di preferire la versione moderna e selfhelpista. Indubbiamente più vicina al nostro vissuto e ai nostri valori, finisce col privare La Bella e la Bestia di un sarcasmo così impietoso e godibile…

Lifestyle cristiano · Personale · Quaresima

Cinque “safe place” in cui mangiare sereni, se vai al fast food ma è un venerdì di Quaresima

Mettiamo caso che siate cattolici e che sia un venerdì di Quaresima.
Oppure: mettiamo caso che Google vi abbia indirizzato su questa pagina perché è un motore di ricerca molto propositivo, ma voi siate semplicemente vegetariani e/o appartenenti ad altre religioni che vietano il consumo di carne, o di certi tipi di carne.
In ogni caso, amici che mi leggete, condividiamo un grattacapo ecumenico: abbiamo un menù necessariamente limitato rispetto alla media, e non è sempre facilissimo individuare un locale in cui sai che puoi andare “a colpo sicuro”, per uno spuntino al volo.

Non so voi, ma io, in certi frangenti, ho trovato difficoltà.
Il mio problema più grosso erano, nei miei anni da studentessa, i pasti fuori nei canonici quarantacinque minuti di pausa tra una lezione e l’altra – peggio ancora, se volevo mangiare assieme a compagni di università.
Troppo poco tempo per andarsi a sedere in pizzeria, ma decisamente troppo tempo per un trancio di pizza dal panettiere da mangiare al volo.
E poi, sai com’è. Magari hai bisogno di usare i servizi.
Magari sei stanco e vorresti allungare le gambe sotto a un tavolo, e financo scambiare due parole con gli amici.

È la classica situazione in cui la gente normale sceglie i fast food… ma, ahimè, non tutti i fast food offrono grandi alternative a chi non può o non vuole ordinare un hamburger. Ok, McDonald’s ha le insalatone e si è inventato il Filet-O-Fish pensando espressamente ai cattolici in Quaresimaperò

Ecco invece cinque locali in cui in Quaresima entro a cuor leggero, consapevole di andare “a colpo sicuro” perché mi vedrò presentare un menù ricco di alternative.
Bonus numero uno: questi locali sono presenti in quasi tutte le grandi città.
Bonus numero due: non credo che siano così popolari. Ci sta che oggi scopriate qualche posto nuovo che ignoravate!
Bonus numero tre: parliamo di posti in cui piatti meatless non sono un’opzione per estrosi confinata al fondo del menù. C’è davvero tanta ampia scelta!
Bonus numero quattro: potete proporli alla comitiva senza passare per l’originale che condanna tutti gli altri a mangiare sbobbe improbabili. Sono locali normalissimi e alla moda, dove c’è cibo per tutti i gusti… compreso il vostro.

EXKI

EXKI

Questa catena di fast food nasce in Belgio nel 1999. Verso il 2004-2005 era già arrivata a Torino, aprendo un locale non distante dal liceo che frequentavo. Con ciò, Ekxi è diventata per anni LA mia meta d’elezione tutte le volte che in Quaresima mi capitava di mangiar fuori: sì, perché questo fast food eco-bio ha un menù veramente strapieno di proposte basate sulla verdura (e sulla frutta) (di stagione).
Potete ordinare un panino al volo o potete scegliere un pasto completo (con la massima libertà, perché il servizio è a self service). Quanto al menù, io ho l’impressione che nei primi tempi Ekxi ne adottasse uno quasi esclusivamente vegetariano; recentemente, hanno fatto capolino molti piatti di carne (o con affettati), il che riduce un po’ la scelta per chi si impone un menù di magro.
Comunque, è una bella catena che amo frequentare, anche per alcune sue piccole attenzioni in campo etico: il caffè proviene dalla filiera fairtrade; il cibo invenduto a fine giornata viene dato in beneficenza.

Mister Fruit & Juice Bar

MrFruit

Quando ne ha aperto uno vicino a casa mia, la prima reazione è stata: “boh?”.
Apparentemente, sembrava un enorme locale, con tavolini e sedie e seggioloni per bambini, interamente dedicato alla vendita di frullati (??).
Non mi capacitavo di come un locale del genere potesse, non dico esistere, ma anche solo esser stato pensato. Poi, mi sono resa conto che i Juice Bar non vendono solo succhi di frutta: al contrario, propongono dei menù interamente composti da frutta (e verdura), con portate che spaziano dai frullati alle zuppe calde. Insomma: vanno benissimo per una merenda nutriente, ma, volendo, ci si fa un pasto completo.
Pare che stiano riscuotendo un crescente successo e che stiano aprendo in varie località d’Italia, perlopiù sotto il marchio “Mister Fruit” o “Juice Bar”. Ho serii dubbi che sarà una moda duratura, ma finché esiste… si può sempre approfittarne.

Veggy Days

Veggy Days

C’è poco da dire: per quanto possa fare strano ritrovarsi in locali popolati da rasta no global che raccolgono firme per l’abolizione della caccia (storia di vita vissuta) (…ma non a Veggy Days), se non vuoi mangiare carne, un bar vegano è evidentemente la scelta migliore.
Ce ne sono tantissimi, qui mi limito a elencare un franchising che ha già alcuni locali (soprattutto nel Centro Italia). Ma sicuramente esisteranno bar vegani anche nella vostra città (Torino è letteralmente piena)… e potete star certi che il menù sarà tutto dalla vostra!

The King of Salad

King of Salad

Mi direte: abbella, non è che hai scoperto l’acqua calda – pure da MacDonald’s ti vendono l’insalatona.
Indubbiamente: però, a me, certa insalata fa abbastanza schifo.
La rucola mi piace, con la lattuga mi sembra di essere una mucca al pascolo; condimenti come tonno e olive sono graditi, ma i semi di mais e le noci te le tiro dietro con disgusto. Per me non è facilissimo entrare in un locale e trovare un’insalata che può piacermi. Anzi: nella maggior parte dei casi, non ci riesco proprio (…e se un’insalata non è di mio gusto, fatico davvero a buttarla giù).
Ecco perché mi trovo bene con King of Salad, che:
a)     è interamente dedicato alle insalate (con qualche incursione di altri piatti vegetali) quindi ha un menù molto più vasto rispetto alla media;
b)    ti offre la possibilità di personalizzare la tua insalata, selezionando di persona gli ingredienti che deve avere. Il top!

Subway

subway

Wikipedia ti dice che “alla fine del 2010 è diventata la più grande catena di ristorazione monomarca del mondo per numero di ristoranti, superando McDonald’s”, poi esci dal lavoro e ti trovi un Subway dietro l’angolo…e cosa pensi? Che Subway sia molto diffuso anche in Italia, no?
E invece no: mentre controllavo il sito della catena prima di scrivere questo post, ho scoperto con un certo stupore che Subway è sì diffuso in tutta Italia… ma la maggior parte dei locali sono all’interno delle basi militari NATO (ce ne sono parecchie sulla penisola, per chi non lo sapesse).
Va beh: i pochi civili che hanno la possibilità di accedere a un Subway, vadano comunque a darci un’occhiata. La formula è sostanzialmente quella del McDonald’s, con la differenza che: Subway è più buono; vende baguettes farcite, non hamburger; ha una scelta maggiore se parliamo di panini vegetariani… e ti offre la possibilità di personalizzare al 100% il tuo panino. Il che, ad esempio, può anche voler dire togliere il salame da quel panino lì, che se non fosse per quel dettaglio ti ispirerebbe proprio tanto, sostituendolo – che so – con ampie dosi di formaggio fuso.
E anche questo non è poco!

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Elogio del digiuno quaresimale

Amo il digiuno e l’astinenza quaresimali con la stessa dedizione e lo stesso entusiasmo con cui ho amato la castità prematrimoniale. In entrambi i casi, c’è la sensazione di custodire gelosamente un piccolo tesoro che, con metodica costanza, viene ignorato, sminuito, ridimensionato e villipeso dalla società che ci circonda (…e, spiace dirlo, anche da molti religiosi, adagiatisi un po’ troppo sullo spirito dei tempi).
E invece, il digiuno e l’astinenza sono belli, belli davvero. Dovremmo riscoprirli per quel tesoro che sono, invece di dipingerli come bizzarre pratiche old-style per cattolici retrò con una particolare inclinazione ascetica.

Prima di proseguire, credo che valga la pena chiarire meglio cosa intende la Chiesa con “digiuno ed astinenza”, e come interpreto io queste sue indicazioni di massima.

In base alla Santa Romana Chiesa, il digiuno è obbligatorio, il Mercoledì delle Ceneri e il Venerdì Santo, per tutti i cattolici dai 18 ai 60 anni compiuti. Non obbligatorio, ma fortemente consigliato, proseguire il digiuno del Venerdì Santo anche per tutta la giornata di sabato, in modo da spezzarlo durante la Veglia di Pasqua.
Si considera digiuno un unico pasto (sobrio) nel corso della giornata, cui è possibile accompagnare un piccolo spuntino mattino e sera, a patto che sia per l’appunto piccolo (la somma dei due snack non deve equivalere a un secondo pasto).

L’astinenza è obbligatoria, per tutti i cattolici che abbiano compiuto 14 anni, nei giorni di digiuno e in tutti i venerdì di Quaresima. Non obbligatorio, ma fortemente consigliato, praticare l’astinenza anche in tutti i venerdì dell’anno. (Qualora questo non si potesse/volesse fare, il fedele è tenuto a “compensare” con un’altra mortificazione o opera di carità).
Si considera astinenza il rifiuto di tutte le carni e di qualsiasi altro cibo che, a prudente giudizio del fedele, sia da considerarsi particolarmente ricercato e costoso.

“Questo è quello che prescrive la Santa Romana Chiesa”, mi sembra di sentirvi dire. “E allora cos’ha da interpretare Lucia, se non attenersi scrupolosamente a queste prescrizioni?”.

Beh.
Non è che io contraddica le prescrizioni della Chiesa, per carità. Sol per quello, non contraddico nemmeno la prescrizione per cui è obbligatorio confessarsi una volta all’anno.
Purtuttavia, penso che siamo tutti d’accordo nel dire che la Chiesa, in certi frangenti, ci prescrive per legge degli obblighi minimi sindacali… però non è che ci anatemizza se facciamo un po’ di più!

Indi per cui, nel mio modo di interpretare questi comandamenti, il digiuno è quanto più possibile integrale, compatibilmente con l’età, lo stato di salute e le attività che ci attendono quel giorno (non facciamoci del male fisico, per carità).
L’astinenza, oltre ad essere praticata ogni venerdì dell’anno, a casa mia dura per tutti i quaranta giorni della Quaresima, ed è formulata in maniera da essere la mia penitenza per eccellenza (cioè: me la studio in maniera tale che mi pesi proprio).

Evidentemente, non lo dico per vantarmi (anche perché è così facile rispettare questi principi e poi andare avanti per inerzia tutta la Quaresima, sentendosi tanto a posto…).
Lo dico perché, in base alla mia esperienza, il digiuno e l’astinenza, praticati in questo modo abbastanza “vigoroso”, danno alla Quaresima un enorme valore aggiunto. E mi sembra che questo messaggio rischi di essere un po’ trascurato, in un’epoca in cui sono sempre più frequenti i richiami a digiuni “alternativi” (tipo: per quaranta giorni, astinenza dallo smartphone; per quaranta giorni, digiuniamo dal pettegolezzo).
Rispettabilissime penitenze alternative, che indubbiamente fanno (molto) bene; però, mi spiacerebbe molto se prendesse piede la tendenza a scartare a priori le mortificazioni alimentari old style.

Curiosi di sapere perché?
Per quanto mi riguarda, per cinque motivazioni fondamentali.

1)  Perché siamo fatti di anima e di corpo

E, povero corpo, non è che lo si possa sistematicamente trascurare perché “naaaa, l’importante è quello che ti senti dentro”.
Indubbiamente è importante quello che senti dentro; nel caso specifico, il digiuno quaresimale diventerebbe una dieta dimagrante, se non fosse sostenuto da una reale convinzione interna.
Eppure, siamo fatti di anima e di corpo, ed è stupendo che la Chiesa ci proponga forme di penitenza che ci consentono di mettere alla prova sia l’una che l’altro, contemporaneamente.
È bellissimo (‘nsomma. Quantomeno, è molto fruttuoso) sentire lo stomaco che brontola a metà giornata, o scoprire che ti viene letteralmente l’acquolina in bocca quando ti passa davanti un piatto pieno di quel cibo che desideri con ogni fibra del corpo, ma che non puoi avere.

Auspicabilmente, tutto questo non succede quando il tuo digiuno quaresimale è – poniamo – l’astinenza dai social network. Ed è così tanto bello mettere alla prova il 100% di noi stessi; anche perché…

2)  Perché solo il sacrificio che ti pesa nella carne mette davvero alla prova la tua forza di volontà

Qui non c’è nemmeno bisogno di dilungarsi troppo in spiegazioni. Vogliamo seriamente paragonare la voglia che ti prende (magari, a stomaco vuoto) davanti a un cibo che desideri fortissimamente eppure non puoi toccare, con il sacrificio di rinunciare per quaranta giorni a [smartphone / TV / musica leggera / vattelappesca?].
Nel secondo caso,  la rinuncia mette in esercizio “solamente” la nostra forza di volontà (che non è poco, eh!). Ma nel primo caso, a remare contro ai nostri buoni propositi non ci sono solo le debolezze umane, ma anche i più puri istinti fisici.
E ritengo che le due cose non siano neanche lontanamente paragonabili.

Immaginate di essere di fronte a un amico che è nella più nera disperazione, perché il medico gli ha prescritto per alcuni mesi una dieta rigidissima che impone privazioni di ogni tipo, togliendogli peraltro tutti gli alimenti che amava di più. Lo confortereste dicendo “life sucks amico, ti capisco perfettamente: pensa che io ho finito i giga e non posso whatsappare fino al mese prossimo”?

Ecco, appunto.

3)  Perché la Quaresima non è l’unico frangente in cui ci viene chiesto di “lottare” contro il nostro corpo

Lo dico molto chiaramente: sono fermamente convinta che la castità prematrimoniale non sarebbe stata una sfida così facile da vincere, se io non fossi stata allenata da anni ed anni di estremo rigore quaresimale.
Prendetemi per scema, ma nulla mi schioderà da questa ferma convinzione… che peraltro non è solamente mia: molti pensatori vedono una stretta correlazione tra le mortificazioni alimentari e la pratica della castità. In fin dei conti tutte e due ci chiedono di lottare, apparentemente senza motivo, contro un desiderio viscerale, di per sé buono e secondo natura.

Ma, ovviamente, non è solamente una questione fisica. Dire “no” a qualsiasi vizio, mollezza, peccatuccio, tentazione, sarà (secondo me) tanto più facile quanto più ci saremo allenati in questa “palestra per l’anima” che è la Quaresima.

È certamente possibile rifiutare la tentazione anche se ci scofaniamo la bistecca alla fiorentina ogni venerdì. Per carità.
Però, secondo me, rifiutare la tentazione è un po’ più facile se ci siamo abituati a rifiutare anche la bistecca. Come in un percorso composto da tanti piccoli passi, alcuni dei quali talmente lievi da sembrare insignificanti… eppure, non così inutili come potrebbe sembrare a prima vista.

4)  Perché il digiuno ha senso se rinunci a qualcosa di buono e lecito, non se rinunci a un peccato o una dipendenza

Qualche Quaresima fa, ho sentito un parroco raccomandare ai bimbi del catechismo “per la Quaresima, come fioretto, rinunciate a dire le bugie, a fare i capricci, a disubbidire a mamma e papà, a trattar male i fratellini…”.
Ehm.
Lodevolissimo proposito, e comunque “sempre meglio che uno spunto in faccia”, ma vorrei debolmente far notare a quel sacerdote che tutte le azioni che aveva elencato  erano peccati (peccatucci da bambino, ‘nsomma), cioè cose che in linea teorica non si dovrebbero fare mai, in nessuno dei giorni che il Signore manda in terra.

Se mi dici che la Quaresima è il periodo propizio per liberarsi di quel vizio, di quella cattiva abitudine, di quella triste tendenza che ti porta a peccare sempre lì… mi trovi ovviamente d’accordo, e non ci piove.
Ma non è che adesso possiamo prendere la nostra lotta contro il peccato e trasformarla in un fioretto quaresimale: sarebbero due cose un po’ diverse, non so se mi spiego.

Bellissimo e santo profittare della Quaresima come periodo in cui dire un secco “no” a quel tuo peccato ricorrente o a quella tua cripto-dipendenza (e qui penso a chi decide di rinunciare ai social, allo smartphone, ai videogiochi, perché si rende conto di averne abusato nei mesi precedenti).
Bellissimo e santo e lodevole finché volete, ma questo è sfruttare la Quaresima per abbandonare una cattiva abitudine che doveva essere abbandonata comunque.

Il che è meraviglioso; ma non è una mortificazione.
Né tantomeno una penitenza.

5)  Perché la “mia” Quaresima mi mette unisce idealmente a tutto il resto della cattolicità – in ogni punto del tempo e dello spazio

Oh, il catechismo è chiaro su questo punto. Fatto salvo il periodo di Quaresima, io sarei liberissima di mangiarmi un chilo di salame ogni venerdì, basta compensare con un’altra opera di penitenza.

Accantoniamo per amor di discussione la questione dello slippery slope, per cui le prime volte magari la fai pure, la penitenza di compensazione, ma, dagli e dagli, alla fine puoi star certo che dopo qualche anno mangerai carne senza manco ricordare che c’erano dei vincoli.

Accantonata la questione per puro amor di discussione, resta il fatto che io traggo un gioia meravigliosa nel pensare che la mia piccola penitenza quaresimale (o del venerdì) si incasella vicino a quella di tanti fratelli, in un’esperienza internazionale e bimillenaria che si ripete, sempre uguale, da generazioni e generazioni, in ogni remoto angolo del mondo.

In ogni epoca storica, ad ogni latitudine, tutta la cristianità ha chinato il capo in penitenza in questo periodo dell’anno, sottoponendosi alla legge dell’astinenza e del digiuno. Da duemila anni a questa parte, in ogni sperduto puntolino sul mappamondo, miliardi di cristiani hanno sentito lo stomaco brontolare durante la Quaresima, e si sono privati della carne in ogni venerdì del calendario.
E non sarò io a interrompere questa bellissima catena che mi lega all’intera comunità dei discepoli di Cristo.

Potrei mangiare carne nei venerdì non di Quaresima.
Potrei adottare, nel corso della Quaresima, privazioni di vario tipo ma di natura non alimentare.
Potrei, per carità. Potrei farlo indubbiamente.

Ma sento che, così facendo, mi starei privando di una meravigliosa dimensione collettiva grazie a cui vivo questo periodo in una comunione di fede  che – se mi consentite un po’ di retorica – mi lega a tutto il resto della cattolicità superando i confini del tempo e dello spazio. E questa cosa mi emoziona tantissimo, mi dà la carica, mi commuove, e mi fa davvero sentire parte di un solo corpo che da sempre vive e si muove in sincrono con me.

***

Insomma, l’avete capito: il digiuno quaresimale, per me, è qualcosa di molto fisico. Magari accompagnato (perché no?) da penitenze “spirituali”… che però devono appunto accompagnare, non sostituire.
Poi magari voi avete un modo di far Quaresima che è mille volte più fruttuoso del mio, per carità!, ma in un’era in cui crescono gli appelli ai “digiuni quaresimali alternativi” io, appunto, sentivo l’esigenza di sottolineare quanto sia bello il caro vecchio digiuno old-style.

E siccome ho da poco scoperto Canva e mi sto divertendo come una cretina con tutte le possibilità che offre (l’ho usata per farmi la lista della spesa, non sto scherzando) vi lancio pure un’infografica con dieci spunti per un’astinenza quaresimale… come quelle che piacciono a me.

Ce n’è qualcuna che vi ispira?

digiuno-quaresima

Lifestyle cristiano

Cinque modi per diventare gli storici di noi stessi (giocherellando un po’)

Per chi non lo sapesse, io sono un’archivista. Per quanto io abbia lavorato prevalentemente su archivi ecclesiastici, mi è ovviamente capitato di “mettere mano” ad archivi di famiglia o di singoli individui. E mentre scorrono sotto le mie dita lettere d’amore ingiallite, album di vacanze all’estero con indicazione precisa di dove-come-quando, vecchie fotografie in bianco e nero che ritraggono bimbetti biondi e boccolosi nei loro calzoncini anni ’30… puntualmente mi sciolgo dalla commozione e puntualmente mi immalinconisco, pensando che tutto questo è stato, e verosimilmente non sarà più.

Pensateci: quale nostro ricordo verrà consegnato alla Storia, e cosa lasceremo in eredità ai nostri posteri?
Una impressionante quantità di selfie che intasano ogni giorno Facebook e Instagram, e che son così comodi da consultare online che nessuno si prende più la briga di stampare.
Centinaia di migliaia di conversazioni su Whatsapp, destinate a sparire dopo un po’ di tempo alla disattivazione del nostro numero.
Quando va bene un sacco di mail, magari bellissime e argomentate… ma quanti ragazzi del 2100 riusciranno realisticamente a risalire alla corrispondenza del nonno e della bisnonna, se nessuno si prende la briga di fare qualcosa per consegnargliela?
Con tutta questa sovrabbondanza di informazioni c’è il rischio molto concreto che le cose più importanti si perdano, nel lungo periodo – vuoi perché sommerse nella marea di #OOTD, vuoi perché “massì, ce le ho tutte qui nella chiavetta”… e dov’è finita la chiavetta?
E dov’è finita la porta floppy che mi servirebbe per scoprire cos’è contenuto in quel floppy anni ’90 che ho trovato in soffitta?

È per questo che io sono particolarmente attenta a mettere da parte qualcosa che possa parlare di me anche in un futuro lontano. Dopo alcuni anni di spensierato all digital, sto cominciando a cercare dei piccoli stratagemmi per far sì che non tutta la mia vita sia custodita all’interno di un volubile flusso di bytes.
Questi sono alcuni dei miei stratagemmi preferiti, che condivido con voi con una certa speranzosità. Anche perché riescono a far diventare un gioco questo processo di… conservazione della memoria.

Draw My Life: il libro 9788868219857_0_0_300_80

Se seguite qualche youtuber, sicuramente ricorderete la moda che aveva impazzato su Internet qualche tempo fa: armati di un gessetto e di una lavagnetta, gli youtuber più famosi raccontavano ai fan la loro vita… disegnandola sull’ardesia. Il libretto (circa 200 pagine al costo di 12 euro) offre anche a noialtri la possibilità di fare altrettanto, e cioè di raccontarci attraverso schizzi e fumetti.
Chiaramente il libro non è un album da disegno e basta, ma per ognuna delle 200 pagine ti “suggerisce” un argomento da trattare: disegnati qui nel giorno del tuo matrimonio; disegnati qui col taglio di capelli più assurdo tra quelli che hai sperimentato da ragazzino…
Per chi è bravino (e/o comunque si diverte) a disegnare, questo è un must che sarà un dolcissimo ricordo da tramandare ai propri figli. Per chi non è eccellente nel disegno (tipo me), nulla vieta che, vicino a uno schizzo al volo, ci si prenda lo spazio per scrivere due righe su questo o quel periodo della tua vita…

Nonna, raccontami nonna-raccontami

Questo è secondo me un regalo dolcissimo… e la pensano come me svariate migliaia di persone in giro per l’Italia, calcolando che il volume, pubblicato a maggio 2013, è già arrivato alla decima ristampa (!).
Nonna raccontami è stato il modello 1, ma il successo straordinario ha spinto l’editore a curare altri volumetti destinati a nonni, mamme, babbi, e chi più ne ha più ne metta. L’idea vincente è quella di consegnare a [inserisci  nome di un anziano parente a cui ti lega grande vincolo di affetto] un quadernetto graziosamente confezionato che aiuterà il vecchietto a far fluire i suoi ricordi, e a raccontarli con semplicità.
“Nonna, mi racconti il tuo primo giorno di scuola?”. “Nonna, mi racconti come hai conosciuto il nonno?”. Tante piccole domande, lievi e delicate, in una operazione forse un po’ malinconica (visti i sottintesi del chiedere a un anziano di mettere per iscritto le sue memorie)… ma tanto, tanto dolce e piena di affetto.

Per ricapitolare: la casa editrice Sarnus pubblica quadernetti di questo tipo indirizzati a nonna, nonno, babbo e mamma, più un quaderno in cui i neo-genitori sono invitati ad appuntare le tappe fondamentali della gravidanza e della prima infanzia di ogni figliolo. Esiste anche un quaderno da compilare in proprio, con spunti per raccontare i propri anni di scuola.

Lettere per quando sarai grande lettere-per-quando-sarai-grande

Anche di questo taccuino esistono alcune varianti: Lettere a me stesso per quando sarò grande, Lettere alla mamma, Lettere al papà, Lettere al proprio amore, Lettere da aprire in occasione di
Ma se consegnare alla propria sposa nel giorno del matrimonio un plico di lettere da aprire [al primo anniversario / alla nascita del primo figlio / etc] è un’operazione da far sciogliere il cuore ma tutto sommato poco utile ai fini di conservare la memoria, l’idea di un genitore che giorno dopo giorno si mette a tavolino per scrivere lettere indirizzate al suo bambino quando sarà grande… beh: è commovente mica poco! E sufficientemente “proiettata in là nel tempo” da soddisfare i criteri con cui sto componendo questo elenco.

Il mio albero genealogico il-mio-albero-genealogico-libro

Questo, l’ho scoperto un giorno alla Feltrinelli curiosando nel settore “ragazzi”. ‘nsomma, secondo me siamo ai limiti del malposizionamento: se avete a casa un figlio liceale con un certo interesse per la Storia, COMPRATE QUESTO LIBRO E FATEVI FELICI ASSIEME. Ma se non in questo caso, io non definirei il libro una pubblicazione per ragazzi: a dire il vero, è una lettura tosta mica poco!
Il volume ti insegna a ricostruire l’albero genealogico di famiglia: ma non l’albero genealogico che ti fanno fare in terza elementare e che arriva tutt’al più a citare i nomi dei bisnonni. No no: questo libro ti da tutti gli strumenti per avviare una ricerca genealogica in piena regola: ti parla di registri comunali, di status animarum, di libri dei Battesimi; ti spiega come usare tutte le risorse messe a disposizione online e come muoversi per risalire il più possibile indietro con le generazioni…
Il bello, è che lo fa con toni lievi e incoraggianti, con un sacco di immagini, e con un linguaggio che ti fa apparire la ricostruzione dell’albero genealogico come una entusiasmante sfida possibile.
(Il che, per la cronaca, è vero. Soprattutto se la vostra famiglia è rimasta più o meno stabile in una certa area geografica, è semplice  – probabilmente molto più semplice di quanto immaginiate – ricostruire la storia dei propri antenati).

Ovviamente, incluso nel libro c’è anche un albero genealogico vuoto, da compilare via via che scoprite qualcosa in più sulla vostra Storia.

Tu, io e le cose meravigliose che ci sono successe mr-wonderful-album-insieme-fino-alla-fine-del-mondo

Tra le blogger, gli album di Mr. Wonderful sono la moda del momento e io supinamente mi sono fatta contagiare. Il fatto gli è che questo marchio confeziona prodottini deliziosamente deliziosi, palesemente pensati per un pubblico femminile intorno ai trenta… ma oh, così cariiiiini!
Consegnate a una persona di fiducia la vostra carta di credito, andate sul sito di Mr. Wonderful e perdetevi tra le sue mille creazioni (che includono tazze, ombrelli, cover e chi più ne ha più ne metta). Ai fini di questo post, io voglio suggerirvi la selezione di album fotografici, che oltre alla carineria hanno un merito non da poco: hanno lo spazio per scrivere didascalie alle foto.
Anzi, ti costringono a scrivere le didascalie alle foto, perché ovviamente sarebbe antiestetico incollare la foto lasciando vuota la vignetta fumettosa predisposta per la didascalia: quindi ti forzano la mano e ti obbligano a scrivere almeno due righe per ogni immagine. “Era la prima volta che guidavo la macchina dopo aver preso la patente!”, “Qui eravamo all’abbazia di Staffarda in una gita primaverile”.

Ovviamente per fare ‘sta cosa non c’è bisogno di questo specifico album, basterebbe un qualsiasi fotolibro che consenta di aggiungere il testo… però sarebbe da fare. Anche solo due note al volo. E insisto perché sono consapevole che è la cosa che si fa di meno: supperggiù dagli anni ‘6o in poi, hanno smesso di farlo persino i protagonisti dei miei polverosi archivi (guadagnandosi tanti di quegli accidenti degli archivisti e degli storici…).
Eppure, la memoria è labile addirittura per noi, non solo per i posteri: e se già stiamo spendendo soldi per far stampare il nostro fotolibro… perché non divertirci ad aggiungere qualche nota di contorno, che ha ottime chance di farci sorridere quando, tra dieci o vent’anni, riprenderemo in mano in volume?