Questa Storia ti puzza di fake news?

Fake news Facebook
Le fake news sono ormai all’ordine del giorno, e tutti i professionisti dell’informazione si prodigano per fornire ai loro lettori le armi con cui difendersi da questa massa di notizie false che – complici i nuovi mezzi di comunicazione – rischiano a tratti di tramortirci e confonderci.
È davvero possibile imparare a proteggersi da una cosiddetta “bufala”? Esistono delle tecniche che l’Internauta Medio può mettere in atto, per tentare di orientarsi in questo procelloso mare dell’informazione? In effetti sì – e una di queste consiste nell’affinare il proprio senso critico cominciando a porsi tutta una serie di domande, quando ci si trova di fronte a una notizia sospetta.
Stiamo leggendo un articolo e c’è qualcosa che, diciamo, non ci torna? Ebbene, una serie di domande ad hoc può aiutarci a stabilire se è solo una nostra impressione, o se davvero di fake new si tratta.

Questo blog si occupa di Storia, dunque mi occupo di Storia anche in questo articolo. Ché attorno ai temi storici è tutto un fiorire di fake news e leggende nere, e semplici convinzioni errate, sedimentatesi nel corso dei secoli e ormai date per certe.
E se anche noi ci imbattessimo in una di queste “bufale”? Saremmo in grado di riconoscerla? Quali sono i campanelli d’allarme che dovrebbero quantomeno metterci sull’attenti?

Io ne ho individuati cinque, partendo dalle osservazioni proposte da Giuseppe Sergi nel suo La rilettura odierna della società medievale: i miti sopravvissuti, dagli atti del convegno “Medioevo reale medioevo immaginario” (Torino 26-27 maggio 2000).

1. Questa ricostruzione semplifica concetti che, diversamente, sarebbe difficile spiegare?

Esempio portato da Sergi: la piramide feudale del Medioevo.
Presente?
Questa:

Piramide Feudale

Benissimo, non è mai esistita.

Il feudalesimo medievale era una cosa molto più complessa di quella che ci insegnano sui libri di scuola. Ad esempio, un uomo poteva essere vassallo di più signori feudali contemporaneamente (ed erano per lui cavoli amari, quando i due signori si dichiaravano guerra). In teoria, un cavaliere poteva anche essere vassallo del Signor Caio ed essere contemporaneamente signore feudale di altri vassalli a lui sottoposti (diventando, allo stesso tempo, sottoposto e parigrado del suo signore). E comunque, ai rapporti feudali, si affiancavano in età medievale rapporti di parentela, eredità e quant’altro, talora non meno importanti e vincolanti del rapporto vassallo/signore.

E quindi, perché a scuola continuano a insegnarci la panzana della piramide feudale?Beh, perché è una semplificazione molto utile.
Vallo a spiegare, a un bambino di undici anni, questo complesso equilibrio di poteri per cui si può essere servi e signori allo stesso tempo, e per cui il re ha sicuramente un ruolo importante, ma può darsi che alcuni sudditi abbiano più potere di lui. È così facile e rassicurante, ricorrere a semplificazioni tutto sommato innocue, che risparmiano agli studenti così tanti grattacapi…
I pochi eletti che vorranno dedicarsi al Medioevo per professione, faranno sempre in tempo a mettere i “puntini sulle I” all’università. Fino ad allora… che male c’è?

Pescando dai miei archivi una Storia di cui ho già parlato io: il mito per cui, durante i secoli della caccia alle streghe, erano accusate di stregoneria le donne giovani, sole, prive di protezione da parte dei mariti, e magari un po’ anticonformiste.
Vallo a spiegare, che molti degli accusati erano maschi ricchi e potenti, praticavano davvero rituali magici, e, in molti casi, il proverbiale patto con Satana importava molto poco agli inquirenti laici…

2. Questa ricostruzione ci aiuta a credere che noi viviamo in un mondo migliore?

Mai Stati Meglio Copertina Libro

È così bello leggere un libro di Storia e pensare “certo che noi siamo un sacco evoluti rispetto a ‘sti bifolchi!”. Su questo tema, gioca persino un gustoso libretto eloquentemente titolato Mai stati meglio!: “basta scorrere i secoli passati”, recita la quarta di copertina, “per capire stiamo vivendo uno dei momenti più positivi, confortevoli e ricchi di opportunità dall’apparizione dell’uomo sulla Terra”.

Non mentiamo: illuderci che l’umanità sia destinata a un graduale, inesorabile progresso è un consolante auto-convincimento di cui sentiamo drammaticamente il bisogno, tutte le volte che, guardando il telegiornale, ci si stringe il cuore al pensiero del mondo che stiamo lasciano ai nostri figli.
…sennonché, a volte, questo nostro atteggiamento genera delle bizzarre fake news dalla singolare persistenza.

Un esempio tra i tanti? Cito quello che proponge Sergi: lo ius primae noctis.
Non è MAI esistito, in nessun luogo e in nessun momento, un cavillo che consentisse al potente di turno di portarsi legalmente a letto le donne prossime al matrimonio. Lo ius primae noctis è un’invenzione bella e buona creata ad arte (cfr. punto 4)… che però si è impressa nell’immaginario collettivo in maniera particolarmente tenace.
E perché?
Perché, oh, è così confortante, pensare che certe cose che una volta erano all’ordine del giorno, adesso, grazie a Dio, sarebbero impensabili. Ma allora, è solo questione di tempo: verrà (presto?) il giorno in cui le tante ingiustizie che oggi ci affliggono saranno guardate con orrore dai nostri discendenti. E allora sì che esisterà un mondo migliore!

Come osserva Sergi, qui

agisce l’idea di un progresso lineare e permanente della storia: un’idea tanto spontanea quanto politicamente strumentalizzata, in ogni caso falsificante e dannosa per l’uso sociale della storia.

Pescando dai miei archivi una Storia di cui ho già parlato io: avete presente la radicata convinzione secondo cui, nel passato, la gente non si lavava per mesi e anni, e dunque andava in giro tutta sozza e puzzolente? Ne parlavamo tempo fa, e avevamo visto assieme che non è che fosse proprio vero: c’è stato sì un periodo della Storia umana in cui i bagni frequenti erano considerati pericolosi per la salute… ma, fortunatamente, è stata solo una moda transitoria, non un diktat millenario.

3. Per contro: questa ricostruzione trasforma il nostro passato in un affascinante romanzo fantasy più avvincente di Game of Thrones?

Sergi porta un esempio classico: i Templari, poveri cristiani.
Non si capisce per quale arcano mistero un ordine cavalleresco la cui Storia è stata studiata, ristudiata, ri-ristudiata fino allo sfinimento, debba solleticare così tanto le fantasie dell’Italiano-medio.
Cioè, boh? L’avete mai visto, voi, tanto pathos collettivo nel seguire le vicende dell’Ordine di Malta?
Eppure…

Il fatto gli è che, come scrive Sergi,

il medioevo nella cultura europea occidentale serve a regalare la dimensione dell’esotico senza troppo allontanarsi nello spazio, ma andando indietro nel tempo.

È così affascinante pensare a quando nel Medioevo i cavalieri cercavano per davvero (?!) il Sacro Graal. È così bello immaginare un mondo in cui la vita scorreva ordinata secondo i dettami di Santa Madre Chiesa, i rapporti tra sessi erano improntati a quel romanticismo à la Jane Austin e la vita era più onesta, più sana, più solidale.

Pescando dai miei archivi una Storia di cui ho già parlato io: presente, quei cattolici per la Storia cattolica è divisa in due (ante e post Concilio Vaticano II), e tutto ciò che viene dopo è liturgicamente il Male, e tutto ciò che viene prima era l’Assoluta Perfezione del Culto?

Vaglielo a spiegare, che fino a qualche secolo fa i preti mimavano atti sessuali dall’altare durante la Veglia di Pasqua

4. Questa ricostruzione è un’arma ideologica a sostegno di una certa tesi?

A questo punto, si potrebbero elencare tante “leggende nere” sulla Storia della Chiesa, usate oggi come grimaldello per dimostrare che i cattolici sono fondamentalisti pericolosi.
Sergi, invece, torna sullo ius primae noctis, e così, ubbidiente, faccio anch’io.

È da fine ‘800 che, con argomenti inoppugnabili, la storiografia, a intervalli regolari, smentisce il mito dello ius primae noctis.

Ma queste autorevoli messe a punto hanno scarsa efficacia anche quando sono scritte con stile accattivante, in libri di editori importanti e di larga circolazione. […] La cultura di massa su alcuni temi non si limita solo a non recepire, non vuole proprio ascoltare, si comporta come i bambini quando si tappano le orecchie con le mani ed emettono suoni per non essere raggiunti da parole non gradite. Perché? Perché non si vuol perdere, a causa della ‘storia’, un frammento di ‘memoria’ che ha una funzione culturale e sociale. In questo caso la funzione è quella di valorizzare l’attitudine delle comunità locali di contrapporsi al potere: le comunità nobilitano con l’eroismo popolare le proprie tradizioni.

In una temperie ideologica in cui il messaggio da far passare alle masse è: “bisogna combattere il sistema per avviare la rivoluzione / bisogna affrancarsi dalle stupidi leggi imposte dalla religione / bisogna fare questo e quest’altro perché i modelli tradizionali non funzionano bene”… beh: questi miti su base storica possono costituire un valido aiuto!

Pescando dai miei archivi una Storia di cui ho già parlato io: una volta mi è capitato su Facebook di essere definita “una revisionista da quattro soldi”, a causa di un articolo in cui spiegavo che la terribile strage di operai tenutasi l’8 marzo di un anno non precisato… semplicemente non c’è mai stata, fortunatamente per le operaie.
Non è chiaro chi, esattamente, si sia messo a tavolino per inventare dal nulla questa leggenda, ma sembra acclarato che la bufala abbia cominciato a circolare tra i circoli socialisti dei vari Paesi del blocco NATO, per ragioni politiche, nel primo dopoguerra.

Eppure, se lo dici, non ci crede nessuno, (comprensibilmente), anche perché qui scivoliamo per direttissima nel punto…

5. Questa ricostruzione ci culla nelle nostre rassicuranti convinzioni?

Chiudete gli occhi e immaginate un castello medievale: l’idea platonica di tutti i castelli medievali; poi tornate qui.
Fatto?
Scommetto che avete immaginato qualcosa sulle linee di:

Castello Medievale Immaginario

e che sarete probabilmente un po’ spiazzati nello scoprire che, per buona parte del Medioevo, i castelli sono stati semmai più simili a questo:

Castello Medievale Vero

Per dirla con Sergi,

è difficile convincere studenti e interlocutori che i castelli medievali tipici non sono quelli del tardo medioevo, ed è difficile perché sono per lo più castelli tre-quattrocenteschi a essere ancora in piedi. […] Risulta sempre arduo allontanare l’immagine del tipico castello valdostano e sostituirvi quella di un villaggio fortificato, o di recinti di legno e pietra.

Altro esempio ancor più visibile: i convincimenti popolari sull’evoluzione dei modelli familiari nel corso della Storia.

La tipica famiglia rurale del medioevo era una “two generations family”, con padri e figli e basta, cioè nucleare come oggi. Ebbene, nessuna persona, anche di cultura, lo immagina: perché le famiglie rurali successive alla rivoluzione industriale erano patriarcali, [con] convivenze larghissime

quindi, ci viene spontaneo ritenere che le famiglie allargate siano sempre state la norma. Ma siamo vittime in questo caso di quella che Sergi definisce “deformazione prospettica”:  per cui diamo scontato che tutto ciò che noi conosciamo circa il passato recente debba a maggior ragione applicarsi anche a tutte le epoche passate. Il che, non è affatto vero!

Pescando dai miei archivi una Storia di cui ho già parlato io: vallo a spiegare, alle nonnette attaccate alla tradizione, che il “classico” matrimonio col vestito bianco, il pranzo luculliano, il viaggio di nozze da sogno, etc, non è “tradizionale” proprio per niente ed è anzi un’invenzione recente. Ma insomma: lo sanno tutti che le nostre nonne facevano così!

***

E voi?
Vi vengono in mente altri esempi riconducibili ai cinque casi di cui sopra? Avete storie da raccontare, su quando siete caduti a vostra volta in una di quelle insidiosissime bufale storiche?
Per intanto, questo blog vi saluta e vi dà il suo bentornato, ripromettendosi, da oggi, di ricominciare con regolarità le sue pubblicazioni.
…e speriamo che questa non debba rivelarsi una fake new!

Cinque insegnamenti de “La Bella e la Bestia” originale che non troverete mai nei suoi adattamenti Disney

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Niente da dire: La Bella e la Bestia, con Dan Stevens e Emma Watson, è indubitabilmente il film del momento. Io non posso che sorriderne: i miei lettori di più vecchia data ricorderanno forse di come io “sia stata” Belle per lunghissimi anni su queste pagine. Dovendo scegliere una immagine-profilo che mi rappresentasse, avevo deciso di identificarmi proprio nella principessa Disney. Una scelta molto cliché, per una ragazzina dai lunghi capelli castani che studiava da bibliotecaria… ma, tant’è: per lunghissimi anni, io e Belle siamo state un tutt’uno.
E insomma, mi sembrava doveroso omaggiare questa vecchia amica in occasione della sua uscita cinematografica. Così, ho deciso di raccontarvi le cinque ragioni per cui amo tanto questa storia… anche se, in realtà, la versione che piace a me è quella del romanzo originale, non quella dell’adattamento Disney.

Forse non tutti sanno che La Bella e la Bestia non nasce come fiaba per bambini, ma bensì come romanzo per adulti a firma di Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve. Siamo nel 1740, e La Belle et la bête è un tomo di cento e passa pagine, per la maggior parte dedicate a intricate vicende politiche del mondo delle fate che non c’entrano niente coi due protagonisti della storia così come la conosciamo adesso.
Circa quindici anni più tardi, Jeanne-Marie Leprince de Beaumont cura una riduzione per bambini de La Bella e la Bestia. La sua versione è comunque molto diversa dall’adattamento Disney, ma presenta già molti punti di contatto con la storia che abbiamo tutti nelle orecchie.

Ma quindi: qual è la storia originale di La Bella e la Bestia?
Quali sono i temi che – come da titolo – mancano totalmente nella versione Disney (che comunque non mi dispiace affatto, sia chiaro)?
Tantissimi. Ad esempio, questi cinque.

1. La sessualità è una cosa grande, da trattare con cautela. Se usata male, può distruggere; se usata bene, può cambiarti la vita

Oh: ve l’avevo detto che la versione originale è pensata per un pubblico di lettori decisamente adulti!
Sorprendentemente, l’uso (e l’abuso) della sessualità hanno un ruolo di un certo rilievo, nel mandare avanti il racconto e/o nel delineare i rapporti tra personaggi.
In un certo senso, un appetito sessuale drammaticamente mal gestito sta proprio alla base della storia intera. Se, nella versione Disney, la Bestia viene trasformata in mostro a causa della crudeltà mostrata verso una maga (che se l’attacca al dito), nella versione della Villeneuve la pora bestia è una vittima innocente della situazione. Sua unica “colpa”: aver incrociato il suo cammino con quello di una fata ninfomane che si invaghisce di lui e tenta di sedurlo. Incapace di accettare un garbato rifiuto, la fata scaglia contro il principe la famosa maledizione che lo trasformerà in mostro (dopodiché, continua ad aggirarsi per il romanzo in preda ai bollenti spiriti, andando avanti a complicar la vita della gente).

Ben diverso è l’approccio alla sessualità che hanno i due protagonisti della love story.

Nella versione di Villeneuve, la Bestia è sorprendentemente esplicita circa quello che vuole da Belle: e cioè, portarsela a letto.
Giuro!
La maggior parte delle interazioni tra la Bella e la Bestia, nel romanzo, ruotano attorno al mostro che domanda “Belle, vuoi venire a letto con me?”.
Molte traduzioni dal Francese preferiscono l’eufemismo pudico “vuoi sposarmi?”, ma il testo originale è chiaro: la Bestia vuole anzi tutto coucher assieme a Belle, per spezzare la maledizione che lo affligge.

La prima volta che il mostro se ne esce con questo exploit (peraltro dopo cinque-minuti-cinque di conversazione con la ragazza…), Belle, comprensibilmente, ci perde dieci anni di vita, ed esclama atterrita “oh no! Sono perduta!”.
Ed è qui che la Bestia si mostra per il Principe Azzurro che è, pronunciando le due parole che ogni donna vorrebbe sentirsi dire in quel frangente: “niente affatto”. E la invita a rispondere serenamente sì o no, in tutta sincerità e senza farsi prendere dalla paura.

Sapete perché Belle comincia ad apprezzare la Bestia?
Perché la Bestia le porta rispetto.
Peraltro, nella versione originale del racconto, la maledizione che avvolge il castello consente alla Bestia di trascorrere solo pochi minuti al giorno in compagnia della sua ospite. Quindi non è che Belle avesse tutto ‘sto tempo a disposizione per formarsi un’opinione completa sul carattere della Bestia. Una parte molto significativa del loro percorso di conoscenza è proprio il teatrino che si ripete uguale, ogni sera, per mesi: “vuoi venire a letto con me?”. “No, Bestia, non voglio”. “E allora, poiché hai deciso così, ti auguro la buonanotte, Belle”.

Non è un caso. La versione originale di La Bella e la Bestia è – fra le altre cose – una forte critica ai matrimoni combinati. Palesemente, l’autrice (andata incontro a un matrimonio combinato estremamente infelice) riteneva che uno degli aspetti più sgradevoli di questa vita fosse il doversi concedere a comando a un individuo per cui non si provava il minimo sentimento.
La pazienza con cui la Bestia accetta stoicamente mesi e mesi di notti in bianco (nonostante la sua salvezza sia tutta legata al “sì” di Belle) è ciò che spinge il lettore ad affermare “wow! Questo sì che è un vero Principe Azzurro!”.

E, tutto sommato, è ciò che conquista Belle – e, di conseguenza, spezza la maledizione.

2. La bellezza non è tutto. Ma manco l’aMMMore è tutto-tutto

Le signore dall’animo romantico probabilmente ci rimarranno male, ma, nella versione originale della storia, non è che belle sia proprio tanto innamorata della Bestia. Non è per innamoramento che accetta di sposarlo.
Anzi: per tutto il corso del romanzo, Belle è cotta di un bellissimo principe che le appare in sogno tutte notti, e la seduce con amorosi conversarii. Ça va sans dire, il principe altri non è che la Bestia, che in sogno può manifestarsi a Belle con il suo vero sembiante. Ma, ovviamente, Belle non ne ha la più pallida idea, e anzi crede che il principe sia nascosto da qualche parte nel castello, prigioniero della Bestia così come lo è lei.

Col passar del tempo, Belle comincerà sì a provare stima, gratitudine, affetto, nei confronti della Bestia… ma niente più. È il bel principe quello che lei desidera; la Bestia è decisamente relegata nella friend zone, come direbbero i ragazzini.

Ma allora, come mai Belle si decide a sposare la Bestia?
Colpo di scena: la decisione non è totalmente sua. Durante una visita in famiglia, Belle si confida con il padre, ed è proprio lui a farla ragionare. “Quante ragazze sono costrette a sposare uomini che non conoscono affatto, e che si dimostrano molto più bruti della tua Bestia?”, le dice testualmente (e probabilmente con il tono esasperato di un genitore che vede la figlia rovinarsi la vita sentimentale pur di inseguire uno stupido sogno). “La tua Bestia, se è brutta, lo è solo nell’aspetto, ma di certo non nei sentimenti e nelle azioni”.

E quindi, Belle ci pensa su e decide che, pazienza per il bel principe dei suoi sogni, ma, tutto sommato, la sua vita non potrà essere infelice, al fianco di una Bestia che si è sempre dimostrata così premurosa e paziente. Il vero happy ending arriva qualche pagina più tardi, quando, a cose fatte, l’incantesimo si spezza e Belle scopre con gioia che la Bestia e il suo grande amore sono in realtà la stessa persona. Ma fino a quel momento, non si può proprio dire che Belle sposasse la Bestia perché ne era innamorata.

All’epoca del All you need is love, è molto impopolare scrivere che questa critica all’amore romantico a me piace tantissimo. Eppure, basterebbe anche solo sfogliare qualche pagina di cronaca per avere un vasto campionario di tristi storie in cui, se lei fosse lasciata guidare un po’ meno dai sentimenti, sarebbe probabilmente stata meno cieca nello scegliere un compagno per la vita.

La bellezza non è tutto, ci insegna La Bella e la Bestia.
Ma manco le dolcezze di un innamoramento possono essere tutto-tutto.

3. La ricerca dei soldi e del potere può distruggerti

Conoscendo l’estrazione sociale dei due protagonisti della storia, uno si aspetterebbe che sia il principe maledetto quello a cui la bramosia di potere ha rovinato la vita: no?
E invece no.

Nella versione originale della storia, il padre di Belle, lungi dall’essere un inventore un po’ pazzerello che vive ai margini del paese, è un ricchissimo (ricchissimo) mercante. A un certo punto, le navi su cui aveva investito tutti i suoi averi naufragano, lasciandolo in ristrettezze economiche. L’uomo è costretto a vendere la casa e a trasferirsi in campagna assieme ai suoi figli, che mal accettano questo mutamento nel loro tenore di vita. L’unica che riesce a fare di necessità virtù, adattandosi alla nuova condizione, è la figlia minore, Belle, che con la sua serenità nell’affrontare la povertà si attira peraltro le ire delle sorelle maggiori. Quest’ultime, prima avvelenano col loro rancore tutti i rapporti familiari, poi si accasano in matrimoni molto convenienti sulla carta, ma che, alla prova dei fatti, le lasciano profondamente infelici, alimentando ancora di più il loro livore.

Il padre di Belle fatica ad abbandonare il suo vecchio amore per il lusso, ma, alla fine del romanzo, ce la fa: ricevuti in dono dei soldi dalla Bestia, a mo’ di dote, li investe in maniera oculata in modo tale da procurarsi un onesto guadagno. Quanto a lui, continua a condurre uno stile di vita dimesso nonostante il suo conto in banca gli permetta ora qualche piccolo (o grande) lusso: l’uomo ha ormai capito che non è quello che conta, nella vita.

Il suo atteggiamento è in tutto e per tutto simile a quello mostrato dalla Bestia nei confronti delle sue immense ricchezze. Il fantastico castello incantato (in cui, per la cronaca, non esistono servitori incantati à la Lumière, ma in compenso troviamo la nonna magica della… televisione!) è vissuto dalla Bestia (e anche da Belle) come un piacevole mezzo per rilassarsi – ma non certo come un fine. Alla Bestia non gliene può importar di meno delle ricchezze che lo circondano, e sul finire del romanzo anche Belle si mostra molto disinteressata a tutto ‘sto ben di Dio.
Ma c’è di più: a un certo punto, la Bestia si dichiara pronta a rinunciare a tutto (ivi comprese le sembianze umane appena riacquistate) pur di vivere con Belle, ‘due cuori e una capanna’. E ancora: dopo il matrimonio, i due sarebbero intenzionati ad abdicare per vivere serenamente una vita quieta e dimessa, e sono i loro sudditi a pregarli di restare per governare rettamente.

Insomma: il potere e il denaro non sono un  male di per sé, ma lo diventano per chi ne abusa e si lascia prendere dalla bramosia. Il che non è poco, come morale. 

4. Talvolta, i veri nemici sono all’interno della famiglia

L’unico che si salva è il padre di Belle, legato alla figlia da un rapporto di sincero affetto. Per il resto, è davvero interessante studiare le dinamiche familiari in La Bella e la Bestia: sembra che l’autrice voglia lasciarci il messaggio che certi parenti è meglio perderli che trovarli.

La famiglia della Bestia è un fallimento su tutta la linea: il padre è morto, vivaddio; la madre abbandona il figlio alle cure di una nutrice, essendo troppo occupata a combattere una guerra per difendere i confini del regno. La nutrice (cioè, la vera figura materna per la Bestia) è la fata ninfomane che si invaghisce del principino, cerca di portarselo a letto, e, rifiutata, gli lancia contro la maledizione. A incantesimo opportunamente spezzato, la madre della Bestia si ricorda di avere un figlio, torna al castello, e non trova niente di meglio che cominciare a piantar grane perché non accetta che il suo bambiiino sposi una donna di origini borghesi.

Se la povera Bestia arriva da una famiglia palesemente disfunzionale, la nostra Belle non sta messa molto meglio. Eccezion fatta per il padre, tutto il resto della famiglia è composta da individui gretti, attaccati al soldo, rancorosi e pieni di invidia. In particolar modo, le sorelle maggiori inizialmente gioiscono nello sbarazzarsi di Belle, mandandola a vivere da un mostro che presumibilmente la ucciderà. Nella seconda metà del romanzo, dopo aver realizzato che Belle vive perfettamente lieta in compagnia della Bestia (…e sicuramente molto più lieta di loro, profondamente infelici nei loro matrimoni “perfetti”), si pongono una missione: distruggere la felicità della sorella.

In questo, amo moltissimo la versione della Beaumont (cioè, il primo riadattamento del romanzo) che indugia a lungo nel mostrare come le due donne siano pronte a ogni mezzo pur di rovinare la love story della ragazza. Uno dei più sottili, è il ricatto emotivo.
Scoperto che la Bestia ha concesso a Belle di visitare la sua famiglia, ma con la promessa di tornare al castello tassativamente entro il giorno X, i due geni del male decidono di posticipare in ogni modo la partenza della sorella. In questo modo – sperano – la Bestia si arrabbierà con Belle, e, in preda all’ira, gliela farà pagare cara.
E qui entra in scena appunto il ricatto emotivo: infilandosi cipolla tritata negli occhi per farli lacrimare, si aggrappano alle sottane della sorella piantando su piagnistei sulla linea di “ti preeeeego, resta con noooooi, non vedi come soffriaaaaaamo, non tornare dalla Bestia, non lo sopportereeeeeemmo…”.
Turbata da questa lacrimosa seppur inconsueta manifestazione d’affetto, Belle decide di ascoltare le suppliche e di rimanere con la sua famiglia. Da lì ha inizio tutto il patatrac che crea tensione nella storia: la Bestia non si capacita del comportamento di Belle, si sente tradito nella fiducia, piange fino a decidere di lasciarsi morire… eccetera eccetera eccetera.

Una roba del genere non si trova facilmente nelle fiabe, eppure è tristemente vera (oltre che narrativamente molto forte). Anche qui, non sarebbe difficile trovare storie atte a dimostrare che certi amori in realtà non sono altro che forme indirette di egoismo, come riflesse in uno specchio oscuro.

5. Credersi al di sopra degli altri è molto rischioso – anche per l’amor proprio

La Bella e la Bestia in versione originale è una critica feroce alla società francese del Settecento, così attenta alle gerarchie sociali e alle distinzioni tra classi. Nel corso del romanzo, tutti i personaggi si sentiranno “al di sopra” di qualcuno, per poi scoprire che semmai era tutto il contrario:

  • la famiglia di Belle, arrogante per le sue sterminate ricchezze, si troverà a vivere in povertà dopo un dissesto economico;
  • Belle, prigioniera di un mostro ripugnante, scoprirà che non solo la Bestia è una brava persona, non solo è un principe, ma addirittura è il principe dei suoi sogni;
  • le sorelle di Belle, andate in sposa a gente che sulla carta sembrava senz’altro un miglior partito rispetto al mostro disgustoso, ci metteranno poco a capire che si può essere mostri anche se si è apparentemente l’uomo perfetto;
  • la madre della Bestia, dopo aver piantato grane perché non voleva che suo figlio principe si sposasse con una borghese, verrà a sapere che Belle è cresciuta in una famiglia adottiva: in realtà è nata dall’unione tra un re e una fata;
  • contemporaneamente, la regina così arrogante scopre che i genitori di Belle sono stati costretti ad abbandonare la figlia… a causa di un’altra famiglia piantagrane. Emerge che popolo delle fate disprezza profondamente l’umile razza umana, e ritiene totalmente indegno che uno spirito etereo si abbassi a sposare un uomo: l’unione interrazziale i genitori di Belle deve assolutamente essere spezzata. Ma quindi, Belle, che è fata per metà, appartiene in realtà a una classe infinitamente superiore rispetto a quella della regina e del principe!

Questo specifico aspetto del costante ribaltamento delle classi sociali si è totalmente perso negli adattamenti successivi della storia. Nella Francia della Rivoluzione, la storia di un’umile ragazza borghese, che con la sola forza della volontà riesce a sposare un principe scavalcando le gerarchie sociali, era ben più ghiotta di una critica sarcastica alla società Ancien Regime, al termine della quale scopriamo peraltro che abbiamo solo scherzato, perché tanto pure Belle è una donna di sangue blu.
Eppure, non sono così convinta di preferire la versione moderna e selfhelpista. Indubbiamente più vicina al nostro vissuto e ai nostri valori, finisce col privare La Bella e la Bestia di un sarcasmo così impietoso e godibile…