Cose cristiane · Vite di Santi e Beati

“Ma non potevamo semplicemente chiamarli martiri della carità?”. Il motu proprio di Papa Francesco e la nuova via per la canonizzazione

Il motu proprio promulgato ieri da Papa Francesco deve aver destato un po’ di perplessità, vista la quantità di domande che mi sono arrivate nelle ultime ventiquattr’ore.

Per chi non avesse seguito la vicenda, la Maiorem hac dilectionem a firma di Francesco ha introdotto una piccola, grande, svolta nei processi di canonizzazione. Fino ad oggi (anzi, fino a ieri), due erano le strade che potevano condurre un fedele alla gloria degli altari:
a)    il martirio, cioè la morte violenta causata in odio alla fede cattolica;
b)    l’esercizio in grado eroico delle virtù cristiane, argomento che avevo già trattato qui (quindi beccatevi il link e passiamo oltre).

Orbene: il motu proprio Maiorem hac dilectionem introduce una terza strada alla santità, da oggi aperta per direttissima anche a tutti “quei cristiani che, seguendo più da vicino le orme e gli insegnamenti del Signore Gesù, hanno offerto volontariamente e liberamente la vita per gli altri ed hanno perseverato fino alla morte in questo proposito”.

Questa “offerta della vita”, evidentemente, deve compiersi con una certa ratio: nello specifico, perché possa esser fatta valere in un processo di canonizzazione, dovrà configurarsi come una accettazione libera e volontaria di morte certa, prematura e a breve termine, cui si deve andare incontro mossi da carità.

Esempi concreti?
Beh: per dirne una, il medico che si offre volontario per assistere i malati affetti da un morbo gravissimo e incurabile, esponendosi al concreto rischio di contagio.
Oppure il classico eroe che nei film urla al criminale “fermo! Prendi me al posto suo!” per liberare il malcapitato che è stato appena preso in ostaggio.

Ça va sans dire, nel processo di canonizzazione verranno anche prese in esame, come di consueto, la fama di santità che dovrà seguire la morte eroica, la presenza di un miracolo operato post mortem dal venerabile, nonché la sua pratica delle virtù cristiane quand’era ancora in vita. Attenzione però: in questo caso, non è strettamente indispensabile che le virtù cristiane siano state praticate in grado eroico. Per chi muore offrendo volontariamente la sua vita – dice Papa Francesco – potrà essere sufficiente una pratica delle virtù cristiane esercitate “in grado ordinario”.
Lo stesso privilegio vale per coloro che vanno incontro a martirio: non necessariamente il martire deve aver praticato in grado eroico tutte le virtù cristiane, perché si ritiene che la donazione piena della propria vita, che ha luogo nel martirio, basti di per sé a cancellare completamente qualsiasi colpa passata, un po’ come un secondo Battesimo.
Vale a dire: puoi anche aver avuto una vita cristiana non totalmente integerrima – ma, se al momento buono, sei disposto ad offrire la tua vita per Cristo, questo basta già di per sé a spalancarti le porte del Paradiso.

‘nsomma, Papa Francesco ha in un certo senso assimilato ai martiri veri e propri questi “martiri della carità” (come li stanno chiamando impropriamente chiamando i giornali). Il che ha scatenato nei miei lettori una ridda domande: sì, ma allora non potevamo assimilarli ai martiri punto e basta? Non si poteva dire che chi rinuncia alla sua vita per un breve più grande diventa automaticamente martire, e tanti saluti?

No, non si poteva. Semmai sarebbe stata forse percorribile la strada inversa, cioè assimilare questi “donatori della propria vita” a coloro che hanno praticato in grado eroico almeno una virtù cristiana (in questo caso la carità). Ma mai e in alcun modo sarebbe stato possibile assimilarli ai martiri “veri”, mancando in questi casi una componente essenziale e ineludibile del martirio cristiano: ovverosia, l’essere uccisi in odium fidei.

Potrebbe sembrare una questione di lana caprina, ma non lo è affatto, e la necessità di una prova dell’odium fidei come motivo determinante della morte del martire è stata ribadita, in tempi molto recenti, da Papa Benedetto XVI, che, il 24 aprile 2006, dichiarava:

è necessario che affiori direttamente o indirettamente, pur sempre in modo moralmente certo, l’odium fidei del persecutore. Se difetta questo elemento, non si avrà un vero martirio secondo la perenne dottrina teologica e giuridica della Chiesa.

Si potrebbe dire che il martirio non consiste tanto nella morte che si subisce, quanto più nelle ragioni che hanno spinto l’assassino a uccidere: solo dall’esame di questo elemento si può determinare se la morte del cristiano sia veramente martiriale. Insomma, è indispensabile che l’omicida agisca perché spinto da un vero e proprio odio verso la fede cattolica, o, quantomeno, da un odio verso certi atteggiamenti che il fedele pone in essere a causa della sua fede.

Esempio? Sono incinta e rifiuto di abortire un figlio malato, perché una brava cattolica non abortisce i propri figli. Mio marito (non particolarmente anti-cattolico di per sé, ma fortemente determinato a non volere figli disabili), in un attacco di rabbia, dopo l’ennesima discussione, piglia e mi ammazza di botte, possibilmente urlando cose tipo “maledizione a quei preti che ti hanno messo certe idee in testa!” (e cioè tracciando egli stesso un collegamento tra il mio comportamento e la mia fede).
La mia morte non è causata da un odio alla fede in sé e per sé (non è che il mio assassino si sia irritato dopo un dibattito sulla transustanziazione): semmai è causata dall’odio verso il modo in cui la mia fede mi induce a vivere – il che è comunque giudicato assimilabile al martirio. In ogni caso, sono stata uccisa a causa della mia volontà di seguire Cristo.

Ma il buon cristiano che si fa avanti e dice “ok, in questa situazione c’è bisogno di qualcuno che si immoli per la causa, e mi offro volontario io perché mi sento pronto a donare la mia vita per il bene comune?”.
Atto lodevolissimo e fortemente cristiano, ma non martirio in senso stretto. Lo spiega molto chiaramente il manuale di studio sulle Cause dei Santi composto dalla competente Congregazione, laddove si legge che

anche se altamente nobile, la carità non può essere l’unico e sufficiente motivo per far diventare un cristiano martire nel verso senso della parola. Perché si possa parlare di vero martirio, la Chiesa insiste sulla necessità che il motivo della sua persecuzione e della sua morte da parte del persecutore sia l’odium fidei. Solo così il martire potrà diventare veramente simile a Cristo, cioè sua perfetta realizzazione, perché Gesù Cristo è stato messo a morte non in odio della carità che faceva, ma in odio al suo messaggio.

Quindi, no: questi “martiri della carità” non avrebbero potuto essere in alcun modo assimilati ai martiri tout court. Anzi, il termine stesso di “martiri della carità”, che stamattina invade le prime pagine dei giornali ma che purtroppo ha già contaminato da tempo i bollettini parrocchiali e il linguaggio chiesastico, induce i fedeli alla confusione e all’errore: coloro che muoiono offrendo la loro vita per il bene del prossimo sono degli “eroi”, dei “testimoni della fede”… ma NON dei martiri.
Semmai possono essere considerati dei “bravissimi cristiani molto altruisti”, toh: io li definirei senza problemi individui che, tra tutte le virtù evangeliche, hanno messo in pratica con un particolare grado di eroismo quella dell’amore per il prossimo.

La strada scelta da Papa Francesco è ancora diversa e va dritta al punto, istituendo una terza fattispecie per la canonizzazione dotata di un suo specifico iter processuale, che presumibilmente sveltirà le procedure e abbrevierà i tempi tecnici di attesa. Scrive infatti Papa Francesco:

È certo che l’eroica offerta della vita, suggerita e sostenuta dalla carità, […] è meritevole di quella ammirazione che la comunità dei fedeli è solita riservare a coloro che volontariamente hanno accettato il martirio di sangue o hanno esercitato in grado eroico le virtù cristiane.

Insomma: è in arrivo per noi un vasto campionario di “eroi della carità”, capaci di commuoverci ed edificarci con il loro estremo sacrificio altruistico e disinteressato?

Sì, con ogni probabilità. E io già affilo la mia penna (spuntata) per scrivere di loro.

Cose cristiane · Pillole di Storia

Cerimoniale vaticano for dummies (AKA: perché Melania Trump ha incontrato il Papa vestita come una beghina in lutto?)

Confesso che la cosa mi ha presa di sprovvista. Non mi aspettavo che l’outfit di Melania Trump per la sua visita in Vaticano destasse nel web così tanta curiosità – se non altro, perché, di VIP, il Papa ne riceve spesso, e non è mica la prima volta che vediamo foto di un’udienza privata.
Eppure, la First Lady è pur sempre la First Lady, e la visita di Melania a Papa Francesco ha evidentemente destato molta curiosità.

Velo Melania Trump
Il velo muliebre di Melania in visita a Papa Francesco

A vantaggio di chi non ha la più pallida idea di come funzioni il cerimoniale vaticano (…e, auspicabilmente, anche a vantaggio di chi un’idea ce l’ha, ma è curioso di approfondire la storia del perché e del percome), ecco dunque un piccolo vademecum di vaticanerie for dummies (AKA: perché Melania s’è conciata come per un funerale di inizio secolo?).

Appunto! Perché??

Ma pora stella: il suo look ha stupito molti, ma lei si è limitata a seguire il cerimoniale diplomatico. Copiando testualmente dagli Appunti per un approccio sistematico al Cerimoniale Vaticano curati da Giuseppe Damiano Iannizzotto dell’Associazione Nazionale Cerimonialisti Enti Pubblici,

in occasione di Visite di Stato al Sommo Pontefice, per gli uomini è prescritto il frac con gilet nero e decorazioni (quelle pontificie precedono le nazionali) mentre alle donne si richiede abito lungo nero, velo e guanti pure neri; sono ammesse le decorazioni ma nessun gioiello, salvo le perle.
In occasione di Visite ufficiali gli uomini indossano un abito scuro con decorazioni e le donne un abito corto nero con decorazioni ma senza gioielli salvo le perle.

Hillary Clinton velo Papa Wojtyla
Anche Hillary, accompagnando suo marito a una visita ufficiale in Vaticano, ha indossato un velo nero da protocollo. Correva l’anno 1994…

Prendo atto. Però non ha senso! Che è ‘sta fissa del nero? Perché costringere le donne a vestirsi praticamente a lutto?

Mah. Io direi: per la stessa ragione per cui le signore invitate a un matrimonio sono “costrette” a evitare abiti lunghi di colore bianco.

Sulle origini della consuetudine per cui le donne devono vestire in nero quando incontrano il Papa, in questi ultimi giorni ho letto la qualunque. Online si dice che la richiesta viene fatta affinché le donne vestano da penitenti, o perché la Chiesa impone abiti dimessi alla donna tentatrice. Ho letto addirittura che il nero è una ‘punizione’ per la colpa di Eva e di tutte le sue figlie (???)… ma, no, non è vero niente di questo.

La spiegazione è molto più pragmatica: avete presente gli abiti lussuosi di Kate Middleton quando partecipa a una festa in pompa magna? Ecco: calcolate che la sua eleganza è solo l’eco lontana degli sfarzi con cui le regine (e le dame in generale) si agghindavano per partecipare a eventi ufficiali, fino a qualche decennio fa.

Ora: il Papa, poveraccio, è in una situazione singolarissima. Ogni re che si rispetti ha una regina consorte, bellissima e affascinate nei suoi diademi splendenti per le serate di grande gala. Ha vestiti di lusso, ha una delegazione diplomatica di cortigiani pluridecorati, ha ricchezze di ogni tipo, e non ha remore a mostrarle.
Il Papa, povero cristiano, ha e ha sempre avuto ben poca mercanzia. Non ha una “papessa consorte”, i suoi cortigiani sono attempati ometti in abito talare… immaginatevi la Principessa Sissi col suo abito più sontuoso che viene a fare visita a ‘sta combriccola di vecchietti.

Una delle regole base della diplomazia è sempre stata: nel caso di visite ufficiali, il “padrone di casa” deve sempre avere il posto di rilievo (e ci mancherebbe!).
Se il tuo capo di Stato è un tizio che non ha mogli, non ha figlie, non ha gioielli al di fuori di quelli per uso liturgico, e non può nemmeno fare uno sfoggio di ricchezze fine a se stesso… allora, forse forse, la scelta più agevole per i diplomatici è imporre a tutti gli ospiti un dress code di colore scuro.
Così almeno il Papa risalta, perché è l’unico col vestito chiaro.
Per dire.
Sempre meglio di niente.

Nobel svezia
La famiglia reale di Svezia, in gran spolvero per la consegna dei premi nobel nel 2016. Capite bene che signore agghindate così finirebbero inevitabilmente per far passare in secondo piano qualunque prete…

Molto prosaicamente, la vera motivazione dietro al little black dress imposto d’ufficio sembra essere proprio questa. Una antica norma vecchia di secoli, che poi è diventata standard ed è stata portata avanti per tradizione. Ma non c’era nessun sottotesto particolarmente misogino, dietro.

Come no! E il velo? A ‘sto punto infiliamo le donne dentro ad un burqa e facciamo prima!

Aehm: io ho un cassetto pieno di veli, e “misogino” è l’ultimo aggettivo con cui li definirei.

Amal Vaticano
Per il suo incontro con papa Francesco nel maggio 2016, Amal Clooney ha optato per un (appropriato) cappello nero, che evidentemente preferiva al velo tradizionale. Look impeccabile anche così!

Che le donne si presentino sempre a capo coperto quando si trovano in un contesto “sacro”, è una norma antichissima, per i Cattolici. Chiedete a una qualsiasi delle vostre nonne: anche lei vi confermerà che, fino al Concilio Vaticano II, le donne dovevano indossare un cappello (o un velo, o un foulard) anche solo per entrare in chiesa.
È una tradizione antica, che deriverebbe addirittura dai tempi di san Lino, eletto papa dopo la morte di san Pietro. Il generale cambiamento di costumi, e le innovazioni introdotte dal Concilio Vaticano II, hanno senz’altro reso meno popolare questa consuetudine (che in compenso resta viva – e anzi sta avendo un grosso revival negli ultimi anni – in tante aree del mondo, come ad esempio gli USA).

Anche lì: è tradizione.
E non è manco una tradizione brutta o svilente per l’ospite femminile, secondo me (sarà che io sono una fan dei veli… ma avete idea di quanto possa essere bello, un bel velo da Messa?!)

Fatto sta che tutti questi vincoli la Santa Sede li impone solo alle donne. I maschi possono vestirsi normale.

Più che altro, è la moda maschile che non concede particolari guizzi di fantasia quando si tratta di mettersi in tiro per un’occasione di gala. Giacca e cravatta, quello è. Il cerimoniale vaticano impone anche agli uomini il colore nero in tinta unita… ma – ovviamente – un completo nero, su un uomo, dà meno nell’occhio.

…c’è anche un’altra cosa, però, da considerare. All’epoca in cui nasce il cerimoniale diplomatico, tutti i capi di Stato (cioè, tutti i personaggi che potevano ragionevolmente ambire a un’udienza privata col Santo Padre) avevano alle loro spalle una carriera militare. Tutti: re, principi, politici – chiunque aveva prestato servizio nell’esercito, almeno per un po’.
Ed era consuetudine che, in caso di eventi ufficiali, l’uomo si vestisse in alta uniforme sfoggiando con orgoglio onorificenze e gradi raggiunti.

La divisa militare, quella è: non è che puoi cambiarla.
Ecco dunque la necessità di regolamentare soprattutto l’abbigliamento femminile: perché le dame sono (anzi: erano) le uniche a non essere legate al rigore di un’uniforme.

Giovanni Paolo I Famiglia Lussemburgo
Il Granduca e la Granduchessa del Lussemburgo, due dei pochi ospiti che Papa Giovanni Paolo I ebbe il tempo di accogliere durante il suo breve pontificato. Il Granduca, come da tradizione, sfoggia orgogliosamente la sua uniforme.

E perché alcune donne si presentano al Papa vestite di bianco?

È il cosiddetto “privilegio del bianco”, una intrigante deroga alla normativa che vuole le signore vestite di nero per non “oscurare” il Papa con la loro eleganza.
Ebbene: le regine delle grandi monarchie cattoliche (quindi, Spagna, Belgio e Lussemburgo), le principesse di Casa Savoia e l’attuale principessa consorte del Principato di Monaco hanno il permesso di indossare abito e velo bianco, quando si trovano al cospetto al Papa.

È una possibilità che viene loro concessa negli anni della Controriforma, per premiare quelle case regnanti che erano rimaste fedeli al Papato.
E, per quanto la materia sia evidentemente futile, credetemi: non è cosa da poco.

Che un capo di Stato accetti di far entrare in casa sua, in visita ufficiale, una tizia che sta sostanzialmente indossando un vestito da sposa, non è poco affatto. Vuol dire mettersi implicitamente in secondo piano, consentendo che tutti gli occhi siano puntati sulla bellissima dama che, inevitabilmente, ti ruberà la scena.

La materia è futile, ma il gesto è significativo!

Privilegio del Bianco Savoia
La regina Elena e la principessa Maria Josè di Savoia si avvalgono del privilegio del bianco, durante una visita ufficiale a Pio XII. E poi non ditemi che i loro abiti non davano nell’occhio…

Che schifo, però, la foto di sopra, con la principessa costretta a baciare la mano del Papa! E che è?

Mette Maritte
Mette Maritte, moglie dell’erede al trono di Norvegia, si inchina davanti alla regina Elisabetta, nel corso di una visita ufficiale

Sembrerà una questione di lana caprina, ma tecnicamente non si bacia la mano del Papa; si bacia l’anello del pescatore che il Papa porta al dito. Allo stesso modo, nell’incontrare un vescovo, si bacia il suo anello vescovile, e non la mano in sé.
È un modo simbolico per onorare il ruolo del personaggio, più che la sua persona (in maniera non dissimile dal modo in cui altri cerimoniali esteri prevedono che ci si inchini di fronte a un monarca).

Sembrerà una questione di lana caprina, dicevo, ma a ben vedere non lo è: la liturgia cattolica (e non il cerimoniale diplomatico di Città del Vaticano) prevede, effettivamente, delle circostanze in cui il fedele bacia le mani del sacerdote in quanto tale (ad esempio, dopo la prima Messa di un novello sacerdote, a sottolineare che quelle due mani adesso hanno il “potere” di “portare” Cristo in terra al momento della consacrazione eucaristica).

Se il cerimoniale vaticano volesse costringere a onorare il Papa come leader religioso, avrebbe relativamente aggio al richiedere il bacio della mano in sé e per sé. Che si chieda invece all’ospite di baciare l’anello del pescatore, cioè il simbolo del potere, ha tutt’altra valenza.

Mh. E a parte l’anello del pescatore, il Papa ce l’ha, un dress code per le visite ufficiali?

In teoria, il cerimoniale prevede che il Santo Padre riceva gli ospiti indossando l’abito corale (cioè: veste bianca, sopravveste di pizzo, mantellina rossa, stola, scarpe rosse, zucchetto bianco e croce pontificale). Papa Francesco, non amante di questi orpelli, finora ha sempre preferito indossare la normale veste talare che è diventata un po’ la sua “divisa” per tutte le azioni non liturgiche.

Charlene Papa Ratzinger
La principessa Charlene di Monaco sfrutta il privilegio del bianco (e indossa un velo che mi pare proprio identico a uno che io, N.d.R.) nel corso di una visita ufficiale a Papa Ratzinger. Benedetto XVI, dal canto suo, si attiene scrupolosamente al cerimoniale vaticano per quanto riguarda la scelta del suo abbigliamento.

Per pura curiosità: l’abito corale come quello che vedete sopra addosso a Papa Ratzinger si impone come “abito pubblico” solo a partire dal ‘400. Fino ad allora, in tutte le occasioni solenni, il Papa indossava un delizioso completino rispolverato da Sorrentino per la serie The Young Pope. Nella celebre scena in cui Papa Lenny riceve in udienza il Primo Ministro, lo vediamo indossare l’antico “manto papale” – lunghissimo, con strascico, e riccamente decorato.
L’ultimo papa ad utilizzarlo fu Paolo VI… e (curiosità!) non è mai stato formalmente abolito. In teoria, un Papa potrebbe ancor oggi decidere di conciarsi così per ricevere in udienza un suo ospite!

Young Pope
Niente di meglio di un buon manto papale per intimorire un ospite sgradito (scena da “The Young Pope”)

Ma Papa Francesco non ha cambiato il cerimoniale?

No. Che io sappia, formalmente non ha cambiato niente, nel senso che rimangono in vigore tutte le regole di cui sopra: signore in nero e a capo coperto, Papa con abito corale, privilegio del bianco per poche signore al mondo, e così via dicendo.

Se il protocollo rimane quello di sempre, personalmente ritengo che la Segreteria di Stato comunichi ai vari ospiti che Papa Francesco non ha particolarmente a cuore il rispetto rigido di queste regole. In caso contrario, non mi spiego vistosi “scivoloni” diplomatici da parte di personaggi che, in udienza ufficiale, infrangono apertamente il protocollo, pur essendo stati ligi alle regole in tutte le visite ufficiali effettuate ai tempi di Ratzinger e Wojtyla.

Carlo Camilla Papa Collage
La Duchessa di Cornovaglia, in abito nero con velo nero durante una visita ufficiale a Papa Benedetto XVI, e a capo scoperto in un abito praticamente bianco durante una visita ufficiale a Papa Francesco: in assenza di un ok da parte del Vaticano, sarebbe una mancanza di rispetto talmente grave che non riesco neanche a immaginare uno scenario in cui la famiglia reale inglese avrebbe potuto concepirla!

L’unica vera modifica al cerimoniale vaticano, voluta e apportata da Papa Francesco, riguarda il trattamento da riservare a tutti quegli ospiti che si presentano in visita ufficiali accompagnati da un partner a cui sono legati da un’unione irregolare (per i canoni della Chiesa Cattolica).
Fino a pochi anni fa, chi – professando fede cattolica – richiedeva un’udienza privata, e in questa udienza si faceva accompagnare dalla [convivente / moglie di secondo letto / partner omosessuale] poteva senz’altro presentare la sua dolce metà al Santo Padre… ma nulla più. Il partner “irregolare” non poteva apparire nelle foto ufficiali, e non assisteva nemmeno all’udienza privata (veniva fatto accomodare in un’altra stanza, e solo successivamente, a margine, incontrava il Papa).

Come spiega questo articolo,

si trattava – è bene chiarire – di un protocollo valevole solo per i capi di Stato che si professavano cattolici. […] La ragione profonda per cui un Capo di Stato cattolico non poteva essere accompagnato dal coniuge se in situazione canonicamente irregolare risiede nel fatto che il Papa […] non poteva approvare surrettiziamente una situazione matrimoniale irregolare riconoscendola, seppur in maniera indiretta, durante una visita ufficiale.

Era insomma una sorta di catechesi indiretta che passava attraverso simboli e gesti, e che papa Francesco ha reputato troppo tranchant e troppo poco misercordiosa. In questo caso – e solo in questo – papa Francesco ha effettivamente ordinato che il cerimoniale fosse cambiato. E così, pochi mesi fa, Papa Francesco ha accolto per la prima volta il presidente argentino Mauricio Macrì assieme alla sua terza moglie.

Papa Macri terza moglie
Il presidente Macrì incontra Papa Francesco in compagnia della sua terza moglie (febbraio 2016)

…che peraltro indossava un bellissimo velo nero e un abitino comme il fault.
Proprio come da protocollo!

Pillole di Storia · Vite di Santi e Beati

Papa Francesco e la Madonna dei mandarini

Al termine di un pomeriggio uggioso in cui cercavo ispirazione per un post che commemorasse l’avvio del mese mariano, è apparsa sulla mia home di Facebook una citazione di papa Francesco. Era tratta dal Discorso del Santo Padre Francesco ai partecipanti al XXVIII corso sul foro interno organizzato dalla Penitenzieria Apostolica, e tenutosi il 17 marzo 2017. Ebbene: ai partecipanti del corso, il papa raccontava:

Sulla Madonna c’è una leggenda, una tradizione che mi hanno raccontato esiste nel Sud d’Italia: la Madonna dei mandarini.  È una terra dove ci sono tanti mandarini, non è vero? E dicono che sia la patrona dei ladri. Dicono che i ladri vanno a pregare là. E la leggenda – così raccontano – è che i ladri che pregano la Madonna dei mandarini, quando muoiono, c’è la fila davanti a Pietro che ha le chiavi, e apre e lascia passare uno, poi apre e lascia passare un altro; e la Madonna, quando vede uno di questi, gli fa segno di nascondersi; e poi, quando sono passati tutti, Pietro chiude e viene la notte e la Madonna dalla finestra lo chiama e lo fa entrare dalla finestra. È un racconto popolare, ma è tanto bello: perdonare con la Mamma accanto; perdonare con la Madre.

Alla citazione che mi è apparsa su Facebook, seguivano decine di commenti sconcertati: ma come gli passa in testa, al Papa, di dire che la Madonna è la patrona dei ladri?! C’erano pure un paio di meridionali indignati, con argomentazioni sulle linee di: ecco, ci mancava solo il Papa a rafforzare l’immagine del Sud Italia tutto mafia e mandolino.

Detrattori di papa Francesco, non lamentatevi ché vi è ancora andata bene: il Santo Padre avrebbe anche potuto raccontare la leggenda della Madonna ignuda, che, per far entrare i criminali in Paradiso, si leva il reggiseno davanti al Padreterno.
E, anche in quel caso, avrebbe avuto piena ragione.

***

Ovviamente, capisco le perplessità.
‘sta Madonna dei mandarini che intralcia l’operato di San Pietro e poi fa entrare in Paradiso le peggio schiere di criminali, sta pesantemente antipatica pure a me.
Ciò non toglie che devozioni simili siano realmente esistite e, in una certa misura, esistano tutt’ora, come residuo di una religiosità popolare molto antica.
Che affonda le sue radici nel tardo Medioevo, per la precisione.

***

Noi moderni abbiamo la tendenza a immaginare il Paradiso come una combriccola di amici che vivono in armonia e beatitudine: c’è Dio onnipotente, c’è la Madonna, ci sono i santi, e ognuno vive in lieta concordia con i suoi “vicini di casa”.
Che San Peppino si metta a piantar grane al Padreterno, perché non è d’accordo col Suo operato e vuole assolutamente che Dio si emendi (!), è una visione che non esito a definire aliena dal nostro modo di intendere la Comunione dei Santi.

Che sia aliena a noi è una bella cosa, ma – tenetevi forte – San Peppino che pesta i piedi col Padreterno è stata una delle immagini più care a generazioni di fedeli. I quali non avrebbero minimamente esitato nel confermare: se San Peppino vuole far entrare in Paradiso un ladro suo amico, che San Pietro ha condannato all’Inferno, porca la miseria, Peppino riuscirà a spuntarla!

Non dico che fosse un bene, ma è la realtà dei fatti: quando un uomo medievale si trovava in difficoltà, molto raramente chiedeva aiuto a Dio. Cercava, più concretamente, il proverbiale santo a cui votarsi. Perché, si sa: “i santi ci capiscono meglio”, “sono stati uomini anche loro”, “hanno sofferto come noi”, “e poi quel santo io lo conosco, ho baciato la sua reliquia proprio io personalmente”.
In una certa religiosità popolare, Dio era percepito come un’entità distante, totalmente altra, potenzialmente pure cattiva (è sempre la classica domanda: “se Dio esiste, perché permette il male?”).

Il ragionamento ha pure una sua logica: se Dio ti manda il lutto, la pestilenza, la carestia, l’inondazione, cosa vuoi andare a lamentarti con Dio stesso per criticare le sue decisioni? Acclarato che Dio è sdegnato per i tuoi peccati (sennò non ti faceva morir di peste tutta la famiglia), non converrà forse affidarsi all’aiuto di un qualche intercessore, che magari parte col dente un po’ meno avvelenato?
Chiaro: è un modo molto ingenuo di vivere la fede. Ma ingenua era la vita religiosa del popolino, fino a qualche secolo (o decennio?) fa.

***

Orbene: acclarato che Dio può anche essere impietoso (soprattutto quando è preso da santo sdegno per i nostri peccati) sarà bene affidarsi a un intercessore molto potente. I santi patroni sono ok, ma la più potente in assoluto è intuibilmente Maria Vergine, il cui ruolo salvifico era concepito, nel Medioevo, come solo di poco inferiore a quello di Cristo stesso.
E quando  dico “poco”, intendo proprio “poco”. Poco – poco – poco.
Nell’orizzonte mentale dei medievali, era assolutamente plausibile che un individuo, magari condannato all’Inferno da Dio Onnipotente (?), fosse poi salvato in corner per il solo fatto di esser… raccomandato dalla Madonna.

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Pedro Machuca, “Madonna delle Grazie”

Questa visione della Vergine coi superpoteri comincia ad affermarsi nella teologia mariana del XII e XIII secolo; verso la metà del XIV è definitivamente consacrata dallo Speculum humanae salvationis. In questo trattato, che avrà avuto grandissima fortuna, l’infinita misericordia di Maria viene paragonata a un continuo fiotto di latte che sgorga dal suo seno – una immagine che, credeteci o no, ha avuto enorme diffusione nelle arti figurative (!), suppergiù fino all’epoca della Controriforma.

Qui vi propongo uno tra gli esempi meno hard che sono riuscita a trovare, ma è davvero frequente vedere raffigurazioni in cui la Madonna allatta (!) peccatori (!) destinati alla dannazione eterna (!), oppure spruzza schizzi di latte sulle fiamme dell’Inferno per mitigare le sofferenze dei dannati.

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Anonimo, “San Francesco salva le anime dei peccatori”

E al di là dell’imbarazzo che ci prende nel vedere la Madonna in desabillè, uno potrebbe ancor più scandalizzarsi dicendo: wè bella, ma come ti permetti di alleviare le pene dei dannati, quando Dio Onnipotente, che sta sopra di te, ha legiferato che i dannati hanno da soffrire?
Ebbene, questo malcostume di romper le uova nel paniere al Padreterno era molto diffuso nel Paradiso medievale, giacché esistono anche rappresentazioni di altri santi (ad esempio San Francesco, in questo specifico caso) che si permettono di estrarre i dannati dalle fiamme dell’inferno facendo segno di attaccarsi a uno scapolare, un cingolo, un rosario…

***

Ancor più frequente (ma non meno irriverente nei confronti dell’Onnipotente) è la rappresentazione della “Madonna del Mantello”. Anche nota come “Madonna della Mercede”, la raffigurazione mostra la Vergine Maria nell’atto di spalancare il suo mantello ed accogliervi, al di sotto, i fedeli inginocchiati. Molto carina e molto dolce l’immagine moderna dell’umanità inginocchiata ai piedi di Maria: ma cosa succedeva veramente al di sopra di quel mantello, quando il topos iconografico ha cominciato a svilupparsi?

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“Madonna della Misericordia” di Bartolomeo Caporali. Si noti Dio nell’atto di scagliare tre frecce sull’umanità, protetta dalle schiere dei Santi e dal manto della Vergine

Sopra al mantello di Maria succedeva la qualunque, e la cosa allarmante è che succedeva per mano di Dio Padre. Sono frequentissime (davvero! Frequentissime!) le raffigurazioni in cui l’Onnipotente sta per lanciare sull’umanità i suoi dardi e la Vergine pone il suo mantello a protezione degli uomini. E infatti, proprio contro quel mantello si infrangono, ad una ad una, tutte le frecce scagliate da un Dio adirato: i devoti di Maria sono così protetti da una vasta serie di catastrofi e di prove fisiche.
Nel celebre affresco della chiesa di San Gimignano, è addirittura il santo patrono (!) ad arrogarsi il diritto di pestare i piedi e dire a Dio: “gnò! Sul mio paese, la pestilenza non ce la mandi!”.

Concordo, è ridicolo, ma ne capisco anche il senso. In un mondo in cui sappiamo tutti che i mali esistono (e che Dio, per i suoi imperscrutabili disegni, ne consente la diffusione), non sarebbe confortante illudersi di avere un protettore extra che riuscirà davvero a garantirci l’incolumità?

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San Sebastiano protegge dalla pestilenza gli abitanti di San Gimignano

Confortante, non c’è dubbio… ma anche un tantinello ereticale, com’è evidente.
Già il messaggio sotteso non è dei più lineari. Ad aggravar le cose, le rappresentazioni grafiche della Madonna come corredentrice diventano anche alquanto imbarazzanti.

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Gesù e la Madonna intercedono a favore dell’umanità, nell’affresco della chiesa di S. Agostino a San Gimignano (dettaglio)

“Ma che mi rappresenta ‘sta Madonna seminuda che mi sventola il seno davanti agli occhi dell’Onnipotente??”, si chiedevano, comprensibilmente, i prelati che non avevano dimestichezza con questa rappresentazione, inorridendo davanti ad affreschi come quello – già citato – che troviamo a San Gimignano.
Vagliela a spiegare, a uno che non è pratico, la metafora della misericordia come un fiotto di latte fresco che esce dal seno della nostra Madre Misericordiosa. Vaglielo a spiegare, che in questo affresco non siamo di fronte a uno spogliarello, ma stiamo guardando Gesù Cristo e la Madonna che (l’uno indicando la ferita sul costato, l’altra scoprendosi il seno con cui ha nutrito l’Altissimo) sfruttano i “meriti” che hanno accumulato davanti a Dio per ottenere da lui una grazia.
Vaglielo a spiegare, di fronte a un dipinto così ambiguo.
E comunque non è detto che la spiegazione soddisfi l’esterrefatto osservatore – perché non è che puoi mettere Gesù e la Madonna proprio allo stesso piano; e non va neanche bene rappresentare Dio come un trio di schizofrenici che litigano tra di loro.

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Con i dettami della Controriforma, queste visioni scompaiono (quantomeno a livello grafico).
La belligerante Regina dell’Universo con mantello da Superwoman lascia lo spazio a una pia Vergine tutta presa dalle sue attività domestiche di moglie e madre. Anche la raffigurazione dei santi viene tipizzata, mettendo da parte qualsiasi elemento che li possa far apparire “in concorrenza”, o peggio ancora “in lite”, col Padreterno.
Quant a Lui, comincia a mostrarsi un po’ più paterno, un po’ più gentile: un po’ meno giudice inflessibile, e un po’ più babbo affettuoso. Ché evidentemente ce n’era bisogno, se si era arrivati agli eccessi di cui sopra.

Ma Maria Superwoman non è mai scomparsa del tutto. Questa visione popolare della Madonna come corredentrice, che con la sua dolcezza materna può mitigare la rigidità del Padre assicurando la salvezza anche a relitti di galera, sopravvive ancora, di tanto in tanto, nella religiosità e nelle devozioni popolari.

E, a quanto pare, anche nelle piantagioni di mandarini che spadono il loro profumo nei campi assolati del Sud Italia.

Manto_Madonna Caporali
Il manto della Madonna (e il suo dolcissimo sguardo materno) in Bartolomeo Caporali: dettaglio
Pillole di Storia · Vite di Santi e Beati

[Pillole di Storia] Un Papa da rotocalco

Confesso: non ho resistito.
Costretta a letto, ancora convalescente (ma in via di guarigione: grazie a tutti!), ho atteso con ansia la domanda di rito: “esco, e passo dall’edicola. Vuoi qualcosa di leggero da leggere?”.
Ed è stato a quel punto che ho pronunciato le ferali parole: “sì, voglio il giornalino sul Papa”.
(…e, a onor del vero, devo anche ammettere che mi aspettavo molto peggio. Ovviamente, i contenuti sono quelli che sono e non c’è da aspettarsi un capolavoro, ma penso che questa rivista potrebbe essere la gioia di tutte quelle vecchiette che leggono TV Sorrisi e Canzoni per passare il tempo, e che non si sentirebbero a loro agio con letture cattoliche più ‘impegnative’ tipo Famiglia Cristiana o il Messaggero di Sant’Antonio. Non l’avrei mai detto, ma… in tutta onestà, ‘sto settimanale non mi è parso così malaccio).

Ad ogni modo, eccoci qui: siamo i cattolici del 2014, che, per tenersi occupati con letture leggere nei pomeriggi uggiosi, possono disporre di un intero rotocalco dedicato solo ed esclusivamente al Papa.
Degenerazioni della “francescomania”?
O tempora, o mores?
Beh… non necessariamente.
Qualcosa di molto simile, in realtà, era già successo alcuni decenni fa, coinvolgendo un Papa che molti di noi, probabilmente, riterrebbero “insospettabile”.
Ve lo immaginereste facilmente, voi, un rotocalco dedicato al gossip pontificale, con il titolo sfolgorante di Il mio Papa Pio XII?
A onor del vero, non si era arrivati fino a quel punto… ma ci si era andati molto, molto vicini…

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Tutto nasce in quel periodo che gli esperti definiscono “la terza fase” del pontificato di Papa Pacelli – quella in cui, dopo gli orrori della guerra e dopo l’inizio della guerra fredda, Pio XII può finalmente dedicarsi con un po’ più di calma a vicende meno “politiche” e più squisitamente “papali”.
È uno strano periodo, quello in cui Pio XII si trova ad operare. L’Italia si rialza, cresce il benessere economico, i fidanzatini convolano a nozze, il boom demografico produce una moltitudine di nuove famiglie. Cambia anche lo stile di vita: la radio è una presenza stabile nelle case di tutti gli Italiani, la televisione comincia a far timidamente capolino; e quanto ai mass media d’antan, anche loro si danno da fare per presentarsi sotto una nuova luce.
Beh, sì: perché in fin dei conti, se il portafoglio lo permette, è naturale concedersi qualche sfizio in più. Tipo un rotocalco settimanale, per dirne una – robe tipo Oggi, Famiglia Cristiana, La Domenica del Corriere, per capirci. Sì, insomma: quei settimanali leggerini, per famiglie o per signore, che fanno gossip, più che informazione… ma che, pian piano, si diffondono a macchia d’olio. D’altro canto costano poco, le signore si divertono, gli spiccioli per comprarli, grazie a Dio, non mancano… e dunque, “perché no?”.

Pio XII, che stupido non è, si rende immediatamente conto delle straordinarie potenzialità di questi mezzi. E non solo se ne rende conto, ma decide anche di sfruttarli a suo vantaggio: acconsente alla creazione di un docu-film sulla sua vita, trasmette messaggi in diretta grazie alla radio e alla tivvù… e, per quanto ci riguarda, si presta benevolmente a farsi dipingere come una star “da prima pagina”, anche a costo di finire sulle copertine dei giornaletti da signora.
In un vecchio numero (5/2008) della rivista Sanctorum, curata dall’Associazione Italiana per lo Studio della Santità, dei Culti e dell’Agiografia, Tommaso Caliò fa luce su questo aspetto attraverso un articolo titolato «Il miracolo in rotocalco». Il sensazionalismo agiografico nei settimanali illustrati del secondo dopoguerra.

Ebbene sì. Agli occhi di noi, uomini del 2000, l’idea di una agiografia sbattuta in prima pagina su Chi potrebbe anche sembrare vagamente surreale. Ma la società degli anni ’50 era molto diversa da quella di oggigiorno: l’acquirente-tipo di un rotocalco settimanale era la famigliola piccolo-borghese, quasi certamente cattolica (come la maggior parte degli Italiani, all’epoca) e senz’altro alla ricerca di qualche scoop sensazionale. Che lo scoop riguardasse la Dama Bianca di Fausto Coppi o la Madonnina di Siracusa che piange lacrime di disperazione, non faceva grande differenza agli occhi della casalinga-media: sia in un caso che nell’altro, sarebbe stata una notiziona di grande interesse di cui discuter con le amiche.

epperò, in un modo o nell’altro, la casalinga-media l’aveva saputo, della Madonna di Siracusa. Certo, l’aveva saputo attraverso un articoletto gossipparo; certo, non aveva letto commenti di vaticanisti e grandi esperti… però, meglio di niente. In un modo o nell’altro, la casalinga l’aveva saputo. E magari questa piccola notizia, buttata lì sulla prima pagina di un giornaletto gossipparo, era riuscita a farla riflettere, o ad accrescere la sua devozione. Meglio che niente.
Certo, certo: Oggi non è l’Osservatore Romano e non è neanche Famiglia Cristiana… ma è anche vero che non tutti i cattolici leggono abitualmente l’Osservatore Romano o Famiglia Cristiana.
E insomma: al Vaticano sembrava proprio che questi rotocalchi femminili, così interessati alle “cose di Chiesa”, fossero una risorsa niente male, per avvicinarsi alle proverbiali “casalinghe di Voghera”.
E Pio XII, che stupido non è, decide di non farsi scappare quell’occasione.

Per dare il via a questo esperimento, la Santa Sede decide di proporre un’allettante esclusiva al settimanale Epoca (ignorando, in maniera significativa, la rivista Famiglia Cristiana: il pubblico di Epoca, del resto, era più eterogeneo, non necessariamente composto nella sua interezza da cattolici praticanti – dunque, era un pubblico che andava raggiunto con più urgenza). Grazie alla mediazione del gesuita Rotondi, che in quegli anni godeva di particolare popolarità sia all’interno della Santa Sede sia nel mondo dei mass media, il rotocalco si accaparrava felicemente l’esclusiva di alcune fotografie di papa Pio XII. Appositamente scattate per l’occasione, le immagini ritraevano il pontefice negli aspetti più “normali” della sua vita quotidiana: furono pubblicate con grande rilievo sul numero 47 di Epoca (settembre 1951), accompagnate da un articoletto che descriveva in toni enfatici la quotidianità di papa Pacelli. Nasceva in questo modo un filone ‘giornalistico’ che, negli anni successivi, avrebbe goduto di straordinario successo: la vita quotidiana del Papa.

Da Oggi a Famiglia Cristiana, da Epoca alla Domenica del Corriere, tutti si affannano, di settimana in settimana, a proporre un nuovo scatto, un nuovo articolo, un nuovo scoop o una nuova immagine relativa alla vita di Papa Pacelli – un Papa che, è bene ricordarlo, godeva di una grandissima popolarità, all’epoca; un po’ come il nostro Francesco.

Luglio 1943: la "teatrale" preghiera di Papa Pio XII nel quartiere di San Lorenzo, distrutto da un bombardamento.
Luglio 1943: la “teatrale” preghiera di Papa Pio XII nel quartiere di San Lorenzo, distrutto da un bombardamento.

Pio XII è consapevole di questa “papa-mania”, e lascia fare, convinto di poter sfruttare la situazione a suo vantaggio – e così, sui rotocalchi italiani, si moltiplicano a dismisura le notizie sulla sua persona. I giornaletti dell’epoca ci restituiscono l’immagine di un Papa mite, sportivo, amante della natura e degli animali, che periodicamente si trova circondato di fringuelli festosi e coniglietti paffuti, tipo Biancaneve nel film della Disney. Viene esaltata la figura questo Papa moderno (che usa il telefono!!) (e si rade col rasoio elettrico!!) (e parla in diretta alla TV statunitense!!), ma che al tempo stesso è “altro da noi”: mistico, ascetico, quasi incorporeo – riprendendo in tal modo il topos che era aveva già fatto colpo sui lettori durante gli anni della guerra, in particolar modo dopo la preghiera di Pio XII nei quartieri di Roma appena distrutti da un bombardamento.

E il “pubblico” apprezza: vanno a ruba, quei giornali che promettono un nuovo scoop sulla vita del pontefice; e, quanto al pontefice, il popolino ha l’impressione di conoscerlo sempre meglio; lo considera quasi “un membro della famiglia”.
Vicario di Cristo. Santo in terra. Eppure, uomo come tutti noi – “guarda, mamma, c’è il Papa in accappatoio che si fa la barba prima di andare in ufficio! Proprio come papà!”.

"Tutte le mattine, quando Pio XII si fa la barba col rasoio elettricl, un uccellino ammaestrato lasciato libero nelle stanze si posa sulla sua mano sinistra e gorgheggia lietamente accompagnando il lieve ronzio dell'apparecchio. Appena terminata la rapida "toilette" del Santo Padre, il cardellino se ne vola via soddisfatto. Illustrazione di Walter Molino per la "Domenica del Corriere" (n. 18/1952); fare click per visualizzare un'immagine più grande.
“Tutte le mattine, quando Pio XII si fa la barba col rasoio elettrico, un uccellino ammaestrato lasciato libero nelle stanze si posa sulla sua mano sinistra e gorgheggia lietamente accompagnando il lieve ronzio dell’apparecchio. Appena terminata la rapida “toilette” del Santo Padre, il cardellino se ne vola via soddisfatto” – Illustrazione di Walter Molino per la “Domenica del Corriere” (n. 18/1952); fare click per visualizzare un’immagine più grande.

… e poi, capita, talvolta, che i rotocalchi facciano riescano a strappare un grande scoop per davvero. Se ve lo dico non ci crederete, ma è l’incredibile verità: avete presente la cristofania di Papa Pacelli? L’episodio in cui il Papa, in fin di vita, è stato beneficiato di un’apparizione di Cristo?
Episodio realmente accaduto e confermato dal Vaticano; quindi, possiamo essere piuttosto tranquilli sulla veridicità di questa informazione. Tuttavia, è oggettivamente un po’ surreale venire a sapere che questa notizia bomba è stata divulgata al mondo… attraverso le pagine di Oggi.
Giuro!
Il 24 novembre 1955, il bel faccione di Pio XII campeggia sulla copertina di Oggi accompagnato dall’eloquente titolo: Durante la malattia, il Papa vide Gesù al capezzale.
Ci si riferiva a una malattia che, circa un anno prima, l’aveva portato quasi in fin di vita: mentre Pacelli era costretto a letto, aveva beneficiato – a detta di Oggi – di un’apparizione di Gesù Cristo, che lo aveva miracolosamente guarito.
Lo scoop – effettivamente non da poco – fa il giro del mondo nell’arco di poche ore; si scatena il dibattito, molti sono scettici, e l’Osservatore Romano è costretto a pubblicare un articolo in cui, a malincuore, conferma la veridicità dei fatti (!!).

Come aveva fatto Oggi a impossessarsi di un simile scoop, passato inosservato persino all’organo di stampa del Vaticano? Si era trattato certamente di una notizia che era filtrata (volutamente? Accidentalmente?) al di fuori del Palazzo Apostolico – probabilmente per bocca di suor Pascalina Lehnert, che doveva aver scambiato qualche parola di troppo con un individuo che riteneva degno di fiducia… e che invece non lo era.

Ancora una volta sulla copertina della "Domenica del Corriere", Pio XII è stupito dal miracolo del sole mentre passeggia nei giardini del Vaticano.
Ancora una volta sulla copertina della “Domenica del Corriere”, Pio XII è stupito dal miracolo del sole mentre passeggia nei giardini del Vaticano.

Forse è proprio in questo momento che il Vaticano comincia a rendersi conto che questo andare a braccetto con le riviste popolari può rivelarsi un’arma a doppio taglio.
Da un canto, abbiamo i rotocalchi settimanali che raccontano “cose di Chiesa” anche a chi, diversamente, non s’interesserebbe mai di questi fatti. D’altro canto, abbiamo le riviste di gossip che, in fin dei conti, fanno giustamente il loro lavoro, andando alla ricerca dello scoop: ma è giusto ed è sano, che vengano buttati in pasto ai paparazzi il Santo Padre, la Madonna, Nostro Signore, e le verità di fede?
La cristofania di Pio XII, sbattuta sulla prima pagina dei giornali come se si trattasse dello scatto rubato della starlette di turno, non era nemmeno un triste caso isolato. Alla ricerca di notizie sempre più spettacolari, i rotocalchi attingevano a piene mani a tutto ciò che poteva esserci, di spettacolare, nella vita di fede. Prodigi di Santi, apparizioni mariane vere o presunte, sedicenti miracolati, devozioni non ancora approvate dalla Chiesa, agiografie scritte da chissà chi e sfruttando chissà quale tipo di fonti: tutto quanto “faceva buon brodo”, contendendosi la prima pagina con notizie totalmente profane tipo gli ultimi scandali di Casa Savoia, i successi delle star di Hollywood, le liason delle soubrette e i nuovi trattamenti di bellezza.
Era ormai chiaro a tutti che i rotocalchi settimanali avevano trovato, nel “sensazionalismo religioso”, la loro gallina delle uova d’oro, e che la situazione stava decisamente sfuggendo dalle mani della Santa Sede. Questa insolita alleanza avrebbe potuto funzionare fintantoché i giornaletti femminili fossero stati in grado di darsi un limite, cosa che evidentemente non eran più capaci di fare – c’è bisogno di ricordare in questa sede le vicende grottesche relative alla morte del povero Pio XII?

Gli “scatti rubati” di Pacelli agonizzante, prontamente ripubblicati dalle riviste di mezzo mondo, sono il segno che la misura è decisamente colma. “Basta così”, si decide in Vaticano: appoggiarsi alla stampa popolare porta sicuramente molti benefici… ma anche un’infinità di rischi.
Per concludere con le parole di Caliò, autore dell’articolo da cui è tratto questo post, lo scandalo del medico corrotto che vende ai giornali le fotografie del Papa morente

era anche la triste conclusione di un’illusione e la constatazione di un fallimento: a partire dal 1959, una volta terminati i fragori del conclave, nei settimanali familiari si registra una drastica inflessione del prodigioso cristiano e più in generale di temi religiosi, segno di un mutamento dei gusti del pubblico, ma anche di una presa di distanza da parte delle gerarchie ecclesiastiche da un medium di cui avevano sperimentato ambiguità e slealtà.

Ancora sulla copertina della "Domenica del Corriere", anche da morto.
Ancora sulla copertina della “Domenica del Corriere”, anche da morto.

Insomma: la Chiesa aveva tentato questa inedita alleanza, consapevole dei rischi ma anche dei benefici (che comunque c’erano: è un dato di fatto). Non era stata probabilmente la migliore idea che si fosse mai avuta Oltretevere… ma era stato un tentativo, comunque. Con un pizzico di responsabilità in più da parte dei direttori di giornaletti, avrebbe potuto essere un’accoppiata in grado di portare buoni frutti.

Ovviamente il giornaletto del 2014 è una cosa completamente diversa, e immagino, nella mia ignoranza, che il Vaticano non abbia avuto il minimo ruolo in questa storia… però, il Papa “corteggiato” dai mass media popolari non è senz’altro una novità dei nostri giorni.
Vero che sono buffi, certi corsi e ricorsi della Storia?