Cose cristiane · Vite di Santi e Beati

“Ma non potevamo semplicemente chiamarli martiri della carità?”. Il motu proprio di Papa Francesco e la nuova via per la canonizzazione

Il motu proprio promulgato ieri da Papa Francesco deve aver destato un po’ di perplessità, vista la quantità di domande che mi sono arrivate nelle ultime ventiquattr’ore.

Per chi non avesse seguito la vicenda, la Maiorem hac dilectionem a firma di Francesco ha introdotto una piccola, grande, svolta nei processi di canonizzazione. Fino ad oggi (anzi, fino a ieri), due erano le strade che potevano condurre un fedele alla gloria degli altari:
a)    il martirio, cioè la morte violenta causata in odio alla fede cattolica;
b)    l’esercizio in grado eroico delle virtù cristiane, argomento che avevo già trattato qui (quindi beccatevi il link e passiamo oltre).

Orbene: il motu proprio Maiorem hac dilectionem introduce una terza strada alla santità, da oggi aperta per direttissima anche a tutti “quei cristiani che, seguendo più da vicino le orme e gli insegnamenti del Signore Gesù, hanno offerto volontariamente e liberamente la vita per gli altri ed hanno perseverato fino alla morte in questo proposito”.

Questa “offerta della vita”, evidentemente, deve compiersi con una certa ratio: nello specifico, perché possa esser fatta valere in un processo di canonizzazione, dovrà configurarsi come una accettazione libera e volontaria di morte certa, prematura e a breve termine, cui si deve andare incontro mossi da carità.

Esempi concreti?
Beh: per dirne una, il medico che si offre volontario per assistere i malati affetti da un morbo gravissimo e incurabile, esponendosi al concreto rischio di contagio.
Oppure il classico eroe che nei film urla al criminale “fermo! Prendi me al posto suo!” per liberare il malcapitato che è stato appena preso in ostaggio.

Ça va sans dire, nel processo di canonizzazione verranno anche prese in esame, come di consueto, la fama di santità che dovrà seguire la morte eroica, la presenza di un miracolo operato post mortem dal venerabile, nonché la sua pratica delle virtù cristiane quand’era ancora in vita. Attenzione però: in questo caso, non è strettamente indispensabile che le virtù cristiane siano state praticate in grado eroico. Per chi muore offrendo volontariamente la sua vita – dice Papa Francesco – potrà essere sufficiente una pratica delle virtù cristiane esercitate “in grado ordinario”.
Lo stesso privilegio vale per coloro che vanno incontro a martirio: non necessariamente il martire deve aver praticato in grado eroico tutte le virtù cristiane, perché si ritiene che la donazione piena della propria vita, che ha luogo nel martirio, basti di per sé a cancellare completamente qualsiasi colpa passata, un po’ come un secondo Battesimo.
Vale a dire: puoi anche aver avuto una vita cristiana non totalmente integerrima – ma, se al momento buono, sei disposto ad offrire la tua vita per Cristo, questo basta già di per sé a spalancarti le porte del Paradiso.

‘nsomma, Papa Francesco ha in un certo senso assimilato ai martiri veri e propri questi “martiri della carità” (come li stanno chiamando impropriamente chiamando i giornali). Il che ha scatenato nei miei lettori una ridda domande: sì, ma allora non potevamo assimilarli ai martiri punto e basta? Non si poteva dire che chi rinuncia alla sua vita per un breve più grande diventa automaticamente martire, e tanti saluti?

No, non si poteva. Semmai sarebbe stata forse percorribile la strada inversa, cioè assimilare questi “donatori della propria vita” a coloro che hanno praticato in grado eroico almeno una virtù cristiana (in questo caso la carità). Ma mai e in alcun modo sarebbe stato possibile assimilarli ai martiri “veri”, mancando in questi casi una componente essenziale e ineludibile del martirio cristiano: ovverosia, l’essere uccisi in odium fidei.

Potrebbe sembrare una questione di lana caprina, ma non lo è affatto, e la necessità di una prova dell’odium fidei come motivo determinante della morte del martire è stata ribadita, in tempi molto recenti, da Papa Benedetto XVI, che, il 24 aprile 2006, dichiarava:

è necessario che affiori direttamente o indirettamente, pur sempre in modo moralmente certo, l’odium fidei del persecutore. Se difetta questo elemento, non si avrà un vero martirio secondo la perenne dottrina teologica e giuridica della Chiesa.

Si potrebbe dire che il martirio non consiste tanto nella morte che si subisce, quanto più nelle ragioni che hanno spinto l’assassino a uccidere: solo dall’esame di questo elemento si può determinare se la morte del cristiano sia veramente martiriale. Insomma, è indispensabile che l’omicida agisca perché spinto da un vero e proprio odio verso la fede cattolica, o, quantomeno, da un odio verso certi atteggiamenti che il fedele pone in essere a causa della sua fede.

Esempio? Sono incinta e rifiuto di abortire un figlio malato, perché una brava cattolica non abortisce i propri figli. Mio marito (non particolarmente anti-cattolico di per sé, ma fortemente determinato a non volere figli disabili), in un attacco di rabbia, dopo l’ennesima discussione, piglia e mi ammazza di botte, possibilmente urlando cose tipo “maledizione a quei preti che ti hanno messo certe idee in testa!” (e cioè tracciando egli stesso un collegamento tra il mio comportamento e la mia fede).
La mia morte non è causata da un odio alla fede in sé e per sé (non è che il mio assassino si sia irritato dopo un dibattito sulla transustanziazione): semmai è causata dall’odio verso il modo in cui la mia fede mi induce a vivere – il che è comunque giudicato assimilabile al martirio. In ogni caso, sono stata uccisa a causa della mia volontà di seguire Cristo.

Ma il buon cristiano che si fa avanti e dice “ok, in questa situazione c’è bisogno di qualcuno che si immoli per la causa, e mi offro volontario io perché mi sento pronto a donare la mia vita per il bene comune?”.
Atto lodevolissimo e fortemente cristiano, ma non martirio in senso stretto. Lo spiega molto chiaramente il manuale di studio sulle Cause dei Santi composto dalla competente Congregazione, laddove si legge che

anche se altamente nobile, la carità non può essere l’unico e sufficiente motivo per far diventare un cristiano martire nel verso senso della parola. Perché si possa parlare di vero martirio, la Chiesa insiste sulla necessità che il motivo della sua persecuzione e della sua morte da parte del persecutore sia l’odium fidei. Solo così il martire potrà diventare veramente simile a Cristo, cioè sua perfetta realizzazione, perché Gesù Cristo è stato messo a morte non in odio della carità che faceva, ma in odio al suo messaggio.

Quindi, no: questi “martiri della carità” non avrebbero potuto essere in alcun modo assimilati ai martiri tout court. Anzi, il termine stesso di “martiri della carità”, che stamattina invade le prime pagine dei giornali ma che purtroppo ha già contaminato da tempo i bollettini parrocchiali e il linguaggio chiesastico, induce i fedeli alla confusione e all’errore: coloro che muoiono offrendo la loro vita per il bene del prossimo sono degli “eroi”, dei “testimoni della fede”… ma NON dei martiri.
Semmai possono essere considerati dei “bravissimi cristiani molto altruisti”, toh: io li definirei senza problemi individui che, tra tutte le virtù evangeliche, hanno messo in pratica con un particolare grado di eroismo quella dell’amore per il prossimo.

La strada scelta da Papa Francesco è ancora diversa e va dritta al punto, istituendo una terza fattispecie per la canonizzazione dotata di un suo specifico iter processuale, che presumibilmente sveltirà le procedure e abbrevierà i tempi tecnici di attesa. Scrive infatti Papa Francesco:

È certo che l’eroica offerta della vita, suggerita e sostenuta dalla carità, […] è meritevole di quella ammirazione che la comunità dei fedeli è solita riservare a coloro che volontariamente hanno accettato il martirio di sangue o hanno esercitato in grado eroico le virtù cristiane.

Insomma: è in arrivo per noi un vasto campionario di “eroi della carità”, capaci di commuoverci ed edificarci con il loro estremo sacrificio altruistico e disinteressato?

Sì, con ogni probabilità. E io già affilo la mia penna (spuntata) per scrivere di loro.

Tradizioni e folklore · Vite di Santi e Beati

“Ma quanto durerà ancora questo caldo atroce?”: le previsioni meteo dei Santi

Gente: non so voi, ma io nun je la faccio più. ‘sto caldo ingiusto mi fa crollare la pressione, mi riduce a uno straccio, mi toglie l’appetito (e globalmente la voglia di vivere), mi stronca come non mai.
Dopo aver appurato che le previsioni meteo per il prossimo weekend danno massime attorno ai 38 gradi, mi sono detta: ok, non posso farcela, ho bisogno di un santo a cui votarmi.
E allora ho cercato il santo a cui votarmi, no?
Ci sarà pure un santo patrono contro le ondate di caldo, no?
Abbiamo patroni per i dormiglioni (San Vito), per la gente brutta (San Drogo), per la gente che ha paura dei morsi di vespa (San Friario), abbiamo persino una santa per lenire i fastidi del dopo-sbornia (Santa Bibiana)… ce l’avremo senz’altro, un santo da invocarsi contro le ondate di caldo tropicale, no?
No??
No.

A quanto pare, fino a qualche tempo fa, la gente sopportava abbastanza di buon grado le ondate di caldo anomalo, perché tendenzialmente facevano bene ai raccolti – a patto che piovesse. Abbiamo santi contro la siccità, ma non santi contro il caldo.
E quando abbiamo smesso di dipendere dal caldo per portare a casa uno stipendio, la venerazione popolare si è spostata direttamente verso l’inventore dell’aria condizionata, che Dio lo benedica.

E quindi, tant’è.
Se siete al corrente dell’esistenza di un santo da invocarsi per far scendere le temperature, fate un fischio ché qui incomincio subito una novena. Ma fino a prova contraria, io non ho notizie di santi che portino il fresco in sé e per sé. Ci sono santi che portano il bel tempo, ci sono santi che portano la pioggia, ma santi capaci di abbassare le temperature… no. Mission impossibile pure per le schiere celesti, a quanto pare.

Il massimo aiuto che possiamo sperare di ottenere dal Cielo in questo drammatico frangente, è più che altro sulle linee di “sappi di che morte devi morire”. Ovverosia: se non esistono santi deputati a far scendere le temperature, esistono santi cui la tradizione popolare attribuisce il potere di… fare previsioni meteo ad ampio raggio.
Avete presente il detto “quando vien la Candelora, dall’inverno siamo fora”? Ecco, qualcosa del genere: da tempo, la tradizione popolare ritiene che, dalle condizioni meteo di determinati giorni dell’anno, sia possibile trarre previsioni per il clima dei mesi a venire.

Embeh: in assenza di meglio, vediamo dunque quali sono i santi capaci di dirci qualcosa di più sulle sorti di questa rovente estate.
Meglio che niente, ahò. Alla peggio, mi faccio un biglietto di sola andata per la Groenlandia e tanti saluti.

San Medardo: 8 giugno

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Già noto su questi schermi (e già caro alla qui presente blogger) per il suo singolare ruolo di patrono contro il mal di denti, San Merdardo di Noyon è, di per sé, il protettore contro i temporali. Il “perché” risiede in un passaggio della sua agiografia, laddove il santo vescovo, sorpreso da un violentissimo acquazzone, viene miracolosamente protetto dalla pioggia da un’aquila gigantesca che si libbra in volo sopra di lui, dispiegando le sue ali, e… facendogli da ombrello.
In Piccardia, dove san Medardo gode di particolare venerazione, è diffuso un detto popolare (variamente noto anche in altre zone della Francia), per cui

S’il pleut le jour de Saint Médard,
il pleut quarante jours plus tard

Ovverosia: se piove e fa brutto tempo durante la festa liturgica di San Medardo, certamente farà brutto tempo anche quaranta giorni più tardi (e cioè il 18 luglio).
Non che la promessa di un acquazzone a metà luglio ci sia di grande aiuto nella contingenza, ma di nuovo: sempre meglio che niente.

Ho speranzosamente googlato informazioni meteo su che tempo facesse a Torino l’8 giugno passato. Niente pioggia ahimè, ma minime di 13 e massime di 23 gradi (!!). Non so voi, ma io ci metterei la firma: Medà, ti prego, non deludere le mie preghiere.

Santi Gervasio e Protasio: 19 giugno

Santi_Gervasio_e_Protasio

Questa è facile: la loro festa ricorreva ieri, e, non so da voi, ma ieri, qui a Torino, si è tornati a respirare per la prima volta dopo giorni.
(Oggi si crepa di nuovo).

Le ragioni per cui i due martiri milanesi siano tradizionalmente associati con le previsioni meteo (in Francia e non in Lombardia, perdipiù!) sono avvolte nel mistero.
Fatto sta che i nostri cugini d’Oltralpe sono convintissimi del loro potere: S’il pleut le jour de Saint Médard, il pleut quarante jours plus tard, ma la filastrocca va avanti affermando incontrovertibilmente:

S’il pleut le jour de Saint Gervais et de Saint Protais,
il pleut quarante jours après.

Idem come sopra, insomma.
E come sopra: ieri, a Torino, non ha piovuto, ma io mi aspetto minimo minimo un’ondata di aria fresca fra trentanove giorni.
(Sigh).

I Sette Dormienti d’Efeso: 27 giugno

seven-sleepers-icon

Amo la leggenda dei dormienti d’Efeso, i sette amici che tentano di scampare alla persecuzione anticristiana dell’imperatore Decio chiudendosi in una grotta nei pressi del monte Celion. Dopo una notte di paura, uno di loro esce per procurarsi un po’ di cibo, ed ecco la sorpresa: i sette non avevano dormito – come credevano – per una notte sola, ma per più di duecento anni.
Testimonianza della resurrezione dei corpi, i sette dormienti raccontano ai fedeli la loro storia, e poi tornano ad immergersi nel loro sonno senza tempo. Leggenda vuole che siano destinati a dormire fino all’Apocalisse, nell’attesa del mondo che verrà.

Orbene: nella Germania del Sud è viva una tradizione per cui, se nel giorno della festa dei Sette Dormienti, il clima è fresco, altrettanto freschi saranno i due mesi a venire.
Alcune pagine, tipo questa, sostengono che ci sia un fondo di verità dietro a questo proverbio. Statisticamente, se, negli ultimi giorni di giugno, in Germania del Sud il clima è fresco e mite, c’è un 60-70% di probabilità che anche i mesi a venire non siano troppo afosi. Sarà questione di correnti d’aria e di anticicloni, boh: fatto sta che questo antico detto pare prenderci abbastanza.

Per la cronaca, le previsioni meteo per Monaco di Baviera danno un brusco calo di temperature proprio tra il 26 e il 27 giugno.
Voglio crederci.

Santa Godeliève: 6 luglio

Godelieva

Questa è una santa che in genere riscuote un certo successo di pubblico, perché è la patrona delle donne che hanno problemi con le suocere.
Diciamo che meditare la vita di Godeliève riesce sicuramente a mettere in prospettiva le piccole beghe familiari della nuora-media. La santa francese, nata da nobile famiglia attorno all’anno 1000, viene data in sposa a un certo Bertolf di Ghistelles, sempre che di “matrimonio” si possa veramente parlare: Godeliève dice il suo “sì” in uno sposalizio per procura, in cui è la suocera a fare le veci di Bertolf, lontano per una campagna militare. Tornata a casa, la donna rinchiude Godeliève in una cella, e anche quando Bertolf fa il suo ritorno l’ingombrante presenza di mammà causa nel rapporto  tensioni tali che il matrimonio non viene mai consumato. A un certo punto Godeliève scappa di casa; Bertolf la insegue giurando di cambiare; e infatti mostra d’esser cambiato così tanto, che, alla prima occasione utile, la strangola per sposare una che sia più gradita a mammina.
Finalmente morta e liberatasi da ‘sta famiglia di pazzi, Godeliève comincia a prodursi in innumerevoli miracoli, fra cui – a quanto pare – numerosi prodigi di natura meterologica. Far piovere per rinverdire i raccolti, cose così.

La data della morte di Godeliève è sempre stata incerta: inizialmente fissata al 6 luglio, è stata sposata al 30 dello stesso mese nell’ultima revisione del Martirologio. Con buona pace della Congregazione per il Culto Divino, la tradizione popolare rimane ancorata alla festa antica – e così, le condizioni meteorologiche in essere al 6 luglio sono considerate “uno specchio” di quelle dell’estate a venire.

Un’altra tradizione popolare sostiene che la fanciulla single che prega Santa Godeliève alla vigilia della sua festa otterrà in dono il privilegio di conoscere il nome del suo futuro sposo.
Speriamo che non si chiami Bertolf.

San Swithun: 15 luglio

swithun-portrait

Vi dico solo che ho scoperto l’esistenza di San Swithun preparando uno dei miei primi esami di Storia della Chiesa, al capitolo “Miracoli punitivi”. È un tosto, l’amico!

Swithun fu vescovo di Winchester fino alla sua morte, avvenuta nell’862. Sentendosi avvicinare la fine, il santo ordinò che il suo corpo fosse inumato nella nuda terra, all’esterno della chiesa, “dove potessero percuoterlo il piede del passante e le gocce di pioggia dal cielo”. Un estremo gesto di umiltà che non fu gradito dal vescovo eletto dopo di lui, il quale – nella pia convinzione di star tributando giusti onori al suo santo predecessore – ordinò che le reliquie fossero traslate all’interno della chiesa e allocate in un adeguato reliquiario, per esporle alla venerazione dei fedeli.
Apriti cielo (è proprio il caso di dirlo).
In segno di protesta verso quest’attenzione non richiesta, Swithun – a dar retta all’agiografia – scatena quaranta giorni di pioggia ininterrotta.
Ma forte, eh!
Grandine, brutto tempo, gelate, venti freddi: non ce n’era per nessuno. Raccolti devastati, lattanti intirizziti, animali senza più cibo… un disastro.

Da lì, la tradizione popolare che lega Swithun alle previsioni meteo. Se, da un lato, il vescovo di Winchester è quello da pregare perché finisca un’ondata di freddo, d’altro canto si ritiene che un calo di temperature il 15 luglio – giorno della traslazione delle sue reliquie – sia da interpretarsi come un sicuro segno di maltempo per i quaranta giorni a venire.

Secondo Wikipedia, c’è pure una base scientifica dietro a questa leggenda:

Verso la metà di luglio la corrente a getto si pone in un corso che rimane, nella maggior parte degli anni, ragionevolmente stabile fino alla fine di agosto. Quando questa corrente si trova a nord delle isole britanniche, l’alta pressione è in grado di penetrarvi, mentre quando si trova a sud o attraverso le isole britanniche, l’aria dell’Artico e il sistema meteorologico atlantico sono predominanti.

Sperem

Frattanto, io credo di far cosa gradita a tutti voi indicando il santo che, a mio giudizio, può essere il più adatto a cui chiedere aiuto in questo momento specifico.
Non so voi ma io sono risoluta a pregare con intensa devozione San Lebuino di Deventer, invocato per dare sollievo alle sofferenze degli agonizzanti: a occhio e croce, direi che più o meno siamo lì.

Vite di Santi e Beati

Ma le canonizzazioni sono infallibili?

Verrebbe da far battute sulle vite che devono avere i lettori di questo blog, per arrovellarsi costantemente su questioni come quella di cui sopra. Eppure, quella che leggete nel titolo è una delle domande che più frequentemente mi vengono poste: ma quando la Chiesa canonizza un santo, questa affermazione è da intendersi come infallibile?

Spiace dire che la domanda viene sollevata perlopiù da persone che sperano in una riposta negativa. Sui siti dedicati, moltissimi (ma proprio moltissimi) si ponevano questa domanda all’epoca della canonizzazione di Giovanni Paolo II e Giovanni XXIII, due papi che vengono considerati assai poco santi da certe frange filo-scismatiche ultra-tradizionaliste.

Eppure, anche quando viene posta con questi polemici “secondi fini”, la domanda è pur sempre interessante. Posto che, emanando un decreto di canonizzazione, la Chiesa sta sostanzialmente dichiarando che Tizio, novello santo, si trova in Paradiso… quest’affermazione è infallibile?
Domanda bis: qualcosa può andare storto, in un processo di canonizzazione? È possibile che la Chiesa dichiari santo un tale che invece sta all’inferno? O lo Spirito Santo la sorregge in questo, impedendole di prendere una cantonata?

La domanda è intrigante, per l’appunto, e capace di accendere vive discussioni. Io, incuriosita dal tema, ho cercato di dipanare il bandolo della matassa basandomi su quello che mi sembrava il testo più autorevole in circolazione: il libro di testo dello Studium che prepara i dipendenti della Congregazione per le Cause dei Santi.

***

Iniziamo da un punto fermo: è noto che la Chiesa gode dell’assistenza dello Spirito Santo per custodire il depositum fidei e per esporlo correttamente ai fedeli. La Chiesa può dunque agire infallibilmente nel definire dottrine relative alla fede.
Il caso dei Santi, però, è leggermente diverso. Che Tizio abbia vissuto da buon cristiano e sia adesso in Paradiso non è il fulcro della fede cattolica: è un dettaglio molto specifico e, se vogliamo, anche marginale. In particolare, la Congregazione per le cause dei Santi lo definisce un “fatto, in se stesso contingente, estraneo al deposito della fede e senza relazione necessaria con esso, ma che ha qualche rapporto con una dottrina da affermare”.
Ebbene: nel parlare di questi “fatti in se stessi contingenti”, la Chiesa è o non è infallibile?

Il librone su cui mi baso fa una interessante osservazione: lasciamo perdere per un attimo i santi; concentriamoci sugli eretici conclamati, che si trovano in una situazione speculare rispetto ai canonizzati.

Da sempre, la Chiesa si è riservata il diritto/dovere di condannare apertamente non solo le eresie in senso astratto, ma anche i singoli individui che delle eresie si fanno promotori.

Su che cosa si fonda questo comportamento della Chiesa? Sul fatto che il suo Fondatore le ha promesso la sua presenza e le ha fornito tutti i mezzi necessari per lo svolgimento della propria missione.

E la missione della Chiesa sarebbe gravemente inadempiuta se essa lasciasse i suoi fedeli nell’incertezza di quale sia la strada “giusta” da seguire. A fini pastorali, non basta pubblicare online astruse prolusioni in cui si dice che non è bene essere gnostici (“e che è uno gnostico?”, si chiede giustamente la casalinga di Voghera): è indispensabile indicare pubblicamente tutti i predicatori che diffondono l’eresia. Occorre insomma che i fedeli siano messi nella condizione di sapere che don Peppino, predicando certe assurdità, si pone indubitabilmente in una posizione irregolare – quindi, se avete a cuore la salvezza della vostra anima, cari amici, non dategli retta.
Una posizione chiara, netta, che non lascia spazio a dubbi e che potrebbe certamente salvare molte anime: in questo – sono tutti concordi – la Chiesa agisce in maniera infallibile.
Del resto, stabilito infallibilmente un fatto di fede (“lo gnosticismo è un’eresia”) è ragionevole pensare di essere infallibili anche nell’affermare un fatto collaterale che da ciò direttamente deriva (“Don Peppino, che predica lo gnosticismo, in questo momento si trova in grossi guai col Padreterno”).

E ok.
E a questo punto, molti dicono: se la Chiesa può infallibilmente affermare che Don Peppino è eretico (il che di per sè non è depositum fidei, bensì un fatto  contingente), allora, può allo stesso modo affermare che Don Peppone è un santo (e anche questo non sarà depositum fidei, bensì un fatto contingente).

Ma siamo poi così sicuri che per i santi valga lo stesso discorso?

Se la Chiesa stabilisce, senza alcun dubbio con infallibilità, il  fatto di fede per cui “chi pratica le virtù cristiane finisce in Paradiso”, è ragionevole pensare che sia altrettanto infallibile nell’affermare il fatto collaterale per cui “Tizio ha praticato le virtù cristiane con grado eroico, e quindi è indubitabilmente in Paradiso”?

Alcuni dicono di sì.
La Congregazione per le Cause dei Santi, sorprendentemente, sembra propendere per il no.

Perché… in fin dei conti cosa ne sai, di come ha realmente vissuto Tizio, e di dove si trova in questo momento la sua anima?
Ok, c’è il processo di canonizzazione che dovrebbe garantire al giudizio un certo grado di attendibilità; ok, ci sono uno/due miracoli a cui indubitabilmente va dato un enorme peso… ma tutto questo comporta davvero infallibilità?
Perché ci sia infallibilità, occorrebbe affermare che lo Spirito Santo sorregge la Chiesa in questo processo, a motivo dei gravi pericoli che una erronea canonizzazione comporterebbe per la salvezza delle anime.
Ma questi gravi pericoli sono poi così gravi?
In effetti no, secondo la Congregazione per le Cause dei Santi, che scrive:

Il caso della canonizzazione non è esattamente simile a quello della condanna di un eretico. Nel caso della condanna, è chiaro che siamo di fronte a un grave pericolo per la fede dei cristiani e che l’individuazione precisa di tale pericolo è necessaria alla preservazione di questa fede.
Quando si tratta di canonizzazione, invece, non troviamo niente di tutto questo. Si tratta di un movimento spontaneo della Chiesa che ritiene bene di proporre qualcuno alla venerazione dei fedeli. In caso di errore, non ne conseguirebbe un danno mortale per la fede, anche se ciò sarebbe evidentemente molto spiacevole.
In altre parole, che i fedeli si pongano a seguito di Lutero, sarebbe di mortale gravità per loro; che venerino, per assurdo, un santo che in realtà fosse all’inferno, non ha tale gravità e può ugualmente aiutare la loro vita cristiana.

(Ovvero: se la famiglia di Maria Goretti, per assurdo, fosse sempre riuscita a tenerci nascosto che la ragazzina era in realtà un pappone che gestiva il racket della prostituzione, l’ignorare questo dettaglio non pregiudicherebbe la mia fede: io ammiro Maria Goretti per le virtù cristiane che le sono attribuite. Poi se in realtà non ce le aveva, son fatti suoi: intanto, la lezione di catechismo in cui si parlava delle martire della purezza ha comunque fatto presa su di me). (Senza offesa, Maria Goretti).

È anche per questo che la Chiesa, dopo aver espunto dal martirologio alcuni santi dalla storicità dubbia, non si danna più tanto per soffocarne il culto popolare:

Non c’è nemmeno motivo di pensare che le preghiere indirizzate mediante l’intercessione di questi pseudo-santi rimangano necessariamente vane. […] Si capisce che Dio esaudisca delle preghiere che, in mancanza dell’intermediario, vanno direttamente a lui.
Perciò, non essendo la canonizzazione di una persona necessaria alla custodia e difesa del deposito della fede, non sembra che la materia della canonizzazione sia tale da poter essere soggetta all’infallibilità.

***

Nel suo manuale, la Congregazione per le Cause dei Santi previene due possibili obiezioni a questa tesi:

1)      “Lex orandi, lex credendi”: poiché la Chiesa venera i santi nella sua liturgia, allora dobbiamo presumere che i santi siano indubitabilmente tali.
…non è mica così vero, argomenta la Congregazione: intanto, la Chiesa ammette il culto locale anche di santi provenienti da epoche remote, sulla cui storicità nessuno metterebbe la firma.
In secondo luogo, c’è anche da tenere in considerazione che il Papa concede ai fedeli un culto liturgico in onore dei beati, ma senza minimamente voler con ciò affermare che gli individui celebrati in questa liturgia sono da considerarsi santi.
La venerazione liturgica verso i santi non è da considerarsi di per sè una prova.

2)      La formula pronunciata dal Papa nella cerimonia di canonizzazione sembra alquanto solenne: non dice “sì, boh, forse”.
Ammetto che questa sembra anche a me una questione di lana caprina, ma la Congregazione per le Cause dei Santi sottolinea che, nella formula di canonizzazione, il Papa si limita a dire che “Tizio è un santo”; non si spinge al dire “i fedeli devono obbligatoriamente credere che Tizio è un santo”.
Sembra un arrampicarsi sugli specchi, ma invece no: ad esempio, quando un Papa proclama infallibilmente un dogma, specifica che ogni fedele è obbligatoriamente tenuto a crederci – ed è tenuto a crederci de fide divina, cioè come se queste dottrine gli fossero rivelate da Dio stesso.
Nella formula di canonizzazione non è presente niente di tutto questo, e tutt’al più si trovano formularii tipo “quanto da Noi stabilito in questa lettera è Nostra volontà che risulti stabilmente valido, senza disposizioni in senso contrario”.
Ma questo sembrerebbe più che altro voler dire che se io Papa canonizzo Tizio, tu cardinale non puoi metterti a piantar rogne vietando ai fedeli di venerarlo, o urlando col megafono in Piazza San Pietro che Tizio è in realtà all’inferno. Sembra riferirsi a questioni pratiche, più che a verità di fede: nessuno si azzardi a ostacolare il culto del santo che io Papa ho appena proclamato.

Morale della favola? “Tana libera tutti”, e se a me sta antipatica Madre Teresa posso sentirmi autorizzata a non riconoscerla come santa?

Beh… dopo tutta questa pappardella, potrebbe stupirvi sapere che la risposta è “sì e no”, anzi “più no che sì”.

Intanto, c’è la questione di cui abbiamo appena parlato: se il Papa proclama un santo, i fedeli sono tenuti ad aderire a questa disposizione, senza ostacolare il culto.
Secondo: se diamo valore ai pronunciamenti del Santo Padre, c’è un Papa nello specifico che ha usato parole molto chiare circa l’annosa questione.

Interrogato sull’infallibilità delle canonizzazioni, Papa Benedetto XIV distingueva due punti chiave: uno, le canonizzazioni sono fallibili o infallibili?
E rispondeva:

A noi sembra che ciascuna delle due opinioni debba essere lasciata alla sua propria probabilità, finché la Sede Apostolica non esprima il suo giudizio

(che non mi risulta abbia mai espresso).

Seconda domanda: è dunque possibile e lecito affermare che un santo non è salvo (…e/o, magari, sta pure all’Inferno)?
E rispondeva:

Colui che osi affermare che il Pontefice, in questa o in quella canonizzazione, abbia errato, e che questo o quel Santo da lui canonizzato non vada venerato con culto di dulia, [noi lo] dichiareremo arrecatore di scandalo all’intera Chiesa, e, se non eretico, quanto meno sconsiderato, oltraggioso nei confronti dei Santi, compiacente verso gli eretici che rifiutano l’autorità della Chiesa nella canonizzazione dei Santi, e in odore di eresia, in quanto spiana la strada degli infedeli alla derisione dei fedeli.

‘nsomma: sembra che la Chiesa non sia infallibile, nell’atto di canonizzare un santo. E in linea puramente teorica potrebbe anche darsi che (nonostante il rigido processo, nonostante il sigillo dei miracoli…) la Chiesa sbagli, e additi come santo un individuo che in realtà sta all’Inferno.
però, queste sono tutte questioni teologiche fini a se stesse: perché, fino a prova contraria, a noi fedeli viene chiesto di prestare fede alla nostra Santa Madre Chiesa.
E se il Papa ti canonizza quel tizio che proprio non puoi vedere… liberissimo di fare una faccia scettica nell’intimo del tuo salotto, ma per cortesia non andare in giro a seminare scandalo tra i tuoi fratelli di fede.

Cose cristiane · Vite di Santi e Beati

Le dieci strade per la santità (laicale)

Credo di avere buone ragioni per supporre che – se non altro per statistica – la maggior parte dei miei lettori sia composta da fedeli laici. Spero dunque di far cosa gradita nel fornire a questi miei lettori un utile vademecum circa le modalità più semplici con cui diventare santi, (pur) rimanendo nello stato laicale.

Dico “pur”, perché di nuovo mi affido alla cruda statistica: scorrendo le pagine del Martirologio Romano, potremmo notare che i laici costituiscono meno di un decimo di tutti i santi ricordati nel corso dell’anno liturgico. Peggio ancora va per le laiche di sesso femminile: sono appena la metà dei santi laici dotati di cromosoma Y.
Certo: queste percentuali sembrano destinate a cambiare rapidamente. Il concetto di “santità” ha subito nei secoli variazioni significative, ed è noto a tutti come la santità laicale abbia conosciuto una meravigliosa fioritura, in questi ultimi decenni.
Purtuttavia – dati alla mano – un laico che intenda percorrere la strada verso la santità si trova a camminare lungo un percorso relativamente poco battuto, ancora ricco di incognite. Potrebbe essere utile a tutti quanti, no?, un breve vademecum sui modi più popolari per giungere – da laici – alla gloria degli altari.

Il vademecum arriva a voi grazie a un vecchio numero di Rivista Liturgica (2/2004!) interamente dedicato a Santi e santità nel nuovo «Martyrologium Romanum». In particolar modo, ad ispirarmi è stato a un articolo di Valeria Trapani sulla Analisi delle tipologie emergenti guardando a La santità dei laici nel «Martyrologium Romanum».  L’articolo è serio; io lo rielaboro qui nel mio solito stile demenziale, per proporvi, in ordine decrescente, le tecniche più popolari per raggiungere la santità… laicale!

1. Rinuncia a tutto quanto
Mi rendo conto che è un po’ estremo, ma molti santi paiono aver pensato che, così facendo, “si andava sul sicuro”. Effettivamente – potrà stupire, ma è così – la stragrande maggioranza dei santi laici preseti sul martirologio è composta da coloro che, a vario titolo, noi definiremmo “eremiti”. Sì, insomma: gente che, dopo una vita spesso dissoluta e/o colma di agi e di ricchezze, decide di mollare tutto e di dedicarsi interamente a Dio, spesso chiudendosi in una ricercata solitudine che lo porta a separarsi dai suoi affetti… e, in generale, dal resto del mondo.
Che dite: scelta un po’ troppo hardcore? Beh: se vi sentite chiamati ad una vita più “attiva”, potreste sempre tentare la seconda via…

2. Mettiti in politica
Stupisce, vedere così tanti “politicanti” registrati nel martirologio? Ambeh, solo perché siete malpensanti: in realtà, i politici saliti alla gloria degli altari sono un gruppetto abbastanza consistente!
Evidentemente, bisogna chiarire un concetto: fino a qualche decennio fa, la classe politica era composta perlopiù da nobiluomini. Siccome i nobiluomini hanno un cappellano personale (a differenza del boscaiolo tanto buono e pio, che però muore nell’anonimato) è anche abbastanza comprensibile che il martirologio pulluli di santi che, nella vita, hanno fatto politica attiva. (Da un punto di vista numerico – tra i laici – i politicanti sono secondi solo agli eremiti!).
Eppure, a ben vedere, non è neanche così strano che un nobile, un feudatario, un potente signorotto locale, vengano guardati con particolare attenzione da Santa Madre Chiesa. È ovvio che un sovrano veramente santo cercherà in vario modo di “santificare” anche i suoi sudditi – e anche un politico locale (o un signorotto) potranno fare sapiente esercizio di virtù, utilizzando nel giusto modo il potere che è stato dato loro.

Mettersi in campo e lottare per la res publica e il bene comune non è, sotto sotto, una forma di… evangelizzazione?
A dar retta al martirologio, parrebbe proprio di sì!

3. Aspetta che schiatti la moglie
In maniera non molto confortante per noi signore, il terzo gruppo di santi laici in ordine di numero è composto da uomini sposati che, dopo aver vissuto una vita coniugale abbastanza nella norma, decidono – rimasti vedovi – di consacrare al prossimo quel che resta della loro vita.
E quindi, investono le loro ricchezze in opere di carità, aprono le porte dei loro palazzi ai bisognosi in cerca d’asilo… eccetera eccetera eccetera.

4. …oppure, cercatene una veramente, veramente in gamba
È raro trovare un laico che diventa santo grazie al fatto (e non “nonostante al fatto”) di essersi sposato. Per carità: di coniugi Beltrame-Quattrocchi ce ne sono più di un paio, ma diciamo che questo è un modello di santità laicale che ha cominciato ad essere compreso solo in anni molto recenti.
Nei secoli passati, tutt’al più, poteva capitare che il matrimonio venisse inteso come strada per la santità nella misura in cui tu, pio uomo, sposavi una pia donna che guardacaso era anche una ricca ereditiera. La felice combinazione di piitudine e ricchezza permetteva alla famiglia di compiere grandi opere di carità.

Di casi come questi, ce ne sono stati numerosi; per il resto, era invece abbastanza raro che le radici di una santità laicale venissero ricondotte al matrimonio in quanto tale.
Verebbe da dire che noi sposi del 2000 potremmo prenderci come buon proposito quello di invertire la tendenza…

5. Santifica il tuo lavoro
Che, messo così, sembra un concetto molto “opusdeiano”, ma non è che Escrivà si sia inventato niente di sconvolgentemente nuovo, parlando di lavoro come mezzo di santificazione.
Sul versante lavorativo, vale quanto ho appena scritto per la questione matrimoniale: ci sono sicuramente tanti laici di cui ci viene detto che si sono santificati nonostante le distrazioni provocate loro dal lavoro… ma ci sono anche significative eccezioni che ci dimostrano come (anche in epoche assai remote!) Santa Madre Chiesa potesse dare anche valenze molto positive, alla normale vita professionale di un laico.
I politici di cui si parlava al punto 2 si sono santificati – e questo evidente – nel pieno “esercizio delle loro funzioni”. Ma non sono gli unici ad aver vissuto il lavoro come un mezzo per avvicinarsi a Dio. Ad esempio, a inizio ‘200, il beato Pietro da Campi, che commerciava pettini per telai, era noto per l’onestà con cui gestiva la sua attività, esaminando scrupolosamente tutta la sua merce e gettando via, a costo di ingenti perdite, tutta quella che risultava non perfetta al 100%.
Per dire.
Anche questo è un tipo di santità laicale che comincia ad essere apprezzata (in modo numericamente significativo) solo in anni molto recenti: purtuttavia

6. Diventa sposa di Cristo
Esperite le cinque vie più battute che hanno condotto alla santità il maggior numero di laici maschi, esaminiamo ora i suggerimenti di Santa Madre Chiesa per quelle laiche del gentil sesso che sognano d’esser canonizzate.
Per loro, la strada più popolare è quella che parla di castità: consacra a Cristo tutta la tua vita, e diventa una santa vergine.
Anche senza farsi suora! Quello non è necessario (e comunque ti escluderebbe dal novero di “sante laiche”). No: anche restando per i fatti tuoi, in un normalissimo stato laicale, donati interamente a Cristo, e poi continua a farti la tua vita.

È curioso, perché, come notate, l’aspetto della castità non è mai stato determinante per il raggiungimento della santità, da parte di un laico di sesso maschile. I santi maschi sono casti se entrano in convento (e grazie tante), ma non esiste uno “zoccolo duro” di laici che, senza ragioni apparenti, continuano nella loro vita di sempre, dopo un segreto proposito di castità.
Di laiche donne invece sì: è pieno! E questa differenza così macroscopica è anche piuttosto singolare, se vogliamo.

7) Abbandonati alla sindrome della crocerossina
In realtà, a pensarci bene, non è nemmeno così poi così sorprendente, questa sovrabbondanza di laiche vergini all’interno del martirologio. Guardando alla santità laicale “in gonnella”, si nota che moltissime donne riescono a guadagnarsi un posto in Paradiso diventando… madri del loro prossimo, se mi passare il paragone.
Tutte quelle “operatrici della carità” che, nei secoli passati, e senza mai prendere il velo, si sono dedicate alla cura degli orfani, degli ammalati, dei poveri, degli scolaretti… non si sono forse “fatte madri” del loro prossimo?
In un certo senso, sì: hanno rinunciato all’avere una famiglia propria (e hanno persino rinunciato a una famiglia religiosa), per diventare educatrici e “madri” di tanti bambini che ne avevano bisogno.
Effettivamente, l’equazione è quasi perfetta: se ti trovi con una santa laica che si è distinta per le opere caritative, costei è – quasi sicuramente – vergine.
Se non è vergine, è sposata ma sterile. Donne già un po’ avanti con gli anni, supportate da un marito simpatizzante, che, accantonata ormai la speranza di avere figli propri, decidono di “adottare” come figli coloro che più ne hanno bisogno.
E del resto, ha pure senso: non ti lanci in certe imprese (e soprattutto non ti ci lanciavi nei secoli passati), se sei una madre di famiglia con figli tuoi a cui pensare.

8) Ammalati orrendamente
Fortunatamente per le aspiranti sante d’oggi, questo tipo di santità laicale al femminile sembra essere in rapido declino. Purtuttavia, per quanto riguarda le sante di epoche passate, il martirologio è pieno di poveracce disgraziate che salivano alla gloria degli altari grazie a un quadro clinico che sembra uscito da una puntata del dottor House. Piaghe sanguinolente, malattie paralizzanti, corpi squassati dal dolore e intere decadi trascorse a letto fornivano alle pie donne l’occasione giusta per santificarsi attraverso una serena accettazione della sofferenza.
Indubbiamente una lezione preziosa… però, facciamo le corna!

9) Sposa uno psicopatico
Aehm: onestamente, è non poco inquietante la quantità di buzzurri psicotici violenti e abusatori che incontriamo scorrendo le pagine del Martirologio. Pare che le sante laiche, oltre ad essere vittime della sindrome della crocerossina, abbiano questa inquietante tendenza a sposare il bad guy di turno (chissà se anche loro si illudono dicendo “ma io lo cambierò!”).
Per quanto capiti, in singoli casi isolati, che la vicinanza con una moglie santa porti alla conversione anche il peccatore più incallito, il Martirologio sembra suggerire invece che, nella maggior parte dei casi, non succede niente del genere. Ovverosia, il marito cattivo continua a picchiare sua moglie, abusare di lei fisicamente e psicologicamente, ostacolare la sua pratica cristiana, complicare la vita a lei… e pure ai figli.
Eppure, le sante laiche continuano eroicamente a salvaguardare il vincolo matrimoniale, restando fedeli al proprio marito nonostante tutte le sue intemperanze. Il messaggio non è – evidentemente – “prendi le botte e taci”; purtuttavia, la Chiesa considera ammirabile la perseveranza con cui, persino nelle situazioni più avverse, la moglie resta fedele (…talora a distanza di sicurezza…) all’uomo che, comunque, ha sposato per l’eternità.

(La cosa positiva è che, in ogni caso, questi buzzurri abusatori tendono a morire precocemente, lasciando alla santa laica alcuni anni di felice vedovanza durante i quali dedicarsi alla preghiera o alle opere di carità).

10) Prepara per la Chiesa i santi di domani
Last but not least (proprio nel senso che questa è una categoria abbastanza corposa!) ci sono le sante… madri di famiglia.
Spesso sono sante che hanno generato altri santi, e in quel caso vien da domandarsi se sia nato prima l’uovo o la gallina – se, cioè, Santa Monica sia salita alla gloria degli altari perché Sant’Agostino l’ha “pubblicizzata”, o se sia semmai Agostino a rilucere di luce riflessa, nel senso che non sarebbe diventato santo se non per Santa Monica.
In ogni caso: che siano o meno madri di santi canonizzati, le sante che accomuniamo sotto l’appellativo di “mogli e madri” sono forse l’emblema più significativo di tutta la santità laicale. Donne impegnate in maniera totalizzante da compiti apparentemente molto umili… perché passare il Fissan sul sederino di tuo figlio non ha esattamente lo stesso appeal del farsi uccidere in odium fidei: fin qui siamo d’accordo?
Eppure, le sante madri riescono, in qualche modo, a conciliare le esigenze pressanti e “umili” della quotidiana vita domestica con le opere di evangelizzazione, di apostolato e di misericordia. Una parola qui, una catechesi là, una vita globalmente vissuta come esempio… e capita talvolta che raggiungano la gloria degli altari anche donne che, apparentemente, “non hanno fatto un bel niente”.
E invece, Dio solo sa quanto hanno fanno realmente!

Per concludere citando paro paro le parole dell’articolo che mi ha ispirato questo post,

è possibile […] risalire a un’idea globale di santità del fedele laico, che sembra fondarsi sulla capacità del santo di sfruttare a gloria di Dio proprio quegli elementi che sono costitutivi dell’identità laicale. […] È come se il Martirologio presentasse la santità laicale come una tipologia specifica, e cioè non come una derivazione e propagazione dai modelli della santità della vita religiosa o della ministerialità ordinata. […] È possibile definire i tratti distintivo della santità laicale secondo il Martyrologium come un evento che si nutre dei valori tipicamente laicali, quali la vita all’interno della famiglia e i talenti che questa esperienza lascia emergere. […] Sembra dunque che la chiave interpretativa dei numerosi casi di esperienza della santità laicale venga riposta nell’idea della famiglia come Chiesa domestica: da cui è originata la vita biologica […] per essere posta a servizio di Dio; in cui si fa esercizio delle virtù cristiane; e dalla quale, infine, ci si può allontanare, per riproporre una tale esperienza di Dio a tutti i fratelli.

Pillole di Storia · Vite di Santi e Beati

[Ma che sant’uomo!] Ma come lo riconosco, un santo?

Ché a uno, poi, potrebbe anche far piacere, no?
Avere amici santi. Scegliersi un coniuge santo. Trovare un santo confessore da eleggere a propria guida spirituale.
Sarebbe una cosa che dà conforto, no? Pensate che bello, avere una piccola combriccola di amici santi, che si aiutano l’un altro a diventar sempre più degni dell’aureola. Sarebbe d’aiuto, no?

Sì: non so cosa ne pensiate voi, ma, a me, ‘sta cosa di frequentare gente santa mi sembra decisamente una gran furbata.
L’unico problema è che… aehm… come lo individui, un santo?
Sì, okay, puoi guardare se è un buon cristiano, se è assiduo ai sacramenti, se mostra di possedere virtù a un grado eroico… però, ‘nsomma, a far così ci va un sacco di tempo. Rischi pure di sbagliare. Il tuo giudizio è soggettivo. Sarebbe più comodo trovare un modo infallibile e immediato per stabilire se il tizio che ti sta davanti è, o non è, un santo. Lo guardi negli occhi, e, PAM!, lo capisci subito: questo è un santo in terra, un tesoro prezioso da tenerci stretto.

Disgraziatamente, però, una cosa del genere non si può fare.
…o forse sì?

Forse sì – nel senso che, a dar retta alle mie amate agiografie medievali, i santi manifestano la loro santità anche attraverso una lunga serie di segni esteriori. Segni che noi moderni non siamo più in grado di leggere, ma che i monaci medievali, a quanto pare, riconoscevano da lontano un miglio. A detta degli agiografi medievali, si trattava di sintomi di santità piuttosto inequivocabili… e insomma, mi è sembrato utile riunirli tutti quanti in una sola sede e poi darli in pasto al web.

Per la serie “Ma che sant’uomo!” (ovverosia: tutto quello che non volevate sapere sui Santi, e che men che meno avreste osato chiedere) ecco a voi un utile, pratico vademecum su

Ma come lo riconosco, un santo?

1. È bellissimo

Presente, le Playmate? I commessi di Abercrombie & Fitch?
Ecco: secondo gli agiografi medievali, ci sono buone possibilità che costoro siano santi.
Come spiega André Vauchez, esperto di agiografia medievale, “tra gli indizi che furono considerati rivelatori dell’esistenza di una virtus fin da quando il santo era in vita, i più evidenti furono quelli che riguardavano il suo aspetto fisico. L’impressione prodotta dalla vista di certi personaggi ebbe, a quanto possiamo capire, un ruolo rilevante nella nascita della loro fama sanctitatis”.
Nel Medioevo, in effetti, era ancora abbastanza in vigore quella primitiva associazione tipo “bello=buono”, “brutto=cattivo”. Se leggete certi romanzi cortesi, certe chansons de geste, noterete che gli eroi positivi sono tutti quanti belli, buoni, alti, con gli occhi azzurri, e i personaggi negativi sono tutti quanti dei nani deformi, storpi e bitorzoluti.
Parlando in termini generali, nel Medioevo, il volto (e soprattutto gli occhi) erano considerati specchi dell’anima. E un’anima pura e bella come quella di un santo non poteva che rispecchiarsi in un volto paradisiaco, ça va sans dire.

Secondo alcune raccolte domenicane, la bellezza di San Domenico era così enorme e sconvolgente che non poteva che essere considerata un miracolo divino. Nell’agiografia di Ludovico d’Angiò, leggiamo che al popolino bastava guardarlo in faccia per avere la certezza della sua incontestabile santità. San Tommaso d’Aquino (non esattamente una meraviglia, secondo i canoni moderni…) era così sconvolgentemente affascinante che “il popolo andava a incontrarlo più per la sua bellezza che per la sua santità” (!).

2. È bruttissimo

Giusto per dare una speranza a quanti di noi non sono esattamente campioni di bellezza.
Delle due l’una: il santo medievale, o è di una bellezza ipnotizzante, o è brutto da far paura. Nello specifico, il santo brutto da far schifo acquista una gran popolarità in area mediterranea, con l’imporsi del modello del santo eremita e asceta. Un viso emaciato, due occhi infossati, un corpo macilento, un paio di labbra screpolate, diventano, in quest’ottica, segni di una lunga serie di privazioni corporali, sopportate e ricercate per amore di Gesù Cristo.
Durante il processo di canonizzazione di papa Celestino V, un testimone, molto carinamente, fece mettere per iscritto che, incontrando per la prima volta l’eremita, fu così orripilato dalla sua bruttezza che “tutti i capelli gli si rizzarono sul capo, e gli parve che per lo spavento gli volassero via”.
(!)

3. Ha l’aureola

Come tutti sanno, i santi hanno l’aureola.
Ma mica solo da morti, eh. Che vi credete?
Nonnò, i santi rilucono anche da vivi: poiché vivono in unione con Cristo, lume eterno del Padre, acquistano, già da vivi, un po’ del fulgore divino.
Una volta morti, chiaramente, riluceranno ancor di più; ma già da vivi, una piccola aureoluccia, un po’ di fulgore soprannaturale, una qualche lieve fluorescenza… ce l’hanno già!

4. Ha un sacco di altri parenti santi

Ecco: se, un giorno, un vostro amico vi invita a cena a casa sua, e la tavolata di famiglia è una specie di raduno di macilente icone sexy che sbrilluccicano di luce propria, o siete ospiti della famiglia Cullen, o avete appena individuato una stirpe di santi.
Per quanto incredibile possa sembrare a noi moderni, è la pura verità: nel Medioevo, si riteneva che la predisposizione alla santità fosse una cosa in larga parte ereditaria.
Per carità: si poteva diventare santi anche provenendo da una famiglia di mangiapreti; però, le possibilità aumentavano esponenzialmente nel momento in cui si nasceva da una famiglia in cui molti parenti erano già stati canonizzati. Come spiega ancora Vauchez, “la gente era portata a credere che certi personaggi, usciti da nobili famiglie, disponevano di una specie di ‘capitale’ di santità che era immediatamente loro per virtù di nascita, a causa dei meriti cumulati dai loro avi e dai loro genitori”.
Poi, questi individui potevano anche infischiarsene e condurre una vita spregiudicata; però, se si applicavano per mettere a frutto questo surplus di grazia ereditato dai loro avi, accedevano alla perfezione più facilmente di altri.

5. La madre ha avuto una gravidanza da incubo

Ora: nelle agiografie medievali c’è questo inquietante (e ricorrente) topos letterario, per cui il santo, nel momento stesso del suo concepimento, fa apparire sfere di fuoco nella camera da letto dei genitori.
(Nel momento del suo concepimento: mi seguite? Cioè, tu sei lì con tuo marito intenta a concepire un figlio, e la camera da letto viene invasa da una gigantesca palla di fuoco).
Se non è una palla di fuoco in camera da letto, è una palla di fuoco davanti al portone di casa, oppure un fulmine che colpisce il tuo tetto, oppure qualsiasi altra sciagura atta a farti perdere dieci anni di vita in una miracolosa esplosione di luce (perché i santi – si veda il punto 3 – notoriamente hanno l’aureola. Il lampo di luce al momento del concepimento vorrebbe essere un riferimento al fulgore del santo, che è appena arrivato nel mondo).
Ma la cosa non finisce qui, perché la povera donna incinta di un figlio santo è destinata a sperimentare strani fenomeni per tutto il corso della sua gravidanza. Sogni premonitori, visioni inquietanti, stati allucinatori in cui è convinta di essere un prete e di compiere miracoli (presagendo in questo modo il destino futuro di suo figlio)… non c’è requie, per la povera donna. Tutti stratagemmi volti a sottolineare la peculiarità di una santa gravidanza.
L’unica consolazione, per la sventurata madre, arriva al momento del parto: miracolosamente rapido e indolore, soprattutto se la figlia è femmina.

6. Puzza d’aglio

Avete presente il “profumo di santità”, no?
Come per l’aureola: è noto che i santi profumano.
Profumano soprattutto dopo la morte (invece di emanare il classico odore di un cadavere in decomposizione), ma profumano un po’ anche da vivi. Esattamente lo stesso discorso fatto sopra per l’aureola.
Ora: uno potrebbe prenderla per buona e fermarsi lì, ma io voglio indagare. Precisamente, di cosa profuma il profumo di santità?

A dar retta alla Cronaca di Salimbene da Adam, un modo relativamente sicuro per smascherare le false reliquie era aprire il reliquiario, e controllare che cosa c’era dentro. Se all’interno del reliquiario si trovava effettivamente una reliquia, e questa reliquia emanava un profumo celestiale, allora okay: si poteva ragionevolmente presumere che quella roba lì fosse effettivamente la reliquia di un santo.
Ma capitava, di tanto in tanto, di aprire un reliquiario e di scoprire che era completamente vuoto – nel senso che non conteneva nessuna reliquia, ma solo un pezzettino di sostanza profumata, usata per eccitare l’esaltazione popolare (“lo sentite, fratelli? Il profumo di santità!”).
Benissimo, mi dico io: e quale era questa sostanza profumata infilata di tanto in tanto nei falsi reliquiarii? E di conseguenza: qual era il profumo che veniva popolarmente associato ai santi?

Era l’odore d’aglio, a quanto pare.
Non era, a onor del vero, l’unico tipo di odore ad essere associato ai santi, ma Salimbene da Adam ci riporta casi di falsi reliquiarii, dati “per buoni” dai fedeli a causa del profumo che emanavano, che in realtà non contenevano altro se non… uno spicchio d’aglio.

Da cui possiamo tratte due considerazioni: i Medievali avevano uno strano concetto di “profumo”, e i santi duri e puri puzzano tantissimo d’aglio.
Basta saperlo.

7. Una volta morto, fa cose strane

Tipo, emette lampi di luce quando i fedeli lo tagliano a tocchetti per farne le reliquie.
Fa sì che tutte le campane del circondario comincino a suonare a festa, quando lui esala l’ultimo respiro.
Naturalmente, dopo la sepoltura, non va incontro a decomposizione.
Per contro, fa sgorgare dalla sua tomba un liquido untuoso e viscido – visione davanti alla quale io scapperei via terrorizzata e che invece mandava in solluchero il popolino medievale, che accorreva sul luogo della sepoltura per raccogliere questa sostanza e portarsela a casa (!).
‘nsomma: il cadavere di un santo fa un sacco di cose strane; l’unica cosa che non fa, è comportarsi da cadavere.

8. Fa miracoli

Per l’uomo medievale, il santo è, innanzi tutto, colui che compie prodigi.
Che sia un bravo cristiano, è un fatto abbastanza secondario (di bravi cristiani ce ne son tanti, ma non tutti sono anche santi). Ma se un bravo cristiano compie miracoli in nome di Gesù Cristo, allora egli è sicuramente santo, e va venerato come tale.
E in effetti, per buona parte del Medioevo, la gente ha cercato proprio questo, da parte dei santi: miracoli.
Non virtù eroiche, non predicozzi, non conversioni: anzi tutto, miracoli. Poi, veniva anche il resto; però, in secondo piano. Se tu sei un modello di virtù, converti le masse, predichi fantasticamente, ma poi non fai miracoli, allora c’è qualcosa che non va, nella tua santità terrena.
Per citare ancora Vauchez,

“Occupiamoci di quello per cui siamo venuti” rispose seccamente a san Pietro di Morrone un notaio che gli aveva portato la figlia malata, allorché il romito, ben sapendo che quel notaio era di costumi dissoluti, aveva cominciato con il rimproverarlo per la vita che faceva.

9. Perde sangue

La stigmatizzazione di Francesco sul monte della Verna rende evidente (e lo fa in maniera molto eclatante) che è talvolta possibile che un santo, giunto al culmine della sua imitatio Christi, possa portare su di sé, anche nella sua viva carne, segni che lo accomunano a Nostro Signore.
In realtà, i santi stigmatizzati sono stati pochissimi, nel corso della Storia; però, nel Medioevo, non si andava tanto per il sottile, e si considerava potenziale sintomo di santità qualsiasi piaga purulenta, qualsiasi emorragia misteriosa vagamente correlabili ad un’intima comunione con Cristo.
Questa santità sanguinolenta riguardava soprattutto le donne, ed ha goduto di particolare popolarità per tutto il corso del Trecento, per poi via via scemare.

10. Piange

Vi siete mai chiesti come mai Andersen indugi così tanto nel raccontarci il dettaglio per cui la Sirenetta riesce a piangere per la prima volta solo nel momento in cui sta per morire, congiungendosi alle Figlie dell’Aria? Se avete ben presente la fiaba di Andersen (e non quella ridicola storiella rosa di Walt Disney) ricorderete che le gesta della Sirenetta muovono tutte dal suo desiderio di conquistare un’anima immortale (che le sirene non hanno, a differenza degli umani). Solo nel morire, la Sirenetta di Andersen acquista un’anima; e solo in quel momento, finalmente, la sirenetta comincia a piangere.

È un dettaglio che mi ha sempre colpita e commossa, perché Andersen si stava rifacendo ad un’antica tradizione medievale per cui solo gli esseri umani hanno la possibilità di piangere. E solo gli esseri umani più buoni e santi riescono effettivamente a piangere per davvero.

Il dono delle lacrime (la gratia lacrimarum, per dirla alla latina) rappresentava un carisma particolarmente importante, per la santità medievale. Riuscire a piangere (possibilmente, per le sofferenze di Gesù Cristo e per quelle del tuo prossimo – non perché t’è morto il gatto) permetteva al santo di crescere sempre più nella perfezione. I “vili” occhi terreni, purificati dalle lacrime di un pianto santo e santificatore, si aprivano sempre più alla contemplazione delle bellezze celesti – e infatti, nel tardo Medioevo, l’incapacità di piangere (o, peggio ancora, la perdita della capacità di piangere) venivano interpretati univocamente come un segno di… non-santità.
La beata Delfina di Signe scrisse che avrebbe preferito cavarsi gli occhi, piuttosto che vederli perdere la capacità di piangere; la beata Umiliana de’ Cerchi – essendosi vista negare, a un certo punto della sua vita, il dono delle lacrime – si ficcava negli occhi grosse manate di calce viva (!), non perché volesse fare una mortificazione corporale, ma proprio perché sperava, così facendo, di poter recuperare quella grazia perduta.

***

Quindi, insomma, per tirare le fila di questo discorso: se vogliamo dare credito di autorevolezza agli agiografi medievali, possiamo facilmente riconoscere un santo attraverso questa lista di sintomi:

  1. È bellissimo;
  2. Alternativamente, è bruttissimo;
  3. In ambo i casi, rifulge di luce;
  4. Ha un mucchio di altri parenti santi;
  5. La madre ha avuto gravidanze da incubo;
  6. Emette un delizioso profumo (?) d’aglio;
  7. Da morto, fa cose strane;
  8. Da vivo, compie miracoli;
  9. Perde sangue da svariati orifizi;
  10. Piange costantemente.

Peraltro, non so voi, ma io mi rendo drammaticamente conto di non corrispondere affatto all’identikit (salvo forse la sanguinolenza – soffro spesso di sangue dal naso – ed, eventualmente, un certo profumo di santità dopo aver mangiato la bagna cauda).
Ahimé: ho come l’impressione di avere ancora una luuunga strada da percorrere, prima di poter dire “okay, io sono a posto così”.