Cercar moglie, nel Medioevo

Con tutto questo parlar di famiglie, si trascura (ovviamente; perché appunto è un’ovvietà) l’elemento che di più di tutti – più di mille “grazie” “prego” “scusa”, attese pazienti e compagnia cantante – è alla base del successo per una buona famiglia.
Quale? Beh, ma ovvio: crearsi una famiglia con la persona giusta.

Mi par di sentirvi: “e grazie al cavolo”. Non esiste un vademecum del partner perfetto, né tantomeno esiste il vademecum di come andarselo a cercare. Trovare l’anima gemella è una questione di sentimento, di fortuna, un evento raro come il perfetto allinearsi degli astri in cielo, e…
…e, ‘nsomma, nì.

Se non esiste un vademecum per la ricerca del partner perfetto, oggi, per l’uomo del 2000, è senz’altro vero che di vademecum simili ne sono stati scritti millemila nel corso dei secoli – quando cioè la scelta del partner aveva ben poco a che fare col sentimento, ed era dettata perlopiù da lucidi ragionamenti fatti a tavolino. All’epoca sì che ognuno diceva la sua, per esortare il nubendo a far la scelta più saggia!
E per quanto nessuno auspichi, ovviamente, un ritorno ai matrimoni combinati del tempo che fu, possono comunque essere a loro modo utili strumenti di riflessione le raccomandazioni che venivano fatte, un tempo, a coloro che si accingevano a cercar moglie. Ne estrapolo alcune dal bel saggio di Silvana Vecchio, La buona moglie, edito nell’interessantissima Storia delle donne della Laterza.
E ne estrapolo alcune scegliendole non tanto tra le raccomandazioni degli economi attenti a fare un buon affare con le nozze giuste, ma bensì tra le raccomandazioni dei religiosi, attenti già da allora ad orchestrare un  matrimonio… che fosse anche sacramento.

E dunque: cosa suggeriva il prete al giovanotto medievale che stava cercando moglie?

1) Non anteporre la dote a tutto il resto

Non nascondiamoci dietro a un dito: la ricchezza della dote era un requisito fondamentale per la scelta di una buona sposa, ed era anche “giusto” che fosse così, considerato il ruolo che il matrimonio aveva in quel periodo. Però, senza nulla togliere all’importanza del dato economico, i predicatori medievali sottolineavano, concordi, come questo fosse un elemento da posporre ad altri ben più importanti.
Quali?
Beh: lasciando da parte le doti squisitamente religiose, vi erano infinite “virtù laiche” da ricercare in una moglie, prima ancora di guardare al suo conto in banca. Ad esempio un buon carattere, una reputazione immacolata, la quantità delle sue amicizie (indice di una capacità di interessere buoni rapporti col mondo esterno).
Poi, ma solo in subordine, può anche entrare in gioco un discorso di tipo economico.

2) Scegline una alla tua portata

Sai: i soldi (e magari qualche pater familias poco attento ai desideri delle sue figlie) possono fare miracoli. Era cosa relativamente facile che un vecchiaccio storpio e con la gotta prendesse in sposa una ragazzina tra le più piacenti sul mercato.
Sconsigliato, dicono i predicatori: ma non tanto per pietà nei confronti della piacente fanciulla! Si suggerisce, piuttosto, che la moglie sia sostanzialmente pari al marito, sia per età che per aspetto esteriore, proprio a fini buona riuscita del matrimonio.
Secondo Peraldo, domenicano lionese, l’omogeneità della coppia (anche proprio a livello fisico!) è elemento indispensabile per la sua stabilità nel lungo periodo. Jacopo da Varagine gli fa eco suggerendo all’uomo-medio una donna “della porta accanto”, giusta via di mezzo tra una bruttezza eccessiva che ti fa salir la depressione addosso e una bellezza dirompente che genera spesso ansie e gelosie.

3) Ricorda il detto “tale il padre, tale il figlio”

Troppo spesso noi moderni consideriamo il matrimonio solo ed esclusivamente come una cosa alla “due cuori e una capanna” – come se poi, oltre la porta della capanna, non ci ritrovassimo con tutta la famiglia d’origine del nostro ammmore che, giustamente, ci suona al campanello.
Gli antichi tenevano questa circostanza senz’altro in maggiore considerazione: ovvio, in un’epoca in cui il matrimonio non era tanto una scelta d’amore, quantopiù un’alleanza tra due famiglie.

Bene: i predicatori medievali concordano in massa sul detto che “la mela non cade lontano dall’albero”. Prima di scegliere una sposa, dunque, si studi attentamente tutta la sua famiglia: non solo perché, giustamente, è con quella famiglia che ti stai imparentando, ma anche perché… beh: dal comportamento dei genitori, si comprendono tante cose sui figli. Jacopo da Varagine suggerisce di stalkerare a lungo la potenziale suocera per farsi un’idea di quale possa esser stata l’educazione ricevuta dalla figlia. Paolo da Certaldo guarda ancora più lungo, e non disdegna occhiate indagatrici addirittura alle nonne (!) della futura sposa.
La mela non cade lontana dall’albero: e se suoceri di buon carattere possono essere una rassicurante consolazione, suoceri scostanti ed immorali dovrebbero essere un enorme campanello d’allarme – indipendentemente dalla vastità delle terre che portano in feudo.

4) Meglio una vergine alle prime esperienze che una donna consumata

Ma non per una questione puramente sessuale, anzi! Nel Medioevo era frequente che una donna rimanesse vedova dopo qualche anno di matrimonio, infelicissima situazione dalla quale era senz’altro auspicabile che la signora venisse sollevata. Nessuno si sarebbe mai sognato di rifiutarla solo perché la tapina non era più illibata sessualmente, giusto per capirci.
I predicatori, però, suggeriscono di andare sempre molto cauti quando si prende in considerazione l’idea di sposare una vedova. Per una ragione molto semplice: la poveretta porta con sé un bagaglio emotivo che potrebbe essere difficile da gestire. Ella è già stata padrona di casa, ella è già stata moglie ; ella, forse, addirittura è già stata madre (e Dio non voglia che i suoi figlioletti rifiutino di vedere in te il nuovo capofamiglia!). A differenza della vedova, che arriva alle seconde nozze forte di abitudini già consolidate – tutti elementi di potenziale tensione nella quotidianità d’un matrimonio – la ragazza “alla sua prima storia” si getta nelle braccia dello sposo come una tabula rasa, sulla quale sarà più agevole scrivere assieme la propria storia famigliare.

5) Prega, prega, (e non pretendere l’impossibile).

Non è facile creare (e mandare avanti) un buon matrimonio. Anzi è difficile, difficilissimo: anzi, è proprio impossibile, se si pensa di poterlo fare con le sole forze umane!
Proprio per questo, secondo Peraldo, la principale occupazione di colui che sta cercando moglie dovrebbe essere pregare, in maniera non dissimile da chi, in noviziato, cerca di discernere la sua vocazione: pregare, implorare lo Spirito per un’illuminazione, e solo dietro assistenza divina scegliere la propria metà.
Che, si badi bene, non sarà mai perfetta, perché la perfezione non è di questo mondo. Il domenicano inglese Giovanni Bromyard è molto esplicito su questo punto: feconda o sterile, bella o brutta, la moglie è comunque, e inevitabilmente, fonte di problemi, prima o poi. Il partner perfetto non esiste, così come non esiste affatto il Matrimonio Perfetto.
Esiste semmai il Matrimonio Meno Imperfetto Possibile… ed è su quello che tocca lavorare, per farlo funzionare al meglio.

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“A Medieval Couple at their Wedding Feast”, Mary Evans Picture Library

Per questo specifico San Valentino, chiedi in regalo una perla

Tra i miei più cari ricordi d’infanzia vi sono i sabato pomeriggio a casa di mia nonna. Si stava molto bene, con lei. Mi raccontava le vite dei santi e le più terrificanti leggende alpine; mi faceva sfogliare vecchie cartoline postali con le principessine di Casa Savoia descrivendomi com’era la vita a quei tempi… e, tra le altre cose, faceva anche questo: mi insegnava a prendermi cura delle perle.
Aveva una collana di perle, mia nonna; amatissimo ricordo di un marito che l’era stato tanto caro, e che il destino le aveva portato via effettivamente un po’ troppo presto.
Ebbene: di questa collana di perle, mia nonna si occupava con religiosa cura. Mi direte probabilmente che era ‘na fissata, e invece no: i suoi accorgimenti per “tenere in vita” il gioiello sono di quelle cose di vita pratica che una volta le ragazze imparavano come nozioni di economia domestica. Erano i tempi in cui si aveva meno, e a tutto si dava più valore; erano i tempi in cui nessuno si sognava di comprare acciaio come fosse argento solo per il gusto di sfoggiare un marchio, e la gente dava il giusto peso e le giuste cure a quanto di prezioso aveva avuto in sorte di possedere.

Ebbene: come mia nonna sarebbe stata tanto lieta di insegnarvi, le perle, come piccole creature viventi e capricciose, hanno una vasta serie di desiderata su come amano essere trattate.
Gradiscono essere indossate spesso, altrimenti immalinconiscono: sembrerebbe una credenza popolare ma non lo è. In effetti, le perle beneficiano del contatto periodico con la pelle umana, venendo “ingrassate” e nutrite dalla naturale “untosità” della nostra pelle. Abbandonate a se stesse in un portagioie, finiscono paradossalmente col rovinarsi prima.
Sono egocentriche e dunque vogliono essere indossate come ultima cosa, a mo’ di ciliegina sulla torta per completare l’outfit. In effetti, troppo alto è il rischio di graffiarle accidentalmente con la zip degli abiti, o di sporcarle con prodotti per il trucco o spruzzate di profumo che potrebbero rovinarle, con la loro acidità.
Sono gioielli con la puzza sotto al naso che non vogliono mescolarsi alla plebaglia di oro e di diamanti. Vanno conservate a parte in un sacchettino morbido, le viziate, per evitare che le gemme squadrate e il duro metallo degli altri gioielli rischi di rigarne la superficie, tutto sommato morbida.

Insomma, avere una perla in casa è una bella gatta da pelare. Non basta scartare il pacchetto a San Valentino e dire “evvai, mi hanno regalato il brillozzo, adesso sto a posto e me lo godo!”. No, col cavolo: il pacchetto regalo del premuroso innamorato è sì una conquista, ma anche un punto di partenza: la perla è un gioiello ad alto mantenimento, e, per conservarla viva come il primo giorno, devi prestarci un sacco di pazienti attenzioni quotidiane.

Forse anche per questo mi pare così efficace quel meraviglioso parallelismo che si legge spesso sui testi medievali, e che vede la perla utilizzata come simbolo di quanto più prezioso possiamo avere e possiamo vantare come nostro ornamento. E cioè, la fede in Gesù nostro Signore.

Woman with a pearl necklace
Fredrik Westin, “Woman with pearl necklace”

Il primo a lanciare questo trend è stato il Fisiologo, un’opera “naturalistica” redatta tra il II e il IV secolo da un anonimo autore, probabilmente ad Alessandria d’Egitto.
Quel “naturalistica” l’ho messo tra virgolette perché ci va già un bel coraggio ad appioppare al Fisiologo questo aggettivo. Al di là della patina da libro di botanica, in realtà, il trattato è, dichiaratamente, un’opera allegorica e moralizzante. Descrivendo in chiave simbolica animali, piante e pietre preziose, il testo vuole trasmette al lettore contenuti morali, catechetici, vagamente gnosticheggianti.

Ebbene, secondo il Fisiologo, la perla si genera all’interno della conchiglia in questo modo: alle prime ore del mattino, l’ostrica emerge dalle acque del mare e con delicatezza schiude le valve della sua conchiglia per nutrirsi della rugiada che scende dal cielo ai primi chiari dell’alba. Questa rugiada, illuminata dai più puri raggi solari, genera all’interno dell’ostrica la perla, che, nutrita dalla luce degli astri, cresce di giorno in giorno, fino a diventare lo splendido prezioso che tutti conosciamo.

Quando i cercatori di perle si imbarcano per la loro pesca, individuano le ostriche utilizzando una tecnica del tutto singolare. Alla lenza di una canna da pesca attaccano non un misero vermone come esca per i pesci, ma bensì una pietra d’agata. L’agata ha – secondo la fantasiosa ricostruzione del Fisiologo  – la proprietà di essere attratta dalle perle quasi fosse il polo di una calamita. Quando sentono la lenza tirare, ecco che i “pescatori di perle” sanno che la loro “preda” è vicina. Spogliati di tutte le loro vesti, si tuffano in mare, e, sfidando i flutti, scendono sempre più in profondità, fino a guadagnarsi il tesoretto che giace tra i fondali.

E a questo punto, il Fisiologo comincia a svelare al lettore la simbologia nascosta entro questo fatto di natura. Il mare è paragonabile alla nostra vita in questo modo. Chi vuole guadagnarsi il “tesoro nascosto” di cui parla il Vangelo deve avere il coraggio di spogliarsi di tutto ciò che è superfluo e di andare sempre più a fondo nella propria vita terrena, fino a raggiungerne l’essenza. L’agata usata dal pescatore, secondo l’allegoria, è paragonabile a Giovan Battista e a tutti coloro i quali, con il loro annuncio, sono capaci di indirizzarci al Cristo, vera “perla spirituale”. Chi saprà seguire e far fruttare queste indicazioni avrà senz’altro la chance di fare suo il tesoro prezioso che tutti bramano. Attraverso il Vecchio e il Nuovo Testamento, che custodiscono la fede cristiana come le valve dell’ostrica una perla, ecco, lì sta, bellissima e raggiante, la nostra Salvezza.

A onor del vero, non è che questa interpretazione di Cristo come vera perla sia stata accettata unanimente, così, a cuor leggero. Il Fisiologo – composto, come vi dicevo, da un autore con tendenze gnostiche – fu a lungo guardato con sospetto, tacciato di potenziale eresia. La sua diffusione, in ogni caso, fu capillare nonostante tutto, e anche la sua fortuna fu destinata a durare nei secoli.

E che vi devo dire?
Gnostica o no, questa interpretazione a me piace veramente un sacco.

Il Signore è vicino, e questo è il momento propizio per cercarlo.
Che ognuno di noi possa oggi iniziare il suo cammino per cercare in profondità quella perla preziosa che è il Regno dei Cieli.
Non sarà facile e dovremo privarci di molte cose per trovarlo… ma alla fine, quando stringeremo quel tesoro nelle nostre mani, non potremo che concordare: ne è davvero valsa la pena.

The sea has its pearls
William Henry Margetson, “The sea hath its pearls”

Questa Storia ti puzza di fake news?

Fake news Facebook
Le fake news sono ormai all’ordine del giorno, e tutti i professionisti dell’informazione si prodigano per fornire ai loro lettori le armi con cui difendersi da questa massa di notizie false che – complici i nuovi mezzi di comunicazione – rischiano a tratti di tramortirci e confonderci.
È davvero possibile imparare a proteggersi da una cosiddetta “bufala”? Esistono delle tecniche che l’Internauta Medio può mettere in atto, per tentare di orientarsi in questo procelloso mare dell’informazione? In effetti sì – e una di queste consiste nell’affinare il proprio senso critico cominciando a porsi tutta una serie di domande, quando ci si trova di fronte a una notizia sospetta.
Stiamo leggendo un articolo e c’è qualcosa che, diciamo, non ci torna? Ebbene, una serie di domande ad hoc può aiutarci a stabilire se è solo una nostra impressione, o se davvero di fake new si tratta.

Questo blog si occupa di Storia, dunque mi occupo di Storia anche in questo articolo. Ché attorno ai temi storici è tutto un fiorire di fake news e leggende nere, e semplici convinzioni errate, sedimentatesi nel corso dei secoli e ormai date per certe.
E se anche noi ci imbattessimo in una di queste “bufale”? Saremmo in grado di riconoscerla? Quali sono i campanelli d’allarme che dovrebbero quantomeno metterci sull’attenti?

Io ne ho individuati cinque, partendo dalle osservazioni proposte da Giuseppe Sergi nel suo La rilettura odierna della società medievale: i miti sopravvissuti, dagli atti del convegno “Medioevo reale medioevo immaginario” (Torino 26-27 maggio 2000).

1. Questa ricostruzione semplifica concetti che, diversamente, sarebbe difficile spiegare?

Esempio portato da Sergi: la piramide feudale del Medioevo.
Presente?
Questa:

Piramide Feudale

Benissimo, non è mai esistita.

Il feudalesimo medievale era una cosa molto più complessa di quella che ci insegnano sui libri di scuola. Ad esempio, un uomo poteva essere vassallo di più signori feudali contemporaneamente (ed erano per lui cavoli amari, quando i due signori si dichiaravano guerra). In teoria, un cavaliere poteva anche essere vassallo del Signor Caio ed essere contemporaneamente signore feudale di altri vassalli a lui sottoposti (diventando, allo stesso tempo, sottoposto e parigrado del suo signore). E comunque, ai rapporti feudali, si affiancavano in età medievale rapporti di parentela, eredità e quant’altro, talora non meno importanti e vincolanti del rapporto vassallo/signore.

E quindi, perché a scuola continuano a insegnarci la panzana della piramide feudale?Beh, perché è una semplificazione molto utile.
Vallo a spiegare, a un bambino di undici anni, questo complesso equilibrio di poteri per cui si può essere servi e signori allo stesso tempo, e per cui il re ha sicuramente un ruolo importante, ma può darsi che alcuni sudditi abbiano più potere di lui. È così facile e rassicurante, ricorrere a semplificazioni tutto sommato innocue, che risparmiano agli studenti così tanti grattacapi…
I pochi eletti che vorranno dedicarsi al Medioevo per professione, faranno sempre in tempo a mettere i “puntini sulle I” all’università. Fino ad allora… che male c’è?

Pescando dai miei archivi una Storia di cui ho già parlato io: il mito per cui, durante i secoli della caccia alle streghe, erano accusate di stregoneria le donne giovani, sole, prive di protezione da parte dei mariti, e magari un po’ anticonformiste.
Vallo a spiegare, che molti degli accusati erano maschi ricchi e potenti, praticavano davvero rituali magici, e, in molti casi, il proverbiale patto con Satana importava molto poco agli inquirenti laici…

2. Questa ricostruzione ci aiuta a credere che noi viviamo in un mondo migliore?

Mai Stati Meglio Copertina Libro

È così bello leggere un libro di Storia e pensare “certo che noi siamo un sacco evoluti rispetto a ‘sti bifolchi!”. Su questo tema, gioca persino un gustoso libretto eloquentemente titolato Mai stati meglio!: “basta scorrere i secoli passati”, recita la quarta di copertina, “per capire stiamo vivendo uno dei momenti più positivi, confortevoli e ricchi di opportunità dall’apparizione dell’uomo sulla Terra”.

Non mentiamo: illuderci che l’umanità sia destinata a un graduale, inesorabile progresso è un consolante auto-convincimento di cui sentiamo drammaticamente il bisogno, tutte le volte che, guardando il telegiornale, ci si stringe il cuore al pensiero del mondo che stiamo lasciano ai nostri figli.
…sennonché, a volte, questo nostro atteggiamento genera delle bizzarre fake news dalla singolare persistenza.

Un esempio tra i tanti? Cito quello che proponge Sergi: lo ius primae noctis.
Non è MAI esistito, in nessun luogo e in nessun momento, un cavillo che consentisse al potente di turno di portarsi legalmente a letto le donne prossime al matrimonio. Lo ius primae noctis è un’invenzione bella e buona creata ad arte (cfr. punto 4)… che però si è impressa nell’immaginario collettivo in maniera particolarmente tenace.
E perché?
Perché, oh, è così confortante, pensare che certe cose che una volta erano all’ordine del giorno, adesso, grazie a Dio, sarebbero impensabili. Ma allora, è solo questione di tempo: verrà (presto?) il giorno in cui le tante ingiustizie che oggi ci affliggono saranno guardate con orrore dai nostri discendenti. E allora sì che esisterà un mondo migliore!

Come osserva Sergi, qui

agisce l’idea di un progresso lineare e permanente della storia: un’idea tanto spontanea quanto politicamente strumentalizzata, in ogni caso falsificante e dannosa per l’uso sociale della storia.

Pescando dai miei archivi una Storia di cui ho già parlato io: avete presente la radicata convinzione secondo cui, nel passato, la gente non si lavava per mesi e anni, e dunque andava in giro tutta sozza e puzzolente? Ne parlavamo tempo fa, e avevamo visto assieme che non è che fosse proprio vero: c’è stato sì un periodo della Storia umana in cui i bagni frequenti erano considerati pericolosi per la salute… ma, fortunatamente, è stata solo una moda transitoria, non un diktat millenario.

3. Per contro: questa ricostruzione trasforma il nostro passato in un affascinante romanzo fantasy più avvincente di Game of Thrones?

Sergi porta un esempio classico: i Templari, poveri cristiani.
Non si capisce per quale arcano mistero un ordine cavalleresco la cui Storia è stata studiata, ristudiata, ri-ristudiata fino allo sfinimento, debba solleticare così tanto le fantasie dell’Italiano-medio.
Cioè, boh? L’avete mai visto, voi, tanto pathos collettivo nel seguire le vicende dell’Ordine di Malta?
Eppure…

Il fatto gli è che, come scrive Sergi,

il medioevo nella cultura europea occidentale serve a regalare la dimensione dell’esotico senza troppo allontanarsi nello spazio, ma andando indietro nel tempo.

È così affascinante pensare a quando nel Medioevo i cavalieri cercavano per davvero (?!) il Sacro Graal. È così bello immaginare un mondo in cui la vita scorreva ordinata secondo i dettami di Santa Madre Chiesa, i rapporti tra sessi erano improntati a quel romanticismo à la Jane Austin e la vita era più onesta, più sana, più solidale.

Pescando dai miei archivi una Storia di cui ho già parlato io: presente, quei cattolici per la Storia cattolica è divisa in due (ante e post Concilio Vaticano II), e tutto ciò che viene dopo è liturgicamente il Male, e tutto ciò che viene prima era l’Assoluta Perfezione del Culto?

Vaglielo a spiegare, che fino a qualche secolo fa i preti mimavano atti sessuali dall’altare durante la Veglia di Pasqua

4. Questa ricostruzione è un’arma ideologica a sostegno di una certa tesi?

A questo punto, si potrebbero elencare tante “leggende nere” sulla Storia della Chiesa, usate oggi come grimaldello per dimostrare che i cattolici sono fondamentalisti pericolosi.
Sergi, invece, torna sullo ius primae noctis, e così, ubbidiente, faccio anch’io.

È da fine ‘800 che, con argomenti inoppugnabili, la storiografia, a intervalli regolari, smentisce il mito dello ius primae noctis.

Ma queste autorevoli messe a punto hanno scarsa efficacia anche quando sono scritte con stile accattivante, in libri di editori importanti e di larga circolazione. […] La cultura di massa su alcuni temi non si limita solo a non recepire, non vuole proprio ascoltare, si comporta come i bambini quando si tappano le orecchie con le mani ed emettono suoni per non essere raggiunti da parole non gradite. Perché? Perché non si vuol perdere, a causa della ‘storia’, un frammento di ‘memoria’ che ha una funzione culturale e sociale. In questo caso la funzione è quella di valorizzare l’attitudine delle comunità locali di contrapporsi al potere: le comunità nobilitano con l’eroismo popolare le proprie tradizioni.

In una temperie ideologica in cui il messaggio da far passare alle masse è: “bisogna combattere il sistema per avviare la rivoluzione / bisogna affrancarsi dalle stupidi leggi imposte dalla religione / bisogna fare questo e quest’altro perché i modelli tradizionali non funzionano bene”… beh: questi miti su base storica possono costituire un valido aiuto!

Pescando dai miei archivi una Storia di cui ho già parlato io: una volta mi è capitato su Facebook di essere definita “una revisionista da quattro soldi”, a causa di un articolo in cui spiegavo che la terribile strage di operai tenutasi l’8 marzo di un anno non precisato… semplicemente non c’è mai stata, fortunatamente per le operaie.
Non è chiaro chi, esattamente, si sia messo a tavolino per inventare dal nulla questa leggenda, ma sembra acclarato che la bufala abbia cominciato a circolare tra i circoli socialisti dei vari Paesi del blocco NATO, per ragioni politiche, nel primo dopoguerra.

Eppure, se lo dici, non ci crede nessuno, (comprensibilmente), anche perché qui scivoliamo per direttissima nel punto…

5. Questa ricostruzione ci culla nelle nostre rassicuranti convinzioni?

Chiudete gli occhi e immaginate un castello medievale: l’idea platonica di tutti i castelli medievali; poi tornate qui.
Fatto?
Scommetto che avete immaginato qualcosa sulle linee di:

Castello Medievale Immaginario

e che sarete probabilmente un po’ spiazzati nello scoprire che, per buona parte del Medioevo, i castelli sono stati semmai più simili a questo:

Castello Medievale Vero

Per dirla con Sergi,

è difficile convincere studenti e interlocutori che i castelli medievali tipici non sono quelli del tardo medioevo, ed è difficile perché sono per lo più castelli tre-quattrocenteschi a essere ancora in piedi. […] Risulta sempre arduo allontanare l’immagine del tipico castello valdostano e sostituirvi quella di un villaggio fortificato, o di recinti di legno e pietra.

Altro esempio ancor più visibile: i convincimenti popolari sull’evoluzione dei modelli familiari nel corso della Storia.

La tipica famiglia rurale del medioevo era una “two generations family”, con padri e figli e basta, cioè nucleare come oggi. Ebbene, nessuna persona, anche di cultura, lo immagina: perché le famiglie rurali successive alla rivoluzione industriale erano patriarcali, [con] convivenze larghissime

quindi, ci viene spontaneo ritenere che le famiglie allargate siano sempre state la norma. Ma siamo vittime in questo caso di quella che Sergi definisce “deformazione prospettica”:  per cui diamo scontato che tutto ciò che noi conosciamo circa il passato recente debba a maggior ragione applicarsi anche a tutte le epoche passate. Il che, non è affatto vero!

Pescando dai miei archivi una Storia di cui ho già parlato io: vallo a spiegare, alle nonnette attaccate alla tradizione, che il “classico” matrimonio col vestito bianco, il pranzo luculliano, il viaggio di nozze da sogno, etc, non è “tradizionale” proprio per niente ed è anzi un’invenzione recente. Ma insomma: lo sanno tutti che le nostre nonne facevano così!

***

E voi?
Vi vengono in mente altri esempi riconducibili ai cinque casi di cui sopra? Avete storie da raccontare, su quando siete caduti a vostra volta in una di quelle insidiosissime bufale storiche?
Per intanto, questo blog vi saluta e vi dà il suo bentornato, ripromettendosi, da oggi, di ricominciare con regolarità le sue pubblicazioni.
…e speriamo che questa non debba rivelarsi una fake new!

Cinque insospettabili cibi estivi che non esistevano nel Medioevo

Immaginate di avere una macchina del tempo, e di aver organizzato un viaggetto nel Medioevo approfittando di questo ponte. Ed ecco: siete lì, in un paesello medievale, in un caldo week-end estivo, e cominciate a sentire lo stomaco che brontola all’avvicinarsi dell’ora di pranzo. E allora, pigliate ed entrate in una locanda, e ordinate uno di quei piatti estivi freschi e semplici che non possono mancare sulle nostre tavole moderne.
E l’oste medievale vi fissa con sguardo perplesso, grattandosi la crapa con l’aria di chi non ha la più pallida idea di che cosa stiate dicendo.

Parto con un pregiudizio positivo: do per scontato che, in una locanda medievale, nessuno di voi avrebbe l’infelice idea di ordinare cibi che sono stati notoriamente introdotti in Europa solo dopo la scoperta dell’America. No a patate, no a tacchini, no a pomodori, e così via dicendo.
Ma che dire invece di quegli alimenti “insospettabili”, che assolutamente ci aspetteremmo di trovare su una tavola da pranzo medievale… e invece no?

Ecco a voi cinque prelibatezze estive di cui i nostri antenati erano privi – o di cui, peggio ancora, si privavano volontariamente!

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Le fragole

Fragola

Avete presente quelle belle fragolone succose, rosso acceso, turgide, con la superficie lucida?
Benissimo: nel Medioevo non esistevano.

Per quanto le “fragole” siano senz’altro nominate in diverse ricette dei secoli passati, il frutto dei nostri trisavoli era molto diverso da quello di oggi. Le fragole del passato erano, in effetti, le nostre “fragoline selvatiche”: rispettabilissime delizie boschive, per carità… ma niente a che vedere con i fragoloni che mangiamo oggi in macedonia.
Ecco: quelle fragole lì (le nostre, per capirci) arrivano in Europa all’inizio del XVIII secolo, quando una spia francese chiamata… Frézier (nomen omen! Notate l’assonanza con il francese fraise) viene inviata in missione nell’America Latina, per studiare le strategie difensive delle colonie spagnole in Cile. Lì, lo 007 parigino assapora una specie di fragola a grandi frutti che era fino ad allora sconosciuta ai palati europei. Se ne innamora, stabilisce di portarne a casa i semi, e, una volta tornato in Francia, si adopera per lanciare colture di fragole cilene.

L’impresa non sarà facilissima, a causa delle difficoltà di coltivazione di quello specifico frutto (e infatti, la nostra fragola moderna non è esattamente quella di Frézier, ma un ibrido più resistente nato in anni successivi), ma… tant’è!

Certe belle insalatone estive

Insalata

Lo ammetto: a me non piace l’insalata a base di insalata (cioè, di tutta quella roba verde a foglia larga che mi sembra più adatta alla dieta di una mucca che non alle papille gustative di un essere umano). (Amo invece le insalate di cipolle, di pomodori, e di qualsiasi cosa non sia strettamente insalata).
L’unica cosa che, se proprio devo, riesco a buttar giù, è la cosiddetta “indivia belga”, quella varietà di cicoria dal colore chiaro e dal sapore delicato che dà tanta soddisfazione nelle nostre belle insalatone estive.

Benissimo: in un ipotetico viaggio del tempo, l’insalatona me la sarei giocata: l’indivia belga nasce (intuibilmente in Belgio) nel 1850, per uno di quei tanti colpi di fortuna di cui è piena la Storia. Leggenda narra che un contadino delle parti di Bruxelles avesse dimenticato in cantina alcuni cespi di cicoria. Ebbene: le radici, rimaste abbandonate per mesi nell’ambiente buio ed umido, avevano prodotto germogli allungati con foglie color crema.
Il contadino provò ad assaggiarle, e, con sua sorpresa, scoprì che era “cosa buona e giusta”. Nasceva così l’indivia, che cominciò ad essere coltivata di proposito dal nostro intraprendente contadino, e venne notata, un giorno, su un banco del mercato, da un botanico di nome Brézier. Costui, apportando qualche modifica al prodotto per renderlo più resistente e facilmente coltivabile, cominciò a produrlo in quantità notevoli… e il resto è storia: di lì a poco, l’indivia sarebbe finita sulle tavole di tutti gli Europei!

Certo, gli Europei ante-1850 conoscevano senz’altro infinite varianti di insalata: se non erano schizzinosi come me, qualcosa da mangiare lo trovavano senz’altro.
Però…
E poi, comunque, in fin dei conti che insalata è, senza un qualche bel pomodorone a completare il tutto?

Le susine

Susine

In uno strano unicum di questo mondo globalizzato, pare che solo i Piemontesi (e gli avventori della catena di gelaterie GROM, originaria di Torino) siano soliti gustare nei mesi estivi i deliziosi ramassin della Valle Bronda, un’area boschiva a ovest di Saluzzo. Negli anni vissuti lontano da Torino, non so dire quanto io abbia sentito la mancanza di queste deliziose susine dolcissime e polpose, che invadono le tavole sabaude nei mesi di luglio e agosto.
(Sul serio, gente. Se non conoscete i ramassin, e per caso ne adocchiate qualcuno in vendita al mercato, comprateli a chilate perché sono la frutta più buona del mondo!).

Ebbene: i ramassin nel Medioevo esistevano già (la loro coltura è stata avviata dai monaci benedettini, Dio li benedica), ma in compenso erano sconosciute le susine, che sono forse le loro parenti più strette.

Da non confondersi con le prugne (noi, spesso, utilizziamo i due termini come sinonimi, ma si tratta in realtà di due frutti ben diversi), le susine erano sconosciute ai nostri trisavoli europei per il semplice fatto che crescevano in abbondanza nelle campagne attorno a Shush, città ai confini tra Iran e Iraq. Furono i crociati a portarne in Europa i primi semi, dopo aver assaggiato il frutto nella campagna militare del 1145. Da lì, le susine conobbero particolare fortuna in Francia, per poi diffondersi gradualmente anche negli altri Stati europei.
Quindi… frutto medievale, sì – ma risalente quasi agli ultimi scorci del Medioevo!

Il gelato (o anche solo qualcosa di vagamente simile)

Gelato

Beh: che i popolani del Medioevo non avessero la possibilità di gustare un cono gelato con la facilità con cui lo facciamo noi moderni, si poteva senz’altro immaginare. Ma con altrettanta facilità uno potrebbe supporre: i ricchi, però, un gelato ogni tanto se lo saranno senz’altro fatto preparare! O no?
No.
Proprio no, e per insormontabili ragioni tecniche: nel Medioevo lo zucchero non era utilizzato come dolcificante – e lo zucchero è un ingrediente indispensabile per dare la giusta consistenza al gelato. Il miele non funziona, da questo punto di vista.
Inoltre, nel Medioevo non era noto il processo per cui determinate miscele producono una reazione chimica in grado di abbassare rapidamente la temperatura dei liquidi, permettendo così di lavorare creme di latte freddissime.
Altrimenti, come lo raffreddi, il latte? Ci puoi mettere dentro dei pezzi di ghiaccio, ok, ma che schifezza è un gelato annacquato in acqua fredda?

Per onestà, gli Arabi erano già in grado di abbassare artificialmente la temperatura dei liquidi. Gli Europei, in compenso, fanno propria questa tecnica solo nel XVI secolo – lo stesso periodo in cui comincia a diffondersi (nelle case dei ricchi) la consuetudine di utilizzare lo zucchero come dolcificante. Non è un caso che proprio in quegli anni comincino pian piano ad affacciarsi alla Storia ricette simili a quelle del gelato moderno!

Fino ad allora, l’unica cosa vagamente paragonabile al gelato era il sorbetto di frutta. Grandi quantità di ghiaccio e di neve venivano raccolte in pieno inverno e conservate a lungo in apposite ghiacciaie, protette da foglie e paglia che fungevano da isolante. Da lì, si estraeva al momento del bisogno un po’ di neve fresca, che, mescolata a miele e a frutta tritata, dava origine a una specie di granita ante litteram.

Inutile dire che tali prelibatezze erano esclusivo appannaggio dei ricchi.
Inutile anche dire che, con tutto il rispetto, il gelato vero è un’altra cosa…

L’albicocca

Fruit Nectarine Leaf Fresh Isolated Organic Food

E, per finire, ecco a voi la gustosissima albicocca succosa… che nel Medioevo era perfettamente conosciuta!, sennonché la gente non la mangiava nella convinzione che fosse velenosa (!).
A ben vedere, in questa follia c’è un fondo di verità: è effettivamente velenoso il nocciolo dell’albicocca, che, se ingerito, sprigiona una sostanza sostanzialmente identica al cianuro (!).
Evidentemente bisogna mangiarne un bel po’, di noccioli di albicocca, per morire di avvelenamento da cianuro (e, soprattutto, bisogna essere abbastanza idioti per mettersi a mangiare noccioli di albicocca). Ma tant’è: è questa la ragione per cui i bambini piccoli non dovrebbero essere mai lasciati incustoditi con un’albicocca tra le mani, ed è probabilmente questa la ragione per cui, nel Medioevo, si era diffusa la convinzione che il frutto dal color arancio fosse sostanzialmente portatore di rogne, e dunque da guardare con grandissimo sospetto.

Benefattori dei palati europei? Anche in questo caso, gli Arabi, che di albicocca facevano un consumo intenso e che lentamente contribuirono a riportarla sulle tavole occidentali.
Ci volle del tempo, però. Prima che l’albicocca tornasse alla sua originaria diffusione, eravamo già arrivati al XV secolo: il Medioevo stava quasi per finire…

Ma che fine facevano i neonati abbandonati nella ruota degli esposti?

Uno sente parlare di “ruota degli esposti” e giustamente avverte un brivido freddo lungo la schiena – perché, ok, meglio abbandonare il figlio che farlo uccidere da una mammana, ma poi il retropensiero è sempre quello: “forse forse sarebbe più desiderabile la morte, rispetto all’essere un trovatello nel Medio Evo”.

Ma sarà proprio così?
Cosa succedeva, concretamente, a un bimbo non voluto, dal momento in cui la sua mamma lo abbandonava al suo destino?
Una di quelle domande a cui sembrerebbe difficile dare una risposta… ma invece no. In questo caso, la buona sorte è dalla nostra parte: gli archivi conventuali e ospedalieri sono in grado di fornirci informazioni abbondanti (e sorprendenti!) sul destino di questi poveri trovatelli…

Ruota esposti 2

Facciamo un passo indietro, e cominciamo con una breve lezione di Storia.

La “ruota degli esposti” nasce in Francia sul finire del XII secolo; secondo la tradizione, papa Innocenzo III ne istituisce una nell’ospedale di Santo Spirito in Sassia, alle porte del Vaticano, poiché turbato da incubi ricorrenti in cui sognava cadaveri di neonati che galleggiavano sul Tevere.

Da lì, la ruota degli esposti si diffonde a macchia d’olio in tutta l’Europa continentale. A partire della metà del ‘400 non esisteva in Italia un singolo ospedale che non destinasse alla gestione dei trovatelli una parte significativa delle sue risorse. Proprio in quel periodo, peraltro (e cioè, tra fine ‘400 e inizio ‘500) la ruota degli esposti vive il suo periodo di massimo splendore, complice anche una crisi economica globale che rendeva particolarmente arduo mantenere famiglie numerose.

Ecco dunque aumentare il numero di trovatelli, ed ecco dunque l’assistenza pubblica organizzarsi per gestire al meglio il problema.
E quanto in un ente pubblico ci si organizza bene, succedono tante belle cose – ad esempio, si producono un sacco di scartoffie, per l’esasperazione dei contemporanei e per il godimento degli archivisti posteri.
Proprio grazie a queste carte possiamo farci un’idea abbastanza precisa di come dovesse svolgersi la vita di un trovatello medievale che veniva abbandonato in una ruota degli esposti verso la fine del Medioevo.

Ruota esposti 3

Il trovatello, innanzi tutto, poteva vivere o morire.
In un’epoca storica in cui il tasso di mortalità era altissimo tra gli infanti, un neonato con poche ore di vita, che alla ruota degli esposti magari ci arrivava già malandato e denutrito, aveva delle buone chance di ammalarsi gravemente.
Ma se riusciva a superare il periodo critico dei primi giorni, ecco che cominciava quello che noi definiremmo “l’iter di adozione”, con il trasferimento del bebè in una struttura appropriata.

A Milano, sotto il coordinamento dell’Ospedale Maggiore, i trovatelli erano “smistati” in due centri specializzati. L’ospedale del Brolo (presso l’attuale chiesa di Santo Stefano) aveva una nursery dedicata ai cosiddetti “figli del latte”, cioè i neonati che erano appena stati recuperati da una ruota degli esposti e attendevano collocazione.
Un poppante – si sa – ha bisogno di bere latte, e nel Medioevo – si sa anche questo – non esisteva il latte artificiale. C’era dunque l’urgentissima necessità di mettere a balia questi bambini presso famiglie in cui la madre fosse disposta a fare da nutrice.

Letta così, sembrerebbe una mission impossible: vi stupirà invece sapere che le famiglie facevano la ressa per poter prendere in custodia un bambino.
In primo luogo, lo Stato stanziava una piccola somma di denaro a titolo di rimborso spese per la balia e per la sua famiglia. Non che ci si arricchisse a crescere i trovatelli… ma calcolando che il latte materno è gratis, e che una donna medievale passava molti anni della sua vita nelle condizioni di poter allattare, accogliere nella propria casa un bambino abbandonato era pur sempre un modo di arrotondare facendo un’opera di bene.

Tra la balia e l’ospedale veniva stipulato un vero e proprio contratto, in cui la famiglia “affidataria” si impegnava a trattare bene il neonato, a crescerlo coscienziosamente, a fare tutto il possibile per conservarne la salute. A partire dal 1477, un regolamento interno dell’Ospedale Maggiore di Milano stabiliva che le balie dovessero necessariamente risiedere entro 12 miglia dalla città, e ciò per permettere frequenti visite di controllo da parte di quelle che oggi definiremmo “assistenti sociali”.
Insomma, una vasta macchina burocratica si metteva in modo per garantire che il bambino fosse cresciuto in un ambiente il più sano possibile. E vi stupirà: parrebbe che, in molti casi, questi neonati dati a balia fossero trattati fin troppo bene – nel senso che, in certi casi, le madri biologiche contattavano la nutrice per seguire la crescita del figlio, o addirittura per consegnargli doni di valore o somme di denaro. Una eventualità chiaramente avversata dall’assistenza pubblica (se sei in grado di mantenere un figlio illegittimo, allora cercagli tu una collocazione consona e non gravare sull’erario)… ma tant’è: e anche questo dettaglio la dice lunga.

In base alla disponibilità della famiglia affidataria, i neonati potevano restare nella casa della nutrice  per un lasso di tempo compreso tra i due e i quattro anni. Alla scadenza del contratto di affido, i bambini ritornavano in una struttura assistenziale – e, per la precisione, nell’Ospedale di S. Celso (presso l’omonima chiesa), dedicato all’accoglienza dei cosiddetti “figli del pane” (e cioè, i bambini ormai grandicelli e già svezzati).

Che succedeva a quel punto?
Beh, l’ospedale cominciava a cercare una famiglia adottiva – e lo faceva con una certa frenesia, anche per “sbarazzarsi” di quello che, tutto sommato, a quel punto era solamente un costo.

I bambini che non riuscivano ad essere collocati venivano ospitati all’interno di una struttura ospedaliera fino al raggiungimento della maggiore età. In teoria, l’ospedale avrebbe dovuto attivarsi per insegnare un mestiere agli orfanelli ricoverati e trovar loro un impiego al momento delle loro dimissioni. All’atto pratico, chi non trovava una famiglia adottiva tendeva ad abbandonare l’ospedale il più tardi possibile e a fare una vita da vagabondo (con un’unica possibilità di salvezza per le ragazze: rubare il cuore a un buon partito, disposto a sposarle anche senza dote).

Per contro, le buone notizie: molti bambini venivano effettivamente adottati!
L’Ospedale Maggiore di Milano conserva ancor oggi un preziosissimo libro delle “Consegne ai Trovatelli”, che tiene traccia di tutti i contratti di affido stipulati con le famiglie adottive a partire dall’anno 1472, e fino all’anno 1531.
I dati non ci permettono di stabilire quale fosse la percentuale di bambini che trovava effettivamente una casa, ma il libro delle Consegne testimonia senz’altro che l’ospedale non se ne stava con le mani in mano: nell’arco di trent’anni, i “servizi sociali” trovano una sistemazione per oltre 800 bambini (con una curiosa prevalenza di femmine su maschi – 489 contro 329).

Qual era la famiglia-adottiva-tipo?
Difficile rispondere a questa domanda, perché i trovatelli potevano essere adottati da gruppi familiari molto diversi.

Un confortante 40% degli orfani veniva adottato dalla nutrice che li aveva presi in custodia, senza nemmeno tornare in ospedale terminato il periodo di baliatico.
Il restante 60% andava incontro alle situazioni più disparate. C’era chi veniva adottato da coppie di sposi che non riuscivano ad avere figli propri, o c’era chi veniva adottato da mariti e mogli che avevano già figli biologici. C’era chi veniva preso in custodia da donne vedove senza figli, e c’era chi addirittura veniva adottato da una donna nubile. C’era chi finiva in nuclei familiari composti da fratello-sorella, padre-figlio, suocera-nuora, e ogni possibile altra combinazione che vi venga in testa. C’era chi aveva la ventura di essere affidato ad un convento, e c’era chi finiva nella casa di un artigiano che probabilmente desiderava, oltre a un figlio da amare, qualcuno a cui trasmettere l’attività commerciale.

In ogni caso, tutte le famiglie adottive si impegnavano per contratto ad “accipere in filium” il trovatello, con la promessa di “, vestire et calzare et instruere ad salutem anime et corporis”. Nel caso delle ragazze, i genitori si impegnavano anche a fornir loro una dote che veniva accuratamente specificata nel contratto, nonché ad attivarsi per trovar loro un buon marito entro il compimento dei 20-22 anni.
Insomma: una volta collocato in una famiglia, il trovatello poteva ragionevolmente sperare di andare incontro a un futuro dignitoso – con un’unica differenza, rispetto ai figli adottivi d’oggi: non necessariamente ereditava i soldi dei genitori. Solo in alcuni dei contratti troviamo clausole (evidentemente, facoltative) in base a cui il trovatello veniva nominato erede legittimo alla pari degli altri figli biologici dei genitori. Nella maggior parte dei casi, questo non succedeva… ma nulla, a parte questo dettaglio, lascia intendere che i figli adottivi vivessero in condizioni di particolare subalternità. In alcun modo erano ridotti a fare gli sguatteri di mammà, giusto per capirci.

Intervenendo al convegno La famiglia e la vita quotidiana in Europa dal ‘400 al ‘600 (Milano, 1-4 dicembre 1983), dai cui atti ho tratto queste statistiche, Giuliana Albini così commentava:

Ambienti sociali diversi, persone con possibilità economiche assai diversificate, aree urbane e suburbane, mondo rurale: tutta la società del tempo pare essere coinvolta, non solo dalla realtà dell’abbandono,

ma anche dalla possibilità (…molto più a portata di mano di quanto non lo sia oggi) di ottenere in adozione un bambino non proprio. Che, contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, aveva buone chance di trovare nella famiglia adottiva una vera casa, un sincero affetto, e una concreta speranza di una vita migliore.

E anche queste son di quelle cose che, secondo me, generalmente non ti raccontano, a scuola, alle lezioni di Storia.

Biancomangiare!

Cos’è il biancomangiare?
Un dolce tipico siciliano, sì, ma molto, molto di più. Basterebbe la sola lettura della pagina di Wikipedia per farci suonare nella testa un metaforico campanello d’allarme, nel momento in cui l’enciclopedia online ci spiega come questo dolce della contea di Modica si trovi anche in Sardegna (…?) e Val d’Aosta (?!), con minime differenze di preparazione.

E infatti, il biancomangiare non è solamente un dolce.
“Biancomangiare” è una dieta, una tecnica di cottura, una filosofia gastronomica che assurge quasi a “stile di vita”.
E, sorprendentemente, non è una moda da fricchettoni new-age, ma bensì una dieta con origini antichissime, che affonda le sue radici nei secoli centrali del Medio Evo.

***

E quindi, ripartiamo: cos’è il biancomangiare?
Il biancomangiare è, nel Medio Evo, un regime alimentare basato sul consumo di alimenti che hanno colore chiaro. Del tutto candido, o comunque tendente al bianco.
Insomma: un tripudio di riso, carne bianca, mandorle, zucchero, latte, pesce a polpa chiara. Ammessi funghi, patate, e tutte le verdure sui toni del bianco; severamente banditi gli alimenti di colore scuro… e soprattutto le carni rosse, nemico giurato del blanc manger.

Madeleine Ferrières, che in un “gustoso” libro sulle paure alimentari nella Storia analizza tante di queste fissazioni gastronomiche, stenta a capitarsi di questa bianco-mania:

Gli storici, che hanno studiato il simbolismo cromatico associato a una quantità di oggetti, non spiegano perché in cucina, ma soprattutto nei prodotti del mercato, il bianco sia così valorizzato [nel Medio Evo]. Non vi è alcuna corrispondenza oggettiva fra colore bianco e valore nutritivo, anzi. Un pane bianchissimo, senza glutine, un vino bianco, senza i polifenoli del rosso, sono meno salutari di un pane o di un vino colorati.

Eppure, è la stessa Ferrières a proporre per questo fenomeno una chiave di lettura: nel Medio Evo, il blanc manger va di moda per ragioni squisitamente mediche, tutte collegate alla “medina galenica” in voga a quel periodo.

Secondo la teoria del medico greco Galeno, l’organismo umano si compone di quattro elementi (più propriamente detti “umori”): sangue, flegma, bile nera, bile gialla.
La proporzione di questi elementi all’interno del corpo umano tende ad alterarsi naturalmente a seconda delle età, del tempo atmosferico, del momento della giornata e così via dicendo. Piccole variazioni nella proporzione degli umori sono dunque perfettamente accettabili, ma quando l’equilibrio dei quattro elementi viene alterato in maniera pesante, ecco allora insorgere la malattia – fisica e non solo: un eccesso di questo o quell’altro elemento può persino comportare degenerazioni caratteriali.

Tra i quattro elementi, uno in particolare era da tenere sotto controllo con particolare attenzione (un po’ come noi teniamo sotto controllo e il colesterolo): la bile nera, temutissima fra tutte. Si trattava di un umore particolarmente insidioso, innanzi tutto perché era quello che si “sballava” con maggior facilità, soprattutto in chi svolgeva lavori che comportavano poca attività fisica.
In secondo luogo, era proprio la bile nera a portare, in caso di alterazioni, le conseguenze fisiche più dannose.Il medico catalano Arnaldo da Villanova, morto nel 1311, definiva senza mezzi termini la bile nera “nemica della gioia e della franca espansione, parente della vecchiaia e della morte”.

Ecco dunque l’assoluta necessità di contrastare in ogni modo gli squilibri della bile – anche a costo di ricorrere a diete particolari, tutte basate sul principio dell’allopatia (cioè: l’assunzione di sostanze che hanno azione contraria rispetto alle cause della malattia).
E allora – giacché la bile nera è un umore freddo, secco… e nero, per l’appunto – prende piede la convinzione che un’utile strategia per combatterla sia quella di introdurre all’interno dell’organismo sostanze calde, umide… e bianche.

Secondo Marsilio Ficino, ad esempio, a tal scopo

vanno bene tutti i latticini, in particolare latte, formaggio fresco, e le mandorle dolci. Si adattano bene le carni di uccelli, galletti, quadrupedi lattanti; le uova da bere, in maniera particolare, e, tra le parti degli animali, particolarmente il cervello. Inoltre vino leggero, chiaro, soave e odoroso.

È quasi sicuramente a partire da questi precetti medici (accompagnati da una certa moda del momento, come ce ne son tante anche per le nostre diete salutiste…) che nasce, nei secoli centrali del Medio Evo, un nuovo trend alimentare. E cioè, il biancomangiare: un intero menù (se possibile), o come minimo una portata (vero must in tutti i pasti di un certo livello) interamente a base di ingredienti bianchi.
Le cucine europee lo propongono in innumerevoli varianti: dolci, salate, neutre; come portata principale, come piatto di contorno. Nei pranzi signorili, il biancomangiare era quasi sempre una portata a sé, proposta dopo il secondo e prima del dessert, con funzioni simili a quella dell’odierno sorbetto servito a metà pranzo: dare agli ospiti un momento di pausa con un boccone fresco e leggero, stimolando la digestione per le portate successive. In questa accezione, il biancomangiare è proposto da tutti i ricettari medievali in una variante “di grasso”, a base di petto di pollo, e una variante “di magro” con polpa di pesce, e perciò adatta al consumo in Quaresima.

Per chi volesse cimentarsi con un autentico biancomangiare old-style, riporto qui la ricetta originale di Maestro Martino de Rubeis, famosissimo e popolarissimo cuoco italiano del XV secolo. Traggo la ricetta, e soprattutto il suo adattamento, da quella delizia di libro che è A tavola nel Medioevo. Con 150 ricette dalla Francia e dall’Italia, edizioni Laterza: davvero un piccolo tesoro per tutti gli appassionati (…e i semplici curiosi).

Ma prima di lasciarvi alla ricetta, vi avviso che ci si rilegge sotto…

Biancomangiare di Maestro Martino

…e ci si rilegge sotto, come promesso, perché qui mi sono sbizzarrita (o: sono definitivamente uscita di testa), e ho provato ad adottare la strategia del biancomangiare per comporre il menù di un pranzo d’oggi, con ricette d’oggi… rigorosamente, a regime quaresimale!

Beh: i medievali approverebbero. Se la dieta del biancomangiare era adottabile in ogni periodo dell’anno, i benefici di questo regime alimentare diventavano particolarmente evidenti nei tempi forti.
L’eccesso di bile nera – l’ho già detto – poteva causare non solo sofferenza fisica (che, tanto quanto…), ma anche pericolose degenerazioni caratteriali. Malinconia, ansia, inibizione della vita di preghiera, irritabilità: tutte queste erano potenziali conseguenze di uno scompenso di bile nera (e vorrei farvi notare che un’eco di queste convinzioni mediche rimane ancora nel nostro linguaggio, quando diciamo che “oggi sono di umore nero”).

E… beh: non è bello affatto, essere di umore nero. È soprattutto pericoloso lasciarsi sprofondare in un gorgo di melanconica tristezza, che ti induce a ripiegarti su te stesso abbandonando ogni interesse per il prossimo tuo.. e per Dio. Ecco perché la dieta del blanc manger era particolarmente gettonata nei tempi forti dell’anno liturgico: se un alimento di colore bianco può in qualche modo “detossicarci” da tutto ciò che non va nel nostro carattere… beh: perché no?!

Ligia a questo precetto medievale, io mi son divertita a creare tre menù quaresimali per chi volesse giocherellare a servire una cena tutta in bianco. Siccome sono io “la padrona di casa” virtuale, vi adattate necessariamente alle mie scelte: niente carne, niente alcool, niente dolci. Vuolsi così in casa mia (ove non vedreste mai in Quaresima un pranzo composto da così tante portate, ma… mettiamocele tutte, per amor di discussione).
Ebbene, le mie scelte proposte per il blanc manger sono queste: ognuno rimanda a una ricetta che ho trovato sui siti di food blogger. Ognuno può divertirsi a comporle come meglio crede per creare il suo menù ad hoc… e se qualcuno si cimenta davvero con questa cena albo-quaresimale, me lo faccia sapere… e soprattutto mandi le foto!!

Antipasto

  • Spiedini di una bianca e pecorino: ricetta qui, via La regina dei fornelli
  • Tagliata di primosale: ricetta qui, via Clara Pasticcia
  • Focaccia di Recco: ricetta qui, via Aria in cucina (NB la amo – la focaccia, non la blogger – ho provato a ricrearla infinite volte, e non m’è mai venuta come la si mangia in Liguria. Metto le mani avanti e avviso che secondo me è una preparazione particolarmente insidiosa)

Primo piatto

  • Ravioli di ricotta, noci e pecorino: ricetta qui, via Ogni riccio un pasticcio
  • Risotto al moscato e crema di stracchino: ricetta qui, via Streghetta in cucina 
  • Pasta al pesto di pistacchi e asparagi bianchi: ricetta (del pesto) qui, via La mia Cucina Rossa 

Secondo

  • Insalata di polpo: ricetta qui, via Lo spicchio d’aglio
  • Calamari fritti con mandorle e riso soffiato: ricetta qui, via Il cucchiaio d’argento (…che, con ogni evidenza, non è un food blogger, ma passatemela ché ho fatto una fatica boia a trovare ricette di pesce, all white, che cucinerei davvero. L’ho già menzionato che a me fa schifissimo, il pesce?)
  • Arrosto di rana pescatrice con pistacchi e carciofi: ricetta qui, via Sale e Pepe (vedi sopra ,circa il non essere Sale e Pepe un food blogger esordiente. Però la segnalo come la mia rivista di cucina preferita, che ritengo nettamente al di sopra di tutte le altre in circolazione

Contorni

  • Patate al vapore, semplici ma efficaci: ricetta qui, via Il ricettario di Valentina
  • Cavolo alla piemontese con noci e mandorle (ma senza uvetta, evidentemente: non è bianca!): ricetta qui, via Una blogger in cucina
  • Cupole di cavolfiore alle mandorle: ricetta qui, via Barbie magica cuoca, con nota di merito per il suo contenere quello che era l’ingrediente principe del blanc manger medievale: la mandorla!, cibo dalle virtù benefiche per eccellenza (secondo i medici dell’epoca)

Robe di frutta vagamente dolci da servire in sostituzione ai dessert 

  • Smoothie alla banana: ricetta qui, via Cappuccino e cornetto 
  • Mela cotta al burro (ma non da caramellare, secondo i miei standard quaresimali): ricetta qui, via Jul’s Kitchen
  • Macedonia di uva (bianca), mela e pera: ricetta qui, via Il cucchiaino di Alice 

***

Vi dirò: non escludo di organizzarla davvero, prima o poi, questa cena con blanc manger attualizzato.
Conoscendo la storia che sta dietro a questo menù cromatico… potreste far partire la conversazione a tavola con uno spunto non comune!

[Pillole di Storia] Ma PERCHÉ la gente non si lava???

Piccola premessa che non c’entra niente ma che, arrivati a questo punto, sento doverosa: gente, non è che mi sia stufata di tenere un blog, eh. Davvero!
È che sto facendo un sacco di bellissime cose sul lavoro, alcune delle quali potreste anche voler leggere o vedere nel corso dei prossimi mesi… sennonché, il mio tempo libero si è ridotto al lumicino, e non sono ancora riuscita a organizzarmi una routine in cui trovo spazio anche per il blog.
Ma non è che mi stia stufando di bloggare, anzi, spero di tornare presto a pieno regime! (E me lo dico da mesi, e ogni giorno mi metto al computer sperando di scrivere qualcosa, ma fra una cosa e l’altra son già arrivate le dieci di sera e io casco da sonno, e per scrivere questo post (beh, e anche per fare altre cosette) mi son dovuta prendere una mezza giornata libera dal lavoro. Argh).

Fatta questa premessa, torno online dopo lungo silenzio per mettervi a parte di una scoperta di vitale importanza a cui sono giunta pochi giorni fa: la gente non si lava.

Io non so che cosa induca un individuo adulto, presumibilmente residente in un appartamento dotato di acqua corrente e vasca da bagno, a salire sulla metro A alle otto del mattino (quindi, manco dopo una dura giornata di lavoro) tutto lercio e sudaticcio, circondato da una graveolenta aura di fetore.
Purtuttavia, signori, questo accade: per ragioni a me ignote, nell’Italia del 2016, la gente non si lava. Non so cosa sproni questi individui a tale scelta; non so quale demone interiore alberghi nel loro cuore suggerendo che è una buona idea fare a meno di bagnoschiuma e deodorante; purtuttavia, così è.

Nell’impossibilità di spiegarmi tale stupefacente comportamento, mi consolo indagando le cause remote che spingevano i nostri antenati a non lavarsi.
Sì, perché… avete presente, no?, tutte le dicerie (alcune veritiere, altre un po’ gonfiante) sull’assenza di bagni nel passato. È verissimo: mediamente, nel passato, ci si lavava molto meno.
E ci si lavava molto meno, non solo perché non ci fossero le vasche da bagno e l’acqua corrente. No no: ci si lavava molto meno perché la prospettiva di fare il bagno era, culturalmente, percepita come un qualcosa di altamente indesiderabile. Ogni tanto qualcuno ci mette in mezzo anche la Chiesa: i nostri trisavoli non facevano il bagno – si legge qua e là – perché la proverbiale sessuofobia cattolica imponeva ai fedeli di evitare le vasche da bagno, notorie occasioni prossime di peccato.

Beh, beh.
C’è un fondo di verità in tutte queste dicerie, ma c’è anche qualcosa da precisare meglio. Cerchiamo di scendere un po’ più nei dettagli.

***

Che nel Medio Evo – secolo buio “per eccellenza” – non ci si lavasse affatto, è cosa che non corrisponde al vero.
Erano spariti gli impianti termali così cari alla cultura romana: questo sì. Non che tutti quanti i Romani avessero indiscriminatamente l’abitudine di andare alle terme con regolarità; purtuttavia, è anche vero che le terme, nell’Antica Roma, erano diffusissime, aperte pressoché a chiunque, e “culturalmente” accettate senza nemmeno battere ciglio. Nessun romano sano di mente si sarebbe mai sognato di dire che andare alle terme era, in sé e per sé, qualcosa di disdicevole, da evitarsi.

…e in effetti quest’attitudine rimane anche nei secoli a venire, eh!
Davvero!
Cambiano le modalità con cui si ha accesso all’acqua calda… ma non è che l’abitudine di farsi, di tanto in tanto, un bel bagno caldo scompaia improvvisamente col crollo dell’Impero Romano. In questo articolo, la sempre ottima Mercuriade de Il Palazzo di Sichelgaita ci offre un lungo ed interessante excursus su quelle che erano, in buona sostanza, le “eredi morali” degli stabilimenti termali romani: le stufe medievali.

Scatto rubato al (bel) telefilm "Vikings", per mostrare re Ecgbehrt del Wessex offrire un bagno caldo ai suoi alleati (ca. 800 d.C.)
Scatto rubato al (bel) telefilm “Vikings”, per mostrare re Ecgbehrt del Wessex offrire un bagno caldo ai suoi alleati (ca. 800 d.C.)

Dicasi “stufa” una grossa sala, inizialmente collocata nei grandi castelli, vicino alle cucine, dotata di grosse tinozze (o piccole piscinette) che, all’occorrenza, potevano essere riempite d’acqua calda, spesso profumata con essenze, petali di rosa, e quant’altro. I nobili (e, in generale, chiunque poteva permetterselo) amavano immergersi in queste vasche e galleggiare quietamente a mollo nell’acqua calda, talvolta circondati da parenti e amici. Né più né meno come accadeva in età romana, il bagno caldo diventava spesso l’occasione di vivere momenti conviviali con alleati, vassalli, servitori, ospiti in visita; e così, ad esempio, non ci deve stupire sapere che Carlo Magno “aveva l’abitudine di invitare al bagno non solo i suoi figli ma anche nobili e amici, e, di tanto in tanto, persino sottoposti e guardie”.

I Crociati di ritorno dalla Terra Santa tornarono in patria magnificando i grandiosi hammam che avevano visto in Oriente, e questa esperienza fu lo sprone per creare anche in Europa qualcosa di simile, ovverosia stabilimenti in cui fosse possibile a chiunque – e non solo ai ricconi – avere accesso a salutare un bagno caldo. Nascevano così le stufe propriamente dette, ovverosia grossi stabilimenti in cui – previa il pagamento di una tariffa piuttosto accessibile – chiunque poteva avere accesso a un momento di… tiepido relax.

Due rispettabili signori (non necessariamente marito e moglie) si godono un bagno caldo, in una miniatura fiamminga del 1275

Ecco, appunto: chiunque.
Il problema è proprio questo: chiunque poteva avere accesso alle stufe, e immergersi – completamente nudo – in grossi vasconi progettati per accogliere decine di persone, maschi e femmine contemporaneamente.
Non è che le stufe fossero dei bordelli, eh! Noi inorridiremmo all’idea di un padre di famiglia che in pausa pranzo va a farsi un bagno in una piscina pubblica circondato da donne completamente nude, ma, nel Medio Evo, la sensibilità era differenze, e il senso del pudore era molto diverso da quello che abbiamo noi moderni.
(Del resto, come faceva notare Mercuriade nel suo articolo, un san Francesco ha avuto la bella pensata di denudarsi di fronte al suo vescovo, e, tutto sommato, non è stato linciato dalla folla; oggigiorno, quelle che si denudano di fronte ai vescovi sono le Femen, e non è che siano molto ben viste culturalmente…).

 Ecco invece due monachelli che - come dire - se ne approfittano un po' troppo, in un codice miniato boemo (1490-1510 ca.)
Ecco invece due monachelli che – come dire – se ne approfittano un po’ troppo, in un codice miniato boemo (1490-1510 ca.)

Quindi: nel pieno Medio Evo, la gente aveva l’abitudine (o quantomeno la possibilità) di godersi un bel bagno caldo nelle cosiddette “stufe”… e non è che la Chiesa avesse niente in contrario!
Sì, c’era gente nuda immersa nella stessa vasca… ma in fin dei conti anche oggi, in spiaggia, c’è gente “in biancheria intima” immersa nella stessa acqua: non è che la Chiesa (o la morale comune) ci vedesse niente di male.
Certo: poteva capitare che, in alcune stufe, la situazione degenerasse. Anzi: a dirla tutta capitava con una certa frequenza che, in certe stufe “malfamate”, poste magari in quartieri periferici, il proprietario dello stabilimento offrisse ai suoi clienti alcuni servizi extra, generalmente affidati a signorine nude e piacenti che si mettevano a disposizione di chi le desiderava.
Era una degenerazione abbastanza comune (…del resto, il contesto invogliava…), ma, appunto, una degenerazione. Bastava evitare con cura certi ambienti, e niente avrebbe impedito di godersi un bel bagno, in maniera del tutto rispettabile.

A far cadere in disgrazia l’abitudine dei bagni comuni, in effetti, non è stata Santa Madre Chiesa, come spesso si legge in giro.
È stata la Scienza Medica.

Verso la metà del Trecento, durante la grande epidemia di peste passata alla Storia come “Morte Nera”, i medici cominciano a suggerire che, forse forse, vista la situazione, è meglio evitare di andarsi a immergere in catini d’acqua dove, prima di te, è entrato chissà chi altri.
L’epidemia si conclude, ma nei decenni successivi ne arrivano altre, ad ondate; con la scoperta dell’America, si aggiunge la piaga della sifilide (che a noi, adesso, può anche far ridere, come cosa… ma la sifilide è una malattia spaventosa, se non viene curata in tempo. E all’inizio non era mica chiaro il mezzo di trasmissione: la sifilide faceva ancor più paura della peste, sotto certi punti di vista).

Insomma: la situazione sanitaria è quella che è; e, negli ultimi secoli del Medio Evo, la popolazione comincia a introiettare questo concetto: fare il bagno è pericoloso.
Rincara la dose la scienza medica: a contatto con l’acqua – spiegano i medici, terrorizzati – i pori si dilatano per effetto del vapore. Il che, in effetti, è vero.
Quello che non è affatto vero è lo step successivo: nel momento in cui i pori sono dilatati, il corpo è più esposto alla penetrazione di agenti patogeni; ergo, ci si ammala più facilmente; ergo, fare il bagno è pericoloso.

Una scena così - dipinta in un libro delle ore tardoquattrocentesco - non l'avremmo vista più, di lì a pochi anni.
Una scena così – dipinta in un libro delle ore tardoquattrocentesco – non l’avremmo vista più, di lì a pochi anni.

Tra la fine del Medio Evo e l’inizio dell’Età Moderna, scompare la consuetudine di rilassarsi nelle stufe, ma scompare anche l’abitudine di bagnarsi in generale.
Immergersi nell’acqua di mare o di fiume (prima, pratica assolutamente diffusa) comincia a sembrare un’imprudenza bella e buona. Prendersi la briga di togliersi i vestiti, infilarsi in una tinozza, e farsi versare addosso acqua più o meno calda comincia ad apparire una inutile tortura, oltretutto dannosa per il corpo: il bagno, ormai, viene visto come una pratica pericolosa da svolgersi solo sotto stretto controllo medico, per curare determinate patologie.
Solo le mani continuano ad essere lavate con acqua corrente (…possibilmente miscelata con aceto o olii essenziali, per renderla un po’ meno mortifera); per tutto il resto del corpo, si preferisce una igiene quotidiana fatta di “lavaggi a secco”: frizionamento del corpo con ciprie profumate, panni appena appena inumiditi di profumo,  spugnette utilizzate per assorbire il sudore…

Detto ciò, poteva capitare che la gente si incipriasse ogni giorno il sedere (aehm) ma andasse avanti tutta la vita senza mai farsi un bagno. La sola idea ci ripugna, ma così stanno le cose – e ripeto: non c’entra la sessuofobia clericale (…per quanto, nel corso dei secoli, cambi il concetto di “pudore cristiano”: la Chiesa della Controriforma certamente non avrebbe accettato l’idea antica di “stufa medievale”. Ma fosse stato solo un problema di pudore, la gente avrebbe potuto continuare a farsi il bagno da solo per i fatti suoi, come facciamo ancora oggi).
No: la Chiesa non c’entra (quasi) per niente.
A monte dell’inquietante situazione appena descritta, non c’era la sessuofobia clericale; c’era l’idrofobia della scienza medica.

L’unica cosa positiva di questa situazione (…se proprio vogliamo trovare qualcosa di positivo in questo schifo…) è che, in un contesto in cui la gente campa sessant’anni senza mai mettere piede in una vasca da bagno, diventa quantomeno prassi comune quella di cambiarsi frequentemente la biancheria. (Eh beh).

Per chi aveva la possibilità di avere un cambio di biancheria, comincia a farsi strada l’abitudine di curare la propria igiene con frequenti cambi d’abito.
Del resto, la biancheria assorbe il sudore: se io mi tolgo la biancheria, la mando a lavare, mi friziono il corpo con una spugnetta, e poi mi infilo una canottiera nuova, sono a posto, no? Sono lindo e profumato, no?
(No?)

Leonardo
Una riproduzione (in vedita su Etsy) dell’abito indossato dalla “Belle Ferronnière” ritratta da Leonardo. Un sacco di biancheria a vista!

Appaiono in questo contesto bizzarre pratiche penitenziali “a scopo fioretto” che consistono nel… non cambiarsi le mutande per tot. mesi (aehm), e appare in questo contesto anche la moda, arrivata fin quasi ai nostri giorni, di avere biancheria intima solo e rigorosamente bianca.
In una situazione in cui tanto più sei pulito quanto più è pulita la tua biancheria, diventa imperativo – soprattutto per i ricchi – dimostrare che il loro intimo è candido, immacolato, lavato di recente, e indossato da pochissimo. Ergo: la biancheria dev’essere candida – e se, ovviamente, nessuno ti solleverà la gonna per vedere se hai le mutande gialline, la moda rinascimentale ti permette comunque di ostentare il candore della tua lingerie facendola spuntare ad arte attraverso il corsetto allacciato “largo”, o attraverso strategici tagli sulle maniche dei vestiti.

Bisognerà aspettare fino alla fine del Settecento, prima che, tra le élite illuministe, si imponga la moda (ma all’inizio è proprio solo una moda!) di tornare a fare il bagno.
Che comunque non è il bagno come lo intendiamo oggi: si tratta di veloci immersioni in acqua fredda (…o anche proprio ghiacciata) effettuate con lo scopo primario di tonificare l’organismo (più ancora che pulire il corpo).

Certo: dai bagni gelati degli Illuministi ai bagni “normali” dei nostri bisnonni, il passo è relativamente breve. Eppure, non è che la ricezione della pratica sia stata così indolore: nel gustosissimo saggio Vita di casa, Raffaella Sarti fa notare come, all’inizio dell’800, solo un terzo dei palazzi nobiliari di nuova costruzione fosse dotato di un locale atto ad ospitare la vasca da bagno (e sottolineo il concetto “palazzi di nuova costruzione”: quindi non si trattava di adattare locali già esistenti e non predisposti all’uso).
C’era ancora molto scetticismo circa la bontà di farsi bagni frequenti, e in effetti posso capirlo: a tutti i pregiudizi che si erano sedimentati nel corso dei secoli si aggiungevano anche oggettive scomodità di natura pratica. Un conto è aprire la manopola ed essere sommersi da un getto ininterrotto di acqua calda; un conto è farsi scaldare sul fuoco tinozze d’acqua, aspettare che l’acqua raggiunga la giusta temperatura nella vasca da bagno, far tutto in fretta prima che l’acqua si raffreddi troppo…
Persino per i ricchi che avevano servitù a loro disposizione (e quindi, non dovevano far altro che immergersi nella vasca al momento buono), l’idea di fare il bagno poteva essere tutto fuorché rilassante.

Ci volevano ancora le condutture d’acqua corrente e uno scaldabagno in ogni casa, prima rendere il bagno quella pratica gradevole e quotidiana che è (…o dovrebbe essere) per noi cittadini del nuovo millennio…

Uomini del 2000! Prendete esempio da Lady Cora di "Downton Abbey", che, con grande sprezzo del pericolo, si diletta in frequenti bagni caldi, negli anni '10 del '900!
Uomini del 2000! Prendete esempio da Lady Cora di “Downton Abbey”, che, con sprezzo del pericolo, si diletta in frequenti bagni caldi, negli anni ’10 del ‘900!