Cose cristiane · Vite di Santi e Beati

“Ma non potevamo semplicemente chiamarli martiri della carità?”. Il motu proprio di Papa Francesco e la nuova via per la canonizzazione

Il motu proprio promulgato ieri da Papa Francesco deve aver destato un po’ di perplessità, vista la quantità di domande che mi sono arrivate nelle ultime ventiquattr’ore.

Per chi non avesse seguito la vicenda, la Maiorem hac dilectionem a firma di Francesco ha introdotto una piccola, grande, svolta nei processi di canonizzazione. Fino ad oggi (anzi, fino a ieri), due erano le strade che potevano condurre un fedele alla gloria degli altari:
a)    il martirio, cioè la morte violenta causata in odio alla fede cattolica;
b)    l’esercizio in grado eroico delle virtù cristiane, argomento che avevo già trattato qui (quindi beccatevi il link e passiamo oltre).

Orbene: il motu proprio Maiorem hac dilectionem introduce una terza strada alla santità, da oggi aperta per direttissima anche a tutti “quei cristiani che, seguendo più da vicino le orme e gli insegnamenti del Signore Gesù, hanno offerto volontariamente e liberamente la vita per gli altri ed hanno perseverato fino alla morte in questo proposito”.

Questa “offerta della vita”, evidentemente, deve compiersi con una certa ratio: nello specifico, perché possa esser fatta valere in un processo di canonizzazione, dovrà configurarsi come una accettazione libera e volontaria di morte certa, prematura e a breve termine, cui si deve andare incontro mossi da carità.

Esempi concreti?
Beh: per dirne una, il medico che si offre volontario per assistere i malati affetti da un morbo gravissimo e incurabile, esponendosi al concreto rischio di contagio.
Oppure il classico eroe che nei film urla al criminale “fermo! Prendi me al posto suo!” per liberare il malcapitato che è stato appena preso in ostaggio.

Ça va sans dire, nel processo di canonizzazione verranno anche prese in esame, come di consueto, la fama di santità che dovrà seguire la morte eroica, la presenza di un miracolo operato post mortem dal venerabile, nonché la sua pratica delle virtù cristiane quand’era ancora in vita. Attenzione però: in questo caso, non è strettamente indispensabile che le virtù cristiane siano state praticate in grado eroico. Per chi muore offrendo volontariamente la sua vita – dice Papa Francesco – potrà essere sufficiente una pratica delle virtù cristiane esercitate “in grado ordinario”.
Lo stesso privilegio vale per coloro che vanno incontro a martirio: non necessariamente il martire deve aver praticato in grado eroico tutte le virtù cristiane, perché si ritiene che la donazione piena della propria vita, che ha luogo nel martirio, basti di per sé a cancellare completamente qualsiasi colpa passata, un po’ come un secondo Battesimo.
Vale a dire: puoi anche aver avuto una vita cristiana non totalmente integerrima – ma, se al momento buono, sei disposto ad offrire la tua vita per Cristo, questo basta già di per sé a spalancarti le porte del Paradiso.

‘nsomma, Papa Francesco ha in un certo senso assimilato ai martiri veri e propri questi “martiri della carità” (come li stanno chiamando impropriamente chiamando i giornali). Il che ha scatenato nei miei lettori una ridda domande: sì, ma allora non potevamo assimilarli ai martiri punto e basta? Non si poteva dire che chi rinuncia alla sua vita per un breve più grande diventa automaticamente martire, e tanti saluti?

No, non si poteva. Semmai sarebbe stata forse percorribile la strada inversa, cioè assimilare questi “donatori della propria vita” a coloro che hanno praticato in grado eroico almeno una virtù cristiana (in questo caso la carità). Ma mai e in alcun modo sarebbe stato possibile assimilarli ai martiri “veri”, mancando in questi casi una componente essenziale e ineludibile del martirio cristiano: ovverosia, l’essere uccisi in odium fidei.

Potrebbe sembrare una questione di lana caprina, ma non lo è affatto, e la necessità di una prova dell’odium fidei come motivo determinante della morte del martire è stata ribadita, in tempi molto recenti, da Papa Benedetto XVI, che, il 24 aprile 2006, dichiarava:

è necessario che affiori direttamente o indirettamente, pur sempre in modo moralmente certo, l’odium fidei del persecutore. Se difetta questo elemento, non si avrà un vero martirio secondo la perenne dottrina teologica e giuridica della Chiesa.

Si potrebbe dire che il martirio non consiste tanto nella morte che si subisce, quanto più nelle ragioni che hanno spinto l’assassino a uccidere: solo dall’esame di questo elemento si può determinare se la morte del cristiano sia veramente martiriale. Insomma, è indispensabile che l’omicida agisca perché spinto da un vero e proprio odio verso la fede cattolica, o, quantomeno, da un odio verso certi atteggiamenti che il fedele pone in essere a causa della sua fede.

Esempio? Sono incinta e rifiuto di abortire un figlio malato, perché una brava cattolica non abortisce i propri figli. Mio marito (non particolarmente anti-cattolico di per sé, ma fortemente determinato a non volere figli disabili), in un attacco di rabbia, dopo l’ennesima discussione, piglia e mi ammazza di botte, possibilmente urlando cose tipo “maledizione a quei preti che ti hanno messo certe idee in testa!” (e cioè tracciando egli stesso un collegamento tra il mio comportamento e la mia fede).
La mia morte non è causata da un odio alla fede in sé e per sé (non è che il mio assassino si sia irritato dopo un dibattito sulla transustanziazione): semmai è causata dall’odio verso il modo in cui la mia fede mi induce a vivere – il che è comunque giudicato assimilabile al martirio. In ogni caso, sono stata uccisa a causa della mia volontà di seguire Cristo.

Ma il buon cristiano che si fa avanti e dice “ok, in questa situazione c’è bisogno di qualcuno che si immoli per la causa, e mi offro volontario io perché mi sento pronto a donare la mia vita per il bene comune?”.
Atto lodevolissimo e fortemente cristiano, ma non martirio in senso stretto. Lo spiega molto chiaramente il manuale di studio sulle Cause dei Santi composto dalla competente Congregazione, laddove si legge che

anche se altamente nobile, la carità non può essere l’unico e sufficiente motivo per far diventare un cristiano martire nel verso senso della parola. Perché si possa parlare di vero martirio, la Chiesa insiste sulla necessità che il motivo della sua persecuzione e della sua morte da parte del persecutore sia l’odium fidei. Solo così il martire potrà diventare veramente simile a Cristo, cioè sua perfetta realizzazione, perché Gesù Cristo è stato messo a morte non in odio della carità che faceva, ma in odio al suo messaggio.

Quindi, no: questi “martiri della carità” non avrebbero potuto essere in alcun modo assimilati ai martiri tout court. Anzi, il termine stesso di “martiri della carità”, che stamattina invade le prime pagine dei giornali ma che purtroppo ha già contaminato da tempo i bollettini parrocchiali e il linguaggio chiesastico, induce i fedeli alla confusione e all’errore: coloro che muoiono offrendo la loro vita per il bene del prossimo sono degli “eroi”, dei “testimoni della fede”… ma NON dei martiri.
Semmai possono essere considerati dei “bravissimi cristiani molto altruisti”, toh: io li definirei senza problemi individui che, tra tutte le virtù evangeliche, hanno messo in pratica con un particolare grado di eroismo quella dell’amore per il prossimo.

La strada scelta da Papa Francesco è ancora diversa e va dritta al punto, istituendo una terza fattispecie per la canonizzazione dotata di un suo specifico iter processuale, che presumibilmente sveltirà le procedure e abbrevierà i tempi tecnici di attesa. Scrive infatti Papa Francesco:

È certo che l’eroica offerta della vita, suggerita e sostenuta dalla carità, […] è meritevole di quella ammirazione che la comunità dei fedeli è solita riservare a coloro che volontariamente hanno accettato il martirio di sangue o hanno esercitato in grado eroico le virtù cristiane.

Insomma: è in arrivo per noi un vasto campionario di “eroi della carità”, capaci di commuoverci ed edificarci con il loro estremo sacrificio altruistico e disinteressato?

Sì, con ogni probabilità. E io già affilo la mia penna (spuntata) per scrivere di loro.

Tradizioni e folklore · Vite di Santi e Beati

“Ma quanto durerà ancora questo caldo atroce?”: le previsioni meteo dei Santi

Gente: non so voi, ma io nun je la faccio più. ‘sto caldo ingiusto mi fa crollare la pressione, mi riduce a uno straccio, mi toglie l’appetito (e globalmente la voglia di vivere), mi stronca come non mai.
Dopo aver appurato che le previsioni meteo per il prossimo weekend danno massime attorno ai 38 gradi, mi sono detta: ok, non posso farcela, ho bisogno di un santo a cui votarmi.
E allora ho cercato il santo a cui votarmi, no?
Ci sarà pure un santo patrono contro le ondate di caldo, no?
Abbiamo patroni per i dormiglioni (San Vito), per la gente brutta (San Drogo), per la gente che ha paura dei morsi di vespa (San Friario), abbiamo persino una santa per lenire i fastidi del dopo-sbornia (Santa Bibiana)… ce l’avremo senz’altro, un santo da invocarsi contro le ondate di caldo tropicale, no?
No??
No.

A quanto pare, fino a qualche tempo fa, la gente sopportava abbastanza di buon grado le ondate di caldo anomalo, perché tendenzialmente facevano bene ai raccolti – a patto che piovesse. Abbiamo santi contro la siccità, ma non santi contro il caldo.
E quando abbiamo smesso di dipendere dal caldo per portare a casa uno stipendio, la venerazione popolare si è spostata direttamente verso l’inventore dell’aria condizionata, che Dio lo benedica.

E quindi, tant’è.
Se siete al corrente dell’esistenza di un santo da invocarsi per far scendere le temperature, fate un fischio ché qui incomincio subito una novena. Ma fino a prova contraria, io non ho notizie di santi che portino il fresco in sé e per sé. Ci sono santi che portano il bel tempo, ci sono santi che portano la pioggia, ma santi capaci di abbassare le temperature… no. Mission impossibile pure per le schiere celesti, a quanto pare.

Il massimo aiuto che possiamo sperare di ottenere dal Cielo in questo drammatico frangente, è più che altro sulle linee di “sappi di che morte devi morire”. Ovverosia: se non esistono santi deputati a far scendere le temperature, esistono santi cui la tradizione popolare attribuisce il potere di… fare previsioni meteo ad ampio raggio.
Avete presente il detto “quando vien la Candelora, dall’inverno siamo fora”? Ecco, qualcosa del genere: da tempo, la tradizione popolare ritiene che, dalle condizioni meteo di determinati giorni dell’anno, sia possibile trarre previsioni per il clima dei mesi a venire.

Embeh: in assenza di meglio, vediamo dunque quali sono i santi capaci di dirci qualcosa di più sulle sorti di questa rovente estate.
Meglio che niente, ahò. Alla peggio, mi faccio un biglietto di sola andata per la Groenlandia e tanti saluti.

San Medardo: 8 giugno

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Già noto su questi schermi (e già caro alla qui presente blogger) per il suo singolare ruolo di patrono contro il mal di denti, San Merdardo di Noyon è, di per sé, il protettore contro i temporali. Il “perché” risiede in un passaggio della sua agiografia, laddove il santo vescovo, sorpreso da un violentissimo acquazzone, viene miracolosamente protetto dalla pioggia da un’aquila gigantesca che si libbra in volo sopra di lui, dispiegando le sue ali, e… facendogli da ombrello.
In Piccardia, dove san Medardo gode di particolare venerazione, è diffuso un detto popolare (variamente noto anche in altre zone della Francia), per cui

S’il pleut le jour de Saint Médard,
il pleut quarante jours plus tard

Ovverosia: se piove e fa brutto tempo durante la festa liturgica di San Medardo, certamente farà brutto tempo anche quaranta giorni più tardi (e cioè il 18 luglio).
Non che la promessa di un acquazzone a metà luglio ci sia di grande aiuto nella contingenza, ma di nuovo: sempre meglio che niente.

Ho speranzosamente googlato informazioni meteo su che tempo facesse a Torino l’8 giugno passato. Niente pioggia ahimè, ma minime di 13 e massime di 23 gradi (!!). Non so voi, ma io ci metterei la firma: Medà, ti prego, non deludere le mie preghiere.

Santi Gervasio e Protasio: 19 giugno

Santi_Gervasio_e_Protasio

Questa è facile: la loro festa ricorreva ieri, e, non so da voi, ma ieri, qui a Torino, si è tornati a respirare per la prima volta dopo giorni.
(Oggi si crepa di nuovo).

Le ragioni per cui i due martiri milanesi siano tradizionalmente associati con le previsioni meteo (in Francia e non in Lombardia, perdipiù!) sono avvolte nel mistero.
Fatto sta che i nostri cugini d’Oltralpe sono convintissimi del loro potere: S’il pleut le jour de Saint Médard, il pleut quarante jours plus tard, ma la filastrocca va avanti affermando incontrovertibilmente:

S’il pleut le jour de Saint Gervais et de Saint Protais,
il pleut quarante jours après.

Idem come sopra, insomma.
E come sopra: ieri, a Torino, non ha piovuto, ma io mi aspetto minimo minimo un’ondata di aria fresca fra trentanove giorni.
(Sigh).

I Sette Dormienti d’Efeso: 27 giugno

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Amo la leggenda dei dormienti d’Efeso, i sette amici che tentano di scampare alla persecuzione anticristiana dell’imperatore Decio chiudendosi in una grotta nei pressi del monte Celion. Dopo una notte di paura, uno di loro esce per procurarsi un po’ di cibo, ed ecco la sorpresa: i sette non avevano dormito – come credevano – per una notte sola, ma per più di duecento anni.
Testimonianza della resurrezione dei corpi, i sette dormienti raccontano ai fedeli la loro storia, e poi tornano ad immergersi nel loro sonno senza tempo. Leggenda vuole che siano destinati a dormire fino all’Apocalisse, nell’attesa del mondo che verrà.

Orbene: nella Germania del Sud è viva una tradizione per cui, se nel giorno della festa dei Sette Dormienti, il clima è fresco, altrettanto freschi saranno i due mesi a venire.
Alcune pagine, tipo questa, sostengono che ci sia un fondo di verità dietro a questo proverbio. Statisticamente, se, negli ultimi giorni di giugno, in Germania del Sud il clima è fresco e mite, c’è un 60-70% di probabilità che anche i mesi a venire non siano troppo afosi. Sarà questione di correnti d’aria e di anticicloni, boh: fatto sta che questo antico detto pare prenderci abbastanza.

Per la cronaca, le previsioni meteo per Monaco di Baviera danno un brusco calo di temperature proprio tra il 26 e il 27 giugno.
Voglio crederci.

Santa Godeliève: 6 luglio

Godelieva

Questa è una santa che in genere riscuote un certo successo di pubblico, perché è la patrona delle donne che hanno problemi con le suocere.
Diciamo che meditare la vita di Godeliève riesce sicuramente a mettere in prospettiva le piccole beghe familiari della nuora-media. La santa francese, nata da nobile famiglia attorno all’anno 1000, viene data in sposa a un certo Bertolf di Ghistelles, sempre che di “matrimonio” si possa veramente parlare: Godeliève dice il suo “sì” in uno sposalizio per procura, in cui è la suocera a fare le veci di Bertolf, lontano per una campagna militare. Tornata a casa, la donna rinchiude Godeliève in una cella, e anche quando Bertolf fa il suo ritorno l’ingombrante presenza di mammà causa nel rapporto  tensioni tali che il matrimonio non viene mai consumato. A un certo punto Godeliève scappa di casa; Bertolf la insegue giurando di cambiare; e infatti mostra d’esser cambiato così tanto, che, alla prima occasione utile, la strangola per sposare una che sia più gradita a mammina.
Finalmente morta e liberatasi da ‘sta famiglia di pazzi, Godeliève comincia a prodursi in innumerevoli miracoli, fra cui – a quanto pare – numerosi prodigi di natura meterologica. Far piovere per rinverdire i raccolti, cose così.

La data della morte di Godeliève è sempre stata incerta: inizialmente fissata al 6 luglio, è stata sposata al 30 dello stesso mese nell’ultima revisione del Martirologio. Con buona pace della Congregazione per il Culto Divino, la tradizione popolare rimane ancorata alla festa antica – e così, le condizioni meteorologiche in essere al 6 luglio sono considerate “uno specchio” di quelle dell’estate a venire.

Un’altra tradizione popolare sostiene che la fanciulla single che prega Santa Godeliève alla vigilia della sua festa otterrà in dono il privilegio di conoscere il nome del suo futuro sposo.
Speriamo che non si chiami Bertolf.

San Swithun: 15 luglio

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Vi dico solo che ho scoperto l’esistenza di San Swithun preparando uno dei miei primi esami di Storia della Chiesa, al capitolo “Miracoli punitivi”. È un tosto, l’amico!

Swithun fu vescovo di Winchester fino alla sua morte, avvenuta nell’862. Sentendosi avvicinare la fine, il santo ordinò che il suo corpo fosse inumato nella nuda terra, all’esterno della chiesa, “dove potessero percuoterlo il piede del passante e le gocce di pioggia dal cielo”. Un estremo gesto di umiltà che non fu gradito dal vescovo eletto dopo di lui, il quale – nella pia convinzione di star tributando giusti onori al suo santo predecessore – ordinò che le reliquie fossero traslate all’interno della chiesa e allocate in un adeguato reliquiario, per esporle alla venerazione dei fedeli.
Apriti cielo (è proprio il caso di dirlo).
In segno di protesta verso quest’attenzione non richiesta, Swithun – a dar retta all’agiografia – scatena quaranta giorni di pioggia ininterrotta.
Ma forte, eh!
Grandine, brutto tempo, gelate, venti freddi: non ce n’era per nessuno. Raccolti devastati, lattanti intirizziti, animali senza più cibo… un disastro.

Da lì, la tradizione popolare che lega Swithun alle previsioni meteo. Se, da un lato, il vescovo di Winchester è quello da pregare perché finisca un’ondata di freddo, d’altro canto si ritiene che un calo di temperature il 15 luglio – giorno della traslazione delle sue reliquie – sia da interpretarsi come un sicuro segno di maltempo per i quaranta giorni a venire.

Secondo Wikipedia, c’è pure una base scientifica dietro a questa leggenda:

Verso la metà di luglio la corrente a getto si pone in un corso che rimane, nella maggior parte degli anni, ragionevolmente stabile fino alla fine di agosto. Quando questa corrente si trova a nord delle isole britanniche, l’alta pressione è in grado di penetrarvi, mentre quando si trova a sud o attraverso le isole britanniche, l’aria dell’Artico e il sistema meteorologico atlantico sono predominanti.

Sperem

Frattanto, io credo di far cosa gradita a tutti voi indicando il santo che, a mio giudizio, può essere il più adatto a cui chiedere aiuto in questo momento specifico.
Non so voi ma io sono risoluta a pregare con intensa devozione San Lebuino di Deventer, invocato per dare sollievo alle sofferenze degli agonizzanti: a occhio e croce, direi che più o meno siamo lì.

Pillole di Storia · Vite di Santi e Beati

Papa Francesco e la Madonna dei mandarini

Al termine di un pomeriggio uggioso in cui cercavo ispirazione per un post che commemorasse l’avvio del mese mariano, è apparsa sulla mia home di Facebook una citazione di papa Francesco. Era tratta dal Discorso del Santo Padre Francesco ai partecipanti al XXVIII corso sul foro interno organizzato dalla Penitenzieria Apostolica, e tenutosi il 17 marzo 2017. Ebbene: ai partecipanti del corso, il papa raccontava:

Sulla Madonna c’è una leggenda, una tradizione che mi hanno raccontato esiste nel Sud d’Italia: la Madonna dei mandarini.  È una terra dove ci sono tanti mandarini, non è vero? E dicono che sia la patrona dei ladri. Dicono che i ladri vanno a pregare là. E la leggenda – così raccontano – è che i ladri che pregano la Madonna dei mandarini, quando muoiono, c’è la fila davanti a Pietro che ha le chiavi, e apre e lascia passare uno, poi apre e lascia passare un altro; e la Madonna, quando vede uno di questi, gli fa segno di nascondersi; e poi, quando sono passati tutti, Pietro chiude e viene la notte e la Madonna dalla finestra lo chiama e lo fa entrare dalla finestra. È un racconto popolare, ma è tanto bello: perdonare con la Mamma accanto; perdonare con la Madre.

Alla citazione che mi è apparsa su Facebook, seguivano decine di commenti sconcertati: ma come gli passa in testa, al Papa, di dire che la Madonna è la patrona dei ladri?! C’erano pure un paio di meridionali indignati, con argomentazioni sulle linee di: ecco, ci mancava solo il Papa a rafforzare l’immagine del Sud Italia tutto mafia e mandolino.

Detrattori di papa Francesco, non lamentatevi ché vi è ancora andata bene: il Santo Padre avrebbe anche potuto raccontare la leggenda della Madonna ignuda, che, per far entrare i criminali in Paradiso, si leva il reggiseno davanti al Padreterno.
E, anche in quel caso, avrebbe avuto piena ragione.

***

Ovviamente, capisco le perplessità.
‘sta Madonna dei mandarini che intralcia l’operato di San Pietro e poi fa entrare in Paradiso le peggio schiere di criminali, sta pesantemente antipatica pure a me.
Ciò non toglie che devozioni simili siano realmente esistite e, in una certa misura, esistano tutt’ora, come residuo di una religiosità popolare molto antica.
Che affonda le sue radici nel tardo Medioevo, per la precisione.

***

Noi moderni abbiamo la tendenza a immaginare il Paradiso come una combriccola di amici che vivono in armonia e beatitudine: c’è Dio onnipotente, c’è la Madonna, ci sono i santi, e ognuno vive in lieta concordia con i suoi “vicini di casa”.
Che San Peppino si metta a piantar grane al Padreterno, perché non è d’accordo col Suo operato e vuole assolutamente che Dio si emendi (!), è una visione che non esito a definire aliena dal nostro modo di intendere la Comunione dei Santi.

Che sia aliena a noi è una bella cosa, ma – tenetevi forte – San Peppino che pesta i piedi col Padreterno è stata una delle immagini più care a generazioni di fedeli. I quali non avrebbero minimamente esitato nel confermare: se San Peppino vuole far entrare in Paradiso un ladro suo amico, che San Pietro ha condannato all’Inferno, porca la miseria, Peppino riuscirà a spuntarla!

Non dico che fosse un bene, ma è la realtà dei fatti: quando un uomo medievale si trovava in difficoltà, molto raramente chiedeva aiuto a Dio. Cercava, più concretamente, il proverbiale santo a cui votarsi. Perché, si sa: “i santi ci capiscono meglio”, “sono stati uomini anche loro”, “hanno sofferto come noi”, “e poi quel santo io lo conosco, ho baciato la sua reliquia proprio io personalmente”.
In una certa religiosità popolare, Dio era percepito come un’entità distante, totalmente altra, potenzialmente pure cattiva (è sempre la classica domanda: “se Dio esiste, perché permette il male?”).

Il ragionamento ha pure una sua logica: se Dio ti manda il lutto, la pestilenza, la carestia, l’inondazione, cosa vuoi andare a lamentarti con Dio stesso per criticare le sue decisioni? Acclarato che Dio è sdegnato per i tuoi peccati (sennò non ti faceva morir di peste tutta la famiglia), non converrà forse affidarsi all’aiuto di un qualche intercessore, che magari parte col dente un po’ meno avvelenato?
Chiaro: è un modo molto ingenuo di vivere la fede. Ma ingenua era la vita religiosa del popolino, fino a qualche secolo (o decennio?) fa.

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Orbene: acclarato che Dio può anche essere impietoso (soprattutto quando è preso da santo sdegno per i nostri peccati) sarà bene affidarsi a un intercessore molto potente. I santi patroni sono ok, ma la più potente in assoluto è intuibilmente Maria Vergine, il cui ruolo salvifico era concepito, nel Medioevo, come solo di poco inferiore a quello di Cristo stesso.
E quando  dico “poco”, intendo proprio “poco”. Poco – poco – poco.
Nell’orizzonte mentale dei medievali, era assolutamente plausibile che un individuo, magari condannato all’Inferno da Dio Onnipotente (?), fosse poi salvato in corner per il solo fatto di esser… raccomandato dalla Madonna.

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Pedro Machuca, “Madonna delle Grazie”

Questa visione della Vergine coi superpoteri comincia ad affermarsi nella teologia mariana del XII e XIII secolo; verso la metà del XIV è definitivamente consacrata dallo Speculum humanae salvationis. In questo trattato, che avrà avuto grandissima fortuna, l’infinita misericordia di Maria viene paragonata a un continuo fiotto di latte che sgorga dal suo seno – una immagine che, credeteci o no, ha avuto enorme diffusione nelle arti figurative (!), suppergiù fino all’epoca della Controriforma.

Qui vi propongo uno tra gli esempi meno hard che sono riuscita a trovare, ma è davvero frequente vedere raffigurazioni in cui la Madonna allatta (!) peccatori (!) destinati alla dannazione eterna (!), oppure spruzza schizzi di latte sulle fiamme dell’Inferno per mitigare le sofferenze dei dannati.

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Anonimo, “San Francesco salva le anime dei peccatori”

E al di là dell’imbarazzo che ci prende nel vedere la Madonna in desabillè, uno potrebbe ancor più scandalizzarsi dicendo: wè bella, ma come ti permetti di alleviare le pene dei dannati, quando Dio Onnipotente, che sta sopra di te, ha legiferato che i dannati hanno da soffrire?
Ebbene, questo malcostume di romper le uova nel paniere al Padreterno era molto diffuso nel Paradiso medievale, giacché esistono anche rappresentazioni di altri santi (ad esempio San Francesco, in questo specifico caso) che si permettono di estrarre i dannati dalle fiamme dell’inferno facendo segno di attaccarsi a uno scapolare, un cingolo, un rosario…

***

Ancor più frequente (ma non meno irriverente nei confronti dell’Onnipotente) è la rappresentazione della “Madonna del Mantello”. Anche nota come “Madonna della Mercede”, la raffigurazione mostra la Vergine Maria nell’atto di spalancare il suo mantello ed accogliervi, al di sotto, i fedeli inginocchiati. Molto carina e molto dolce l’immagine moderna dell’umanità inginocchiata ai piedi di Maria: ma cosa succedeva veramente al di sopra di quel mantello, quando il topos iconografico ha cominciato a svilupparsi?

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“Madonna della Misericordia” di Bartolomeo Caporali. Si noti Dio nell’atto di scagliare tre frecce sull’umanità, protetta dalle schiere dei Santi e dal manto della Vergine

Sopra al mantello di Maria succedeva la qualunque, e la cosa allarmante è che succedeva per mano di Dio Padre. Sono frequentissime (davvero! Frequentissime!) le raffigurazioni in cui l’Onnipotente sta per lanciare sull’umanità i suoi dardi e la Vergine pone il suo mantello a protezione degli uomini. E infatti, proprio contro quel mantello si infrangono, ad una ad una, tutte le frecce scagliate da un Dio adirato: i devoti di Maria sono così protetti da una vasta serie di catastrofi e di prove fisiche.
Nel celebre affresco della chiesa di San Gimignano, è addirittura il santo patrono (!) ad arrogarsi il diritto di pestare i piedi e dire a Dio: “gnò! Sul mio paese, la pestilenza non ce la mandi!”.

Concordo, è ridicolo, ma ne capisco anche il senso. In un mondo in cui sappiamo tutti che i mali esistono (e che Dio, per i suoi imperscrutabili disegni, ne consente la diffusione), non sarebbe confortante illudersi di avere un protettore extra che riuscirà davvero a garantirci l’incolumità?

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San Sebastiano protegge dalla pestilenza gli abitanti di San Gimignano

Confortante, non c’è dubbio… ma anche un tantinello ereticale, com’è evidente.
Già il messaggio sotteso non è dei più lineari. Ad aggravar le cose, le rappresentazioni grafiche della Madonna come corredentrice diventano anche alquanto imbarazzanti.

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Gesù e la Madonna intercedono a favore dell’umanità, nell’affresco della chiesa di S. Agostino a San Gimignano (dettaglio)

“Ma che mi rappresenta ‘sta Madonna seminuda che mi sventola il seno davanti agli occhi dell’Onnipotente??”, si chiedevano, comprensibilmente, i prelati che non avevano dimestichezza con questa rappresentazione, inorridendo davanti ad affreschi come quello – già citato – che troviamo a San Gimignano.
Vagliela a spiegare, a uno che non è pratico, la metafora della misericordia come un fiotto di latte fresco che esce dal seno della nostra Madre Misericordiosa. Vaglielo a spiegare, che in questo affresco non siamo di fronte a uno spogliarello, ma stiamo guardando Gesù Cristo e la Madonna che (l’uno indicando la ferita sul costato, l’altra scoprendosi il seno con cui ha nutrito l’Altissimo) sfruttano i “meriti” che hanno accumulato davanti a Dio per ottenere da lui una grazia.
Vaglielo a spiegare, di fronte a un dipinto così ambiguo.
E comunque non è detto che la spiegazione soddisfi l’esterrefatto osservatore – perché non è che puoi mettere Gesù e la Madonna proprio allo stesso piano; e non va neanche bene rappresentare Dio come un trio di schizofrenici che litigano tra di loro.

***

Con i dettami della Controriforma, queste visioni scompaiono (quantomeno a livello grafico).
La belligerante Regina dell’Universo con mantello da Superwoman lascia lo spazio a una pia Vergine tutta presa dalle sue attività domestiche di moglie e madre. Anche la raffigurazione dei santi viene tipizzata, mettendo da parte qualsiasi elemento che li possa far apparire “in concorrenza”, o peggio ancora “in lite”, col Padreterno.
Quant a Lui, comincia a mostrarsi un po’ più paterno, un po’ più gentile: un po’ meno giudice inflessibile, e un po’ più babbo affettuoso. Ché evidentemente ce n’era bisogno, se si era arrivati agli eccessi di cui sopra.

Ma Maria Superwoman non è mai scomparsa del tutto. Questa visione popolare della Madonna come corredentrice, che con la sua dolcezza materna può mitigare la rigidità del Padre assicurando la salvezza anche a relitti di galera, sopravvive ancora, di tanto in tanto, nella religiosità e nelle devozioni popolari.

E, a quanto pare, anche nelle piantagioni di mandarini che spadono il loro profumo nei campi assolati del Sud Italia.

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Il manto della Madonna (e il suo dolcissimo sguardo materno) in Bartolomeo Caporali: dettaglio
Vite di Santi e Beati

Ma le canonizzazioni sono infallibili?

Verrebbe da far battute sulle vite che devono avere i lettori di questo blog, per arrovellarsi costantemente su questioni come quella di cui sopra. Eppure, quella che leggete nel titolo è una delle domande che più frequentemente mi vengono poste: ma quando la Chiesa canonizza un santo, questa affermazione è da intendersi come infallibile?

Spiace dire che la domanda viene sollevata perlopiù da persone che sperano in una riposta negativa. Sui siti dedicati, moltissimi (ma proprio moltissimi) si ponevano questa domanda all’epoca della canonizzazione di Giovanni Paolo II e Giovanni XXIII, due papi che vengono considerati assai poco santi da certe frange filo-scismatiche ultra-tradizionaliste.

Eppure, anche quando viene posta con questi polemici “secondi fini”, la domanda è pur sempre interessante. Posto che, emanando un decreto di canonizzazione, la Chiesa sta sostanzialmente dichiarando che Tizio, novello santo, si trova in Paradiso… quest’affermazione è infallibile?
Domanda bis: qualcosa può andare storto, in un processo di canonizzazione? È possibile che la Chiesa dichiari santo un tale che invece sta all’inferno? O lo Spirito Santo la sorregge in questo, impedendole di prendere una cantonata?

La domanda è intrigante, per l’appunto, e capace di accendere vive discussioni. Io, incuriosita dal tema, ho cercato di dipanare il bandolo della matassa basandomi su quello che mi sembrava il testo più autorevole in circolazione: il libro di testo dello Studium che prepara i dipendenti della Congregazione per le Cause dei Santi.

***

Iniziamo da un punto fermo: è noto che la Chiesa gode dell’assistenza dello Spirito Santo per custodire il depositum fidei e per esporlo correttamente ai fedeli. La Chiesa può dunque agire infallibilmente nel definire dottrine relative alla fede.
Il caso dei Santi, però, è leggermente diverso. Che Tizio abbia vissuto da buon cristiano e sia adesso in Paradiso non è il fulcro della fede cattolica: è un dettaglio molto specifico e, se vogliamo, anche marginale. In particolare, la Congregazione per le cause dei Santi lo definisce un “fatto, in se stesso contingente, estraneo al deposito della fede e senza relazione necessaria con esso, ma che ha qualche rapporto con una dottrina da affermare”.
Ebbene: nel parlare di questi “fatti in se stessi contingenti”, la Chiesa è o non è infallibile?

Il librone su cui mi baso fa una interessante osservazione: lasciamo perdere per un attimo i santi; concentriamoci sugli eretici conclamati, che si trovano in una situazione speculare rispetto ai canonizzati.

Da sempre, la Chiesa si è riservata il diritto/dovere di condannare apertamente non solo le eresie in senso astratto, ma anche i singoli individui che delle eresie si fanno promotori.

Su che cosa si fonda questo comportamento della Chiesa? Sul fatto che il suo Fondatore le ha promesso la sua presenza e le ha fornito tutti i mezzi necessari per lo svolgimento della propria missione.

E la missione della Chiesa sarebbe gravemente inadempiuta se essa lasciasse i suoi fedeli nell’incertezza di quale sia la strada “giusta” da seguire. A fini pastorali, non basta pubblicare online astruse prolusioni in cui si dice che non è bene essere gnostici (“e che è uno gnostico?”, si chiede giustamente la casalinga di Voghera): è indispensabile indicare pubblicamente tutti i predicatori che diffondono l’eresia. Occorre insomma che i fedeli siano messi nella condizione di sapere che don Peppino, predicando certe assurdità, si pone indubitabilmente in una posizione irregolare – quindi, se avete a cuore la salvezza della vostra anima, cari amici, non dategli retta.
Una posizione chiara, netta, che non lascia spazio a dubbi e che potrebbe certamente salvare molte anime: in questo – sono tutti concordi – la Chiesa agisce in maniera infallibile.
Del resto, stabilito infallibilmente un fatto di fede (“lo gnosticismo è un’eresia”) è ragionevole pensare di essere infallibili anche nell’affermare un fatto collaterale che da ciò direttamente deriva (“Don Peppino, che predica lo gnosticismo, in questo momento si trova in grossi guai col Padreterno”).

E ok.
E a questo punto, molti dicono: se la Chiesa può infallibilmente affermare che Don Peppino è eretico (il che di per sè non è depositum fidei, bensì un fatto  contingente), allora, può allo stesso modo affermare che Don Peppone è un santo (e anche questo non sarà depositum fidei, bensì un fatto contingente).

Ma siamo poi così sicuri che per i santi valga lo stesso discorso?

Se la Chiesa stabilisce, senza alcun dubbio con infallibilità, il  fatto di fede per cui “chi pratica le virtù cristiane finisce in Paradiso”, è ragionevole pensare che sia altrettanto infallibile nell’affermare il fatto collaterale per cui “Tizio ha praticato le virtù cristiane con grado eroico, e quindi è indubitabilmente in Paradiso”?

Alcuni dicono di sì.
La Congregazione per le Cause dei Santi, sorprendentemente, sembra propendere per il no.

Perché… in fin dei conti cosa ne sai, di come ha realmente vissuto Tizio, e di dove si trova in questo momento la sua anima?
Ok, c’è il processo di canonizzazione che dovrebbe garantire al giudizio un certo grado di attendibilità; ok, ci sono uno/due miracoli a cui indubitabilmente va dato un enorme peso… ma tutto questo comporta davvero infallibilità?
Perché ci sia infallibilità, occorrebbe affermare che lo Spirito Santo sorregge la Chiesa in questo processo, a motivo dei gravi pericoli che una erronea canonizzazione comporterebbe per la salvezza delle anime.
Ma questi gravi pericoli sono poi così gravi?
In effetti no, secondo la Congregazione per le Cause dei Santi, che scrive:

Il caso della canonizzazione non è esattamente simile a quello della condanna di un eretico. Nel caso della condanna, è chiaro che siamo di fronte a un grave pericolo per la fede dei cristiani e che l’individuazione precisa di tale pericolo è necessaria alla preservazione di questa fede.
Quando si tratta di canonizzazione, invece, non troviamo niente di tutto questo. Si tratta di un movimento spontaneo della Chiesa che ritiene bene di proporre qualcuno alla venerazione dei fedeli. In caso di errore, non ne conseguirebbe un danno mortale per la fede, anche se ciò sarebbe evidentemente molto spiacevole.
In altre parole, che i fedeli si pongano a seguito di Lutero, sarebbe di mortale gravità per loro; che venerino, per assurdo, un santo che in realtà fosse all’inferno, non ha tale gravità e può ugualmente aiutare la loro vita cristiana.

(Ovvero: se la famiglia di Maria Goretti, per assurdo, fosse sempre riuscita a tenerci nascosto che la ragazzina era in realtà un pappone che gestiva il racket della prostituzione, l’ignorare questo dettaglio non pregiudicherebbe la mia fede: io ammiro Maria Goretti per le virtù cristiane che le sono attribuite. Poi se in realtà non ce le aveva, son fatti suoi: intanto, la lezione di catechismo in cui si parlava delle martire della purezza ha comunque fatto presa su di me). (Senza offesa, Maria Goretti).

È anche per questo che la Chiesa, dopo aver espunto dal martirologio alcuni santi dalla storicità dubbia, non si danna più tanto per soffocarne il culto popolare:

Non c’è nemmeno motivo di pensare che le preghiere indirizzate mediante l’intercessione di questi pseudo-santi rimangano necessariamente vane. […] Si capisce che Dio esaudisca delle preghiere che, in mancanza dell’intermediario, vanno direttamente a lui.
Perciò, non essendo la canonizzazione di una persona necessaria alla custodia e difesa del deposito della fede, non sembra che la materia della canonizzazione sia tale da poter essere soggetta all’infallibilità.

***

Nel suo manuale, la Congregazione per le Cause dei Santi previene due possibili obiezioni a questa tesi:

1)      “Lex orandi, lex credendi”: poiché la Chiesa venera i santi nella sua liturgia, allora dobbiamo presumere che i santi siano indubitabilmente tali.
…non è mica così vero, argomenta la Congregazione: intanto, la Chiesa ammette il culto locale anche di santi provenienti da epoche remote, sulla cui storicità nessuno metterebbe la firma.
In secondo luogo, c’è anche da tenere in considerazione che il Papa concede ai fedeli un culto liturgico in onore dei beati, ma senza minimamente voler con ciò affermare che gli individui celebrati in questa liturgia sono da considerarsi santi.
La venerazione liturgica verso i santi non è da considerarsi di per sè una prova.

2)      La formula pronunciata dal Papa nella cerimonia di canonizzazione sembra alquanto solenne: non dice “sì, boh, forse”.
Ammetto che questa sembra anche a me una questione di lana caprina, ma la Congregazione per le Cause dei Santi sottolinea che, nella formula di canonizzazione, il Papa si limita a dire che “Tizio è un santo”; non si spinge al dire “i fedeli devono obbligatoriamente credere che Tizio è un santo”.
Sembra un arrampicarsi sugli specchi, ma invece no: ad esempio, quando un Papa proclama infallibilmente un dogma, specifica che ogni fedele è obbligatoriamente tenuto a crederci – ed è tenuto a crederci de fide divina, cioè come se queste dottrine gli fossero rivelate da Dio stesso.
Nella formula di canonizzazione non è presente niente di tutto questo, e tutt’al più si trovano formularii tipo “quanto da Noi stabilito in questa lettera è Nostra volontà che risulti stabilmente valido, senza disposizioni in senso contrario”.
Ma questo sembrerebbe più che altro voler dire che se io Papa canonizzo Tizio, tu cardinale non puoi metterti a piantar rogne vietando ai fedeli di venerarlo, o urlando col megafono in Piazza San Pietro che Tizio è in realtà all’inferno. Sembra riferirsi a questioni pratiche, più che a verità di fede: nessuno si azzardi a ostacolare il culto del santo che io Papa ho appena proclamato.

Morale della favola? “Tana libera tutti”, e se a me sta antipatica Madre Teresa posso sentirmi autorizzata a non riconoscerla come santa?

Beh… dopo tutta questa pappardella, potrebbe stupirvi sapere che la risposta è “sì e no”, anzi “più no che sì”.

Intanto, c’è la questione di cui abbiamo appena parlato: se il Papa proclama un santo, i fedeli sono tenuti ad aderire a questa disposizione, senza ostacolare il culto.
Secondo: se diamo valore ai pronunciamenti del Santo Padre, c’è un Papa nello specifico che ha usato parole molto chiare circa l’annosa questione.

Interrogato sull’infallibilità delle canonizzazioni, Papa Benedetto XIV distingueva due punti chiave: uno, le canonizzazioni sono fallibili o infallibili?
E rispondeva:

A noi sembra che ciascuna delle due opinioni debba essere lasciata alla sua propria probabilità, finché la Sede Apostolica non esprima il suo giudizio

(che non mi risulta abbia mai espresso).

Seconda domanda: è dunque possibile e lecito affermare che un santo non è salvo (…e/o, magari, sta pure all’Inferno)?
E rispondeva:

Colui che osi affermare che il Pontefice, in questa o in quella canonizzazione, abbia errato, e che questo o quel Santo da lui canonizzato non vada venerato con culto di dulia, [noi lo] dichiareremo arrecatore di scandalo all’intera Chiesa, e, se non eretico, quanto meno sconsiderato, oltraggioso nei confronti dei Santi, compiacente verso gli eretici che rifiutano l’autorità della Chiesa nella canonizzazione dei Santi, e in odore di eresia, in quanto spiana la strada degli infedeli alla derisione dei fedeli.

‘nsomma: sembra che la Chiesa non sia infallibile, nell’atto di canonizzare un santo. E in linea puramente teorica potrebbe anche darsi che (nonostante il rigido processo, nonostante il sigillo dei miracoli…) la Chiesa sbagli, e additi come santo un individuo che in realtà sta all’Inferno.
però, queste sono tutte questioni teologiche fini a se stesse: perché, fino a prova contraria, a noi fedeli viene chiesto di prestare fede alla nostra Santa Madre Chiesa.
E se il Papa ti canonizza quel tizio che proprio non puoi vedere… liberissimo di fare una faccia scettica nell’intimo del tuo salotto, ma per cortesia non andare in giro a seminare scandalo tra i tuoi fratelli di fede.

Vite di Santi e Beati

[Ma che sant’uomo!] Un minuto di silenzio per Flora Ratisbonne

I Romani conoscono sicuramente questa storia, e penso che anche al di fuori dell’Urbe molti abbiano già sentito parlare della conversione miracolosa dell’ebreo Alfonso operata, esattamente 175 anni fa, nella chiesa di Sant’Andrea delle Fratte.
La sintetizzo brevemente per chi non sapesse di cosa sto parlando: a poca distanza da Piazza di Spagna esiste ancor oggi una bella chiesa intitolata – appunto – a Sant’Andrea. Oggigiorno, però, i più la conoscono come “santuario della Madonna del Miracolo”. E il miracolo è per l’appunto questo: il 20 gennaio 1842, un commerciante ebreo in vacanza a Roma entra in chiesa per cinque-minuti-cinque, accompagnando un suo amico cattolico che doveva prenotare una Messa in suffragio. E zacchete, mentre l’ebreo passeggia lungo la navata, viene letteralmente fulminato “sulla via di Damasco”: gli appare la Madonna, e da lì è una conversione-lampo. In capo a dieci giorni, chiede di ricevere il battesimo; segue un radicale mutamento di vita, che lo porta a morire, molti più anni più tardi, in Terra Santa, in odor di santità.
E, soprattutto, in abito talare.

E fin qui, è la storia nota a tutti.
Un po’ meno note sono forse le vicende della “vittima collaterale” di cotanta grazia: sì, perché non tutti sanno che l’ebreo era a un passo dalle nozze, prima che la Madonna decidesse di stravolgergli la vita.

E il fatto che il sant’uomo sia morto sacerdote, è indizio del fatto che – se posso fare una battuta – la Madonna dovrebbe quantomeno dare qualche spiegazione a ‘sta povera ragazza, che tutta emozionata si stava confezionando l’abito da sposa… per poi scoprire che, toh guarda, Qualcuno ha cambiato le carte in tavola.

***

Cominciamo questa storia con una premessa doverosa: prima di convertirsi al cattolicesimo, Alfonso Ratisbonne era ebreo più per genealogia, che per religione. Uno magari legge la storia riassunta in due righe sul depliant informativo e pensa “ah, ok, guarda ‘sto bravo ebreo praticante che scopre di botto la venuta del Messia”: no no, alla faccia del praticante, questo qui non aveva mai letto la Bibbia in vita sua! Se ne infischiava della religione, era un impunito gaudente: fosse vissuto ai nostri giorni, sarebbe stato probabilmente uno di quei ragazzotti supponenti che credono di essere sempre nel giusto, si fanno le canne (e magari anche qualcosa di più pesante), si ubriacano in discoteca, e saltano da un letto all’altro.

Ai fini della nostra storia, io non so se Alfonso fosse mai finito nel letto di un’altra donna… ma sicuramente, di donne, ne aveva avuta una caterva. Sotto un certo punto di vista, si potrebbe dire che due sono state le donne che hanno operato miracoli nella vita di Alfonso: prima ancora che dall’incontro con Maria, la sua vita era stata cambiata dall’incontro con Flora, la sua fidanzata, nonché l’unica donna che lui avesse mai veramente amato.  “La vista della mia fidanzata”, scriverà più tardi il convertito, “svegliava in me non so quale sentimento della dignità umana”.
Era probabilmente la prima volta della sua vita.

Se per caso vi è balzato all’occhio il fatto che i due portavano lo stesso cognome, beh, non è una coincidenza: Flora era la giovane nipote di Alfonso. Diciamo che però era una nipote “per modo di dire” (era stata adottata da bambina), e forse anche per questo la famiglia non fece ostruzionismo, quando Alfonso dichiarò pubblicamente il suo amore per la ragazzina.

Oh cielo: a leggere fra le righe, mi verrebbe da dire che la famiglia non fu nemmeno particolarmente entusiasta, a onor del vero.
Intanto, Alfonso andava per i ventotto e Flora era una sedicenne.
Un po’ di differenza d’età non fa mai male, ma dodici anni di differenza cominciano ad essere un bel divario; perdipiù, sedici anni sono proprio pochini a prescindere: persino la legge vietava il matrimonio con una ragazza così giovane.
E oltre a questo, in famiglia, probabilmente ci stava pure la preoccupazione per i trascorsi di ‘sto scapolone impenitente, che adesso sembrava aver messo la testa a posto… ma che aveva pur sempre passato gli ultimi dieci anni a darsi a fare il tombeur de femmes.

‘nsomma: Flora era troppo giovane per sposarsi, e i suoi genitori non dormivano mica tanto tranquilli, pensando a questa casta figliola, virginal fiore di purezza, innamorata follemente di un supermacho con dei trascorsi, e costretta ad aspettare anni prima del matrimonio. Un vecchio proverbio recita che “la paglia vicino al fuoco brucia”, e la famiglia, secondo me, voleva evitare un prematuro incendio.

E fu così che Alfonso fu mandato in Erasmus.

Come capitava spesso ai giovani provenienti da famiglie molto benestanti, Alfonso fu invitato a fare un lungo tour in giro per l’Europa, tutto a spese della famiglia. “Pensa che bello: vedi nuovi posti, conosci nuove culture, impari le lingue, ti sarà tutto così tanto utile per il lavoro; del resto ‘ste cose non potrai mica più farle, quando comincerai ad avere figli. E intanto ti mandiamo al caldo a respirare aria buona, ché ‘sto inverno poveraccio c’hai avuto un malanno dietro l’altro; ti prendi questo break, e torni giusto in tempo per organizzare il matrimonio…”.
Chi non accetterebbe?
Io avrei accettato!
E infatti Alfonso non se lo fece ripetere due volte, e partì per questo lungo viaggio in giro per il Mediterraneo. Prima tappa, la Costa Azzura; meta finale, Costantinopoli.

Ora, voi mettetevi nei panni di ‘sta pora fidanzata che viene a sapere di punto in bianco che il suo amato partirà per un lungo viaggio attorno al mondo.
Non so se Flora fosse gelosa o possessiva, ma ‘nsomma, al posto suo io avrei anche cominciato a preoccuparmi: ognuno si merita la fiducia che s’è guadagnato, e Alfonso era pur sempre un gaudente che adesso diceva di avere intenzioni serie, ma all’atto pratico chissà…
Eppure, la ragazza affrontò la questione con una certa dignità, e impose al Alfonso un solo divieto. “Ti prego, amore, ti chiedo solo questo: se vuoi che io sia serena, non andare a Roma”.

‘ndò ha avuto luogo la conversione miracolosa?
Anfatti.
A Roma.

***

Per una duplice ragione, Flora aveva pregato il suo fidanzato di evitare Roma: punto primo, in quegli anni la città era funestata dalla malaria; punto secondo, la ragazza era un’ebrea molto praticante, e nutriva un vibrante sentimento anticattolico ed antipapista. A lei, Roma faceva accapponar la pelle al solo pensiero – c’è quella disgustosa idolatria cattolica, il papa cattivo confina gli ebrei nel ghetto, e poi l’ATAC fa schifo, è pieno di guano ovunque, l’albero di Natale della Raggi è ‘na mestizia unica, i centurioni abusivi palpano il sedere alle turiste…

(Conoscete il pregevole blog “Roma fa schifo”? Io lo amo. È una lettura esilarante).

‘nsomma: una cosa ti aveva chiesto la tua promessa sposa, Alfonso. Una cosa.
Potevi girare tutto il mondo e fare quel che cavolo volevi, solo una cosa non dovevi farle: in nome dell’amore che vi legava, dovevi evitare la città di Roma.
E tu che fai, o uomo dal multiforme ingenio?
Prenoti un treno per Roma, e hai pure la faccia tosta di scrivere a Flora che ohibò non hai proprio idea di come ci sei finito, nella Città Eterna: “credo di aver sbagliato strada!”, dici testualmente alla pora donna.
(No ma giusto. Tu stai andando a Costaninopoli e sbagli strada, e prima ancora di rendertene conto, ohibò, ti trovi davanti al Colosseo. A me capita di continuo: l’altro giorno dovevo andare al lavoro, ero sovrappensiero, ho sbagliato strada, e son finita a Stoccolma)

***

Per la cronaca, la versione ufficiale sarebbe questa: in teoria, il candido Alfonso voleva andare in Sicilia, ma per ragioni non chiarite (o che comunque io non conosco) il piroscafo su cui avrebbe dovuto viaggiare si trovava impossibilitato a partire. Alfonso si dirige all’Agenzia Viaggi per Palermo per prenotare un posto su un altro vapore, ma ohibò sbaglia strada e va allo sportello dell’Ufficio Diligenze per Roma.
Ora, non mi è chiaro se ‘sto genio abbia semplicemente detto “mi dia il primo biglietto” senza manco controllare dove stava andando, o se, resosi conto di aver perso tre ore in coda allo sportello sbagliato, abbia pensato ‘sai che c’è? A ‘sto punto vado a Roma, e Flora se ne farà una ragione’.
Comunque sia, mi sembra evidente che Flora condivideva un dramma comune a molte sorelle di sventura, cioè essersi messa assieme a un maschio con un senso pratico che rasentava livelli da encefalogramma piatto.

Fatto sta che Alfonso arriva a Roma il 5 gennaio e, nella Città Eterna, soggiorna per un bel po’ di tempo – singolare scelta di autopunizione, per uno che in tutte le lettere a casa continua a ripetere quanto sia ripugnante e antisemita questa orribile città…
Per non parlare poi dal sacrifizio costituito dalla quotidiana frequentazione di quei suoi conoscenti che aveva a Roma, e con cui sistematicamente si dava a cene e passeggiate in compagnia. ‘na barba pover’uomo, e pensate che il misero Alfonso si trascina in questa grama situazione per settimane…

***

Un amico in particolare, impensieriva l’attonita Flora. Era un certo Gustavo, che era stato compagno di scuola di Alfonso prima di trasferirsi in Italia per lavoro.
Io me lo immagino, Alfonso, tutto serio e compito, guardando negli occhi la sua fidanzata e tenendo dolcemente le sue manine: “nonnò amore, ma che, te pare? Figuriamoci se, una volta arrivato in Italia, prendo contatto con Gustavo. Amò. Lo so bene che ti sta antipatico. Non lo farei mai”.
Eppure ohibò ecco un altro tragico imprevisto: oltre ad aver avuto la jella di sbagliare strada e finire a Roma, Alfonso ebbe la jella cosmica di incontrare per strada per puro caso il suo vecchio compagno di scuola.

Mettiamola così: se tutto questo non era un piano premeditato del baldo giovine, la Provvidenza non gli sta facendo fare una gran figura come fidanzato.

***

Riassumendo, lo stato è questo: Alfonso, accidentalmente nella Città Eterna, riceve accidentalmente un invito a cena dalla famiglia di Gustavo.
E rifiuta, eh!
Prima temporeggia, e poi si presenta a casa di Gustavo per consegnare al maggiordomo un biglietto di scuse con cui esprime rincrescimento per non poter accettare l’invito, ma purtroppo ha dovuto anticipare la partenza.

Accidentalmente Alfonso non parla l’Italiano e il maggiordomo non capisce una parola di Francese. Cosicché, lost in translation, il domestico decide che la cosa migliore da fare con un estraneo che bussa al portone dicendo cose incomprensibili in un idioma sconosciuto, sia, ovviamente, farlo accomodare in salotto e annunciare al padrone la visita di un ospite.
(…meno male che all’epoca non c’erano ancora quelli che ti suonano alla porta per vedere la bolletta della luce, sennò sai le comiche in quel palazzo…).

E così Alfonso si trova lì, a faccia a faccia col Nemico Giurato Della Sua Promessa Sposa: e che ti fa?
Giustamente, accetta di fermarsi a cena.

***

Ma cosa aveva fatto a Flora il povero Gustavo, per meritarsi così tanta diffidenza? Le aveva insultato la nonna? Le aveva investito il gatto?
No, peggio: era figlio di un uomo che, da protestante che era, si era recentemente convertito al cattolicesimo. E come tutti i credenti freschi di conversione, era anche particolarmente insistente sul versante apostolato – roba che i Testimoni di Geova ai loro tempi migliori impallidiscono, al confronto.
E infatti, durante la cena, il padre di Gustavo comincia a tempestare Alfonso di domande, provocazioni e punzecchiature. Non dico che rischiarono quasi di venire alle mani, ma dico (perché lo riportano le fonti) che volarono parole pesanti, anche alla presenza di bambini piccoli. Fino a che, “nel tentativo di rasserenare gli animi” (…o quantomeno, così dicono le fonti) il padre di Gustavo sfidò Alfonso con una piccola scommessa: se davvero riteneva che il cattolicesimo fosse solo una superstizione, accettava di indossare una medaglietta della Madonna?
Se era solo un simbolo come tanti privo di alcun valore, mica c’era problema alcuno: no?

Secondo me gli animi si rasserenavano meglio con un bicchiere di amaro, ma mi vien da pensare che quella comitiva avesse un tasso alcolemico già abbastanza alto in partenza, visto che Alfonso accettò prontamente la scommessa… per la qual motivazione?
Cito testualmente dagli scritti autografi di Alfonso: “consentii a prendere la medaglia, come una prova autentica che avrei offerto alla mia fidanzata”, perché “quella scena poteva divenire un delizioso capitolo delle mie impressioni di viaggio”.

Hint per mio marito, casomai stesse leggendo: se io ti prego e supplico e scongiuro di non frequentare più quel tuo amico satanista, e tu ci vai a cena assieme, e accetti che lui ti regali dei simboli satanici che poi mi offri tutto giulivo come delizioso ricordo di viaggio, ecco, in verità ti dico: potrebbe non essere una grande idea.

E insomma, da lì succede tutto il patatrac: vengono tradizionalmente attribuite proprio a quella medaglietta miracolosa, l’apparizione della Vergine, lo shock di Alfonso, la sua conversione lampo.

***

E la povera Flora? Al termine di questa incredibile catena di per lei sciagurati eventi?
Tanto per cominciare, la figliola riceve, il 21 gennaio, una lettera così fantasticamente delirante che vale la pena di riportarla per esteso:

Mia carissima,

Tu starai per credermi pazzo. Tre volte io ti ho annunziato la mia partenza per la Sicilia e Malta, e tre volte, senza potermi dare ragione io stesso di quel che accade in me, succede che, sul punto di partire, Roma mi attrae, Roma mi seduce, Roma mi tiene. […] A Roma, senza maestri, senza libri, ho imparato di più in pochi giorni, anzi posso pur dire in poche ore, di quanto potessi imparare in tutta la mia vita, se non vi fossi venuto. Unisci, mia cara, le tue preghiere alle mie per renderne grazie a Dio.
Tu stupisci, mia Flora, del tono serio e religioso della mia lettera. Essa contrasta in modo meraviglioso e prodigioso con le bestemmie d’ogni fatta, che ho proferite nelle mie lettere precedenti, logica conseguenza della mia irreligiosità e dell’empia atmosfera in mezzo a cui vivevo. Ebbene, Flora mia, è un miracolo nel vero senso di questo vocabolo; è un miracolo inaudito quello a cui debbo un così repentino cambiamento; è per mezzo di un miracolo che si è riempito il vuoto che c’era dentro di me; è per un miracolo che io sono ora il più felice degli uomini…

Ti ripeto, mia cara Flora, che io non sono pazzo… Te lo giuro, le disposizioni improvvise nelle quali mi trovo, non sono dovute che a un miracolo. […] Questo miracolo tu lo conoscerai; io non voglio parlartene oggi, non perché ti creda indegna di conoscerlo, ma perché occorre che tu sia preparata ad aggiungervi fede…”.

(Firmato) Maria Alfonso Ratisbonne

Ora, voi mettetevi nei panni di una povera ragazza che, avendo passato gli ultimi quindici giorni della sua vita a sentirsi vagamente presa in giro da uno che scrive robe tipo “Roma mi attrae, mi seduce, mi tiene”, adesso riceve dal suo promesso sposo ‘sto biglietto inquietante che parla di miracoli che gli hanno radicalmente sconvolto la vita, epperò non voglio parlartene oggi perché poverina non mi sembri pronta.
No, ma io dico.

Il miracolo venne descritto con maggior dettaglio al padre della povera Flora, la quale, messa al corrente dei fatti, ebbe l’unica reazione possibile in quelle circostanze. Pensò:

A) ok, questo è impazzito nel senso clinico del termine
B) alternativamente s’è trovato un’altra, è da giorni che si comporta da idiota nel tentativo di farsi lasciare, e adesso ha pure sganciato la bomba della conversione per darmi il colpo di grazia

La bomba, per il vero, Alfonso non l’aveva ancora sganciata. Sempre rivolgendosi al padre di Flora, il miracolato scriveva poco dopo con angelico candore:

io amo [Flora] di sincero amore, come sempre l’ho amata e amerò. Si presentano due soluzioni: o Flora crederà alla verità di quel che le dirò, o non ci crederà. Se essa ci crede, seguirà necessariamente l’esempio mio; si farà cattolica, il nostro matrimonio avverrà ai piedi dell’altare, davanti a Cristo, e la nostra casa, la nostra felicità, l’educazione morale e religiosa dei nostri figli… attirerà gli altri col nostro esempio.

…no gente, sul serio: un minuto di silenzio per Flora Ratisbonne.
Ma immaginatevi voi nei panni di quella povera ragazza, col fidanzato che parte per un viaggio in giro per il mondo e che dal nulla, senza preavviso, ti comunica, (per posta!), che ha cambiato vita, ha cambiato nome (adesso si firma Maria Alfonso…), ha cambiato religione, e “necessariamente” si aspetta che voi lo seguiate in questi passi.

Ovviamente la famiglia di Flora replicò ad Alfonso con un laconico “ma tu sei scemo”, o qualcosa suppergiù di quel tenore.
E la cosa comica è che Alfonso non si diede manco per vinto: ricevuto lo sconcertato niet da parte della famiglia di lei, ebbe ancora la (ammirevole…) faccia tosta di insistere e di difendersi: “ti giuro, zio, in nome di quanto vi ha di più sacro, che la mia conversione non ha altra causa che un fatto miracoloso… Ti scongiuro, mio caro zio, non mi negar la mia Flora!…”

La poverina, in tutto quel turbinio di sentimenti che doveva avvolgerla in quei giorni, dovette pure accollarsi lo sgradito compito di prendere in mano carta e penna e di scrivere ad Alfonso per fargli capire che, nonostante le sue insistenze, proprio non era cosa. E non una sola volta, dovette scrivere al suo amato!
“Non ti cullare in una inutile speranza”, gli diceva verso metà febbraio; tre settimane dopo doveva ancora rispondere ad altre insistenze: “ora tutto è cambiato: Alfonso di prima è scomparso; Alfonso di oggi, io non posso seguirlo…”.

E mi è solo di parziale consolazione sapere che Flora, qualche tempo più tardi, andò in sposa a un banchiere ebreo che la portò a vivere con sé a Parigi. Nella città del Louvre, la ragazza, ormai diventata Madame Singer, avviò un fiorente caffè letterario da cui influenzò in maniera abbastanza significativa il fior fiore della cultura francese. Toh, guardate qua, ha addirittura una pagina su Wikipedia. È una che conta.
Uno dei miei lettori peraltro mi ha linkato questo bellissimo articolo che parla proprio di Flora e dello shock che la poverina deve aver provato… ma che soprattutto ha il merito di proporre anche una foto della ragazza, un po’ più in là con gli anni:

flora

E Alfonso?
Beh, il finale della storia lo sapete già. Decise di diventare sacerdote – ammettendo peraltro che uno degli sproni iniziali che lo avevano portato a questa scelta era stato il desiderio di smentire i sospetti della sua fidanzata: no, non si era inventato strane storie perché si era invaghito di un’altra donna. E se non poteva avere lei, suo unico e vero amore, almeno poteva dimostrarle di non desiderare nessun’altra al mondo.

Evidentemente non si fece sacerdote solo per quello; ma diciamo che anche quello fu tenuto in considerazione, nelle fasi iniziali del suo discernimento. In una delle sue ultime lettere alla famiglia di lei, scriveva: “se mi si nega Flora, la mia decisione è presa: consacrerò tutta la mia vita a pregare per lei, per voi, e a mortificarmi nel fondo di qualche rigido chiostro”.

…che peraltro, signore che mi leggete: ammettetelo pure voi. Eddai: a suo modo, non è un finale straordinariamente romantico?

Vite di Santi e Beati

[Ma che sant’uomo!] La miseranda storia di Santa Thaney

Secondo John Durkan della Scottish Catholic Historical Association, santa Thaney potrebbe essere definita “il primo caso noto di una donna scozzese vittima di stupro e di violenza domestica, nonché ragazza madre”.
Iniziamo bene.

Mettiamo le mani avanti e diciamo subito che santa Thaney, con ogni probabilità, non è mai esistita. E se anche fosse esistita, possiamo tranquillamente e ragionevolmente augurarci che le cose le siano andate un po’ meno peggio di quanto racconti la sua leggenda. Il martirologio delle isole britanniche, in effetti, è pieno di strane leggende agiografiche riguardanti personaggi tra i più bizzarri, a cui vengono attribuite azioni che hanno più del “magico” che non del “miracoloso”. Vi dico solo che in questa storia vedremo comparire Mago Merlino (!), Re Artù (!) e i cavalieri della Tavola Rotonda (!), e questo dovrebbe bastare per lasciarvi intendere quanto poco credito vada dato alla veridicità di questa “agiografia”.
Però, queste “agiografie” sono così fantasticamente buffe e leggendarie da piacermi in modo folle. E siccome un po’ di suspance non guasta mai, vi lascio con l’interrogativo: come vedrete se continuate a leggere… queste strane storie di santi non piacciono solo a me.

Ordunque, torniamo alla nostra povera santa Thaney, che gli storici scozzesi ci hanno presentato come una specie di pora disgraziata, che al confronto le vittime di femminicidio le fanno un baffo.

Santa Thaney, talora confusa dal folkore con santa Dwynwen del Galles
Santa Thaney, talora confusa dal folkore con santa Dwynwen del Galles

Santa Thaney, secondo la leggenda, era figlia di re Lot del Lothian, re del Lothian (inutilbilmente), ma anche delle Isole Orcadi, e, secondo alcune fonti, della Norvegia. Re Lot, tanto capirci, sembrerebbe essere esistito per davvero: di certo, non è vero che chiamava “zio” Uther di Pendragon, né tantomeno che era cugino di re Artù.
Ça va sans dire, il “vero” re Lot non ha nemmeno messo al mondo ser Galvano, il famoso cavaliere della Tavola Rotonda… ma la leggenda agiografica così ci racconta. E il coinvolgimento di Galvano comincia a farsi interessante al fine di raccontare le disgrazie della povera Santa Thaney, perché Galvano – beh – era un cavaliere della Tavola Rotonda. E i cavalieri della Tavola Rotonda, a parte litigare occasionalmente l’un con l’altro, erano una compagnia coesa e compatta. Capitava spesso, io immagino, che il cavaliere X dicesse agli altri undici “wè raga, domani tutti a casa mia, guardiamo assieme la partita e ci beviamo una birrozza”.

Lo smodato consumo di alcool dopo una partita andata particolarmente bene è, a mio parere, l’unica spiegazione ragionevole per cui il cavaliere Yvain (uno tutto d’un pezzo, eh, a leggere le sue gesta in altre saghe arturiane) decise un bel dì di travestirsi da donna e di entrare, in tal guisa agghindato, nelle camere private delle figlie di re Lot (cioè, delle sorelle di ser Galvano).

Nelle camere private delle figlie di re Lot, si trovava in quel momento la più giovane delle ragazze: la povera, innocente, castissima Thaney. Thaney, a dar retta alla leggende, era particolarmente devota a Maria Vergine, e avrebbe avuto il sogno segreto di consacrarsi a Dio e farsi suora. Consapevole che questo desiderio è difficilmente compatibile con la vita di una principessa reale il cui padre intende espandere il regno a suon di alleanze, Thaney pregava Dio giorno e notte, chiedendogli almeno la grazia di potersi sposare, e mettere al mondo figli, senza però conoscere uomo. Ché a lei, per non saperne niente, ‘sta cosa del sesso faceva proprio molto schifo, e tutto sommato la Madonna era riuscita a partorire senza aver fatto cose, no? Con un po’ di insistenza e con un po’ di fiducia in Dio, forse anche Thaney sarebbe riuscita ad ottenere il miracolo…

Ora, come dire.

Che Dio abbia un grande senso dell’umorismo nell’esaudire le nostre preghiere, credo l’abbiamo già appurato tutti quanti sulla nostra pelle. A Santa Thaney però andò particolarmente male, perché… la poveretta voleva concepire un figlio senza prima conoscere uomo?
Benissimo: Domineddio la prese alla lettera, e fece sì che rimanesse incinta dopo essere stuprata da ser Yvain travestito da donna.
Non so voi ma io ho come la vaga impressione che Thaney non intendesse esattamente questo quando pregava l’Onnipotente, ma – ahò – volsi così colà dove si puote, e quindi prendiamolo per  buono e andiamo oltre.

Il mica-tanto-cavalleresco ser Yvain
Il mica-tanto-cavalleresco ser Yvain

Fatto sta che Thaney, povera stella, era una ragazzina adolescente molto naïve e molto ignorante sulle esatte dinamiche di come nascono i bambini. Questo andò a gioco di ser Yvain, che – sbolliti i fumi dell’alcool, e resosi conto di averla fatta un po’ grossa, stuprando la figlia del padrone di casa – tornò da Thaney travestito da donna e specificò: “comunque non è successo niente eh? Cioè. Lo vedi, eh? Sono ‘na donna. Oppure un angelo, se preferisci. Comunque, decisamente non sono un uomo. Men che meno ho delle vaghe somiglianze fisiche con Yvain l’amico di tuo fratello Galvano, eh! Sia chiaro! Tu non hai fatto sesso con nessun uomo, e comunque men che meno sei stata stuprata da ser Yvain. Mi raccomando, eh! Sii felice e grata e orgogliosa di te stessa, perché quello che t’è appena successo è indice – uhm – della straordinaria benevolenza di Dio nei tuoi confronti”.

Siamo al limite del blasfemo, dite? Cosa si era bevuto l’agiografo prima di scrivere ‘sta roba, mi domandate?
Poraccio, l’agiografo: in realtà cercava di fare di necessità di virtù. Vi do un’anticipazione: il figlio di Thaney e Yvain diventa santo – un santo molto famoso in Scozia – e, di questo santo, il popolino vociferava che fosse nato da una vergine che non aveva mai conosciuto uomo.
Va bene tutto, ma il concepimento virginale 2.0 sembrava un po’ troppo persino per una leggenda agiografica altomedievale, e così ci sarà probabilmente stato un povero monachello che, cercando di conciliare la leggenda popolare con una vaga verosimiglianza storica (…) ritenne che questo escamotage fosse il meno peggio che poteva inventarsi.

Tornando a noi: d’accordo che era naïve e d’accordo che non aveva mai ricevuto, aehm, un’adeguata educazione sessuale, ma non è che santa Thaney se la bevve al 100%. Di essere stata violentata da un uomo travestito da donna – come dire – ebbe quantomeno il vago sentore; però, ad esempio, non ne ebbe mai la certezza. Men che meno, ebbe la certezza dell’identità del suo aggressore. E – giustamente, perché non si mandano in rovina poveri disgraziati solo sulla base di un sospetto – rifiutò ostinatamente di denunciare a suo padre l’accaduto, sperando di poter presto accantonare questo brutto ricordo.
Rifiutò di fare nomi, o quantomeno di scendere nei dettagli sulla dinamica, persino quando fu evidente a tutti che questa pia speranza era solo un’illusione: la povera ragazza era rimasta incinta.

Dagli e dagli, il padre cercò in tutti i modi di capire con chi dovesse prenderla. Trovarsi di fronte a una figlia che a occhi bassi gli raccontava storie improbabili di donne, o forse angeli, che l’avevano visitata nottetempo dicendole che era la prediletta del Signore, dopodiché non avrebbe saputo dire con esattezza quale prodigio si fosse compiuto in lei, non facevano altro che alimentare in re Lot la vaga impressione di esser preso per le terga da una adolescente dissoluta che voleva coprire il suo amante. Preso dalla collera, Lot decise di condannare a morte la donnaccia, e, con notevole senso pratico, ordinò che ella fosse legata come un salame e poi fatta rotolare giù da una collina (??), più precisamente questa:

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che, vorrei dire… non è sicuramente un posto da cui desiderei essere fatta rotolare giù legata come un salame, ma, obiettivamente, non mi sembra nemmeno chissà quale impervia trappola mortale da cui nessuno può sopravvivere. Secondo me veniva meglio buttarla giù da un burrone: siamo pratici.

Fatto sta che santa Thaney, insalamata, incinta e rotolante, arriva prevedibilmente sana e salva alle pendici della collina, dove poche ore dopo viene trovata da un emissario del padre…
…il quale, in tutta risposta, per sbarazzarsi della figlia, cosa fa? Le ficca un coltello in gola e tanti saluti?
No: la insalama di nuovo, la carica su una barca, e la manda alla deriva lungo il corso di un fiume.

Che, anche lì. Non per dire, ma se vuoi condannare a morte qualcuno mandandolo alla deriva, faresti meglio a mandarlo alla deriva in mare, non lungo un fiume che attraversa innumerevoli villaggi scozzesi.
Ché, sai, una tizia insalamata che urla come una pazza a bordo di una barchetta a remi – come dire – si nota. Dovresti metterlo in conto, che qualche pescatore la noti, si incuriosisca, e la raccatti.

E infatti così fu, e santa Thaney venne raccattata. Ma siccome i pescatori scozzesi non sapevano bene cosa farsene, di una principesse reale insalamata e incinta, forse addirittura a seguito di un improbabile evento miracoloso, pensarono bene di sbarazzarsene affidandola a qualcuno che potesse gestire meglio ‘sto delicato incomodo. E quindi, la accompagnarono presso la comunità monastica di san Serf, che viveva con i suoi discepoli a poca distanza.

Ora.
Anche qui.
San Serf è ricordato sul martirologio, gli Scozzesi lo tengono in gran considerazione, e probabilmente è esistito per davvero… ma sicuramente non è quel super-santo descritto dalle agiografie. Tipo: gli storici ritengono improbabile che fosse veramente il figlio del re di Cana e della regina di Arabia (!), o che, durante una vacanza-studio a Roma, avesse colpito i cardinali per l’aura di santità che emanava, al punto tale da convincere i porporati a nominarlo Papa pro-tempore. Dopo sette anni di pontificato, San Serf sarebbe stato un Ratzinger ante litteram dicendo “grazie a tutti, è stato bello, ma io adesso voglio ritirarmi alla quiete monastica” tornando nella sua amata Scozia e fondando, fra le altre cose, la cittadina di Curloss. Ehm.
Anche il fatto che San Serf fosse un cacciatore di draghi, molto diffusi nella zona di Curloss a quell’epoca, e che lui ammazzava con ammirevole rapidità prendendoli a botte col suo bastone pastorale, potrebbe, come dire, essere un dettaglio leggermente fantasioso.

Comunque, mi sembra chiaro che è da mo’ che in questa agiografia stiamo operando la sospensione dell’incredulità, quindi prendiamo tutto per buono, e rendiamoci conto che è in questo contesto che la povera Thaney mette al mondo il suo figlioletto. Il quale cresce all’interno del monastero, circondato da fraticelli e novizi, e avendo in San Serf una sorta di “padre adottivo”.

Poco ci vuole a immaginare come questo ragazzino senta nascere presto dentro di sé la vocazione alla vita sacerdotale: del resto – ve lo già detto – è destinato a diventare santo.
Ancor meno ci vuole a immaginare la ridda di strane leggende para-agiografiche destinate a fiorire attorno alla figura di questo santo, che non aveva nemmeno iniziato a poppare il latte nelle braccia di sua mamma, e già aveva collezionato: una lontana parentela con Re Artù, il DNA di ser Yvain e la “paternità” adottiva di un monaco che, come secondo lavoro, faceva il cacciatore di draghi.
Oh, aveste una vaga idea di tutte le leggende che circondano questo santo!

Anche perché – sapete – il cacciatore di draghi, si era proprio affezionato a questo bimbo. Tant’è vero che gli aveva dato un nomignolo affettuoso, come si fa nelle migliori famiglie. E se il “vero” nome del bambino era Ketingern, il santo passò alla storia col soprannome datogli dal padre adottivo: “mio caro”.
Che, nello scozzese parlato all’epocava, si dice “Mungo”.

Ebbene sì: San Mungo l’abbiamo già incontrato nell’atto di convertire al cattolicesimo niente popò di meno che Mago Merlino, ma forse non conoscevate la sua straordinaria origine. Pronipote di re Artù, figlio di un cavaliere della Tavola Rotonda, “adottato” da un cacciatore di draghi.

Ah: secondo la leggenda, San Mungo era anche un taumaturgo.
Sarà per quello che il Ministero della Magia ha scelto di intitolargli il famoso ospedale che ben conoscono tutti i fan di Harry Potter?

Pillole di Storia · Vite di Santi e Beati

Di come Sua Santità Pio XII finì a pubblicizzare cappellini per signora

Quando il pubblicitario italoamericano Guido Orlando firmò un contratto con l’Istituto di Modisteria d’America, si trovò a dover gestire un bel grattacapo.
Correva l’anno 1958, e le mode stavano inesorabilmente cambiando. Le signore e le signorine che, fino a pochi anni prima, non si sarebbero mai sognate di uscir di casa senza indossare un bel cappello, adesso cominciavano a preferire altri tipi di acconciature.
Erano gli anni del foulard à la Audrey Hepburn; di lì a poco sarebbero diventati famosi i pixie cut, che con i cappellini anni ’40 hanno ben poco a che spartire… insomma: nel settore della modisteria c’era grossa crisi, e i negozi di cappelli stavano chiudendo l’uno dopo l’altro.

L’Istituto di Modisteria d’America, agendo nell’interesse di tutti gli associati, aveva deciso di ingaggiare un pubblicitario di tutto rispetto per tentare di rilanciare negli U.S.A. la moda dei cappelli…
…però, oh: manco un pubblicitario di tutto rispetto può fare miracoli.
Se i gusti cambiano, le mode si evolvono, e le consumatrici non ne vogliono di più sapere di quello specifico prodotto lì (oltretutto, perché le passerelle propongono loro soluzioni più pratiche, più economiche, più modaiole e più attraenti)… ahò: anche il migliore dei pubblicitari, che ci può fare?
A Guido Orlando serviva letteralmente un miracolo; eppure, il buon uomo aveva la ragionevolezza di ammettere che un letterale miracolo era un po’ al di fuori della sua portata…

…però magari era alla portata di qualcun altro!
Tipo, di uno per il quale è attualmente in corso un processo di canonizzazione…

***

Negli ultimi anni della sua vita, il nostro ebbe l’umiltà di descriversi come “il secondo più grande pubblicitario della storia (dopo Goebbels al servizio di Adolph Hitler)”.
Già solo questa frase dovrebbe farvi capire molte cose su Guido Orlando, che era un tipetto niente male… con un coraggio e una faccia di bronzo davvero fuori dal comune. Nessun altro a parte lui, io credo, avrebbe avuto la faccia tosta di architettare questo diabolico piano criminale, ai “danni” di Sua Santità Pio XII (nientemeno!).

Ordunque, facciamo un passo indietro: correva l’anno 1958.
Mancava ancora un po’ di tempo all’indizione del Concilio Vaticano II, che avrebbe abolito l’obbligo (e quindi, fatto cadere in disuso il costume) per cui le donne cattoliche dovevano entrare in chiesa solo e rigorosamente a capo coperto.
Lo specifico, perché oggigiorno tanti potrebbero anche non fare più il collegamento, e invece era proprio così: fino a prima del Concilio Vaticano II, era fatto obbligo a tutte le donne di coprirsi il capo, quando entravano in una chiesa cattolica. Adesso, la scelta di farlo è volontaria e personale, ma fino agli anni ’50 era proprio fatto divieto esplicito di entrare in chiesa a capo scoperto.

Embeh: quel genio del male che aveva nome Guido Orlando, pensò bene di andare in tipografia e farsi stampare un plico di carta da lettere intestata a un fantomatico “Religious Institute of Research”, che avrebbe dovuto essere un centro studi sulla pratica religiosa in Nord America.
Parlando a nome dell’inesistente direttore dell’Istituto inesistente, Guido Orlando indirizzò a papa Pio XII una bella letterina in cui il Santo Padre veniva messo a parte di una ricerca recentemente condotta negli States. I risultati dello studio (che naturalmente, non era mai esistito) erano quantomeno allarmanti: da un recente sondaggio, risultava che più di 20 milioni di donne cattoliche statunitensi andassero abitualmente a Messa, ogni settimana, a capo scoperto.
A nome del presidente dell’Istituto di Ricerca, Orlando informava il papa degli sconcertanti risultati, senza nascondere – sotto il velo di un’algida comunicazione accademica – una punta di sincera preoccupazione. Milioni di donne cattoliche in America infrangono quotidianamente una prescrizione di Santa Romana chiesa, e forse senza neppure sapere di star sbagliando…
Oh, se solo il Santo Padre volesse far sentire la sua voce in proposito, richiamando al dovere le sue dilette figlie in Cristo…

Il Santo Padre, ça va sans dire, ha problemi ben più grossi dei capelli delle signore, quindi il Religious Institute of Research si permetteva di facilitargli la vita suggerendo qualche frase-tipo che Pio XII avrebbe dovuto semplicemente pronunciare, nei tempi e nei modi che avrebbe considerato più opportuni.

Ecco, qualche frase-tipo suppergiù su queste linee:

Dei vari accessori indossati dalle donne oggigiorno, i cappelli contribuiscono significativamente a esaltare la dignità e il decoro della femminilità. È tradizione che le donne portino il cappello in chiesa, come in numerose altre occasioni religiose, e io considero i cappelli una parte propria e fondamentale dell’abbigliamento femminile.

Pio XII soppesò la frase e giudicò che, tutto sommato, era nelle sue corde. In quattro e quattr’otto (un po’ per togliersi il pensiero, un po’ per far fronte alla situazione oggettivamente allarmante che gli era prospettata) diede ordine di incorporare proprio queste precise identiche parole in una raccomandazione che venne pubblicata, con grande risalto, sulle pagine de L’Osservatore Romano.  Il monito papale fu ripreso in numerosi interventi radiofonici e televisivi, in Italia e all’estero, con l’ordine di garantirne una capillare diffusione proprio nelle diocesi statunitensi, che del resto erano quelle che “creavano il problema”.

Mentre tutti i giornali, e le riviste femminili, e le trasmissioni radiofoniche, eccetera eccetera eccetera, tappezzavano da Nord a Sud gli Stati Uniti d’America con lo scoop “PIO XII DICHIARA: IL CAPPELLO È PARTE FONDAMENTALE DELL’ABBIGLIAMENTO FEMMINILE”, Giuseppe Orlando sogghignava sfregandosi le mani.
Nel giro di meno d’un mese, si registrò in tutti gli States un clamoroso boom nelle vendite di cappelli da donna.