Vite di Santi e Beati

Ma le canonizzazioni sono infallibili?

Verrebbe da far battute sulle vite che devono avere i lettori di questo blog, per arrovellarsi costantemente su questioni come quella di cui sopra. Eppure, quella che leggete nel titolo è una delle domande che più frequentemente mi vengono poste: ma quando la Chiesa canonizza un santo, questa affermazione è da intendersi come infallibile?

Spiace dire che la domanda viene sollevata perlopiù da persone che sperano in una riposta negativa. Sui siti dedicati, moltissimi (ma proprio moltissimi) si ponevano questa domanda all’epoca della canonizzazione di Giovanni Paolo II e Giovanni XXIII, due papi che vengono considerati assai poco santi da certe frange filo-scismatiche ultra-tradizionaliste.

Eppure, anche quando viene posta con questi polemici “secondi fini”, la domanda è pur sempre interessante. Posto che, emanando un decreto di canonizzazione, la Chiesa sta sostanzialmente dichiarando che Tizio, novello santo, si trova in Paradiso… quest’affermazione è infallibile?
Domanda bis: qualcosa può andare storto, in un processo di canonizzazione? È possibile che la Chiesa dichiari santo un tale che invece sta all’inferno? O lo Spirito Santo la sorregge in questo, impedendole di prendere una cantonata?

La domanda è intrigante, per l’appunto, e capace di accendere vive discussioni. Io, incuriosita dal tema, ho cercato di dipanare il bandolo della matassa basandomi su quello che mi sembrava il testo più autorevole in circolazione: il libro di testo dello Studium che prepara i dipendenti della Congregazione per le Cause dei Santi.

***

Iniziamo da un punto fermo: è noto che la Chiesa gode dell’assistenza dello Spirito Santo per custodire il depositum fidei e per esporlo correttamente ai fedeli. La Chiesa può dunque agire infallibilmente nel definire dottrine relative alla fede.
Il caso dei Santi, però, è leggermente diverso. Che Tizio abbia vissuto da buon cristiano e sia adesso in Paradiso non è il fulcro della fede cattolica: è un dettaglio molto specifico e, se vogliamo, anche marginale. In particolare, la Congregazione per le cause dei Santi lo definisce un “fatto, in se stesso contingente, estraneo al deposito della fede e senza relazione necessaria con esso, ma che ha qualche rapporto con una dottrina da affermare”.
Ebbene: nel parlare di questi “fatti in se stessi contingenti”, la Chiesa è o non è infallibile?

Il librone su cui mi baso fa una interessante osservazione: lasciamo perdere per un attimo i santi; concentriamoci sugli eretici conclamati, che si trovano in una situazione speculare rispetto ai canonizzati.

Da sempre, la Chiesa si è riservata il diritto/dovere di condannare apertamente non solo le eresie in senso astratto, ma anche i singoli individui che delle eresie si fanno promotori.

Su che cosa si fonda questo comportamento della Chiesa? Sul fatto che il suo Fondatore le ha promesso la sua presenza e le ha fornito tutti i mezzi necessari per lo svolgimento della propria missione.

E la missione della Chiesa sarebbe gravemente inadempiuta se essa lasciasse i suoi fedeli nell’incertezza di quale sia la strada “giusta” da seguire. A fini pastorali, non basta pubblicare online astruse prolusioni in cui si dice che non è bene essere gnostici (“e che è uno gnostico?”, si chiede giustamente la casalinga di Voghera): è indispensabile indicare pubblicamente tutti i predicatori che diffondono l’eresia. Occorre insomma che i fedeli siano messi nella condizione di sapere che don Peppino, predicando certe assurdità, si pone indubitabilmente in una posizione irregolare – quindi, se avete a cuore la salvezza della vostra anima, cari amici, non dategli retta.
Una posizione chiara, netta, che non lascia spazio a dubbi e che potrebbe certamente salvare molte anime: in questo – sono tutti concordi – la Chiesa agisce in maniera infallibile.
Del resto, stabilito infallibilmente un fatto di fede (“lo gnosticismo è un’eresia”) è ragionevole pensare di essere infallibili anche nell’affermare un fatto collaterale che da ciò direttamente deriva (“Don Peppino, che predica lo gnosticismo, in questo momento si trova in grossi guai col Padreterno”).

E ok.
E a questo punto, molti dicono: se la Chiesa può infallibilmente affermare che Don Peppino è eretico (il che di per sè non è depositum fidei, bensì un fatto  contingente), allora, può allo stesso modo affermare che Don Peppone è un santo (e anche questo non sarà depositum fidei, bensì un fatto contingente).

Ma siamo poi così sicuri che per i santi valga lo stesso discorso?

Se la Chiesa stabilisce, senza alcun dubbio con infallibilità, il  fatto di fede per cui “chi pratica le virtù cristiane finisce in Paradiso”, è ragionevole pensare che sia altrettanto infallibile nell’affermare il fatto collaterale per cui “Tizio ha praticato le virtù cristiane con grado eroico, e quindi è indubitabilmente in Paradiso”?

Alcuni dicono di sì.
La Congregazione per le Cause dei Santi, sorprendentemente, sembra propendere per il no.

Perché… in fin dei conti cosa ne sai, di come ha realmente vissuto Tizio, e di dove si trova in questo momento la sua anima?
Ok, c’è il processo di canonizzazione che dovrebbe garantire al giudizio un certo grado di attendibilità; ok, ci sono uno/due miracoli a cui indubitabilmente va dato un enorme peso… ma tutto questo comporta davvero infallibilità?
Perché ci sia infallibilità, occorrebbe affermare che lo Spirito Santo sorregge la Chiesa in questo processo, a motivo dei gravi pericoli che una erronea canonizzazione comporterebbe per la salvezza delle anime.
Ma questi gravi pericoli sono poi così gravi?
In effetti no, secondo la Congregazione per le Cause dei Santi, che scrive:

Il caso della canonizzazione non è esattamente simile a quello della condanna di un eretico. Nel caso della condanna, è chiaro che siamo di fronte a un grave pericolo per la fede dei cristiani e che l’individuazione precisa di tale pericolo è necessaria alla preservazione di questa fede.
Quando si tratta di canonizzazione, invece, non troviamo niente di tutto questo. Si tratta di un movimento spontaneo della Chiesa che ritiene bene di proporre qualcuno alla venerazione dei fedeli. In caso di errore, non ne conseguirebbe un danno mortale per la fede, anche se ciò sarebbe evidentemente molto spiacevole.
In altre parole, che i fedeli si pongano a seguito di Lutero, sarebbe di mortale gravità per loro; che venerino, per assurdo, un santo che in realtà fosse all’inferno, non ha tale gravità e può ugualmente aiutare la loro vita cristiana.

(Ovvero: se la famiglia di Maria Goretti, per assurdo, fosse sempre riuscita a tenerci nascosto che la ragazzina era in realtà un pappone che gestiva il racket della prostituzione, l’ignorare questo dettaglio non pregiudicherebbe la mia fede: io ammiro Maria Goretti per le virtù cristiane che le sono attribuite. Poi se in realtà non ce le aveva, son fatti suoi: intanto, la lezione di catechismo in cui si parlava delle martire della purezza ha comunque fatto presa su di me). (Senza offesa, Maria Goretti).

È anche per questo che la Chiesa, dopo aver espunto dal martirologio alcuni santi dalla storicità dubbia, non si danna più tanto per soffocarne il culto popolare:

Non c’è nemmeno motivo di pensare che le preghiere indirizzate mediante l’intercessione di questi pseudo-santi rimangano necessariamente vane. […] Si capisce che Dio esaudisca delle preghiere che, in mancanza dell’intermediario, vanno direttamente a lui.
Perciò, non essendo la canonizzazione di una persona necessaria alla custodia e difesa del deposito della fede, non sembra che la materia della canonizzazione sia tale da poter essere soggetta all’infallibilità.

***

Nel suo manuale, la Congregazione per le Cause dei Santi previene due possibili obiezioni a questa tesi:

1)      “Lex orandi, lex credendi”: poiché la Chiesa venera i santi nella sua liturgia, allora dobbiamo presumere che i santi siano indubitabilmente tali.
…non è mica così vero, argomenta la Congregazione: intanto, la Chiesa ammette il culto locale anche di santi provenienti da epoche remote, sulla cui storicità nessuno metterebbe la firma.
In secondo luogo, c’è anche da tenere in considerazione che il Papa concede ai fedeli un culto liturgico in onore dei beati, ma senza minimamente voler con ciò affermare che gli individui celebrati in questa liturgia sono da considerarsi santi.
La venerazione liturgica verso i santi non è da considerarsi di per sè una prova.

2)      La formula pronunciata dal Papa nella cerimonia di canonizzazione sembra alquanto solenne: non dice “sì, boh, forse”.
Ammetto che questa sembra anche a me una questione di lana caprina, ma la Congregazione per le Cause dei Santi sottolinea che, nella formula di canonizzazione, il Papa si limita a dire che “Tizio è un santo”; non si spinge al dire “i fedeli devono obbligatoriamente credere che Tizio è un santo”.
Sembra un arrampicarsi sugli specchi, ma invece no: ad esempio, quando un Papa proclama infallibilmente un dogma, specifica che ogni fedele è obbligatoriamente tenuto a crederci – ed è tenuto a crederci de fide divina, cioè come se queste dottrine gli fossero rivelate da Dio stesso.
Nella formula di canonizzazione non è presente niente di tutto questo, e tutt’al più si trovano formularii tipo “quanto da Noi stabilito in questa lettera è Nostra volontà che risulti stabilmente valido, senza disposizioni in senso contrario”.
Ma questo sembrerebbe più che altro voler dire che se io Papa canonizzo Tizio, tu cardinale non puoi metterti a piantar rogne vietando ai fedeli di venerarlo, o urlando col megafono in Piazza San Pietro che Tizio è in realtà all’inferno. Sembra riferirsi a questioni pratiche, più che a verità di fede: nessuno si azzardi a ostacolare il culto del santo che io Papa ho appena proclamato.

Morale della favola? “Tana libera tutti”, e se a me sta antipatica Madre Teresa posso sentirmi autorizzata a non riconoscerla come santa?

Beh… dopo tutta questa pappardella, potrebbe stupirvi sapere che la risposta è “sì e no”, anzi “più no che sì”.

Intanto, c’è la questione di cui abbiamo appena parlato: se il Papa proclama un santo, i fedeli sono tenuti ad aderire a questa disposizione, senza ostacolare il culto.
Secondo: se diamo valore ai pronunciamenti del Santo Padre, c’è un Papa nello specifico che ha usato parole molto chiare circa l’annosa questione.

Interrogato sull’infallibilità delle canonizzazioni, Papa Benedetto XIV distingueva due punti chiave: uno, le canonizzazioni sono fallibili o infallibili?
E rispondeva:

A noi sembra che ciascuna delle due opinioni debba essere lasciata alla sua propria probabilità, finché la Sede Apostolica non esprima il suo giudizio

(che non mi risulta abbia mai espresso).

Seconda domanda: è dunque possibile e lecito affermare che un santo non è salvo (…e/o, magari, sta pure all’Inferno)?
E rispondeva:

Colui che osi affermare che il Pontefice, in questa o in quella canonizzazione, abbia errato, e che questo o quel Santo da lui canonizzato non vada venerato con culto di dulia, [noi lo] dichiareremo arrecatore di scandalo all’intera Chiesa, e, se non eretico, quanto meno sconsiderato, oltraggioso nei confronti dei Santi, compiacente verso gli eretici che rifiutano l’autorità della Chiesa nella canonizzazione dei Santi, e in odore di eresia, in quanto spiana la strada degli infedeli alla derisione dei fedeli.

‘nsomma: sembra che la Chiesa non sia infallibile, nell’atto di canonizzare un santo. E in linea puramente teorica potrebbe anche darsi che (nonostante il rigido processo, nonostante il sigillo dei miracoli…) la Chiesa sbagli, e additi come santo un individuo che in realtà sta all’Inferno.
però, queste sono tutte questioni teologiche fini a se stesse: perché, fino a prova contraria, a noi fedeli viene chiesto di prestare fede alla nostra Santa Madre Chiesa.
E se il Papa ti canonizza quel tizio che proprio non puoi vedere… liberissimo di fare una faccia scettica nell’intimo del tuo salotto, ma per cortesia non andare in giro a seminare scandalo tra i tuoi fratelli di fede.

Vite di Santi e Beati

[Ma che sant’uomo!] Un minuto di silenzio per Flora Ratisbonne

I Romani conoscono sicuramente questa storia, e penso che anche al di fuori dell’Urbe molti abbiano già sentito parlare della conversione miracolosa dell’ebreo Alfonso operata, esattamente 175 anni fa, nella chiesa di Sant’Andrea delle Fratte.
La sintetizzo brevemente per chi non sapesse di cosa sto parlando: a poca distanza da Piazza di Spagna esiste ancor oggi una bella chiesa intitolata – appunto – a Sant’Andrea. Oggigiorno, però, i più la conoscono come “santuario della Madonna del Miracolo”. E il miracolo è per l’appunto questo: il 20 gennaio 1842, un commerciante ebreo in vacanza a Roma entra in chiesa per cinque-minuti-cinque, accompagnando un suo amico cattolico che doveva prenotare una Messa in suffragio. E zacchete, mentre l’ebreo passeggia lungo la navata, viene letteralmente fulminato “sulla via di Damasco”: gli appare la Madonna, e da lì è una conversione-lampo. In capo a dieci giorni, chiede di ricevere il battesimo; segue un radicale mutamento di vita, che lo porta a morire, molti più anni più tardi, in Terra Santa, in odor di santità.
E, soprattutto, in abito talare.

E fin qui, è la storia nota a tutti.
Un po’ meno note sono forse le vicende della “vittima collaterale” di cotanta grazia: sì, perché non tutti sanno che l’ebreo era a un passo dalle nozze, prima che la Madonna decidesse di stravolgergli la vita.

E il fatto che il sant’uomo sia morto sacerdote, è indizio del fatto che – se posso fare una battuta – la Madonna dovrebbe quantomeno dare qualche spiegazione a ‘sta povera ragazza, che tutta emozionata si stava confezionando l’abito da sposa… per poi scoprire che, toh guarda, Qualcuno ha cambiato le carte in tavola.

***

Cominciamo questa storia con una premessa doverosa: prima di convertirsi al cattolicesimo, Alfonso Ratisbonne era ebreo più per genealogia, che per religione. Uno magari legge la storia riassunta in due righe sul depliant informativo e pensa “ah, ok, guarda ‘sto bravo ebreo praticante che scopre di botto la venuta del Messia”: no no, alla faccia del praticante, questo qui non aveva mai letto la Bibbia in vita sua! Se ne infischiava della religione, era un impunito gaudente: fosse vissuto ai nostri giorni, sarebbe stato probabilmente uno di quei ragazzotti supponenti che credono di essere sempre nel giusto, si fanno le canne (e magari anche qualcosa di più pesante), si ubriacano in discoteca, e saltano da un letto all’altro.

Ai fini della nostra storia, io non so se Alfonso fosse mai finito nel letto di un’altra donna… ma sicuramente, di donne, ne aveva avuta una caterva. Sotto un certo punto di vista, si potrebbe dire che due sono state le donne che hanno operato miracoli nella vita di Alfonso: prima ancora che dall’incontro con Maria, la sua vita era stata cambiata dall’incontro con Flora, la sua fidanzata, nonché l’unica donna che lui avesse mai veramente amato.  “La vista della mia fidanzata”, scriverà più tardi il convertito, “svegliava in me non so quale sentimento della dignità umana”.
Era probabilmente la prima volta della sua vita.

Se per caso vi è balzato all’occhio il fatto che i due portavano lo stesso cognome, beh, non è una coincidenza: Flora era la giovane nipote di Alfonso. Diciamo che però era una nipote “per modo di dire” (era stata adottata da bambina), e forse anche per questo la famiglia non fece ostruzionismo, quando Alfonso dichiarò pubblicamente il suo amore per la ragazzina.

Oh cielo: a leggere fra le righe, mi verrebbe da dire che la famiglia non fu nemmeno particolarmente entusiasta, a onor del vero.
Intanto, Alfonso andava per i ventotto e Flora era una sedicenne.
Un po’ di differenza d’età non fa mai male, ma dodici anni di differenza cominciano ad essere un bel divario; perdipiù, sedici anni sono proprio pochini a prescindere: persino la legge vietava il matrimonio con una ragazza così giovane.
E oltre a questo, in famiglia, probabilmente ci stava pure la preoccupazione per i trascorsi di ‘sto scapolone impenitente, che adesso sembrava aver messo la testa a posto… ma che aveva pur sempre passato gli ultimi dieci anni a darsi a fare il tombeur de femmes.

‘nsomma: Flora era troppo giovane per sposarsi, e i suoi genitori non dormivano mica tanto tranquilli, pensando a questa casta figliola, virginal fiore di purezza, innamorata follemente di un supermacho con dei trascorsi, e costretta ad aspettare anni prima del matrimonio. Un vecchio proverbio recita che “la paglia vicino al fuoco brucia”, e la famiglia, secondo me, voleva evitare un prematuro incendio.

E fu così che Alfonso fu mandato in Erasmus.

Come capitava spesso ai giovani provenienti da famiglie molto benestanti, Alfonso fu invitato a fare un lungo tour in giro per l’Europa, tutto a spese della famiglia. “Pensa che bello: vedi nuovi posti, conosci nuove culture, impari le lingue, ti sarà tutto così tanto utile per il lavoro; del resto ‘ste cose non potrai mica più farle, quando comincerai ad avere figli. E intanto ti mandiamo al caldo a respirare aria buona, ché ‘sto inverno poveraccio c’hai avuto un malanno dietro l’altro; ti prendi questo break, e torni giusto in tempo per organizzare il matrimonio…”.
Chi non accetterebbe?
Io avrei accettato!
E infatti Alfonso non se lo fece ripetere due volte, e partì per questo lungo viaggio in giro per il Mediterraneo. Prima tappa, la Costa Azzura; meta finale, Costantinopoli.

Ora, voi mettetevi nei panni di ‘sta pora fidanzata che viene a sapere di punto in bianco che il suo amato partirà per un lungo viaggio attorno al mondo.
Non so se Flora fosse gelosa o possessiva, ma ‘nsomma, al posto suo io avrei anche cominciato a preoccuparmi: ognuno si merita la fiducia che s’è guadagnato, e Alfonso era pur sempre un gaudente che adesso diceva di avere intenzioni serie, ma all’atto pratico chissà…
Eppure, la ragazza affrontò la questione con una certa dignità, e impose al Alfonso un solo divieto. “Ti prego, amore, ti chiedo solo questo: se vuoi che io sia serena, non andare a Roma”.

‘ndò ha avuto luogo la conversione miracolosa?
Anfatti.
A Roma.

***

Per una duplice ragione, Flora aveva pregato il suo fidanzato di evitare Roma: punto primo, in quegli anni la città era funestata dalla malaria; punto secondo, la ragazza era un’ebrea molto praticante, e nutriva un vibrante sentimento anticattolico ed antipapista. A lei, Roma faceva accapponar la pelle al solo pensiero – c’è quella disgustosa idolatria cattolica, il papa cattivo confina gli ebrei nel ghetto, e poi l’ATAC fa schifo, è pieno di guano ovunque, l’albero di Natale della Raggi è ‘na mestizia unica, i centurioni abusivi palpano il sedere alle turiste…

(Conoscete il pregevole blog “Roma fa schifo”? Io lo amo. È una lettura esilarante).

‘nsomma: una cosa ti aveva chiesto la tua promessa sposa, Alfonso. Una cosa.
Potevi girare tutto il mondo e fare quel che cavolo volevi, solo una cosa non dovevi farle: in nome dell’amore che vi legava, dovevi evitare la città di Roma.
E tu che fai, o uomo dal multiforme ingenio?
Prenoti un treno per Roma, e hai pure la faccia tosta di scrivere a Flora che ohibò non hai proprio idea di come ci sei finito, nella Città Eterna: “credo di aver sbagliato strada!”, dici testualmente alla pora donna.
(No ma giusto. Tu stai andando a Costaninopoli e sbagli strada, e prima ancora di rendertene conto, ohibò, ti trovi davanti al Colosseo. A me capita di continuo: l’altro giorno dovevo andare al lavoro, ero sovrappensiero, ho sbagliato strada, e son finita a Stoccolma)

***

Per la cronaca, la versione ufficiale sarebbe questa: in teoria, il candido Alfonso voleva andare in Sicilia, ma per ragioni non chiarite (o che comunque io non conosco) il piroscafo su cui avrebbe dovuto viaggiare si trovava impossibilitato a partire. Alfonso si dirige all’Agenzia Viaggi per Palermo per prenotare un posto su un altro vapore, ma ohibò sbaglia strada e va allo sportello dell’Ufficio Diligenze per Roma.
Ora, non mi è chiaro se ‘sto genio abbia semplicemente detto “mi dia il primo biglietto” senza manco controllare dove stava andando, o se, resosi conto di aver perso tre ore in coda allo sportello sbagliato, abbia pensato ‘sai che c’è? A ‘sto punto vado a Roma, e Flora se ne farà una ragione’.
Comunque sia, mi sembra evidente che Flora condivideva un dramma comune a molte sorelle di sventura, cioè essersi messa assieme a un maschio con un senso pratico che rasentava livelli da encefalogramma piatto.

Fatto sta che Alfonso arriva a Roma il 5 gennaio e, nella Città Eterna, soggiorna per un bel po’ di tempo – singolare scelta di autopunizione, per uno che in tutte le lettere a casa continua a ripetere quanto sia ripugnante e antisemita questa orribile città…
Per non parlare poi dal sacrifizio costituito dalla quotidiana frequentazione di quei suoi conoscenti che aveva a Roma, e con cui sistematicamente si dava a cene e passeggiate in compagnia. ‘na barba pover’uomo, e pensate che il misero Alfonso si trascina in questa grama situazione per settimane…

***

Un amico in particolare, impensieriva l’attonita Flora. Era un certo Gustavo, che era stato compagno di scuola di Alfonso prima di trasferirsi in Italia per lavoro.
Io me lo immagino, Alfonso, tutto serio e compito, guardando negli occhi la sua fidanzata e tenendo dolcemente le sue manine: “nonnò amore, ma che, te pare? Figuriamoci se, una volta arrivato in Italia, prendo contatto con Gustavo. Amò. Lo so bene che ti sta antipatico. Non lo farei mai”.
Eppure ohibò ecco un altro tragico imprevisto: oltre ad aver avuto la jella di sbagliare strada e finire a Roma, Alfonso ebbe la jella cosmica di incontrare per strada per puro caso il suo vecchio compagno di scuola.

Mettiamola così: se tutto questo non era un piano premeditato del baldo giovine, la Provvidenza non gli sta facendo fare una gran figura come fidanzato.

***

Riassumendo, lo stato è questo: Alfonso, accidentalmente nella Città Eterna, riceve accidentalmente un invito a cena dalla famiglia di Gustavo.
E rifiuta, eh!
Prima temporeggia, e poi si presenta a casa di Gustavo per consegnare al maggiordomo un biglietto di scuse con cui esprime rincrescimento per non poter accettare l’invito, ma purtroppo ha dovuto anticipare la partenza.

Accidentalmente Alfonso non parla l’Italiano e il maggiordomo non capisce una parola di Francese. Cosicché, lost in translation, il domestico decide che la cosa migliore da fare con un estraneo che bussa al portone dicendo cose incomprensibili in un idioma sconosciuto, sia, ovviamente, farlo accomodare in salotto e annunciare al padrone la visita di un ospite.
(…meno male che all’epoca non c’erano ancora quelli che ti suonano alla porta per vedere la bolletta della luce, sennò sai le comiche in quel palazzo…).

E così Alfonso si trova lì, a faccia a faccia col Nemico Giurato Della Sua Promessa Sposa: e che ti fa?
Giustamente, accetta di fermarsi a cena.

***

Ma cosa aveva fatto a Flora il povero Gustavo, per meritarsi così tanta diffidenza? Le aveva insultato la nonna? Le aveva investito il gatto?
No, peggio: era figlio di un uomo che, da protestante che era, si era recentemente convertito al cattolicesimo. E come tutti i credenti freschi di conversione, era anche particolarmente insistente sul versante apostolato – roba che i Testimoni di Geova ai loro tempi migliori impallidiscono, al confronto.
E infatti, durante la cena, il padre di Gustavo comincia a tempestare Alfonso di domande, provocazioni e punzecchiature. Non dico che rischiarono quasi di venire alle mani, ma dico (perché lo riportano le fonti) che volarono parole pesanti, anche alla presenza di bambini piccoli. Fino a che, “nel tentativo di rasserenare gli animi” (…o quantomeno, così dicono le fonti) il padre di Gustavo sfidò Alfonso con una piccola scommessa: se davvero riteneva che il cattolicesimo fosse solo una superstizione, accettava di indossare una medaglietta della Madonna?
Se era solo un simbolo come tanti privo di alcun valore, mica c’era problema alcuno: no?

Secondo me gli animi si rasserenavano meglio con un bicchiere di amaro, ma mi vien da pensare che quella comitiva avesse un tasso alcolemico già abbastanza alto in partenza, visto che Alfonso accettò prontamente la scommessa… per la qual motivazione?
Cito testualmente dagli scritti autografi di Alfonso: “consentii a prendere la medaglia, come una prova autentica che avrei offerto alla mia fidanzata”, perché “quella scena poteva divenire un delizioso capitolo delle mie impressioni di viaggio”.

Hint per mio marito, casomai stesse leggendo: se io ti prego e supplico e scongiuro di non frequentare più quel tuo amico satanista, e tu ci vai a cena assieme, e accetti che lui ti regali dei simboli satanici che poi mi offri tutto giulivo come delizioso ricordo di viaggio, ecco, in verità ti dico: potrebbe non essere una grande idea.

E insomma, da lì succede tutto il patatrac: vengono tradizionalmente attribuite proprio a quella medaglietta miracolosa, l’apparizione della Vergine, lo shock di Alfonso, la sua conversione lampo.

***

E la povera Flora? Al termine di questa incredibile catena di per lei sciagurati eventi?
Tanto per cominciare, la figliola riceve, il 21 gennaio, una lettera così fantasticamente delirante che vale la pena di riportarla per esteso:

Mia carissima,

Tu starai per credermi pazzo. Tre volte io ti ho annunziato la mia partenza per la Sicilia e Malta, e tre volte, senza potermi dare ragione io stesso di quel che accade in me, succede che, sul punto di partire, Roma mi attrae, Roma mi seduce, Roma mi tiene. […] A Roma, senza maestri, senza libri, ho imparato di più in pochi giorni, anzi posso pur dire in poche ore, di quanto potessi imparare in tutta la mia vita, se non vi fossi venuto. Unisci, mia cara, le tue preghiere alle mie per renderne grazie a Dio.
Tu stupisci, mia Flora, del tono serio e religioso della mia lettera. Essa contrasta in modo meraviglioso e prodigioso con le bestemmie d’ogni fatta, che ho proferite nelle mie lettere precedenti, logica conseguenza della mia irreligiosità e dell’empia atmosfera in mezzo a cui vivevo. Ebbene, Flora mia, è un miracolo nel vero senso di questo vocabolo; è un miracolo inaudito quello a cui debbo un così repentino cambiamento; è per mezzo di un miracolo che si è riempito il vuoto che c’era dentro di me; è per un miracolo che io sono ora il più felice degli uomini…

Ti ripeto, mia cara Flora, che io non sono pazzo… Te lo giuro, le disposizioni improvvise nelle quali mi trovo, non sono dovute che a un miracolo. […] Questo miracolo tu lo conoscerai; io non voglio parlartene oggi, non perché ti creda indegna di conoscerlo, ma perché occorre che tu sia preparata ad aggiungervi fede…”.

(Firmato) Maria Alfonso Ratisbonne

Ora, voi mettetevi nei panni di una povera ragazza che, avendo passato gli ultimi quindici giorni della sua vita a sentirsi vagamente presa in giro da uno che scrive robe tipo “Roma mi attrae, mi seduce, mi tiene”, adesso riceve dal suo promesso sposo ‘sto biglietto inquietante che parla di miracoli che gli hanno radicalmente sconvolto la vita, epperò non voglio parlartene oggi perché poverina non mi sembri pronta.
No, ma io dico.

Il miracolo venne descritto con maggior dettaglio al padre della povera Flora, la quale, messa al corrente dei fatti, ebbe l’unica reazione possibile in quelle circostanze. Pensò:

A) ok, questo è impazzito nel senso clinico del termine
B) alternativamente s’è trovato un’altra, è da giorni che si comporta da idiota nel tentativo di farsi lasciare, e adesso ha pure sganciato la bomba della conversione per darmi il colpo di grazia

La bomba, per il vero, Alfonso non l’aveva ancora sganciata. Sempre rivolgendosi al padre di Flora, il miracolato scriveva poco dopo con angelico candore:

io amo [Flora] di sincero amore, come sempre l’ho amata e amerò. Si presentano due soluzioni: o Flora crederà alla verità di quel che le dirò, o non ci crederà. Se essa ci crede, seguirà necessariamente l’esempio mio; si farà cattolica, il nostro matrimonio avverrà ai piedi dell’altare, davanti a Cristo, e la nostra casa, la nostra felicità, l’educazione morale e religiosa dei nostri figli… attirerà gli altri col nostro esempio.

…no gente, sul serio: un minuto di silenzio per Flora Ratisbonne.
Ma immaginatevi voi nei panni di quella povera ragazza, col fidanzato che parte per un viaggio in giro per il mondo e che dal nulla, senza preavviso, ti comunica, (per posta!), che ha cambiato vita, ha cambiato nome (adesso si firma Maria Alfonso…), ha cambiato religione, e “necessariamente” si aspetta che voi lo seguiate in questi passi.

Ovviamente la famiglia di Flora replicò ad Alfonso con un laconico “ma tu sei scemo”, o qualcosa suppergiù di quel tenore.
E la cosa comica è che Alfonso non si diede manco per vinto: ricevuto lo sconcertato niet da parte della famiglia di lei, ebbe ancora la (ammirevole…) faccia tosta di insistere e di difendersi: “ti giuro, zio, in nome di quanto vi ha di più sacro, che la mia conversione non ha altra causa che un fatto miracoloso… Ti scongiuro, mio caro zio, non mi negar la mia Flora!…”

La poverina, in tutto quel turbinio di sentimenti che doveva avvolgerla in quei giorni, dovette pure accollarsi lo sgradito compito di prendere in mano carta e penna e di scrivere ad Alfonso per fargli capire che, nonostante le sue insistenze, proprio non era cosa. E non una sola volta, dovette scrivere al suo amato!
“Non ti cullare in una inutile speranza”, gli diceva verso metà febbraio; tre settimane dopo doveva ancora rispondere ad altre insistenze: “ora tutto è cambiato: Alfonso di prima è scomparso; Alfonso di oggi, io non posso seguirlo…”.

E mi è solo di parziale consolazione sapere che Flora, qualche tempo più tardi, andò in sposa a un banchiere ebreo che la portò a vivere con sé a Parigi. Nella città del Louvre, la ragazza, ormai diventata Madame Singer, avviò un fiorente caffè letterario da cui influenzò in maniera abbastanza significativa il fior fiore della cultura francese. Toh, guardate qua, ha addirittura una pagina su Wikipedia. È una che conta.
Uno dei miei lettori peraltro mi ha linkato questo bellissimo articolo che parla proprio di Flora e dello shock che la poverina deve aver provato… ma che soprattutto ha il merito di proporre anche una foto della ragazza, un po’ più in là con gli anni:

flora

E Alfonso?
Beh, il finale della storia lo sapete già. Decise di diventare sacerdote – ammettendo peraltro che uno degli sproni iniziali che lo avevano portato a questa scelta era stato il desiderio di smentire i sospetti della sua fidanzata: no, non si era inventato strane storie perché si era invaghito di un’altra donna. E se non poteva avere lei, suo unico e vero amore, almeno poteva dimostrarle di non desiderare nessun’altra al mondo.

Evidentemente non si fece sacerdote solo per quello; ma diciamo che anche quello fu tenuto in considerazione, nelle fasi iniziali del suo discernimento. In una delle sue ultime lettere alla famiglia di lei, scriveva: “se mi si nega Flora, la mia decisione è presa: consacrerò tutta la mia vita a pregare per lei, per voi, e a mortificarmi nel fondo di qualche rigido chiostro”.

…che peraltro, signore che mi leggete: ammettetelo pure voi. Eddai: a suo modo, non è un finale straordinariamente romantico?

Vite di Santi e Beati

[Ma che sant’uomo!] La miseranda storia di Santa Thaney

Secondo John Durkan della Scottish Catholic Historical Association, santa Thaney potrebbe essere definita “il primo caso noto di una donna scozzese vittima di stupro e di violenza domestica, nonché ragazza madre”.
Iniziamo bene.

Mettiamo le mani avanti e diciamo subito che santa Thaney, con ogni probabilità, non è mai esistita. E se anche fosse esistita, possiamo tranquillamente e ragionevolmente augurarci che le cose le siano andate un po’ meno peggio di quanto racconti la sua leggenda. Il martirologio delle isole britanniche, in effetti, è pieno di strane leggende agiografiche riguardanti personaggi tra i più bizzarri, a cui vengono attribuite azioni che hanno più del “magico” che non del “miracoloso”. Vi dico solo che in questa storia vedremo comparire Mago Merlino (!), Re Artù (!) e i cavalieri della Tavola Rotonda (!), e questo dovrebbe bastare per lasciarvi intendere quanto poco credito vada dato alla veridicità di questa “agiografia”.
Però, queste “agiografie” sono così fantasticamente buffe e leggendarie da piacermi in modo folle. E siccome un po’ di suspance non guasta mai, vi lascio con l’interrogativo: come vedrete se continuate a leggere… queste strane storie di santi non piacciono solo a me.

Ordunque, torniamo alla nostra povera santa Thaney, che gli storici scozzesi ci hanno presentato come una specie di pora disgraziata, che al confronto le vittime di femminicidio le fanno un baffo.

Santa Thaney, talora confusa dal folkore con santa Dwynwen del Galles
Santa Thaney, talora confusa dal folkore con santa Dwynwen del Galles

Santa Thaney, secondo la leggenda, era figlia di re Lot del Lothian, re del Lothian (inutilbilmente), ma anche delle Isole Orcadi, e, secondo alcune fonti, della Norvegia. Re Lot, tanto capirci, sembrerebbe essere esistito per davvero: di certo, non è vero che chiamava “zio” Uther di Pendragon, né tantomeno che era cugino di re Artù.
Ça va sans dire, il “vero” re Lot non ha nemmeno messo al mondo ser Galvano, il famoso cavaliere della Tavola Rotonda… ma la leggenda agiografica così ci racconta. E il coinvolgimento di Galvano comincia a farsi interessante al fine di raccontare le disgrazie della povera Santa Thaney, perché Galvano – beh – era un cavaliere della Tavola Rotonda. E i cavalieri della Tavola Rotonda, a parte litigare occasionalmente l’un con l’altro, erano una compagnia coesa e compatta. Capitava spesso, io immagino, che il cavaliere X dicesse agli altri undici “wè raga, domani tutti a casa mia, guardiamo assieme la partita e ci beviamo una birrozza”.

Lo smodato consumo di alcool dopo una partita andata particolarmente bene è, a mio parere, l’unica spiegazione ragionevole per cui il cavaliere Yvain (uno tutto d’un pezzo, eh, a leggere le sue gesta in altre saghe arturiane) decise un bel dì di travestirsi da donna e di entrare, in tal guisa agghindato, nelle camere private delle figlie di re Lot (cioè, delle sorelle di ser Galvano).

Nelle camere private delle figlie di re Lot, si trovava in quel momento la più giovane delle ragazze: la povera, innocente, castissima Thaney. Thaney, a dar retta alla leggende, era particolarmente devota a Maria Vergine, e avrebbe avuto il sogno segreto di consacrarsi a Dio e farsi suora. Consapevole che questo desiderio è difficilmente compatibile con la vita di una principessa reale il cui padre intende espandere il regno a suon di alleanze, Thaney pregava Dio giorno e notte, chiedendogli almeno la grazia di potersi sposare, e mettere al mondo figli, senza però conoscere uomo. Ché a lei, per non saperne niente, ‘sta cosa del sesso faceva proprio molto schifo, e tutto sommato la Madonna era riuscita a partorire senza aver fatto cose, no? Con un po’ di insistenza e con un po’ di fiducia in Dio, forse anche Thaney sarebbe riuscita ad ottenere il miracolo…

Ora, come dire.

Che Dio abbia un grande senso dell’umorismo nell’esaudire le nostre preghiere, credo l’abbiamo già appurato tutti quanti sulla nostra pelle. A Santa Thaney però andò particolarmente male, perché… la poveretta voleva concepire un figlio senza prima conoscere uomo?
Benissimo: Domineddio la prese alla lettera, e fece sì che rimanesse incinta dopo essere stuprata da ser Yvain travestito da donna.
Non so voi ma io ho come la vaga impressione che Thaney non intendesse esattamente questo quando pregava l’Onnipotente, ma – ahò – volsi così colà dove si puote, e quindi prendiamolo per  buono e andiamo oltre.

Il mica-tanto-cavalleresco ser Yvain
Il mica-tanto-cavalleresco ser Yvain

Fatto sta che Thaney, povera stella, era una ragazzina adolescente molto naïve e molto ignorante sulle esatte dinamiche di come nascono i bambini. Questo andò a gioco di ser Yvain, che – sbolliti i fumi dell’alcool, e resosi conto di averla fatta un po’ grossa, stuprando la figlia del padrone di casa – tornò da Thaney travestito da donna e specificò: “comunque non è successo niente eh? Cioè. Lo vedi, eh? Sono ‘na donna. Oppure un angelo, se preferisci. Comunque, decisamente non sono un uomo. Men che meno ho delle vaghe somiglianze fisiche con Yvain l’amico di tuo fratello Galvano, eh! Sia chiaro! Tu non hai fatto sesso con nessun uomo, e comunque men che meno sei stata stuprata da ser Yvain. Mi raccomando, eh! Sii felice e grata e orgogliosa di te stessa, perché quello che t’è appena successo è indice – uhm – della straordinaria benevolenza di Dio nei tuoi confronti”.

Siamo al limite del blasfemo, dite? Cosa si era bevuto l’agiografo prima di scrivere ‘sta roba, mi domandate?
Poraccio, l’agiografo: in realtà cercava di fare di necessità di virtù. Vi do un’anticipazione: il figlio di Thaney e Yvain diventa santo – un santo molto famoso in Scozia – e, di questo santo, il popolino vociferava che fosse nato da una vergine che non aveva mai conosciuto uomo.
Va bene tutto, ma il concepimento virginale 2.0 sembrava un po’ troppo persino per una leggenda agiografica altomedievale, e così ci sarà probabilmente stato un povero monachello che, cercando di conciliare la leggenda popolare con una vaga verosimiglianza storica (…) ritenne che questo escamotage fosse il meno peggio che poteva inventarsi.

Tornando a noi: d’accordo che era naïve e d’accordo che non aveva mai ricevuto, aehm, un’adeguata educazione sessuale, ma non è che santa Thaney se la bevve al 100%. Di essere stata violentata da un uomo travestito da donna – come dire – ebbe quantomeno il vago sentore; però, ad esempio, non ne ebbe mai la certezza. Men che meno, ebbe la certezza dell’identità del suo aggressore. E – giustamente, perché non si mandano in rovina poveri disgraziati solo sulla base di un sospetto – rifiutò ostinatamente di denunciare a suo padre l’accaduto, sperando di poter presto accantonare questo brutto ricordo.
Rifiutò di fare nomi, o quantomeno di scendere nei dettagli sulla dinamica, persino quando fu evidente a tutti che questa pia speranza era solo un’illusione: la povera ragazza era rimasta incinta.

Dagli e dagli, il padre cercò in tutti i modi di capire con chi dovesse prenderla. Trovarsi di fronte a una figlia che a occhi bassi gli raccontava storie improbabili di donne, o forse angeli, che l’avevano visitata nottetempo dicendole che era la prediletta del Signore, dopodiché non avrebbe saputo dire con esattezza quale prodigio si fosse compiuto in lei, non facevano altro che alimentare in re Lot la vaga impressione di esser preso per le terga da una adolescente dissoluta che voleva coprire il suo amante. Preso dalla collera, Lot decise di condannare a morte la donnaccia, e, con notevole senso pratico, ordinò che ella fosse legata come un salame e poi fatta rotolare giù da una collina (??), più precisamente questa:

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che, vorrei dire… non è sicuramente un posto da cui desiderei essere fatta rotolare giù legata come un salame, ma, obiettivamente, non mi sembra nemmeno chissà quale impervia trappola mortale da cui nessuno può sopravvivere. Secondo me veniva meglio buttarla giù da un burrone: siamo pratici.

Fatto sta che santa Thaney, insalamata, incinta e rotolante, arriva prevedibilmente sana e salva alle pendici della collina, dove poche ore dopo viene trovata da un emissario del padre…
…il quale, in tutta risposta, per sbarazzarsi della figlia, cosa fa? Le ficca un coltello in gola e tanti saluti?
No: la insalama di nuovo, la carica su una barca, e la manda alla deriva lungo il corso di un fiume.

Che, anche lì. Non per dire, ma se vuoi condannare a morte qualcuno mandandolo alla deriva, faresti meglio a mandarlo alla deriva in mare, non lungo un fiume che attraversa innumerevoli villaggi scozzesi.
Ché, sai, una tizia insalamata che urla come una pazza a bordo di una barchetta a remi – come dire – si nota. Dovresti metterlo in conto, che qualche pescatore la noti, si incuriosisca, e la raccatti.

E infatti così fu, e santa Thaney venne raccattata. Ma siccome i pescatori scozzesi non sapevano bene cosa farsene, di una principesse reale insalamata e incinta, forse addirittura a seguito di un improbabile evento miracoloso, pensarono bene di sbarazzarsene affidandola a qualcuno che potesse gestire meglio ‘sto delicato incomodo. E quindi, la accompagnarono presso la comunità monastica di san Serf, che viveva con i suoi discepoli a poca distanza.

Ora.
Anche qui.
San Serf è ricordato sul martirologio, gli Scozzesi lo tengono in gran considerazione, e probabilmente è esistito per davvero… ma sicuramente non è quel super-santo descritto dalle agiografie. Tipo: gli storici ritengono improbabile che fosse veramente il figlio del re di Cana e della regina di Arabia (!), o che, durante una vacanza-studio a Roma, avesse colpito i cardinali per l’aura di santità che emanava, al punto tale da convincere i porporati a nominarlo Papa pro-tempore. Dopo sette anni di pontificato, San Serf sarebbe stato un Ratzinger ante litteram dicendo “grazie a tutti, è stato bello, ma io adesso voglio ritirarmi alla quiete monastica” tornando nella sua amata Scozia e fondando, fra le altre cose, la cittadina di Curloss. Ehm.
Anche il fatto che San Serf fosse un cacciatore di draghi, molto diffusi nella zona di Curloss a quell’epoca, e che lui ammazzava con ammirevole rapidità prendendoli a botte col suo bastone pastorale, potrebbe, come dire, essere un dettaglio leggermente fantasioso.

Comunque, mi sembra chiaro che è da mo’ che in questa agiografia stiamo operando la sospensione dell’incredulità, quindi prendiamo tutto per buono, e rendiamoci conto che è in questo contesto che la povera Thaney mette al mondo il suo figlioletto. Il quale cresce all’interno del monastero, circondato da fraticelli e novizi, e avendo in San Serf una sorta di “padre adottivo”.

Poco ci vuole a immaginare come questo ragazzino senta nascere presto dentro di sé la vocazione alla vita sacerdotale: del resto – ve lo già detto – è destinato a diventare santo.
Ancor meno ci vuole a immaginare la ridda di strane leggende para-agiografiche destinate a fiorire attorno alla figura di questo santo, che non aveva nemmeno iniziato a poppare il latte nelle braccia di sua mamma, e già aveva collezionato: una lontana parentela con Re Artù, il DNA di ser Yvain e la “paternità” adottiva di un monaco che, come secondo lavoro, faceva il cacciatore di draghi.
Oh, aveste una vaga idea di tutte le leggende che circondano questo santo!

Anche perché – sapete – il cacciatore di draghi, si era proprio affezionato a questo bimbo. Tant’è vero che gli aveva dato un nomignolo affettuoso, come si fa nelle migliori famiglie. E se il “vero” nome del bambino era Ketingern, il santo passò alla storia col soprannome datogli dal padre adottivo: “mio caro”.
Che, nello scozzese parlato all’epocava, si dice “Mungo”.

Ebbene sì: San Mungo l’abbiamo già incontrato nell’atto di convertire al cattolicesimo niente popò di meno che Mago Merlino, ma forse non conoscevate la sua straordinaria origine. Pronipote di re Artù, figlio di un cavaliere della Tavola Rotonda, “adottato” da un cacciatore di draghi.

Ah: secondo la leggenda, San Mungo era anche un taumaturgo.
Sarà per quello che il Ministero della Magia ha scelto di intitolargli il famoso ospedale che ben conoscono tutti i fan di Harry Potter?

Pillole di Storia, Vite di Santi e Beati

Di come Sua Santità Pio XII finì a pubblicizzare cappellini per signora

Quando il pubblicitario italoamericano Guido Orlando firmò un contratto con l’Istituto di Modisteria d’America, si trovò a dover gestire un bel grattacapo.
Correva l’anno 1958, e le mode stavano inesorabilmente cambiando. Le signore e le signorine che, fino a pochi anni prima, non si sarebbero mai sognate di uscir di casa senza indossare un bel cappello, adesso cominciavano a preferire altri tipi di acconciature.
Erano gli anni del foulard à la Audrey Hepburn; di lì a poco sarebbero diventati famosi i pixie cut, che con i cappellini anni ’40 hanno ben poco a che spartire… insomma: nel settore della modisteria c’era grossa crisi, e i negozi di cappelli stavano chiudendo l’uno dopo l’altro.

L’Istituto di Modisteria d’America, agendo nell’interesse di tutti gli associati, aveva deciso di ingaggiare un pubblicitario di tutto rispetto per tentare di rilanciare negli U.S.A. la moda dei cappelli…
…però, oh: manco un pubblicitario di tutto rispetto può fare miracoli.
Se i gusti cambiano, le mode si evolvono, e le consumatrici non ne vogliono di più sapere di quello specifico prodotto lì (oltretutto, perché le passerelle propongono loro soluzioni più pratiche, più economiche, più modaiole e più attraenti)… ahò: anche il migliore dei pubblicitari, che ci può fare?
A Guido Orlando serviva letteralmente un miracolo; eppure, il buon uomo aveva la ragionevolezza di ammettere che un letterale miracolo era un po’ al di fuori della sua portata…

…però magari era alla portata di qualcun altro!
Tipo, di uno per il quale è attualmente in corso un processo di canonizzazione…

***

Negli ultimi anni della sua vita, il nostro ebbe l’umiltà di descriversi come “il secondo più grande pubblicitario della storia (dopo Goebbels al servizio di Adolph Hitler)”.
Già solo questa frase dovrebbe farvi capire molte cose su Guido Orlando, che era un tipetto niente male… con un coraggio e una faccia di bronzo davvero fuori dal comune. Nessun altro a parte lui, io credo, avrebbe avuto la faccia tosta di architettare questo diabolico piano criminale, ai “danni” di Sua Santità Pio XII (nientemeno!).

Ordunque, facciamo un passo indietro: correva l’anno 1958.
Mancava ancora un po’ di tempo all’indizione del Concilio Vaticano II, che avrebbe abolito l’obbligo (e quindi, fatto cadere in disuso il costume) per cui le donne cattoliche dovevano entrare in chiesa solo e rigorosamente a capo coperto.
Lo specifico, perché oggigiorno tanti potrebbero anche non fare più il collegamento, e invece era proprio così: fino a prima del Concilio Vaticano II, era fatto obbligo a tutte le donne di coprirsi il capo, quando entravano in una chiesa cattolica. Adesso, la scelta di farlo è volontaria e personale, ma fino agli anni ’50 era proprio fatto divieto esplicito di entrare in chiesa a capo scoperto.

Embeh: quel genio del male che aveva nome Guido Orlando, pensò bene di andare in tipografia e farsi stampare un plico di carta da lettere intestata a un fantomatico “Religious Institute of Research”, che avrebbe dovuto essere un centro studi sulla pratica religiosa in Nord America.
Parlando a nome dell’inesistente direttore dell’Istituto inesistente, Guido Orlando indirizzò a papa Pio XII una bella letterina in cui il Santo Padre veniva messo a parte di una ricerca recentemente condotta negli States. I risultati dello studio (che naturalmente, non era mai esistito) erano quantomeno allarmanti: da un recente sondaggio, risultava che più di 20 milioni di donne cattoliche statunitensi andassero abitualmente a Messa, ogni settimana, a capo scoperto.
A nome del presidente dell’Istituto di Ricerca, Orlando informava il papa degli sconcertanti risultati, senza nascondere – sotto il velo di un’algida comunicazione accademica – una punta di sincera preoccupazione. Milioni di donne cattoliche in America infrangono quotidianamente una prescrizione di Santa Romana chiesa, e forse senza neppure sapere di star sbagliando…
Oh, se solo il Santo Padre volesse far sentire la sua voce in proposito, richiamando al dovere le sue dilette figlie in Cristo…

Il Santo Padre, ça va sans dire, ha problemi ben più grossi dei capelli delle signore, quindi il Religious Institute of Research si permetteva di facilitargli la vita suggerendo qualche frase-tipo che Pio XII avrebbe dovuto semplicemente pronunciare, nei tempi e nei modi che avrebbe considerato più opportuni.

Ecco, qualche frase-tipo suppergiù su queste linee:

Dei vari accessori indossati dalle donne oggigiorno, i cappelli contribuiscono significativamente a esaltare la dignità e il decoro della femminilità. È tradizione che le donne portino il cappello in chiesa, come in numerose altre occasioni religiose, e io considero i cappelli una parte propria e fondamentale dell’abbigliamento femminile.

Pio XII soppesò la frase e giudicò che, tutto sommato, era nelle sue corde. In quattro e quattr’otto (un po’ per togliersi il pensiero, un po’ per far fronte alla situazione oggettivamente allarmante che gli era prospettata) diede ordine di incorporare proprio queste precise identiche parole in una raccomandazione che venne pubblicata, con grande risalto, sulle pagine de L’Osservatore Romano.  Il monito papale fu ripreso in numerosi interventi radiofonici e televisivi, in Italia e all’estero, con l’ordine di garantirne una capillare diffusione proprio nelle diocesi statunitensi, che del resto erano quelle che “creavano il problema”.

Mentre tutti i giornali, e le riviste femminili, e le trasmissioni radiofoniche, eccetera eccetera eccetera, tappezzavano da Nord a Sud gli Stati Uniti d’America con lo scoop “PIO XII DICHIARA: IL CAPPELLO È PARTE FONDAMENTALE DELL’ABBIGLIAMENTO FEMMINILE”, Giuseppe Orlando sogghignava sfregandosi le mani.
Nel giro di meno d’un mese, si registrò in tutti gli States un clamoroso boom nelle vendite di cappelli da donna.

Cose cristiane, Vite di Santi e Beati

Il frumento di Dio

San Policarpo di Smirne, martire in Turchia nel 155, è uno di quei numerosi testimoni della fede che sono morti portando avanti la linea del famolo strano. Condannato a bruciare sul rogo, modello “strega di Salem”, il teologo greco si ritrovò avvolto da un muro di fiamme che bruciava tutt’intorno a lui, circondando il suo corpo senza però toccarlo, tant’è vero che – come recitano gli acta del suo martirio – il povero vescovo se ne stava in mezzo alle fiamme, “non già come carne che brucia, ma come pane che viene cotto”.

Ellamiseria che orrore, ragazzi.
Fra i tanti modi in cui non vorrei morire, l’essere circondata da un muro di fiamme “come pane che viene cotto” si guadagna per direttissima un posto nella mia top ten dell’orrore. Non so come la vediate voi, ma stazionare per ore in mezzo a un rogo “come pane che viene cotto” mi sa di una tortura orrendamente lenta e asfissiante.
A leggere di un misero che va incontro a una roba simile, mi verrebbe da pensare a qualche dio pagano particolarmente incarognito, che vuole far soffrire l’infedele fino all’ultimo istante. Altro che miracolo benevolo della Provvidenza: a me, l’immagine di un poveraccio circondato dalle fiamme per ore, asfissiato dal calore con la stessa lentezza con cui una pagnotta lievita nel forno, mi fa venire una pelle d’oca che non so manco descrivere a parole.
Ma un senso di claustrofobia…!

Ma allora, per quale ragione al mondo l’onnipotente Domineddio avrebbe dovuto comportarsi con Policarpo in maniera così discutibile?
“Invece di farti fare la fine di una braciola di faccio fare la fine di una pagnotta”: ma che diamine di miracolo è? Ma che diamine mi significa?

Il significato di questo segno, in effetti, si capisce solo se si leggono per intero tutti gli acta del martirio. Infatti, poco prima di essere condannato a morte, era stato Policarpo stesso, in un certo senso, a paragonarsi a una pagnotta – e non a una pagnotta qualsiasi: al pane consacrato.

Poco prima di andare incontro al martirio, il vescovo greco aveva infatti pronunciato una preghiera dal sapore nettamente liturgico, che ricorda per molti versi la preghiera eucaristica. È come se Policarpo, salendo verso il patibolo, sentisse di star salendo per l’ultima volta verso l’altare, celebrando per un’ultima volta il mistero dell’eucarestia: non con il pane, ma con il suo stesso corpo. “Dio degli angeli e delle podestà”, recitava il teologo poco prima del martirio: “Dio di tutti gli esseri creati e di tutta la schiera dei giusti che vivono al tuo cospetto, io ti benedico perché mi hai stimato degno di questo giorno e di quest’ora, e degno anche di aver parte, nel numero dei martiri, al calice del tuo Cristo, in resurrezione di vita eterna dell’anima e del corpo, nell’incorruttibilità dello Spirito Santo. Fa’ che tra i martiri io possa essere accolto oggi al tuo cospetto, in sacrificio pingue e gradito”.

La preghiera eucaristica che siamo abituati ad ascoltare oggi utilizza, per forza di cose, un formulario diverso; però, a ben pensare, più o meno sempre lì stiamo. Dagli e dagli, il concetto è quello.
Ed è come se, negli acta del suo martirio, Policarpo si preparasse a consacrare non il pane e il vino, ma bensì il suo stesso corpo e la sua stessa vita, “in sacrificio pingue e gradito”… per il bene nostro e di tutta la santa Chiesa.

E allora sì che assume un senso, venire a sapere che, salendo sulla pira, Policarpo era circondato dalle fiamme “non come la carne che brucia, ma come il pane che viene cotto”: la sua preghiera era stata ascoltata; il suo corpo, offerto in sacrificio, era diventato – ovviamente in senso lato – quasi un’ostia consacrata.

***

Non è Policarpo l’unico a portare avanti questa analogia tra e sacrificio eucaristico e martirio. Sant’Ignazio di Antiochia, qualche tempo prima, era stato forse ancor più esplicito: “scrivo a tutte le Chiese e annunzio a tutti che io muoio volentieri per Dio, se voi non me lo impedite”. Supplicando i fedeli di Roma di non agire per ostacolare a tutti costi il suo martirio, qualora lui fosse stato chiamato a versare il sangue, Ignazio chiedeva: “lasciate  che io  sia  pasto  delle  belve: […] sono frumento di Dio, macinato dai denti delle fiere per diventare pane puro di Cristo. […] Non mi interessano più il cibo corruttibile o i piaceri di questa vita: io voglio  il  pane  di  Dio,  che  è  la carne di Gesù Cristo della stirpe di David; come bevanda voglio il suo sangue, che è l’amore incorruttibile”.
La comunanza tra martirio ed eucarestia è qui ancora più evidente: il martire è “frumento di Dio”, che, macinato dai denti delle fiere, potrà diventare “pane di Cristo”; al tempo stesso, il martire trae la sua forza dal “pane di Dio”, cioè la carne e il sangue che Gesù ha sacrificato per noi.

Si potrebbe dire, sotto un certo punto di vista, che il martirio è di per sé un gesto “eucaristico”.
Ahò: non sono io che dico eresie – lo dice la Congregazione per le Cause dei Santi. Da testi simili a questi, emerge una visione teologica per cui tutto ciò che ci viene donato (in maniera un po’… “misteriosa”) durante il sacrificio eucaristico, diventa, in un certo senso, realtà viva e tangibile durante il sacrificio del martire che va incotntro alla morte. È come se, nelle gesta del martire, noi potessimo rivivere “proprio oggi, dal vivo”, il mistero del sacrificio divino… solo, visto in modo speculare.
Se Cristo muore per donarci la vita, il martire – sostenuto dalla grazia divina – muore accettando di donare la vita a Cristo. E questo sublime sacrificio fa sì che il martirio diventi spazio privilegiato in cui la potenza di Cristo può manifestarsi: sanguis martyrum, semen christianorum.

Citando la Congregazione per le Cause dei Santi,

esiste un intimo legame tra martirio e Chiesa. I martiri, infatti, esprimono in modo particolare la presenza di Cristo in essa, sono un’immagine privilegiata del Redentore, annunciano la salvezza eterna e trasmettono alla Chiesa un particolare dinamismo di carità.
Il legame che si crea tra Gesù Cristo e la persona del testimone non è affatto sospeso nel vuoto. Esso nasce e si inserisce in un ambiente concreto, nella comunità della Chiesa, dapprima locale, con tutta la sua storia e la sua specificità, poi nella Chiesa universale. […] Il gesto individuale del singolo fedele diventa un atto che appartiene all’intera comunità da cui quel fedele proviene e con cui egli s’identifica. Per questo si può parlare di un influsso particolare, reciproco, di un eccezionale scambio di doni tra la Chiesa locale, luogo di educazione e formazione della personalità del martire, e […] lo stesso martire, che, partecipando della vita nuova e della gloria eterna, contribuisce al rafforzamento della società da cui proveniva e la incoraggia a continuare a testimoniare arditamente la fede.

Forse, a (riuscire a) leggerla sotto questo punto di vista, dovremmo (dovremmo) persino essere felici, in quanto cristiani, di star vivendo questi momenti. Qualcuno potrebbe anche dire che dovremmo esserne grati, perché questi sono momenti di singolare e particolare grazia.

Cose cristiane, Vite di Santi e Beati

Le dieci strade per la santità (laicale)

Credo di avere buone ragioni per supporre che – se non altro per statistica – la maggior parte dei miei lettori sia composta da fedeli laici. Spero dunque di far cosa gradita nel fornire a questi miei lettori un utile vademecum circa le modalità più semplici con cui diventare santi, (pur) rimanendo nello stato laicale.

Dico “pur”, perché di nuovo mi affido alla cruda statistica: scorrendo le pagine del Martirologio Romano, potremmo notare che i laici costituiscono meno di un decimo di tutti i santi ricordati nel corso dell’anno liturgico. Peggio ancora va per le laiche di sesso femminile: sono appena la metà dei santi laici dotati di cromosoma Y.
Certo: queste percentuali sembrano destinate a cambiare rapidamente. Il concetto di “santità” ha subito nei secoli variazioni significative, ed è noto a tutti come la santità laicale abbia conosciuto una meravigliosa fioritura, in questi ultimi decenni.
Purtuttavia – dati alla mano – un laico che intenda percorrere la strada verso la santità si trova a camminare lungo un percorso relativamente poco battuto, ancora ricco di incognite. Potrebbe essere utile a tutti quanti, no?, un breve vademecum sui modi più popolari per giungere – da laici – alla gloria degli altari.

Il vademecum arriva a voi grazie a un vecchio numero di Rivista Liturgica (2/2004!) interamente dedicato a Santi e santità nel nuovo «Martyrologium Romanum». In particolar modo, ad ispirarmi è stato a un articolo di Valeria Trapani sulla Analisi delle tipologie emergenti guardando a La santità dei laici nel «Martyrologium Romanum».  L’articolo è serio; io lo rielaboro qui nel mio solito stile demenziale, per proporvi, in ordine decrescente, le tecniche più popolari per raggiungere la santità… laicale!

1. Rinuncia a tutto quanto
Mi rendo conto che è un po’ estremo, ma molti santi paiono aver pensato che, così facendo, “si andava sul sicuro”. Effettivamente – potrà stupire, ma è così – la stragrande maggioranza dei santi laici preseti sul martirologio è composta da coloro che, a vario titolo, noi definiremmo “eremiti”. Sì, insomma: gente che, dopo una vita spesso dissoluta e/o colma di agi e di ricchezze, decide di mollare tutto e di dedicarsi interamente a Dio, spesso chiudendosi in una ricercata solitudine che lo porta a separarsi dai suoi affetti… e, in generale, dal resto del mondo.
Che dite: scelta un po’ troppo hardcore? Beh: se vi sentite chiamati ad una vita più “attiva”, potreste sempre tentare la seconda via…

2. Mettiti in politica
Stupisce, vedere così tanti “politicanti” registrati nel martirologio? Ambeh, solo perché siete malpensanti: in realtà, i politici saliti alla gloria degli altari sono un gruppetto abbastanza consistente!
Evidentemente, bisogna chiarire un concetto: fino a qualche decennio fa, la classe politica era composta perlopiù da nobiluomini. Siccome i nobiluomini hanno un cappellano personale (a differenza del boscaiolo tanto buono e pio, che però muore nell’anonimato) è anche abbastanza comprensibile che il martirologio pulluli di santi che, nella vita, hanno fatto politica attiva. (Da un punto di vista numerico – tra i laici – i politicanti sono secondi solo agli eremiti!).
Eppure, a ben vedere, non è neanche così strano che un nobile, un feudatario, un potente signorotto locale, vengano guardati con particolare attenzione da Santa Madre Chiesa. È ovvio che un sovrano veramente santo cercherà in vario modo di “santificare” anche i suoi sudditi – e anche un politico locale (o un signorotto) potranno fare sapiente esercizio di virtù, utilizzando nel giusto modo il potere che è stato dato loro.

Mettersi in campo e lottare per la res publica e il bene comune non è, sotto sotto, una forma di… evangelizzazione?
A dar retta al martirologio, parrebbe proprio di sì!

3. Aspetta che schiatti la moglie
In maniera non molto confortante per noi signore, il terzo gruppo di santi laici in ordine di numero è composto da uomini sposati che, dopo aver vissuto una vita coniugale abbastanza nella norma, decidono – rimasti vedovi – di consacrare al prossimo quel che resta della loro vita.
E quindi, investono le loro ricchezze in opere di carità, aprono le porte dei loro palazzi ai bisognosi in cerca d’asilo… eccetera eccetera eccetera.

4. …oppure, cercatene una veramente, veramente in gamba
È raro trovare un laico che diventa santo grazie al fatto (e non “nonostante al fatto”) di essersi sposato. Per carità: di coniugi Beltrame-Quattrocchi ce ne sono più di un paio, ma diciamo che questo è un modello di santità laicale che ha cominciato ad essere compreso solo in anni molto recenti.
Nei secoli passati, tutt’al più, poteva capitare che il matrimonio venisse inteso come strada per la santità nella misura in cui tu, pio uomo, sposavi una pia donna che guardacaso era anche una ricca ereditiera. La felice combinazione di piitudine e ricchezza permetteva alla famiglia di compiere grandi opere di carità.

Di casi come questi, ce ne sono stati numerosi; per il resto, era invece abbastanza raro che le radici di una santità laicale venissero ricondotte al matrimonio in quanto tale.
Verebbe da dire che noi sposi del 2000 potremmo prenderci come buon proposito quello di invertire la tendenza…

5. Santifica il tuo lavoro
Che, messo così, sembra un concetto molto “opusdeiano”, ma non è che Escrivà si sia inventato niente di sconvolgentemente nuovo, parlando di lavoro come mezzo di santificazione.
Sul versante lavorativo, vale quanto ho appena scritto per la questione matrimoniale: ci sono sicuramente tanti laici di cui ci viene detto che si sono santificati nonostante le distrazioni provocate loro dal lavoro… ma ci sono anche significative eccezioni che ci dimostrano come (anche in epoche assai remote!) Santa Madre Chiesa potesse dare anche valenze molto positive, alla normale vita professionale di un laico.
I politici di cui si parlava al punto 2 si sono santificati – e questo evidente – nel pieno “esercizio delle loro funzioni”. Ma non sono gli unici ad aver vissuto il lavoro come un mezzo per avvicinarsi a Dio. Ad esempio, a inizio ‘200, il beato Pietro da Campi, che commerciava pettini per telai, era noto per l’onestà con cui gestiva la sua attività, esaminando scrupolosamente tutta la sua merce e gettando via, a costo di ingenti perdite, tutta quella che risultava non perfetta al 100%.
Per dire.
Anche questo è un tipo di santità laicale che comincia ad essere apprezzata (in modo numericamente significativo) solo in anni molto recenti: purtuttavia

6. Diventa sposa di Cristo
Esperite le cinque vie più battute che hanno condotto alla santità il maggior numero di laici maschi, esaminiamo ora i suggerimenti di Santa Madre Chiesa per quelle laiche del gentil sesso che sognano d’esser canonizzate.
Per loro, la strada più popolare è quella che parla di castità: consacra a Cristo tutta la tua vita, e diventa una santa vergine.
Anche senza farsi suora! Quello non è necessario (e comunque ti escluderebbe dal novero di “sante laiche”). No: anche restando per i fatti tuoi, in un normalissimo stato laicale, donati interamente a Cristo, e poi continua a farti la tua vita.

È curioso, perché, come notate, l’aspetto della castità non è mai stato determinante per il raggiungimento della santità, da parte di un laico di sesso maschile. I santi maschi sono casti se entrano in convento (e grazie tante), ma non esiste uno “zoccolo duro” di laici che, senza ragioni apparenti, continuano nella loro vita di sempre, dopo un segreto proposito di castità.
Di laiche donne invece sì: è pieno! E questa differenza così macroscopica è anche piuttosto singolare, se vogliamo.

7) Abbandonati alla sindrome della crocerossina
In realtà, a pensarci bene, non è nemmeno così poi così sorprendente, questa sovrabbondanza di laiche vergini all’interno del martirologio. Guardando alla santità laicale “in gonnella”, si nota che moltissime donne riescono a guadagnarsi un posto in Paradiso diventando… madri del loro prossimo, se mi passare il paragone.
Tutte quelle “operatrici della carità” che, nei secoli passati, e senza mai prendere il velo, si sono dedicate alla cura degli orfani, degli ammalati, dei poveri, degli scolaretti… non si sono forse “fatte madri” del loro prossimo?
In un certo senso, sì: hanno rinunciato all’avere una famiglia propria (e hanno persino rinunciato a una famiglia religiosa), per diventare educatrici e “madri” di tanti bambini che ne avevano bisogno.
Effettivamente, l’equazione è quasi perfetta: se ti trovi con una santa laica che si è distinta per le opere caritative, costei è – quasi sicuramente – vergine.
Se non è vergine, è sposata ma sterile. Donne già un po’ avanti con gli anni, supportate da un marito simpatizzante, che, accantonata ormai la speranza di avere figli propri, decidono di “adottare” come figli coloro che più ne hanno bisogno.
E del resto, ha pure senso: non ti lanci in certe imprese (e soprattutto non ti ci lanciavi nei secoli passati), se sei una madre di famiglia con figli tuoi a cui pensare.

8) Ammalati orrendamente
Fortunatamente per le aspiranti sante d’oggi, questo tipo di santità laicale al femminile sembra essere in rapido declino. Purtuttavia, per quanto riguarda le sante di epoche passate, il martirologio è pieno di poveracce disgraziate che salivano alla gloria degli altari grazie a un quadro clinico che sembra uscito da una puntata del dottor House. Piaghe sanguinolente, malattie paralizzanti, corpi squassati dal dolore e intere decadi trascorse a letto fornivano alle pie donne l’occasione giusta per santificarsi attraverso una serena accettazione della sofferenza.
Indubbiamente una lezione preziosa… però, facciamo le corna!

9) Sposa uno psicopatico
Aehm: onestamente, è non poco inquietante la quantità di buzzurri psicotici violenti e abusatori che incontriamo scorrendo le pagine del Martirologio. Pare che le sante laiche, oltre ad essere vittime della sindrome della crocerossina, abbiano questa inquietante tendenza a sposare il bad guy di turno (chissà se anche loro si illudono dicendo “ma io lo cambierò!”).
Per quanto capiti, in singoli casi isolati, che la vicinanza con una moglie santa porti alla conversione anche il peccatore più incallito, il Martirologio sembra suggerire invece che, nella maggior parte dei casi, non succede niente del genere. Ovverosia, il marito cattivo continua a picchiare sua moglie, abusare di lei fisicamente e psicologicamente, ostacolare la sua pratica cristiana, complicare la vita a lei… e pure ai figli.
Eppure, le sante laiche continuano eroicamente a salvaguardare il vincolo matrimoniale, restando fedeli al proprio marito nonostante tutte le sue intemperanze. Il messaggio non è – evidentemente – “prendi le botte e taci”; purtuttavia, la Chiesa considera ammirabile la perseveranza con cui, persino nelle situazioni più avverse, la moglie resta fedele (…talora a distanza di sicurezza…) all’uomo che, comunque, ha sposato per l’eternità.

(La cosa positiva è che, in ogni caso, questi buzzurri abusatori tendono a morire precocemente, lasciando alla santa laica alcuni anni di felice vedovanza durante i quali dedicarsi alla preghiera o alle opere di carità).

10) Prepara per la Chiesa i santi di domani
Last but not least (proprio nel senso che questa è una categoria abbastanza corposa!) ci sono le sante… madri di famiglia.
Spesso sono sante che hanno generato altri santi, e in quel caso vien da domandarsi se sia nato prima l’uovo o la gallina – se, cioè, Santa Monica sia salita alla gloria degli altari perché Sant’Agostino l’ha “pubblicizzata”, o se sia semmai Agostino a rilucere di luce riflessa, nel senso che non sarebbe diventato santo se non per Santa Monica.
In ogni caso: che siano o meno madri di santi canonizzati, le sante che accomuniamo sotto l’appellativo di “mogli e madri” sono forse l’emblema più significativo di tutta la santità laicale. Donne impegnate in maniera totalizzante da compiti apparentemente molto umili… perché passare il Fissan sul sederino di tuo figlio non ha esattamente lo stesso appeal del farsi uccidere in odium fidei: fin qui siamo d’accordo?
Eppure, le sante madri riescono, in qualche modo, a conciliare le esigenze pressanti e “umili” della quotidiana vita domestica con le opere di evangelizzazione, di apostolato e di misericordia. Una parola qui, una catechesi là, una vita globalmente vissuta come esempio… e capita talvolta che raggiungano la gloria degli altari anche donne che, apparentemente, “non hanno fatto un bel niente”.
E invece, Dio solo sa quanto hanno fanno realmente!

Per concludere citando paro paro le parole dell’articolo che mi ha ispirato questo post,

è possibile […] risalire a un’idea globale di santità del fedele laico, che sembra fondarsi sulla capacità del santo di sfruttare a gloria di Dio proprio quegli elementi che sono costitutivi dell’identità laicale. […] È come se il Martirologio presentasse la santità laicale come una tipologia specifica, e cioè non come una derivazione e propagazione dai modelli della santità della vita religiosa o della ministerialità ordinata. […] È possibile definire i tratti distintivo della santità laicale secondo il Martyrologium come un evento che si nutre dei valori tipicamente laicali, quali la vita all’interno della famiglia e i talenti che questa esperienza lascia emergere. […] Sembra dunque che la chiave interpretativa dei numerosi casi di esperienza della santità laicale venga riposta nell’idea della famiglia come Chiesa domestica: da cui è originata la vita biologica […] per essere posta a servizio di Dio; in cui si fa esercizio delle virtù cristiane; e dalla quale, infine, ci si può allontanare, per riproporre una tale esperienza di Dio a tutti i fratelli.

Pillole di Storia, Vite di Santi e Beati

I mille volti di Gesù Bambino

Non si parla d’altro, lo aspettiamo tutti; molti di noi, probabilmente, attendono ansiosamente la mezzanotte per deporlo finalmente nella mangiatoia del loro presepe, rimasta simbolicamente vuota per tutto l’Avvento.
Con tutta evidenza, sto parlando Gesù Bambino: immagino che, di questi tempi, ce ne sia uno (o più d’uno) in ognuna delle nostre case… e a questo punto mi vien da chiedervi: precisamente, com’è fatto, il vostro Gesù Bambino?
Il vostro Gesù Bambino del presepio, intendo, ma anche il vostro Gesù Bambino “mentale”. Nel senso: se chiudete gli occhi e pensate a Gesù Bambino, qual è la prima immagine che vi viene in mente?

Essì, perché i Gesù-Bambini non sono mica tutti uguali. Il più famoso è il Gesù Bambino in fasce che riposa nella mangiatoia, ma chiaramente questo non è mica l’unico modo in cui generazioni di artisti hanno rappresentato il Bambinello.
Anzi: l’iconografia cristiana, fin dai primi secoli, si è sbizzarrita in una sorprendente varietà di modi diversi con cui raffigurare Gesù Bambino – e nessuno di questi modi è stato inventato a caso, evidentemente. Di Gesù-Bambini ce ne sono tanti, e ognuno di loro trasmette al fedele un messaggio dfferente, sottolineando un aspetto diverso del Natale.
Ma quale?

Scopriamolo assieme, in questa breve rassegna!

***

IL GESÙ BAMBINO IN FASCE

Il Gesù Bambino più comune, quello seminudo nella mangiatoia, arriva a noi per gentile concessione di San Francesco d’Assisi – che non è in alcun modo l’inventore del presepio in sé, ma ha certamente dato un’impronta fondamentale al presepio così come lo conosciamo oggi.
Francesco – si sa – amava Madonna Povertà; e questo elemento è sempre stato sottolineato pesantemente, nella predicazione francescana riguardo al Natale. Quando cantiamo di quel Re del Cielo che finisce a tremare in una grotta al freddo e al gelo, stiamo attingendo a un classico topos della predicazione francescana: sottolineare lo sconvolgente sacrificio di un Dio Onnipotente che si fa uomo tra gli uomini, povero tra i poveri, inerme tra i più deboli.
Del resto, lo dice la canzone stessa: “quanto questa povertà più mi innamora!”.

Nasce così, nell’immaginario collettivo, il Gesù Bambino tremante nella mangiatoia, a malapena riscaldato dal fiato del bue e dell’asinello. I Vangeli, a ben vedere, non ci descrivono una situazione così drammatica (anzi: dicono esplicitamente che Gesù fu avvolto in fasce, non che fu messo a dormire sulla paglia nudo come un verme a parte un fazzolettino bianco che gli copriva le pudenda)… ma l’immagine del Dio indifeso che rabbrividisce per il freddo è – obiettivamente – troppo forte, per non far colpo.
E quindi, ecco imporsi l’immagine l’ormai classica di Gesù Bambino, bimbetto, seminudo e tremante, nella mangiatoia.
Ah, quanto gli costò, l’averci amato.

Gesù Bambino in fasce 1

Gesù Bambino in fasce 2

Gesù Bambino in fasce 4

IL GESÙ BAMBINO NUDO

Nudo nudo, eh.
Non “vestito alla bell’e meglio” come il Gesù Bambino francescano: nonnò, nudo come mamma l’ha fatto, con tanto di dettagli anatomici da esibire allo sconcertato spettatore!
Non sto parlando di oggetti di culto per feticisti psicopatici: sto parlando di una tipologia di statuetta di Gesù Bambino… che, in realtà, nasceva con questa particolarità per una ragione per precisa.

Vi avevo già raccontato questa bella storia: la statuetta di Gesù Bambino veniva regalata alla giovane donna che entrava in convento o che andava in sposa… e che, unitamente alla statua, riceveva in dono anche un piccolo corredino di vestiti, con cui adornare il suo nuovo Bambinello.
Esattamente come le bambine di oggi si divertono a cambiare il vestito a Cicciobello, le ragazzine di un tempo si divertivano a cambiare d’abito le loro statuette di Gesù Bambino, in una pratica che era un po’ coccola e un po’ preghiera. In un’epoca in cui le donne lasciavano giovanissime la casa paterna, questo Gesù Bambino da coccolare e da vezzeggiare fungeva anche da coperta di Linus, oltre che da oggetto di devozione.
Dunque, Gesù Bambino nudo era tale proprio per permettere ai fedeli di rivestirlo con ogni onore. Fatto sta che, però, sotto ai vestiti, il Gesù Bambino era decisamente nudo; non concepito per essere esposto nudo… ma pur sempre nudo.

Le foto non ve le metto perché – nonostante non ci sia ovviamente nulla di male – non vorrei scandalizzare animi deboli di passaggio; in compenso, per farmi perdonare la mancanza iconografica, vi racconto un fatterello di cronaca recente.
Chi ha buona memoria potrebbe forse ricordare la “polemica” scoppiata un paio di anni fa circa un Gesù Bambino nudo del XVI secolo, recentemente acquisito dal Museo del Louvre. La scelta del museo (esporre il Gesù Bambino così com’è, al naturale, senza ricoprirlo con il tradizionale vestitino in stoffa) aveva fatto molto discutere; alcuni gruppi cattolici avevano addirittura organizzato una colletta, per tentare di comprare il reperto e custodirlo con una diversa cura (ovverosia: rimettendogli il vestito addosso).
Tentativo fallito: il Gesù Bambino se ne resta nudo in una vetrinetta del Louvre.
Ma se, in gita a Parigi, dovreste sgranare gli occhi alla vista di questo bizzarro spettacolo… beh: adesso, quantomeno, sapete il perché.

IL GESÙ BAMBINO EUCARISTICO 

Di tanto in tanto, lo si trova nei santini di inizio Novecento: è – letteralmente – un paffuto Gesù Bambino… che fa cucù da dentro al tabernacolo.
Quando non dimora dentro al tabernacolo, il Gesù Bambino eucaristico tiene in mano un calice di vino, e/o un’ostia consacrata, e/o un grappolo d’uva, e li mostra solenne ai fedeli. Talvolta li porge addirittura ai comunicandi; più raramente, è raffigurato con le vesti sacerdotali, nell’atto di consacrare – ehm – il corpo di se stesso.
Questo tipo di raffigurazione nasce nel tardo Medio Evo e sopravvive molto a lungo: come s’è visto, la si trova ancora in alcuni santini della prima metà del Novecento. È stato un tema particolarmente visitato dagli artisti; mi risulta che sia stato meno gettonato dagli scultori.
Però, che bello…!

Gesù Bambino Eucaristico 4

Gesù Bambino Eucaristico 6

Gesù Bambino Eucaristico 2

Gesù Bambino Eucaristico 3

IL GESÙ BAMBINO BENEDICENTE

È quello che preferisco in assoluto, casomai ve ne dovesse importare qualcosa. (A fatica, ma) lo si trova anche sottoforma di Gesù-Bambino-Da-Presepe, come alternativa al Povero-Cristo-In-Fasce.
Come lascia intuire il nome stesso, il Gesù Bambino benedicente è un bimbetto neonato che – con levità, in modo quasi inconsapevole – solleva la sua manina verso chi lo guarda, nel tipico gesto del sacerdote che benedice.
Il messaggio è chiaro: la statuetta vuole sottolineare la divinità, la “sacerdotalità” di Cristo. Se il Gesù Bambino benedicente si trova all’interno di un presepio, si presenta vestito di una bella tunichetta bianca; se invece esiste come statua stand alone (di quelle da mettere in chiesa, per capirci) può essere ricoperto di ornamenti ancor più elaborati. Tuniche lunghe fino ai piedi, abitini ornati; talvolta, addirittura paramenti sacerdotali, con tanto di pianeta e stola.
Talvolta lo si trova anche benedicente e in fasce, sempre per effetto della predicazione francescana, ma non è la norma (i sacerdoti, in media, non elargiscono benedizioni andando in giro in mutande).

Oh: non so quale sia il Gesù Bambino che colpisce di più la vostra sensibilità, ma il Dio-bimbetto-e-sacerdote è decisamente quello che mi piace di più.

Gesù Bambino benedicente 2

Gesù Bambino benedicente 3

Gesù Bambino benedicente 7

IL GESÙ BAMBINO DELLA PASSIONE

…decisamente quello che mi piace di più, dicevo, se escludiamo, ovviamente, quello con cui vi rompo l’anima da anni: il Gesù Bambino della Passione.
Deprimente, guardare Gesù Bambino nella culla e riflettere su come sarà torturato, umiliato e ammazzato per colpa nostra? Deprimente, non lo metto in dubbio, ma che il Natale sia un momento in cui è vietato pensare alle brutture del mondo è un’idea (bacata) recentissima, che su questo blog proprio non trova asilo. Anzi.
Le leggende natalizie e l’iconografia hanno sempre tentato di ricordare il legame che intercorre tra il Natale e la Passione: perché, in fin dei conti, Dio non s’è incarnato giusto per vedere l’effetto che fa.
E allora, molti artisti hanno scelto di rappresentare Gesù Bambino nelle vesti di agnello sacrificale, che già presagisce il futuro a cui è chiamato.

Talvolta lo vediamo compreso dal suo ruolo, solenne, a meditare sul destino che lo aspetta; talvolta lo vediamo ancora bimbo e inconsapevole, mentre giocherella con una croce di legno e con alcuni chiodi che San Giuseppe deve aver lasciato incustoditi sul tavolo di lavoro. Altre volte lo vediamo proprio spaventato, che si stringe alla mamma in preda alla paura; altre volte ancora lo vediamo teneramente ignaro e inconsapevole, mentre riposa in una culla “adornata” di chiodi e di spine.

Io lo dico sempre e non lo faccio mai, ma me lo prendo come buon proposito per il Natale prossimo: intrecciare una corona di spine e posarla vicino alla culla di Gesù Bambino, nel mio presepio.
Oh, quanto lo troverei significativo!

Gesù Bambino della Passione 3

Gesù Bambino della Passione 2

Gesù Bambino della Passione 1

Gesù Bambino della Passione 5

IL GESÙ BAMBINO RISORTO 

…perché d’accordo che il Natale non è un evento fine a se stesso, ma lo stesso si potrebbe dire anche riguardo al Venerdì Santo.
E quindi, ecco fare capolino nell’iconografia le tante rappresentazioni del Gesù Bambino risorto: un bimbetto di pochi anni di bianco (o di rosa) vestito, che spesso porta sul suo corpo paffutello i segni del flagello e della crocifissione.
Ma è un Gesù Bambino flagellato, crocifisso, e vittorioso: si mostra al fedele come colui che è risorto sconfiggendo la morte, e reca con sé il classico stendardo che siamo abituati a vedere in tanti quadri sulla Resurrezione. Spesso è accompagnato da un agnellino (che vicino a un bimbetto fa sempre il suo effetto); molto spesso ha una mano sollevata per benedire il fedele, e annunciargli che la morte non deve più fare paura.

Gesù Bambino risorto 1

Gesù Bambino risorto 2

Gesù Bambino risorto 3

Gesù Bambino risorto

IL GESÙ BAMBINO RE DELL’UNIVERSO

È probabilmente una delle raffigurazioni più antiche di Gesù Bambino, perché, beh… prima ancora di essere un neonatino innocente in fasce, prima ancora di essere un agnello sacrificale destinato alla sofferenza atroce, Dio Onnipotente è quello, no? Il re dell’universo, il salvatore del mondo.
E allora, ecco un fiorire di quadri e di statuette in cui Gesù Bambino, rivestito di tutte le più solenni insegne della regalità, si mostra al fedele come il potente salvatore del mondo. Spesso stringe addirittura in mano un piccolo globo terrestre, a sottolineare la sua signoria sul mondo e sull’umanità; in altri casi, si mostra “semplicemente” come il più forte e il più venerabile di tutti i potenti – di rosso vestito, adornato di corona e di scettro.

Questo tipo di raffigurazione, diffusissimo e imperante fino a pochi decenni fa, sembra poco gettonata dagli artisti contemporanei (…e anche dai fedeli).
Forse, oggigiorno, parlare di regalità sociale di Cristo è poco politically correct: sembra di essere la versione catto-talebana dell’Isis. O forse – come osservava provocatoriamente san Josemaria Escrivà – ammettere che Dio è re implicherebbe anche l’ammettere che, di norma, il re detta legge e i suoi sudditi si adeguano… e, sotto sotto, a noi fa comodo, dimenticarci di questo dettaglio.

Gesù Bambino re 2

Gesù Bambino re 3

Gesù Bambino re 4

Gesù Bambino re

Eppure, se ci pensate, il Natale è tutto qui, no?
Il Signore Dio, salvatore del mondo e re dell’universo, che diventa uomo tra gli uomini, indifeso tra gli indifesi, per salvare l’umanità attraverso la sua morte e resurrezione.
…ma anche per tornare tra gli uomini ogni giorno, da duemila anni a questa parte, sugli altari delle chiese, per mano dei nostri sacerdoti. È Natale ogni giorno, se la vediamo sotto questo punto di vista!

Ma siccome oggi è Natale ancor più che in ogni altro giorno: a tutti voi, di cuore, un augurio per una serena, felice, santa festa piena di gioia.
Auguri a tutti voi, e alle vostre famiglie!