La trasfusione di sangue di Papa Innocenzo VIII

Si ha un bel dire che chi crede alla vita eterna non deve aver paura di affrontare la morte. In linea teorica, tutti d’accordo; quando però ti trovi davanti un medico che ti dà non più di tot. mesi di vita… ehm. Immagino che, in quel frangente, la vita in questa valle di lacrime cominci tutto sommato a non sembrarti poi così male.
Proprio per questo non fatico a comprendere l’umana reazione di Papa Innocenzo VIII di fronte a una prognosi di morte certa: così drammatica nei suoi esiti; così spontanea nella sua semplicità.

ipapierz-innocenty-viiiNato da una illustre famiglia genovese, Gian Battista Cybo sale al soglio pontificio il 29 agosto 1484. I maligni dicono che i cardinali elettori abbiano deciso di puntare su di lui per uscire da una situazione di stallo che stava spaccando in due il conclave, incapace di esprimere una preferenza tra due papabili. E così, come nel proverbio, tra i due litiganti ha goduto il terzo: e cioè, appunto, il nostro amico Gian Battista, selezionato col criterio di mandare al soglio di Pietro un cardinale malconcio, che… togliesse il disturbo quanto prima. Gian Battista Cybo, all’epoca del conclave, era poco più che cinquantenne: non anziano, dunque, ma notoriamente cagionevole (e, oltretutto, debole anche nello spirito. Un suo contemporaneo lo definì un uomo adatto più ad essere consigliato che a comandare).

Sennonché, con buona pace dei cardinali elettori, papa Innocenzo VIII non fu così rapido a morire. Vittima di violentissimi attacchi febbrili, causati forse da una malaria recidivante, il papa genovese fu dato per spacciato già a pochi mesi dalla sua elezione… ma, in realtà, tirò avanti per otto anni, medicalizzato da un vasto stuolo di archiatri pontifici che si alternavano attorno al suo letto. Sorpresa delle sorprese, alcuni di essi non erano nemmeno di religione cattolica: nel disperato tentativo di trovare una cura, Innocenzo VIII “osò” ciò che per altri papi sarebbe stato un tabù, e cioè mettersi nelle mani di medici di religione ebraica. “Egli era convinto”, spiega Bucardo, cronista di curia, “che la grande malvagità degli Ebrei conferisse loro la chiave d’una arcana sapienza che i medici Cristiani non possedevano”.

Sarà un caso? O sarà forse che – come osservarono i contemporanei – solo un medico giudeo avrebbe ardito usare il papa come cavia umana per una terapia sperimentale mai provata fino ad allora?
In ogni caso, un medico giudeo osò. E, di fronte a un improvviso aggravarsi di papa Innocenzo VIII, tentò il tutto e per tutto con un’operazione folle e disperatissima.

Inizia qui una delle pagine più affascinanti per gli appassionati di Storia della Medicina, e, francamente, più disturbanti per il cattolico che si diletta di Storia. Sì: perché nell’aprile 1492 ebbe luogo, nei palazzi pontifici, quella che è forse la prima trasfusione di sangue di cui la Storia abbia una memoria.

“La prima trasfusione di sangue della Storia”, oh wow: c’è di che mandare in solluchero i cultori della scienza medica!
Sennonché, io provo sempre un vago senso di disagio quando penso all’episodio che sto per descrivervi… perché sì, ok, evviva la sperimentazione, ma se le trasfusioni di sangue non erano mai state tentate fino ad allora, una ragione c’era. Erano dannatamente pericolose.   

Tralasciando quel trascurabile dettaglio dei gruppi sanguigni e della non compatibilità tra gruppi diversi (conoscenze, ovviamente, non note a quell’epoca), il vagheggiamento di poter prendere del sangue da corpi giovani e sani e infonderne l’energia vitale in corpi decrepiti prossimi alla morte aveva affascinato generazioni di scienzati. Nel trattato De medicina, il medico romano Celso sosteneva persino di aver visto uomini malati riguadagnare improvvisamente la salute dopo aver bevuto (?!) il sangue di gladiatori uccisi.
Eppure eppure eppure, si trattava d’una cura incredibilmente pericolosa, e dagli esiti drammaticamente incerti. Ben lungi dal potersi affidare a volenterosi donatori di sangue iscritti all’AVIS, gli archiatri pontifici dovettero andarli a cercare tra i più poveri vicoli romani, tre ragazzini che fossero disposti a donare il loro sangue al vicario di Cristo in terra. E neppure una generica promessa di onori e riconoscenza dovette essere sufficiente a convincere quei giovani disperati: il papa dovette promettere loro un ducato a testa (cifra niente affatto trascurabile, per quell’epoca), pur di farli acconsentire.

Con crudo realismo, il Bucardo descrive in questi termini il disperato intervento medico:

Il dottore disse che era pronto a cominciare. Si inginocchiò, e così entrò nella camera da letto del papa; quindi, con mano tremante, salassò il pontefice.
Il primo dei tre giovani fu fatto entrare, e, con diretto trasferimento, il sangue passò da lui al papa.
La stanza puzzava per l’odore del sangue, che colava sulle coperte e giù dallo scendiletto fino sul pavimento. Venne poi chiamato il secondo giovane, e infine il terzo: ben presto, tutti e tre giacevano morti nell’anticamera. Dalle loro mani rattrappite fu ripreso il denaro.

Cosa determinò la morte dei tre sfortunati donatori? Forse un dissanguamento, forse una bolla d’aria introdottasi nelle vene; forse – come non mancarono di suggerire, ovviamente, i contemporanei – un preciso intento omicida del medico ebreo, che infatti fuggì da Roma dopo i suoi tentativi non andati a buon fine. Alcuni storici si spingono addirittura a dare un nome a questo archiatra (sarebbe un certo Abraham Myere de Balmes), altri vanno nella direzione radicalmente opposta ipotizzando che questa intera vicenda sia null’altro che una leggenda nera di matrice antisemita (o antipapista): le cronache di questa emotrasfusione sono sì numerosissime, ma nessuna è di prima mano, scritta cioè da un testimone oculare.

Sarà quel che sarà: in ogni caso, il disperato tentativo non andò a buon fine. Papa Innocenzo VIII cessò di vivere il 25 aprile 1492. Aveva sessant’anni.

InnocenzoVIII Trasfusione di sangue

Biancomangiare!

Cos’è il biancomangiare?
Un dolce tipico siciliano, sì, ma molto, molto di più. Basterebbe la sola lettura della pagina di Wikipedia per farci suonare nella testa un metaforico campanello d’allarme, nel momento in cui l’enciclopedia online ci spiega come questo dolce della contea di Modica si trovi anche in Sardegna (…?) e Val d’Aosta (?!), con minime differenze di preparazione.

E infatti, il biancomangiare non è solamente un dolce.
“Biancomangiare” è una dieta, una tecnica di cottura, una filosofia gastronomica che assurge quasi a “stile di vita”.
E, sorprendentemente, non è una moda da fricchettoni new-age, ma bensì una dieta con origini antichissime, che affonda le sue radici nei secoli centrali del Medio Evo.

***

E quindi, ripartiamo: cos’è il biancomangiare?
Il biancomangiare è, nel Medio Evo, un regime alimentare basato sul consumo di alimenti che hanno colore chiaro. Del tutto candido, o comunque tendente al bianco.
Insomma: un tripudio di riso, carne bianca, mandorle, zucchero, latte, pesce a polpa chiara. Ammessi funghi, patate, e tutte le verdure sui toni del bianco; severamente banditi gli alimenti di colore scuro… e soprattutto le carni rosse, nemico giurato del blanc manger.

Madeleine Ferrières, che in un “gustoso” libro sulle paure alimentari nella Storia analizza tante di queste fissazioni gastronomiche, stenta a capitarsi di questa bianco-mania:

Gli storici, che hanno studiato il simbolismo cromatico associato a una quantità di oggetti, non spiegano perché in cucina, ma soprattutto nei prodotti del mercato, il bianco sia così valorizzato [nel Medio Evo]. Non vi è alcuna corrispondenza oggettiva fra colore bianco e valore nutritivo, anzi. Un pane bianchissimo, senza glutine, un vino bianco, senza i polifenoli del rosso, sono meno salutari di un pane o di un vino colorati.

Eppure, è la stessa Ferrières a proporre per questo fenomeno una chiave di lettura: nel Medio Evo, il blanc manger va di moda per ragioni squisitamente mediche, tutte collegate alla “medina galenica” in voga a quel periodo.

Secondo la teoria del medico greco Galeno, l’organismo umano si compone di quattro elementi (più propriamente detti “umori”): sangue, flegma, bile nera, bile gialla.
La proporzione di questi elementi all’interno del corpo umano tende ad alterarsi naturalmente a seconda delle età, del tempo atmosferico, del momento della giornata e così via dicendo. Piccole variazioni nella proporzione degli umori sono dunque perfettamente accettabili, ma quando l’equilibrio dei quattro elementi viene alterato in maniera pesante, ecco allora insorgere la malattia – fisica e non solo: un eccesso di questo o quell’altro elemento può persino comportare degenerazioni caratteriali.

Tra i quattro elementi, uno in particolare era da tenere sotto controllo con particolare attenzione (un po’ come noi teniamo sotto controllo e il colesterolo): la bile nera, temutissima fra tutte. Si trattava di un umore particolarmente insidioso, innanzi tutto perché era quello che si “sballava” con maggior facilità, soprattutto in chi svolgeva lavori che comportavano poca attività fisica.
In secondo luogo, era proprio la bile nera a portare, in caso di alterazioni, le conseguenze fisiche più dannose.Il medico catalano Arnaldo da Villanova, morto nel 1311, definiva senza mezzi termini la bile nera “nemica della gioia e della franca espansione, parente della vecchiaia e della morte”.

Ecco dunque l’assoluta necessità di contrastare in ogni modo gli squilibri della bile – anche a costo di ricorrere a diete particolari, tutte basate sul principio dell’allopatia (cioè: l’assunzione di sostanze che hanno azione contraria rispetto alle cause della malattia).
E allora – giacché la bile nera è un umore freddo, secco… e nero, per l’appunto – prende piede la convinzione che un’utile strategia per combatterla sia quella di introdurre all’interno dell’organismo sostanze calde, umide… e bianche.

Secondo Marsilio Ficino, ad esempio, a tal scopo

vanno bene tutti i latticini, in particolare latte, formaggio fresco, e le mandorle dolci. Si adattano bene le carni di uccelli, galletti, quadrupedi lattanti; le uova da bere, in maniera particolare, e, tra le parti degli animali, particolarmente il cervello. Inoltre vino leggero, chiaro, soave e odoroso.

È quasi sicuramente a partire da questi precetti medici (accompagnati da una certa moda del momento, come ce ne son tante anche per le nostre diete salutiste…) che nasce, nei secoli centrali del Medio Evo, un nuovo trend alimentare. E cioè, il biancomangiare: un intero menù (se possibile), o come minimo una portata (vero must in tutti i pasti di un certo livello) interamente a base di ingredienti bianchi.
Le cucine europee lo propongono in innumerevoli varianti: dolci, salate, neutre; come portata principale, come piatto di contorno. Nei pranzi signorili, il biancomangiare era quasi sempre una portata a sé, proposta dopo il secondo e prima del dessert, con funzioni simili a quella dell’odierno sorbetto servito a metà pranzo: dare agli ospiti un momento di pausa con un boccone fresco e leggero, stimolando la digestione per le portate successive. In questa accezione, il biancomangiare è proposto da tutti i ricettari medievali in una variante “di grasso”, a base di petto di pollo, e una variante “di magro” con polpa di pesce, e perciò adatta al consumo in Quaresima.

Per chi volesse cimentarsi con un autentico biancomangiare old-style, riporto qui la ricetta originale di Maestro Martino de Rubeis, famosissimo e popolarissimo cuoco italiano del XV secolo. Traggo la ricetta, e soprattutto il suo adattamento, da quella delizia di libro che è A tavola nel Medioevo. Con 150 ricette dalla Francia e dall’Italia, edizioni Laterza: davvero un piccolo tesoro per tutti gli appassionati (…e i semplici curiosi).

Ma prima di lasciarvi alla ricetta, vi avviso che ci si rilegge sotto…

Biancomangiare di Maestro Martino

…e ci si rilegge sotto, come promesso, perché qui mi sono sbizzarrita (o: sono definitivamente uscita di testa), e ho provato ad adottare la strategia del biancomangiare per comporre il menù di un pranzo d’oggi, con ricette d’oggi… rigorosamente, a regime quaresimale!

Beh: i medievali approverebbero. Se la dieta del biancomangiare era adottabile in ogni periodo dell’anno, i benefici di questo regime alimentare diventavano particolarmente evidenti nei tempi forti.
L’eccesso di bile nera – l’ho già detto – poteva causare non solo sofferenza fisica (che, tanto quanto…), ma anche pericolose degenerazioni caratteriali. Malinconia, ansia, inibizione della vita di preghiera, irritabilità: tutte queste erano potenziali conseguenze di uno scompenso di bile nera (e vorrei farvi notare che un’eco di queste convinzioni mediche rimane ancora nel nostro linguaggio, quando diciamo che “oggi sono di umore nero”).

E… beh: non è bello affatto, essere di umore nero. È soprattutto pericoloso lasciarsi sprofondare in un gorgo di melanconica tristezza, che ti induce a ripiegarti su te stesso abbandonando ogni interesse per il prossimo tuo.. e per Dio. Ecco perché la dieta del blanc manger era particolarmente gettonata nei tempi forti dell’anno liturgico: se un alimento di colore bianco può in qualche modo “detossicarci” da tutto ciò che non va nel nostro carattere… beh: perché no?!

Ligia a questo precetto medievale, io mi son divertita a creare tre menù quaresimali per chi volesse giocherellare a servire una cena tutta in bianco. Siccome sono io “la padrona di casa” virtuale, vi adattate necessariamente alle mie scelte: niente carne, niente alcool, niente dolci. Vuolsi così in casa mia (ove non vedreste mai in Quaresima un pranzo composto da così tante portate, ma… mettiamocele tutte, per amor di discussione).
Ebbene, le mie scelte proposte per il blanc manger sono queste: ognuno rimanda a una ricetta che ho trovato sui siti di food blogger. Ognuno può divertirsi a comporle come meglio crede per creare il suo menù ad hoc… e se qualcuno si cimenta davvero con questa cena albo-quaresimale, me lo faccia sapere… e soprattutto mandi le foto!!

Antipasto

  • Spiedini di una bianca e pecorino: ricetta qui, via La regina dei fornelli
  • Tagliata di primosale: ricetta qui, via Clara Pasticcia
  • Focaccia di Recco: ricetta qui, via Aria in cucina (NB la amo – la focaccia, non la blogger – ho provato a ricrearla infinite volte, e non m’è mai venuta come la si mangia in Liguria. Metto le mani avanti e avviso che secondo me è una preparazione particolarmente insidiosa)

Primo piatto

  • Ravioli di ricotta, noci e pecorino: ricetta qui, via Ogni riccio un pasticcio
  • Risotto al moscato e crema di stracchino: ricetta qui, via Streghetta in cucina 
  • Pasta al pesto di pistacchi e asparagi bianchi: ricetta (del pesto) qui, via La mia Cucina Rossa 

Secondo

  • Insalata di polpo: ricetta qui, via Lo spicchio d’aglio
  • Calamari fritti con mandorle e riso soffiato: ricetta qui, via Il cucchiaio d’argento (…che, con ogni evidenza, non è un food blogger, ma passatemela ché ho fatto una fatica boia a trovare ricette di pesce, all white, che cucinerei davvero. L’ho già menzionato che a me fa schifissimo, il pesce?)
  • Arrosto di rana pescatrice con pistacchi e carciofi: ricetta qui, via Sale e Pepe (vedi sopra ,circa il non essere Sale e Pepe un food blogger esordiente. Però la segnalo come la mia rivista di cucina preferita, che ritengo nettamente al di sopra di tutte le altre in circolazione

Contorni

  • Patate al vapore, semplici ma efficaci: ricetta qui, via Il ricettario di Valentina
  • Cavolo alla piemontese con noci e mandorle (ma senza uvetta, evidentemente: non è bianca!): ricetta qui, via Una blogger in cucina
  • Cupole di cavolfiore alle mandorle: ricetta qui, via Barbie magica cuoca, con nota di merito per il suo contenere quello che era l’ingrediente principe del blanc manger medievale: la mandorla!, cibo dalle virtù benefiche per eccellenza (secondo i medici dell’epoca)

Robe di frutta vagamente dolci da servire in sostituzione ai dessert 

  • Smoothie alla banana: ricetta qui, via Cappuccino e cornetto 
  • Mela cotta al burro (ma non da caramellare, secondo i miei standard quaresimali): ricetta qui, via Jul’s Kitchen
  • Macedonia di uva (bianca), mela e pera: ricetta qui, via Il cucchiaino di Alice 

***

Vi dirò: non escludo di organizzarla davvero, prima o poi, questa cena con blanc manger attualizzato.
Conoscendo la storia che sta dietro a questo menù cromatico… potreste far partire la conversazione a tavola con uno spunto non comune!

[Pillole di Storia] Ma PERCHÉ la gente non si lava???

Piccola premessa che non c’entra niente ma che, arrivati a questo punto, sento doverosa: gente, non è che mi sia stufata di tenere un blog, eh. Davvero!
È che sto facendo un sacco di bellissime cose sul lavoro, alcune delle quali potreste anche voler leggere o vedere nel corso dei prossimi mesi… sennonché, il mio tempo libero si è ridotto al lumicino, e non sono ancora riuscita a organizzarmi una routine in cui trovo spazio anche per il blog.
Ma non è che mi stia stufando di bloggare, anzi, spero di tornare presto a pieno regime! (E me lo dico da mesi, e ogni giorno mi metto al computer sperando di scrivere qualcosa, ma fra una cosa e l’altra son già arrivate le dieci di sera e io casco da sonno, e per scrivere questo post (beh, e anche per fare altre cosette) mi son dovuta prendere una mezza giornata libera dal lavoro. Argh).

Fatta questa premessa, torno online dopo lungo silenzio per mettervi a parte di una scoperta di vitale importanza a cui sono giunta pochi giorni fa: la gente non si lava.

Io non so che cosa induca un individuo adulto, presumibilmente residente in un appartamento dotato di acqua corrente e vasca da bagno, a salire sulla metro A alle otto del mattino (quindi, manco dopo una dura giornata di lavoro) tutto lercio e sudaticcio, circondato da una graveolenta aura di fetore.
Purtuttavia, signori, questo accade: per ragioni a me ignote, nell’Italia del 2016, la gente non si lava. Non so cosa sproni questi individui a tale scelta; non so quale demone interiore alberghi nel loro cuore suggerendo che è una buona idea fare a meno di bagnoschiuma e deodorante; purtuttavia, così è.

Nell’impossibilità di spiegarmi tale stupefacente comportamento, mi consolo indagando le cause remote che spingevano i nostri antenati a non lavarsi.
Sì, perché… avete presente, no?, tutte le dicerie (alcune veritiere, altre un po’ gonfiante) sull’assenza di bagni nel passato. È verissimo: mediamente, nel passato, ci si lavava molto meno.
E ci si lavava molto meno, non solo perché non ci fossero le vasche da bagno e l’acqua corrente. No no: ci si lavava molto meno perché la prospettiva di fare il bagno era, culturalmente, percepita come un qualcosa di altamente indesiderabile. Ogni tanto qualcuno ci mette in mezzo anche la Chiesa: i nostri trisavoli non facevano il bagno – si legge qua e là – perché la proverbiale sessuofobia cattolica imponeva ai fedeli di evitare le vasche da bagno, notorie occasioni prossime di peccato.

Beh, beh.
C’è un fondo di verità in tutte queste dicerie, ma c’è anche qualcosa da precisare meglio. Cerchiamo di scendere un po’ più nei dettagli.

***

Che nel Medio Evo – secolo buio “per eccellenza” – non ci si lavasse affatto, è cosa che non corrisponde al vero.
Erano spariti gli impianti termali così cari alla cultura romana: questo sì. Non che tutti quanti i Romani avessero indiscriminatamente l’abitudine di andare alle terme con regolarità; purtuttavia, è anche vero che le terme, nell’Antica Roma, erano diffusissime, aperte pressoché a chiunque, e “culturalmente” accettate senza nemmeno battere ciglio. Nessun romano sano di mente si sarebbe mai sognato di dire che andare alle terme era, in sé e per sé, qualcosa di disdicevole, da evitarsi.

…e in effetti quest’attitudine rimane anche nei secoli a venire, eh!
Davvero!
Cambiano le modalità con cui si ha accesso all’acqua calda… ma non è che l’abitudine di farsi, di tanto in tanto, un bel bagno caldo scompaia improvvisamente col crollo dell’Impero Romano. In questo articolo, la sempre ottima Mercuriade de Il Palazzo di Sichelgaita ci offre un lungo ed interessante excursus su quelle che erano, in buona sostanza, le “eredi morali” degli stabilimenti termali romani: le stufe medievali.

Scatto rubato al (bel) telefilm "Vikings", per mostrare re Ecgbehrt del Wessex offrire un bagno caldo ai suoi alleati (ca. 800 d.C.)
Scatto rubato al (bel) telefilm “Vikings”, per mostrare re Ecgbehrt del Wessex offrire un bagno caldo ai suoi alleati (ca. 800 d.C.)

Dicasi “stufa” una grossa sala, inizialmente collocata nei grandi castelli, vicino alle cucine, dotata di grosse tinozze (o piccole piscinette) che, all’occorrenza, potevano essere riempite d’acqua calda, spesso profumata con essenze, petali di rosa, e quant’altro. I nobili (e, in generale, chiunque poteva permetterselo) amavano immergersi in queste vasche e galleggiare quietamente a mollo nell’acqua calda, talvolta circondati da parenti e amici. Né più né meno come accadeva in età romana, il bagno caldo diventava spesso l’occasione di vivere momenti conviviali con alleati, vassalli, servitori, ospiti in visita; e così, ad esempio, non ci deve stupire sapere che Carlo Magno “aveva l’abitudine di invitare al bagno non solo i suoi figli ma anche nobili e amici, e, di tanto in tanto, persino sottoposti e guardie”.

I Crociati di ritorno dalla Terra Santa tornarono in patria magnificando i grandiosi hammam che avevano visto in Oriente, e questa esperienza fu lo sprone per creare anche in Europa qualcosa di simile, ovverosia stabilimenti in cui fosse possibile a chiunque – e non solo ai ricconi – avere accesso a salutare un bagno caldo. Nascevano così le stufe propriamente dette, ovverosia grossi stabilimenti in cui – previa il pagamento di una tariffa piuttosto accessibile – chiunque poteva avere accesso a un momento di… tiepido relax.

Due rispettabili signori (non necessariamente marito e moglie) si godono un bagno caldo, in una miniatura fiamminga del 1275

Ecco, appunto: chiunque.
Il problema è proprio questo: chiunque poteva avere accesso alle stufe, e immergersi – completamente nudo – in grossi vasconi progettati per accogliere decine di persone, maschi e femmine contemporaneamente.
Non è che le stufe fossero dei bordelli, eh! Noi inorridiremmo all’idea di un padre di famiglia che in pausa pranzo va a farsi un bagno in una piscina pubblica circondato da donne completamente nude, ma, nel Medio Evo, la sensibilità era differenze, e il senso del pudore era molto diverso da quello che abbiamo noi moderni.
(Del resto, come faceva notare Mercuriade nel suo articolo, un san Francesco ha avuto la bella pensata di denudarsi di fronte al suo vescovo, e, tutto sommato, non è stato linciato dalla folla; oggigiorno, quelle che si denudano di fronte ai vescovi sono le Femen, e non è che siano molto ben viste culturalmente…).

 Ecco invece due monachelli che - come dire - se ne approfittano un po' troppo, in un codice miniato boemo (1490-1510 ca.)
Ecco invece due monachelli che – come dire – se ne approfittano un po’ troppo, in un codice miniato boemo (1490-1510 ca.)

Quindi: nel pieno Medio Evo, la gente aveva l’abitudine (o quantomeno la possibilità) di godersi un bel bagno caldo nelle cosiddette “stufe”… e non è che la Chiesa avesse niente in contrario!
Sì, c’era gente nuda immersa nella stessa vasca… ma in fin dei conti anche oggi, in spiaggia, c’è gente “in biancheria intima” immersa nella stessa acqua: non è che la Chiesa (o la morale comune) ci vedesse niente di male.
Certo: poteva capitare che, in alcune stufe, la situazione degenerasse. Anzi: a dirla tutta capitava con una certa frequenza che, in certe stufe “malfamate”, poste magari in quartieri periferici, il proprietario dello stabilimento offrisse ai suoi clienti alcuni servizi extra, generalmente affidati a signorine nude e piacenti che si mettevano a disposizione di chi le desiderava.
Era una degenerazione abbastanza comune (…del resto, il contesto invogliava…), ma, appunto, una degenerazione. Bastava evitare con cura certi ambienti, e niente avrebbe impedito di godersi un bel bagno, in maniera del tutto rispettabile.

A far cadere in disgrazia l’abitudine dei bagni comuni, in effetti, non è stata Santa Madre Chiesa, come spesso si legge in giro.
È stata la Scienza Medica.

Verso la metà del Trecento, durante la grande epidemia di peste passata alla Storia come “Morte Nera”, i medici cominciano a suggerire che, forse forse, vista la situazione, è meglio evitare di andarsi a immergere in catini d’acqua dove, prima di te, è entrato chissà chi altri.
L’epidemia si conclude, ma nei decenni successivi ne arrivano altre, ad ondate; con la scoperta dell’America, si aggiunge la piaga della sifilide (che a noi, adesso, può anche far ridere, come cosa… ma la sifilide è una malattia spaventosa, se non viene curata in tempo. E all’inizio non era mica chiaro il mezzo di trasmissione: la sifilide faceva ancor più paura della peste, sotto certi punti di vista).

Insomma: la situazione sanitaria è quella che è; e, negli ultimi secoli del Medio Evo, la popolazione comincia a introiettare questo concetto: fare il bagno è pericoloso.
Rincara la dose la scienza medica: a contatto con l’acqua – spiegano i medici, terrorizzati – i pori si dilatano per effetto del vapore. Il che, in effetti, è vero.
Quello che non è affatto vero è lo step successivo: nel momento in cui i pori sono dilatati, il corpo è più esposto alla penetrazione di agenti patogeni; ergo, ci si ammala più facilmente; ergo, fare il bagno è pericoloso.

Una scena così - dipinta in un libro delle ore tardoquattrocentesco - non l'avremmo vista più, di lì a pochi anni.
Una scena così – dipinta in un libro delle ore tardoquattrocentesco – non l’avremmo vista più, di lì a pochi anni.

Tra la fine del Medio Evo e l’inizio dell’Età Moderna, scompare la consuetudine di rilassarsi nelle stufe, ma scompare anche l’abitudine di bagnarsi in generale.
Immergersi nell’acqua di mare o di fiume (prima, pratica assolutamente diffusa) comincia a sembrare un’imprudenza bella e buona. Prendersi la briga di togliersi i vestiti, infilarsi in una tinozza, e farsi versare addosso acqua più o meno calda comincia ad apparire una inutile tortura, oltretutto dannosa per il corpo: il bagno, ormai, viene visto come una pratica pericolosa da svolgersi solo sotto stretto controllo medico, per curare determinate patologie.
Solo le mani continuano ad essere lavate con acqua corrente (…possibilmente miscelata con aceto o olii essenziali, per renderla un po’ meno mortifera); per tutto il resto del corpo, si preferisce una igiene quotidiana fatta di “lavaggi a secco”: frizionamento del corpo con ciprie profumate, panni appena appena inumiditi di profumo,  spugnette utilizzate per assorbire il sudore…

Detto ciò, poteva capitare che la gente si incipriasse ogni giorno il sedere (aehm) ma andasse avanti tutta la vita senza mai farsi un bagno. La sola idea ci ripugna, ma così stanno le cose – e ripeto: non c’entra la sessuofobia clericale (…per quanto, nel corso dei secoli, cambi il concetto di “pudore cristiano”: la Chiesa della Controriforma certamente non avrebbe accettato l’idea antica di “stufa medievale”. Ma fosse stato solo un problema di pudore, la gente avrebbe potuto continuare a farsi il bagno da solo per i fatti suoi, come facciamo ancora oggi).
No: la Chiesa non c’entra (quasi) per niente.
A monte dell’inquietante situazione appena descritta, non c’era la sessuofobia clericale; c’era l’idrofobia della scienza medica.

L’unica cosa positiva di questa situazione (…se proprio vogliamo trovare qualcosa di positivo in questo schifo…) è che, in un contesto in cui la gente campa sessant’anni senza mai mettere piede in una vasca da bagno, diventa quantomeno prassi comune quella di cambiarsi frequentemente la biancheria. (Eh beh).

Per chi aveva la possibilità di avere un cambio di biancheria, comincia a farsi strada l’abitudine di curare la propria igiene con frequenti cambi d’abito.
Del resto, la biancheria assorbe il sudore: se io mi tolgo la biancheria, la mando a lavare, mi friziono il corpo con una spugnetta, e poi mi infilo una canottiera nuova, sono a posto, no? Sono lindo e profumato, no?
(No?)

Leonardo
Una riproduzione (in vedita su Etsy) dell’abito indossato dalla “Belle Ferronnière” ritratta da Leonardo. Un sacco di biancheria a vista!

Appaiono in questo contesto bizzarre pratiche penitenziali “a scopo fioretto” che consistono nel… non cambiarsi le mutande per tot. mesi (aehm), e appare in questo contesto anche la moda, arrivata fin quasi ai nostri giorni, di avere biancheria intima solo e rigorosamente bianca.
In una situazione in cui tanto più sei pulito quanto più è pulita la tua biancheria, diventa imperativo – soprattutto per i ricchi – dimostrare che il loro intimo è candido, immacolato, lavato di recente, e indossato da pochissimo. Ergo: la biancheria dev’essere candida – e se, ovviamente, nessuno ti solleverà la gonna per vedere se hai le mutande gialline, la moda rinascimentale ti permette comunque di ostentare il candore della tua lingerie facendola spuntare ad arte attraverso il corsetto allacciato “largo”, o attraverso strategici tagli sulle maniche dei vestiti.

Bisognerà aspettare fino alla fine del Settecento, prima che, tra le élite illuministe, si imponga la moda (ma all’inizio è proprio solo una moda!) di tornare a fare il bagno.
Che comunque non è il bagno come lo intendiamo oggi: si tratta di veloci immersioni in acqua fredda (…o anche proprio ghiacciata) effettuate con lo scopo primario di tonificare l’organismo (più ancora che pulire il corpo).

Certo: dai bagni gelati degli Illuministi ai bagni “normali” dei nostri bisnonni, il passo è relativamente breve. Eppure, non è che la ricezione della pratica sia stata così indolore: nel gustosissimo saggio Vita di casa, Raffaella Sarti fa notare come, all’inizio dell’800, solo un terzo dei palazzi nobiliari di nuova costruzione fosse dotato di un locale atto ad ospitare la vasca da bagno (e sottolineo il concetto “palazzi di nuova costruzione”: quindi non si trattava di adattare locali già esistenti e non predisposti all’uso).
C’era ancora molto scetticismo circa la bontà di farsi bagni frequenti, e in effetti posso capirlo: a tutti i pregiudizi che si erano sedimentati nel corso dei secoli si aggiungevano anche oggettive scomodità di natura pratica. Un conto è aprire la manopola ed essere sommersi da un getto ininterrotto di acqua calda; un conto è farsi scaldare sul fuoco tinozze d’acqua, aspettare che l’acqua raggiunga la giusta temperatura nella vasca da bagno, far tutto in fretta prima che l’acqua si raffreddi troppo…
Persino per i ricchi che avevano servitù a loro disposizione (e quindi, non dovevano far altro che immergersi nella vasca al momento buono), l’idea di fare il bagno poteva essere tutto fuorché rilassante.

Ci volevano ancora le condutture d’acqua corrente e uno scaldabagno in ogni casa, prima rendere il bagno quella pratica gradevole e quotidiana che è (…o dovrebbe essere) per noi cittadini del nuovo millennio…

Uomini del 2000! Prendete esempio da Lady Cora di "Downton Abbey", che, con grande sprezzo del pericolo, si diletta in frequenti bagni caldi, negli anni '10 del '900!
Uomini del 2000! Prendete esempio da Lady Cora di “Downton Abbey”, che, con sprezzo del pericolo, si diletta in frequenti bagni caldi, negli anni ’10 del ‘900!

Di come i Domenicani (…violando il decalogo…) ridarono la vista ai ciechi

Se fra’ Alessandro della Spina O.P. fosse stato più onesto, la storia dei ciecati, con ogni probabilità, sarebbe andata diversamente. Purtroppo o per fortuna, il pio domenicano adottava un’interpretazione alquanto elastica del comandamento “non rubare”… e fu così che (grazie a un vero e proprio furto intellettuale!) gli Italiani poterono avvalersi – primi in tutto il mondo – di una straordinaria invenzione destinata a cambiare le vite di molti.
Perché… che incubo doveva essere, scoprirsi miopi, prima che qualcuno inventasse gli occhiali?

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È guardacaso un altro frate domenicano, tal Giordano da Pisa, a darci una delle prime testimonianze sull’invenzione degli occhiali. Siamo nel 1305, e fra’ Giordano (peraltro, un Beato), esclama con orgoglio, predicando nella chiesa di Santa Maria Novella:

non è ancora vent’anni che si trovò l’arte di fare gli occhiali che fanno vedere bene, ch’è una delle migliori arti e de le più necessarie che ‘l mondo abbia, e è così poco che ssi trovò: arte novella, che mmai non fu. […] Io vidi colui che prima la trovò e fece, e favellaigli.

Che fra’ Giordano abbia incontrato colui che prima la trovò, è informazione di cui mi permetto di dubitare… ma è certamente assai probabile che abbia lungamente favellato con il confratello che (non per primo, ma per secondo) si diede alla produzione delle lenti da vista: effettivamente, viveva nello stesso convento di fra’ Giordano anche il religioso cui, tradizionalmente, si attribuisce l’invenzione.
Frate Alessandro della Spina (questo il suo nome) era – come recita il suo necrologio nella Chronica Antiqua del convento di Santa Caterina a Pisa – un “uomo buono e modesto”, “in grado di riprodurre tutto quello che vedeva”.
Un’abilità indubbiamente molto utile… sennonché, ai maligni verrebbe da pensare che fra’ Alessandro si sia lasciato un po’ prendere la mano, nel momento in cui – come candidamente ci informa il suo necrologio –

cominciò a fabbricare gli occhiali, inventati inizialmente da un altro, che però non voleva comunicare il segreto [della loro manifattura]. Alessandro invece, ben lieto e disponibilissimo, insegnò a tutti il modo di costruire gli occhiali.

Ehm.

Il “vero” inventore degli occhiali – quello che ebbe la sventura di imbattersi in fra’ Alessandro – era, con ogni probabilità, un mercante laico.
Per molti secoli, la storiografia è stata convinta di averlo identificato in tal Salvino degli Armati, erede di una storica famiglia fiorentina. Moderne ricerche hanno in realtà dimostrato che questo Salvino non è mai esistito (o, se mai è esistito, sicuramente non ha inventato gli occhiali). La vera identità del benefico inventore sembra destinata a restare avvolta nel mistero; per quanto ne sappiamo, potrebbe anche esser stato un Veneziano, con cui fra’ Alessandro era venuto in contatto per chissà quale ragione. Sembra infatti appurato che, a fine ‘200, esistessero a Murano alcune fornaci dedite alla fabbricazione di lenti da vista; la Serenissima custodiva gelosamente il segreto della loro manifattura.

In ogni caso: sembra ragionevole ipotizzare che l’inventore degli occhiali fosse comunque un laico – probabilmente un grande mercante, o un artigiano particolarmente abile.
Chiunque egli fosse, con ogni probabilità intendeva trarre un buon guadagno dalla sua invenzione, differenziandosi in ciò dal pio fra’ Alessandro, che (vincolato dal voto di povertà, e, comunque, mantenuto dal suo convento) non aveva desiderio alcuno di arrichirsi.
Possiamo, forse, spingerci a immaginare che il commerciante laico adottasse prezzi da monopolio, giudicati immorali dal religioso domenicano. O, forse, questa è solo una mia congettura, e fra’ Alessandro non si era proprio posto il minimo problema: fatto sta che, dopo esser venuto in possesso di un paio di occhiali, il religioso riuscì a intuire la loro tecnica di fabbricazione.

Eravamo nella Pisa di fine ‘200, e gli uffici brevetti non esistevano ancora. Forti della scoperta del loro confratello, i Domenicani cominciarono a produrre i primi occhiali, rivendendoli a prezzi effettivamente generosi.
Nell’arco di poco tempo, avevano impiantato un vero e proprio laboratorio artigiano in uno dei loro conventi fiorentini, dandosi alla lavorazione delle lenti da presbite (quelle per correggere la miopia, di realizzazione più complessa, vengono inventate solo alla metà del XV secolo).

Giacché i Domenicani erano così generosi da condividere con chiunque la tecnica manifatturiera, Firenze si trasformò in poco tempo nell’indiscussa “capitale degli occhiali”, soppiantando di larga misura persino la Serenissima. Vi basti pensare a questa notizia: verso la metà del ‘400, gli Sforza ordinavano presso una bottega fiorentina oltre trecento paia di occhiali da destinare al proprio entourage. La richiesta fu evasa nell’arco di quindici giorni (io ho acquistato da siti di e-commerce che hanno tempi di spedizione più lunghi…), lasciandoci supporre che, entro quella data, si fossero sviluppate a Firenze botteghe specializzate che disponevano di prodotti già pronti, con lenti graduate che aspettavano solo di essere unite alla montatura. ‘nsomma: come succede oggi, né più né meno.

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Io, evidentemente, non me ne intendo di ottica, ma i libri che ho consultato per questo post mi assicurano che l’invenzione degli occhiali fu una vera e propria rivoluzione. L’uomo conosceva già da un (bel) po’ l’esistenza delle lenti di ingrandimento – e sicuramente quelle costituivano già un grosso aiuto, per tutti coloro che avevano problemi di vista.
Però, le lenti d’ingrandimento costituivano un aiuto “solo” perché aumentano artificialmente la dimensione dell’oggetto. Tutt’altra cosa sono le lenti da vista, biconvesse, che formano “un tutt’uno” con l’occhio del presbite, compensando l’insufficiente convessità del suo cristallino. Se la lente d’ingrandimento, appoggiata su un libro, ingrandisce i caratteri e anche tutto il resto, la lente da vista permette di vedere gli oggetti, più distintamente di prima, ma nella loro dimensione reale. E, se permettete, questa sì che è una rivoluzione!

San MarcoSolo un’altra rivoluzione doveva ancora irrompere nella Storia degli occhiali: l’invenzione delle stanghette. Inizialmente, gli occhiali si avvicinavano agli occhi tenendoli in mano mediante un lungo manico laterale, alla stessa maniera in cui noi teniamo in mano certe maschere di Carnevale: molto elegante e stiloso… ma un po’ scomodo. In alternativa, gli occhiali venivano fissati all’attaccatura del naso, tecnica che però finiva con l’ostacolare la respirazione dando una perenne sensazione di “naso chiuso”.
Ai miopi e ai presbiti toccò aspettare il ‘700, prima che gli occhiali assumessero un aspetto simile a quello moderno: inizialmente, fissati alla testa mediante un nastro che avvolgeva le tempie e si legava dietro alla nuca; infine, “ancorati” alle orecchie mediante apposite stanghette.

eyeglasses-historyInsomma, c’era ancora una lunga strada da fare, prima di arrivare ai nostri occhiali moderni… però, nel pieno Medioevo, grandi passi avanti erano già stati fatti, per la gioia di tutti i ciecati d’Italia.
E tutto ciò, grazie all’ingegno e alla generosità di un fraticello molto, molto speciale…

Il malefico, infido, verme dentale

Con molta evidenza, il mal di denti ha un potere: accomunare tutti i sofferenti in una specie di fratellanza universale di poveri disgraziati, che si stringono l’un l’altro in un abbraccio di compassione. Credo che ci siano poche altre cose al mondo capaci di far scattare un istintivo moto di solidarietà alla pari di un derelitto che ti confida “sapessi: ho un mal di denti…”.
Visti i presupposti, in effetti non mi stupisce che i miei post a tema ortodontico destino tanta curiosità. E dunque, dopo aver contribuito a propagare la devozione popolare per Il Cristo del Mal di Denti (e altri santi a cui votarsi in caso di ascessi, pulpiti ed emergenze ortodontiche di vario genere), mi appresto oggi a deliziare la blogosfera con una breve trattazione su… il verme dentale.

Verme dentale

Esattamente: proprio lui.
Il verme dentale è un piccolo verme… che vive nei denti.
Ed in essi porta magna sciagura.

Nel momento in cui il verme (probabilmente, per auto-generazione) prende vita all’interno di un dente umano, ecco che le cose cominciano a mettersi molto male, per lo sfortunato proprietario della bocca inverminita.
Lavorando dall’interno – un po’ come un tarlo del legno che infesta i mobili antichi – il verme odontalgico comincia a erodere, per l’appunto, il dente. Lo mangiucchia, lo bucherella, traendone preziosa linfa vitale; il povero dente, frattanto, comincia ad essere preda di dolori sempre più forti. Dagli e dagli, il malefico verme prosegue impietoso col suo lavoro – al punto tale che, se si osserva con attenzione un dente minato dall’infezione, si scorge su di esso un enorme buco nero: una vera e propria cavità, di colore scuro!
Fino a tal punto spinge l’operato del malefico verme!

***

Aehm: credeteci o no, ma il verme dentale non è un qualche animale immaginario del folklore medievale, alla pari di unicorno, fenice, caladrio, e compagnia bella. Il verme del dente è (stato), in verità, una reale teoria medico-scientifica, cui gli uomini del Medio Evo (…ma pure dell’età antica e della prima età moderna) tendevano a credere con una buona dose di fiducia.

Certo, certo: di teorie ce n’erano anche altre. Galeno sosteneva che il mal di denti fosse causato da una scorretta alimentazione, così sbilanciata da creare squilibri nell’organismo: lo scompenso causava l’infiammazione dei tessuti dentali, con conseguenti dolori lancinanti. Ippocrate proponeva una soluzione più o meno simile; Aristotele, addirittura, era arrivato a notare un nesso tra l’abuso di cibi zuccherini e il successivo insorgere di carie.
Sta di fatto che, però, si era sempre al livello di “teoria”: una reale spiegazione medico-scientifica sulla causa del mal di denti, era ancora di là da venire (e sarebbe arrivata solo fra Sette- e Ottocento).

E, se ci pensate, la spiegazione che tirava in ballo il verme non era nemmeno così improbabile. Sotto un certo punto di vista, doveva anche essere spiazzante, notare che in un dente prima perfettamente sano si stava formando in completa autonomia una grossa voragine nera (!).
Delle due, l’una: o qualcosa stava scavando la voragine nel dente agendo dall’esterno; oppure, qualcosa stava scavando la voragine nel dente consumando il dente dall’interno.
I pazienti col mal di denti avevano bocche tutto sommato nella norma, senza particolari sintomi che lasciassero pensare a una infestazione di sostanze capaci di scavare buchi neri nelle ossa. Quindi, era piuttosto ragionevole concludere che la causa della carie, invisibile a occhi umani, si annidasse… dentro al dente.
Nasceva così, signori e signori, la “leggenda” del verme odontalgico.

Tooth_wormNon si sa dove abbia avuto origine questa credenza. Alcuni la attribuiscono ai medici babilonesi; altri, la fanno risalire all’Antico Egitto, laddove era opinione comune che, durante la malattia, all’interno del corpo umano si formassero tanti piccoli vermi (…un po’ come succede in un pezzo di carne che sta marcendo).
Sicuramente, i medici della Roma antica conoscevano già questa teoria; la credenza sopravvive al crollo dell’Impero, e si diffonde a macchia d’olio nel pieno Medio Evo. A titolo di curiosità, posso informarvi che anche santa Ildegarda di Bingen riteneva plausibile l’esistenza del verme dentale, ma di sicuro non è un caso isolato: la teoria, in realtà, andava per la maggiore, ed era comunemente accettata in tutte le fasce della popolazione!

Solo su un punto, non c’era accordo: in che modo il verme odontalgico riesce ad entrare all’interno del dente?
Secondo alcuni, si sviluppava come “per magia”, per autogenerazione: un giorno avevi un dente sano, e il giorno dopo – zak! – ecco lì il verme malvagio.
Secondo altri, la nascita del verme era da attribuirsi a un processo di degenerazione già attivo nel dente ammalato. Come a dire: il dente si ammala, si aggrava sempre più, e, alla fine, la situazione diventa così disperata che la polpa putrescente comincia addirittura a produrre vermi.
La spiegazione più esilarante, secondo me, la produce a inizio Settecento (!), il naturalista olandese Antoni van Leeuwenhoek. Partendo dall’osservazione che la sua gentile consorte era stata colta da un atroce mal di denti pochi giorno aver mangiato una fetta di formaggio verde (tipo gorgonzola, per capirci), l’illustre scienziato aveva avanzato quest’affascinante teoria: il verme dentale, in realtò, è il verme del formaggio. Esso dimora sui formaggi stagionati, causando la classica “muffa” verdolina che ancor oggi si trova, per esempio, sulle fette di gorgonzola. Introdottosi nella bocca umana, il malefico vermone abbandona il formaggio per cercare un nuovo habitat: se riesce a farsi strada all’interno di un dente, ecco che comincia il suo processo di erosione. E quindi dolenzia, e poi dolore, e poi un grosso buco nero… e poi, tutto il resto è storia.
Tra l’altro, la presenza di un animaletto vivo all’interno del dente cariato sembrava anche giustificare il caratteristico dolore trafittivo delle odontalgie: si riteneva che i dolori fossero particolarmente lancinanti mentre il verme si muoveva all’interno del dente, rosicchiando la sua polpa. Al contrario, quando il verme riposava interrompendo il suo spuntino, ecco che il mal di denti diminuiva di intensità.

6e92688f81f904dac53768e555aa33acDetto ciò, sembrava chiaro a tutti che il modo migliore per sbarazzarsi del mal di denti era sbarazzarsi del malefico vermone… o, quantomeno, costringerlo a un riposo eterno.
Paracelso era dell’opinione che un ascesso in bocca fosse una eventualità da affrontarsi con filosofia: quando il verme avrà completamente eroso il dente malato, allora morirà da solo – infatti, soffocherà a contatto con l’aria e la saliva.
Altri scienziati, un po’ meno pazienti, suggerivano di assassinare la bestiaccia anche prima che ti distruggesse mezza bocca. A tal scopo, suggerivano al paziente frequenti suffumigi di erbe medicamentose, che, a loro dire, avrebbero affumicato il verme, finendo col farlo morire soffocato.
Un’altra tecnica suggeriva di far sloggiare il verme rendendo inospitale l’ambiente del cavo orale: avvicinando al dente malato la fiamma di una candela, la bestiaccia sarebbe stata indotta ad abbandonare il suo spuntino, ormai diventato un po’ troppo bollente.

Se tutto questo falliva, restava pur sempre l’ipotesi di un’estrazione dentale. Anche in questo caso, la medicina medievale aveva qualche trucchetto per rendere più agevole l’operazione, magari sfruttando il processo degenerativo già in atto, a causa dell’infezione vermina. Di fronte a un dente cariato, ad esempio, Avicenna adottava una terapia che potremmo sintetizzare in: “peggioriamo la situazione”. Ponendo all’interno della carie alcune larve di farvalla cavolaia (!), riteneva che il dente – aggredito, ormai, dal di dentro e dal di fuori – sarebbe andando incontro a un rapidissimo processo di auto-distruzione, cadendo da solo nell’arco di pochi giorni.

Credeteci o no, ma è solo con le nuove scoperte mediche di inizio ‘700 che gli scienziati cominciano a mettere seriamente in discussione la reale esistenza del verme dentale. Per quanto assurdo possa sembrare, fu solo nel 1728, con la pubblicazione di Le Chirurgien dentiste di Pierre Fauchard, che si cominciò a guardare alla carie nello stesso modo in cui lo facciamo noi moderni – cioè, come a un processo degenerativo di origine infettiva.

Eppure, la credenza del verme dentale sopravvisse a lungo, nella mente del popolino. Scacciato dalle pagine dei più autorevoli trattati medici, il verme odontalgico resta dell’immaginario collettivo ancora per un bel po’ – diciamo, suppergiù, fino a tutto l’Ottocento.

E infatti, potete vederlo raffigurato qui, in tutta la sua bellezza (?), in un manufatto francese di fine XVII secolo. L’anonimo artista che aveva lavorato questa scultura d’avorio rappresenta il verme dentale con una certa, cruda, eloquenza. In un dente dolorosamente spaccato in due, vediamo un verme che afferra e divora un tristo malcapitato.
Nell’altra metà del dente, assistiamo a una vivida rappresentazione del tipo di dolore provocato da un ascesso: l’artista (…probabilmente, non del tutto a torto) lo paragona alle pene provate dai dannati, mentre sprofondano nelle fiamme dell’Inferno.

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I “santuari di rianimazione” e la resurrezione dei bambini morti

A suo tempo, sono accorsa al capezzale di mia nonna pochi secondi dopo la sua morte – e posso assicurarvi che, per alcuni minuti, la povera defunta ha continuato a muoversi.
Non sono pazza: il petto si sollevava e abbassava leggermente come se mia nonna stesse ancora respirando (cosa che però non era) – e, se il dettaglio può dare più credibilità alle mie parole, avevano la mia stessa impressione sia mia mamma sia la badante, tant’è vero che per un po’ siamo rimaste col dubbio se mia nonna fosse già morta, o se fosse “solo” entrata in una fase estrema di agonia.
Poi, il medico ci ha spiegato che si tratta di movimenti muscolari riflessi che talvolta si manifestano sul cadavere, credo per ragioni simili a quelle che inducevano le rane di Galvani a dimenarsi mentre venivano dissezionate.
La macabra premessa serve a dare una parvenza di ragionevolezza alla Storia che sto per raccontare… e che – avviso prima – parla di cadaveri di bambini morti senza Battesimo. Quindi, se c’è qualcuno particolarmente sensibile all’argomento, clicchi pure sulla X in alto e sappia che non mi offendo.

Quello di cui vorrei parlare oggi sono i cosiddetti “santuari di rianimazione”, cioè quelle chiese in cui – auhm – venivano portati i cadaveri dei bambini morti prima di aver ricevuto il Battesimo, nella speranza (spesso esaudita, a dar retta alle fonti d’epoca) che la Misericordia divina facesse – aehm – risorgere il neonato, per il tempo strettamente necessario a che il bambino fosse battezzato.
Dopodiché, il neonatino ri-moriva definitivamente.

A mettere la cosa in questi termini, sarebbe molto facile fare ironia su quella che, in realtà, è la spia chiarissima di un dramma che, con frequenza, si abbatteva sulle famiglie: la morte di un neonato a cui non era ancora stato amministrato il Battesimo.
E capiamoci: il grande dramma, in quel caso, era proprio la morte senza Battesimo.
Tutto ci lascia intendere che l’uomo del passato fosse in qualche modo “anestetizzato” alla morte prematura di un neonato ancora in fasce. La morte di un bambino nei suoi primi mesi di vita era sicuramente un evento drammatico, ma… come dire… statisticamente molto probabile. Io immagino che, in passato, si reagisse alla morte prematura di un neonato un po’ come reagiamo noi moderni ad un aborto spontaneo nelle primissime settimane di gravidanza: di certo non fai spallucce, ma è un’eventualità che, giocoforza, avevi comunque messo in conto. È nella natura delle cose e la vita va avanti, e tu lo sai.
No: il dramma di queste famiglie non era (tanto) quello di avere un figlio morto: il dramma era avere un figlio morto prima che gli fosse stato amministrato il Battesimo, con tutte le angoscianti incognite che derivavano da una morte del genere.
E, si sa: quando l’angoscia preme, la gente incomincia a fare cose strane…

***

Prima di tornare ai nostri santuari di rianimazione, facciamo una breve parentesi: a partire da quale momento ha cominciato a premere l’angoscia?
Nel senso: già che ci sono, varrebbe la pena di smentire una convinzione diffusa – cioè, che tutta la cristianità, a partire dal 33 d.C. fino ad arrivare ai nostri giorni, abbia vissuto nel terrore di una morte senza Battesimo.
In realtà, le cose stanno un po’ diversamente. La storia dei “neonatini morti che finiscono nel Limbo” ci è stata venduta male: del resto, per interi secoli della Storia cristiana, i Battesimi sono stati ordinariamente amministrati a individui che avevano già raggiunto l’età adulta. Se davvero ci fosse stata la convinzione che la morte senza Battesimo rendesse impossibile riunirsi a Cristo, sarebbe stato quantomeno sadico aspettare anni o decenni interi (!) prima di “mettere in regola” chi non aveva ancora ricevuto il sacramento.
Per contro, abbiamo testimonianze, anche molto antiche, di come si desse più peso alla misericordia divina che al sacramento in sé – penso ad esempio a un bambino romano di La Cayole morto alla fine del V secolo, sulla cui lapide si legge

Il piccolo Teodosio, di cui i genitori, con retto sacramento, desideravano il santo battesimo, è stato rapito da una morte crudele; ma il Signore dell’alto dei cieli accorderà il riposo alle sue spoglie.

Circa l’esistenza del limbo, generazioni di teologi hanno lungamente dibattuto (senza mai giungere a una posizione ufficiale), senza però che il popolino se li filasse minimamente. Tra la nascita e l’amministrazione del Battesimo poteva passare un periodo di tempo anche molto lungo; inoltre, la pratica dei Battesimi collettivi, effettuati per immersione, faceva sì che il sacramento venisse amministrato solo una o due volte all’anno, magari in momenti particolarmente significativi del calendario liturgico.
È solo a partire dal Trecento che il clero “comune” (cioè: quello non composto dai professoroni di teologia ) comincia a sottolineare l’importanza di un Battesimo il più possibile precoce – con una presa di coscienza che, non a caso, va di pari passi con l’affermarsi, in liturgia, del Battesimo individuale per aspersione. Facendo un discorso molto terra a terra: un conto è riempire d’acqua santa una enorme vasca da bagno; un conto è dare una spruzzatina di acqua benedetta sulla fronte di un neonato. Visto che, a livello logistico, è una roba da nulla… perché non farlo il prima possibile?!
Cresce così nei religiosi la premura di amministrare il Battesimo immediatamente dopo la nascita – e, a suon di prediche e di sermoni, la stessa premura viene assimilata anche dal popolo laico dei fedeli.
Il Battesimo comincia da essere percepito come condicio sine qua non per poter entrare in Paradiso…
…e nascono così, sul finire del Trecento, i primi “santuari di rianimazione”.
Per cercare di dare una speranza a quei genitori disperati, che si sono visti morire il figlioletto prima di “salvarlo”, e che adesso lo immagino in un cupo Al Di Là senza pienezza e senza Dio.

***

Ma cos’erano concretamente questi posti?
Erano santuari, situati perlopiù in campagna, dedicati (spesso) alla Madonna, o (più raramente) ad altri Santi. In alcuni casi (ma non in tutti) si trattava di santuari che erano stati eretti proprio a seguito di una resurrezione miracolosa, operata dal Santo in questione oppure per intercessione di una qualche sacra immagine.
Jean Delumeau (che potrei definire qualcosa tipo “storico del concetto di Oltretomba”) spiega nei dettagli il “funzionamento” di questi santuari:

Il cadavere [del neonato morto prima di aver ricevuto il Battesimo], spesso nudo, veniva posto a seconda dei casi sull’altare, sulla predella o sui gradini del coro della chiesa, o su una pietra posta sotto o accanto all’immagine miracolosa. Si accendevano candele, si pregava, si facevano celebrare delle messe, e ad un certo momento i presenti – genitori, conoscenti, la levatrice, il parroco o un frate – credevano di vedere manifestarsi segni di vita: un notevole “calore” all’altezza del cuore, un “notevole e visibile rossore” sul viso, l’aprirsi di un occhio, gocce di sangue dal naso o dalle orecchie, uno spruzzo di orina, il muoversi di un braccio o di una gamba, la lingua che sporgeva dalle labbra, ecc. Anche uno solo di tali segni era reputato sufficiente per gridare al miracolo e per indurre a battezzare in tutta fretta il pargoletto. Quest’ultimo, nella stragrande maggioranza dei casi, subito dopo aver ricevuto il battesimo ricadeva nello stato di morte, ma intanto era ormai salvo e si poteva intonare un Te Deum di ringraziamento o anche suonare le campane per far notificare all’intorno il felice evento.

Questi santuari – vai a capire il perché – hanno goduto di particolare diffusione nella parte nord-orientale della Francia, con alcuni sconfinamenti in Belgio e in Germania. Se, nel caso francese, siamo di fronte a una vera e propria “rete” di santuari (gli storici ne hanno contati 220!), abbiamo qualche sparuta attestazione di chiese di tal genere anche in Svizzera, in Austria e nelle Alpi italiane, a complicare ancora di più qualsiasi tentativo di dare una logica alla diffusione geografica di questi centri.
Dal punto di vista storico, invece, questi santuari godono di notevole popolarità per un arco di tempo straordinariamente lungo: la prima attestazione nota risale al 1387 ad Avignone, ma queste pratiche proseguono interrotte per interi secoli (con un particolare revival attorno al Seicento), fino ad essere attestate, in alcun casi, agli inizi del secolo XX (!).
Tutta questa popolarità si scontrava con le continue condanne della Chiesa ufficiale; nel senso che – giusto per non far passare per idioti i cattolici del Medio Evo – era abbastanza evidente a chiunque (dotato di un minimo di cervello) che centinaia di santuari in cui sistematicamente la misericordia celeste opera continue resurrezioni “a tempo”, sono qualcosa… beh… da guardare con un po’ di sospetto.
A leggere attentamente la documentazione in nostro possesso, ci troviamo di fronte a una serie ininterrotta di condanne ufficiali da parte dalla Chiesa di Roma: prendono posizione contro i santuari di rianimazone i vescovo di Langres (1452 e ’55) e i sinodi di Sens (1524), Lione (1557) e Besançon (1658 e ‘66). Tuonano contro questa pratica il vescovo di Toul nel 1658, il Sant’Uffizio nel 1729, e, infine, anche papa Benedetto XIV, che “illuministicamente” argomenta:

I segni con cui si pretende di dichiarare la resurrezione di quei bambini sono quantomai ambigui. […] Infatti, si repitano segni certi del ritorno alla vita o il fatto che il colore pallido si muta in colore rosso, o il fatto che diventano flessibili le membra […], o qualche goccia di sudore che compare sulla fronte o sul ventre. [Ma] i detti effetti fisici possono essere agevolmente attribuiti al calore proveniente dai ceri accesi attorno ai cadaveri dei bambini e da altre fiamme accese per riscaldare quei luoghi sacri.

Ragionevole?
Sì, senz’altro: ma la disperazione, la speranza e l’autosuggestione parlano spesso linguaggi diversi da quelli della ragionevolezza. E i “santuari di rianimazione”, come vi dicevo, continuano ad esistere fino agli inizi del ‘900 – e, voglio sperare, continuano ad esistere in un clima di ingenua buona fede, non solo da parte dei genitori disperati che vi accorrevano, ma anche da parte dei religiosi stessi che amministravano i sacramenti.
Del resto, ve l’ho detto: sul cadavere di mia nonna (che era inequivocabilmente morta), io stessa ho continuato a vedere lievi movimenti muscolari per alcuni minuti dopo la morte – e spero che mi attribuirete un minimo di credibilità: non sono pazza e non ero nemmeno particolarmente sconvolta; il medico ci ha assicurato che effettivamente può succedere. A dar retta a Internet, pare che i cadaveri possano anche fare cose ancor più strane: ad esempio, la pagina linkata assicura che la fuoriuscita di urina (fenomeno che veniva considerato un segno particolarmente inequivocabile di temporanea resurrezione) è effettivamente possibile, dopo la morte. Pare che sia una questione di muscoli che si rilassano (prima che si instauri il rigor mortis).

Insomma: noi uomini del 2000 siamo persone mediamente razionali, e abbiamo facile accesso ad individui che conoscono bene l’anatomia umana. Ma un contadinetto del passato, quali conclusioni poteva trarre dalla vista di un cadavere che, invece di stare fermo e immobile come ogni cadavere che si rispetti, aveva ancora dei movimenti (talvolta, anche particolarmente eclatanti)?
Nell’(ovvia) incapacità di spiegarsi questi fenomeni, gli uomini del passato dovevano trarre la conclusione più ovvia: il morto si sta muovendo, ergo è tornato in vita. Indi per cui, temporanee resurrezioni da morte sono eventi miracolosi effettivamente possibile, e che anzi si manifestano con una certa frequenza.
A questo punto, la disperata speranza e l’autosuggestione entrano in gioco prepotentemente, e

…e, tant’è.
Anche questo c’è stato, nell’affascinante Storia della nostra Chiesa.

Peccatori o eletti? Gli ammalati nel Medio Evo

Presumibilmente, mentre leggete questo post, la sottoscritta si trova nel letto di casa sua e affronta rassegnata la sua convalescenza.
“Rassegnata” non è un aggettivo che si confà a una Brava Ragazza Cattolica alle prese con la malattia, mi direbbero fior fiore di agiografi medievali. La malattia si accetta con disperazione e pentimento, se credi che Nostro Signore te l’abbia mandata come punizione per la tua condotta; oppure si accetta con gioia e gratitudine, se credi che te l’abbia mandata Nostro Signore come premio.
Direbbero così, i miei agiografi medievali – e forse non è nemmeno il caso di prenderli a insulti, poveretti: vengono da un mondo molto diverso dal nostro, e hanno, per certe cose, una sensibilità tutta particolare.
Carole Cusack prova a spiegarcela un po’ meglio nel suo Graciosi: medieval Christian attitudes to disability. L’articolo, apparso alcuni anni fa su una rivista medica che si occupa di disabilità, cerca di fare (un pochino di) luce su un aspetto molto discusso e molto controverso: ma nel Medio Evo, cosa pensava l’uomo-medio di fronte a un malato grave? E, peggio ancora, di fronte a un malato grave senza speranza di guarigione?
Perché è un argomento controverso, eh. Da un lato, abbiamo tutto lo slancio religioso tipo “uuuuhh, un lebbroso! Caro lebbrosetto! Abbracciamo il lebbroso! Baciamo il lebbroso! Laviamo i piedi ai lebbrosi, ché Gesù sarebbe contento!”.
Da un altro lato, però, abbiamo una certa difficoltà di comprensione: “sì, okay, laviamo i piedi – ma ‘sto lebbroso, perché è lebbroso?”.
Avrà commesso orrendi peccati, e adesso è marchiato per sempre dalla sua condotta dissoluta?
Eh però neanche le stigmate mi sembrano una passeggiata di salute, eppure puoi mica dire che Dio le ha mandate a San Francesco perché non gli stava sulle scatole.
E allora, vuoi mica dire che Dio manda la malattia alle persone che più ama? (Ma che è, allora? Nostro Signore è un sadico? E OMMIODDIO, io per adesso sono in buona salute: vuol dire che Dio non mi ama? Brucerò all’inferno? Suor Cornelia, che ha settant’anni ed è fresca come una rosa, è forse destinata alla più atroce dannazione eterna? E comunque, siamo di fronte a un Dio schizofrenico, ché prima premia i suoi amici con le più tremende malattie e poi ci ripensa e li risana con una guarigione miracolosa?).

Mica facile, prendere posizione di fronte al tema della malattia – ché poi, gira e rigira, la domanda è sempre quella: “si Deus est, unde malus?”.
Un’impresa da niente, trovar risposta…

***

Una risposta piuttosto umana – e anche rassicurante, se vogliamo – era sulle linee di: “stai male? Embeh: sicuramente, te la sei andata a cercare”. Il sottinteso era ovvio: “fintantoché non me la vado a cercare, io godrò di una salute di ferro”.
Del resto, i Vangeli son pieni di guarigioni miracolose, le agiografie pullulano di Santi che risanano i malati: è evidente che Dio non brama la sofferenza umana; anzi, molto spesso interviene per alleviarla. Perdipiù, a sostegno di questa tesi, ci sono alcuni passi evangelici (la Cusack cita in particolare Mc 2, 1-12) in cui la capacità di Gesù di guarire gli ammalati sembra in qualche modo collegata alla sua capacità di rimettere i peccati.
Dunque, la malattia è diretta conseguenza del peccato?
Si ammala chi pecca? Chi ha una vita dissoluta? Forse sì – ma come spiegare, allora, la malattia della pia donnetta, che sembrerebbe una persona tanto per bene e invece langue nel dolore?
Peggio ancora: come spiegare la malattia dei bambini, per dirne una? Un neonato malato che colpe ha – ha compiuto dissolutezze nell’utero di mamma?
Beh… sarà politicamente scorretto, ma il neonatino sofferente è peccatore pure lui: le Immacolate Concezioni sono abbastanza rare, per così dire.

Quindi, accettiamo la tesi secondo cui la malattia è diretta conseguenza del peccato?
Il progetto di Dio era quello di creare un’umanità tutta santa e tutta quanta in sfolgorante salute, ma poi c’è stato quel fattaccio della mela e gli uomini, ahinoi, hanno cominciato ad ammalarsi?
Seems legit, direbbero alcuni teologi medievali.

Epperò c’è qualcosa che non torna, obietterebbero i loro colleghi: con che criterio, c’è chi si ammala gravemente e chi gode complessivamente di un’ottima salute? Dio distribuisce le malattie a random, con peccatori jellati che si beccano il cancro e peccatori fortunati che invece riescono a sfangarla?
Mh. Poco credibile.
E poi, com’è che ci son fior fiore di santi che passano la vita in mezzo a sofferenze atroci, ma, presumibilmente, senza esser peccatori incalliti?
Mhm.

Si inserisce a questo punto la seconda scuola di pensiero, quella per cui “sta per investirti un treno? INNALZA LODI A DIO, che ti ha fatto oggetto di una particolare grazia!!”.
Perché in effetti, se ci pensate, non è che Dio disdegni le sofferenze.

Voglio dire: se proprio gli avesse fatto schifo la sola idea di ammalarsi, avrebbe potuto evitare di incarnarsi in un vero uomo. I Vangeli non riportano se anche Gesù, di tanto in tanto, avesse il raffreddore, ma io immagino di sì – e comunque, quando se ne stava appeso a una croce con la schiena flagellata, presumibilmente non si sentiva tanto-tanto bene.
E se la malattia fosse quindi una speciale condizione che l’uomo sperimenta di tanto in tanto (alcuni più e alcuni meno; alcuni guarendo, alcuni no), e che gli permette, in un certo senso, di “farsi più vicino a Dio”?
In quest’ottica, la sofferenza diventa addirittura qualcosa di desiderabile – non tanto perché i medievali avessero tendenze masochistiche, ma perché ritenevano di poter trarre beneficio spirituale da una condizione che permetteva loro di “condividere” i patimenti sopportati da Cristo.

Si spiega così una vasta casistica di agiografie medievali in cui la vita di ‘sta povera gente ci viene dipinta come un coacervo di disgrazie. A leggere le biografie di certe Sante del pieno Medio Evo (perché… : sono soprattutto le donne, in quel periodo, a vivere drammi medici piuttosto catastrofici), un uomo moderno, probabilmente, si sentirebbe spinto a toccar ferro, più che a raccogliersi in preghiera.
La Cusack porta ad esempio alcuni casi: Liduina di Schiedam, che a quindici anni si fa male scivolando mentre pattina sul ghiaccio, e da quel momento entra in un calvario di sofferenze sempre più atroci che si concludono solo ventotto anni dopo, quando la poveretta finalmente muore (!!); oppure Beatrice di Nazareth, mistica cistercense che ci andava giù pesante con le penitenze corporali, e che, in maniera ancor più notevole, si ritrovava a rantolar dal male ogni qualvolta faceva la Comunione (!!!).
La nostra storica ci ha fornito questi esempi, ma se ne potrebbero fare numerosissimi altri. Dando un’occhiata alle fonti, sembra che questo tipo di “Santità femminile atrocemente sofferente” abbia avuto una particolare fioritura nelle Fiandre del pieno Medio Evo, per poi espandersi anche in altre zone d’Europa. E a leggere attentamente queste agiografie, sembra di cogliere alcuni tratti comuni: innanzi tutto, un ruolo di prim’ordine riservato a Gesù Sacramentato, che in qualche modo c’entrava sempre (molto spesso, diventando ad esempio l’unico alimento assunto dalla malata durante la lunga malattia). In secondo luogo, rileviamo un rapporto quasi personale che si instaura fra queste Sante sofferenti e la persona di Gesù Cristo. Se la Santa non è una mistica, è comunque una donna – rigorosamente single – che si abbandona completamente a Cristo, donandogli il suo cuore, il suo corpo e i suoi sensi. E beneficiando, in questo modo, di una condizioni fisica sicuramente anormale… ma che favorisce la crescita spirituale.
In che modo? Beh, in questo: quando giaci in un letto di dolore, con la pelle che ti si desquama, le gambe paralizzate e fitte atroci in ogni punto del corpo… che fai? Poraccia: anche volendo peccare, non è che puoi sbizzarrirti più di tanto – e non corri neanche il rischio di distrarti troppo; di perderti in pensieri che hanno poco a che vedere con la salvezza della tua anima.

Perché sai: di pensieri ce ne sono tanti, per una donna in buona salute.
I nostri agiografi medievali ce ne elencherebbero alcuni: la bellezza, il corteggiamento, il marito, la cura dei figli, la casa coniugale da mandare avanti… o il convento da gestire, se sei suora.
Non necessariamente sono fonte di peccato, ma necessariamente sono cose che ti portano via un sacco di tempo. Ma se tu sei bloccata a letto, con dolori così forti che ti impediscono anche solo di fare “bah”, senz’altro potrai passare in contemplazione mistica tutte quante le tue giornate!! 24h/24, sette giorni alla settimana, per tutto il resto della vita, finché il Signore non ti chiamerà a Sé!! E quando arriverai al Suo cospetto, e Lui ti chiederà “come hai messo a frutti i tuoi talenti”, tu potrai guardarlo male e dirgli “eh, vedi un po’ Tu…”.
E forse che questa non è una prospettiva estremamente allettante?!?

Ehm.
Mi sa che noi moderni risponderemmo “beh, andiamoci piano…”, ma questa è la logica sottesa a numerose agiografie. Letta sotto questo punto di vista, la malattia non appare come un flagello biblico da fuggire – anzi, paradossalmente è persino uno status positivo.
Certo: il godere di buona salute è la condizione auspicabile per ogni uomo, anche perché Dio non ha creato il mondo con l’idea di trasformarlo in un enorme lazzaretto cosmico; tuttavia – per dirla con le parole della Cusak – la gente in buona salute tende a peccare molto più di un poveraccio che giace a letto esanime; quindi,

un corpo deformato dalla sofferenza – causata da digiuni volontari, malattie o incidenti: è indifferente – è davvero un corpo bello, perché consente all’anima di dedicarsi completamente a Cristo. Deriva proprio da qui la convinzione che i disabili, gli ammalati, i deboli e i poveri godano in realtà di vantaggi spirituali: sono graciosi, cioè destinatari di una speciale grazia divina.

…che, se vogliamo, è anche un ragionamento con una sua logica.
“In condizioni normali l’uomo dovrebbe essere in buona salute, ma la malattia non è una jattura: la sofferenza, se vissuta nel modo giusto, può migliorare grandemente la salute della nostra anima”.

Una visione un po’ estrema?
Una visione consolatoria, in un’epoca in cui il dolore fisico era all’ordine del giorno?
Una visione mica scema, che potremmo prendere in considerazione anche noi uomini del 2000?

Mah, vedete voi.
Io, comunque, resto della mia idea: per esser strani, erano strani; però non eran mica scemi, questi ometti medievali…