[Ma che sant’uomo!] La santa che divenne un fantasma logorroico

Con tutto il rispetto per la sua condotta esemplare, ben difficilmente Clelia Barbieri si sarebbe meritata un post nella rubrica “Ma che sant’uomo!”, se avessimo guardato solamente alla sua vita.
Non che non sia stata una vita santa, eh! ma è stata una vita santa e incredibilmente ordinaria. Nata nel 1847 dalle parti di Bologna, Clelia perde il padre durante un’epidemia di colera. Costretta ad abbandonare la sua casa d’infanzia, troppo onerosa ormai da mantenere, prende dimora in un modesto appartamentino vicino alla chiesa del paese. Lì, diventa un membro attivo della vita parrocchiale; e lì, sotto la guida del suo sacerdote, sviluppa con alcune amiche un progetto di vita consacrata. Da questa iniziativa sarebbero sorte, col tempo, le Suore Minime dell’Addolorata, ma Clelia non avrà mai la soddisfazione di veder regolarizzato il suo ordine: muore infatti a ventitré anni, stroncata dalla tisi.

Puoi capire…
C’ha pure ‘sta foto col crocefisso in mano che fa tanto santino di inizio secolo: viva santa Clelia e tutte le sue consorelle, ma come fai a ricavare una puntata di “Ma che sant’uomo?” dalla una santa con una vita così… agiografica?

SantaCleliaBarbieri

Ma infatti, il punto non è la vita di Santa Clelia.
Il punto è quello che Santa Clelia combina dopo esser morta: perché, invece di starsene buona buonina nel suo reliquario, a operare miracoli discreti come fanno tutti gli altri santo di questo mondo, Santa Clelia fa cose.
Ma cose turche!
Tipo, vaga per il monastero in cui è vissuta. È ‘na specie di santo-fantasma, ma in pace col mondo.

A leggere questa storia su qualsiasi altro blog, alzerei gli occhi al cielo e penserei “ecco, l’autrice è rimasta vittima della catto-creduloneria più becera; il prossimo post su cosa me lo farà? Sulle scie chimiche?”.
Invece, prima di scrivere questo pezzo, mi sono documentata. E, a quanto pare, è tutto vero: questo singolarissimo “miracolo permanente” è stato messo agli atti durante il processo di canonizzazione, il che implica, se non un riconoscimento ufficiale della Chiesa, quantomeno un suo “presa visione” (nonché, ovviamente, una buona dose di sicurezza da parte di chi osa rilasciare queste dichiarazioni).
In buona sostanza, siamo di fronte a una Santa che, periodicamente, “infesta” il convento in cui è vissuta (se mi passate il termine chiaramente ironico), e parla.

No, sul serio.
Parla.
Dice cose!

La prima occorrenza di questo miracolo stupefacente ha luogo il 13 luglio 1871, esattamente un anno dopo la morte della pia donna. Le sue consorelle sono intente a cantare le preghiere della sera, quand’ecco che questa simpatica buontempona decide di fare un’improvvisata alle amiche sue, e comincia a cantare con loro.
Come testimoniano le suorine attonite, di punto in bianco

una voce alta e celestiale si accompagnò al nostro coro, volteggiando a destra e a sinistra, innalzandosi e sfiorandoci il viso presso l’orecchio. La voce fu subito riconosciuta: era Clelia!

Invece di scappar via terrorizzate, le suore manifestano buone dosi di sangue freddo andando avanti con le loro preghiere. E Clelia (come in ogni ghost story che si rispetti) si adopera anche per far passare loro una notte in bianco – non con uno spettrale sferrargliar di catene, ma con un beatificante salmodiar di inni sacri. Ebbene sì: la sua presenza amica accompagna per tutta la notte le consorelle, che, dal canto loro, improvvisano una veglia di preghiera (ché tanto, di dormir non se ne parlava…).

Credeteci o no, ma, da quel momento, la “voce santa” non ha più abbandonato il monastero, manifestandosi a intervalli alterni.
Come leggo nel libro da cui traggo questa storia,

le suore accettano il fenomeno con serenità, senza fanatismi, come un conforto interiore, […] una cosa bella per loro e per la casa nella quale operano.

Difficile a non pensare a una creduloneria cieca ed esasperata, di fronte a un ordine religioso che sostiene di avere una santa fondatrice che, di tanto in tanto, si mette a parlare dall’oltretomba. Eppure, ripeto: a quanto pare, questa storia è la pura verità.
Sembrerebbe persino che Santa Clelia provi un certo divertimento nello sconcertare gli scettici. C’è, ad esempio, la testimonianza del canonico Luigi Cucci, che, durante la prima guerra mondiale, aveva prestato servizio presso un ospedale militare gestito dalle suore di Santa Clelia.

La storia della voce […] mi sembrava poco consona alla serietà dell’ordine e della religione,

ammette candidamente il sacerdote in una sua testimonianza (e come dargli torto?). Eppure,

intervenendo alle funzioni serali nella cappella dell’ospedale, con mia grande sorpresa ascoltai una voce indistinta che accompagnava quella del sacerdote nella recita del santo rosario. […] Non era certissimamente quella del sacerdote, né quella del servente, che fra l’altro era un prigioniero austriaco che parlava a stento l’italiano e pronunciava male le preci in latino, né di altri soldati presenti, né poteva essere l’eco di alcuno…
La voce, dico, si fé sentire ripetutamente, distintamente, celestialmente.

E di fronte a questo dato di fatto, che si può dire?
Si potrebbe dire che la religiosità di inizio secolo era diversa da quella d’oggi, e il canonico degli anni ’10 era, con ogni probabilità, più credulone di quanto non gli piacesse credere.
Verissimo; sennonché, a quanto pare, questo santo vocìo continua ancor oggi: gli agiografi che hanno approfondito la vita di Santa Clelia hanno avuto modo di intervistare gente ancora viva che assicura convintissima (anche sotto giuramento!) che queste manifestazioni continuano ad aver luogo.

Paola Giovetti, autrice del bel libro Fenomeni straordinari di mistici e di santi, elenca un vasto numero di persone ancora in vita (e quindi nostre contemporanee, cresciute con la nostra stessa sensibilità: stiamo parlando di gente d’oggi, non di svirgolati spiritisti d’altri tempi) pronte ad assicurare che, , questo fenomeno è reale.
Suor Alma, che vive attualmente nel convento delle Minime a Le Budrie, assicura di aver udito la voce, una volta, durante una Messa nel 1946.
Suor Corrada, attualmente nella comunità della Casa Generalizia, testimonia di aver avuto un’esperienza importante quando, diciottenne, stava vivendo un momento di crisi vocazionale: non era più certa di voler appartenere a quell’ordine. Invocò dunque Santa Clelia affinché “le desse un segno” per farle capire se il suo destino era lì oppure altrove, e, porca la miseria, ‘sto segno lo ricevette bello forte: per dieci anni, si sentì le orecchie la voce di Clelia ogni singola volta che si pregava comunitariamente.
Altra esperienza forte nella vita di Suor Corrada: il terrore per la sorte di sua sorella di sangue, che si trovava in Kuwait all’epoca della prima guerra del golfo, e da troppi giorni non dava sue notizie. Era sopravvissuta ai bombardamenti, e Suor Corrada lo “seppe” in anticipo, grazie a questo singolarissimo telegrafo paradisiaco!
Suor Silvana, madre provinciale dell’ordine, assicura che non solo il miracolo continua ad avere luogo, ma continua ad avere luogo in svariate parti del mondo. Santa Clelia, che dapprima pregava in Latino con le sue consorelle, adesso prega in lingua italiana nei conventi della penisola, ma si adatta agilmente alla lingua locale se decide di manifestarsi in altre aree del mondo. In Tanzania, dove le Minime hanno una missione, la voce si unisce alle preghiere dei fedeli cantando in lingua Swahili; in un’altra loro missione in India, parla correntemente la lingua Malayalam.
E ci sono poi delle storie che oggettivamente fanno venire un po’ di pelle d’oca, come quell’episodio del 19 aprile 1929. Nei giorni precedenti, c’erano state nella zona di Bologna delle piccole scosse sismiche: roba di poco conto; nessuno ci aveva presto attenzione. Nessuno tranne le suore di Santa Clelia, per l’esattezza, messe in allarme da una da una strana manifestazione di questa santa voce, che, perdipiù, suonava insolitamente lagnosa. Quella notte, invece di salire nelle loro camere, le suore decisero di dormire al pianterreno, sistemate alla meglio vicino alla porta. E proprio quella notte vi fu una scossa tremenda (quinto grado della scala Richter; edifici distrutti e popolazione nel panico). Le suore, che già si erano preparate ad una eventuale evacuazione, lasciarono il convento in pochi istanti, quiete, rendendo grazie alla loro buona santa.

La testimonianza che  personalmente trovo più interessante è quella di don Arturo, parroco del paesino di Le Budrie dove si trova il primigenio convento delle Minime. Senza convinzioni preconcette che lo portassero a credere aprioristicamente a questa storia, il prete (un “estraneo”, tutto sommato) dichiara di aver udito la voce della Santa in due occasioni, nel 1992 e nel 1993:

Mi disse cose personali, che devono restare segrete tra me e lei. Rimasi turbato, commosso, fu una cosa bellissima…

E di fronte a tante testimonianze, anche recenti, che je voi di’?
Saranno tutti quanti matti, visionari, creduloni e mistificatori? Non ho alcun interesse a convinverci (e convincermi) del fatto che il miracolo avviene per davvero, ma ho anche delle oggettive difficoltà a credere che si sia di fronte a un’unica, enorme truffa colossale. (A che scopo, poi?).

Io non dico niente: mi limito a riportare questi fatti buffissimi, e a concludere con le parole di Paola Giovetti, nel libro già citato:

Il miracolo permanente dell’audizione della voce di santa Clelia Barbieri, di per sé un fenomeno soggettivo, diviene oggettivo quando si presenta in circostanze particolari: per esempio quando chi ode non era informato dei fatti e tuttavia ne parla negli stessi termini di altri testimoni o quando più persone sentono, una indipendentemente dall’altra, la stessa cosa. Ciò è avvenuto molte volte […].
Come spiegare allora questa voce, che conforta e consola, che testimonia una presenza? Le suore di Clelia Barbieri non hanno dubbi e pensano che sia la realizzazione della promessa di Clelia, che in punto di morte disse alla mamma e alle amiche che non le avrebbe lasciate sole: «Dio è amore – dicono – ed evidentemente ci fa questi regali anche se non li meritiamo, e consente a Clelia di aiutarci in questo modo»

“E infatti, è roscio”: storia di Giuda e dei suoi capelli rossi

Uno dei pochi passi del Vangelo in cui si parla dell’Iscariota ce lo siamo sentiti leggere stamattina; eppure, non mi risulta nel corso della Passio ci vengano forniti dettagli sull’hairstyle di Giuda al momento del fattaccio. E questo è un dettaglio indubitabilmente curioso, giacché l’intera comunità cristiana sembrerebbe aver trovato consenso unanime su un punto fermo: Giuda Iscariota aveva i capelli rossi.
Sul serio, eh: provate a fare mente locale. Dalle più antiche miniature medievali, su su attraverso i dipinti di Giotto e dei grandi artisti del Rinascimento, fino ad arrivare a opere decisamente moderne, Giuda Iscariota ha quasi sempre i capelli rossi.
E vien da chiedersi, davvero, da dove nasca una credenza così radicata – radicata ma senza radici, se mi permettete il gioco di parole. Non solo i quattro Vangeli canonici non forniscono dettagli sulla capigliatura dell’apostolo traditore, ma neppure andando a spulciare i Vangeli apocrifi riuscireste a trovare un singolo versetto contenente una descrizione fisica dell’Iscariota.
E allora?!

E allora ci viene in aiuto l’eccellente Michel Pastoureau, che alla valenza simbolica del colore rosso nel corso della Storia ha dedicato un intero libro: Rosso. Storia di un colore, edito in Italia da Ponte alle Grazie.
Secondo le indagini di Pastoureau, Giuda comincia a sfoggiare una capigliatura vistosamente fulva attorno alla metà del IX secolo, negli scriptoria monastici della zona renana. Da lì in poi, gradualmente, la moda iconografica si espande: prima nelle miniature, poi nelle altre arti figurative. Entro il XIII secolo, sarà praticamente impossibile trovare una rappresentazione di Giuda in cui l’Iscariota non sfoggi una fantastica capigliatura fulva, spesso accompagnata da barbetta dello stesso colore.

Copia Cenacolo Giacomo Raffaelli
Giacomo Raffaelli, Copia del Cenacolo (Chiesa dei Minoriti, Vienna)

Perché?

Beh: in primo luogo, per una banale esigenza artistica. Fin da quando i pittori hanno cominciato a dipingere scene della Passione, si sono trovati in imbarazzo a dover gestire quel pasticciaccio dell’Ultima Cena: tredici persone sedute allo stesso tavolo, e bisogno assoluto di rendere immediatamente identificabili i due attori principali dell’evento. Nei primi dieci secoli di arte cristiana, i poveri artisti si son dannati cercando di rendere riconoscibile Giuda Iscariota attraverso tutta una serie di tratti distintivi: bassetto, furtivo, peloso, dallo sguardo malevolo, l’apostolo traditore è stato dipinto un po’ in tutte le salse, a seconda dell’estro del singolo pittore.
Avere a disposizione un’iconografia unica e universalmente riconosciuta faceva sicuramente comodo a tutti quanti. E così fu.

Giuda Cappella Scrovegni
Il Giuda della Cappella degli Scrovegni

Però torniamo alla domanda di prima: ok, ma perché proprio i capelli rossi?

Quello dei capelli fulvi è un mistero misterioso, perché tantissime culture tendono ad attribuire significati negativi ai pel-di-carota. Riduttivamente, tanti danno la colpa all’influsso della Chiesa Cristiana: “e te credo che il rosso è visto male: è il colore del diavolo…”.
A parte il fatto che il diavolo, semmai, nasce di colore nero, e diventa rosso solo a posteriori proprio perché il rosso è il colore del Male. Ma a parte questo, i pregiudizi negativi sulla gente dai capelli rossi nascono molto prima del Cristianesimo: nell’Antico Egitto, Set, il dio del Male, era rosso di capelli, così come roscio, per i Greci, era Tifone, nemico giurato di Zeus. Nella Roma imperiale, definire “rufus” un individuo equivaleva a insultarlo, e i capelli rossi sulla maschera degli attori stavano a identificare un personaggio qualificabile come buffone.
Verrebbe da pensare che questo pregiudizio fosse assente almeno nel Nord Europa, laddove la percentuale di rossi tra la popolazione è molto più alta che altrove. E invece no: sono rosse di capelli le divinità più violente ed aggressive, così come è fulvo Loki, il padre di tutti i demoni.

‘nsomma: per ragioni misteriose, i rosci vengono guardati con sospetto più o meno da ogni cultura, e più o meno in ogni periodo storico. Erede delle credenze germaniche e greco-romane, il medioevo cristiano non poteva essere da meno: ed ecco il Traditore per eccellenza beccarsi quell’attributo iconografico che da sempre stava ad indicare la Malvagità Incarnata.

Ultima Cena Carl Bloch
Un rosso Giuda nella moderna “Ultima Cena” di Carlo Bloch

Il roscio Iscariota, peraltro, è in buona compagnia – si fa per dire.
Nell’immaginario medievale, sono rossi di capelli anche Gano, il traditore geloso della Chanson de Roland, e il crudele Mordred, figlio incestuoso di re Artù pronto, per avidità, a tradire suo padre. Per non parlare poi di una vasta serie di individui poco raccomandabili (lenoni, prostitute, usurai, falsari, pirati sacareni, adulteri, menzogneri), che – nei proverbi, nelle opere didattiche, nei romanzi cavallereschi – hanno sempre, e immancabilmente, una capigliatura che farebbe invidia al Malpelo. Per la sensibilità medievale, è così radicata la credenza sulla malvagità degli individui dai capelli rossi che, in quei secoli, circola in Germania una falsa etimologia per cui il soprannome “Iscariota” deriverebbe dal tedesco “er ist gar rot”: “e infatti è rosso”.

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Il Giuda di Joos van Cleve

Ma perché tutto questo sospetto nei confronti degli individui dai capelli rossi? Lo storico fatica a darsi una risposta, tantopiù che la valenza negativa delle capigliature fulve è, come dicevo, presente anche in culture come quella celtica e scandinava (!) in cui i rosci costituiscono una bella fetta della popolazione.

Alcuni antropologi sospettano che, dietro a questo pregiudizio, possa esservi una diffidenza ancestrale verso quella che – con buona pace dei rossi naturali in ascolto – è, effettivamente, una mutazione genetica. La colorazione rossastra dei capelli è data una variante nella regione MC1R nel cromosoma 16: non chiedetemi dettagli perché non sono in grado di fornirne, ma mi sembrerebbe di capire che i rossi siano in realtà dei castani “venuti male”, a causa di un’alterazione genetica senz’altro innocua… ma che potrebbe aver spaventato mica poco i nostri progenitori.
Pensate un po’ alla vostra reazione se, a causa di una mutazione genetica, vi nascesse un figlio coi capelli verdi. Brr!

Secondo altri ricercatori, la generalizzata diffidenza verso i capelli fulvi è dovuta ai singoli individui che per primi sono arrivati in Europa con capigliature di questo tipo. Si ipotizza che i Vichinghi fossero prevalentemente rossi di capelli (e infatti, ancor oggi, la maggior concentrazione di pel-di-carota si ha in territori in cui i norreni si sono insediati: Isole britanniche e penisola scandinava). Non so se avete mai guardato qualche puntata dell’(ottima) serie Vikings, ma se questi barbari invasori dediti alle razzie sono stati il “biglietto da visita” per i capelli rossi in Europa… beh: diciamo che per le popolazioni autoctone potrebbe non esser stato amore a prima vista.

C’è poi un altro possibile fattore: e cioè, che i capelli di colore fulvo vanno quasi sempre di pari passo con una pelle molto chiara, macchiettata di lentiggini.
Ora: io, le lentiggini, le trovo deliziose, ma non dello stesso avviso dovevano essere i miei antenati, per i quali le malattie della pelle erano un problema endemico, diffuso, grave e, per di più, potenzialmente contagioso. Per l’uomo medievale, le macchie sul corpo umano sono per definizione impure e degradanti – se non altro perché la gente, di norma, non ha vistose macchie in faccia, e, di norma, se al mattino ti guardi allo specchio e ti scopri puntinato, minimo minimo ti prendi un colpo pensando a una brutta malattia esantematica.
In un certo senso, un visetto lentigginoso incorniciato dai capelli rossi doveva sembrare, agli occhi dei nostri antenati, la faccia di uno “che è già nato malato”, se capite cosa intendo. Un reietto per natura o qualcosa di molto simile. E a questa dimensione di impurità cagionevole si aggiungeva, per buon conto, anche un’inquietante componente di animalità: i fulvi hanno un pelo che ricorda quello degli animali; per di più, vanno in giro maculati come le belve feroci della savana. Non soltanto falsi e viziosi come la volpe, ma anche feroci e sanguinari come il leopardo!

E insomma: fatte queste premesse, non c’è da stupirsi che il perfido Giuda assuma – simbolicamente – una capigliatura di colore fulvo, nell’iconografia medievale e oltre.
È come se il suo stesso corpo si presentasse al mondo macchiato di quel divino sangue che per sua mano è stato versato. È come se sul suo viso già si riverberassero la fiamme dell’Inferno a cui il Traditore era destinato.

Bacio di Giuda
Il bacio di Giuda in Ary Scheffer

 

La gonna preferita dalle suffragette

Niente panico, lettori maschi: non ho intenzione di trasformare questo blog in una specie di saggio a puntate di Storia della Moda. Eppure, l’argomento è interessante, di per sé: a suo modo, la scelta degli abiti da indossare la dice lunga su una persona, su un contesto storico, su una intera civiltà…
Per cui, spero mi consentirete ancora questo articolo a tema, per “onorare” a mio modo la giornata della donna parlando e sparlando di… la gonna più amata dalle suffragette.

***

Come dite? Le sufragette c’avevano di meglio da pensare, che non alle gonne?
Beh, ‘nsomma, mica vero. La scelta di un abito da indossare o di un certo trend da lanciare nel mercato della moda non è mai casuale e priva di significato. Quella frase proverbiale ma ormai priva di senso – “chi è che porta i pantaloni in questa casa?!”, – all’epoca delle suffragette aveva un significato vero, così come poteva assumere una valenza politico-ideologica anche solo la scelta dell’abito da infilarsi quella mattina.

Per quella infelice distorsione del pensiero per cui molte donne ritengono che l’ammontare dei loro diritti civili sia inversamente proporzionale alla quantità di pelle scoperta, le suffragette ritennero loro dovere primario abbandonare le vaporose crinoline per sfoggiare abiti che permettessero loro di apparire più liberamente “donne”.
Per quella infelice distorsione del pensiero per cui molti uomini ritengono che l’onorevolezza di una donna sia direttamente proporzionale alla sciatteria con cui la signora si veste, la società perse pure tempo a star dietro ai guizzi estetici delle femministe, trasformando una normale moda passeggera in una specie di affar di Stato.

Avete mai sentito parlare, signori, della “hobble skirt”?

Hobble Skirt 1

La hobble skirt è ‘sta roba qua, ed è indubbiamente una delle invenzioni più orride e importabili nel campo della moda recente.
Non è chiaro chi sia stato il genio del male a inventare questo bizzarro arnese, ma lo stilista parigino Paul Poiret ebbe il coraggio di accollarsene la paternità (…anche se, probabilmente, l’idea iniziale non fu realmente sua). Una diceria, probabilmente non del tutto priva di attendibilità, attribuiva addirittura la nascita della “hobble skirt” a uno dei primi voli aerei dei fratelli Wright, e in particolar modo a un volo del settembre 1908 che vide per la prima volta una passeggera di sesso femminile ospite di un aeroplano. Alla signorina Edith Berg – prima donna in assoluto a sfidare la forza di gravità – era stato chiesto, in via precauzionale, di stringere con un elastico, poco al di sotto delle ginocchia, la sua ampia gonna inizio ‘900 tutta stoffa e crinoline, per evitare possibili incidenti in cui il tessuto, mosso dal vento, si impigliava per disgrazia in qualche ingranaggio del motore.

Volo Edith Berg Hobble Skirt
Edith Berg e Wilbur Wright nel primo volo aereo con le quote rosa della Storia.

La fotografia della signorina Berg pronta per il volo ebbe ampia diffusione, e forse non è un caso che, da lì a pochi mesi, abbia cominciato a impazzare sulle passerelle un originalissimo modello di gonna che, abbandonati gli spessori delle crinoline ottocentesche, scendeva morbido sui fianchi… per poi stringersi ai polpacci.

Lo stile poteva piacere o non piacere; certi modelli sono anche carini, a guardarli astrattamente. Di sicuro, piacque moltissimo alle suffragette e alle femministe in generale, che, probabilmente, vedevano in quell’estroso capo di abbigliamento un rivoluzionario riappropriarsi delle forme femminili. Abbasso le sottogonne e gli scomodi corsetti; viva le gonne che, enfatizzando i fianchi e stringendosi alle caviglie, esaltano le naturali curve del corpo femminile.

The Woman's Magazine Febbraio 1914
Febbraio 1914: tre modelli di “hobble skirt” dalla pubblicazione per signore “The Woman’s Magazine”

Ovviamente non è che tutte le femministe di inizio secolo andassero in giro conciate così (ci mancherebbe altro); però, questa tipologia di gonna ebbe dirompente diffusione proprio perché chi sceglieva di indossarlo lo faceva come in una tacita ribellione al mondo maschilista e patriarcale. E che questa moda fosse strettissimamente legata al movimento di rivendicazione dei diritti femminili lo confermano non solo alcune vignette satiriche che associano esplicitamente questa mise alle campagne delle suffraggette:

LadyButchers

ma anche il livore a tratti velenoso con cui il resto del mondo accolse questa estrosa bizzarria muliebre.

Chi si sente sola adesso

Il fatto è che ‘ste gonne, obiettivamente, erano ridicole per davvero: non tanto per l’estetica in sé, ma per l’assurda scomodità di doversele portare appresso. Adatte, tutt’al più, a una damina da salotto che riceve le sue amiche per un tè e non si schioda dal sofà per tutto il pomeriggio, queste gonne erano drammaticamente poco consone allo stile di vita di una giovane laboriosa e in movimento, e che per di più faceva di questo attivismo la sua ragion d’essere. L’esistenza delle hobble skirts l’ho scoperta leggendo il libro Fashion Victims di cui vi dicevo la volta scorsa, perché ‘ste gonne, oltretutto, erano dannatamente pericolose, porca la miseria. Limitando per ovvie ragioni la capacità di movimento, rendevano le donne vittime di continui incidenti, più o meno gravi. Se già non è bello slogarti una caviglia perché ti sei inciampata a causa della gonna troppo stretta, ancor meno bello è cadere accidentalmente in acqua e affogare perché non sei in grado di muovere le gambe (morì così, a New York, nel 1911, la povera Ida Goyette, di soli diciotto anni). Iddio non volesse, poi, che una dama così agghindata dovesse mai fuggire a gambe levate da un qualsivoglia tipo di pericolo: quella povera gentildonna che, nel settembre 1910, morì travolta da un cavallo scosso all’ippodromo di Chantilly, molto probabilmente avrebbe fatto in tempo a scansarsi, se non fosse stato per quella gonna così maledettamente stretta. Per non parlare poi di come questo stile limitasse seriamente le donne nella loro vita di ogni giorno: avete presente i nostri tram raso terra, che accostano direttamente a filo del marciapiede per azzerare le barriere architettoniche? Ecco, benissimo: la città di New York li inventò nel 1910 proprio per… agevolare la viabilità urbana delle tante donne all’ultimo grido, che, pur di mostrarsi indipendenti e arrivate, si imbaccucavano in stilosissimi “abiti denuncia” che rendevano complicato anche solo salire su un tram.

Hobble Skirt Car

Era ovviamente una situazione paradossale, che costringeva le femministe a esporre il fianco a critiche talvolta impietose ma globalmente vere, come nel caso di una vignetta satirica che, con delizioso umorismo tranchant, ironizza sui “grandi passi” compiuti dalla donna verso la sua emancipazione.

GrandiPassiAvanti Hobble Skirt

Il 12 giugno 1910, un editorialista del New York Times osservava (e mica a torto!) che “se una donna ambisce a correre per la carica di governatore, dovrebbe quantomeno essere in grado di correre anche dietro al tram”, e domandava provocatoriamente: queste donne che lottano con tanto entusiasmo per essere legalmente libere, come possono poi accettare di essere incatenate sartorialmente?

HobbleSkirtPostcard

L’epilogo di questa moda assurda? Dovuto non tanto a un acuirsi del buon senso, quanto più causata dagli stravolgimenti bellici. Con il 1914, le hobble skirts spariscono improvvisamente con la stessa rapidità con cui sono venute. Troppo dolorosi e troppo ravvicinati i lutti, per far venire voglia di sfoggiare vestiti così seducentemente estrosi; troppo dura e piena di impegni la vita quotidiana delle donne sole con i loro capofamiglia al fronte, per lasciare spazio a questi strani grilli per la testa.

Eppure, se non fosse stato per questo evento oggettivamente dirompente e imprevedibile, chissà per quanto ancora questa moda avrebbe imperversato!

Quel mortale tutù sessista

Fashion Victims Copertina LibroUn libro favoloso, unico nel suo genere, gustosissimo, pieno di immagini, che vi consiglio spassionatamente per voi e soprattutto per un regalo originale a terzi, è quel gioiellino di Fashion Victims pubblicato dall’editrice Bloomsbury.

Le Victims del caso non sono le spendaccione che, a fine mese, si trovano con l’armadio inutilmente pieno e il conto in banca desolatamente vuoto. No, no: sono letterali vittime della moda – ovverosia individui che, nel corso dei secoli, sono andati incontro a malattie e incidenti, più o meno mortali, a causa della bizzarria di questo o quel diktat stilistico.

Per intenderci: avete presente i famosi corsetti delle donne vittoriane, così stretti da poter causare, effettivamente, problemi al torace? Ecco: nel corso dei secoli, la moda ha riservato questi ed altri scherzetti ai malcapitati che hanno avuto la sfortuna di diventare suoi schiavi.

Una delle storie raccontate da Fashion Victims, però, non me la immaginavo proprio. Ed è una storia da raccontare!, anche solo per consolarci un po’ pensando che “ogni tempo è paese”. La prossima volta che in televisione sentiremo di quella starlet oggetto di velate molestie, di quella top-model ridotta a corpo sessualizzato senz’anima… beh, consoliamoci (?): queste carinerie non sono esclusiva dei nostri tempi.

***

Anno del Signore 1661: a Parigi, il Re Sole fonda l’Académie royale de danse. Potremmo dire che quello è l’atto di nascita della danza classica: il balletto come lo conosciamo oggi nasce tra le aule dell’Académie e pian piano comincia a codificarsi, trovando poi il suo periodo di massimo splendore sotto l’influenza del Romanticismo. Intorno agli anni ’30 dell’Ottocento, la ballerina di danza classica assume l’aspetto con cui tutti noi ancor oggi la immaginiamo: scarpette a punta, chignon raccolto, tutù bianco e vaporoso a sottolineare la sua leggerezza quasi antimaterica.

Adesso, lasciamo perdere per amor di discussione le scarpe a punta delle ballerine (che comunque sì, fanno un male boia borca la miseria) e focalizziamoci sul vero dramma delle danzatrici ottocentesche: il tutù.
Tanto bellino e tanto romantico e poetico finché volete… ma gli scandali che hanno dato vita al #MeToo sono niente, al confronto!

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Maria Taglioni in “La Sylphide” (1832)

La prima ballerina ad esibirsi in un tutù è, nel 1832, l’italiana Maria Taglioni. Il suo abito di scena, così diverso dai canoni dell’epoca, fece scalpore – e non a torto, direi. A parte il fatto che quella vaporosa gonna in tulle, lasciando scoperte le caviglie e i polpacci, appariva agli occhi degli spettatori come qualcosa di incredibilmente audace, è ovvio che se il tuo stile di ballo è composto al 70% da saltelli e mosse dei piedi, è pure ragionevole che i tuoi costumi di scena ti aiutino a enfatizzare questi tuoi sforzi atletici.

…sì sì per carità.
Nessuno lo nega, per l’amor del cielo.
Il fatto è che, a quanto pare, il tutù guadagnò una così immediata popolarità non perché permetteva agli spettatori di ammirare meglio i virtuosismi della ballerina, ma perché permetteva agli spettatori maschi di sbavare, impuniti, su due gran bei pezzi di gambe nude.  

Sembra una cosa da niente, o tutt’al più da “eh, così va il mondo”… ma invece no.
Perché quando il tutù cominciò a imporsi come abito da scena per eccellenza nei camerini delle ballerine di tutto il mondo, ecco che cominciò, più o meno in contemporanea, uno stillicidio di morti sul lavoro, a catena.
Come scrive l’autore di Fashion Victims,

quando l’imperativo di una messa in scena accattivante cominciò a pesare più delle necessità pratiche del lavoro, questo fece sì che le gambe delle ballerine venissero improvvisamente esposte non solo agli occhi degli spettatori, ma anche a quelle che autori dell’epoca definivano le “leccate” delle lampade a gas,

rigorosamente disposte sul pavimento del palcoscenico, in maniera tale da illuminare la scena dal basso verso l’alto.

Nei teatri, infatti, le luci di scena erano disposte in maniera da illuminare in particolar modo le gambe delle ballerine. La consapevolezza di come le danzatrici fossero oggetto degli sguardi maschili spinse i produttori teatrali e i costumisti ad abbigliare le ballerine con abiti pericolosi per la loro sicurezza, pur di attirare in platea galantuomini facoltosi il cui mecenatismo costituiva un’importante fonte di reddito per le compagnie di danza.

Peccato che, per un pugno di soldi, si siano vendute non solo la dignità personale delle ballerine (improvvisamente ridotte a oggetto di sollazzo per le fantasie altrui), ma anche la loro incolumità e la loro vita. A leggere le statistiche e le storie riportate dal libro, vien da mettersi le mani nei capelli: bastava un saltello un po’ troppo vicino alle luci di scena, un moto d’aria non previsto e magari causato dal movimento stesso della ballerina; bastava una fiammella che si alzava di qualche centimetro di troppo, ed ecco l’infiammabilissimo tutù prendere fuoco in un battibaleno, trasformando la ballerina in una (spaventosa) pira vivente (in diretta).

Sorelle Gale Incendio
1861: al teatro dell’opera di Philadelfia muoiono incenerite sei ballerine in un colpo (!), a causa di un disastroso effetto domino ingeneratosi durante i tentativi di alcune danzatrici di soccorrere le loro colleghe

Che le autorità non siano intervenute immediatamente e con forza di fronte alle cronache da film horror di ballerine che muoiono bruciate sul palcoscenico di un teatro  nel bel mezzo di una soirée (!!!)è, in tutta franchezza, già abbastanza sconvolgente.

Ancor più sconvolgente, è venire a sapere che, quando finalmente le autorità decisero di prendere provvedimenti per mettere fine a quell’inferno di tulle e trine infuocate, le ballerine (e i relativi manager) fecero spallucce, rifiutandosi di ottemperare alle richieste del legislatore. Nel 1859 (meglio tardi che mai…) un decreto imperiale della Francia di Napoleone III bandiva da tutti i teatri dell’opera i tutù “vecchio stampo”, ingiungendo che i costumi di scena fossero cuciti con una sorta di tulle ignifugo sviluppato da Jean-Adolphe Carteron.

Sembrerebbe ‘na bella cosa, no?
E invece no: perché il procedimento sviluppato da Carteron, pur essendo indubbiamente valido ai fini della salvaguardia delle vite umana, presentava un imperdonabile difetto per lo star-system: rendeva il tutte un po’ meno vaporoso e un po’ meno etereo. ‘nsomma, lo appiattiva e gli dava pure delle sfumature giallognole, tipo quei vestiti da sposa lasciati troppo a lungo nell’armadio e ormai ingrigiti dal tempo.

Con l’ironia tragica che di tanto in tanto la Storia ci riserva, l’archivio dell’Opéra di Parigi conserva ancor oggi una sorta di liberatoria con cui la ballerina di punta del corpo di ballo dichiarava, nel 1860, di essere pienamente consapevole dei rischi derivanti dal continuare a danzare con un normale tutù di tulle non trattato, e sottolineava di essere ciò nonostante intenzionata a portare avanti le sue performance con gli abiti di scena che aveva sempre usato.

Emma Livry – così si chiamava la ballerina – non era una étoile a caso, ma bensì la danzatrice più apprezzata di tutto il mondo, a quell’epoca (il che voleva dire tanta roba, a quell’epoca). Forse solo per questo la sua morte ebbe un’eco diversa rispetto a quella di tante sue sfortunate colleghe. Nel novembre 1862, ad una delle ultime prove del balletto che stava per mettere in scena, Emma fece accidentalmente passare il suo tutù sopra la fiamma di una delle lampade a gas che illuminavano il palco. Il risultato lo vedete qui sotto in una eloquente ricostruzione mandata in stampa, l’indomani, da Le Monde… ma, tragicamente, potete anche immaginarlo da voi.

Livry Morte

Il tulle sottilissimo e impalpabile prese fuoco e si incenerì nell’arco di pochi secondi. La povera Emma, realizzando di essere rimasta pressoché nuda nel bel mezzo di un teatro, tentò istintivamente di coprire le proprie grazie con uno dei pochi brandelli di stoffa (infuocata) che non si erano ancora distrutti del tutto, ottenendo, ovviamente, come unico risultato quello di peggiorare la sua situazione e di ustionarsi anche le braccia. Un macchinista tentò di soffocare le fiamme col suo corpo, ma la povera ragazza in preda al panico si ritrasse terrorizzata da quell’abbraccio (per pudore, assicurarono i testimoni: pur di non trovarsi mezza svestita tra le braccia di uno sconosciuto, la poveretta preferì attendere con vittoriano aplomb che qualche anima pia reperisse un secchio d’acqua e glielo tirasse addosso).

Il che avvenne, ma avvenne troppo tardi. Quando finalmente le fiamme furono spente, la povera Emma presentava ustioni su oltre il 40% del corpo: uno stato clinico che sarebbe allarmante anche ai giorni nostri, figuriamoci nella Francia del 1861. Mentre veniva trasportata d’urgenza in ospedale, la povera ragazza recitava quelle che probabilmente immaginava essere le sue ultime preghiere. E invece no: non ebbe nemmeno la “soddisfazione” di una morte rapida e indolore, e dovette affrontare altri otto mesi di atroce, dolorosissima agonia ingravescente, prima di morire – finalmente – il 26 luglio 1863.

Immaginate che oggi una tragedia di tali proporzioni colpisca una delle più grandi star di Hollywood (poi, fate le corna).
Direste che almeno la poveretta non sarebbe morta invano: no?
Che la sua agonia avrebbe almeno smosso gli animi della gente inducendo a imporre con rinnovato vigore le norme di sicurezza che già esistevano: no?

Ecco, appunto: no. L’unico significativo passo avanti in termini di sicurezza sul lavoro consisté nell’abitudine di tenere sempre un po’ di acqua di scorta subito dietro le quinte, casomai altre ballerine avessero dovuto trasformarsi di punto in bianco in pire umane. Ma nulla più. All’indomani della tragedia, mentre la povera Emma si contorceva in una atroce e lenta agonia, la sua manager, intervistata circa l’opportunità di passare finalmente ai tutù ignifughi, dichiarava alla stampa: “sì, sono meno pericolosi, come giustamente sottolineate, ma se calcassi ancora le scene come ballerina io non penserei neanche lontanamente di indossarli: sono così brutti”.

E poi ci lamentiamo di come vengono trattate oggi le star del mondo dello spettacolo…

Per questo specifico San Valentino, chiedi in regalo una perla

Tra i miei più cari ricordi d’infanzia vi sono i sabato pomeriggio a casa di mia nonna. Si stava molto bene, con lei. Mi raccontava le vite dei santi e le più terrificanti leggende alpine; mi faceva sfogliare vecchie cartoline postali con le principessine di Casa Savoia descrivendomi com’era la vita a quei tempi… e, tra le altre cose, faceva anche questo: mi insegnava a prendermi cura delle perle.
Aveva una collana di perle, mia nonna; amatissimo ricordo di un marito che l’era stato tanto caro, e che il destino le aveva portato via effettivamente un po’ troppo presto.
Ebbene: di questa collana di perle, mia nonna si occupava con religiosa cura. Mi direte probabilmente che era ‘na fissata, e invece no: i suoi accorgimenti per “tenere in vita” il gioiello sono di quelle cose di vita pratica che una volta le ragazze imparavano come nozioni di economia domestica. Erano i tempi in cui si aveva meno, e a tutto si dava più valore; erano i tempi in cui nessuno si sognava di comprare acciaio come fosse argento solo per il gusto di sfoggiare un marchio, e la gente dava il giusto peso e le giuste cure a quanto di prezioso aveva avuto in sorte di possedere.

Ebbene: come mia nonna sarebbe stata tanto lieta di insegnarvi, le perle, come piccole creature viventi e capricciose, hanno una vasta serie di desiderata su come amano essere trattate.
Gradiscono essere indossate spesso, altrimenti immalinconiscono: sembrerebbe una credenza popolare ma non lo è. In effetti, le perle beneficiano del contatto periodico con la pelle umana, venendo “ingrassate” e nutrite dalla naturale “untosità” della nostra pelle. Abbandonate a se stesse in un portagioie, finiscono paradossalmente col rovinarsi prima.
Sono egocentriche e dunque vogliono essere indossate come ultima cosa, a mo’ di ciliegina sulla torta per completare l’outfit. In effetti, troppo alto è il rischio di graffiarle accidentalmente con la zip degli abiti, o di sporcarle con prodotti per il trucco o spruzzate di profumo che potrebbero rovinarle, con la loro acidità.
Sono gioielli con la puzza sotto al naso che non vogliono mescolarsi alla plebaglia di oro e di diamanti. Vanno conservate a parte in un sacchettino morbido, le viziate, per evitare che le gemme squadrate e il duro metallo degli altri gioielli rischi di rigarne la superficie, tutto sommato morbida.

Insomma, avere una perla in casa è una bella gatta da pelare. Non basta scartare il pacchetto a San Valentino e dire “evvai, mi hanno regalato il brillozzo, adesso sto a posto e me lo godo!”. No, col cavolo: il pacchetto regalo del premuroso innamorato è sì una conquista, ma anche un punto di partenza: la perla è un gioiello ad alto mantenimento, e, per conservarla viva come il primo giorno, devi prestarci un sacco di pazienti attenzioni quotidiane.

Forse anche per questo mi pare così efficace quel meraviglioso parallelismo che si legge spesso sui testi medievali, e che vede la perla utilizzata come simbolo di quanto più prezioso possiamo avere e possiamo vantare come nostro ornamento. E cioè, la fede in Gesù nostro Signore.

Woman with a pearl necklace
Fredrik Westin, “Woman with pearl necklace”

Il primo a lanciare questo trend è stato il Fisiologo, un’opera “naturalistica” redatta tra il II e il IV secolo da un anonimo autore, probabilmente ad Alessandria d’Egitto.
Quel “naturalistica” l’ho messo tra virgolette perché ci va già un bel coraggio ad appioppare al Fisiologo questo aggettivo. Al di là della patina da libro di botanica, in realtà, il trattato è, dichiaratamente, un’opera allegorica e moralizzante. Descrivendo in chiave simbolica animali, piante e pietre preziose, il testo vuole trasmette al lettore contenuti morali, catechetici, vagamente gnosticheggianti.

Ebbene, secondo il Fisiologo, la perla si genera all’interno della conchiglia in questo modo: alle prime ore del mattino, l’ostrica emerge dalle acque del mare e con delicatezza schiude le valve della sua conchiglia per nutrirsi della rugiada che scende dal cielo ai primi chiari dell’alba. Questa rugiada, illuminata dai più puri raggi solari, genera all’interno dell’ostrica la perla, che, nutrita dalla luce degli astri, cresce di giorno in giorno, fino a diventare lo splendido prezioso che tutti conosciamo.

Quando i cercatori di perle si imbarcano per la loro pesca, individuano le ostriche utilizzando una tecnica del tutto singolare. Alla lenza di una canna da pesca attaccano non un misero vermone come esca per i pesci, ma bensì una pietra d’agata. L’agata ha – secondo la fantasiosa ricostruzione del Fisiologo  – la proprietà di essere attratta dalle perle quasi fosse il polo di una calamita. Quando sentono la lenza tirare, ecco che i “pescatori di perle” sanno che la loro “preda” è vicina. Spogliati di tutte le loro vesti, si tuffano in mare, e, sfidando i flutti, scendono sempre più in profondità, fino a guadagnarsi il tesoretto che giace tra i fondali.

E a questo punto, il Fisiologo comincia a svelare al lettore la simbologia nascosta entro questo fatto di natura. Il mare è paragonabile alla nostra vita in questo modo. Chi vuole guadagnarsi il “tesoro nascosto” di cui parla il Vangelo deve avere il coraggio di spogliarsi di tutto ciò che è superfluo e di andare sempre più a fondo nella propria vita terrena, fino a raggiungerne l’essenza. L’agata usata dal pescatore, secondo l’allegoria, è paragonabile a Giovan Battista e a tutti coloro i quali, con il loro annuncio, sono capaci di indirizzarci al Cristo, vera “perla spirituale”. Chi saprà seguire e far fruttare queste indicazioni avrà senz’altro la chance di fare suo il tesoro prezioso che tutti bramano. Attraverso il Vecchio e il Nuovo Testamento, che custodiscono la fede cristiana come le valve dell’ostrica una perla, ecco, lì sta, bellissima e raggiante, la nostra Salvezza.

A onor del vero, non è che questa interpretazione di Cristo come vera perla sia stata accettata unanimente, così, a cuor leggero. Il Fisiologo – composto, come vi dicevo, da un autore con tendenze gnostiche – fu a lungo guardato con sospetto, tacciato di potenziale eresia. La sua diffusione, in ogni caso, fu capillare nonostante tutto, e anche la sua fortuna fu destinata a durare nei secoli.

E che vi devo dire?
Gnostica o no, questa interpretazione a me piace veramente un sacco.

Il Signore è vicino, e questo è il momento propizio per cercarlo.
Che ognuno di noi possa oggi iniziare il suo cammino per cercare in profondità quella perla preziosa che è il Regno dei Cieli.
Non sarà facile e dovremo privarci di molte cose per trovarlo… ma alla fine, quando stringeremo quel tesoro nelle nostre mani, non potremo che concordare: ne è davvero valsa la pena.

The sea has its pearls
William Henry Margetson, “The sea hath its pearls”

Questa Storia ti puzza di fake news?

Fake news Facebook
Le fake news sono ormai all’ordine del giorno, e tutti i professionisti dell’informazione si prodigano per fornire ai loro lettori le armi con cui difendersi da questa massa di notizie false che – complici i nuovi mezzi di comunicazione – rischiano a tratti di tramortirci e confonderci.
È davvero possibile imparare a proteggersi da una cosiddetta “bufala”? Esistono delle tecniche che l’Internauta Medio può mettere in atto, per tentare di orientarsi in questo procelloso mare dell’informazione? In effetti sì – e una di queste consiste nell’affinare il proprio senso critico cominciando a porsi tutta una serie di domande, quando ci si trova di fronte a una notizia sospetta.
Stiamo leggendo un articolo e c’è qualcosa che, diciamo, non ci torna? Ebbene, una serie di domande ad hoc può aiutarci a stabilire se è solo una nostra impressione, o se davvero di fake new si tratta.

Questo blog si occupa di Storia, dunque mi occupo di Storia anche in questo articolo. Ché attorno ai temi storici è tutto un fiorire di fake news e leggende nere, e semplici convinzioni errate, sedimentatesi nel corso dei secoli e ormai date per certe.
E se anche noi ci imbattessimo in una di queste “bufale”? Saremmo in grado di riconoscerla? Quali sono i campanelli d’allarme che dovrebbero quantomeno metterci sull’attenti?

Io ne ho individuati cinque, partendo dalle osservazioni proposte da Giuseppe Sergi nel suo La rilettura odierna della società medievale: i miti sopravvissuti, dagli atti del convegno “Medioevo reale medioevo immaginario” (Torino 26-27 maggio 2000).

1. Questa ricostruzione semplifica concetti che, diversamente, sarebbe difficile spiegare?

Esempio portato da Sergi: la piramide feudale del Medioevo.
Presente?
Questa:

Piramide Feudale

Benissimo, non è mai esistita.

Il feudalesimo medievale era una cosa molto più complessa di quella che ci insegnano sui libri di scuola. Ad esempio, un uomo poteva essere vassallo di più signori feudali contemporaneamente (ed erano per lui cavoli amari, quando i due signori si dichiaravano guerra). In teoria, un cavaliere poteva anche essere vassallo del Signor Caio ed essere contemporaneamente signore feudale di altri vassalli a lui sottoposti (diventando, allo stesso tempo, sottoposto e parigrado del suo signore). E comunque, ai rapporti feudali, si affiancavano in età medievale rapporti di parentela, eredità e quant’altro, talora non meno importanti e vincolanti del rapporto vassallo/signore.

E quindi, perché a scuola continuano a insegnarci la panzana della piramide feudale?Beh, perché è una semplificazione molto utile.
Vallo a spiegare, a un bambino di undici anni, questo complesso equilibrio di poteri per cui si può essere servi e signori allo stesso tempo, e per cui il re ha sicuramente un ruolo importante, ma può darsi che alcuni sudditi abbiano più potere di lui. È così facile e rassicurante, ricorrere a semplificazioni tutto sommato innocue, che risparmiano agli studenti così tanti grattacapi…
I pochi eletti che vorranno dedicarsi al Medioevo per professione, faranno sempre in tempo a mettere i “puntini sulle I” all’università. Fino ad allora… che male c’è?

Pescando dai miei archivi una Storia di cui ho già parlato io: il mito per cui, durante i secoli della caccia alle streghe, erano accusate di stregoneria le donne giovani, sole, prive di protezione da parte dei mariti, e magari un po’ anticonformiste.
Vallo a spiegare, che molti degli accusati erano maschi ricchi e potenti, praticavano davvero rituali magici, e, in molti casi, il proverbiale patto con Satana importava molto poco agli inquirenti laici…

2. Questa ricostruzione ci aiuta a credere che noi viviamo in un mondo migliore?

Mai Stati Meglio Copertina Libro

È così bello leggere un libro di Storia e pensare “certo che noi siamo un sacco evoluti rispetto a ‘sti bifolchi!”. Su questo tema, gioca persino un gustoso libretto eloquentemente titolato Mai stati meglio!: “basta scorrere i secoli passati”, recita la quarta di copertina, “per capire stiamo vivendo uno dei momenti più positivi, confortevoli e ricchi di opportunità dall’apparizione dell’uomo sulla Terra”.

Non mentiamo: illuderci che l’umanità sia destinata a un graduale, inesorabile progresso è un consolante auto-convincimento di cui sentiamo drammaticamente il bisogno, tutte le volte che, guardando il telegiornale, ci si stringe il cuore al pensiero del mondo che stiamo lasciano ai nostri figli.
…sennonché, a volte, questo nostro atteggiamento genera delle bizzarre fake news dalla singolare persistenza.

Un esempio tra i tanti? Cito quello che proponge Sergi: lo ius primae noctis.
Non è MAI esistito, in nessun luogo e in nessun momento, un cavillo che consentisse al potente di turno di portarsi legalmente a letto le donne prossime al matrimonio. Lo ius primae noctis è un’invenzione bella e buona creata ad arte (cfr. punto 4)… che però si è impressa nell’immaginario collettivo in maniera particolarmente tenace.
E perché?
Perché, oh, è così confortante, pensare che certe cose che una volta erano all’ordine del giorno, adesso, grazie a Dio, sarebbero impensabili. Ma allora, è solo questione di tempo: verrà (presto?) il giorno in cui le tante ingiustizie che oggi ci affliggono saranno guardate con orrore dai nostri discendenti. E allora sì che esisterà un mondo migliore!

Come osserva Sergi, qui

agisce l’idea di un progresso lineare e permanente della storia: un’idea tanto spontanea quanto politicamente strumentalizzata, in ogni caso falsificante e dannosa per l’uso sociale della storia.

Pescando dai miei archivi una Storia di cui ho già parlato io: avete presente la radicata convinzione secondo cui, nel passato, la gente non si lavava per mesi e anni, e dunque andava in giro tutta sozza e puzzolente? Ne parlavamo tempo fa, e avevamo visto assieme che non è che fosse proprio vero: c’è stato sì un periodo della Storia umana in cui i bagni frequenti erano considerati pericolosi per la salute… ma, fortunatamente, è stata solo una moda transitoria, non un diktat millenario.

3. Per contro: questa ricostruzione trasforma il nostro passato in un affascinante romanzo fantasy più avvincente di Game of Thrones?

Sergi porta un esempio classico: i Templari, poveri cristiani.
Non si capisce per quale arcano mistero un ordine cavalleresco la cui Storia è stata studiata, ristudiata, ri-ristudiata fino allo sfinimento, debba solleticare così tanto le fantasie dell’Italiano-medio.
Cioè, boh? L’avete mai visto, voi, tanto pathos collettivo nel seguire le vicende dell’Ordine di Malta?
Eppure…

Il fatto gli è che, come scrive Sergi,

il medioevo nella cultura europea occidentale serve a regalare la dimensione dell’esotico senza troppo allontanarsi nello spazio, ma andando indietro nel tempo.

È così affascinante pensare a quando nel Medioevo i cavalieri cercavano per davvero (?!) il Sacro Graal. È così bello immaginare un mondo in cui la vita scorreva ordinata secondo i dettami di Santa Madre Chiesa, i rapporti tra sessi erano improntati a quel romanticismo à la Jane Austin e la vita era più onesta, più sana, più solidale.

Pescando dai miei archivi una Storia di cui ho già parlato io: presente, quei cattolici per la Storia cattolica è divisa in due (ante e post Concilio Vaticano II), e tutto ciò che viene dopo è liturgicamente il Male, e tutto ciò che viene prima era l’Assoluta Perfezione del Culto?

Vaglielo a spiegare, che fino a qualche secolo fa i preti mimavano atti sessuali dall’altare durante la Veglia di Pasqua

4. Questa ricostruzione è un’arma ideologica a sostegno di una certa tesi?

A questo punto, si potrebbero elencare tante “leggende nere” sulla Storia della Chiesa, usate oggi come grimaldello per dimostrare che i cattolici sono fondamentalisti pericolosi.
Sergi, invece, torna sullo ius primae noctis, e così, ubbidiente, faccio anch’io.

È da fine ‘800 che, con argomenti inoppugnabili, la storiografia, a intervalli regolari, smentisce il mito dello ius primae noctis.

Ma queste autorevoli messe a punto hanno scarsa efficacia anche quando sono scritte con stile accattivante, in libri di editori importanti e di larga circolazione. […] La cultura di massa su alcuni temi non si limita solo a non recepire, non vuole proprio ascoltare, si comporta come i bambini quando si tappano le orecchie con le mani ed emettono suoni per non essere raggiunti da parole non gradite. Perché? Perché non si vuol perdere, a causa della ‘storia’, un frammento di ‘memoria’ che ha una funzione culturale e sociale. In questo caso la funzione è quella di valorizzare l’attitudine delle comunità locali di contrapporsi al potere: le comunità nobilitano con l’eroismo popolare le proprie tradizioni.

In una temperie ideologica in cui il messaggio da far passare alle masse è: “bisogna combattere il sistema per avviare la rivoluzione / bisogna affrancarsi dalle stupidi leggi imposte dalla religione / bisogna fare questo e quest’altro perché i modelli tradizionali non funzionano bene”… beh: questi miti su base storica possono costituire un valido aiuto!

Pescando dai miei archivi una Storia di cui ho già parlato io: una volta mi è capitato su Facebook di essere definita “una revisionista da quattro soldi”, a causa di un articolo in cui spiegavo che la terribile strage di operai tenutasi l’8 marzo di un anno non precisato… semplicemente non c’è mai stata, fortunatamente per le operaie.
Non è chiaro chi, esattamente, si sia messo a tavolino per inventare dal nulla questa leggenda, ma sembra acclarato che la bufala abbia cominciato a circolare tra i circoli socialisti dei vari Paesi del blocco NATO, per ragioni politiche, nel primo dopoguerra.

Eppure, se lo dici, non ci crede nessuno, (comprensibilmente), anche perché qui scivoliamo per direttissima nel punto…

5. Questa ricostruzione ci culla nelle nostre rassicuranti convinzioni?

Chiudete gli occhi e immaginate un castello medievale: l’idea platonica di tutti i castelli medievali; poi tornate qui.
Fatto?
Scommetto che avete immaginato qualcosa sulle linee di:

Castello Medievale Immaginario

e che sarete probabilmente un po’ spiazzati nello scoprire che, per buona parte del Medioevo, i castelli sono stati semmai più simili a questo:

Castello Medievale Vero

Per dirla con Sergi,

è difficile convincere studenti e interlocutori che i castelli medievali tipici non sono quelli del tardo medioevo, ed è difficile perché sono per lo più castelli tre-quattrocenteschi a essere ancora in piedi. […] Risulta sempre arduo allontanare l’immagine del tipico castello valdostano e sostituirvi quella di un villaggio fortificato, o di recinti di legno e pietra.

Altro esempio ancor più visibile: i convincimenti popolari sull’evoluzione dei modelli familiari nel corso della Storia.

La tipica famiglia rurale del medioevo era una “two generations family”, con padri e figli e basta, cioè nucleare come oggi. Ebbene, nessuna persona, anche di cultura, lo immagina: perché le famiglie rurali successive alla rivoluzione industriale erano patriarcali, [con] convivenze larghissime

quindi, ci viene spontaneo ritenere che le famiglie allargate siano sempre state la norma. Ma siamo vittime in questo caso di quella che Sergi definisce “deformazione prospettica”:  per cui diamo scontato che tutto ciò che noi conosciamo circa il passato recente debba a maggior ragione applicarsi anche a tutte le epoche passate. Il che, non è affatto vero!

Pescando dai miei archivi una Storia di cui ho già parlato io: vallo a spiegare, alle nonnette attaccate alla tradizione, che il “classico” matrimonio col vestito bianco, il pranzo luculliano, il viaggio di nozze da sogno, etc, non è “tradizionale” proprio per niente ed è anzi un’invenzione recente. Ma insomma: lo sanno tutti che le nostre nonne facevano così!

***

E voi?
Vi vengono in mente altri esempi riconducibili ai cinque casi di cui sopra? Avete storie da raccontare, su quando siete caduti a vostra volta in una di quelle insidiosissime bufale storiche?
Per intanto, questo blog vi saluta e vi dà il suo bentornato, ripromettendosi, da oggi, di ricominciare con regolarità le sue pubblicazioni.
…e speriamo che questa non debba rivelarsi una fake new!

L’antica festa di Sant’Andrea

È un felicissimo dono del destino, il fatto che il 30 novembre sia, a casa nostra, una data importante.
In famiglia, molto banalmente, ricordiamo un compleanno. Epperò, questo nostro essere in un clima di festa tiene in qualche modo viva una tradizione che, un tempo, era comune a molti popoli europei. E cioè, quella per cui il “periodo di Natale” inizia proprio i 30 novembre.

Non parlo, ovviamente, di tempo liturgico, né tantomeno di Avvento in senso proprio. Parlo di quel mood natalizio fatto di folklore, tradizioni popolari, vecchie credenze e antichi costumi, che da sempre si accompagna alle festività invernali.
Embeh: in moltissime aree d’Europa, il D-Day a partire dal quale si entrava in questo clima di festa era proprio il 30 novembre, memoria liturgica di Sant’Andrea.

Sant’Andrea, tanto per cominciare, non è il primo che passa. Tra gli apostoli di Gesù, è forse uno dei più famosi; inoltre, è il santo patrono di un mucchio di nazioni, tra cui Scozia, Russia, ex-Prussia, Ucraina, Romania. Insomma, il suo culto è diffuso.

La memoria liturgica cade il 30 novembre, e il 30 novembre è ovviamente l’ultimo giorno prima del mese di dicembre – anche a livello simbolico, questa data riveste già di per sé un significato mica da poco: siamo alla vigilia di quel lungo mese che pian piano ci porterà al Natale. L’Avvento è probabilmente già iniziato, oppure inizierà a brevissimo: ma la cosa bella del giorno di Sant’Andrea è che, pur trattandosi di una festa religiosa importante, è una festa religiosa in qualche modo “non regolamentata”, che si pone un po’ al di fuori dei rigidi ritmi liturgici dell’Avvento. Non stiamo parlando di una “Domenica Gaudete” o di una solennità, insomma: stiamo parlando della memoria di un santo, che casualmente va a cedere in questo clima di festa dicembrino.
È un po’ la stessa cosa che è successa a San Nicola e a Santa Lucia. Santi importanti nel martirologio, che, per il fatto stesso di “cadere” in un periodo così felice, hanno ricevuto un trattamento particolare da parte del folklore.

Sant’Andrea, che evidentemente è un pitocco, a differenza dei suoi colleghi non ha mai portato regali ai bambini. Epperò, ecco un utile vademecum di attività che d’ora in poi potrete svolgere nel giorno di Sant’Andrea, per onorare questo giorno… con festeggiamenti d’antan.

Uno. Improvvisati ghostbuster di streghe

Per antica tradizione, in Austria, nel giorno di Sant’Andrea, le donne prendono d’assalto il più vicino albero di albicocche, strappando piccoli rametti spogli che poi – non appena tornate a casa – sistemeranno in un vaso da fiori ricolmo d’acqua. Tempo un mesetto, e da quei rametti tenuti a mollo sarebbero nati dei piccoli germogli – e proprio con quei germogli le donne austriache avrebbero adornato i loro abiti da festa, nel momento di recarsi in chiesa per la Messa di Natale.
Ma a parte il dettaglio fashion, questa pratica aveva un utile risolto positivo. Grazie all’intercessione prodigiosa di Sant’Andrea, le donne adornate con i germogli dell’albicocco sarebbero state insignite di un potere straordinario: e cioè, individuare con certezza eventuali streghe presenti in chiesa nel giorno di Natale.
Nello specifico, Sant’Andrea avrebbe concesso loro il potere di vedere le streghe per come realmente erano vestite. Invece di coprirsi il capo in luogo sacro con un berretto, un cappello, un velo da Messa, le streghe – in segno di scherno – entravano in chiesa indossando a mo’ di copricapo… un secchio.
Magicamente trasformato in cappello agli occhi di tutti i presenti, naturalmente, ma non agli occhi di chi indossava quel giorno il germoglio magico dell’albicocco della festa del Santo.

Due. Rovina per sempre la vita dei tuoi figli con l’Effetto Pigmalione

Avete presente l’effetto Pigmalione, aka “la profezia autoavverantesi”? In psicologia, è quella forma di auto-suggestione per cui le persone tendono a confermarsi all’immagine mentale che altri individui hanno di loro.
Il tuo capo al lavoro ti considera un lavativo buono a nulla? È statisticamente probabile che il tuo rendimento tenderà gradualmente a calare, se non altro perché quel clima demotivante non incentiva a dare il massimo.
Ti sei appena iscritto in palestra, e il personal trainer pompa ogni giorno il tuo ego urlando “sei un grande! Guarda che progressi! Non fermarti! Ancora uno sforzo”? Probabilmente, finirai col crederci tantissimo, dedicandoti all’allenamento con tale e tanta dedizione da diventare effettivamente un palestrato.

Ecco, benissimo: la festa di Sant’Andrea è un buon momento per instillare nella tua famiglia il germe del pregiudizio.
In Romania, per antica tradizione, le donne facevano esattamente la stessa cosa delle loro colleghe austriache: staccavano ramoscelli di albero da frutto, uno per ognuno dei loro figli, e poi li mettevano a mollo in un vasetto d’acqua.
Il ramoscello del figlio fortunato (quello destinato a far soldi e a diventare Qualcuno, insomma) sarebbe fiorito per primo. Gli altri figli, coi ramoscelli non ancora fioriti… beh: peggio per loro.

Tre. Tira lenticchie in testa al tuo vicino di casa

Ehm. Nel sud della Germania, i bambini lo facevano davvero. In questa e in altre notti del periodo d’Avvento, vagavano di casa in casa intonando canti natalizi. Il loro stratagemma per attirare l’attenzione degli abitanti della casa era senz’altro molto singolare: invece di bussare alla porta, ‘sti teppistelli scaricavano una granguola di lenticchie contro i vetri delle finestre.

Quattro. Comincia a pregare come un pazzo

È consuetudine che, nel giorno di Sant’Andrea, i devoti inizino a recitare una novena. “E grazie al cavolo” mi direte voi: anche oggi è in voga l’abitudine di iniziare una novena il 30 novembre – in vista della festa dell’Immacolata Concezione, ovviamente.
Altrettanto ovviamente, però, la festa dell’Immacolata Concezione è una introduzione relativamente recente. Nei secoli passati, la novena di preghiera che prendeva il via nella festa di Sant’Andrea non terminava affatto l’8 dicembre… ma andava avanti ininterrotta fino alla Vigilia di Natale.
Una “mega novena” che durava quasi un mese, ‘nsomma, e che, secondo la credenza popolare, includeva un bonus fedeltà per i devoti più appassionati. Chi, in richiesta di grazie, avesse recitato la novena quindici volte al giorno, ogni giorno, dal 30 novembre alla Vigilia di Natale, avrebbe avuto la certezza quasi matematica di vedere il suo desiderio avverarsi.

Il testo è inglese perché anglosassone è la tradizione, ma, per chi volesse lanciarsi in questa devozione, potete trovare lo schema di preghiera qui:

Novena Natale 30 novembre

Cinque. Balla coi lupi!

In Romania, Sant’Andrea è tradizionalmente considerato il protettore dei lupi – probabilmente, a causa di una festa pagana preesistente che cadeva proprio in questi giorni. E insomma, è credenza che il santo apostolo, per aiutare i suoi amici lupi a superare il rigore del freddo inverno che è alle porte, conceda loro, nel giorno della sua festa, alcuni poteri straordinari.
Uno, di indubbia utilità, è catturare in un sol giorno tutte le prede di cui hanno bisogno per sopravvivere fino alla primavera.
L’altro – del quale secondo me i lupi farebbero anche volentieri a meno – è di parlare la lingua umana.
Non so francamente cos’abbia da dire un lupo a un umano di passaggio, ma, nel caso, provate a far due chiacchiere col vostro cagnolino. Metti mai che vi risponda.

Sei. Comprati un vestito nuovo!

Nel nord della Boemia, il 30 novembre era una festa importante, durante la quale molti lavoratori godevano di un giorno di riposo. Così accadeva anche alle ragazze che lavoravano nelle filande – e che, spesso, abitando lontano dalla famiglia, non potevano tornare a casa; dunque, trascorrevano il giorno di festa all’interno dello stabilimento di lavoro.
Senza lavorare, ovviamente – o meglio: senza lavorare, a meno che non lo volessero. Per lunga tradizione, le lavoratrici, quel giorno, potevano decidere di lavorare per se stesse: e cioè, sfruttare la materia prima messa a disposizione dal datore di lavoro per filare stoffe pregiate, da tenere per sé. E con cui confezionarsi poi un caldo abito all’ultima moda.

Sette. Trasformati in un paladino della fluidità di genere – per un giorno.

In vaste aree dell’Inghilterra, Sant’Andrea è considerato il patrono dei fabbricanti di merletti; sicché, come Dio comanda, i merlettai si astenevano dal lavoro nel giorno di festa del loro santo protettore. E, come spesso accade in occasione delle feste comandate, dopo una rapida toccata-e-fuga in chiesa si abbandonavano a una vasta serie di festeggiamenti licenziosi, comprensivi di bagordi, ubriachezza e carnascialeschi cambi di sesso. In una sorta di party in maschera, le donne si vestivano da uomini, atteggiandosi a “capofamiglia per un giorno”, e viceversa.

Otto. Cattura gli assassini!

Conoscete qualcuno morto in circostanze sospette, e desiderate scoprire l’identità del suo assassino? I Rumeni conoscono un metodo invincibile per farlo: tutto sta nel recarsi al camposanto, nel giorno di Sant’Andrea, e posare un secchiello di acqua benedetta sulla tomba del defunto. In questo secchio vanno gettate alcune monetine – forse retaggio di un qualche pagano sacrificio agli dei – mentre i presenti recitano alcune preci rivolte proprio al santo del giorno.
Ed ecco che il prodigio non tarderà a compiersi: la superficie dell’acqua si incresperà, svelando, a mo’ di identikit, il volto dell’assassino.

Nove. Scopri se è il caso di cominciare a organizzarti il funerale

Vi sentite poco bene, e/o avete un’indole disfattista? Ecco un metodo infallibile per scoprire se sarete ancora in vita fra 365 giorni: il 30 novembre, prima di andare a letto, fate sul vostro comodino un mucchietto appuntito di farina, a mo’ di montagnetta.
Se l’indomani mattina la montagnola di farina sarà crollata: brutte notizie, non arriverete vivi al 30 novembre 2018.
Se invece è rimasta in piedi, tutto ok: avete almeno altri dodici mesi da vivere!

Dieci. Lega a te l’uomo dei tuoi sogni!

Nella loro raccolta di storie del folklore tedesco, i fratelli Grimm ci mettono a parte di una antica credenza popolare secondo cui le ragazze da marito possono, nella notte di Sant’Andrea, compiere un rito d’amore per legare a sé l’uomo che sono destinate a sposare.
Il rituale prevede questo: nella notte più magica dell’anno, si apparecchi la tavola per due, con l’unica accortezza di non usare forchette. Magicamente, alla mezzanotte, un uomo meraviglioso verrà come teletrasportato in quella cenetta a lume di candela: e sarà una notte di chiacchiere, e di amore, e di dolcezza, terminata la quale “lui” si allontanerà, lasciando alla fanciulla un pegno del suo sentimento. Un piccolo oggetto che la ragazza dovrà custodire con cura: perché, se quel talismano d’amore sarà effettivamente conservato, un giorno l’amato tornerà – e questa volta sarà “per sempre”.
Ma attenzione: l’amato non dovrà mai vedere quel pegno di amore custodito dalla sua bella. Se questo dovesse accadere, lui scoprirebbe di essere stato raggirato: di essere vittima di un crudele incanto d’amore, di essere stato pilotato fin dall’inizio.
E, a quel punto, non c’è incantesimo che tenga: la poesia finirebbe, e così anche la storia d’amore. Proprio come in una fiaba – non necessariamente a lieto fine.

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Henryk Siemiradzki, “La notte di Sant’Andrea”, 1867