Pillole di Storia

La vera storia di Karl Kurz, l’eremita ucciso dalla troppa popolarità

AAA eremita part-time cercasi. Con ogni probabilità, avete già letto la notizia del giorno (ma metto subito le mani avanti: restate in linea, perché io aggiungo qualche curioso dettaglio in più).
La notizia del giorno, comunque, è quella di cui sopra: se siete disoccupati e alla ricerca di un impiego sicuro nel settore pubblico, prendete in considerazione il bando pubblicato dal comune di Saalfelden am Steinernen Meer (Salisburgo, Austria) per un posto da eremita part-time.

La casetta riservata all'eremita
La casetta riservata all’eremita

Titoli richiesti: salda fede cattolica, buona conoscenza del Tedesco (indispensabile per impartire perle di saggezza ai numerosi pellegrini che raggiungono l’eremo ogni giorno), ottima tenuta psicologica… ma soprattutto buone gambe: il più vicino negozio di alimentari dista mezz’ora di cammino, e dovrete tornare a casa coi sacchi della spesa superando un dislivello di 300 metri in mezzo ai boschi. In cambio, il comune vi offre un fantastico eremo seicentesco senza acqua corrente, senza riscaldamento, senza impianto elettrico, senza segnale telefonico, però con un bel quadro di San Giorgio alle pareti. Si lavora part-time da aprile a novembre (anche perché d’inverno nell’eremo si morirebbe di freddo, non in senso metaforico), e non è previsto alcuno stipendio da parte del comune. Le elemosine dei pellegrini però sono numerose. Candidature entro il 15 marzo al parroco di Saalfelden: mi raccomando ragazzi, non siate choosy, e approfittate dell’occasione!

Questo è suppergiù il contenuto del comunicato stampa diffuso dal comune di Saalfelden (la prendono molto sul serio la ricerca di un eremita, questi!). Alcune testate, poi, aggiungono una notizia di colore, giusto per testimoniare che quella di eremita può anche essere una vita affascinante: narrano le cronache di un eremita che, proprio a Saalfelden, sul finire degli anni ’60, fu coinvolto in una sparatoria (?!?) nel bel mezzo del suo eremo, mentre stava recitando i vespri…

Oh, gente: capite che questa è roba mia. Una sparatoria in un eremo seicentesco a 1400 metri di altitudine in mezzo ai boschi delle Alpi austriache è materia troppo ghiotta per non suscitare la mia attenzione. Ho voluto vederci di più, ho spulciato di link in link, sono finita su quotidiani austriaci che ricostruiscono nei dettagli la vicenda, ho benedetto i miei esami di Tedesco all’Università che evidentemente rientravano nel piano della Provvidenza per farmi conoscere la storia di Karl Kurz… e adesso sono in grado di raccontarvi la storia dell’eremita Karl. Che merita un sacco!

***

Ritratto fotografico di Karl l'eremita
Ritratto fotografico di Karl l’eremita

Karl era un commerciante in pensione dall’incerta età, quando, nel 1967, aveva deciso di concorrere per il posto da eremita nel comune di Saalfelden. Probabilmente lo affascinava la sfida di questo detox totale da tutti i mali del mondo; sicuramente vedeva l’eremo come una chance per maturare nella fede, assecondando la sua naturale inclinazione alla preghiera e alla vita ritirata.
Due anni più tardi, nell’inverno del 1969, Karl decide di far fruttare i suoi mesi forzatamente lontani dall’eremo dando testimonianza cristiana in mezzo al mondo. Accetta un invito alla trasmissione televisiva Was bin ich (“Cosa sono io”), che intervista ospiti dalle esperienze di vita particolari.

Oh, povero Karl. Come si vede che sei un eremita autodidatta, e che non hai mai fatto gavetta in un piccolo noviziato. Se tu avessi mai ascoltato un maestro dei novizi (o se tu avessi mai sfogliato, tipo perché fai l’archivista, le inquietanti storielle con cui si terrorizzavano i novizi circa i pericoli del mondo) avresti saputo benissimo che questo è un grosso, GROSSO sbaglio.
Un buon eremita non accetta MAI un’ospitata in televisione.

E invece, ‘sto eremita con la faccia da Babbo Natale che vive sperduto in una capannuccia spersa sul cucuzzolo dei monti fa immediatamente boom di ascolti. Tutti (dai cattolici hardcore legati alla tradizione, giù giù fino ai fricchettoni hippie alla ricerca di vite alternative) sono conquistati da questo bizzarro personaggio. L’estate 1970 vede un decisivo incremento di pellegrini, tutti in fila per scalare il monte fino alla casupola in cui vive il vecchio saggio. È probabilmente il periodo di maggior gloria di Saalfelden: su Karl piovono gloria, popolarità, preghiere (…e anche un numero di offerte decisamente più alto del normale).

E veniamo ora al ferale 29 settembre 1970. Accomiatati i pellegrini, rimasto solo nel suo eremo, Karl suona l’Ave Maria e poi si chiude in preghiera, per recitare i Vespri.
Immaginatevi la bucolica scenetta: il vecchio eremita, la lunga barba bianca, i suoi occhi saggi e sereni, il suo saio scuro e liso. Immaginatevi l’eremo seicentesco, il quadro di San Giorgio alle pareti, l’anziano religioso chino sull’inginocchiatoio mentre sussurra piano sul suo breviario…
…e poi immaginatevi otto colpi di pistola, che mancano per un soffio ‘sto povero cristiano. Un cecchino sta sparando a Karl attraverso la finestra: vetri infranti, proiettili che si conficcano nel legno e rimbalzano sui mattoni, schegge, odore di sparo, e ovviamente urla disperate e sconvolte.
Immagino che non sia mai piacevole scoprire che qualcuno ti sta sparando addosso, ma di sicuro non ti aspetti di ritrovarti in mezzo a un film d’azione se sei un povero vecchio eremita che vive sperduto sul cucuzzolo di un monte. Karl in preda al panico corre al campanile e comincia a suonare le campane a distesa, continuando così finché una pattuglia della polizia non bussa alla sua porta, intuendo che dev’essere successo qualcosa di grave.
Il cecchino ovviamente è introvabile, arrivato ormai chissà dove attraverso i boschi, ma si scopre che ha lasciato una firma. Attraverso la finestra rotta è stato gettato un sasso (!) attorno al quale è avvolto un foglio con un messaggio (!): “Per adesso solo un avvertimento; in futuro, sarà troppo tardi”.

!!

Oh, gente, giuro che non sto scherzando: sembra la trama di un film di basso livello, ma è tutta Storia con la S maiuscola.

Immaginate con che spirito Karl se ne sia andato a letto quella sera, unico essere umano nel raggio di (centinaia di) chilometri, dopo essere stato oggetto di un tentato omicidio e di una esplicita minaccia di morte. Immaginate con che spirito il pover’uomo abbia preso atto della notizia che, nei giorni successivi, lettere minatorie e diffamatorie sono arrivate anche al sindaco di Saalfelden, al parroco della comunità e alla polizia locale. Se con le autorità laiche il cecchino si limita a una minaccia di morte, con le autorità religiose tenta, per buon conto, anche un omicidio “morale”: Karl viene accusato di aver sfruttato l’ondata di popolarità imponendo ai pellegrini un biglietto di 20 scellini per visitare l’eremo.
Nei giorni successivi, il religioso perde dieci anni di vita ricevendo lui in persona un’altra lettera minatoria, in cui il cecchino gli preannuncia l’imminente arrivo di “un colpo allo stomaco e due pallottole nel ginocchio”.

!!

Karl è ormai sull’orlo di una crisi di nervi: è stanco, agitato, sospettoso, sempre sul chi va là, ha crisi di panico e di rabbia; per la prima volta dall’inizio delle indagini, gli inquirenti cominciano ad avere difficoltà nel rapportarsi con lui. I mass media, che avevano (comprensibilmente) seguito questa assurda storia fin dal principio, cominciano a dipingere Karl come una specie di isterico paranoide completamente ripiegato su se stesso. Da povero eremita vittima di un pazzo criminale, Karl diventa un potenziale sospetto: non è che è tutta una colossale montatura organizzata dal religioso stesso, al solo scopo di far parlare di sé? Del resto, sembra che Karl abbia saputo far fruttare bene la popolarità che aveva guadagnato con quella famosa ospitata TV…

Le minacce continuano, l’opinione pubblica ormai è apertamente schierata contro il mitomane arrivista: il 15 ottobre 1970, dopo le due settimane più lunghe della sua intera vita, Karl si presenta sconsolato al comando di polizia di Saalfelden, per rilasciare una denuncia. Si auto-accusa di aver inscenato tutto quanto per ottenere popolarità, proprio come i giornalisti avevano intuito, e contestualmente comunica alle autorità locali la sua decisione di lasciare immediatamente l’eremo. Se ne va, distrutto e col cuore straziato: l’estremo gesto è tagliare la sua lunga barba da monaco.
La sua vita è finita.

E, in effetti, la sua vita è finita in senso letterale: Karl viene ritrovato morto pochi giorni più tardi, suicida, riverso sulle rotaie.

Fine della storia?

Ma neanche un po’: Karl era appena stato portato al camposanto, che una lettera anonima informava il comando di polizia che l’eremita di Saalfelden si era accusato ingiustamente. Non era lui ad aver inscenato l’agguato e le minacce – e a riprova di ciò che stava affermando, l’anonimo (evidentemente il cecchino stesso) annunciava di aver nascosto otto proiettili nella cappella dell’eremo.
I proiettili furono rinvenuti di lì a poco.

A quel punto le indagini ripresero con una certa frenesia, anche perché l’intera vicenda
– stava diventando realmente inquietante;
– e pure imbarazzante per giornalisti e forze dell’ordine;
– aveva già prodotto un morto;
– perdipiù innocente;
– perdipiù suicida;
– e soprattutto non si vedeva una fine a questa drammatica catena di eventi

Sguainando una vera e propria task force le forze dell’ordine riuscirono (dopo sette anni di ricerche, dicasi sette anni) a risalire a un potenziale sospetto. Si trattava di un piccolo criminale del luogo che – a quanto si scoprì con un certo shock durante le indagini – si era candidato, anni prima, come eremita, ma era stato rifiutato a causa dei suoi trascorsi penali. Al posto suo, era stato scelto proprio Karl – un rifiuto che il criminale non aveva mai buttato giù, e che lo aveva fatto ribollire di rabbia nel momento in cui l’eremita aveva raggiunto popolarità nazionale grazie alla famosa comparsata in TV.

E Karl?
Il povero vecchietto, con ogni evidenza, non aveva retto alla tensione psicologica e aveva deciso di farla finita. ‘Basta, confessiamo tutto: diciamo ai giornalisti che hanno ragione loro e che io sono un mitomane alla ricerca di attenzioni, così finalmente mi lasceranno in pace. Che si chiuda il sipario su questa storia’ avrà pensato, prima di rilasciare la sua falsa confessione.

E prima di togliersi la vita.

Karl in una sua rara fotografia su Internet (e con watermark: teniamocela così...)
Karl in una sua rara fotografia su Internet (con watermark: teniamocela così…)
(Gente, magari penserete che mi sono inventata tutto… ma invece giuro che è la pura verità! Davvero!)
Personale

Aggiornate i preferiti, “Una penna spuntata” si mette in proprio!

Era il 14 febbraio di otto anni fa, e io scrivevo un post su San Valentino inteso come festa degli innamorati. Uno dei miei lettori di allora commentava sconsolato di essere semmai un devoto di San Faustino (id est, il santo bresciano festeggiato il 15 febbraio, e popolarmente additato come “patrono dei single” per tutti quelli che non hanno potuto festeggiare il giorno prima).
Da lì, nasceva una comune curiosità: ma ‘sto San Faustino, poi chi è? Di San Valentino si sa tutto (anche se niente di quello che sappiamo corrisponde al vero): ma San Faustino?
Sanza alcun sospetto, la sottoscritta decideva di informarsi sulla vita di Faustino (uno spasso!), poscia scriveva un articolo in cui raccontava ironicamente le disavventure del martire bresciano. Il ‘consenso di pubblico’ (chiamiamolo così) era tale da farmi pensare “beh, tutto sommato dovrei tornarci, su questa tipologia di post!”.
Da questo piccolo seme nasceva, a sorpresa, il “nuovo corso” del mio blog, che all’epoca si chiamava “Quadernetto di appunti”, era hostato su Splinder, e potrebbe stupirvi per la differenza di contenuti se non siete tra i lettori di vecchia data.

Ebbene: a otto anni esatti da quel San Valentino che fu galeotto, io mi produco in un post di servizio chiamando a raccolta tutti voi lettori. Tipo come in una riunione di famiglia.

Lettore Medio (da qui in poi: LM) Ambeh? Che voi?

Una Penna Spuntata (da qui in poi: UPS, come il corriere): Cucù! Guarda in alto! Quassù! Non noti niente?

LM: ‘na tizia con un cappello che prende il caffè in un quadro di Hopper?

UPS: più in su! Nella barra degli indirizzi!

LM: oh.

UPS: ebbene sì, ho cambiato indirizzo! Sono passata a un dominio di primo livello: adesso mi trovate a www.unapennaspuntata.com. Yeeee!

LM: e che vor dì? Che cosa cambia?

UPS: non cambia niente, in realtà. È solo che il dominio di primo livello è molto più professional.

LM: ah! Quindi hai deciso di fare del tuo blog una professione?

UPS: oh cielo, spererei di no: ringraziando Iddio, un lavoro ce l’ho. Ammetto con candore che non troverei illegittimo, in un domani, ottenere qualche ricavo anche da queste pagine… però no, non ho fatto il salto per “mettermi in affari”.

LM: e quindi?

UPS: hai presente quando inizi una dieta, e fai l’abbonamento annuale in palestra perché così hai già pagato per dodici mesi, e quindi ti costringi psicologicamente a frequentarla con regolarità?

LM: eh?

UPS: era per dire. Ho come l’impressione che avere un blog un po’ più serio, con un dominio tutto mio, sarà una piacevole coercizione a scrivere con regolarità. E poi avete visto che cariiiine le nuove grafiche incluse nel prezzo?!

LM: (bah, a me sembra tutto più o meno uguale). Quindi adesso torni a bloggare con la stessa frequenza di qualche anno fa?

UPS: eh, magari. Non gliela faccio: sono finiti i tempi in cui ero un’universitaria disoccupata che viveva per i fatti suoi in una casa tutta vuota. Anzi, a dirla tutta vi ho chiamati a raccolta proprio perché stavo pensando di fare qualche piccolo cambiamento…

LM: sarebbe?

UPS: eh, non lo so ancora. Il fatto gli è che molti blogger scrivono di getto seguendo l’ispirazione del momento. Io invece ho preso la brutta china di scrivere solo post che mi richiedono minimo minimo la consultazione di due-tre volumi di saggistica… ed è bellissimo e stimolante!, però te credo che mi riduco con lo scrivere ogni morte di papa. E quindi stavo pensando… non so… di diversificare

LM: uh?

UPS: non so. Di continuare senz’altro a scrivere i miei soliti post che amo tanto, ma di inframmezzarli con qualcosa di più leggero, che richieda un po’ meno lavoro. Tipo…

LM: tipo?

UPS: eh, non so. Pensavo a qualcosa tipo “lifestyle cristiano”, che è un genere che va così di moda nei blog americani che preferisco. Però vorrei anche sentire la vostra opinione, perché se mi dite che vi fa schifo la sola idea e preferite un sito poco aggiornato ma dedicato al 100% ai santi e alla Storia della Chiesa… io ci sto, eh!

LM: … [inserire risposta a piacere, possibilmente nei commenti a questo post]

UPS: ah, e poi volevo anche dirvi un’altra cosa. Mi segnalano che per uno o due giorni, alcuni browser potrebbero considerare “non sicuro” questo sito. Non è che ci sono sopra dei virus!, è che di fatto si tratta di un sito neonato e i browser devono ancora fiutarlo ben bene prima di decidere che è tutto ok. Io per ora non ho riscontrato problemi, ma casomai doveste visualizzare degli avvisi di sicurezza… no panic.

LM: sì bella mia, ma io sto nel panico per una ragione diversa: so’ un prete di ottant’anni e ho già dovuto scocciare il sacrista per farmi mettere il tuo sito nei preferiti; mo’ devo chiamarlo di nuovo perché t’è presa l’uggia di cambiare indirizzo? E gli articoli che mi ero messo da parte? E le sottoscrizioni che avevo fatto alla tua newsletter?

UPS: no panic! Potete continuare ad accedere al blog, o a specifici articoli del blog, usando il solito indirizzo: sarete automaticamente trasportati alle “nuove” pagine, senza che voi dobbiate fare nulla.

LM: fiùù.

UPS: nel frattempo, visto che ci stiamo producendo in questo post di aggiornamento senza alcun contenuto utile, ne approfitto per fare con voi un check dei miei altri indirizzi.

LM: ellamiseria, quali altri indirizzi?

UPS: gli altri posti dove potete trovarmi. I social.

LM: ah!

UPS: intanto, ho cambiato l’indirizzo e-mail, per nessuna valida ragione se non che non mi piace più il vecchio nickname “lucyette”. Adesso mi potete scrivere a

unapennaspuntata [chiocciola] saintly.com

(Notate la meravigliosa bellezza del “saintly.com”. Ah ah!)
Mi trovate come sempre su Facebook (@unapennaspuntata), alla pagina collegata al sito

facebook

e  da qualche giorno mi trovate in prova anche su Instagram (@pennaspuntata)… e, devo dire, questo periodo di prova mi sta dando soddisfazioni. instagram

La mia libreria di Anobii (@lucyette) non è particolarmente ricca di recensioni, ma se volete farvi i fatti miei dando un’occhiata a quello che sto leggendo, quello è il posto giusto per sbirciare tra le mie letture: anobii

e, anche se mio marito non è un social network, ce lo piazzo qua perché tanto non si lamenta: se siete lettori di vecchia data di questo blog, e se eravate affezionati al mio fidanzato ClaudioLXXXI… ebbene, he is back! Con un nuovo sito e un nuovo profilo, decisamente più invecchiato (…e saggio? Boh? Chissà)… ma se vi eravate persi il suo ritorno in rete, ecco qua dove potete trovarlo:

claudiolxxxi

And here we comes!

Cose cristiane, Pillole di Storia

“LOVE” by Cartier: la cintura di castità più amata dal jet-set

Ci dev’essere qualcosa che funziona drammaticamente male nell’algoritmo che gestisce i banner pubblicitari di Facebook: da alcuni giorni a questa parte, Zuckemberg s’è convinto che io debba nutrire un qualche interesse all’idea di far spendere svariate migliaia di euro pur di ricevere a San Valentino un gioiello firmato Cartier. E così, la mia home di Facebook è invasa da spot pubblicitari in cui giovanotti scapestrati ammaccano autovetture parcheggiate in riva alla Senna da sfortunati vetturini; e ciò, al solo scopo di raggiungere rapidamente l’amata, che solinga attende un monile nuovo di pacca.

Il monile in questione è il bracciale “Love” di Cartier. Costo variabile dai 4.000 ai 24.400 euro, è uno dei prodotti di maggior successo della Maison parigina: non so voi, ma io non sono particolarmente fan dei gioielli di lusso… eppure, pur non interessandomi al tema, il Love di Cartier effettivamente lo conosco. Lo si vede addosso a troppi VIP per non avercelo “negli occhi”, quantomeno a grandi linee.

Pippa Middleton è una delle tante estimatrici del "Love"
Pippa Middleton è una delle tante estimatrici del “Love”

L’ho appena detto: non sono particolarmente appassionata di gioielleria dei grandi marchi. Di conseguenza, non so fino a che punto la storia che sto per raccontarvi sia già nota: forse, se siete interessati al tema, la conoscete già benissimo (e, se non siete interessati al tema, non vi interessa manco questo post). Ad ogni modo, io ci provo e vi racconto comunque la storia del braccialetto… anche perché, a ben vedere, il gioiello merita davvero un post su queste pagine. In fin dei conti è un prodotto di lusso, amato dal jet-set… che si ispira al Medio Evo, alla castità, e al concetto cristiano di amore eterno.

Stupiti, eh?

La nostra storia  comincia a New York nel 1969, quando il designer Aldo Cipullo, orafo fiorentino trapiantato oltreoceano per inseguire il sogno americano, viene assunto dalla Maison Cartier. I datori di lavoro lo mettono alla prova chiedendogli di creare un gioiello innovativo e al passo coi tempi (ricordo che siamo nel 1969: l’anno prima era il famoso ’68). E così, Cipullo sforna quello che sarebbe diventato il marchio di fabbrica non solo della sua produzione artistica, ma di Cartier in generale. Il bracciale “Love”, per l’appunto.

Ora, voi dovete sapere che Cipullo era italiano: fiorentino, per la precisione. Aveva vissuto in Italia per tutta la sua giovinezza, facendosi le ossa con un apprendistato nell’oreficeria di famiglia. E già questo lo poneva in una posizione diversa rispetto a quella di tanti suoi colleghi designer che lavoravano a New York: sì, perché Cipullo era cresciuto avendo negli occhi il Medio Evo europeo.
E lo affascinava pure, questo periodo storico così particolare e così pieno di luci ed ombre.

Lindsay Lohan è un'altra che non si separa mai dal "Love"
Lindsay Lohan è un’altra che non si separa mai dal “Love”

La cintura di castità non è mai esistita (o quantomeno nel modo in cui ce la descrive la leggenda), però tutti noi conosciamo bene la storiella secondo cui i cavalieri medievali, prima di partite per una crociata, si assicuravano la fedeltà della consorte chiudendola dentro al marchingegno.
È una leggenda che conosciamo tutti, per l’appunto, e che infatti conosceva anche Aldo Cipullo. Ed è proprio grazie a lui che questo oggetto leggendario, adeguatamente ammodernato in chiave sessantottina, viene riproposto al jet-set mondiale.

Il gesto del cavaliere medievale, in sé e per sé, sarebbe considerato misogino ancor oggi, figuriamoci negli anni della rivoluzione femminista. Cipullo infatti decide di reinterpretarlo in chiave trasgressiva, come un gesto di complicità e di totale fiducia verso il proprio partner: io dama medievale amo così tanto il brivido che accetto volontariamente di farmi inchiavardare in ‘sto coso metallico di cui solo tu custodisci la chiave. Oh che simpatico gioco di coppia, o quale segno di totale intesa tra i partner!

Boh?

Comunque, rielaborato così il concetto, Cipullo si mette al lavoro per creare una… cintura di castità sessantottina, molto hot e molto girl power, e soprattutto made in Cartier. Per le mutandine d’oro battuto sembrava esserci poco mercato, quindi il designer ripiega su un braccialetto che, una volta accettato in dono, andrà indossato 24h/24, un po’ come una fede nuziale. Anzi, peggio ancora di una fede nuziale: io la fede la porto al dito ma posso toglierla in ogni momento; sfilare il braccialetto di Cartier, invece, è materialmente impossibile, a meno di non disporre di un apposito chiavistello.

Love Cartier

Ebbene sì: ciò che il bracciale eredita dalla cintura di castità è proprio l’irreversibilità di accettare in dono il prodotto. Il gioiello di Cartier viene chiuso attorno al polso del malcapitat cliente mediante due piccole viti, dopodiché rimane lì in saecula saeculorum. Non ci sono aperture, non ci sono bande elastiche che permettono di sfilare il bracciale: per disfarsi del gioiello bisogna ricorrere a un letterale cacciavite (d’oro) che la Maison fornisce gentilmente in dotazione.  Ma senza quel cacciavite, puoi anche attaccarti, come si suol dire: ad esempio, la sorella di Kim Kardashian ha recentemente causato ilarità sui social dopo aver twittato di essere rimasta intrappolata dentro un braccialetto Cartier per quattro lunghi anni, dopo aver perso il cacciavite in dotazione (e non volendo spendere per comprarne un altro).

Katie Holmes, un'espressione poco sveglia, e un immancabile "Love Bracelet" al polso
Katie Holmes, un’espressione poco sveglia, e un immancabile “Love Bracelet” al polso

Oggigiorno, questo può sembrare più che altro un giochino idiota (“io, il mio braccialetto e il cacciavite scomparso”, sai che roba…).  A onor del vero, all’epoca del lancio sul mercato, il gesto assumeva tutto un altro pathos, grazie all’azzeccatissima campagna marketing di Cartier, in base alla quale i gioielli non potevano assolutamente essere comprati per se stessi, ma solo ed esclusivamente per regalarli a un altro.

Cioè: lui e lei andavano in negozio; lui interloquiva con la commessa e sceglieva il modello; la commessa avvitava il braccialetto al polso della signora… e poi consegnava il cacciavite a lui, con un gesto che si ammantava di una certa (eccitante?) ineluttabilità.

E infatti, le prime pubblicità del “Love” di Cartier suggeriscono secondo me proprio questa dimensione di possesso (possessivo?) e – se vogliamo – anche di sottomissione,

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che, fortunatamente, non era necessariamente declinata solo al femminile, nel senso che lo stile “neutro” del bracciale lo rendeva adatto ad essere indossato anche dal maschio:

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Insomma: siamo davanti a gioielli gemelli da indossare in coppia e da portare addosso per tutta la vita.
Le (volute) assonanze con la fede nuziale trasformava i Love Bracelet in un accessorio perfetto anche per quelle coppie che non potevano o non volevano accedere al matrimonio, ma desideravano comunque scambiarsi un gioiello che fosse simbolo del loro amore. E magari anche una provocazione, e un pubblico richiamo al fatto che “love is love”: perché no?

Anche Jennifer Aniston ama i bracciali Cartier
Anche Jennifer Aniston ama i bracciali Cartier

Eppure, al di là dell’uso “trasgressivo” che ne è stato fatto, io rimango affascinata dall’eco di “amore vecchio stampo” che stava alla base di questi gioielli. In un’epoca in cui si inneggiava all’amore libero, al sesso promiscuo e all’abolizione dei vecchi tabù, sfondava nel jet set un gioiello che, tutto sommato, piaceva proprio perché simboleggiava un amore eterno per la vita.
E lo faceva in toni trasgressivi e cool, e lo faceva con un linguaggio e con una strategia comunicativa molto diversa da quella adottata dai pulpiti delle chiese cattoliche che tuonavano proprio in quegli anni contro il divorzio…
…però, sostanzialmente, lo faceva. Faceva quello.
In un’intervista del 1972, Cipullo avrebbe dichiarato: “ai nostri giorni l’amore è diventato una cosa commerciale, ma quello che le persone vogliono sono simboli [d’amore] che siano semi-permanenti, o, quantomeno, non così facili da rimuovere. Dopo tutto, i simboli d’amore dovrebbero suggerire caratteristiche di eternità”.
E in fin dei conti, questo cosa vuol dire, se non che, in un mondo dove l’amore stava diventando usa-e-getta, restava comunque nel cuore delle persone un desiderio profondo di un amore finché morte non ci separi, in barba al divorzio, al sesso libero e alle convivenze senza impegno?

L’ho sempre trovato un dettaglio curiosamente significativo – allo stesso modo in cui, tutto sommato, trovo comicamente significativo anche il fatto che Cartier, nella sua campagna marketing su Facebook per il San Valentino 2017, promuova il braccialetto “Love” come il regalo perfetto per tutti coloro che credono negli

amori liberi da ogni convenzione. Viti grafiche, ovale perfetto e dichiarata eleganza ne fanno l’intramontabile emblema degli amori passionali. Tempestato di diamanti, in oro giallo o rosa: fin dove vi spingereste per amore?

Singolarmente ironico, che un gioiello nato su imitazione di un pegno di fedeltà coniugale, e pubblicizzato come simbolo di amore eterno no matter what in un’epoca in cui la moda era quella dell’amore libero, sia oggi riproposto a chi sogna un amore “passionale” e “libero da ogni convenzione sociale” – al punto che Cartier arriva addirittura a chiedere ai suoi clienti “e voi, fin dove vi spingereste per amore?”. Sembra il trailer di Cinquanta sfumature di grigio, e invece è solo la pubblicità di un gioiello che testimonia il tuo impegno per la vita nei confronti di un’altra persona.

Magari Cartier non se ne rende conto, ma in fin dei conti ha detto una grossa verità.
L’amore davvero non convenzionale, quello che ti da il brivido di osare laddove tutti gli altri fanno marcia indietro… non è forse l’amore (cristiano) del “per sempre”?

Peraltro, in questo secondo spot i due esaltati saltellino al ritmo di una canzone che dice cose tipo
“Gesù, se puoi sentirmi, sappi che sto cercando di pregare ma c’è tanto rumore attorno a me”…
è sicuramente casuale, ma simbolico mica poco!
Cose cristiane

Cinque letture per fidanzati cattolici

La scusa per questo post è che tra un po’ è San Valentino, e, se siete a corto di idee per l’immancabile regalo, fate ancora in tempo a passare in libreria e farvi arrivare qualcuno di questi libri. All’atto pratico, penso che questi consigli di lettura in realtà gioveranno ai preti, più che ai fidanzatini– nel senso che questi titoli potrebbero essere di grande aiuto non solo a chi si sta preparando al matrimonio per i fatti suoi, ma anche a chi deve organizzare un corso prematrimoniale.
Comunque sia, in un caso o nell’altro… letture che, secondo me, potrebbe valer la pena di mettere nella propria wishlist!

Breve catechesi sul matrimonio
Antonio Maria Sicari, Jaca Book, € 12,00

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Il libro esce per la prima volta nel 1990, la versione che ho io ne è l’undicesima ristampa: basta solo questo a dare l’idea di quanto il volumetto sia diventato un classico, che peraltro credo sia immancabile nella biblioteca di ogni buon curato.
So che è la base di tanti corsi prematrimoniali, e, in effetti in quelle cento pagine c’è tutto, esposto con chiarezza e con convinta fermezza (…il che non è poco, di questi tempi).
Gli faccio un unico appunto, che però mi sembra di una certa importanza: il libro esce appunto nel 1990 e da allora va incontro a un mucchio di ristampe, ma NON a una riedizione aggiornata. In certi passaggi, è obiettivamente un po’ datato: liquida divorzi e convivenze come fenomeni di costume tutto sommato abbastanza marginali (LOL), e, laddove parla di paternità responsabile, mostra una inammissibile ignoranza su dispositivi come Persona e LadyComp, che nel ’90 non esistevano ma adesso sì, e sarebbe decisamente il caso che una catechesi sul matrimonio li menzionasse.

Questo è un difetto non da poco, che però si fa completamente perdonare a fronte delle ultime venti pagine del libro, che sono un CAPOLAVORO: una conversazione tra l’autore e don Giussani, che è capace di raggiungere vette elevatissime. Elevatissime, più che altro perché non siamo di fronte a un prete che si mette a fare l’omelia agli sposi (il che in molti casi è garanzia di scontate ovvietà) ma al contrario siamo di fronte a due preti che parlano di matrimonio per i fatti loro. Producendo perle come ad esempio questa, veramente da incastonare:

Deve avvenire che un [religioso] vergine provi una santa invidia davanti a certe coppie di sposi. Come gli sposi devono prima o poi avere nostalgia della verginità cristiana.

Vale 12 euro già solo questa riflessione.

La spiritualità familiare. Frammenti di riflessione
Giovanni Moioli, Edizioni In Dialogo, € 11

spiritualita-familiare

È stato (assieme a quello di Sicari e ad un paio di altre letture) uno dei testi che erano stati suggeriti a me e al mio fidanzato quando abbiamo iniziato la preparazione al matrimonio.
Il libro di Moioli lo consiglio, ma con le pinze, nel senso che io l’ho trovato estremamente arricchente… nella misura in cui buttava qui e là qualche provocazione su cui riflettere.
Sia chiaro: Moioli è stato un sacerdote (e teologo) milanese con idee assolutamente ortodosse. Sapendo questo, lo si legge con rinnovato piacere, perché il suo libro non è una serie di affermazioni da introiettare facendo supinamente “sì sì” con la testa. Al contrario, contiene una serie di domande lasciate aperte e di osservazioni che provocano necessariamente una riflessione.

Una di quelle che più mi hanno colpito: posti ovviamente gli insegnamenti-base contenuti nel catechismo, fino a che punto può la Chiesa insegnare a Tizio e Caia come vivere il loro specifico matrimonio? Noi non imporremmo mai a un certosino di adottare lo stesso stile di vita di un frate francescano (si tratta di due carismi profondamente diversi!). Ma allora, perché molto spesso scendiamo nel dettaglio insistendo che Tizio e Caia improntino la loro vita matrimoniale sull’esempio di quella di Sempronia e Mevio, che sono una coppia così ben rodata e poi hanno scritto quella testimonianza così toccante?
Tutti i matrimoni sono diversi, e non è detto che il modello che funziona per Sempronia vada automaticamente bene anche per me – e questo, senza che una delle due sia necessariamente “meno santa” rispetto all’altra. Se esistono tanti carismi per la vita consacrata, perché tendiamo a pretendere che la vita matrimoniale si esprima bene o male nello stesso modo per ogni coppia?

Stimolanti anche le sue punzecchiature sul tema dell’apertura alla vita (niente da eccepire sulla teoria, ma nella pratica c’è un criterio per decidere dove fissare l’assicella tra “genitori prolifici” e “conigli” di papale memoria?). Meraviglioso (o quantomeno molto combaciante con la mia visione del mondo) il modo in cui ridimensiona un po’ tutta quella retorica da corso prematrimoniale per cui ah, il matrimonio, strada per la salvezza, adesso sono custode della tua anima e così via dicendo: sì sì, ma

non riten[iamoci] noi salvatori del mondo. Non siamo i salvatori del mondo, e neppure del coniuge, e neppure dei figli. Il Salvatore del mondo, del coniuge, dei figli, è Gesù Cristo: e nessuno amerà tanto il coniuge e tanto i figli quanto li ama Gesù Cristo.

Rispetto a Breve catechesi sul matrimonio questo è un testo teologicamente più impegnativo (non aspettatevi una lettura leggera), ma sicuramente lo consiglio quantomeno a sacerdoti ed educatori.

Due in una carne. Chiesa e sessualità nella Storia
di Margherita Pelaja e Lucetta Scaraffia, Edizioni Laterza, €18

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Oh cielo: capisco che bisogna essere minimo minimo in una coppia molto rodata, per proporre come regalo di San Valentino un saggio su Chiesa e sessualità nella Storia… ma:
–    se siete appassionati di Storia;
–    se siete a vario titolo interessati al tema;
–    se siete dei religiosi, e sentite il bisogno di saperne di più;
–    se volete essere in grado di rispondere a quelli che “buuuh, la Chiesa brutta e sessuofoba!”;
–    se volete ridere da pagina 1 a pagina 322, imparando un sacco di cose nuove allo stesso tempo;
allora, questo titolo non può mancare nella vostra libreria.

Il libro è lungo ma scorrevole, attuale per molti versi senza però essere un instant book, scientificamente ineccepibile ma divulgativo al tempo stesso, adatto a un contesto accademico ma capace di farti cappottare dalle risate… ma non sono questi i suoi meriti più grandi.
Il merito più grande è quello di essere scritto a quattro mani da due storiche patentate, una delle quali (Lucetta Scaraffia) cattolicissima e praticante, e l’altra (Margherita Pelaja) femminista sessantottina di posizioni ideologiche alquanto diverse dalle nostre, diciamo così.

Da questo strano matrimonio intellettuale nasce un libro che mi pare particolarmente prezioso proprio perché offre incontestabili garanzie di essere oggettivo e super partes, evitando il rischio di argomentazioni “a tesi” sia in un senso che nell’altro.
E vi do questa anticipazione: questo libro super partes scritto al 50% da una femminista sessantottina… vi piacerà un sacco, per il modo in cui delinea il rapporto tra Chiesa e sessualità.

Una sola carne in un solo Spirito: teologia del matrimonio
di José Granados, Edizioni Cantagalli, € 23


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Il libro di Scaraffia e Pelaja è ottimo nel tracciare l’evoluzione del pensiero cattolico sulla sessualità da un punto di vista storico, sociologico, culturale.
Il libro di Josè Granados, dato alle stampe con la collaborazione del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi sul Matrimonio e la Famiglia (mica pizza e fichi…) è fantastico invece nel tracciare l’evoluzione del pensiero cattolico sul matrimonio da un punto di vista teologico.

Per amor di onestà: è un libro che parla per l’appunto di teologia. Per quanto non sia in alcun modo un “mattone”, lo consiglio a chi è già abituato di suo a fare letture di un certo spessore: se dev’essere questo il vostro primo impatto con il genere, potreste forse trovarlo troppo pesante. (Forse, eh. O forse no. Ma nel dubbio sfogliatelo in libreria invece di ordinarlo a scatola chiusa, ecco).

In ogni caso, il libro è fenomenale e, scorrendo l’indice, vi renderete conto che c’è davvero tutto: riflessioni teologiche sul matrimonio in sé; storia del pensiero cattolico sul matrimonio nel corso dei secoli (es. quando e perché il matrimonio diventa a tutti gli effetti un sacramento?); storia della liturgia matrimoniale, del suo significato, e della sua evoluzione…
Completo. Bellissimo. Davero. Da non perdere!

Il velo dipinto
film di John Curran, disponibile in DVD

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Il velo dipinto nasce come romanzo a firma di William Somerset Maugham; in Italia lo pubblica Adelphi. In realtà io faccio uno strappo alla regola che il titolo di questo post mi imporrebbe, e, de Il velo dipinto, vi consiglio più che altro la versione cinematografica, con Naomi Watts e Edward Norton diretti da John Curran.
È uno dei rarissimi casi in cui il regista, peraltro prendendosi alcune libertà rispetto al romanzo originale, riesce a migliorare l’opera e financo a darle più spessore. E, credetemi, questo film non scherza, quanto a spessore.

Non vi spoilero niente se non i primi cinque minuti di montaggio: lei, una vanesia ragazzotta della Londra bene di inizio ‘900, sposa sostanzialmente il primo che capita, con l’unica valida motivazione che sua sorella minore ha annunciato il suo fidanzamento, e lei non vuole essere da meno. Il matrimonio non ingrana, e lei finisce a letto col migliore amico di suo marito. Lui lo scopre e non la prende bene, per usare un eufemismo.
Lui è un medico infettivologo, e in una sperduta provincia della Cina imperversa un’epidemia di colera, che sta facendo una strage. In una specie di raffinato suicidio-omicidio, lui decide di partire per la Cina come volontario, trascinando con sé la moglie fedifraga. Il piano è prestare soccorso al governo cinese andando presumibilmente incontro alla morte, ma prendendosi almeno il contentino di portarsi nella tomba anche la maledetta, facendole finire i suoi giorni in un inferno di miseria, escrementi e gemiti di moribondi.
Niente da dire: bel quadretto matrimoniale, eh?

Eppure… prendi una coppia altamente disfunzionale, mettila in una situazione così drammatica da rendere immediatamente chiaro cos’è che vale davvero nella vita; aggiungici per buon conto un convento di suore (le uniche occidentali rimaste nel villaggio colpito dall’epidemia, nonché organizzatrici di una specie di ospedale da campo raccogliticcio in cui si prova a curare i malati alla bell’e meglio)… e abbiamo tutti gli ingredienti per un film che offre davvero una riflessione profonda su cos’è il matrimonio.

Sul serio: guardatelo, il film, se volete qualcosa di romantico-ma-non-stucchevole da vedere col vostro amore.
Ma guardatelo pure se siete dei sacerdoti, se volete il mio consiglio: ché se io fossi un prete, ‘sto film lo farei vedere al primo incontro del corso prematrimoniale – e, secondo me, non sarebbe tempo sprecato.

Vite di Santi e Beati

Ma le canonizzazioni sono infallibili?

Verrebbe da far battute sulle vite che devono avere i lettori di questo blog, per arrovellarsi costantemente su questioni come quella di cui sopra. Eppure, quella che leggete nel titolo è una delle domande che più frequentemente mi vengono poste: ma quando la Chiesa canonizza un santo, questa affermazione è da intendersi come infallibile?

Spiace dire che la domanda viene sollevata perlopiù da persone che sperano in una riposta negativa. Sui siti dedicati, moltissimi (ma proprio moltissimi) si ponevano questa domanda all’epoca della canonizzazione di Giovanni Paolo II e Giovanni XXIII, due papi che vengono considerati assai poco santi da certe frange filo-scismatiche ultra-tradizionaliste.

Eppure, anche quando viene posta con questi polemici “secondi fini”, la domanda è pur sempre interessante. Posto che, emanando un decreto di canonizzazione, la Chiesa sta sostanzialmente dichiarando che Tizio, novello santo, si trova in Paradiso… quest’affermazione è infallibile?
Domanda bis: qualcosa può andare storto, in un processo di canonizzazione? È possibile che la Chiesa dichiari santo un tale che invece sta all’inferno? O lo Spirito Santo la sorregge in questo, impedendole di prendere una cantonata?

La domanda è intrigante, per l’appunto, e capace di accendere vive discussioni. Io, incuriosita dal tema, ho cercato di dipanare il bandolo della matassa basandomi su quello che mi sembrava il testo più autorevole in circolazione: il libro di testo dello Studium che prepara i dipendenti della Congregazione per le Cause dei Santi.

***

Iniziamo da un punto fermo: è noto che la Chiesa gode dell’assistenza dello Spirito Santo per custodire il depositum fidei e per esporlo correttamente ai fedeli. La Chiesa può dunque agire infallibilmente nel definire dottrine relative alla fede.
Il caso dei Santi, però, è leggermente diverso. Che Tizio abbia vissuto da buon cristiano e sia adesso in Paradiso non è il fulcro della fede cattolica: è un dettaglio molto specifico e, se vogliamo, anche marginale. In particolare, la Congregazione per le cause dei Santi lo definisce un “fatto, in se stesso contingente, estraneo al deposito della fede e senza relazione necessaria con esso, ma che ha qualche rapporto con una dottrina da affermare”.
Ebbene: nel parlare di questi “fatti in se stessi contingenti”, la Chiesa è o non è infallibile?

Il librone su cui mi baso fa una interessante osservazione: lasciamo perdere per un attimo i santi; concentriamoci sugli eretici conclamati, che si trovano in una situazione speculare rispetto ai canonizzati.

Da sempre, la Chiesa si è riservata il diritto/dovere di condannare apertamente non solo le eresie in senso astratto, ma anche i singoli individui che delle eresie si fanno promotori.

Su che cosa si fonda questo comportamento della Chiesa? Sul fatto che il suo Fondatore le ha promesso la sua presenza e le ha fornito tutti i mezzi necessari per lo svolgimento della propria missione.

E la missione della Chiesa sarebbe gravemente inadempiuta se essa lasciasse i suoi fedeli nell’incertezza di quale sia la strada “giusta” da seguire. A fini pastorali, non basta pubblicare online astruse prolusioni in cui si dice che non è bene essere gnostici (“e che è uno gnostico?”, si chiede giustamente la casalinga di Voghera): è indispensabile indicare pubblicamente tutti i predicatori che diffondono l’eresia. Occorre insomma che i fedeli siano messi nella condizione di sapere che don Peppino, predicando certe assurdità, si pone indubitabilmente in una posizione irregolare – quindi, se avete a cuore la salvezza della vostra anima, cari amici, non dategli retta.
Una posizione chiara, netta, che non lascia spazio a dubbi e che potrebbe certamente salvare molte anime: in questo – sono tutti concordi – la Chiesa agisce in maniera infallibile.
Del resto, stabilito infallibilmente un fatto di fede (“lo gnosticismo è un’eresia”) è ragionevole pensare di essere infallibili anche nell’affermare un fatto collaterale che da ciò direttamente deriva (“Don Peppino, che predica lo gnosticismo, in questo momento si trova in grossi guai col Padreterno”).

E ok.
E a questo punto, molti dicono: se la Chiesa può infallibilmente affermare che Don Peppino è eretico (il che di per sè non è depositum fidei, bensì un fatto  contingente), allora, può allo stesso modo affermare che Don Peppone è un santo (e anche questo non sarà depositum fidei, bensì un fatto contingente).

Ma siamo poi così sicuri che per i santi valga lo stesso discorso?

Se la Chiesa stabilisce, senza alcun dubbio con infallibilità, il  fatto di fede per cui “chi pratica le virtù cristiane finisce in Paradiso”, è ragionevole pensare che sia altrettanto infallibile nell’affermare il fatto collaterale per cui “Tizio ha praticato le virtù cristiane con grado eroico, e quindi è indubitabilmente in Paradiso”?

Alcuni dicono di sì.
La Congregazione per le Cause dei Santi, sorprendentemente, sembra propendere per il no.

Perché… in fin dei conti cosa ne sai, di come ha realmente vissuto Tizio, e di dove si trova in questo momento la sua anima?
Ok, c’è il processo di canonizzazione che dovrebbe garantire al giudizio un certo grado di attendibilità; ok, ci sono uno/due miracoli a cui indubitabilmente va dato un enorme peso… ma tutto questo comporta davvero infallibilità?
Perché ci sia infallibilità, occorrebbe affermare che lo Spirito Santo sorregge la Chiesa in questo processo, a motivo dei gravi pericoli che una erronea canonizzazione comporterebbe per la salvezza delle anime.
Ma questi gravi pericoli sono poi così gravi?
In effetti no, secondo la Congregazione per le Cause dei Santi, che scrive:

Il caso della canonizzazione non è esattamente simile a quello della condanna di un eretico. Nel caso della condanna, è chiaro che siamo di fronte a un grave pericolo per la fede dei cristiani e che l’individuazione precisa di tale pericolo è necessaria alla preservazione di questa fede.
Quando si tratta di canonizzazione, invece, non troviamo niente di tutto questo. Si tratta di un movimento spontaneo della Chiesa che ritiene bene di proporre qualcuno alla venerazione dei fedeli. In caso di errore, non ne conseguirebbe un danno mortale per la fede, anche se ciò sarebbe evidentemente molto spiacevole.
In altre parole, che i fedeli si pongano a seguito di Lutero, sarebbe di mortale gravità per loro; che venerino, per assurdo, un santo che in realtà fosse all’inferno, non ha tale gravità e può ugualmente aiutare la loro vita cristiana.

(Ovvero: se la famiglia di Maria Goretti, per assurdo, fosse sempre riuscita a tenerci nascosto che la ragazzina era in realtà un pappone che gestiva il racket della prostituzione, l’ignorare questo dettaglio non pregiudicherebbe la mia fede: io ammiro Maria Goretti per le virtù cristiane che le sono attribuite. Poi se in realtà non ce le aveva, son fatti suoi: intanto, la lezione di catechismo in cui si parlava delle martire della purezza ha comunque fatto presa su di me). (Senza offesa, Maria Goretti).

È anche per questo che la Chiesa, dopo aver espunto dal martirologio alcuni santi dalla storicità dubbia, non si danna più tanto per soffocarne il culto popolare:

Non c’è nemmeno motivo di pensare che le preghiere indirizzate mediante l’intercessione di questi pseudo-santi rimangano necessariamente vane. […] Si capisce che Dio esaudisca delle preghiere che, in mancanza dell’intermediario, vanno direttamente a lui.
Perciò, non essendo la canonizzazione di una persona necessaria alla custodia e difesa del deposito della fede, non sembra che la materia della canonizzazione sia tale da poter essere soggetta all’infallibilità.

***

Nel suo manuale, la Congregazione per le Cause dei Santi previene due possibili obiezioni a questa tesi:

1)      “Lex orandi, lex credendi”: poiché la Chiesa venera i santi nella sua liturgia, allora dobbiamo presumere che i santi siano indubitabilmente tali.
…non è mica così vero, argomenta la Congregazione: intanto, la Chiesa ammette il culto locale anche di santi provenienti da epoche remote, sulla cui storicità nessuno metterebbe la firma.
In secondo luogo, c’è anche da tenere in considerazione che il Papa concede ai fedeli un culto liturgico in onore dei beati, ma senza minimamente voler con ciò affermare che gli individui celebrati in questa liturgia sono da considerarsi santi.
La venerazione liturgica verso i santi non è da considerarsi di per sè una prova.

2)      La formula pronunciata dal Papa nella cerimonia di canonizzazione sembra alquanto solenne: non dice “sì, boh, forse”.
Ammetto che questa sembra anche a me una questione di lana caprina, ma la Congregazione per le Cause dei Santi sottolinea che, nella formula di canonizzazione, il Papa si limita a dire che “Tizio è un santo”; non si spinge al dire “i fedeli devono obbligatoriamente credere che Tizio è un santo”.
Sembra un arrampicarsi sugli specchi, ma invece no: ad esempio, quando un Papa proclama infallibilmente un dogma, specifica che ogni fedele è obbligatoriamente tenuto a crederci – ed è tenuto a crederci de fide divina, cioè come se queste dottrine gli fossero rivelate da Dio stesso.
Nella formula di canonizzazione non è presente niente di tutto questo, e tutt’al più si trovano formularii tipo “quanto da Noi stabilito in questa lettera è Nostra volontà che risulti stabilmente valido, senza disposizioni in senso contrario”.
Ma questo sembrerebbe più che altro voler dire che se io Papa canonizzo Tizio, tu cardinale non puoi metterti a piantar rogne vietando ai fedeli di venerarlo, o urlando col megafono in Piazza San Pietro che Tizio è in realtà all’inferno. Sembra riferirsi a questioni pratiche, più che a verità di fede: nessuno si azzardi a ostacolare il culto del santo che io Papa ho appena proclamato.

Morale della favola? “Tana libera tutti”, e se a me sta antipatica Madre Teresa posso sentirmi autorizzata a non riconoscerla come santa?

Beh… dopo tutta questa pappardella, potrebbe stupirvi sapere che la risposta è “sì e no”, anzi “più no che sì”.

Intanto, c’è la questione di cui abbiamo appena parlato: se il Papa proclama un santo, i fedeli sono tenuti ad aderire a questa disposizione, senza ostacolare il culto.
Secondo: se diamo valore ai pronunciamenti del Santo Padre, c’è un Papa nello specifico che ha usato parole molto chiare circa l’annosa questione.

Interrogato sull’infallibilità delle canonizzazioni, Papa Benedetto XIV distingueva due punti chiave: uno, le canonizzazioni sono fallibili o infallibili?
E rispondeva:

A noi sembra che ciascuna delle due opinioni debba essere lasciata alla sua propria probabilità, finché la Sede Apostolica non esprima il suo giudizio

(che non mi risulta abbia mai espresso).

Seconda domanda: è dunque possibile e lecito affermare che un santo non è salvo (…e/o, magari, sta pure all’Inferno)?
E rispondeva:

Colui che osi affermare che il Pontefice, in questa o in quella canonizzazione, abbia errato, e che questo o quel Santo da lui canonizzato non vada venerato con culto di dulia, [noi lo] dichiareremo arrecatore di scandalo all’intera Chiesa, e, se non eretico, quanto meno sconsiderato, oltraggioso nei confronti dei Santi, compiacente verso gli eretici che rifiutano l’autorità della Chiesa nella canonizzazione dei Santi, e in odore di eresia, in quanto spiana la strada degli infedeli alla derisione dei fedeli.

‘nsomma: sembra che la Chiesa non sia infallibile, nell’atto di canonizzare un santo. E in linea puramente teorica potrebbe anche darsi che (nonostante il rigido processo, nonostante il sigillo dei miracoli…) la Chiesa sbagli, e additi come santo un individuo che in realtà sta all’Inferno.
però, queste sono tutte questioni teologiche fini a se stesse: perché, fino a prova contraria, a noi fedeli viene chiesto di prestare fede alla nostra Santa Madre Chiesa.
E se il Papa ti canonizza quel tizio che proprio non puoi vedere… liberissimo di fare una faccia scettica nell’intimo del tuo salotto, ma per cortesia non andare in giro a seminare scandalo tra i tuoi fratelli di fede.

Vite di Santi e Beati

[Ma che sant’uomo!] Un minuto di silenzio per Flora Ratisbonne

I Romani conoscono sicuramente questa storia, e penso che anche al di fuori dell’Urbe molti abbiano già sentito parlare della conversione miracolosa dell’ebreo Alfonso operata, esattamente 175 anni fa, nella chiesa di Sant’Andrea delle Fratte.
La sintetizzo brevemente per chi non sapesse di cosa sto parlando: a poca distanza da Piazza di Spagna esiste ancor oggi una bella chiesa intitolata – appunto – a Sant’Andrea. Oggigiorno, però, i più la conoscono come “santuario della Madonna del Miracolo”. E il miracolo è per l’appunto questo: il 20 gennaio 1842, un commerciante ebreo in vacanza a Roma entra in chiesa per cinque-minuti-cinque, accompagnando un suo amico cattolico che doveva prenotare una Messa in suffragio. E zacchete, mentre l’ebreo passeggia lungo la navata, viene letteralmente fulminato “sulla via di Damasco”: gli appare la Madonna, e da lì è una conversione-lampo. In capo a dieci giorni, chiede di ricevere il battesimo; segue un radicale mutamento di vita, che lo porta a morire, molti più anni più tardi, in Terra Santa, in odor di santità.
E, soprattutto, in abito talare.

E fin qui, è la storia nota a tutti.
Un po’ meno note sono forse le vicende della “vittima collaterale” di cotanta grazia: sì, perché non tutti sanno che l’ebreo era a un passo dalle nozze, prima che la Madonna decidesse di stravolgergli la vita.

E il fatto che il sant’uomo sia morto sacerdote, è indizio del fatto che – se posso fare una battuta – la Madonna dovrebbe quantomeno dare qualche spiegazione a ‘sta povera ragazza, che tutta emozionata si stava confezionando l’abito da sposa… per poi scoprire che, toh guarda, Qualcuno ha cambiato le carte in tavola.

***

Cominciamo questa storia con una premessa doverosa: prima di convertirsi al cattolicesimo, Alfonso Ratisbonne era ebreo più per genealogia, che per religione. Uno magari legge la storia riassunta in due righe sul depliant informativo e pensa “ah, ok, guarda ‘sto bravo ebreo praticante che scopre di botto la venuta del Messia”: no no, alla faccia del praticante, questo qui non aveva mai letto la Bibbia in vita sua! Se ne infischiava della religione, era un impunito gaudente: fosse vissuto ai nostri giorni, sarebbe stato probabilmente uno di quei ragazzotti supponenti che credono di essere sempre nel giusto, si fanno le canne (e magari anche qualcosa di più pesante), si ubriacano in discoteca, e saltano da un letto all’altro.

Ai fini della nostra storia, io non so se Alfonso fosse mai finito nel letto di un’altra donna… ma sicuramente, di donne, ne aveva avuta una caterva. Sotto un certo punto di vista, si potrebbe dire che due sono state le donne che hanno operato miracoli nella vita di Alfonso: prima ancora che dall’incontro con Maria, la sua vita era stata cambiata dall’incontro con Flora, la sua fidanzata, nonché l’unica donna che lui avesse mai veramente amato.  “La vista della mia fidanzata”, scriverà più tardi il convertito, “svegliava in me non so quale sentimento della dignità umana”.
Era probabilmente la prima volta della sua vita.

Se per caso vi è balzato all’occhio il fatto che i due portavano lo stesso cognome, beh, non è una coincidenza: Flora era la giovane nipote di Alfonso. Diciamo che però era una nipote “per modo di dire” (era stata adottata da bambina), e forse anche per questo la famiglia non fece ostruzionismo, quando Alfonso dichiarò pubblicamente il suo amore per la ragazzina.

Oh cielo: a leggere fra le righe, mi verrebbe da dire che la famiglia non fu nemmeno particolarmente entusiasta, a onor del vero.
Intanto, Alfonso andava per i ventotto e Flora era una sedicenne.
Un po’ di differenza d’età non fa mai male, ma dodici anni di differenza cominciano ad essere un bel divario; perdipiù, sedici anni sono proprio pochini a prescindere: persino la legge vietava il matrimonio con una ragazza così giovane.
E oltre a questo, in famiglia, probabilmente ci stava pure la preoccupazione per i trascorsi di ‘sto scapolone impenitente, che adesso sembrava aver messo la testa a posto… ma che aveva pur sempre passato gli ultimi dieci anni a darsi a fare il tombeur de femmes.

‘nsomma: Flora era troppo giovane per sposarsi, e i suoi genitori non dormivano mica tanto tranquilli, pensando a questa casta figliola, virginal fiore di purezza, innamorata follemente di un supermacho con dei trascorsi, e costretta ad aspettare anni prima del matrimonio. Un vecchio proverbio recita che “la paglia vicino al fuoco brucia”, e la famiglia, secondo me, voleva evitare un prematuro incendio.

E fu così che Alfonso fu mandato in Erasmus.

Come capitava spesso ai giovani provenienti da famiglie molto benestanti, Alfonso fu invitato a fare un lungo tour in giro per l’Europa, tutto a spese della famiglia. “Pensa che bello: vedi nuovi posti, conosci nuove culture, impari le lingue, ti sarà tutto così tanto utile per il lavoro; del resto ‘ste cose non potrai mica più farle, quando comincerai ad avere figli. E intanto ti mandiamo al caldo a respirare aria buona, ché ‘sto inverno poveraccio c’hai avuto un malanno dietro l’altro; ti prendi questo break, e torni giusto in tempo per organizzare il matrimonio…”.
Chi non accetterebbe?
Io avrei accettato!
E infatti Alfonso non se lo fece ripetere due volte, e partì per questo lungo viaggio in giro per il Mediterraneo. Prima tappa, la Costa Azzura; meta finale, Costantinopoli.

Ora, voi mettetevi nei panni di ‘sta pora fidanzata che viene a sapere di punto in bianco che il suo amato partirà per un lungo viaggio attorno al mondo.
Non so se Flora fosse gelosa o possessiva, ma ‘nsomma, al posto suo io avrei anche cominciato a preoccuparmi: ognuno si merita la fiducia che s’è guadagnato, e Alfonso era pur sempre un gaudente che adesso diceva di avere intenzioni serie, ma all’atto pratico chissà…
Eppure, la ragazza affrontò la questione con una certa dignità, e impose al Alfonso un solo divieto. “Ti prego, amore, ti chiedo solo questo: se vuoi che io sia serena, non andare a Roma”.

‘ndò ha avuto luogo la conversione miracolosa?
Anfatti.
A Roma.

***

Per una duplice ragione, Flora aveva pregato il suo fidanzato di evitare Roma: punto primo, in quegli anni la città era funestata dalla malaria; punto secondo, la ragazza era un’ebrea molto praticante, e nutriva un vibrante sentimento anticattolico ed antipapista. A lei, Roma faceva accapponar la pelle al solo pensiero – c’è quella disgustosa idolatria cattolica, il papa cattivo confina gli ebrei nel ghetto, e poi l’ATAC fa schifo, è pieno di guano ovunque, l’albero di Natale della Raggi è ‘na mestizia unica, i centurioni abusivi palpano il sedere alle turiste…

(Conoscete il pregevole blog “Roma fa schifo”? Io lo amo. È una lettura esilarante).

‘nsomma: una cosa ti aveva chiesto la tua promessa sposa, Alfonso. Una cosa.
Potevi girare tutto il mondo e fare quel che cavolo volevi, solo una cosa non dovevi farle: in nome dell’amore che vi legava, dovevi evitare la città di Roma.
E tu che fai, o uomo dal multiforme ingenio?
Prenoti un treno per Roma, e hai pure la faccia tosta di scrivere a Flora che ohibò non hai proprio idea di come ci sei finito, nella Città Eterna: “credo di aver sbagliato strada!”, dici testualmente alla pora donna.
(No ma giusto. Tu stai andando a Costaninopoli e sbagli strada, e prima ancora di rendertene conto, ohibò, ti trovi davanti al Colosseo. A me capita di continuo: l’altro giorno dovevo andare al lavoro, ero sovrappensiero, ho sbagliato strada, e son finita a Stoccolma)

***

Per la cronaca, la versione ufficiale sarebbe questa: in teoria, il candido Alfonso voleva andare in Sicilia, ma per ragioni non chiarite (o che comunque io non conosco) il piroscafo su cui avrebbe dovuto viaggiare si trovava impossibilitato a partire. Alfonso si dirige all’Agenzia Viaggi per Palermo per prenotare un posto su un altro vapore, ma ohibò sbaglia strada e va allo sportello dell’Ufficio Diligenze per Roma.
Ora, non mi è chiaro se ‘sto genio abbia semplicemente detto “mi dia il primo biglietto” senza manco controllare dove stava andando, o se, resosi conto di aver perso tre ore in coda allo sportello sbagliato, abbia pensato ‘sai che c’è? A ‘sto punto vado a Roma, e Flora se ne farà una ragione’.
Comunque sia, mi sembra evidente che Flora condivideva un dramma comune a molte sorelle di sventura, cioè essersi messa assieme a un maschio con un senso pratico che rasentava livelli da encefalogramma piatto.

Fatto sta che Alfonso arriva a Roma il 5 gennaio e, nella Città Eterna, soggiorna per un bel po’ di tempo – singolare scelta di autopunizione, per uno che in tutte le lettere a casa continua a ripetere quanto sia ripugnante e antisemita questa orribile città…
Per non parlare poi dal sacrifizio costituito dalla quotidiana frequentazione di quei suoi conoscenti che aveva a Roma, e con cui sistematicamente si dava a cene e passeggiate in compagnia. ‘na barba pover’uomo, e pensate che il misero Alfonso si trascina in questa grama situazione per settimane…

***

Un amico in particolare, impensieriva l’attonita Flora. Era un certo Gustavo, che era stato compagno di scuola di Alfonso prima di trasferirsi in Italia per lavoro.
Io me lo immagino, Alfonso, tutto serio e compito, guardando negli occhi la sua fidanzata e tenendo dolcemente le sue manine: “nonnò amore, ma che, te pare? Figuriamoci se, una volta arrivato in Italia, prendo contatto con Gustavo. Amò. Lo so bene che ti sta antipatico. Non lo farei mai”.
Eppure ohibò ecco un altro tragico imprevisto: oltre ad aver avuto la jella di sbagliare strada e finire a Roma, Alfonso ebbe la jella cosmica di incontrare per strada per puro caso il suo vecchio compagno di scuola.

Mettiamola così: se tutto questo non era un piano premeditato del baldo giovine, la Provvidenza non gli sta facendo fare una gran figura come fidanzato.

***

Riassumendo, lo stato è questo: Alfonso, accidentalmente nella Città Eterna, riceve accidentalmente un invito a cena dalla famiglia di Gustavo.
E rifiuta, eh!
Prima temporeggia, e poi si presenta a casa di Gustavo per consegnare al maggiordomo un biglietto di scuse con cui esprime rincrescimento per non poter accettare l’invito, ma purtroppo ha dovuto anticipare la partenza.

Accidentalmente Alfonso non parla l’Italiano e il maggiordomo non capisce una parola di Francese. Cosicché, lost in translation, il domestico decide che la cosa migliore da fare con un estraneo che bussa al portone dicendo cose incomprensibili in un idioma sconosciuto, sia, ovviamente, farlo accomodare in salotto e annunciare al padrone la visita di un ospite.
(…meno male che all’epoca non c’erano ancora quelli che ti suonano alla porta per vedere la bolletta della luce, sennò sai le comiche in quel palazzo…).

E così Alfonso si trova lì, a faccia a faccia col Nemico Giurato Della Sua Promessa Sposa: e che ti fa?
Giustamente, accetta di fermarsi a cena.

***

Ma cosa aveva fatto a Flora il povero Gustavo, per meritarsi così tanta diffidenza? Le aveva insultato la nonna? Le aveva investito il gatto?
No, peggio: era figlio di un uomo che, da protestante che era, si era recentemente convertito al cattolicesimo. E come tutti i credenti freschi di conversione, era anche particolarmente insistente sul versante apostolato – roba che i Testimoni di Geova ai loro tempi migliori impallidiscono, al confronto.
E infatti, durante la cena, il padre di Gustavo comincia a tempestare Alfonso di domande, provocazioni e punzecchiature. Non dico che rischiarono quasi di venire alle mani, ma dico (perché lo riportano le fonti) che volarono parole pesanti, anche alla presenza di bambini piccoli. Fino a che, “nel tentativo di rasserenare gli animi” (…o quantomeno, così dicono le fonti) il padre di Gustavo sfidò Alfonso con una piccola scommessa: se davvero riteneva che il cattolicesimo fosse solo una superstizione, accettava di indossare una medaglietta della Madonna?
Se era solo un simbolo come tanti privo di alcun valore, mica c’era problema alcuno: no?

Secondo me gli animi si rasserenavano meglio con un bicchiere di amaro, ma mi vien da pensare che quella comitiva avesse un tasso alcolemico già abbastanza alto in partenza, visto che Alfonso accettò prontamente la scommessa… per la qual motivazione?
Cito testualmente dagli scritti autografi di Alfonso: “consentii a prendere la medaglia, come una prova autentica che avrei offerto alla mia fidanzata”, perché “quella scena poteva divenire un delizioso capitolo delle mie impressioni di viaggio”.

Hint per mio marito, casomai stesse leggendo: se io ti prego e supplico e scongiuro di non frequentare più quel tuo amico satanista, e tu ci vai a cena assieme, e accetti che lui ti regali dei simboli satanici che poi mi offri tutto giulivo come delizioso ricordo di viaggio, ecco, in verità ti dico: potrebbe non essere una grande idea.

E insomma, da lì succede tutto il patatrac: vengono tradizionalmente attribuite proprio a quella medaglietta miracolosa, l’apparizione della Vergine, lo shock di Alfonso, la sua conversione lampo.

***

E la povera Flora? Al termine di questa incredibile catena di per lei sciagurati eventi?
Tanto per cominciare, la figliola riceve, il 21 gennaio, una lettera così fantasticamente delirante che vale la pena di riportarla per esteso:

Mia carissima,

Tu starai per credermi pazzo. Tre volte io ti ho annunziato la mia partenza per la Sicilia e Malta, e tre volte, senza potermi dare ragione io stesso di quel che accade in me, succede che, sul punto di partire, Roma mi attrae, Roma mi seduce, Roma mi tiene. […] A Roma, senza maestri, senza libri, ho imparato di più in pochi giorni, anzi posso pur dire in poche ore, di quanto potessi imparare in tutta la mia vita, se non vi fossi venuto. Unisci, mia cara, le tue preghiere alle mie per renderne grazie a Dio.
Tu stupisci, mia Flora, del tono serio e religioso della mia lettera. Essa contrasta in modo meraviglioso e prodigioso con le bestemmie d’ogni fatta, che ho proferite nelle mie lettere precedenti, logica conseguenza della mia irreligiosità e dell’empia atmosfera in mezzo a cui vivevo. Ebbene, Flora mia, è un miracolo nel vero senso di questo vocabolo; è un miracolo inaudito quello a cui debbo un così repentino cambiamento; è per mezzo di un miracolo che si è riempito il vuoto che c’era dentro di me; è per un miracolo che io sono ora il più felice degli uomini…

Ti ripeto, mia cara Flora, che io non sono pazzo… Te lo giuro, le disposizioni improvvise nelle quali mi trovo, non sono dovute che a un miracolo. […] Questo miracolo tu lo conoscerai; io non voglio parlartene oggi, non perché ti creda indegna di conoscerlo, ma perché occorre che tu sia preparata ad aggiungervi fede…”.

(Firmato) Maria Alfonso Ratisbonne

Ora, voi mettetevi nei panni di una povera ragazza che, avendo passato gli ultimi quindici giorni della sua vita a sentirsi vagamente presa in giro da uno che scrive robe tipo “Roma mi attrae, mi seduce, mi tiene”, adesso riceve dal suo promesso sposo ‘sto biglietto inquietante che parla di miracoli che gli hanno radicalmente sconvolto la vita, epperò non voglio parlartene oggi perché poverina non mi sembri pronta.
No, ma io dico.

Il miracolo venne descritto con maggior dettaglio al padre della povera Flora, la quale, messa al corrente dei fatti, ebbe l’unica reazione possibile in quelle circostanze. Pensò:

A) ok, questo è impazzito nel senso clinico del termine
B) alternativamente s’è trovato un’altra, è da giorni che si comporta da idiota nel tentativo di farsi lasciare, e adesso ha pure sganciato la bomba della conversione per darmi il colpo di grazia

La bomba, per il vero, Alfonso non l’aveva ancora sganciata. Sempre rivolgendosi al padre di Flora, il miracolato scriveva poco dopo con angelico candore:

io amo [Flora] di sincero amore, come sempre l’ho amata e amerò. Si presentano due soluzioni: o Flora crederà alla verità di quel che le dirò, o non ci crederà. Se essa ci crede, seguirà necessariamente l’esempio mio; si farà cattolica, il nostro matrimonio avverrà ai piedi dell’altare, davanti a Cristo, e la nostra casa, la nostra felicità, l’educazione morale e religiosa dei nostri figli… attirerà gli altri col nostro esempio.

…no gente, sul serio: un minuto di silenzio per Flora Ratisbonne.
Ma immaginatevi voi nei panni di quella povera ragazza, col fidanzato che parte per un viaggio in giro per il mondo e che dal nulla, senza preavviso, ti comunica, (per posta!), che ha cambiato vita, ha cambiato nome (adesso si firma Maria Alfonso…), ha cambiato religione, e “necessariamente” si aspetta che voi lo seguiate in questi passi.

Ovviamente la famiglia di Flora replicò ad Alfonso con un laconico “ma tu sei scemo”, o qualcosa suppergiù di quel tenore.
E la cosa comica è che Alfonso non si diede manco per vinto: ricevuto lo sconcertato niet da parte della famiglia di lei, ebbe ancora la (ammirevole…) faccia tosta di insistere e di difendersi: “ti giuro, zio, in nome di quanto vi ha di più sacro, che la mia conversione non ha altra causa che un fatto miracoloso… Ti scongiuro, mio caro zio, non mi negar la mia Flora!…”

La poverina, in tutto quel turbinio di sentimenti che doveva avvolgerla in quei giorni, dovette pure accollarsi lo sgradito compito di prendere in mano carta e penna e di scrivere ad Alfonso per fargli capire che, nonostante le sue insistenze, proprio non era cosa. E non una sola volta, dovette scrivere al suo amato!
“Non ti cullare in una inutile speranza”, gli diceva verso metà febbraio; tre settimane dopo doveva ancora rispondere ad altre insistenze: “ora tutto è cambiato: Alfonso di prima è scomparso; Alfonso di oggi, io non posso seguirlo…”.

E mi è solo di parziale consolazione sapere che Flora, qualche tempo più tardi, andò in sposa a un banchiere ebreo che la portò a vivere con sé a Parigi. Nella città del Louvre, la ragazza, ormai diventata Madame Singer, avviò un fiorente caffè letterario da cui influenzò in maniera abbastanza significativa il fior fiore della cultura francese. Toh, guardate qua, ha addirittura una pagina su Wikipedia. È una che conta.
Uno dei miei lettori peraltro mi ha linkato questo bellissimo articolo che parla proprio di Flora e dello shock che la poverina deve aver provato… ma che soprattutto ha il merito di proporre anche una foto della ragazza, un po’ più in là con gli anni:

flora

E Alfonso?
Beh, il finale della storia lo sapete già. Decise di diventare sacerdote – ammettendo peraltro che uno degli sproni iniziali che lo avevano portato a questa scelta era stato il desiderio di smentire i sospetti della sua fidanzata: no, non si era inventato strane storie perché si era invaghito di un’altra donna. E se non poteva avere lei, suo unico e vero amore, almeno poteva dimostrarle di non desiderare nessun’altra al mondo.

Evidentemente non si fece sacerdote solo per quello; ma diciamo che anche quello fu tenuto in considerazione, nelle fasi iniziali del suo discernimento. In una delle sue ultime lettere alla famiglia di lei, scriveva: “se mi si nega Flora, la mia decisione è presa: consacrerò tutta la mia vita a pregare per lei, per voi, e a mortificarmi nel fondo di qualche rigido chiostro”.

…che peraltro, signore che mi leggete: ammettetelo pure voi. Eddai: a suo modo, non è un finale straordinariamente romantico?

Vite di Santi e Beati

[Ma che sant’uomo!] La miseranda storia di Santa Thaney

Secondo John Durkan della Scottish Catholic Historical Association, santa Thaney potrebbe essere definita “il primo caso noto di una donna scozzese vittima di stupro e di violenza domestica, nonché ragazza madre”.
Iniziamo bene.

Mettiamo le mani avanti e diciamo subito che santa Thaney, con ogni probabilità, non è mai esistita. E se anche fosse esistita, possiamo tranquillamente e ragionevolmente augurarci che le cose le siano andate un po’ meno peggio di quanto racconti la sua leggenda. Il martirologio delle isole britanniche, in effetti, è pieno di strane leggende agiografiche riguardanti personaggi tra i più bizzarri, a cui vengono attribuite azioni che hanno più del “magico” che non del “miracoloso”. Vi dico solo che in questa storia vedremo comparire Mago Merlino (!), Re Artù (!) e i cavalieri della Tavola Rotonda (!), e questo dovrebbe bastare per lasciarvi intendere quanto poco credito vada dato alla veridicità di questa “agiografia”.
Però, queste “agiografie” sono così fantasticamente buffe e leggendarie da piacermi in modo folle. E siccome un po’ di suspance non guasta mai, vi lascio con l’interrogativo: come vedrete se continuate a leggere… queste strane storie di santi non piacciono solo a me.

Ordunque, torniamo alla nostra povera santa Thaney, che gli storici scozzesi ci hanno presentato come una specie di pora disgraziata, che al confronto le vittime di femminicidio le fanno un baffo.

Santa Thaney, talora confusa dal folkore con santa Dwynwen del Galles
Santa Thaney, talora confusa dal folkore con santa Dwynwen del Galles

Santa Thaney, secondo la leggenda, era figlia di re Lot del Lothian, re del Lothian (inutilbilmente), ma anche delle Isole Orcadi, e, secondo alcune fonti, della Norvegia. Re Lot, tanto capirci, sembrerebbe essere esistito per davvero: di certo, non è vero che chiamava “zio” Uther di Pendragon, né tantomeno che era cugino di re Artù.
Ça va sans dire, il “vero” re Lot non ha nemmeno messo al mondo ser Galvano, il famoso cavaliere della Tavola Rotonda… ma la leggenda agiografica così ci racconta. E il coinvolgimento di Galvano comincia a farsi interessante al fine di raccontare le disgrazie della povera Santa Thaney, perché Galvano – beh – era un cavaliere della Tavola Rotonda. E i cavalieri della Tavola Rotonda, a parte litigare occasionalmente l’un con l’altro, erano una compagnia coesa e compatta. Capitava spesso, io immagino, che il cavaliere X dicesse agli altri undici “wè raga, domani tutti a casa mia, guardiamo assieme la partita e ci beviamo una birrozza”.

Lo smodato consumo di alcool dopo una partita andata particolarmente bene è, a mio parere, l’unica spiegazione ragionevole per cui il cavaliere Yvain (uno tutto d’un pezzo, eh, a leggere le sue gesta in altre saghe arturiane) decise un bel dì di travestirsi da donna e di entrare, in tal guisa agghindato, nelle camere private delle figlie di re Lot (cioè, delle sorelle di ser Galvano).

Nelle camere private delle figlie di re Lot, si trovava in quel momento la più giovane delle ragazze: la povera, innocente, castissima Thaney. Thaney, a dar retta alla leggende, era particolarmente devota a Maria Vergine, e avrebbe avuto il sogno segreto di consacrarsi a Dio e farsi suora. Consapevole che questo desiderio è difficilmente compatibile con la vita di una principessa reale il cui padre intende espandere il regno a suon di alleanze, Thaney pregava Dio giorno e notte, chiedendogli almeno la grazia di potersi sposare, e mettere al mondo figli, senza però conoscere uomo. Ché a lei, per non saperne niente, ‘sta cosa del sesso faceva proprio molto schifo, e tutto sommato la Madonna era riuscita a partorire senza aver fatto cose, no? Con un po’ di insistenza e con un po’ di fiducia in Dio, forse anche Thaney sarebbe riuscita ad ottenere il miracolo…

Ora, come dire.

Che Dio abbia un grande senso dell’umorismo nell’esaudire le nostre preghiere, credo l’abbiamo già appurato tutti quanti sulla nostra pelle. A Santa Thaney però andò particolarmente male, perché… la poveretta voleva concepire un figlio senza prima conoscere uomo?
Benissimo: Domineddio la prese alla lettera, e fece sì che rimanesse incinta dopo essere stuprata da ser Yvain travestito da donna.
Non so voi ma io ho come la vaga impressione che Thaney non intendesse esattamente questo quando pregava l’Onnipotente, ma – ahò – volsi così colà dove si puote, e quindi prendiamolo per  buono e andiamo oltre.

Il mica-tanto-cavalleresco ser Yvain
Il mica-tanto-cavalleresco ser Yvain

Fatto sta che Thaney, povera stella, era una ragazzina adolescente molto naïve e molto ignorante sulle esatte dinamiche di come nascono i bambini. Questo andò a gioco di ser Yvain, che – sbolliti i fumi dell’alcool, e resosi conto di averla fatta un po’ grossa, stuprando la figlia del padrone di casa – tornò da Thaney travestito da donna e specificò: “comunque non è successo niente eh? Cioè. Lo vedi, eh? Sono ‘na donna. Oppure un angelo, se preferisci. Comunque, decisamente non sono un uomo. Men che meno ho delle vaghe somiglianze fisiche con Yvain l’amico di tuo fratello Galvano, eh! Sia chiaro! Tu non hai fatto sesso con nessun uomo, e comunque men che meno sei stata stuprata da ser Yvain. Mi raccomando, eh! Sii felice e grata e orgogliosa di te stessa, perché quello che t’è appena successo è indice – uhm – della straordinaria benevolenza di Dio nei tuoi confronti”.

Siamo al limite del blasfemo, dite? Cosa si era bevuto l’agiografo prima di scrivere ‘sta roba, mi domandate?
Poraccio, l’agiografo: in realtà cercava di fare di necessità di virtù. Vi do un’anticipazione: il figlio di Thaney e Yvain diventa santo – un santo molto famoso in Scozia – e, di questo santo, il popolino vociferava che fosse nato da una vergine che non aveva mai conosciuto uomo.
Va bene tutto, ma il concepimento virginale 2.0 sembrava un po’ troppo persino per una leggenda agiografica altomedievale, e così ci sarà probabilmente stato un povero monachello che, cercando di conciliare la leggenda popolare con una vaga verosimiglianza storica (…) ritenne che questo escamotage fosse il meno peggio che poteva inventarsi.

Tornando a noi: d’accordo che era naïve e d’accordo che non aveva mai ricevuto, aehm, un’adeguata educazione sessuale, ma non è che santa Thaney se la bevve al 100%. Di essere stata violentata da un uomo travestito da donna – come dire – ebbe quantomeno il vago sentore; però, ad esempio, non ne ebbe mai la certezza. Men che meno, ebbe la certezza dell’identità del suo aggressore. E – giustamente, perché non si mandano in rovina poveri disgraziati solo sulla base di un sospetto – rifiutò ostinatamente di denunciare a suo padre l’accaduto, sperando di poter presto accantonare questo brutto ricordo.
Rifiutò di fare nomi, o quantomeno di scendere nei dettagli sulla dinamica, persino quando fu evidente a tutti che questa pia speranza era solo un’illusione: la povera ragazza era rimasta incinta.

Dagli e dagli, il padre cercò in tutti i modi di capire con chi dovesse prenderla. Trovarsi di fronte a una figlia che a occhi bassi gli raccontava storie improbabili di donne, o forse angeli, che l’avevano visitata nottetempo dicendole che era la prediletta del Signore, dopodiché non avrebbe saputo dire con esattezza quale prodigio si fosse compiuto in lei, non facevano altro che alimentare in re Lot la vaga impressione di esser preso per le terga da una adolescente dissoluta che voleva coprire il suo amante. Preso dalla collera, Lot decise di condannare a morte la donnaccia, e, con notevole senso pratico, ordinò che ella fosse legata come un salame e poi fatta rotolare giù da una collina (??), più precisamente questa:

traprain_law_4

che, vorrei dire… non è sicuramente un posto da cui desiderei essere fatta rotolare giù legata come un salame, ma, obiettivamente, non mi sembra nemmeno chissà quale impervia trappola mortale da cui nessuno può sopravvivere. Secondo me veniva meglio buttarla giù da un burrone: siamo pratici.

Fatto sta che santa Thaney, insalamata, incinta e rotolante, arriva prevedibilmente sana e salva alle pendici della collina, dove poche ore dopo viene trovata da un emissario del padre…
…il quale, in tutta risposta, per sbarazzarsi della figlia, cosa fa? Le ficca un coltello in gola e tanti saluti?
No: la insalama di nuovo, la carica su una barca, e la manda alla deriva lungo il corso di un fiume.

Che, anche lì. Non per dire, ma se vuoi condannare a morte qualcuno mandandolo alla deriva, faresti meglio a mandarlo alla deriva in mare, non lungo un fiume che attraversa innumerevoli villaggi scozzesi.
Ché, sai, una tizia insalamata che urla come una pazza a bordo di una barchetta a remi – come dire – si nota. Dovresti metterlo in conto, che qualche pescatore la noti, si incuriosisca, e la raccatti.

E infatti così fu, e santa Thaney venne raccattata. Ma siccome i pescatori scozzesi non sapevano bene cosa farsene, di una principesse reale insalamata e incinta, forse addirittura a seguito di un improbabile evento miracoloso, pensarono bene di sbarazzarsene affidandola a qualcuno che potesse gestire meglio ‘sto delicato incomodo. E quindi, la accompagnarono presso la comunità monastica di san Serf, che viveva con i suoi discepoli a poca distanza.

Ora.
Anche qui.
San Serf è ricordato sul martirologio, gli Scozzesi lo tengono in gran considerazione, e probabilmente è esistito per davvero… ma sicuramente non è quel super-santo descritto dalle agiografie. Tipo: gli storici ritengono improbabile che fosse veramente il figlio del re di Cana e della regina di Arabia (!), o che, durante una vacanza-studio a Roma, avesse colpito i cardinali per l’aura di santità che emanava, al punto tale da convincere i porporati a nominarlo Papa pro-tempore. Dopo sette anni di pontificato, San Serf sarebbe stato un Ratzinger ante litteram dicendo “grazie a tutti, è stato bello, ma io adesso voglio ritirarmi alla quiete monastica” tornando nella sua amata Scozia e fondando, fra le altre cose, la cittadina di Curloss. Ehm.
Anche il fatto che San Serf fosse un cacciatore di draghi, molto diffusi nella zona di Curloss a quell’epoca, e che lui ammazzava con ammirevole rapidità prendendoli a botte col suo bastone pastorale, potrebbe, come dire, essere un dettaglio leggermente fantasioso.

Comunque, mi sembra chiaro che è da mo’ che in questa agiografia stiamo operando la sospensione dell’incredulità, quindi prendiamo tutto per buono, e rendiamoci conto che è in questo contesto che la povera Thaney mette al mondo il suo figlioletto. Il quale cresce all’interno del monastero, circondato da fraticelli e novizi, e avendo in San Serf una sorta di “padre adottivo”.

Poco ci vuole a immaginare come questo ragazzino senta nascere presto dentro di sé la vocazione alla vita sacerdotale: del resto – ve lo già detto – è destinato a diventare santo.
Ancor meno ci vuole a immaginare la ridda di strane leggende para-agiografiche destinate a fiorire attorno alla figura di questo santo, che non aveva nemmeno iniziato a poppare il latte nelle braccia di sua mamma, e già aveva collezionato: una lontana parentela con Re Artù, il DNA di ser Yvain e la “paternità” adottiva di un monaco che, come secondo lavoro, faceva il cacciatore di draghi.
Oh, aveste una vaga idea di tutte le leggende che circondano questo santo!

Anche perché – sapete – il cacciatore di draghi, si era proprio affezionato a questo bimbo. Tant’è vero che gli aveva dato un nomignolo affettuoso, come si fa nelle migliori famiglie. E se il “vero” nome del bambino era Ketingern, il santo passò alla storia col soprannome datogli dal padre adottivo: “mio caro”.
Che, nello scozzese parlato all’epocava, si dice “Mungo”.

Ebbene sì: San Mungo l’abbiamo già incontrato nell’atto di convertire al cattolicesimo niente popò di meno che Mago Merlino, ma forse non conoscevate la sua straordinaria origine. Pronipote di re Artù, figlio di un cavaliere della Tavola Rotonda, “adottato” da un cacciatore di draghi.

Ah: secondo la leggenda, San Mungo era anche un taumaturgo.
Sarà per quello che il Ministero della Magia ha scelto di intitolargli il famoso ospedale che ben conoscono tutti i fan di Harry Potter?