Cercar moglie, nel Medioevo

Con tutto questo parlar di famiglie, si trascura (ovviamente; perché appunto è un’ovvietà) l’elemento che di più di tutti – più di mille “grazie” “prego” “scusa”, attese pazienti e compagnia cantante – è alla base del successo per una buona famiglia.
Quale? Beh, ma ovvio: crearsi una famiglia con la persona giusta.

Mi par di sentirvi: “e grazie al cavolo”. Non esiste un vademecum del partner perfetto, né tantomeno esiste il vademecum di come andarselo a cercare. Trovare l’anima gemella è una questione di sentimento, di fortuna, un evento raro come il perfetto allinearsi degli astri in cielo, e…
…e, ‘nsomma, nì.

Se non esiste un vademecum per la ricerca del partner perfetto, oggi, per l’uomo del 2000, è senz’altro vero che di vademecum simili ne sono stati scritti millemila nel corso dei secoli – quando cioè la scelta del partner aveva ben poco a che fare col sentimento, ed era dettata perlopiù da lucidi ragionamenti fatti a tavolino. All’epoca sì che ognuno diceva la sua, per esortare il nubendo a far la scelta più saggia!
E per quanto nessuno auspichi, ovviamente, un ritorno ai matrimoni combinati del tempo che fu, possono comunque essere a loro modo utili strumenti di riflessione le raccomandazioni che venivano fatte, un tempo, a coloro che si accingevano a cercar moglie. Ne estrapolo alcune dal bel saggio di Silvana Vecchio, La buona moglie, edito nell’interessantissima Storia delle donne della Laterza.
E ne estrapolo alcune scegliendole non tanto tra le raccomandazioni degli economi attenti a fare un buon affare con le nozze giuste, ma bensì tra le raccomandazioni dei religiosi, attenti già da allora ad orchestrare un  matrimonio… che fosse anche sacramento.

E dunque: cosa suggeriva il prete al giovanotto medievale che stava cercando moglie?

1) Non anteporre la dote a tutto il resto

Non nascondiamoci dietro a un dito: la ricchezza della dote era un requisito fondamentale per la scelta di una buona sposa, ed era anche “giusto” che fosse così, considerato il ruolo che il matrimonio aveva in quel periodo. Però, senza nulla togliere all’importanza del dato economico, i predicatori medievali sottolineavano, concordi, come questo fosse un elemento da posporre ad altri ben più importanti.
Quali?
Beh: lasciando da parte le doti squisitamente religiose, vi erano infinite “virtù laiche” da ricercare in una moglie, prima ancora di guardare al suo conto in banca. Ad esempio un buon carattere, una reputazione immacolata, la quantità delle sue amicizie (indice di una capacità di interessere buoni rapporti col mondo esterno).
Poi, ma solo in subordine, può anche entrare in gioco un discorso di tipo economico.

2) Scegline una alla tua portata

Sai: i soldi (e magari qualche pater familias poco attento ai desideri delle sue figlie) possono fare miracoli. Era cosa relativamente facile che un vecchiaccio storpio e con la gotta prendesse in sposa una ragazzina tra le più piacenti sul mercato.
Sconsigliato, dicono i predicatori: ma non tanto per pietà nei confronti della piacente fanciulla! Si suggerisce, piuttosto, che la moglie sia sostanzialmente pari al marito, sia per età che per aspetto esteriore, proprio a fini buona riuscita del matrimonio.
Secondo Peraldo, domenicano lionese, l’omogeneità della coppia (anche proprio a livello fisico!) è elemento indispensabile per la sua stabilità nel lungo periodo. Jacopo da Varagine gli fa eco suggerendo all’uomo-medio una donna “della porta accanto”, giusta via di mezzo tra una bruttezza eccessiva che ti fa salir la depressione addosso e una bellezza dirompente che genera spesso ansie e gelosie.

3) Ricorda il detto “tale il padre, tale il figlio”

Troppo spesso noi moderni consideriamo il matrimonio solo ed esclusivamente come una cosa alla “due cuori e una capanna” – come se poi, oltre la porta della capanna, non ci ritrovassimo con tutta la famiglia d’origine del nostro ammmore che, giustamente, ci suona al campanello.
Gli antichi tenevano questa circostanza senz’altro in maggiore considerazione: ovvio, in un’epoca in cui il matrimonio non era tanto una scelta d’amore, quantopiù un’alleanza tra due famiglie.

Bene: i predicatori medievali concordano in massa sul detto che “la mela non cade lontano dall’albero”. Prima di scegliere una sposa, dunque, si studi attentamente tutta la sua famiglia: non solo perché, giustamente, è con quella famiglia che ti stai imparentando, ma anche perché… beh: dal comportamento dei genitori, si comprendono tante cose sui figli. Jacopo da Varagine suggerisce di stalkerare a lungo la potenziale suocera per farsi un’idea di quale possa esser stata l’educazione ricevuta dalla figlia. Paolo da Certaldo guarda ancora più lungo, e non disdegna occhiate indagatrici addirittura alle nonne (!) della futura sposa.
La mela non cade lontana dall’albero: e se suoceri di buon carattere possono essere una rassicurante consolazione, suoceri scostanti ed immorali dovrebbero essere un enorme campanello d’allarme – indipendentemente dalla vastità delle terre che portano in feudo.

4) Meglio una vergine alle prime esperienze che una donna consumata

Ma non per una questione puramente sessuale, anzi! Nel Medioevo era frequente che una donna rimanesse vedova dopo qualche anno di matrimonio, infelicissima situazione dalla quale era senz’altro auspicabile che la signora venisse sollevata. Nessuno si sarebbe mai sognato di rifiutarla solo perché la tapina non era più illibata sessualmente, giusto per capirci.
I predicatori, però, suggeriscono di andare sempre molto cauti quando si prende in considerazione l’idea di sposare una vedova. Per una ragione molto semplice: la poveretta porta con sé un bagaglio emotivo che potrebbe essere difficile da gestire. Ella è già stata padrona di casa, ella è già stata moglie ; ella, forse, addirittura è già stata madre (e Dio non voglia che i suoi figlioletti rifiutino di vedere in te il nuovo capofamiglia!). A differenza della vedova, che arriva alle seconde nozze forte di abitudini già consolidate – tutti elementi di potenziale tensione nella quotidianità d’un matrimonio – la ragazza “alla sua prima storia” si getta nelle braccia dello sposo come una tabula rasa, sulla quale sarà più agevole scrivere assieme la propria storia famigliare.

5) Prega, prega, (e non pretendere l’impossibile).

Non è facile creare (e mandare avanti) un buon matrimonio. Anzi è difficile, difficilissimo: anzi, è proprio impossibile, se si pensa di poterlo fare con le sole forze umane!
Proprio per questo, secondo Peraldo, la principale occupazione di colui che sta cercando moglie dovrebbe essere pregare, in maniera non dissimile da chi, in noviziato, cerca di discernere la sua vocazione: pregare, implorare lo Spirito per un’illuminazione, e solo dietro assistenza divina scegliere la propria metà.
Che, si badi bene, non sarà mai perfetta, perché la perfezione non è di questo mondo. Il domenicano inglese Giovanni Bromyard è molto esplicito su questo punto: feconda o sterile, bella o brutta, la moglie è comunque, e inevitabilmente, fonte di problemi, prima o poi. Il partner perfetto non esiste, così come non esiste affatto il Matrimonio Perfetto.
Esiste semmai il Matrimonio Meno Imperfetto Possibile… ed è su quello che tocca lavorare, per farlo funzionare al meglio.

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“A Medieval Couple at their Wedding Feast”, Mary Evans Picture Library

La trasfusione di sangue di Papa Innocenzo VIII

Si ha un bel dire che chi crede alla vita eterna non deve aver paura di affrontare la morte. In linea teorica, tutti d’accordo; quando però ti trovi davanti un medico che ti dà non più di tot. mesi di vita… ehm. Immagino che, in quel frangente, la vita in questa valle di lacrime cominci tutto sommato a non sembrarti poi così male.
Proprio per questo non fatico a comprendere l’umana reazione di Papa Innocenzo VIII di fronte a una prognosi di morte certa: così drammatica nei suoi esiti; così spontanea nella sua semplicità.

ipapierz-innocenty-viiiNato da una illustre famiglia genovese, Gian Battista Cybo sale al soglio pontificio il 29 agosto 1484. I maligni dicono che i cardinali elettori abbiano deciso di puntare su di lui per uscire da una situazione di stallo che stava spaccando in due il conclave, incapace di esprimere una preferenza tra due papabili. E così, come nel proverbio, tra i due litiganti ha goduto il terzo: e cioè, appunto, il nostro amico Gian Battista, selezionato col criterio di mandare al soglio di Pietro un cardinale malconcio, che… togliesse il disturbo quanto prima. Gian Battista Cybo, all’epoca del conclave, era poco più che cinquantenne: non anziano, dunque, ma notoriamente cagionevole (e, oltretutto, debole anche nello spirito. Un suo contemporaneo lo definì un uomo adatto più ad essere consigliato che a comandare).

Sennonché, con buona pace dei cardinali elettori, papa Innocenzo VIII non fu così rapido a morire. Vittima di violentissimi attacchi febbrili, causati forse da una malaria recidivante, il papa genovese fu dato per spacciato già a pochi mesi dalla sua elezione… ma, in realtà, tirò avanti per otto anni, medicalizzato da un vasto stuolo di archiatri pontifici che si alternavano attorno al suo letto. Sorpresa delle sorprese, alcuni di essi non erano nemmeno di religione cattolica: nel disperato tentativo di trovare una cura, Innocenzo VIII “osò” ciò che per altri papi sarebbe stato un tabù, e cioè mettersi nelle mani di medici di religione ebraica. “Egli era convinto”, spiega Bucardo, cronista di curia, “che la grande malvagità degli Ebrei conferisse loro la chiave d’una arcana sapienza che i medici Cristiani non possedevano”.

Sarà un caso? O sarà forse che – come osservarono i contemporanei – solo un medico giudeo avrebbe ardito usare il papa come cavia umana per una terapia sperimentale mai provata fino ad allora?
In ogni caso, un medico giudeo osò. E, di fronte a un improvviso aggravarsi di papa Innocenzo VIII, tentò il tutto e per tutto con un’operazione folle e disperatissima.

Inizia qui una delle pagine più affascinanti per gli appassionati di Storia della Medicina, e, francamente, più disturbanti per il cattolico che si diletta di Storia. Sì: perché nell’aprile 1492 ebbe luogo, nei palazzi pontifici, quella che è forse la prima trasfusione di sangue di cui la Storia abbia una memoria.

“La prima trasfusione di sangue della Storia”, oh wow: c’è di che mandare in solluchero i cultori della scienza medica!
Sennonché, io provo sempre un vago senso di disagio quando penso all’episodio che sto per descrivervi… perché sì, ok, evviva la sperimentazione, ma se le trasfusioni di sangue non erano mai state tentate fino ad allora, una ragione c’era. Erano dannatamente pericolose.   

Tralasciando quel trascurabile dettaglio dei gruppi sanguigni e della non compatibilità tra gruppi diversi (conoscenze, ovviamente, non note a quell’epoca), il vagheggiamento di poter prendere del sangue da corpi giovani e sani e infonderne l’energia vitale in corpi decrepiti prossimi alla morte aveva affascinato generazioni di scienzati. Nel trattato De medicina, il medico romano Celso sosteneva persino di aver visto uomini malati riguadagnare improvvisamente la salute dopo aver bevuto (?!) il sangue di gladiatori uccisi.
Eppure eppure eppure, si trattava d’una cura incredibilmente pericolosa, e dagli esiti drammaticamente incerti. Ben lungi dal potersi affidare a volenterosi donatori di sangue iscritti all’AVIS, gli archiatri pontifici dovettero andarli a cercare tra i più poveri vicoli romani, tre ragazzini che fossero disposti a donare il loro sangue al vicario di Cristo in terra. E neppure una generica promessa di onori e riconoscenza dovette essere sufficiente a convincere quei giovani disperati: il papa dovette promettere loro un ducato a testa (cifra niente affatto trascurabile, per quell’epoca), pur di farli acconsentire.

Con crudo realismo, il Bucardo descrive in questi termini il disperato intervento medico:

Il dottore disse che era pronto a cominciare. Si inginocchiò, e così entrò nella camera da letto del papa; quindi, con mano tremante, salassò il pontefice.
Il primo dei tre giovani fu fatto entrare, e, con diretto trasferimento, il sangue passò da lui al papa.
La stanza puzzava per l’odore del sangue, che colava sulle coperte e giù dallo scendiletto fino sul pavimento. Venne poi chiamato il secondo giovane, e infine il terzo: ben presto, tutti e tre giacevano morti nell’anticamera. Dalle loro mani rattrappite fu ripreso il denaro.

Cosa determinò la morte dei tre sfortunati donatori? Forse un dissanguamento, forse una bolla d’aria introdottasi nelle vene; forse – come non mancarono di suggerire, ovviamente, i contemporanei – un preciso intento omicida del medico ebreo, che infatti fuggì da Roma dopo i suoi tentativi non andati a buon fine. Alcuni storici si spingono addirittura a dare un nome a questo archiatra (sarebbe un certo Abraham Myere de Balmes), altri vanno nella direzione radicalmente opposta ipotizzando che questa intera vicenda sia null’altro che una leggenda nera di matrice antisemita (o antipapista): le cronache di questa emotrasfusione sono sì numerosissime, ma nessuna è di prima mano, scritta cioè da un testimone oculare.

Sarà quel che sarà: in ogni caso, il disperato tentativo non andò a buon fine. Papa Innocenzo VIII cessò di vivere il 25 aprile 1492. Aveva sessant’anni.

InnocenzoVIII Trasfusione di sangue

Oh no, il mio guardaroba è troppo immodesto per i miei nuovi standard! E ora?

Una delle iniziative che la Fashion Revolution propone ai blogger e agli youtuber che aderiscono al movimento, è la realizzazione di una “Haulternative”.
In una alternativa ai classici haul (dall’inglese “haul”, “bottino”, sono i video con cui le fashion blogger mostrano al pubblico i loro ultimi acquisti), la Fashion Revolution ci invita a fare un haulal contrario. Cioè, a illustrare i nostri trucchetti per ridare nuova vita a vestiti fuori moda, fuori taglia, magari un po’ lisi in alcuni punti, o che semplicemente non ci piacciono più.
Non sono una sarta, e probabilmente non lo sono molte di voi; dunque, mi limiterò a poche soluzioni semplici che richiedano un utilizzo di ago e filo minimo, se non nullo. E, giusto per restare fedele al mio normale campo d’azione, la mia Haulternative sarà una risposta alla tipica domanda che tormenta chiunque si occupi di modest fasion: “mi sono avvicinata da poco al pudore cristiano e adesso sono in crisi, perché il 90% del mio vecchio guardaroba non rispecchia più i miei attuali canoni di modestia. E ora?”.

Non c’è bisogno di buttar via tutto e di aprire un mutuo per rifarsi il look, così come non c’è necessariamente bisogno di rinunciare a quel vestito bellissimo che hai visto in vetrina e vorresti proprio, ma che, mannaggia, così com’è non indosseresti mai.

Haulternative

Oh no! La scollatura è troppo profonda: e ora?

Questo è un problema che mi tocca di frequente, perché amo le scollature a V e il modo in cui si sposano sulla mia figura. Ovvio è che una scollatura troppo profonda non mi fa stare a mio agio, da cui la necessità di coprire in qualche modo… lo spazio intermedio.

Se non ci va un genio a individuare la soluzione più banale (mettere una canottierina accollata al di sotto della scollatura, magari con un bel colore a contrasto), l’escamotage non è sempre di successo. Ad esempio, per mia sfortuna, io soffro tantissimo il caldo, sicché mi risulta del tutto impensabile indossare una canottiera aderente al di sotto di un ulteriore strato di stoffa, se la temperatura esterna supera i 25 gradi.
Na: quello che serve a me è qualcosa che riduca al minimo indispensabile lo strato di pelle coperta al di sotto del vestito scollato. Idealmente, qualcosa che mi copra solo la scollatura lasciandomi, per il resto, libera e fresca. Gira che ti rigira, con un po’ di fatica ho trovato alcune soluzioni, tra cui…

I crop top!
Avete presente quei toppini zozzissimi che gli stilisti pretendono di farci indossare al posto della maglietta, come se fosse normale d’estate andare in giro a pancia in fuori? Questo è un esempio a caso che ho pescato da Asos, ma ne trovate un po’ dappertutto e in qualsiasi fascia di prezzo. Io ne ho un paio acquistati da Tezenis, per dire.

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Con una roba del genere non ci uscirei di casa manco con una pistola puntata alla tempia, ma questi cosini sono la soluzione ideale da indossare sotto una scollatura troppo pronunciata. Sono mediamente abbastanza accollati; sono mediamente abbastanza corti da non tenere troppo caldo; se dovesse capitarvene uno troppo lungo, potete sempre accorciarlo fino a sotto il seno e cucirgli un orlo alla Carlona, tanto nessuno vi vede.
Soluzione perfetta, e con poco sforzo!

Chi soffre il caldo peggio di me e vuole avere ancor meno tessuto addosso, potrebbe trovare grosso sollievo da un aggeggio molto diffuso tra le fashioniste d’Oltreoceano, e che trovate su Amazon con nomi tipo “modesty panel” o “cami secret”.
In pratica, si tratta di un triangolino di stoffa che dovrete attaccare, tramite gli apposti occhielli, alle bretelle del vostro reggiseno: la stoffa, in questa maniera, proteggerà la vostra scollatura… nel modo più fresco e meno invasivo possibile.

Modesty Panel Lace

Per ora non li ho mai testati quindi non posso darvi una recensione di prima mano; il mio timore è che tendano a spostarsi durante la giornata, ma magari è solo una mia impressione. In ogni caso, se cercate online trovate vari tutorial che vi spiegano come crearne uno direttamente in casa, con le vostre stesse mani e con pochissima fatica. Tentar non nuoce!

Oh no! Questo vestito mi lascia le spalle scoperte: e ora?

Io non so esattamente che problemi abbiano gli anglosassoni con ‘sta cosa di andare in giro a spalle scoperte. Sono lietissima che ne abbiano, beninteso!, ma non mi spiego perché proprio le isole britanniche e non la Bible Belt, per dire.
In ogni caso, teniamoci stretta la genialità di due ditte d’oltremanica (una britannica, e una irlandese) e facciamo incetta della soluzione che promette di far svoltare la nostra vita: maniche rimovibili, da indossare sotto ai vestiti smanicati.

Proprio così, questi geniacci ti vendono maniche sfuse. Così:

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In pratica, vi infilate nelle braccia queste maniche e le allacciate sotto al reggiseno. Poi, indossate il vostro bel vestito smanicato. Et voilà!
Quel vestito che non avreste mai potuto usare per andare in chiesa (o che, semplicemente, vi andava di rivoluzionare! O che, ancor più banalmente, senza maniche vi teneva freddo), adesso avrà una nuova vita (e, probabilmente, anche un nuovo aspetto molto più chic).
Le maniche di Canopi Sleeves non sono le più economiche di questo mondo (tutt’altro), ma voglio sperare che i tessuti siano di buona qualità e le rendano adatte anche ad abiti da cerimonia. Le maniche di Wingz costano attorno ai 18 euro, e sono un investimento che senz’altro mi sentirei di fare. (Non l’ho mai fatto per l’unica ragione che, per ora, il problema non mi si pone: ad oggi, non posseggo vestiti smanicati. Ma la prossima volta che m’innamorerò di un capo senza maniche, sarà di grande sollievo sapere che non devo più limitarmi!)

Al volo, vi appiccico altri due link che potrebbero essere d’utilità. Questo, da Amazon, è stato un mio recente e riuscitissimo acquisto: io l’ho comprato come top per coprire scollature troppo marcate, ma ha anche una piccola manichina che potrebbe risolvere pure il problema delle spalle scoperte. Qui, invece, trovate un tutorial che spiega come aggiungere maniche a un vestito utilizzando un paio di leggings. Servono macchina da cucire e un po’ di manualità, ma… se viene bene, l’idea è di una genialità disarmante!

Oh no! La gonna è troppo corta: e ora?

Non ci va un genio a spiegare che le gonne troppo corte si allungano cucendoci sotto un altro pezzo di stoffa, ma potrebbe essere utile avere una voce amica pronta a confortarvi sul fatto che si può fare, e anche con poco sforzo.
Chiaramente, non parlo di minigonne che dovete accorciare di 10 o 20 centimetri; ma se parliamo di quella gonnellina tanto carina, che avete visto in negozio  e v’è piaciuta, epperò mannaggia non vi arriva manco al ginocchio, e oh se solo avesse quei 5 centimetri in più…
Beh: in quel caso la soluzione è semplicissima. Andate in una merceria ben fornita, scegliete una passamaneria (in pizzo, in sangallo, a frange… più scelta vi offrono, meglio è), scucite l’orlo della gonna, e attaccateci sopra la passamaneria. Poca spesa, tanta resa: avrete recuperato quella manciata di centimetri in più (e vi ritroverete probabilmente con una gonnellina ancor più chic di prima).

Gonna Pizzo

È un’operazione talmente semplice che si potrebbe facilmente fare in casa; io, non possedendo una macchina da cucire particolarmente buona, ho sempre preferito far cucire il merletto direttamente alla merceria, per paura di non essere abbastanza precisa nel rifinire i punti. Lo dico, per sottolineare che la mia merceria di fiducia mi ha sempre chiesto un forfait di 7 euro tutto incluso, merletto + cucitura. Insomma, cifre fattibilissime.

Oh no! In piena estate non riesco a indossare le gonne perché le cosce si irritano per lo sfregamento: e ora?

Questa cosa delle cosce che si irritano sfregando tra di loro nei periodi più caldi dell’anno (e cioè, quando si va in giro a gambe nude e, peggio ancora, si suda molto), l’ho sempre considerata una specie di leggenda metropolitana. O un disagio che tutt’al più poteva colpire individui in grave stato di obesità, toh. Fondamentalmente – mea culpa – pensavo che fosse una scusa da parte di quelle che in estate preferiscono i pantaloncini corti, e s’inventano ‘sta storia per spiegare il loro rifiuto delle gonne.
E invece.
E invece, la tragicommedia della mia vita ha voluto che l’estate scorsa, in un periodo di caldo massacrante a 38 gradi, dopo una puntura di zanzara che ha fatto da causa scatenante, io mi ritrovassi con una fastidiosissima irritazione in loco:
–  mentre ero lontana da casa;
–  in una trasferta di lavoro;
– ospite all’interno di un convento;
– maschile;
– con pochissimi abiti con me;
– e senza manco un paio di pantaloni.
Un crescente strazio che peggiorava di giorno in giorno e che non riuscivo ad arginare in ogni modo, anche perché – pur ammettendo di voler approfittare della situazione per fare shopping – collants o pantaloni con 38 gradi su gambe già irritate per il sudore magari anche no, e shorts inguinali in un convento di frati magari anche no all’ennesima potenza.
E poi, in una disperata ricerca su Google, ho fatto La Scoperta.
Le Bandelettes.
Se avete presente una giarrettiera, immaginatevele più o meno così: sono una banda di stoffa leggermente elasticizzata, alta circa 20 centimetri, tenuta ferma da due sottili ma saldissime striscette di silicone. Ve le infilate proprio come fareste con una giarrettiera (o, se vogliamo, come un’autoreggente) e poi vi dimenticate della loro esistenza fino alla sera. Stanno lì, non stringono, non si schiodano, non si muovono di un millimetro; non si vedono sotto ai vestiti; non tengono caldo (alcuni modelli sono di pizzo, quindi particolarmente traspiranti) e fanno divinamente il loro lavoro, proteggendo la pelle dallo sfregamento.

onyx-beige

Vi dirò: ero molto scettica sulla loro reale efficacia; più che altro, le ho comprate perché in quel momento ero abbastanza disperata. Mai fatto un acquisto migliore in tutta la mia vita: hanno risolto il mio problema nell’arco di dieci minuti; ero commossa.
Le potete comprare direttamente dall’America sul sito ufficiale; a un prezzo decisamente maggiorato (ma con la garanzia di una spedizione lampo e niente spese di dogana) le potete anche trovate su questo e-shop italiano, che è quello da cui mi sono fornita io.
(Amo, a questo punto, sottolineare l’ineffabile bellezza di questa scena: io che mi faccio spedire presso un convento maschile un indumento intimo a forma di giarrettiera da un negozio che si chiama Red Velvet Lingerie. Qualche Santo in Paradiso deve aver ascoltato la mia preghiera, perché il tutto m’è arrivato in anonimo pacco azzurrino).
Trovate prodotti simili a prezzo inferiore anche su Amazon, ma io, a pelle, vi suggerirei di diffidare dalle imitazioni. O quantomeno: circa il prodotto originale, io vi posso assicurare che non irrita la pelle, non si sposta di un millimetro nemmeno camminando, e non si rovina dopo pochi utilizzi. Sulle imitazioni, non so garantire, quindi… se vi deludono, non venite a lamentarvi con me, come si suol dire!

***

Sono poche dritte semplici, niente di trascendentale; soluzioni di buon senso e marchi che, probabilmente, molte di voi già conoscevano… ma riunirle in un unico post poteva comunque essere d’aiuto, secondo me. In fin dei conti, anche questa è una Fashion Revolution: utilizzare quello che già si ha (o arrangiarsi con quello che le mode del momento ci fan trovare in giro, che ci piaccia o no)… e industriarsi per renderlo più adatto ai nostri canoni di modestia. Affinché niente vada sprecato.

Un anno dopo la mia #FashionRevolution

Esattamente un anno fa, davo la mia adesione, con questo post, alla Fashion Revolution. Se non avete idea di che cosa stia parlando, andatevi a leggere l’articolo incriminato, ché il discorso è lungo e complesso, e facciamo senz’altro prima. Un riassunto molto sintetico per chi non ha voglia di pigiare sul link: la Fashion Revolution è un movimento internazionale che vuole combattere quella che è una vera e propria schiavitù di ritorno, particolarmente viva nel mondo della moda.
Avete presente le magliettine da 3 euro al pezzo che troviamo nei grandi magazzini, confezionate in chissà quali condizioni di miseria per poter mantenere il prezzo così basso? Avete presente il continuo avvicendarsi sulle vetrine dei marchi low cost di modelli sempre nuovi, sfornati a cadenza bisettimanale e con chissà quanti sprechi e quante lacrime e sangue alle loro spalle?
Ecco: tutte queste belle cose, la Fashion Revolution vuole combatterle.
Il problema del “Made in China” (e quindi, dei lavoratori sottopagati nelle aree povere del mondo per permettere a noi ricchi di riempirci casa con roba superflua, epperò a prezzo stracciato) riguarda, purtroppo, moltissimi settori produttivi. Diciamo che quello del fashion mi tocca in modo particolare, perché… beh… un guardaroba sei stagioni pieno di vestitini bellini è un lusso superfluo, una vanteria vezzosa; è vanità, non bisogno. E io – da sempre così attenta a ciò che si trasmette di sè con la scelta dei propri abiti – non me la sento proprio di misurare la “cristianità” del mio guardaroba usando come unica dirimente i centimetri di pelle scoperta. Se uno schiavo bambino muore di cancro in Pakistan per tingere, in condizioni non protette, la mia accollatissima e castissima maglietta nuova a soli € 2,99… allora no, non ci sto. Quella maglietta non entrerà nel mio guardaroba.

Sarà ormai da un paio d’annetti che, comprando i miei vestiti, cerco sempre di dedicare un occhio di riguardo al “come” e al “dove” il mio capo è stato prodotto. Oggi, però, non ho intenzione di fornire consigli operativi a chi volesse intraprendere la mia stessa strada: più che altro, trovo interessante approfondire il modo in cui la mia vita di consumatrice è cambiata dal giorno della Grande Scelta.

Sono stata oggetto di parecchie critiche online, soprattutto dopo che una mia amica, convinta di far cosa gradita, ha spammato più o meno in ogni dove questo mio post con consigli per gli acquisti. Sono stata ricoperta da un’ondata di contumelie, anche molto divertenti e bizzarre, sulla linea di “radical-chic comunista arricchita”. È un po’ lo stesso atteggiamento mentale che ho notato, qualche giorno fa, nei commenti allo status con cui le Edizioni Piemme annunciavano su Facebook la pubblicazione di un libro dedicato proprio a questo tema. Se molti utenti comprendevano il nocciolo del discorso e molti altri, seppur da posizioni critiche, ponevano osservazioni degne di interesse (tipo la signora che faceva notare: “il discorso però dovrebbe essere più ampio: sono i nostri stipendi low cost che ci costringono a comprare low cost volenti o nolenti”), nella stessa pagina fioccavano commenti di ben altro tenore. “Ridicoli”, “vamp griffate che vivono fuori dal mondo”, “vorrei vedere voi col mio stipendio”, “per cortesia abbindolate qualcun altro perché io non ci casco”.
Lo trovo un dato estremamente significativo, perché mi pare indubitabile che sul tema vi sia un problema di comunicazione, come se non si riuscisse a far intendere che questa scelta di azione è motivata, il più delle volte, da una questione di etica e morale. Persino di fronte a un pubblico (come quello che legge il mio blog o i libri Piemme) che, di per sé, non dovrebbe essere poco avvezzo a boicottaggi e obiezioni di coscienza in vista d’un bene morale, non ci si riesce a spiegare.
Temo che tutti noi si stia adottando una strategia comunicativa evidentemente inefficace, e questa cosa andrebbe rivista. Per capire quali sono le motivazioni che spingono me a compiere certe scelte: di nuovo, leggete qui il mio papiello d’un anno fa.

Non ho speso poi così tanto! Comprare etico, evidentemente, ha un suo certo costo. Non così alto come potreste pensare (ci sono brand che mantengono prezzi grossomodo in linea con quelli di Zara)… però, indubitabilmente, a comprare low cost si risparmia. (E grazie al cavolo).
E allora qual è il mio segreto per comprare bene senza sbancarmi?
Fondamentalmente: comprare poco, comprare meglio, comprare in saldo, comprare agli outlet. Non solo in quelli fisici, ma anche in quelli online, che ormai ho testato e stra-testato fino al punto di consigliarveli a cuor leggero. Privalia, Saldiprivati e Vente Privee sono quelli che conosco io: lì si fanno spesso affari veri, con sconti reali (ho controllato!) fino al 70%.
In questo istante, per dire, è attiva su Saldiprivati una svendita della Timberland, un’azienda con un codice etico che lèvate… e prezzi a partire da 32 euro per un paio di sneakers, se sapete dove comprare.

Ci ho speso bei soldi, comunque, sentendomi anche scema. Perché magari non sempre ti capita di poter fare l’affarone in saldo, e, nell’urgenza di quella certa maglietta nera, ti senti anche un po’ scema a comprarne una a 30 euro se sai benissimo che da H&M la potresti trovare a 5.
Il che, sotto sotto, è paradossalmente una bellissima cosa: perché, ferita su quanto hai di più caro al mondo (ovvero, sul portafoglio), compri solo quello che ti serve. E, prima di toglierti uno sfizio, ci pensi non una, ma dieci volte.

(C’è anche da fare un’altra considerazione, se mi permettete. È ovvio che se tu mi scuci 30, 40, 50 euro per un vestito, non puoi vendermi ‘na ciofeca che si slabbra dopo un mese e mezzo – come, in un paio di occasioni, m’è tristemente capitato con vestiti di Mango e Camaieu, che non mi son durati manco una stagione. Non posso fare valutazioni sulla durata nel lungo periodo dei miei “nuovi” capi etici, perché è da relativamente poco tempo che li indosso; ma posso assicurarvi che, dopo due anni, sono ancora come nuovi. Insomma, soldi ben spesi).

Ho cominciato a comprare con criterio, sempre per il simpatico concetto di cui sopra: se spendi 20, 30, 40 euro a capo, o sei miliardaria per davvero, o devi fare una selezione.
Il vecchio “wow, fantastica la stampa a fiori di questa giacchetta: compriamola subito, così particolare quando la ritrovo?” è diventato “ok, mi serve una giacchetta: di che colore mi conviene prenderla, perché si possa abbinare ai vestiti già ho già?”.

Ho cominciato a considerare i miei capi come un qualcosa che auspicabilmente mi durerà per parecchi anni, invece di dar per scontato che di qui a poche stagioni saranno da buttare, e/o che, nel caso, li cederei alla Caritas a cuor leggero se mi rendessi conto che non li uso più.
Ai capi stretti come un guanto che cominciano a tirare se solo prendi due chili, sto preferendo dei tagli un po’ più morbidi, ché non si sa mai (soprattutto se compro a prezzo pieno, e non all’outlet di turno, giusto per ottimizzar la spesa).
Alle stampe giovanili, tipo la borsetta con Topolino, sto preferendo motivi più discreti: ché se Topolino mi diverte adesso, magari a quarant’anni no.
Non sono mai stata una che segue le mode, ma, ora come ora, eviterei di spendere soldi in capi che non abbiano un taglio senza tempo. I pantapalazzo, per quanto ne so, potrebbero balzare all’occhio come vistosamente strani nell’arco di due-tre anni; un pantalone dal taglio classico, invece, lo puoi sfruttare a vita.

Mi sono resa conto che, porca miseria, sto meglio e mi vesto meglio. Eshakti, di cui ho già parlato e parlerò ancora, è il caso più eclatante: se ti fai fare vestiti su misura da una sarta, è ovvio che l’abito ti starà divinamente bene. Ma anche senza arrivare a questi estremi: oh, ragazzi, la qualità superiore c’è, e si vede!
Le cuciture non tirano, la maglina non si slabbra, le stoffe cadono bene, le T-shirt non stingono in lavatrice scolorendosi. Erano difetti minimi che non notavo, prima, (e sui cui, tutto sommato, si potrebbe anche sorvolare), ma che adesso mi balzano all’occhio se faccio il confronto tra “vecchio” e “nuovo” guardaroba. Per l’appunto: la qualità superiore c’è, e si vede.

Ho smesso di usare lo shopping come passatempo, e questo è forse il risultato di cui vado più fiera. Se sai già che non ti va di spendere soldi da Mango o Zara, non ti viene manco la curiosità di entrarci “per vedere che novità ci sono”. Quello che prima per me era un’attività ricreativa (“sono uscita dal lavoro, voglio staccare, mi svago un po’ guardando le vetrine”), adesso è diventata una passeggiata senza scopo, così inutile che manco mi viene più in mente di farla.
(Mi piacerebbe dire che, in tal modo, ho risparmiato molto. La dura verità è che, adesso, se voglio svagarmi dopo il lavoro, butto soldi alla Feltrinelli. Ma voglio illudermi che questo accresca la mia crescita culturale).

Ho cominciato a ragionare come una donna d’altri tempi, di quelle che rammendavano i calzini invece di gettarli al primo buco, e che, se c’era da mettere mano a un capo rovinato o fuori moda, erano in grado di farlo. Insomma, è cambiato in generale il mio approccio al vestire, che si è svincolato da quello di una trentenne cresciuta a suon di Zara ed H&M, per virare verso quello di una donna anni ’50 abituata a comprare bene, a lottare per far quadrare i conti, a ottimizzare quanto già ha. Alla faccia della “vamp griffata”: semmai, mi sto involvendo (…evolvendo?) in angelo del focolare, sempre lì con ago e filo in mano per riparare questo e quest’altro e sistemarsi il vestitino buono per la domenica.
E forse, in effetti, è proprio verso questa strada che dovrebbe vertere la campagna di comunicazione della Fashion Revolution, per risultare più genuina e per catturare i più diffidenti.

[Ma che sant’uomo!] La santa che divenne un fantasma logorroico

Con tutto il rispetto per la sua condotta esemplare, ben difficilmente Clelia Barbieri si sarebbe meritata un post nella rubrica “Ma che sant’uomo!”, se avessimo guardato solamente alla sua vita.
Non che non sia stata una vita santa, eh! ma è stata una vita santa e incredibilmente ordinaria. Nata nel 1847 dalle parti di Bologna, Clelia perde il padre durante un’epidemia di colera. Costretta ad abbandonare la sua casa d’infanzia, troppo onerosa ormai da mantenere, prende dimora in un modesto appartamentino vicino alla chiesa del paese. Lì, diventa un membro attivo della vita parrocchiale; e lì, sotto la guida del suo sacerdote, sviluppa con alcune amiche un progetto di vita consacrata. Da questa iniziativa sarebbero sorte, col tempo, le Suore Minime dell’Addolorata, ma Clelia non avrà mai la soddisfazione di veder regolarizzato il suo ordine: muore infatti a ventitré anni, stroncata dalla tisi.

Puoi capire…
C’ha pure ‘sta foto col crocefisso in mano che fa tanto santino di inizio secolo: viva santa Clelia e tutte le sue consorelle, ma come fai a ricavare una puntata di “Ma che sant’uomo?” dalla una santa con una vita così… agiografica?

SantaCleliaBarbieri

Ma infatti, il punto non è la vita di Santa Clelia.
Il punto è quello che Santa Clelia combina dopo esser morta: perché, invece di starsene buona buonina nel suo reliquario, a operare miracoli discreti come fanno tutti gli altri santo di questo mondo, Santa Clelia fa cose.
Ma cose turche!
Tipo, vaga per il monastero in cui è vissuta. È ‘na specie di santo-fantasma, ma in pace col mondo.

A leggere questa storia su qualsiasi altro blog, alzerei gli occhi al cielo e penserei “ecco, l’autrice è rimasta vittima della catto-creduloneria più becera; il prossimo post su cosa me lo farà? Sulle scie chimiche?”.
Invece, prima di scrivere questo pezzo, mi sono documentata. E, a quanto pare, è tutto vero: questo singolarissimo “miracolo permanente” è stato messo agli atti durante il processo di canonizzazione, il che implica, se non un riconoscimento ufficiale della Chiesa, quantomeno un suo “presa visione” (nonché, ovviamente, una buona dose di sicurezza da parte di chi osa rilasciare queste dichiarazioni).
In buona sostanza, siamo di fronte a una Santa che, periodicamente, “infesta” il convento in cui è vissuta (se mi passate il termine chiaramente ironico), e parla.

No, sul serio.
Parla.
Dice cose!

La prima occorrenza di questo miracolo stupefacente ha luogo il 13 luglio 1871, esattamente un anno dopo la morte della pia donna. Le sue consorelle sono intente a cantare le preghiere della sera, quand’ecco che questa simpatica buontempona decide di fare un’improvvisata alle amiche sue, e comincia a cantare con loro.
Come testimoniano le suorine attonite, di punto in bianco

una voce alta e celestiale si accompagnò al nostro coro, volteggiando a destra e a sinistra, innalzandosi e sfiorandoci il viso presso l’orecchio. La voce fu subito riconosciuta: era Clelia!

Invece di scappar via terrorizzate, le suore manifestano buone dosi di sangue freddo andando avanti con le loro preghiere. E Clelia (come in ogni ghost story che si rispetti) si adopera anche per far passare loro una notte in bianco – non con uno spettrale sferrargliar di catene, ma con un beatificante salmodiar di inni sacri. Ebbene sì: la sua presenza amica accompagna per tutta la notte le consorelle, che, dal canto loro, improvvisano una veglia di preghiera (ché tanto, di dormir non se ne parlava…).

Credeteci o no, ma, da quel momento, la “voce santa” non ha più abbandonato il monastero, manifestandosi a intervalli alterni.
Come leggo nel libro da cui traggo questa storia,

le suore accettano il fenomeno con serenità, senza fanatismi, come un conforto interiore, […] una cosa bella per loro e per la casa nella quale operano.

Difficile a non pensare a una creduloneria cieca ed esasperata, di fronte a un ordine religioso che sostiene di avere una santa fondatrice che, di tanto in tanto, si mette a parlare dall’oltretomba. Eppure, ripeto: a quanto pare, questa storia è la pura verità.
Sembrerebbe persino che Santa Clelia provi un certo divertimento nello sconcertare gli scettici. C’è, ad esempio, la testimonianza del canonico Luigi Cucci, che, durante la prima guerra mondiale, aveva prestato servizio presso un ospedale militare gestito dalle suore di Santa Clelia.

La storia della voce […] mi sembrava poco consona alla serietà dell’ordine e della religione,

ammette candidamente il sacerdote in una sua testimonianza (e come dargli torto?). Eppure,

intervenendo alle funzioni serali nella cappella dell’ospedale, con mia grande sorpresa ascoltai una voce indistinta che accompagnava quella del sacerdote nella recita del santo rosario. […] Non era certissimamente quella del sacerdote, né quella del servente, che fra l’altro era un prigioniero austriaco che parlava a stento l’italiano e pronunciava male le preci in latino, né di altri soldati presenti, né poteva essere l’eco di alcuno…
La voce, dico, si fé sentire ripetutamente, distintamente, celestialmente.

E di fronte a questo dato di fatto, che si può dire?
Si potrebbe dire che la religiosità di inizio secolo era diversa da quella d’oggi, e il canonico degli anni ’10 era, con ogni probabilità, più credulone di quanto non gli piacesse credere.
Verissimo; sennonché, a quanto pare, questo santo vocìo continua ancor oggi: gli agiografi che hanno approfondito la vita di Santa Clelia hanno avuto modo di intervistare gente ancora viva che assicura convintissima (anche sotto giuramento!) che queste manifestazioni continuano ad aver luogo.

Paola Giovetti, autrice del bel libro Fenomeni straordinari di mistici e di santi, elenca un vasto numero di persone ancora in vita (e quindi nostre contemporanee, cresciute con la nostra stessa sensibilità: stiamo parlando di gente d’oggi, non di svirgolati spiritisti d’altri tempi) pronte ad assicurare che, , questo fenomeno è reale.
Suor Alma, che vive attualmente nel convento delle Minime a Le Budrie, assicura di aver udito la voce, una volta, durante una Messa nel 1946.
Suor Corrada, attualmente nella comunità della Casa Generalizia, testimonia di aver avuto un’esperienza importante quando, diciottenne, stava vivendo un momento di crisi vocazionale: non era più certa di voler appartenere a quell’ordine. Invocò dunque Santa Clelia affinché “le desse un segno” per farle capire se il suo destino era lì oppure altrove, e, porca la miseria, ‘sto segno lo ricevette bello forte: per dieci anni, si sentì le orecchie la voce di Clelia ogni singola volta che si pregava comunitariamente.
Altra esperienza forte nella vita di Suor Corrada: il terrore per la sorte di sua sorella di sangue, che si trovava in Kuwait all’epoca della prima guerra del golfo, e da troppi giorni non dava sue notizie. Era sopravvissuta ai bombardamenti, e Suor Corrada lo “seppe” in anticipo, grazie a questo singolarissimo telegrafo paradisiaco!
Suor Silvana, madre provinciale dell’ordine, assicura che non solo il miracolo continua ad avere luogo, ma continua ad avere luogo in svariate parti del mondo. Santa Clelia, che dapprima pregava in Latino con le sue consorelle, adesso prega in lingua italiana nei conventi della penisola, ma si adatta agilmente alla lingua locale se decide di manifestarsi in altre aree del mondo. In Tanzania, dove le Minime hanno una missione, la voce si unisce alle preghiere dei fedeli cantando in lingua Swahili; in un’altra loro missione in India, parla correntemente la lingua Malayalam.
E ci sono poi delle storie che oggettivamente fanno venire un po’ di pelle d’oca, come quell’episodio del 19 aprile 1929. Nei giorni precedenti, c’erano state nella zona di Bologna delle piccole scosse sismiche: roba di poco conto; nessuno ci aveva presto attenzione. Nessuno tranne le suore di Santa Clelia, per l’esattezza, messe in allarme da una da una strana manifestazione di questa santa voce, che, perdipiù, suonava insolitamente lagnosa. Quella notte, invece di salire nelle loro camere, le suore decisero di dormire al pianterreno, sistemate alla meglio vicino alla porta. E proprio quella notte vi fu una scossa tremenda (quinto grado della scala Richter; edifici distrutti e popolazione nel panico). Le suore, che già si erano preparate ad una eventuale evacuazione, lasciarono il convento in pochi istanti, quiete, rendendo grazie alla loro buona santa.

La testimonianza che  personalmente trovo più interessante è quella di don Arturo, parroco del paesino di Le Budrie dove si trova il primigenio convento delle Minime. Senza convinzioni preconcette che lo portassero a credere aprioristicamente a questa storia, il prete (un “estraneo”, tutto sommato) dichiara di aver udito la voce della Santa in due occasioni, nel 1992 e nel 1993:

Mi disse cose personali, che devono restare segrete tra me e lei. Rimasi turbato, commosso, fu una cosa bellissima…

E di fronte a tante testimonianze, anche recenti, che je voi di’?
Saranno tutti quanti matti, visionari, creduloni e mistificatori? Non ho alcun interesse a convinverci (e convincermi) del fatto che il miracolo avviene per davvero, ma ho anche delle oggettive difficoltà a credere che si sia di fronte a un’unica, enorme truffa colossale. (A che scopo, poi?).

Io non dico niente: mi limito a riportare questi fatti buffissimi, e a concludere con le parole di Paola Giovetti, nel libro già citato:

Il miracolo permanente dell’audizione della voce di santa Clelia Barbieri, di per sé un fenomeno soggettivo, diviene oggettivo quando si presenta in circostanze particolari: per esempio quando chi ode non era informato dei fatti e tuttavia ne parla negli stessi termini di altri testimoni o quando più persone sentono, una indipendentemente dall’altra, la stessa cosa. Ciò è avvenuto molte volte […].
Come spiegare allora questa voce, che conforta e consola, che testimonia una presenza? Le suore di Clelia Barbieri non hanno dubbi e pensano che sia la realizzazione della promessa di Clelia, che in punto di morte disse alla mamma e alle amiche che non le avrebbe lasciate sole: «Dio è amore – dicono – ed evidentemente ci fa questi regali anche se non li meritiamo, e consente a Clelia di aiutarci in questo modo»

“E infatti, è roscio”: storia di Giuda e dei suoi capelli rossi

Uno dei pochi passi del Vangelo in cui si parla dell’Iscariota ce lo siamo sentiti leggere stamattina; eppure, non mi risulta nel corso della Passio ci vengano forniti dettagli sull’hairstyle di Giuda al momento del fattaccio. E questo è un dettaglio indubitabilmente curioso, giacché l’intera comunità cristiana sembrerebbe aver trovato consenso unanime su un punto fermo: Giuda Iscariota aveva i capelli rossi.
Sul serio, eh: provate a fare mente locale. Dalle più antiche miniature medievali, su su attraverso i dipinti di Giotto e dei grandi artisti del Rinascimento, fino ad arrivare a opere decisamente moderne, Giuda Iscariota ha quasi sempre i capelli rossi.
E vien da chiedersi, davvero, da dove nasca una credenza così radicata – radicata ma senza radici, se mi permettete il gioco di parole. Non solo i quattro Vangeli canonici non forniscono dettagli sulla capigliatura dell’apostolo traditore, ma neppure andando a spulciare i Vangeli apocrifi riuscireste a trovare un singolo versetto contenente una descrizione fisica dell’Iscariota.
E allora?!

E allora ci viene in aiuto l’eccellente Michel Pastoureau, che alla valenza simbolica del colore rosso nel corso della Storia ha dedicato un intero libro: Rosso. Storia di un colore, edito in Italia da Ponte alle Grazie.
Secondo le indagini di Pastoureau, Giuda comincia a sfoggiare una capigliatura vistosamente fulva attorno alla metà del IX secolo, negli scriptoria monastici della zona renana. Da lì in poi, gradualmente, la moda iconografica si espande: prima nelle miniature, poi nelle altre arti figurative. Entro il XIII secolo, sarà praticamente impossibile trovare una rappresentazione di Giuda in cui l’Iscariota non sfoggi una fantastica capigliatura fulva, spesso accompagnata da barbetta dello stesso colore.

Copia Cenacolo Giacomo Raffaelli
Giacomo Raffaelli, Copia del Cenacolo (Chiesa dei Minoriti, Vienna)

Perché?

Beh: in primo luogo, per una banale esigenza artistica. Fin da quando i pittori hanno cominciato a dipingere scene della Passione, si sono trovati in imbarazzo a dover gestire quel pasticciaccio dell’Ultima Cena: tredici persone sedute allo stesso tavolo, e bisogno assoluto di rendere immediatamente identificabili i due attori principali dell’evento. Nei primi dieci secoli di arte cristiana, i poveri artisti si son dannati cercando di rendere riconoscibile Giuda Iscariota attraverso tutta una serie di tratti distintivi: bassetto, furtivo, peloso, dallo sguardo malevolo, l’apostolo traditore è stato dipinto un po’ in tutte le salse, a seconda dell’estro del singolo pittore.
Avere a disposizione un’iconografia unica e universalmente riconosciuta faceva sicuramente comodo a tutti quanti. E così fu.

Giuda Cappella Scrovegni
Il Giuda della Cappella degli Scrovegni

Però torniamo alla domanda di prima: ok, ma perché proprio i capelli rossi?

Quello dei capelli fulvi è un mistero misterioso, perché tantissime culture tendono ad attribuire significati negativi ai pel-di-carota. Riduttivamente, tanti danno la colpa all’influsso della Chiesa Cristiana: “e te credo che il rosso è visto male: è il colore del diavolo…”.
A parte il fatto che il diavolo, semmai, nasce di colore nero, e diventa rosso solo a posteriori proprio perché il rosso è il colore del Male. Ma a parte questo, i pregiudizi negativi sulla gente dai capelli rossi nascono molto prima del Cristianesimo: nell’Antico Egitto, Set, il dio del Male, era rosso di capelli, così come roscio, per i Greci, era Tifone, nemico giurato di Zeus. Nella Roma imperiale, definire “rufus” un individuo equivaleva a insultarlo, e i capelli rossi sulla maschera degli attori stavano a identificare un personaggio qualificabile come buffone.
Verrebbe da pensare che questo pregiudizio fosse assente almeno nel Nord Europa, laddove la percentuale di rossi tra la popolazione è molto più alta che altrove. E invece no: sono rosse di capelli le divinità più violente ed aggressive, così come è fulvo Loki, il padre di tutti i demoni.

‘nsomma: per ragioni misteriose, i rosci vengono guardati con sospetto più o meno da ogni cultura, e più o meno in ogni periodo storico. Erede delle credenze germaniche e greco-romane, il medioevo cristiano non poteva essere da meno: ed ecco il Traditore per eccellenza beccarsi quell’attributo iconografico che da sempre stava ad indicare la Malvagità Incarnata.

Ultima Cena Carl Bloch
Un rosso Giuda nella moderna “Ultima Cena” di Carlo Bloch

Il roscio Iscariota, peraltro, è in buona compagnia – si fa per dire.
Nell’immaginario medievale, sono rossi di capelli anche Gano, il traditore geloso della Chanson de Roland, e il crudele Mordred, figlio incestuoso di re Artù pronto, per avidità, a tradire suo padre. Per non parlare poi di una vasta serie di individui poco raccomandabili (lenoni, prostitute, usurai, falsari, pirati sacareni, adulteri, menzogneri), che – nei proverbi, nelle opere didattiche, nei romanzi cavallereschi – hanno sempre, e immancabilmente, una capigliatura che farebbe invidia al Malpelo. Per la sensibilità medievale, è così radicata la credenza sulla malvagità degli individui dai capelli rossi che, in quei secoli, circola in Germania una falsa etimologia per cui il soprannome “Iscariota” deriverebbe dal tedesco “er ist gar rot”: “e infatti è rosso”.

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Il Giuda di Joos van Cleve

Ma perché tutto questo sospetto nei confronti degli individui dai capelli rossi? Lo storico fatica a darsi una risposta, tantopiù che la valenza negativa delle capigliature fulve è, come dicevo, presente anche in culture come quella celtica e scandinava (!) in cui i rosci costituiscono una bella fetta della popolazione.

Alcuni antropologi sospettano che, dietro a questo pregiudizio, possa esservi una diffidenza ancestrale verso quella che – con buona pace dei rossi naturali in ascolto – è, effettivamente, una mutazione genetica. La colorazione rossastra dei capelli è data una variante nella regione MC1R nel cromosoma 16: non chiedetemi dettagli perché non sono in grado di fornirne, ma mi sembrerebbe di capire che i rossi siano in realtà dei castani “venuti male”, a causa di un’alterazione genetica senz’altro innocua… ma che potrebbe aver spaventato mica poco i nostri progenitori.
Pensate un po’ alla vostra reazione se, a causa di una mutazione genetica, vi nascesse un figlio coi capelli verdi. Brr!

Secondo altri ricercatori, la generalizzata diffidenza verso i capelli fulvi è dovuta ai singoli individui che per primi sono arrivati in Europa con capigliature di questo tipo. Si ipotizza che i Vichinghi fossero prevalentemente rossi di capelli (e infatti, ancor oggi, la maggior concentrazione di pel-di-carota si ha in territori in cui i norreni si sono insediati: Isole britanniche e penisola scandinava). Non so se avete mai guardato qualche puntata dell’(ottima) serie Vikings, ma se questi barbari invasori dediti alle razzie sono stati il “biglietto da visita” per i capelli rossi in Europa… beh: diciamo che per le popolazioni autoctone potrebbe non esser stato amore a prima vista.

C’è poi un altro possibile fattore: e cioè, che i capelli di colore fulvo vanno quasi sempre di pari passo con una pelle molto chiara, macchiettata di lentiggini.
Ora: io, le lentiggini, le trovo deliziose, ma non dello stesso avviso dovevano essere i miei antenati, per i quali le malattie della pelle erano un problema endemico, diffuso, grave e, per di più, potenzialmente contagioso. Per l’uomo medievale, le macchie sul corpo umano sono per definizione impure e degradanti – se non altro perché la gente, di norma, non ha vistose macchie in faccia, e, di norma, se al mattino ti guardi allo specchio e ti scopri puntinato, minimo minimo ti prendi un colpo pensando a una brutta malattia esantematica.
In un certo senso, un visetto lentigginoso incorniciato dai capelli rossi doveva sembrare, agli occhi dei nostri antenati, la faccia di uno “che è già nato malato”, se capite cosa intendo. Un reietto per natura o qualcosa di molto simile. E a questa dimensione di impurità cagionevole si aggiungeva, per buon conto, anche un’inquietante componente di animalità: i fulvi hanno un pelo che ricorda quello degli animali; per di più, vanno in giro maculati come le belve feroci della savana. Non soltanto falsi e viziosi come la volpe, ma anche feroci e sanguinari come il leopardo!

E insomma: fatte queste premesse, non c’è da stupirsi che il perfido Giuda assuma – simbolicamente – una capigliatura di colore fulvo, nell’iconografia medievale e oltre.
È come se il suo stesso corpo si presentasse al mondo macchiato di quel divino sangue che per sua mano è stato versato. È come se sul suo viso già si riverberassero la fiamme dell’Inferno a cui il Traditore era destinato.

Bacio di Giuda
Il bacio di Giuda in Ary Scheffer

 

La gonna preferita dalle suffragette

Niente panico, lettori maschi: non ho intenzione di trasformare questo blog in una specie di saggio a puntate di Storia della Moda. Eppure, l’argomento è interessante, di per sé: a suo modo, la scelta degli abiti da indossare la dice lunga su una persona, su un contesto storico, su una intera civiltà…
Per cui, spero mi consentirete ancora questo articolo a tema, per “onorare” a mio modo la giornata della donna parlando e sparlando di… la gonna più amata dalle suffragette.

***

Come dite? Le sufragette c’avevano di meglio da pensare, che non alle gonne?
Beh, ‘nsomma, mica vero. La scelta di un abito da indossare o di un certo trend da lanciare nel mercato della moda non è mai casuale e priva di significato. Quella frase proverbiale ma ormai priva di senso – “chi è che porta i pantaloni in questa casa?!”, – all’epoca delle suffragette aveva un significato vero, così come poteva assumere una valenza politico-ideologica anche solo la scelta dell’abito da infilarsi quella mattina.

Per quella infelice distorsione del pensiero per cui molte donne ritengono che l’ammontare dei loro diritti civili sia inversamente proporzionale alla quantità di pelle scoperta, le suffragette ritennero loro dovere primario abbandonare le vaporose crinoline per sfoggiare abiti che permettessero loro di apparire più liberamente “donne”.
Per quella infelice distorsione del pensiero per cui molti uomini ritengono che l’onorevolezza di una donna sia direttamente proporzionale alla sciatteria con cui la signora si veste, la società perse pure tempo a star dietro ai guizzi estetici delle femministe, trasformando una normale moda passeggera in una specie di affar di Stato.

Avete mai sentito parlare, signori, della “hobble skirt”?

Hobble Skirt 1

La hobble skirt è ‘sta roba qua, ed è indubbiamente una delle invenzioni più orride e importabili nel campo della moda recente.
Non è chiaro chi sia stato il genio del male a inventare questo bizzarro arnese, ma lo stilista parigino Paul Poiret ebbe il coraggio di accollarsene la paternità (…anche se, probabilmente, l’idea iniziale non fu realmente sua). Una diceria, probabilmente non del tutto priva di attendibilità, attribuiva addirittura la nascita della “hobble skirt” a uno dei primi voli aerei dei fratelli Wright, e in particolar modo a un volo del settembre 1908 che vide per la prima volta una passeggera di sesso femminile ospite di un aeroplano. Alla signorina Edith Berg – prima donna in assoluto a sfidare la forza di gravità – era stato chiesto, in via precauzionale, di stringere con un elastico, poco al di sotto delle ginocchia, la sua ampia gonna inizio ‘900 tutta stoffa e crinoline, per evitare possibili incidenti in cui il tessuto, mosso dal vento, si impigliava per disgrazia in qualche ingranaggio del motore.

Volo Edith Berg Hobble Skirt
Edith Berg e Wilbur Wright nel primo volo aereo con le quote rosa della Storia.

La fotografia della signorina Berg pronta per il volo ebbe ampia diffusione, e forse non è un caso che, da lì a pochi mesi, abbia cominciato a impazzare sulle passerelle un originalissimo modello di gonna che, abbandonati gli spessori delle crinoline ottocentesche, scendeva morbido sui fianchi… per poi stringersi ai polpacci.

Lo stile poteva piacere o non piacere; certi modelli sono anche carini, a guardarli astrattamente. Di sicuro, piacque moltissimo alle suffragette e alle femministe in generale, che, probabilmente, vedevano in quell’estroso capo di abbigliamento un rivoluzionario riappropriarsi delle forme femminili. Abbasso le sottogonne e gli scomodi corsetti; viva le gonne che, enfatizzando i fianchi e stringendosi alle caviglie, esaltano le naturali curve del corpo femminile.

The Woman's Magazine Febbraio 1914
Febbraio 1914: tre modelli di “hobble skirt” dalla pubblicazione per signore “The Woman’s Magazine”

Ovviamente non è che tutte le femministe di inizio secolo andassero in giro conciate così (ci mancherebbe altro); però, questa tipologia di gonna ebbe dirompente diffusione proprio perché chi sceglieva di indossarlo lo faceva come in una tacita ribellione al mondo maschilista e patriarcale. E che questa moda fosse strettissimamente legata al movimento di rivendicazione dei diritti femminili lo confermano non solo alcune vignette satiriche che associano esplicitamente questa mise alle campagne delle suffraggette:

LadyButchers

ma anche il livore a tratti velenoso con cui il resto del mondo accolse questa estrosa bizzarria muliebre.

Chi si sente sola adesso

Il fatto è che ‘ste gonne, obiettivamente, erano ridicole per davvero: non tanto per l’estetica in sé, ma per l’assurda scomodità di doversele portare appresso. Adatte, tutt’al più, a una damina da salotto che riceve le sue amiche per un tè e non si schioda dal sofà per tutto il pomeriggio, queste gonne erano drammaticamente poco consone allo stile di vita di una giovane laboriosa e in movimento, e che per di più faceva di questo attivismo la sua ragion d’essere. L’esistenza delle hobble skirts l’ho scoperta leggendo il libro Fashion Victims di cui vi dicevo la volta scorsa, perché ‘ste gonne, oltretutto, erano dannatamente pericolose, porca la miseria. Limitando per ovvie ragioni la capacità di movimento, rendevano le donne vittime di continui incidenti, più o meno gravi. Se già non è bello slogarti una caviglia perché ti sei inciampata a causa della gonna troppo stretta, ancor meno bello è cadere accidentalmente in acqua e affogare perché non sei in grado di muovere le gambe (morì così, a New York, nel 1911, la povera Ida Goyette, di soli diciotto anni). Iddio non volesse, poi, che una dama così agghindata dovesse mai fuggire a gambe levate da un qualsivoglia tipo di pericolo: quella povera gentildonna che, nel settembre 1910, morì travolta da un cavallo scosso all’ippodromo di Chantilly, molto probabilmente avrebbe fatto in tempo a scansarsi, se non fosse stato per quella gonna così maledettamente stretta. Per non parlare poi di come questo stile limitasse seriamente le donne nella loro vita di ogni giorno: avete presente i nostri tram raso terra, che accostano direttamente a filo del marciapiede per azzerare le barriere architettoniche? Ecco, benissimo: la città di New York li inventò nel 1910 proprio per… agevolare la viabilità urbana delle tante donne all’ultimo grido, che, pur di mostrarsi indipendenti e arrivate, si imbaccucavano in stilosissimi “abiti denuncia” che rendevano complicato anche solo salire su un tram.

Hobble Skirt Car

Era ovviamente una situazione paradossale, che costringeva le femministe a esporre il fianco a critiche talvolta impietose ma globalmente vere, come nel caso di una vignetta satirica che, con delizioso umorismo tranchant, ironizza sui “grandi passi” compiuti dalla donna verso la sua emancipazione.

GrandiPassiAvanti Hobble Skirt

Il 12 giugno 1910, un editorialista del New York Times osservava (e mica a torto!) che “se una donna ambisce a correre per la carica di governatore, dovrebbe quantomeno essere in grado di correre anche dietro al tram”, e domandava provocatoriamente: queste donne che lottano con tanto entusiasmo per essere legalmente libere, come possono poi accettare di essere incatenate sartorialmente?

HobbleSkirtPostcard

L’epilogo di questa moda assurda? Dovuto non tanto a un acuirsi del buon senso, quanto più causata dagli stravolgimenti bellici. Con il 1914, le hobble skirts spariscono improvvisamente con la stessa rapidità con cui sono venute. Troppo dolorosi e troppo ravvicinati i lutti, per far venire voglia di sfoggiare vestiti così seducentemente estrosi; troppo dura e piena di impegni la vita quotidiana delle donne sole con i loro capofamiglia al fronte, per lasciare spazio a questi strani grilli per la testa.

Eppure, se non fosse stato per questo evento oggettivamente dirompente e imprevedibile, chissà per quanto ancora questa moda avrebbe imperversato!