Alexei Trupp, il lacché (cattolico) dei Romanov che viene venerato come santo (dagli Ortodossi)

Il 23 maggio 1918, il dottor Vladimir Derevenko, specialista nel trattamento dell’emofilia, riceveva dai carcerieri dei Romanov il permesso di visitare Casa Ipatev, dove la famiglia imperiale era trattenuta in condizioni di rigidissima prigionia. Nel momento in cui, approssimandosi ormai la loro morte, i Romanov erano stati consegnati al soviet radicale di Ekaterinburg, era stato imposto loro di separarsi da buona parte dell’entourage che fino a quel momento li aveva seguiti in esilio. All’interno di Casa Ipatev, la famiglia aveva ottenuto di portare con sé il valletto dello zar, una cameriera per la zarina e le sue figlie, il cuoco di fiducia e il medico di famiglia: nulla più. Alcuni servitori, che erano stati coi Romanov fino a quel momento per tutta la durata della loro prigionia, erano stati condotti a loro volta a Ekaterinburg e vivevano in stato di semi-reclusione in altre case del villaggio, ma non potevano, di norma, avere contatti con la famiglia imperiale.

Epperò, in quel pomeriggio del maggio 1918, persino i carcerieri concedono uno strappo alla regola. Il piccolo Alexei, malato di emofilia, è sofferente già da qualche giorno: ha inavvertitamente sbattuto un ginocchio contro un muro, la situazione si sta rapidamente aggravando. Il dottor Botkin – il medico generico che ha seguito gli zar fin dentro a Casa Ipatev – non è più in grado di gestire la situazione; invoca a gran voce l’intervento del suo consulente, il dottor Derevenko, specialista in malattie del sangue, che è proprio lì a due passi, nella casa che ospita anche il resto del personale.

La visita di Derevenko ha un risvolto tragico. Non appena lo vede, la zarina gli chiede notizie del resto della servitù “agli arresti domiciliari” nell’altra casa, vuole sapere come stiano le sue cameriere. Il medico, che ha ricevuto ordini espliciti di non scambiare nemmeno una parola con gli zar, scuote il capo stizzito, a indicare che non può parlare. La zarina interpreta quel segno come un “non stanno proprio, sono state giustiziate”, e scoppia a piangere disperatamente. Tanto per far capire le condizioni di angoscia e di costanti sensi di colpa in cui doveva vivere quella famiglia.

Quando il dottor Derevenko finisce la sua visita, torna alla base con un ordine da riferire. Il valletto dello zar, Terenty Chemodurov, è ammalato in forma grave: lì a Casa Ipatev ormai è un peso per tutti. I carcerieri non ce lo vogliono più, e infatti dispongono il suo trasferimento nell’ospedale della prigione locale (dove il poverino finirà i suoi giorni qualche tempo dopo). Tuttavia, concedono graziosamente allo zar Nicola di chiamare un rimpiazzo. Il rimpiazzo è Alexei Trupp, un altro dei valletti dello zar, che era già presente a Ekaterinburg assieme al resto della servitù rimasta fedele.

Alexei arriva quella sera stessa, portando al piccolo ammalato una sorpresa non da poco: Joy, il suo adorato cagnolinp, un english spaniel.

Alexei e il cane Joy
Alexei Romanov col suo adorato Joy nel 1915. Questo cane ha una storia straordinariamente appassionante che potete approfondire cliccando sulla fotografia: ha finito i suoi giorni niente popò di meno che… nel parco del castello di Windsor.

Non appena mette piede a Casa Ipatev, il nuovo valletto viene perquisito e deve firmare una dichiarazione scritta in cui riconosce il suo status di prigioniero politico e accetta di “sottomettersi a Roviet Regionale Urale, di soddisfare i suoi ordini e di considerarsi egli stesso nella medesima posizione dei membri della Famiglia Romanov”.
E se non è esercizio eroico delle virtù cristiane l’accettare di firmare un documento simile, quando tutto quello che avresti dovuto fare per aver salva la vita sarebbe stato andare da un bolscevico, rinnegare le tue convinzioni e tornare a casa a farti i fatti tuoi… beh: non so francamente cos’altro possa esserlo.

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Alexei Yegorovich Trupp (o anzi: dovremmo chiamarlo per la precisione Alois Laurius Trups) era nato l’8 aprile 1856 del villaggio di Barkava, attuale Lettonia orientale. Arrivava da una famiglia di contadini che nel corso degli anni si era guadagnato un tenore di vita di un certo rispetto. Era cattolico, e coi suoi fratelli frequentava regolarmente le attività parrocchiali nella chiesa locale, se non altro per studiare presso la piccola scuola gestita dal sacerdote.

Barkava era, allora, un paese minuscolo, che non offriva grandi prospettive ai suoi figli se non quella di dedicarsi all’agricoltura. L’ambizioso Alois voleva per sé qualcosa di più, e, non appena ebbe compiuto la maggiore età, si arruolò nella Guardia Imperiale, uno dei rami dell’esercito russo. (Fu proprio lì, per la cronaca, che cambio nome. Il lettone Alois Trups fu traslitterato nel cirillico Alexei Trupp).

È proprio nella Guardia Imperiale che la vita di Alexei ha una svolta destinata a cambiarla per sempre. La ragione, se vogliamo, è una delle più triviali: Alexei, nella sua bella divisa fresca di bucato, è una specie di sex symbol al servizio dell’impero. Alto, biondo, occhi azzurri, lineamenti delicati, un corpo robusto e tornito: è un bell’uomo, non c’è che dire. Un giorno, chissà in quale occasione, Maria Fedorovna lo nota in mezzo alla massa di soldati schierati sull’attenti, e ne è colpita. La penultima zarina di Russia, madre del futuro zar Nicola, è una appassionata sostenitrice degli ideali di tolleranza religiosa e di internazionalismo (id est: assegnare posizioni di rilievo anche a quei sudditi che provengono non dalla Russia-Russia, ma da aree meno centrali dell’impero).
Il bellone lettone e cattolico che serve per le Guardie Imperiali… ecco, beh: è un ottimo materiale da propaganda. La zarina gli propone un posto nell’entourage imperiale: Alexei inizia con un incarico di tipo amministrativo, ma pian piano scala le gerarchie avvicinandosi sempre di più alla famiglia Romanov. Allo scoppio della Rivoluzione Russa, era un lacché di primo grado addetto al servizio dello zar Nicola – carica di poco inferiore a quella di valletto (che invece gli affibbiano, erroneamente, diverse pubblicazioni).

Se avete visto quel gioiellino di telefilm che è Downton Abbey, avrete probabilmente presente il legame strettissimo – di amicizia, di familiarità vera e propria – che si creava all’inizio del ‘900 tra i membri dell’aristocrazia e il loro staff più ristretto. Non era solamente un rapporto di lavoro dipendente: era essere parte di una famiglia; era essere amici, sostegni e confidenti. Ci sono delle foto dolcissime di Alexei che accompagna le giovani figlie dell’imperatore in una passeggiata pomeridiana sui loro pony. Ci sono testimonianze che ricordano Alexei costantemente alle prese con i cagnolini dei bambini Romanov – piccoli terremoti a quattro zampe, loro, e disperato argine alle loro mattane, lui.

Alexei e Maria
Alexei si prende cura della giovanissima Granduchessa Maria Romanov

Dobbiamo presumere che tra Alexei e la famiglia Romanov si fosse creato negli anni un rapporto di vera confidenza. La sua fu una vita interamente dedicata al loro servizio – non pensò mai di lasciare il suo posto di lavoro e non volle nemmeno mettere su famiglia. (Voci di corridoio parlano di una tresca amorosa che ebbe con la moglie di un suo collega nei primi anni a palazzo: sarà stato forse scottato da questo amore impossibile? Dobbiamo immaginarcelo a sospirare per tutto il resto della vita ripensando alla dama che non poté essere sua?).

A Barkava, in Lettonia, moltissimi ricordavano Alexei, anche a decenni dal giorno della sua morte. Sfido: in quel buco di paese non capitava mica tutte le volte che il figlio di due contadini acquisisse un ruolo di tale prestigio nell’entourage zarista!

Alexei ci viene descritto come un uomo tutto sommato umile, con i piedi ben piantati per terra. Il suo ruolo a corte gli garantiva uno stipendio da capogiro, e lui senz’altro lo mise a frutto, acquistando un paio di case di villeggiatura in cui passare le sue ferie e un certo numero di appezzamenti di terreno che forse immaginava di trasformare in una fonte di guadagno per i suoi ultimi anni di vita, dopo la pensione.
Ma a parte questi piccoli lussi, non era un uomo che ricercava il lusso. Se non vestiva con la sua livrea chiccosa indossava abiti semplici, e di oggetti semplici riempiva le sue case. Sempre attento ai bisogni del suo paese natio, vi tornava spesso. Non negava mai un aiuto economico se qualcuno aveva bisogno di un prestito; in particolar modo, apriva il suo portafoglio davanti al parroco, per qualsiasi bisogno avesse dovuto avere la sua chiesa. Allegro e socievole con i suoi compaesani, condivideva volentieri una bella bevuta all’osteria ma rifiutava di partecipare a qualsivoglia tipo di evento pubblico, ligio alla discrezione apolitica che gli imponeva la sua carica di palazzo.

Era un uomo buono, e i suoi compaesani concordano nel dire che, per loro, era anche un esempio. Esempio di come, con l’impegno (e un po’ di fortuna) anche un anonimo contadino lettone possa arrivare a realizzare tutti i suoi sogni.

Eh.

Diciamo che questo Russian Dream di Alexei è destinato a finire nel più tragico dei modi. O forse nel più onorevole dei modi, se vogliamo provare ad entrare nella mentalità di un fedele servitore imperiale di inizio ‘900 che rimane al fianco del suo signore fino all’ultimo respiro.

Avrebbe potuto dimettersi dal suo ruolo di lacché, andarsene lontano e finire i suoi giorni nelle sue case di villeggiatura, se solo avesse voluto. E invece no: segue gli zar nella loro prigionia in Siberia ed è con loro anche quando la famiglia imperiale viene trasferita a Ekaterinburg. Dapprima non è ammesso all’interno di Casa Ipatev, resta in un edificio separato con il resto della servitù fedele, e questo avrebbe probabilmente potuto salvargli la vita: ma per un amaro scherzo del destino, nel maggio 1918 ottiene di potersi ricongiungere con Nicola.

In quella notte a cavallo tra il 16 e il 17 luglio, i Romanov e i loro servitori vengono svegliati nel cuore della notte. Si annuncia loro un trasferimento imminente in una località non meglio precisata, viene ordinato loro di prepararsi. Quando Alexei esce dalla sua stanza per raggiungere gli altri compagni di prigionia, si porta dietro una coperta per ripararsi dagli spifferi sul mezzo che li avrebbe condotti altrove, ché si sa mai.

I prigionieri sono tranquilli, non sospettano di nulla: sono davvero convinti che si tratti d’un semplice trasferimento.
Se mi leggete da tempo, sapete che sono un’appassionata di orsacchiotti, per cui mi sciolgo sempre a pensare a questo minuscolo dettaglio (vagamente creepy per il vero, e mai pienamente spiegato). Lungo il corridoio del primo piano di Casa Ipatev stava un’orsa impagliata con i suoi cucciolotti. Per ragioni mai chiarite, e con grande sconcerto dei bolscevichi, i Romanov e il loro entourage, quella notte, passando davanti a questi orsacchiotti, rallentano il passo e si fanno tutti il segno della croce (!?!).
O era il classico segno della croce che ti fai prima di iniziare un viaggio in macchina (sì d’accordo, ma perché davanti all’orso?), o era un bizzarro ‘addio’ a quello che evidentemente, in quei due mesi trascorsi a Casa Ipatev, era stato scherzosamente considerato un simpatico e peloso compagno di prigionia… tant’è. Da appassionata di orsacchiotti, non posso non commuovermi.

I prigionieri vengono condotti uno scantinato, e viene ordinato loro di disporsi in un certo modo all’interno della stanza, come se i loro aguzzini li stessero mettendo in posa per una fotografia. Loro non lo sanno (e davvero sembrano non sospettare nulla) ma sono stati disposti in modo tale da offrire i loro corpi nel più conveniente modo possibile al plotone d’esecuzione, che sarebbe entrato di lì a poco.

Avrebbe dovuto essere una roba rapida e indolore.
Davvero, eh: le intenzioni del comando del soviet erano quelle. Ma gli eventi prendono una piega drammaticamente sbagliata.
Intanto, nessuno dei cecchini ‘professionisti’ a disposizione del soviet se la sente di uccidere i prigionieri. Era una cosa grossa, era una cosa per certi versi impensabile fino a quel momento: i professionisti chiedono di essere dispensati da questo compito, e i bolscevichi devono andare in giro a raccattare cecchini volontari che, alla prova dei fatti, si rivelano palesemente impreparati per il compito. Quella notte, quando il comandante del plotone d’esecuzione spara il suo primo colpo allo zar Nicola, tutti gli altri presenti reagiscono di pancia: invece di sparare ordinatamente alla vittima che era stata assegnata ad ognuno di loro, tutti puntano la loro pistola verso lo zar – troppo forte il desiderio di vendetta, la tentazione di dire “ho sparato io a Nicola Romanov”.

Sicché, lo zar viene crivellato di colpi di fronte agli occhi sconvolti di tutti gli altri presenti, di cui nessuno si stava minimamente filando. Scoppia il panico, ovviamente: d’istinto, tutti cercano la fuga; i cecchini a quel punto sono costretti a sparare alle gambe per impedire ai prigionieri di disperdersi oltre. Feriti gravemente, ma neanche lontanamente moribondi, i miseri cadono a terra – ma a quel punto sono sdraiati sul pavimento, accovacciati contro la parete, ovviamente tentano d’istinto di proteggersi dalle pallottole: diventa drammaticamente più difficile finirli con un colpo pulito al cuore. Nella stanza piccola e poco illuminata comincia a sollevarsi il denso fumo causato dai molteplici colpi esplosi (c’è chi ormai ha esaurito un intero caricatore); diventa realmente difficile mirare con precisione alle sagome accovacciate nella semioscurità fumosa. Le ragazze piangono in agonia in uno spettacolo che fa tremar le vene i polsi a tutti i cecchini, che infatti esitano, sparano, ma mirano male. Il povero Alexei Romanov, incapace di muoversi a causa di quella famosa ferita al ginocchio che gli stava ancora dando problemi, ha assistito a tutta la scena seduto su una seggiola senza muovere un muscolo: bloccato dal dolore, non s’è manco alzato dalla sedia; immobile mentre tutt’attorno a lui si scatenava il marasma, è stato lasciato lì per degli degli interminabili minuti, mentre i cecchini si occupavano di finire le vittime più “motili”.

Ci vollero venti minuti per giustiziare i Romanov, e una delle vittime non era manco morta quando la caricarono sul camion per la fossa comune (lanciò un gemito, e fu finita in quel momento). Gli storici militari sottolineano come un plotone d’esecuzione ben addestrato ci avrebbe messo, sì e no, venti secondi a stare larghi.

Al nostro Alexei (Trupp), nella tragedia, andò di lusso. Il lacché dello zar Nicola è stato identificato con sicurezza come lo scheletro n. 9 rinvenuto nella fossa comune che ha accolto i resti dei Romanov. Le analisi forensi combaciano bene con le testimonianze rilasciate dal capo del plotone d’esecuzione, e concordano sul punto che il nostro amico ebbe una fine, se non altro, invidiabilmente rapida. Ferito a una gamba, cadde a terra, e fu finito poco dopo con due colpi dall’alto sparati direttamente alla testa. Fu uno dei primi a smettere di soffrire.

Alexei Trupp

Venerato come martire dalla Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla Russia, è considerato un santo ortodosso a dispetto della sua fede cattolica. In una nota fatta circolare all’epoca della sua canonizzazione, la Chiesa Ortodossa fuori dalla Russia spiega che “questa persona fu battezzata dal suo stesso sangue di martire, ed è quindi degna di essere canonizzata assieme alla famiglia Romanov”.
(Non della stessa idea è il Patriarcato di Mosca, che – ritenendo la fine dei Romanov una tragedia, ma non un martirio in senso stretto – non ha modo di aggirare il ‘dettaglio’ sulla sua fede papista).

Con un riconoscimento di stima che Alexei non avrebbe mai nemmeno potuto immaginare, in vita, le sue spoglie mortali riposano nella Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo a San Pietroburgo, al fianco di quelle della famiglia Romanov e di tutti gli antenati della famiglia imperiale (!).
Sulla sua bara, a differenza delle altre, il Patriarcato di Mosca, che officiò i riti di sepoltura, volle che fosse impressa non una croce ortodossa, ma bensì una croce a quattro punte: quella cattolica.

La canonizzazione della famiglia Romanov

Non è facile parlare della famiglia Romanov, e il fatto che io abbia riscritto quattro volte l’incipit di questo post lo dimostra bene. (Ok, dimostra anche che ho un drammatico bisogno di una vacanza).

I Romanov sono chiaramente le vittime innocenti di un massacro così cruento da far venire i brividi, epperò in un certo senso se la sono anche ‘andata a cercare’. Con tutto il rispetto dovuto ai morti, non è che lo zar Nicola fosse esattamente un monarca illuminato.
Visto il macello che è successo in Russia dopo la loro caduta, è difficile non politicizzare la loro morte e/o non accostarcisi con pregiudizio. Epperò a distanza di cent’anni sarebbe anche bello cercare di guardare a questa tragedia con una certa obiettività – anche se dopo aver scritto “tragedia” m’è venuta la tentazione di cancellare e cercare un sinonimo più soft.

Esattamente cent’anni fa, nella notte tra il 16 e il 17 luglio, la famiglia imperiale veniva massacrata a Ekaterinburg, assieme a quattro dei suoi più fedeli servitori. I Romanov erano reduci da una lunga prigionia, e, se vogliamo giocare un po’ alle sliding doors, potremmo dire che avevano anche buone chance di non finire nel modo tragico che conosciamo tutti. Secondo i progetti iniziali di Kerenskij, primo ministro della Russia post-zarista, la famiglia (o quantomeno la sua componente femminile, ‘innocua’ nell’ottica di eventuali rivendicazioni del trono) avrebbe anche potuto espatriare in esilio, non appena si fossero calmate un po’ le acque.
Con la salita al potere di Lenin, la situazione dei Romanov peggiora drasticamente. All’interno del partito bolscevico, cresce il numero di chi chiede a gran voce una soluzione definitiva una volta per tutte. In particolar modo, è il soviet radicale di Ekaterinburg a fare la voce grossa, e alla fine ottiene ascolto. Nella tarda primavera 1918 i prigionieri gli vengono consegnati – e tutto ciò che segue è un rapido cammino verso la morte.

Famiglia Romanov 1913
Uno dei più bei ritratti fotografici della Famiglia Romanov (colorato successivamente): 1913.

E adesso facciamo un salto avanti di qualche decina d’anni. Siamo a New York sul finire degli anni ’70, e ci troviamo di fronte a una commissione riunitasi per uno scopo che probabilmente potrà sorprendervi: aprire il processo di canonizzazione per i membri della famiglia Romanov.

L’idea balzana (ma sarà poi così balzana?) viene per la prima volta agli esponenti della Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla Russia, che messa così sembra ‘na chiesucola separatista con un nome da far ridere, ma invece è una cosa seria. Nasce al principio degli anni ’20, quando, preso atto del fatto che in Russia marca male, il patriarca di Mosca autorizza tutti gli ortodossi espatriati all’estero a cercare altrove un’altra guida spirituale (ché se stai ad aspettare le direttive di una Chiesa clandestina sotto dittatura, allora campa cavallo…).
Nasce così la Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla Russia, composta da un sinodo di vescovi residenti al di fuori dell’URSS e aventi come capo un loro proprio metropolita.
Ebbene, verso il finire degli anni ’70, questi signori si mettono in testa una cosa: la famiglia Romanov è stata uccisa barbaramente, è stata uccisa dai comunisti, in un certo senso è morta da martire… dunque, deve essere canonizzata.

Ok, non fate queste facce: capisco la vostra perplessità. A naso, io ho come la vaga impressione che i Romanov siano morti per ragioni politiche, più che per una questione di persecuzione religiosa. Ehm.
Certo è che i Romanov erano persone di fede. Chi più, chi meno, e non sto dicendo fossero tutti stinchi di santo: però, ci sono lettere, scritti personali, testimonianze a suffragio di questa tesi. La zarina e una delle sue figlie si sono pure fatte il segno della croce subito prima d’esser crivellate a morte, per dire.
E poi i bolscevichi sono notoriamente anti-cristiani, e poi la conosciamo tutti la quantità di martiri che ci sono stati nell’URSS nel corso dei decenni…

Insomma, la Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla Russia non ci va tanto per il sottile: il 31 ottobre 1981 proclama santi martiri tutti i membri della famiglia Romanov uccisi a Ekaterinburg, come pure i quattro servitori che sono andati incontro alla stessa sorte. Successivamente, provvederà a canonizzare come martiri anche altri membri di rami secondari della famiglia imperiale, uccisi dai bolscevichi in tempi successivi.
Una scelta coraggiosa e non priva di valore politico. Proclamare i Romanov santi martiri, a New York, e nel bel mezzo della Guerra Fredda, è chiaramente un messaggio per il mondo.

Icona Romanov e Servitori
In una icona che mette una vaga angoscia per quanto è affollata, i martiri di Russia secondo la Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla Russia.

Procedette con molta più cautela, dieci anni più tardi, la Chiesa Ortodossa Russa dentro la Russia.

Nel 1991, succedono due cose. Una, è la dissoluzione dell’URRS; l’altra, è il ritrovamento della fossa comune in cui erano stati gettati i resti dei Romanov dopo il massacro.
‘nsomma: un po’ la ritrovata libertà religiosa, un po’ il rinvenimento di quelle che in teoria sarebbero le reliquie se davvero i Romanov sono santi… era quasi inevitabile che anche in seno alla Chiesa Ortodossa in Russia nascesse l’idea di un processo di canonizzazione.

I Russi, per l’appunto, procedono con più cautela. Ovviamente, ‘sul posto’ la situazione è più delicata. Da un lato, c’hai decenni di propaganda comunista in cui gli zar sono stati dipinti come l’incarnazione del male in terra; dall’altro, c’hai una minoranza inquietante e rumorosa di nostalgici con simpatie zariste a cui non vuoi mettere strane idee in testa.
Perdipiù, una Chiesa appena uscita allo scoperto non vuole manco mostrarsi all’opinione pubblica come un sostenitore dei Romanov oltre tempo massimo. Intervistando la popolazione, si nota come in molti (anche tra gli ortodossi praticanti, dico) ritengano lo zar Nicola tutt’altro che un brav’uomo. Ok, poverino, ha fatto una fine barbara: però il suo governo è stato debole e poco attento ai bisogni della nazione. Insomma: spiace che sia morto, ma da lì ad additarlo come esempio da seguire…
Per contro, c’è – esiste già! – una devozione popolare nei confronti della famiglia Romanov, basata su un comune sentimento di pietà che a tratti diventa vera e propria pietà cristiana. Secondo questi devoti, Nicola Romanov aveva avuto come unica colpa quella d’esser stato scelto dall’Onnipotente a governare sulla Russia in un periodo durissimo. Ha fatto del suo meglio per tutelare gli interessi della patria e ha fallito miseramente: però, ci ha provato.

La Chiesa Ortodossa, per togliersi dall’imbarazzante empasse, decide di sviluppare il suo processo di canonizzazione concentrandosi in modo particolare sugli ultimi giorni di vita dei membri della famiglia imperiale. In fin dei conti, non è forse vero che il martirio è un battesimo di sangue, e che esperienze forti di conversione in punto di morte possono cancellare interi decenni di vita peccaminosa?
La commissione decide quindi di esplorare due strade: se i Romanov cioè possano dirsi veramente martiri, e se i Romanov abbiano vissuto la loro morte e la loro prigionia con un afflato religioso tale da essere proposto come esempio ai posteri.

Sulla prima domanda, la risposta è un no: con buona pace di quanto hanno deciso gli ortodossi americani, dire che i Romanov sono stati uccisi in odium fidei… ‘nsomma…

Resta da stabilire se abbiano vissuto in modo esemplare la loro prigionia. Sul punto, il problema è che pochi sanno veramente ciò che accadde davvero a Casa Ipatiev, nelle settimane precedenti all’esecuzione. Corre voce di vessazioni continue subite dai Romanov e sopportare con cristiana pazienza (…anche perché, poracci, del resto cosa potevano fare?). Ma appunto, è un ‘corre voce’: le testimonianze non sono mai di prima mano.

Granduchesse Romanov estate 1917
Esempio: questa foto, scattata alle Granduchesse Romanov nell’estate 1917 durante i loro primi mesi di prigionia, parla di sevizie offensive, umilianti e immotivate, no? All’atto pratico, parrebbe che i capelli fossero caduti da soli a causa di terapie molto pesanti seguite dalle granduchesse per contrastare un attacco di morbillo che le aveva colpite. Vai a capire?

Esistono, sì, alcuni (rari) testi scritti dai Romanov nella prima fase della loro prigionia. E in alcuni di questi testi, un afflato religioso c’è – ma ovviamente, non in tutti. O meglio, non per tutti. Cosa vuoi che scrivesse di particolarmente religioso il piccolo Alexei, che poveretto aveva tredici anni? Nelle lettere di Anastasia si trova a stento qualche accenno a Dio e alla vita di fede, per non parlare poi della documentazione relativa ai quattro domestici che sono stati massacrati assieme ai Romanov: di loro, sopravvive una quantità di scritti veramente esigua. E comunque, in questi scritti, i tapini (giustamente), parlavano dei fatti loro, non dei massimi sistemi.

L’eventualità di canonizzare i domestici, in particolar modo, pone alla commissione altri due ordini di problemi. Il primo, non da poco, è che alcuni di questi domestici non erano ortodossi (!) – e se questo non era stato un problema (!) per la Chiesa Ortodossa fuori dalla Russia, secondo cui il martirio in odium fidei era stato un battesimo di sangue all’ultimo minuto… beh: il dettaglio diventa invece un grosso problema per la Chiesa Russia, che l’ipotesi martirio – come s’è detto – l’aveva già esclusa.

Ma anche per quanto riguarda i domestici che quantomeno professavano fede ortodossa, la posizione della commissione per la canonizzazione non è univoca.
Da un lato, ci si domanda fino a che punto si possa parlare di “serena accettazione” della prigionia e della morte, da parte di quattro poveri disgraziati che – detto tra i denti – erano lì perché erano sul libro paga degli zar. Cioè, poracci: lavoravano. Il valletto di Nicola Romanov è morto malamente perché Nicola Romanov ha insistito per avere con sé il suo valletto anche in prigionia. Ma allora: il valletto è morto da santo, o è solo una vittima della situazione?
Certamente, la risposta ovvia è che il valletto, a una certa, avrebbe anche potuto licenziarsi. Nessuno lo avrebbe biasimato – neppure i Romanov, probabilmente. Nella decisione (questa sì, eroica) di rimanere al fianco dei loro signori fino all’ultimo momento, i domestici ebbero quantomeno l’occasione di fare una scelta. I Romanov, ovviamente, non avrebbero potuto scegliere la libertà neanche volando; i domestici in teoria sì: e dunque non è ancor più lodevole ed esemplare il modo in cui hanno affrontato la prigionia anche a costo di morire?

Secondo me sì; però, con buona pace dei domestici, la Chiesa Russa decise alla fine di non occuparsi di loro. Se santi sono stati, si disse, non abbiamo modo di dimostrarlo: troppa poca documentazione (e non parliamo poi del fatto che alcuni di loro non erano ortodossi). Il modo migliore per onorarli – suggeriscono le autorità ecclesiastiche – sarà ricordare i loro nomi durante le commemorazioni e raccontare la loro storia. Ma nulla di più.

Quanto alle vittime imperiali, beh… dopo dieci anni di duro lavoro, la commissione giunge infine a una decisione condivisa. I Romanov non sono martiri, ma possono essere annoverati tra i “portatori di passione”, una categoria di santità che non trova un corrispettivo esatto tra quelle di noi cattolici.

Citando Wikipedia,

il titolo può essere assegnato a una persona che ha affrontato la sua morte in modo simile a Gesù. A differenza dei martiri, i portatori della passione non sono stati esplicitamente uccisi per la loro fede, sebbene si siano attenuti a quella fede con pietà e vero amore per Dio. Quindi, sebbene tutti i martiri siano portatori della passione, non tutti i portatori della passione sono martiri.

In particolar modo, la commissione per la canonizzazione dei Romanov ritiene che, nelle loro lunghe settimane di prigionia, i membri della famiglia imperiale abbiano affrontato quello che la Chiesa Ortodossa definisce podvig – altro termine che non ha corrispettivi nella tradizione cattolica, ma che sta a indicare una forte e dolorosissima lotta spirituale, per certi versi assimilabile a quella di Gesù nell’Orto degli Ulivi.

Granduchesse 1917
Un sereno scatto delle granduchesse Tatiana, Maria e Anastasia nelle prime fasi della loro prigionia, nella primavera 1917

Alla fine la canonizzazione ci fu: a due rate, tra il 19 e il 20 agosto 2000. Le celebrazioni si tennero nella Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca, proprio a pochi passi dal Cremlino. Un luogo simbolico, quello: la chiesa, costruita nell’800 per volontà dello zar Alessandro I, fu demolita nel 1931 con l’intenzione di costruirci sopra un grandioso Palazzo dei Soviet. (All’atto pratico, il palazzo non fu mai costruito a causa della carenza di fondi, e nel buco lasciato dalle fondamenta dell’ex-chiesa, Chrusev ebbe la pittoresca pensata di far costruire una piscina a cielo aperto). Ricostruita ex novo negli anni ’90, la cattedrale è già di per sé un simbolo potente.

Icona Famiglia Imperiale
Una delle tante icone raffiguranti la Santa Famiglia Imperiale

Quanto ai resti mortali dei Romanov (o reliquie, se preferite), essi riposano nella cattedrale dei Santi Pietro e Paolo a San Pietroburgo, assieme ai loro antenati. Sul punto in cui a Ekaterinburg ebbe luogo il massacro, sorge oggi la Cattedrale sul Sangue. Curiosamente per una chiesa, il nome completo ha un “sottotitolo”: in onore di tutti i santi risplendenti nella Terra Russa.

Cattedrale Sul Sangue

P.S. E comunque… non è mica finita qui!
Presente, i quattro servitori venerati come santi dalla Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla Russia e ‘scartati’ invece da quella Ortodossa in Russia? Ecco, io ho tutta l’intenzione di assecondare la proposta della Chiesa Ortodossa e di tenere viva la loro memoria.
Anche perché… non era mica un caso, il mio ripetere ossessivamente che alcuni di loro non erano nemmeno battezzati ortodossi. No, era finalizzato a questo ultimo colpo di scena: uno di loro, in effetti… era battezzato cattolico.

Di come il rosso divenne un colore politico

Se qualcuno avesse bisogno una volta di più di avere la conferma sul fatto che la ggggente è scema, suggerisco di farsi un giro sui social network usando come chiave di ricerca “maglietta rossa” (quella che siamo invitati in questi giorni a indossare in segno di appoggio ai migranti). Anche solo consultando la mia personale timeline di Facebook, potrei additarvi senza fatica quella che usa la stessa maglietta rossa da una settimana, lavandola la sera quando torna dal lavoro e rimettendosela addosso la mattina, e quella che – rea di aver indossato un toppino rosso che si accompagnava bene alle sue scarpe nuove – è stata esortata da sua madre a cambiarsi d’abito, perché la signora non vuole in casa “i pietisti delle magliette rosse”.

Certo che il rosso è un colore jellato, mi dicevano stamane tenendo in mano una blusa color vinaccia e soppesando pensierosamente la valenza socio-politica di quella specifica sfumatura. Non s’è mai visto nel corso dei secoli un colore che si porta appresso simbologie così tanto politicamente marcate: dal berretto frigio dei rivoluzionari alla bandiera rossa che trionferà, passando attraverso le giubbe delle armate garibaldine.

Rosso Pastoureu

E allora mi sono chiesta: ma perché proprio il rosso?
Ok, nel caso dei rifugiati lo sappiamo bene: le madri vestono di rosso i loro bimbi prima di farli salire a bordo, per renderli più riconoscibili in caso di naufragio. E ok: ma i sanculotti? I comunisti? I garibaldini? Come mai proprio e sempre questo colore, tra tutti quelli che esistono al mondo?

Per fortuna che c’è Michel Pastoureau, storico francese che s’è fatto un nome in questo campo di ricerca. Il suo (consigliatissimo) Rosso: Storia di un colore è stato perfetto per aiutarmi a togliermi questa curiosità.

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È solo dalla fine del secolo XVIII che il rosso assume (e prepotentemente) un significato politico che lèvate. Fino ad allora, gli stendardi rossi non veicolavano alcun messaggio particolare, anzi erano dei semplici segnali di ordine pubblico: per avvisare il popolo di una minaccia, si faceva sventolare un vessillo dal rosso acceso. Era un segno di allarme, un “fossi in te, io me ne andrei da qui e pure in fretta”.
Nel corso del Settecento, le autorità francesi cominciano ad approfittare di questa simbologia non tanto per annunciare al popolo un pericolo effettivo, quantopiù per disperdere le folle che si radunavano in piazza. Nello specifico, nell’ottobre 1789, in Francia, l’Assemblea Costituente decreta che, in caso di tumulti (già in corso, o anche solo presagiti), le forze dell’ordine “portino in tutte le vie e in tutti gli incroci una bandiera rossa”, dopodiché “tutti gli assembramenti verranno considerati criminosi e dovranno essere dispersi”.
Insomma: una bandiera rossa dal significato piuttosto oscurantista e liberticida, verrebbe da dire – altro che simbolo del sol dell’avvenir!

Sventolava una bandiera rossa anche nella famosa giornata rivoluzionaria del 17 luglio 1791. Luigi XVI, dopo aver tentato di fuggire all’estero, viene bloccato a Varennes e riportato in patria. La folla si raduna sul Champ-de-Mars, è in subbuglio, il raduno spontaneo pare mutarsi in rivolta. Il sindaco di Parigi ordina di esporre le famose bandiere rosse per dare alla folla l’ordine di disperdersi, ma prima ancora che i parigini abbiano il tempo di allontanarsi le guardie nazionali aprono il fuoco, senza preavviso.
Le vittime – una cinquantina – vengono immediatamente proclamate “martiri della Rivoluzione”, e la bandiera rossa (naturalmente, ormai “tinta del loro sangue”) diventa provocatoriamente negli ambienti rivoluzionati il simbolo del popolo in rivolta, pronto a levarsi contro la tirannia.

Da quel momento in poi, scrive Pastoureau,

il rosso avrà questa funzione in ogni sommossa e insurrezione popolare. Viene risfoderato ogni volta che il popolo scende in strada o vengono minacciate le conquiste sociali ottenute grazie alla Rivoluzione. E’ un segno di riconoscimento la cui forza simbolica andrà crescendo per tutto il XIX secolo.

Prudentemente chiusa nei cassetti durante l’esperienza napoleonica, la bandiera rossa ricomincia a sventolare dalle brarricate man mano che si avvicina la metà dell’Ottocento. Nelle giornate rivoluzionarie dell’estate 1830, nelle insurrezioni repubblicane del ’34, nella primavera del popolo del ’48: in tutte quelle occasioni, la bandiera rossa è lì, forte della sua straordinaria potenza simbolica ormai acquisita.
Ma non solo: man mano che i moti del ’48 si allargano a macchia d’olio in tutta Europa, ecco, anche in quel caso la bandiera rossa è lì. Di Stato in Stato, “dal Mazzanarre al Reno”, il rosso è ormai diventato il colore dei poveri, degli oppressi, di chi lotta per un futuro migliore.
E – ça va sans dire – anche di chi politicamente sostiene la loro causa.
Attorno alla metà dell’Ottocento, cominciano a nascere nei vari Stati d’Europa i primi partiti operai. Non c’è manco bisogno di dirlo: ognuno di loro sceglie di adottare il rosso come proprio vessillo. E, a quel punto, gli esiti sono prevedibili: la bandiera rossa che inneggia a Lenin, il libretto rosso di Mao Tse-Tung, le Brigate Rosse di triste memoria, il rosso di piazza Tienanmen…

Il legame tra il rosso e i partiti o i gruppi politici di sinistra e di estrema sinistra ha dominato la storia di questo colore per un secolo e mezzo, relegando in secondi piano tutti gli altri suoi campi simbolici: l’infanzia, l’amore, la passione, la bellezza, il piacere, l’erotismo, il potere, e persino la giustizia.

Pastoreau, per la cronaca, se ne rammarica:

Una corrente di pensiero lo ha confiscato a proprio uso esclusivo come simbolo o emblema, facendone, più che un colore, un’ideologia. Tanto che, ancora qualche anno fa, non era possibile confessare di preferire il rosso a tutti gli altri colori senza passare per un comunista convinto.

Certo: il caso specifico delle magliette rosse a sostegno dei migranti ha origini ben diverse e molto molto circostanziate. Rosse – come sanno anche i muri – sono le magliette con cui vestono i migranti nella speranza di essere più visibili in caso di naufragio: se vogliamo trovare una origine per l’hashtag del momento, dobbiamo ricercarla non certo nel berretto frigio di qualche dipinto ottocentesco ma nel vestitino del piccolo Aylan e dei suoi sfortunati compagni.

Se Aylan – poniamo – avesse avuto un vestito giallo, di giallo, oggi, il web si vestirebbe.

Ma la storia dei colori, e delle simbologie ad essi collegati, è così: straordinariamente appassionante, e ricca di colpi di scena. A me piace così tanto esplorare le infinite vie per cui, nel corso dei secoli, proprio un colore (quello lì: non gli altri) assume (spesso per caso) un significato forte e pregnante (che, spesso, si imprime nella nostra mente… e, da lì, è ben duro a morire).

Per un costume da bagno etico&pudico. Guida ai ‘meno peggio’ della grande distribuzione

Come ormai sapranno anche i sassi, questo blog s’interessa di moda, di tanto in tanto. Moda “modesta” (sul calco della modest fashion degli anglosassoni, AKA: non andare in giro mezza nuda solo perché è il trend del momento) e moda etica (AKA: non alimentare la schiavitù del nuovo millennio, indossando vestiti confezionati in condizioni di lavoro sotto il limite della decenza).

Certo: questo blog s’è messo questi paletti in fatto di moda perché la sua proprietaria è una masochista – non è facile trovare capi d’abbigliamento che rispondano a entrambe i requisiti. Soprattutto quando l’estate s’avvicina; soprattutto quando è il momento di scoprirsi per definizione: soprattutto quando c’è da andare in spiaggia, insomma.

Se nel mio scorso post avevo indicato alcune aziende di costumi da bagno 100% etiche (o quasi), a grande richiesta vengo incontro alle vostre domande proponendovi un elenco di brand, magari non proprio etici al 100%… ma che ‘nsomma sono un po’ meno peggio di altri quando si tratta di acquistare consapevolmente.
Buona lettura!

 

ESPRIT LOGO

Esprit, il brand tedesco che io trovo quasi sempre da Coin o alla Rinascente, non è uno stinco di santo ma dimostra un certo interesse verso la questione sociale. Sul versante ambientale, si impegna entro il 2020 a ridurre al minimo gli scarti di produzione e ad assicurarsi che le eccedenze di tessuto vengano riciclate per produrre nuovi capi. Sul versante di tutela dei lavoratori, Esprit delocalizza sì la sua produzione nel Terzo Mondo; tuttavia, impone ai suoi fornitori esteri un codice di condotta teoricamente molto rigido, a tutela dei lavoratori impiegati. In teoria, infrazioni a questo codice di condotta comportano conseguenze pesanti per il fornitore inadempiente, ivi comprese penali da pagare. Speriamo che non siano poi parole che rimangono solo sulla carta.

ESPRIT PROPOSTE

  1. Costume da bagno monospalla, € 69,99
  2. Costume da bagno con stampa, € 69,99
  3. Costume da bagno con volant, € 69,99

 

LOGO OYSHO

Oysho è un marchio del gruppo Inditex (quello che possiede anche Zara, per capirci), il quale… aehm, come dire?, non brilla particolarmente per le condizioni di lavoro dei poveretti che confezionano i suoi capi nel Terzo Mondo.
Eppure, Inditex, come tutti i colossi della moda, ogni tanto butta lì, a mo’ di specchietto per le allodole, una collezione (una su cinquantamila…) ispirata ai criteri della sostenibilità.
Solo specchietti per le allodole, appunto, e quindi da boicottare sdegnatamente? Oppure, un ammirevole primo passo verso modelli di produzione più etici?
Mah, io personalmente propendo per la seconda – se non altro perché, vedendo che la collezione speciale effettivamente vende, questi colossi possano essere incoraggiati a procedere in tal senso. Dunque, è con un certo piacere che segnalo la linea “Join Life” di Oysho, interamente creata con materiali riciclati e trattati in modo tale da non produrre emissioni nocive (per l’ambiente e per i lavoratori). Personalmente avrei gradito un focus un po’ più alto sulla sostenibilità umana… ma meglio che niente, dai!

OYSHO PROPOSTE

  1. Costume a fascia in tinta unita, € 39,99
  2. Costume in tinta unita con volant, € 45,99
  3. Costume a fascia con fiori sullo scollo, € 49,99

GAP LOGO

Tra i big della grande distruzione, GAP è uno di quelli che, più di tutti, da anni si distingue per il suo approccio ai temi etici e sociali. Nei contratti siglati con le ditte a cui viene subappaltata la produzione dei capi, GAP include un codice di condotta molto vincolante. Inoltre, a differenza di quanto fanno altri grandi marchi, GAP diffonde senza problemi l’elenco dei suoi fornitori e rende noti i loro dati di audit, permettendo così di verificare la correttezza delle procedure adottate.
Insomma, niente male.

GAP PROPOSTE

  1. Stripe One-Piece Swimsuit, € 60,00
  2. High Leg One-Piece Suit, € 60,00
  3. Strappy Low-Back Swimsuit, € 60,00

BANANA REPUBLIC LOGO

Di Banana Republic, io ignoravo completamente due cose.
La prima: che fosse pressoché sconosciuta nel resto d’Italia. Ha un negozio a Torino, ha un negozio a Roma, io pensavo che ci fosse più o meno in tutte le grandi città… e invece no: c’è solo in quelle da cui transito io, apparentemente. Vabbeh: capitolini, sabaudi, siate avvisati.
La seconda cosa che assolutamente non conoscevo: che la proprietà del brand fosse sempre di GAP. Ergo: valgono per Banana Republic tutte le belle cose elencate sopra.
Avviso per i cuori deboli: costa un occhio della testa, eh. Spesso la si trova in offerta su siti come Privalia o SaldiPrivati, e lì, con un po’ di fortuna, si riescono a fare dei buoni affari. Io intanto ve la segnalo.

BANANA REPUBLIC PROPOSTE

  1. Costume Mayfair, € 229,95
  2. Costume Kelly, € 167,00
  3. Costume Zaha, € 221,00

PETIT BATEAU LOGO

Petit Bateau nasce nel 1893 in Francia… e lì rimane, insistentemente. In questo senso: il brand, rivolto alla produzione di vestiti per bambini, sì, ma con un occhio anche alle mamme, gestisce in prima persona buona parte della sua produzione, in fabbriche francesi e nel Maghreb (ma sempre di sua diretta proprietà – il che è ovviamente garanzia di condizioni di lavoro decenti, se non altro per questioni di immagine). Solo il 20% della produzione è delocalizzato in aziende fornitrici terze, le quali dovrebbero essere in ogni caso vincolate da un codice di condotta sottoscritto in sede di stipula del contratto.
Diciamo che a me rincuora, più che altro, l’80% non delocalizzato, ecco.

PETITE BATEAU PROPOSTE

  1. Costume da bagno millerighe, € 59,00
  2. Costume intero a righe, € 75,00
  3. Costume da bagno stampato bianco, € 85,00

h&m consciuos logo

Segnalazione Bonus: H&M… ma con alcuni “ma”.
Il primo, è che H&M ha ancora molta strada da fare.
Un po’ come quanto accade per Oysho/Inditex, l’azienda svedese ha arricchito la sua offerta con una collezione improntata ai criteri di sostenibilità: sto parlando della linea Conscious, riconoscibile a colpo d’occhio nei negozi perché il cartellino col prezzo è di colore verde.
In teoria, i capi di questa collezione dovrebbero essere prodotti con energie rinnovabile, senza rilasciare nell’ambiente scarti di lavorazioni eccessivamente tossiche, e in condizioni di lavoro decenti. All’atto pratico, pare che non tutto sia così rose e fiori, nemmeno per quanto riguarda la ristretta cerchia dei prodotti “coscienziosi”: non ho ancora visto, ma vi segnalo sulla fiducia, questo documentario che analizza la questione. Però, come dicevo sopra per Oysho: è quantomeno un inizio, anche se altamente perfettibile.
Il secondo “ma”: qui fino ad adesso abbiamo parlato di costumi da bagno; ad oggi, non ne vedo nessuno all’interno della linea Conscious. In ogni caso ve la linko lo stesso, anche perché ci sono alcune cose molto sfiziose perfette per essere usate come prendisole!

H&M proposte

  1. Abito a spalle scoperte, € 9,99
  2. Abito in lyocell, € 34,99
  3. Abito smanicato, € 14,99

Il Coso del Mistero, 8

È ovvio che, col senno di poi, son bravi tutti (Wanna Marchi inclusa).
È ovvio che (precisiamolo, per non scompensare i cuori deboli) io non credo davvero di poter prevedere il futuro attraverso una chiara d’uovo lasciata a mollo in acqua per una notte.
Però, mi piace portare avanti l’antica tradizione dei miei avi: quella per cui, nelle campagne del Nord Italia, alla vigilia della festa di San Pietro si poneva una brocca di vetro fuori dalle mura di casa, nell’erba fresca bagnata dalla rugiada. Nella brocca, un po’ di acqua; e dentro l’acqua, una chiara d’uovo. Come per magia (o come per miracolosa volontà di San Pietro pescatore…), nel corso della notte, complici le basse temperature, la chiara d’uovo si sarebbe rappresa, generando una forma in qualche modo simile a una barchetta con vele spiegate.
Era – secondo la tradizione – una “miracolosa” immagine della barca di San Pietro. Ed era anche – così assicurava la credenza popolare – un pronostico per l’anno entrante. Sì, perché, l’immagine che si sarebbe intravvista attraverso le vele di questa chiara d’uovo rappresa, avrebbe fornito un forte indizio di ciò che sarebbe accaduto nei dodici mesi a venire.

Ripeto: è ovvio che, col senno di poi, a fare pronostici all’indietro (!) son bravi tutti: epperò, è sorprendentemente divertente (e/o, divertentemente sorprendente) notare quante volte nell’arco di questi anni la mia “barca di San Pietro” ci abbia preso. Col senno di poi, verrebbe da dire che mi ha pronosticato con ferma precisione una inquietante quantità di malanni medici, un trasloco non preventivato, incontri inaspettati ed acquisti ancor più aspettabili.
Certo, nulla di tutto questo sarebbe potuto accadere se non fosse stato per il mio affiatato team di veggenti amatoriali che ogni anno accorre su queste pagine per fornirmi la sua interpretazione.
Sì insomma, voi.
Da anni ormai ci divertiamo assieme, quindi anche oggi torno all’attacco con la domanda di rito: secondo voi, cos’è ‘sto coso?

DSCN8159

I primi che hanno avuto modo di darmi il loro parere concordano quasi unanimemente per un anno incoraggiante: quasi tutti ci vedono un omino che fa “yeah!”, orgoglioso per il risultato raggiunto.

Dobie The Spy Telegram

Una minoranza ci vede una signorina che s’attacca al tram su un autobus affollato

Donna Appesa al Tram

e io personalmente ci ho visto una specie di mostro gobbo.

Fata Triste
Tipo questo, ma gobbo

Ma naturalmente adesso ho bisogno di sentire la vostra argomentata opinione.
E dunque, amici: secondo voi, cos’è ‘sto coso?

Cinque brand che fanno al caso vostro se volete andare in spiaggia con un occhio all’etica e al pudore

Se  mi leggete da un po’ di tempo, lo saprete: questo blog si interessa di tanto in tanto alla modest fashion, e cioè a quello stile di vestire – frequentemente, ma non solo, dettato da convinzioni religiose – per cui le donne non amano andare in giro mezze nude (id est: con minigonne, mini shorts, scollature profonde, e così via dicendo) preferendo invece esprimere se stesse con un abbigliamento che potremmo definire “più pudico”.
Se mi leggete con attenzione saprete anche che, da un paio d’anni, la sottoscritta ha deciso di complicarsi la vita scegliendo di comporre il suo guardaroba non solo secondo i criteri della modest fashion, ma anche tenendo d’occhio i criteri della moda etica. Id est: capi d’abbigliamento che vengano prodotti in condizioni di lavoro decenti e da lavoratori quantomeno non ridotti in schiavitù, se non proprio remunerati come Dio comanda.

Ebbene: poiché la micidiale combo di questi due criteri ha determinato un rapido restringersi del mio guardaroba e un significativo picco di accessi alle pagine che trattano di questi argomenti, segno che il tema interessa, ecco qui un comodo vademecum per la fashionista modesta ed etica (poraccia…) che ha bisogno di comprare un costume da bagno per le vacanze al mare.

Sulla vexata quaestio “bikini sì / bikini no”, che ogni anno infiamma le pagine di modest fashion, io propendo, con ogni evidenza, per il no. Cioè: senza offesa per chi se lo mette, ma io mi sento decisamente più a mio agio con un costume intero, meglio se accompagnato da un pareo quando si sta in spiaggia. (A dire il vero amo molto anche gli abiti da bagno, ma non ho ancora trovato aziende che li producano secondo i criteri del fair trade che stanno a cuore a me…).
Per questa ragione, ognuna delle proposte che seguono riguarderanno solo costumi interi. Se vi interessano i bikini (o se non vene può fregar di meno della modest fashion, e siete capitati qui alla ricerca di costumi da bagno etici tout cort), ovviamente tenete conto che ognuna delle aziende che vi linko propone nel suo catalogo anche costumi molto meno castigati.

Ma intanto… quali sono queste meravigliose aziende?

Kiniki

Kiniki nasce una quarantina d’anni fa nella ridente cittadina di Newcastle Under Lyme, Strattfordshire. Da quel dì, opera per produrre prodotti interamente made in England, il che è una confortante garanzia di condizioni di lavoro, diciamo, non disumane.
L’ho trovata interessante per due ragioni. Uno: i bassi costi di spedizione – Kiniki punta tutto sul commercio online, e per spedizioni in Europa applica una tariffa di circa 5 sterline (un po’ di più o un po’ di meno, a seconda dell’importo del vostro ordine). Due: Kiniki pare aver sviluppato una speciale tecnologia Tan Trough – dei micro-buchini sulla stoffa del costume da bagno dovrebbero permettere ai raggi del sole di penetrare attraverso il tessuto, garantendo una abbronzatura uniforme. Caratteristica che diventa tanto più preziosa quanto più Kiniki offre una vaaaasta serie di abiti da spiaggia (parei, harem pants, kaftani), e chi più ne ha più ne metta. Se mirate all’abbronzatura e “dovete” scoprirvi il più possibile per questa ragione, Kiniki potrebbe essere la soluzione modesta che fa per voi.

KINIKI COSTUMI

  1. Costume da bagno Tahiti, € 32,37
  2. Pareo Azure, € 16,44
  3. Ledbury Ladies Swimsuit, € 20,42

Vive Maria

Non sono perfettamente certa di amare Vive Maria, un brand che inneggia a Maria Vergine (ooohh!), ti piazza medagliette miracolose su ogni abito (oooohhhh!!!), epperò lo fa in un’ottica che mi sa tanto sia provocatoria. Vive Maria è un brand di intimo sul sexy andante con uno stile deliziosamente retrò: e diciamo che, per piazzare la medaglietta della Madonna su un babydoll, o sei davvero molto devota… oppure lo fai con altre intenzioni.
In ogni caso: Vive Maria esiste e lotta assieme a noi, forte di una produzione interamente made in Germany (il che, di nuovo, è garanzia di una filiera di produzione quantomeno controllata).
Se vi piacciono i costumi retrò (… con un tocco di catto-kitch) probabilmente non potrete resistere a questi:

VIVE MARIA COSTUMI

  1. Costume Sweet Swallow, € 23,99
  2. Costume Blue Sea, € 23,99
  3. Costume Fleur Noir, € 23,99

King Louie

King Louie, come sapete, è uno dei miei brand preferiti, per quanto riguarda l’abbigliamento etico. Anche questo marchio olandese punta tutto su uno stile coloratissimo e retrò, con stampe floreali e motivi anni ’70. I suoi prodotti non sono Made in Nederlands: King Louie si avvale di aziende manifatturiere delocalizzate in aree spesso soggette a sfruttamento, come Albania e Turchia. La cosa bella, però, è che l’azienda ha particolarmente a cuore il fair trade, ed esige che le aziende con cui collabora abbiano standard ben precisi circa la sicurezza sul lavoro e il trattamento dei dipendenti. Insomma: un bel modo per delocalizzare… facendo del bene là dove si dà lavoro.
Avviso per i deboli di cuore: questi costumi da bagno sono carucci in più di un senso…

KING LOUIE COSTUMI

  1. Costume “Lambada”, € 94,95
  2. Costume “Cherise”, € 94,95
  3. Costume “Hula”, € 94,95

Adalù

Adalù è un marchio che trovo moooolto interessante, per molteplici ragioni.
La prima: è una azienda italianissima, con sede sulla Casilina – e un po’ di sano campanilismo, si sa, in economia non fa mai male. La seconda: oltre a modelli normalissimi e vezzosi, Adalù propone anche tagli straordinariamente castigati (oltre che vere e proprie mute per surfisti). E infine: la stylist di Adalù ha a cuore non solo il made in Italy, ma anche l’ambiente, e punta a collezioni sempre più all’insegna della sostenibilità ambientale. E anche quello non fa male, dai!

ADALU COSTUMI

  1. Costume Avocado, € 41,30
  2. Mezzaluna rosa, € 79,90
  3. Costume “The Seventies”, € 69,00

Frija Omina

Minimalista e austera come comanda la tradizione mitteleuropea, così è la collezione mare di Frija Omina, piccolo brand tedesco con sede a Berlino. Non solo la produzione è interamente made in Berlin, ma l’azienda dedica moltissima attenzione anche alle tematiche ambientali. Il suo stabilimento va avanti a suon di energie rinnovabili, le stoffe selezionate per il confezionamento provengono in gran parte da coltivazioni bio, e gli scarti di lavorazione non vengono gettati, ma usati come imbottitura per cuscini. Se amate uno stile minimal e senza tempo (…e se avete un budget alto), questo marchio potrebbe fare per voi!

FRIJA COSTUMI

  1. Tankini in tessuto ricilato “Nowe”,  € 99,90
  2. Costume in tessuto biologico “Madri”, € 99,00
  3. Costume in tessuto riciclato “Laik”, €99, 90

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Certo, mi pare già di sentirvi: “e dove cavolo le compro queste marche, mai sentite prima??”.
La risposta ovvia è: su Internet, ma non disperate – se non siete amanti degli acquisti online, se preferite provare i prodotti in camerino, se non vi fidate di questi marchi sconosciuti… there’s more to come, come dicono gli Inglesi.  Anche nella grande distribuzione ci sono alternative etiche (…o, quantomeno, meno peggio delle altre) per chi ha bisogno di fare shopping per l’estate.
Prossimamente, su questi schermi!

Cercar moglie, nel Medioevo

Con tutto questo parlar di famiglie, si trascura (ovviamente; perché appunto è un’ovvietà) l’elemento che di più di tutti – più di mille “grazie” “prego” “scusa”, attese pazienti e compagnia cantante – è alla base del successo per una buona famiglia.
Quale? Beh, ma ovvio: crearsi una famiglia con la persona giusta.

Mi par di sentirvi: “e grazie al cavolo”. Non esiste un vademecum del partner perfetto, né tantomeno esiste il vademecum di come andarselo a cercare. Trovare l’anima gemella è una questione di sentimento, di fortuna, un evento raro come il perfetto allinearsi degli astri in cielo, e…
…e, ‘nsomma, nì.

Se non esiste un vademecum per la ricerca del partner perfetto, oggi, per l’uomo del 2000, è senz’altro vero che di vademecum simili ne sono stati scritti millemila nel corso dei secoli – quando cioè la scelta del partner aveva ben poco a che fare col sentimento, ed era dettata perlopiù da lucidi ragionamenti fatti a tavolino. All’epoca sì che ognuno diceva la sua, per esortare il nubendo a far la scelta più saggia!
E per quanto nessuno auspichi, ovviamente, un ritorno ai matrimoni combinati del tempo che fu, possono comunque essere a loro modo utili strumenti di riflessione le raccomandazioni che venivano fatte, un tempo, a coloro che si accingevano a cercar moglie. Ne estrapolo alcune dal bel saggio di Silvana Vecchio, La buona moglie, edito nell’interessantissima Storia delle donne della Laterza.
E ne estrapolo alcune scegliendole non tanto tra le raccomandazioni degli economi attenti a fare un buon affare con le nozze giuste, ma bensì tra le raccomandazioni dei religiosi, attenti già da allora ad orchestrare un  matrimonio… che fosse anche sacramento.

E dunque: cosa suggeriva il prete al giovanotto medievale che stava cercando moglie?

1) Non anteporre la dote a tutto il resto

Non nascondiamoci dietro a un dito: la ricchezza della dote era un requisito fondamentale per la scelta di una buona sposa, ed era anche “giusto” che fosse così, considerato il ruolo che il matrimonio aveva in quel periodo. Però, senza nulla togliere all’importanza del dato economico, i predicatori medievali sottolineavano, concordi, come questo fosse un elemento da posporre ad altri ben più importanti.
Quali?
Beh: lasciando da parte le doti squisitamente religiose, vi erano infinite “virtù laiche” da ricercare in una moglie, prima ancora di guardare al suo conto in banca. Ad esempio un buon carattere, una reputazione immacolata, la quantità delle sue amicizie (indice di una capacità di interessere buoni rapporti col mondo esterno).
Poi, ma solo in subordine, può anche entrare in gioco un discorso di tipo economico.

2) Scegline una alla tua portata

Sai: i soldi (e magari qualche pater familias poco attento ai desideri delle sue figlie) possono fare miracoli. Era cosa relativamente facile che un vecchiaccio storpio e con la gotta prendesse in sposa una ragazzina tra le più piacenti sul mercato.
Sconsigliato, dicono i predicatori: ma non tanto per pietà nei confronti della piacente fanciulla! Si suggerisce, piuttosto, che la moglie sia sostanzialmente pari al marito, sia per età che per aspetto esteriore, proprio a fini buona riuscita del matrimonio.
Secondo Peraldo, domenicano lionese, l’omogeneità della coppia (anche proprio a livello fisico!) è elemento indispensabile per la sua stabilità nel lungo periodo. Jacopo da Varagine gli fa eco suggerendo all’uomo-medio una donna “della porta accanto”, giusta via di mezzo tra una bruttezza eccessiva che ti fa salir la depressione addosso e una bellezza dirompente che genera spesso ansie e gelosie.

3) Ricorda il detto “tale il padre, tale il figlio”

Troppo spesso noi moderni consideriamo il matrimonio solo ed esclusivamente come una cosa alla “due cuori e una capanna” – come se poi, oltre la porta della capanna, non ci ritrovassimo con tutta la famiglia d’origine del nostro ammmore che, giustamente, ci suona al campanello.
Gli antichi tenevano questa circostanza senz’altro in maggiore considerazione: ovvio, in un’epoca in cui il matrimonio non era tanto una scelta d’amore, quantopiù un’alleanza tra due famiglie.

Bene: i predicatori medievali concordano in massa sul detto che “la mela non cade lontano dall’albero”. Prima di scegliere una sposa, dunque, si studi attentamente tutta la sua famiglia: non solo perché, giustamente, è con quella famiglia che ti stai imparentando, ma anche perché… beh: dal comportamento dei genitori, si comprendono tante cose sui figli. Jacopo da Varagine suggerisce di stalkerare a lungo la potenziale suocera per farsi un’idea di quale possa esser stata l’educazione ricevuta dalla figlia. Paolo da Certaldo guarda ancora più lungo, e non disdegna occhiate indagatrici addirittura alle nonne (!) della futura sposa.
La mela non cade lontana dall’albero: e se suoceri di buon carattere possono essere una rassicurante consolazione, suoceri scostanti ed immorali dovrebbero essere un enorme campanello d’allarme – indipendentemente dalla vastità delle terre che portano in feudo.

4) Meglio una vergine alle prime esperienze che una donna consumata

Ma non per una questione puramente sessuale, anzi! Nel Medioevo era frequente che una donna rimanesse vedova dopo qualche anno di matrimonio, infelicissima situazione dalla quale era senz’altro auspicabile che la signora venisse sollevata. Nessuno si sarebbe mai sognato di rifiutarla solo perché la tapina non era più illibata sessualmente, giusto per capirci.
I predicatori, però, suggeriscono di andare sempre molto cauti quando si prende in considerazione l’idea di sposare una vedova. Per una ragione molto semplice: la poveretta porta con sé un bagaglio emotivo che potrebbe essere difficile da gestire. Ella è già stata padrona di casa, ella è già stata moglie ; ella, forse, addirittura è già stata madre (e Dio non voglia che i suoi figlioletti rifiutino di vedere in te il nuovo capofamiglia!). A differenza della vedova, che arriva alle seconde nozze forte di abitudini già consolidate – tutti elementi di potenziale tensione nella quotidianità d’un matrimonio – la ragazza “alla sua prima storia” si getta nelle braccia dello sposo come una tabula rasa, sulla quale sarà più agevole scrivere assieme la propria storia famigliare.

5) Prega, prega, (e non pretendere l’impossibile).

Non è facile creare (e mandare avanti) un buon matrimonio. Anzi è difficile, difficilissimo: anzi, è proprio impossibile, se si pensa di poterlo fare con le sole forze umane!
Proprio per questo, secondo Peraldo, la principale occupazione di colui che sta cercando moglie dovrebbe essere pregare, in maniera non dissimile da chi, in noviziato, cerca di discernere la sua vocazione: pregare, implorare lo Spirito per un’illuminazione, e solo dietro assistenza divina scegliere la propria metà.
Che, si badi bene, non sarà mai perfetta, perché la perfezione non è di questo mondo. Il domenicano inglese Giovanni Bromyard è molto esplicito su questo punto: feconda o sterile, bella o brutta, la moglie è comunque, e inevitabilmente, fonte di problemi, prima o poi. Il partner perfetto non esiste, così come non esiste affatto il Matrimonio Perfetto.
Esiste semmai il Matrimonio Meno Imperfetto Possibile… ed è su quello che tocca lavorare, per farlo funzionare al meglio.

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“A Medieval Couple at their Wedding Feast”, Mary Evans Picture Library