L’antica festa di Sant’Andrea

È un felicissimo dono del destino, il fatto che il 30 novembre sia, a casa nostra, una data importante.
In famiglia, molto banalmente, ricordiamo un compleanno. Epperò, questo nostro essere in un clima di festa tiene in qualche modo viva una tradizione che, un tempo, era comune a molti popoli europei. E cioè, quella per cui il “periodo di Natale” inizia proprio i 30 novembre.

Non parlo, ovviamente, di tempo liturgico, né tantomeno di Avvento in senso proprio. Parlo di quel mood natalizio fatto di folklore, tradizioni popolari, vecchie credenze e antichi costumi, che da sempre si accompagna alle festività invernali.
Embeh: in moltissime aree d’Europa, il D-Day a partire dal quale si entrava in questo clima di festa era proprio il 30 novembre, memoria liturgica di Sant’Andrea.

Sant’Andrea, tanto per cominciare, non è il primo che passa. Tra gli apostoli di Gesù, è forse uno dei più famosi; inoltre, è il santo patrono di un mucchio di nazioni, tra cui Scozia, Russia, ex-Prussia, Ucraina, Romania. Insomma, il suo culto è diffuso.

La memoria liturgica cade il 30 novembre, e il 30 novembre è ovviamente l’ultimo giorno prima del mese di dicembre – anche a livello simbolico, questa data riveste già di per sé un significato mica da poco: siamo alla vigilia di quel lungo mese che pian piano ci porterà al Natale. L’Avvento è probabilmente già iniziato, oppure inizierà a brevissimo: ma la cosa bella del giorno di Sant’Andrea è che, pur trattandosi di una festa religiosa importante, è una festa religiosa in qualche modo “non regolamentata”, che si pone un po’ al di fuori dei rigidi ritmi liturgici dell’Avvento. Non stiamo parlando di una “Domenica Gaudete” o di una solennità, insomma: stiamo parlando della memoria di un santo, che casualmente va a cedere in questo clima di festa dicembrino.
È un po’ la stessa cosa che è successa a San Nicola e a Santa Lucia. Santi importanti nel martirologio, che, per il fatto stesso di “cadere” in un periodo così felice, hanno ricevuto un trattamento particolare da parte del folklore.

Sant’Andrea, che evidentemente è un pitocco, a differenza dei suoi colleghi non ha mai portato regali ai bambini. Epperò, ecco un utile vademecum di attività che d’ora in poi potrete svolgere nel giorno di Sant’Andrea, per onorare questo giorno… con festeggiamenti d’antan.

Uno. Improvvisati ghostbuster di streghe

Per antica tradizione, in Austria, nel giorno di Sant’Andrea, le donne prendono d’assalto il più vicino albero di albicocche, strappando piccoli rametti spogli che poi – non appena tornate a casa – sistemeranno in un vaso da fiori ricolmo d’acqua. Tempo un mesetto, e da quei rametti tenuti a mollo sarebbero nati dei piccoli germogli – e proprio con quei germogli le donne austriache avrebbero adornato i loro abiti da festa, nel momento di recarsi in chiesa per la Messa di Natale.
Ma a parte il dettaglio fashion, questa pratica aveva un utile risolto positivo. Grazie all’intercessione prodigiosa di Sant’Andrea, le donne adornate con i germogli dell’albicocco sarebbero state insignite di un potere straordinario: e cioè, individuare con certezza eventuali streghe presenti in chiesa nel giorno di Natale.
Nello specifico, Sant’Andrea avrebbe concesso loro il potere di vedere le streghe per come realmente erano vestite. Invece di coprirsi il capo in luogo sacro con un berretto, un cappello, un velo da Messa, le streghe – in segno di scherno – entravano in chiesa indossando a mo’ di copricapo… un secchio.
Magicamente trasformato in cappello agli occhi di tutti i presenti, naturalmente, ma non agli occhi di chi indossava quel giorno il germoglio magico dell’albicocco della festa del Santo.

Due. Rovina per sempre la vita dei tuoi figli con l’Effetto Pigmalione

Avete presente l’effetto Pigmalione, aka “la profezia autoavverantesi”? In psicologia, è quella forma di auto-suggestione per cui le persone tendono a confermarsi all’immagine mentale che altri individui hanno di loro.
Il tuo capo al lavoro ti considera un lavativo buono a nulla? È statisticamente probabile che il tuo rendimento tenderà gradualmente a calare, se non altro perché quel clima demotivante non incentiva a dare il massimo.
Ti sei appena iscritto in palestra, e il personal trainer pompa ogni giorno il tuo ego urlando “sei un grande! Guarda che progressi! Non fermarti! Ancora uno sforzo”? Probabilmente, finirai col crederci tantissimo, dedicandoti all’allenamento con tale e tanta dedizione da diventare effettivamente un palestrato.

Ecco, benissimo: la festa di Sant’Andrea è un buon momento per instillare nella tua famiglia il germe del pregiudizio.
In Romania, per antica tradizione, le donne facevano esattamente la stessa cosa delle loro colleghe austriache: staccavano ramoscelli di albero da frutto, uno per ognuno dei loro figli, e poi li mettevano a mollo in un vasetto d’acqua.
Il ramoscello del figlio fortunato (quello destinato a far soldi e a diventare Qualcuno, insomma) sarebbe fiorito per primo. Gli altri figli, coi ramoscelli non ancora fioriti… beh: peggio per loro.

Tre. Tira lenticchie in testa al tuo vicino di casa

Ehm. Nel sud della Germania, i bambini lo facevano davvero. In questa e in altre notti del periodo d’Avvento, vagavano di casa in casa intonando canti natalizi. Il loro stratagemma per attirare l’attenzione degli abitanti della casa era senz’altro molto singolare: invece di bussare alla porta, ‘sti teppistelli scaricavano una granguola di lenticchie contro i vetri delle finestre.

Quattro. Comincia a pregare come un pazzo

È consuetudine che, nel giorno di Sant’Andrea, i devoti inizino a recitare una novena. “E grazie al cavolo” mi direte voi: anche oggi è in voga l’abitudine di iniziare una novena il 30 novembre – in vista della festa dell’Immacolata Concezione, ovviamente.
Altrettanto ovviamente, però, la festa dell’Immacolata Concezione è una introduzione relativamente recente. Nei secoli passati, la novena di preghiera che prendeva il via nella festa di Sant’Andrea non terminava affatto l’8 dicembre… ma andava avanti ininterrotta fino alla Vigilia di Natale.
Una “mega novena” che durava quasi un mese, ‘nsomma, e che, secondo la credenza popolare, includeva un bonus fedeltà per i devoti più appassionati. Chi, in richiesta di grazie, avesse recitato la novena quindici volte al giorno, ogni giorno, dal 30 novembre alla Vigilia di Natale, avrebbe avuto la certezza quasi matematica di vedere il suo desiderio avverarsi.

Il testo è inglese perché anglosassone è la tradizione, ma, per chi volesse lanciarsi in questa devozione, potete trovare lo schema di preghiera qui:

Novena Natale 30 novembre

Cinque. Balla coi lupi!

In Romania, Sant’Andrea è tradizionalmente considerato il protettore dei lupi – probabilmente, a causa di una festa pagana preesistente che cadeva proprio in questi giorni. E insomma, è credenza che il santo apostolo, per aiutare i suoi amici lupi a superare il rigore del freddo inverno che è alle porte, conceda loro, nel giorno della sua festa, alcuni poteri straordinari.
Uno, di indubbia utilità, è catturare in un sol giorno tutte le prede di cui hanno bisogno per sopravvivere fino alla primavera.
L’altro – del quale secondo me i lupi farebbero anche volentieri a meno – è di parlare la lingua umana.
Non so francamente cos’abbia da dire un lupo a un umano di passaggio, ma, nel caso, provate a far due chiacchiere col vostro cagnolino. Metti mai che vi risponda.

Sei. Comprati un vestito nuovo!

Nel nord della Boemia, il 30 novembre era una festa importante, durante la quale molti lavoratori godevano di un giorno di riposo. Così accadeva anche alle ragazze che lavoravano nelle filande – e che, spesso, abitando lontano dalla famiglia, non potevano tornare a casa; dunque, trascorrevano il giorno di festa all’interno dello stabilimento di lavoro.
Senza lavorare, ovviamente – o meglio: senza lavorare, a meno che non lo volessero. Per lunga tradizione, le lavoratrici, quel giorno, potevano decidere di lavorare per se stesse: e cioè, sfruttare la materia prima messa a disposizione dal datore di lavoro per filare stoffe pregiate, da tenere per sé. E con cui confezionarsi poi un caldo abito all’ultima moda.

Sette. Trasformati in un paladino della fluidità di genere – per un giorno.

In vaste aree dell’Inghilterra, Sant’Andrea è considerato il patrono dei fabbricanti di merletti; sicché, come Dio comanda, i merlettai si astenevano dal lavoro nel giorno di festa del loro santo protettore. E, come spesso accade in occasione delle feste comandate, dopo una rapida toccata-e-fuga in chiesa si abbandonavano a una vasta serie di festeggiamenti licenziosi, comprensivi di bagordi, ubriachezza e carnascialeschi cambi di sesso. In una sorta di party in maschera, le donne si vestivano da uomini, atteggiandosi a “capofamiglia per un giorno”, e viceversa.

Otto. Cattura gli assassini!

Conoscete qualcuno morto in circostanze sospette, e desiderate scoprire l’identità del suo assassino? I Rumeni conoscono un metodo invincibile per farlo: tutto sta nel recarsi al camposanto, nel giorno di Sant’Andrea, e posare un secchiello di acqua benedetta sulla tomba del defunto. In questo secchio vanno gettate alcune monetine – forse retaggio di un qualche pagano sacrificio agli dei – mentre i presenti recitano alcune preci rivolte proprio al santo del giorno.
Ed ecco che il prodigio non tarderà a compiersi: la superficie dell’acqua si incresperà, svelando, a mo’ di identikit, il volto dell’assassino.

Nove. Scopri se è il caso di cominciare a organizzarti il funerale

Vi sentite poco bene, e/o avete un’indole disfattista? Ecco un metodo infallibile per scoprire se sarete ancora in vita fra 365 giorni: il 30 novembre, prima di andare a letto, fate sul vostro comodino un mucchietto appuntito di farina, a mo’ di montagnetta.
Se l’indomani mattina la montagnola di farina sarà crollata: brutte notizie, non arriverete vivi al 30 novembre 2018.
Se invece è rimasta in piedi, tutto ok: avete almeno altri dodici mesi da vivere!

Dieci. Lega a te l’uomo dei tuoi sogni!

Nella loro raccolta di storie del folklore tedesco, i fratelli Grimm ci mettono a parte di una antica credenza popolare secondo cui le ragazze da marito possono, nella notte di Sant’Andrea, compiere un rito d’amore per legare a sé l’uomo che sono destinate a sposare.
Il rituale prevede questo: nella notte più magica dell’anno, si apparecchi la tavola per due, con l’unica accortezza di non usare forchette. Magicamente, alla mezzanotte, un uomo meraviglioso verrà come teletrasportato in quella cenetta a lume di candela: e sarà una notte di chiacchiere, e di amore, e di dolcezza, terminata la quale “lui” si allontanerà, lasciando alla fanciulla un pegno del suo sentimento. Un piccolo oggetto che la ragazza dovrà custodire con cura: perché, se quel talismano d’amore sarà effettivamente conservato, un giorno l’amato tornerà – e questa volta sarà “per sempre”.
Ma attenzione: l’amato non dovrà mai vedere quel pegno di amore custodito dalla sua bella. Se questo dovesse accadere, lui scoprirebbe di essere stato raggirato: di essere vittima di un crudele incanto d’amore, di essere stato pilotato fin dall’inizio.
E, a quel punto, non c’è incantesimo che tenga: la poesia finirebbe, e così anche la storia d’amore. Proprio come in una fiaba – non necessariamente a lieto fine.

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Henryk Siemiradzki, “La notte di Sant’Andrea”, 1867

I miei cinque suggerimenti per il niubbo della Messa in Latino

Dicesi “niubbo”, nello slang internettiano, l’utente appena sbarcato su una comunità virtuale di cui non conosce né regole né consuetudini, e che, con volenterosa umiltà, mostra di volersi migliorare. Non a caso, “niubbio” è la storpiatura dell’inglese “newbie”.

Viste le domande seguite al mio ultimo post, mi è sembrato il caso di stilare un piccolissimo vademecum per tutti i potenziali niubbi della Messa in Latino.

Non siete mai andati a una Messa in forma straordinaria, e vorreste provare?
Vorreste provare ma non avete il coraggio, perché avete paura di far brutte figure?
Vorreste provare, avete il coraggio, ma concretamente non sapete dove/come/quando?

Al volo, ecco qui cinque suggerimenti molto terra-a-terra che, secondo me, potrebbero essere d’aiuto.

1) Per l’amor del cielo, assicurati di essere in buona compagnia!

Se la “buona compagnia” include un qualche amico, già frequentatore della Messa in Latino e desideroso di accompagnarti, questo senz’altro aiuta a rompere il ghiaccio. Io ho passato anni a corteggiare l’idea di una Messa in forma straordinaria, ma ho fatto il grande passo solo quando un mio amico mi ha detto “oh, io domani alle 9:00 sto a Messa in quella in chiesa là: ci andiamo assieme?”.

Ma la compagnia di un amico è solo un utile “di più”. Io in realtà vi suggerisco di controllare MOLTO MOLTO BENE che sia un compagno affidabile il sacerdote oltre la balaustra. Le Messe in forma straordinaria, tipicamente, sono officiate da tre tipi di persone:

a) bravi e santi sacerdoti dalle rette idee e dalla specchiata morale;
b) bravi sacerdoti dalla specchiata morale, che però purtroppo non sono in comunione con Roma;
c) sacerdoti svirgolati completamente fuori di testa, in completa rottura con Roma, proprio a livelli di scisma aperto.

Ecco, come dire. Cercate di accertarvi che il sacerdote che officia la vostra Messa appartenga alla tipologia A.

Se la Messa è officiata da un sacerdote diocesano, e/o appartenente a un istituto religioso degno di fiducia, e/o a una fraternità sacerdotale apertamente tradizionalista ma in comunione col Santo Padre (due esempi tra tutti: la Fraternità Sacerdotale San Pietro, o l’Istituto Cristo Re Sommo Sacerdote), dovreste stare in una botte di ferro.
Altri due esempi tra tutti: la Fraternità Sacerdotale San Pio X e l’Istituto Mater Bonii Consilii, sono, a vario titolo, in rottura con Roma. Io, alle loro Messe, proprio non ci andrei.

Detto ciò: vorreste trovare una Messa in forma straordinaria vicino a voi, ma non sapete dove? A questo indirizzo dovreste trovare un elenco abbastanza aggiornato. Evitate, se volete il mio consiglio, le Messe indicate con la freccettina gialla, che sono quelle officiate dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X.

2) Studia!

Magari voi siete meno scrupolosi di me; ma se, come me, siete Miss Perfettina, un pensiero che potrebbe mettervi fortemente a disagio è l’idea di andare a Messa in Latino per la prima volta, non saper come fare, e combinare qualche vergognoso pasticcio.
È per questa ragione che io vi consiglio fortemente (se non altro per la vostra serenità psicologica) di arrivare in chiesa… “preparati”. Per quanto la totalità delle chiese in cui tiene la Messa in Latino mettano gratuitamente a disposizione dei fedeli dei sussidii utili a seguire la liturgia, io vi consiglierei di arrivare già pronti, portando sottobraccio un messalino che avrete già consultato prima.

Personalmente, io mi sono trovata molto bene con il Messale Festivo Tradizionale “Summorum Pontificum” edito da Fede & Cultura: rispetto ad altri che ho sfogliato, ha il grandissimo merito di accompagnare il testo della Messa a indicazioni pratiche (“qui ci si inginocchia”; “qui ci si fa il segno della croce”).

3) Studia… ma senza troppa ansia

Sì, perché per tutti noi c’è stata una prima volta, e nessuno di noi frequentatori fissi se l’è dimenticato.
Se anche capitasse di fare pasticci; se anche capitasse di perdere il filo; se anche capitasse di restare in piedi quando tutti sono in ginocchio, o, peggio ancora, di restare in ginocchio e rendersi conto che tutti gli altri son già tornati in piedi da mo’… no panic.
Lo dico da frequentatrice ormai abituale: tutti, prima o poi, hanno sbagliato qualcosa; e c’è anche chi sbaglia di proposito (perché magari gli sembra una genialata stare in ginocchio durante il Vangelo, o altre bizzarrie del genere).
Se proprio vi sentite in imbarazzo all’idea di fare qualcosa di sbagliato, mettetevi nelle ultime file e studiate i movimenti degli altri: ma, davvero, è solo un timore vostro e nulla più.

4) Personalmente, suggerisco di cominciare da una Messa semplice

Ve lo spiego in soldoni, confidando che tanto leggerete meglio sul vostro messalino: le Messe in forma straordinaria possono essere di due tipi: semplice (o “Messa letta”) e solenne (o “Messa cantata”).
In buona sostanza, la Messa cantata viene, per l’appunto cantata; di norma, il sacerdote è accompagnato dal diacono e dal suddiacono, e, globalmente, l’atmosfera è molto più solenne.

Tantissimi siti si sperticano in lodi spassionate per la Messa solenne: se volete un grandioso primo impatto, andata a una Messa cantata, e allora sì che assaporerete davvero cosa vuol dire il sacro!
Meh.
Io amo le Messe solenni, ma non so se le suggerirei come primissimo impatto. Una Messa che viene in larga parte cantata (in Latino) (magari, anche da un coro a più voci) può commuovere fino alle lacrime, può far venire i brividi, può suscitare nei fedeli una specie di sindrome di Stendhal… ma può anche risultare un po’ dispersiva e difficile da seguire, soprattutto se è proprio la tua prima-prima-volta.

Io ho cominciato a frequentare la Messa in forma straordinaria ascoltando delle semplicissime “Messe lette”: il sacerdote parlava, io lo seguivo dal messalino, ascoltavo buona buona, ed è andata tanto bene così. Solo quando ho sentito di avere una certa dimestichezza con la struttura della Messa sono passata al livello superiore: Messe in canto, Messe solenni, Messe pontificali.
Ed è stato meraviglioso, e da brividi, e commovente fino alle lacrime – ma sospetto che non le avrei apprezzate così tanto, se non avessi già avuto modo di prendere dimestichezza con la Messa in Latino tout court.

Poi, oh, fate vobis. Per come sono fatta io, il mio suggerimento personale è questo.

5) Per le signore: nel dubbio, siate pronte a coprirvi i capelli

Il velo muliebre alla Messa in Latino è notoriamente una vexata quaestio: è un relitto del passato? È un rigurgito maschilista? È segno di vanità vezzosa? È davvero indispensabile?

Nel 2011, come prefetto della Signatura Apostolica, il Cardinal Burke rispondeva alla domanda di un fedele specificando:

Non viene chiesto alle donne di indossare un velo muliebre quando assistono alla Santa Messa nella forma ordinaria del rito romano. Ci si aspetta, tuttavia, che le donne che assistono alla Santa Messa secondo la forma straordinaria del rito romano siano a capo coperto, poiché era questa la pratica in vigore ai tempi del Missale Romanum del 1962. Non è, tuttavia un peccato, partecipare alla Santa Messa nella forma straordinaria a capo scoperto e senza indossare un velo.

Quindi, in sostanza: quello che vi mettete, o non vi mettete, in testa, sono fatti vostri. Sarebbe forse carino se le signore usassero la cortesia di venire tutte a capo coperto (non necessariamente da un velo, eh: va benissimo pure un berretto di lana), ma quello sta tutto alla vostra discrezione.
Io vi suggerisco di essere sempre pronte a coprirvi il capo, non tanto per una questione di coscienza, ma per una questione di… conformismo.

Conosco comunità in cui parte delle signore indossano il velo, parte delle signore non lo indossano affatto, parte delle signore lo indossano solo quando si ricordano di metterlo in borsa prima di uscir di casa… e quindi: come va, va. Conosco comunità in cui quasi tutte le signore vengono a Messa a capo scoperto, e le donne che indossano il velo sono una minoranza spesso risibile.
Però, conosco anche comunità in cui tutte le donne sono rigorosamente velate, e… beh: se siete voi le uniche a non avere niente in testa, correte seriamente il rischio di sentirvi un po’ fuori posto.
Just in case, almeno la prima volta, siate pronte a ogni evenienza.

Se siete della scuola “poca spesa, massima resa”, ho visto centinaia di ragazze usare a mo’ di velo una qualsiasi sciarpina autonnale di cotone, delle quali sono pieni tutti i nostri guardaroba.
Se vi scoccia andare in giro velate come la Madonna, siete fortunate ché stanno arrivando i primi freddi: un qualsiasi cappellino o berretto di lana sarebbe perfetto per coprire il capo senza farvi sembrare troppo bislacche.
Se invece siete delle fan dei veli muliebri e non vedete l’ora di indossarne finalmente uno: ce sono millemila, in vendita, e anche a pochi euro!
Se siete Romane o avete occasione di passare da Roma, a Borgo Pio ve ne tirano dietro a partire da 10-15 euro. Sennò, potete tranquillamente cercare su Internet, usando chiavi di ricerca come “mantilla” e “chapel veils”.
Verrete indirizzati su un sacco di e-shop statunitensi, perché lì la pratica di velarsi a Messa è molto più comune. Se volete fare acquisti in area UE per evitare spese di dogana, ci sono diversi siti inglesi (tipo questo, o questo) che hanno bellissime cosine.

***

Allora!
Che mi dite?
Queste dritte sono servite a qualcosa?

Naturalmente, se aveste altri dubbi… non avete che da chiedere!

Le dieci ragioni, non strettamente liturgiche, per cui mi piace la Messa in latino

701b66fb67ae1ab2c24127c78f34e6d5C’è voluto un trasferimento a Roma, perché io diventassi una estimatrice della “Messa in Latino”. Ciò che prima era sempre stato un vago punto nella mia wish list, a Roma è improvvisamente diventato una possibilità concreta: praticamente a due passi da casa, avevo una chiesa che officiava in forma straordinaria.

E fu così che, un bel dì, ascoltai la mia prima “Messa in Latino”. E poi la seconda, la terza, la quarta.
Dopo quasi due anni da quella ‘prima volta’, penso di potermi definire a buon diritto una habitué. Una habitué, peraltro, non esclusiva: se ho occasione di frequentare la Messa in Latino, ne sono felice; se non ho occasione, mi sta benissimo la Messa “normale”.

Curiosi di sapere come mai la forma straordinaria mi piace così tanto?
Per (almeno) dieci valide ragioni.

1) Trovi addirittura preti cattolici, a officiarla!

I die-hard della Messa in Latino staranno ridacchiando – “eh già: per trovare un prete cattolico che fornisca insegnamenti ortodossi, oggigiorno l’unico modo è frequentare le comunità tradizionaliste!”.
No, col cavolo, io sto dicendo un’altra cosa. Sto dicendo che puoi trovare preti cattolici addirittura a una Messa in Latino; ovverosia: la Messa in Latino non è appannaggio di gruppi scismatici, più o meno ereticali. Se pensate che siano i lefebvriani gli unici a officiare in forma straordinaria, fortunatamente vi sbagliate di grosso: più o meno in ogni diocesi, esistono bravissimi preti diocesani che offrono questo servizio in accordo col loro vescovo. Gruppi come l’Istituto Cristo Re Sommo Sacerdote o la Fraternità Sacerdotale San Pietro sono, a loro volta, in piena comunione con Roma.

Per frequentare la Messa in Latino, non c’è bisogno di mescolarsi con scismatici, eretici, o svirgolati. Certo, ci sono anche quelli – ma basta scegliere con criterio la chiesa in cui andare, e dovreste essere in una botte di ferro.

2) Se non stai super-attento a quello che succede sull’altare, va a finire che non ci capisci niente

Per molti, questo è un difetto: “buuuhh, è noto a tutti che nelle Messe in Latino i fedeli perdono il filo!”.
No: con un buon messalino, sei perfettamente in grado di seguire.
Indubbiamente, se hai la (s)ventura di perdere il filo, può effettivamente volerci un po’ a recuperarlo.

E questo dettaglio secondo me è meraviglioso: perché, sapete cosa? Io a Messa mi distraggo. Non dico che passo la Messa a farmi i fatti miei, ma faccio il mea culpa: talvolta mi capita, di distrarmi. E visto che, tutto sommato, quando mi distraggo non succede niente, continuo a distrarmi qua e là a cuor leggero.

Cosa succede se, invece, mi distraggo a una Messa in Latino? Con i lunghi silenzi di cui è pervasa, rischio seriamente di passare dieci minuti a fissare perplessa il prete, nel disperato tentativo di capire a quale punto si sia arrivati. Mi è già successo; non è stato bello.

Per la precisione: mi è già successo, una volta sola… perché dalla seconda volta in poi mi sono auto-imposta la massima attenzione, proprio evitare inconvenienti di questo tipo. Durante la Messa in Latino, la mia attenzione è al massimo per tutta la durata della celebrazione, proprio perché “so” che non posso permettermi di farla calare.

Il risultato è che, durante la Messa in Latino, io personalmente mi concentro più a lungo e meglio.

3) Eppure, è facile da seguire

C’è un po’ questo mito da sfatare: se vai alla Messa in Latino, il prete parla da solo dandoti la schiena e tu non ci capisci niente.
Beh, pianino a dare giudizi affrettati. Se ti compri un buon sussidio che ti aiuti a seguire la Messa; se lo leggi con attenzione; se rimani concentrata per tutta la cerimonia… in realtà, segui eccome. E segui bene, senza problemi.

Forse è vero che ai tempi dei nostri nonni non erano così diffusi messalini ben fatti, e il popolino, abbandonato a se stesso, non ci capiva un cavolo di niente. Oggidì, esistono millemila sussidi per chi ne ha bisogno: se si vuole seguire, si segue benone eccome.
Non c’è nemmeno bisogno di padroneggiare il Latino alla perfezione (i messalini hanno sempre una agevole traduzione a fronte).

4) Alle donne viene dato un ruolo tutto speciale

È noto che, durante le Messe in Latino, le donne sono invitate a coprirsi il capo.
Almeno ai miei lettori di vecchia data, è noto anche che, a causa di romanzesche vicende che non starò qui a dettagliare, io e il mio fidanzato siamo stati costretti ad anticipare di molto la data del matrimonio, organizzando la cerimonia suppergiù in due settimane.
All’altare ci siamo andati con gli stessi vestiti che qualche giorno prima avevamo usato per andare in ufficio; l’unico elemento che gridava “SPOSA!” nel raggio di dieci chilometri era il bellissimo velo di pizzo che io portavo in testa.

Ricordo che il mio parroco, finita la cerimonia, mi ha sussurrato “chi è che ti ha fatto questo bel velo in così poco tempo?” (evidentemente pensando di doversi complimentare con una qualche mamma).
E ricordo anche che, colta alla sprovvista, io l’ho preso per scemo. “Eh?? No… è il solito velo da Messa che metto sempre alla Messa in forma straordinaria”.

Il velo muliebre è qualcosa che va capito; e in tempi di femminismo post-sessantottino e di veli islamici imposti con la forza, è ovvio che non è così facile capirlo.
Ma un segno che ha il potere di conferire a tutte le donne la radiosa dignitosità di una sposa che va all’altare, non è proprio possibile definirlo “maschilista” e “patriarcale”.
Anzi.

5) È come partecipare a una rievocazione storica – con la differenza che è tutto vero!

Ammetto che per me – appassionata di Storia – è piuttosto emozionante pensare che la celebrazione a cui sto assistendo si ripete sempre uguale da diverse centinaia d’anni; che gli stessi canti, le stesse preghiere che scivolano fuori dalle mie labbra sono stati intonati e recitate da generazioni prima di me.
È un po’ come essere in una rievocazione storica di real history, solo che qui il “real” è reale per davvero.
Una motivazione senz’altro futile per frequentare la Messa in Latino – però, ammetto che è stata la ragione principale che mi ha spinto ad andarci la prima volta.

6) Se conosci un po’ di Storia, è bellissimo vederla all’opera

Ad esempio: vi è mai capitato di sentir parlare del “bacio della pace” (nei libri di Storia, su questo blog…)?
Non vi è mai venuta la curiosità di vedere come concretamente si attuasse nella liturgia questa bizzarra pratica, con preti che si baciano tra di loro nel bel mezzo della Messa?
Ecco: andare a una Messa in Latino vi permette di vedere in azione tutte quelle curiosità liturgiche che avreste detto relegate alle pagine di un manuale di Storia della Chiesa.
Anche quella è un’esperienza da non perdere!

7) Se non conosci affatto la Storia della Chiesa, potrebbe venirti voglia di approfondire

Non vi è mai capitato di sentir parlare del “bacio della pace”, quindi non vi capacitate di cosa caspita sia quello strano balletto che i preti mettono in atto a un certo punto della Messa, facendo mosse senza senso con l’atteggiamento più ieratico di questo mondo?
Delle due, l’una: o li prendete per scemi, oppure andate a prendervi un libro in grado di spiegarvi cosa caspita stava succedendo.
E anche questa è cultura!

8) È arricchente, riscoprire certe vecchie tradizioni

Indubbiamente è cultura anche il riscoprire certe tradizioni, tanto care ai nostri nonni quanto ignote ai nostri figli.
Baciare le mani di un sacerdote il giorno della sua prima Messa; pregare per i raccolti con le rogazioni; recitare la preghiera a San Michele Arcangelo con la stessa disinvoltura con cui si snocciola sovrappensiero un’Ave Maria…
Non è che io vada alla Messa in forma straordinaria per fare un corso accelerato di Storia del Cattolicesimo in real time. Però capita, ed anche quello è un arricchimento in più. Sarebbe un’esperienza da fare, di tanto in tanto, anche solo per sapere da dove veniamo.

9) Sono le riunioni di cattolici con l’età media più bassa in assoluto

Sei un giovane cattolico e fatichi a trovare coetanei che la pensino come te – o, peggio ancora, coetanei con cui avviare un serio progetto di vita? Lascia perdere i gruppi estivi e le riunioni parrocchiali del movimento ggiovani: io non ho mai visto così tanti cattolici under-35 come alle Messe in Latino che ho frequentato!
Seria, eh. Potrei citare una comunità in cui l’età media dei frequentatori, a occhio e croce, si aggira attorno ai 12 anni (includendo in ciò: amorose coppie sulla quarantina, con figlioletti che seguono devotamente Messa a mani giunte).

Non sto suggerendo di usare la Messa in Latino come un sito per incontri (ci mancherebbe altro), ma vedere tutti questi giovani, così motivati, macinarsi magari mezz’ore di automobile con figli piccoli pur di arrivare immancabili a quell’appuntamento domenicale, e proprio a quello… beh: scalda davvero il cuore, e fa pensare che non tutto è perduto.
Una terapia anti-depressiva che non tutte le comunità sono in grado di offrire.

10) Se guardi i sacerdoti, pensi che, dopo tutto, la Chiesa sta in una botte di ferro.

I preti che officiano in forma straordinaria, te li immagineresti come dei nostalgici ottuagenari attaccati al ricordo del tempo che fu.
Niente di più lontano dal vero, almeno per quanto riguarda la mia esperienza: ovunque io sia andata, ho sempre trovato, oltre la balaustra, sacerdoti giovanissimi, ferventi, palesemente motivati, capaci di controbilanciare la ieraticità della liturgia con omelie ‘all’acqua di rose’ perfette  for dummies; pronti nell’aiutare i nuovi arrivati bisognosi di chiarimenti; dolci e caritatevolmente fermi nelle confessioni.
Grazie a Dio è pieno di preti che rispondono all’identikit anche nelle chiese “normali” chiese (e ci mancherebbe altro!), ma la concentrazione di giovani vocazioni in queste fraternità sacerdotali è tale e tanta da strapparti davvero un sorriso. Se persino in questi tempi di magra c’è un tripudio di bravi, giovani, volenterosi sacerdoti, persino per certi cammini di fede old-style… allora, possiamo davvero sentirci in una botte di ferro. Ci sarà pure crisi, e tanta, ma la situazione non è disperata.

“Ma non potevamo semplicemente chiamarli martiri della carità?”. Il motu proprio di Papa Francesco e la nuova via per la canonizzazione

Il motu proprio promulgato ieri da Papa Francesco deve aver destato un po’ di perplessità, vista la quantità di domande che mi sono arrivate nelle ultime ventiquattr’ore.

Per chi non avesse seguito la vicenda, la Maiorem hac dilectionem a firma di Francesco ha introdotto una piccola, grande, svolta nei processi di canonizzazione. Fino ad oggi (anzi, fino a ieri), due erano le strade che potevano condurre un fedele alla gloria degli altari:
a)    il martirio, cioè la morte violenta causata in odio alla fede cattolica;
b)    l’esercizio in grado eroico delle virtù cristiane, argomento che avevo già trattato qui (quindi beccatevi il link e passiamo oltre).

Orbene: il motu proprio Maiorem hac dilectionem introduce una terza strada alla santità, da oggi aperta per direttissima anche a tutti “quei cristiani che, seguendo più da vicino le orme e gli insegnamenti del Signore Gesù, hanno offerto volontariamente e liberamente la vita per gli altri ed hanno perseverato fino alla morte in questo proposito”.

Questa “offerta della vita”, evidentemente, deve compiersi con una certa ratio: nello specifico, perché possa esser fatta valere in un processo di canonizzazione, dovrà configurarsi come una accettazione libera e volontaria di morte certa, prematura e a breve termine, cui si deve andare incontro mossi da carità.

Esempi concreti?
Beh: per dirne una, il medico che si offre volontario per assistere i malati affetti da un morbo gravissimo e incurabile, esponendosi al concreto rischio di contagio.
Oppure il classico eroe che nei film urla al criminale “fermo! Prendi me al posto suo!” per liberare il malcapitato che è stato appena preso in ostaggio.

Ça va sans dire, nel processo di canonizzazione verranno anche prese in esame, come di consueto, la fama di santità che dovrà seguire la morte eroica, la presenza di un miracolo operato post mortem dal venerabile, nonché la sua pratica delle virtù cristiane quand’era ancora in vita. Attenzione però: in questo caso, non è strettamente indispensabile che le virtù cristiane siano state praticate in grado eroico. Per chi muore offrendo volontariamente la sua vita – dice Papa Francesco – potrà essere sufficiente una pratica delle virtù cristiane esercitate “in grado ordinario”.
Lo stesso privilegio vale per coloro che vanno incontro a martirio: non necessariamente il martire deve aver praticato in grado eroico tutte le virtù cristiane, perché si ritiene che la donazione piena della propria vita, che ha luogo nel martirio, basti di per sé a cancellare completamente qualsiasi colpa passata, un po’ come un secondo Battesimo.
Vale a dire: puoi anche aver avuto una vita cristiana non totalmente integerrima – ma, se al momento buono, sei disposto ad offrire la tua vita per Cristo, questo basta già di per sé a spalancarti le porte del Paradiso.

‘nsomma, Papa Francesco ha in un certo senso assimilato ai martiri veri e propri questi “martiri della carità” (come li stanno chiamando impropriamente chiamando i giornali). Il che ha scatenato nei miei lettori una ridda domande: sì, ma allora non potevamo assimilarli ai martiri punto e basta? Non si poteva dire che chi rinuncia alla sua vita per un breve più grande diventa automaticamente martire, e tanti saluti?

No, non si poteva. Semmai sarebbe stata forse percorribile la strada inversa, cioè assimilare questi “donatori della propria vita” a coloro che hanno praticato in grado eroico almeno una virtù cristiana (in questo caso la carità). Ma mai e in alcun modo sarebbe stato possibile assimilarli ai martiri “veri”, mancando in questi casi una componente essenziale e ineludibile del martirio cristiano: ovverosia, l’essere uccisi in odium fidei.

Potrebbe sembrare una questione di lana caprina, ma non lo è affatto, e la necessità di una prova dell’odium fidei come motivo determinante della morte del martire è stata ribadita, in tempi molto recenti, da Papa Benedetto XVI, che, il 24 aprile 2006, dichiarava:

è necessario che affiori direttamente o indirettamente, pur sempre in modo moralmente certo, l’odium fidei del persecutore. Se difetta questo elemento, non si avrà un vero martirio secondo la perenne dottrina teologica e giuridica della Chiesa.

Si potrebbe dire che il martirio non consiste tanto nella morte che si subisce, quanto più nelle ragioni che hanno spinto l’assassino a uccidere: solo dall’esame di questo elemento si può determinare se la morte del cristiano sia veramente martiriale. Insomma, è indispensabile che l’omicida agisca perché spinto da un vero e proprio odio verso la fede cattolica, o, quantomeno, da un odio verso certi atteggiamenti che il fedele pone in essere a causa della sua fede.

Esempio? Sono incinta e rifiuto di abortire un figlio malato, perché una brava cattolica non abortisce i propri figli. Mio marito (non particolarmente anti-cattolico di per sé, ma fortemente determinato a non volere figli disabili), in un attacco di rabbia, dopo l’ennesima discussione, piglia e mi ammazza di botte, possibilmente urlando cose tipo “maledizione a quei preti che ti hanno messo certe idee in testa!” (e cioè tracciando egli stesso un collegamento tra il mio comportamento e la mia fede).
La mia morte non è causata da un odio alla fede in sé e per sé (non è che il mio assassino si sia irritato dopo un dibattito sulla transustanziazione): semmai è causata dall’odio verso il modo in cui la mia fede mi induce a vivere – il che è comunque giudicato assimilabile al martirio. In ogni caso, sono stata uccisa a causa della mia volontà di seguire Cristo.

Ma il buon cristiano che si fa avanti e dice “ok, in questa situazione c’è bisogno di qualcuno che si immoli per la causa, e mi offro volontario io perché mi sento pronto a donare la mia vita per il bene comune?”.
Atto lodevolissimo e fortemente cristiano, ma non martirio in senso stretto. Lo spiega molto chiaramente il manuale di studio sulle Cause dei Santi composto dalla competente Congregazione, laddove si legge che

anche se altamente nobile, la carità non può essere l’unico e sufficiente motivo per far diventare un cristiano martire nel verso senso della parola. Perché si possa parlare di vero martirio, la Chiesa insiste sulla necessità che il motivo della sua persecuzione e della sua morte da parte del persecutore sia l’odium fidei. Solo così il martire potrà diventare veramente simile a Cristo, cioè sua perfetta realizzazione, perché Gesù Cristo è stato messo a morte non in odio della carità che faceva, ma in odio al suo messaggio.

Quindi, no: questi “martiri della carità” non avrebbero potuto essere in alcun modo assimilati ai martiri tout court. Anzi, il termine stesso di “martiri della carità”, che stamattina invade le prime pagine dei giornali ma che purtroppo ha già contaminato da tempo i bollettini parrocchiali e il linguaggio chiesastico, induce i fedeli alla confusione e all’errore: coloro che muoiono offrendo la loro vita per il bene del prossimo sono degli “eroi”, dei “testimoni della fede”… ma NON dei martiri.
Semmai possono essere considerati dei “bravissimi cristiani molto altruisti”, toh: io li definirei senza problemi individui che, tra tutte le virtù evangeliche, hanno messo in pratica con un particolare grado di eroismo quella dell’amore per il prossimo.

La strada scelta da Papa Francesco è ancora diversa e va dritta al punto, istituendo una terza fattispecie per la canonizzazione dotata di un suo specifico iter processuale, che presumibilmente sveltirà le procedure e abbrevierà i tempi tecnici di attesa. Scrive infatti Papa Francesco:

È certo che l’eroica offerta della vita, suggerita e sostenuta dalla carità, […] è meritevole di quella ammirazione che la comunità dei fedeli è solita riservare a coloro che volontariamente hanno accettato il martirio di sangue o hanno esercitato in grado eroico le virtù cristiane.

Insomma: è in arrivo per noi un vasto campionario di “eroi della carità”, capaci di commuoverci ed edificarci con il loro estremo sacrificio altruistico e disinteressato?

Sì, con ogni probabilità. E io già affilo la mia penna (spuntata) per scrivere di loro.

Se fossi un sacerdote…

La bravissima Emilia del blog Testimoniando mi ha sorpresa, qualche giorno fa, con un post decisamente fuori dal comune. In occasione delle ordinazioni sacerdotali che stavano per tenersi nella sua diocesi, Emilia aveva fantasticato su che tipo di sacerdote sarebbe stata lei… “in un’altra vita”, come si suol dire.
L’ho trovato uno spunto di riflessione curioso e interessantissimo: immaginarmi nei panni di un sacerdote è stato un esercizio non da poco (sostanzialmente conclusosi con la consapevolezza che non sarei fatta per il sacerdozio). E insomma, il giochino mi è piaciuto così tanto che, rubando l’idea a Emilia, ho deciso di… presentarvi il don Lucio che (non) avrei potuto essere.

Chissà: per i laici che mi leggono potrebbe, forse, essere divertente mettersi alla prova in questo gioco di immaginazione.
E quanto ai sacerdoti che mi leggono… chissà che la lettura di questo tipo di post non sia interessante pure per loro!

***

Se fossi un sacerdote…

Sarei un sacerdote diocesano, nonostante la fascinazione che eserciterebbero su di me gli ordini religiosi (tipo Gesuiti, Salesiani, Rosminiani, per capirci). Sarei “tentata” fortemente, non tanto dall’opportunità di fare vita comunitaria, quanto più dalla possibilità di dare alla mia vita un indirizzo ben preciso, abbracciando un carisma specifico e magari molto settoriale.
Sarei fortemente tentata, dicevo, ma probabilmente desisterei, perché la vita comunitaria può essere bellissima ma anche no, e credo che sperimentare la seconda eventualità potrebbe realmente farmi morire dentro.
Un sacerdote “normale” che vive da solo nella sua canonica potrà avere un mucchio di problemi, ma non quello di trovarsi bloccato in una comunità in cui non riesce proprio a “ingranare” con confratelli e superiori. Il che, secondo me, è un po’ come ritrovarsi in un matrimonio infelice in cui non vai più d’accordo con tuo marito. Sostanzialmente, un incubo.

Sognerei neanche tanto segretamente di essere assegnato a un ufficio di curia, ma non per far carriera! Semplicemente, perché credo che lì potrei mettere a frutto i miei talenti. Se fossi un sacerdote, penso che potrei fare discretamente bene prestando servizio presso l’archivio diocesano, occupandomi del settore “cultura”, seguendo le postulazioni per le cause dei santi.
(In pratica, se fossi un sacerdote, sognerei di fare quello che attualmente faccio come laica coniugata. Aehm. Una vocazione sacerdotale molto forte e motivata ‘nsomma…)

In ogni omelia, inserirei un aneddoto ad impatto attorno a cui sviluppare il discorso, perché vedo di solito che funziona. Un fatterello tratto da una agiografia, da un libro di Storia, o anche solo dall’attualità (meglio ancora se buffo e/o comunque capace di catturare l’attenzione), potrebbe essere un buon incipit per ogni mia omelia (che in ogni caso ruoterebbe attorno alle letture del giorno, ci mancherebbe).

Approfitterei delle omelie anche per spiegare il significato di certi momenti liturgici – non per altro, ma perché mi sembra che di liturgia si parli molto poco. E così, un giorno vai a Messa e ti trovi il prete avvolto in una casula rosa che sembra uscita dal guardaroba di Barbie, e nessuno ti spiega il significato di questo gesto, e tu stai lì a pensare “…mbeh?”.
Credo che nel corso dell’anno non mancherebbero le occasioni per un breve excursus sul significato di questo o quel gesto liturgico (lo scambio della pace, la distribuzione dei rami d’ulivo, il segno della croce con l’acqua santa, il suono delle campane…). Potrebbe pure essere interessante, per i fedeli!

A proposito: se non si fosse ancora intuito, seguirei scrupolosamente tutte le tradizioni del tempo che fu, anche quelle che stanno cadendo in disuso. Indossare il rosaceo e il nero sarebbe un must nei momenti opportuni; i miei parrocchiani riscoprirebbero il significato di “rogazioni”. Utilizzerei il benedizionale con frequenza ed abbondanza; riproporrei quelle devozioni tipo la benedizione della gola a San Biagio e la benedizione degli occhi a Santa Lucia.
Le proporrei anche ai bambini del catechismo, che secondo me hanno l’età giusta per entusiasmarsi all’idea di far benedire il barboncino nella festa di Sant’Antonio (previa adeguata preparazione da parte del parroco, perché la devozione non sfoci in folklore).

Proverei a proporre ai miei parrocchiani la celebrazione di una Messa in forma straordinaria, con adeguato battage pubblicitario per incuriosire la massa e con adeguata preparazione di chi si è lasciato incuriosire. Probabilmente darei appuntamento agli interessati una mezz’ora prima della Messa per spiegare, col piglio di Alberto Angela, what’s going on.

Siccome mi piace il famolo strano, proverei a cambiare il consueto orario delle Messe.
In questo senso: non mi capacito ancora della situazione che si verificava nei quartieri del centro storico di Pavia, dove c’era una chiesa praticamente ogni due isolati, e ognuna di quelle chiese diceva Messa alla stessa ora. La Messa vespertina poteva iniziare alle 17:30 piuttosto che alle 18, la Messa dei bambini poteva essere alle 11 piuttosto che alle 10:30… ma più o meno, lì eravamo.
Ma io dico: differenzia un po’ l’offerta…!
Se la situazione me lo permettesse, io, da parroco, proverei ad inserire Messe ad orari decisamente inusuali, tipo alle 16:30 (guarda un po’, io impazzirei di gioia per una Messa alle 16:30).
O alle 21, per chi ahilui lavora e non ha avuto tempo prima.
O alle 14 della domenica, per chi ha fatto le ore piccole il sabato e l’indomani vuol poltrire a letto.
Inoltre, stabilirei una serata settimanale in cui confesso, e mi metterei a disposizione – poniamo – dalle 17:30 alle 21: sono convinta che molti studenti e lavoratori ringrazierebbero. Se poi non viene nessuno, hai avuto l’occasione per leggerti un buon libro.

In confessione, farei il sacerdote e non lo psicoterapeuta. Se mi sentissi chiamato a dare consigli esistenziali, mi procurerei una seria formazione psicologica di base.
Credo che poche esperienze possano essere più irritanti che il ritrovarsi faccia a faccia con un sacerdote il quale, ricevuta la tua confessione, comincia a sparare sentenze senza conoscere te o la tua situazione. Dietro a un “odio mio marito” magari c’è una situazione familiare disastrosa che tu non immagini nemmeno, e che in alcun modo può essere sanata da un “eh ma prova a dire grazie prego e scusa e vedrai che tutto si sistemerà”.
Se mi sentissi chiamato a fornire circostanziati consigli operativi a chi viene a confessarsi (il che può pure essere ‘na cosa utile, eh, chi dice di no?), avrei cura di procurarmi una seria formazione di base, consapevole che l’approccio sbagliato può causare seri danni e che, in quel caso, il peso ricadrebbe sulla mia coscienza.

Cercherei di rendere la mia parrocchia punto di aggregazione per il quartiere, tenendo conto delle esigenze specifiche della zona ma con un punto fermo che cercherei di attuare ad ogni costo, e cioè rendere la mia chiesa anche (o soprattutto?) un piccolo polo culturale.
Allestirei una bibliotechina e un servizio di bookcrossing; organizzerei doposcuola e corsi di [cucina / disegno / vattelapesca] per i bambini dell’oratorio; scriverei libretti di storia locale che metterei in vendita a scopi benefici; per gli adulti, organizzerei conferenze su temi di interesse.
Globalmente, io cercherei di attirare i “non molto praticanti” con una parrocchia-centro-culturale, più che con una parrocchia-parco-divertimenti.
Ma non per altro: è che con l’adolescente che entra in chiesa solo per andare gratis alla cristoteca tunze tunze, non sono perfettamente in grado di poterci combinar qualcosa. Conoscendo i miei limiti e le mie inclinazioni, cercherei anzi tutto di avviare un dialogo con quei “lontani” con cui potrei dare il meglio – cioè quelli che magari entrano in canonica una volta all’anno, ma lo fanno per sentire la conferenza di Storia dell’Arte.
Con quelli, almeno, potrei avere un reale punto di contatto…

Curerei con molta attenzione il foglietto della domenica. Penso che possa essere uno strumento utile, se redatto bene: oltre ai normali avvisi per la settimana, inserirei ogni volta un brano da meditare, scritto da me o ricavato da mie letture.
A proposito: gli avvisi per la settimana entrante li darei all’inizio dell’omelia, non dopo la comunione. Non mi piace quando la mia preghiera viene interrotta ex abrupto dal sacerdote che annuncia l’avvio del corso di ginnastica dolce per il gruppo terza età.

Farei valere il concetto “mio il castello, mie le regole”.
Se ti sposi nella mia parrocchia, non puoi trasformare la Messa nuziale in una festa mondana degna di Trimalcione. Se passi i tuoi pomeriggi nel mio oratorio, non puoi indulgere in discorsi e comportamenti contrarii al decoro e alla carità cristiana.
Eccetera eccetera eccetera.
Mi pare molto semplice.

Con garbo e delicatezza, parlerei apertamente di regole di modestia nel vestire. Ad esempio, appendendo alle porte della chiesa il classico cartellino con le indicazioni del dress code richiesto, e mettendo a disposizione delle fedeli un cestino con foulard da usarsi alla bisogna. (Sì, il continuo acquisto di foulard per sostituire quelli rubati metterebbe in pericolo la tenuta economica della parrocchia, lo so).

Dress code chiesa

Il catechismo avrebbe la priorità assoluta e dovrebbe essere gestito nel modo più professionale possibile, il che vuol dire che la collaborazione della volenterosa sciura Adelina è senz’altro molto gradita, ma non la manderei allo sbaraglio senza essermi prima sincerato sulle sue qualità didattiche (e dottrinali).
Ove possibile, vorrei gestire il catechismo in prima persona; ove non possibile, cercherei di essere comunque molto presente e di avere sempre il polso della situazione.

I corsi di formazione al matrimonio sarebbero in gran parte personalizzati, ovvero: fatto salvo alcuni momenti affidati a specialisti e presentati in contemporanea a tutta la “classe” (es. la canonica lezioncina sui metodi naturali), fisserei incontri privati con ogni coppia di fidanzati, per approntare assieme a loro un percorso ad hoc. Tipicamente, suggerirei la lettura di alcuni testi a partire dai quali avviare una discussione.
Sarebbe un win-win:
– se ci tieni a prepararti adeguatamente al matrimonio, una catechesi su misura è quanto di meglio esista al mondo (lo so, perché ho avuto la fortuna di provarla);
– se per te il corso prematrimoniale è solo un proforma in vista del Big Day con location artistica, quando ti viene chiesto un impegno simile, inorridisci e vai altrove.
Il che per me sarebbe già un grande successo, perché odierei l’idea di dover celebrare matrimoni che, con ogni probabilità, sono già nulli di partenza. Ovverosia sono delle ridicole farse di fronte a Dio, allestite in luogo sacro per il solo gusto di avere un bell’album di nozze.

Indosserei sempre l’abito talare (o quantomeno un clergyman).
Non capisco per quale ragione tanti consacrati amino girare in borghese (capisco che la talare sia oggettivamente scomoda, ma il clergyman?). Se è una scelta deliberata allo scopo di “mimetizzarsi meglio”, mi stona tanto quanto mi stonerebbe scoprire che mio marito ha deciso di non indossare più la fede nuziale, “ma solo per non inibire le ragazze che incontro al bar, amò, ché se scoprono che sono sposato hanno tutt’un altro atteggiamento…”

Presterei particolare attenzione anche ai miei abiti liturgici, selezionando capi di buona fattura e di buon gusto.

Paramenti Pentecoste

Potrei dover ipotecare i miei beni personali pur di indulgere alla shopping-mania nell’e-commerce della Slabbink.

Il clergyman imparerei a stirarmelo, e in generale tenterei di avere la vita il più normale possibile. Perché non siamo più negli anni ’50, e un prete che non è capace di vivere senza l’aiuto di una perpetua è decisamente fuori luogo e fuori tempo massimo. Con tutta l’indulgenza per chi è entrato in seminario tanti anni fa, vedere un giovane consacrato che, oggi, non ha idea di quanto costi un litro di latte, non è capace a stirarsi una camicia, non ha mai sentito parlare di “tariffa bioraria” e non sarebbe in grado di cambiare il filtro a un aspirapolvere… beh
Se certe abilità base finalizzate alla sopravvivenza quotidiana oggigiorno si pretendono (giustamente) da tutti i mariti, non vedo perché non le potrebbero pretendere anche i fedeli da parte del loro “padre” spirituale.

***

‘nsomma, credo che come sacerdote sarei un impiastro e che riuscirei a farmi odiare dal vescovo nell’arco di pochi mesi. Ribadisco la mia convinzione per cui darei il meglio richiuso in un ufficio di curia: come archivista, agiografo o storico della Chiesa, che potrei dare un buon contributo alla causa!
Anzi: a ben vedere, un ancor più efficace contributo alla causa lo do se smetto di fantasticare sul nulla e torno effettivamente sul mio posto di lavoro, a far l’archivista, l’agiografa e la storica della Chiesa.

Ma non prima di aver chiesto: e voi?
Vi siete mai immaginati nei panni di un sacerdote o un frate?
E se sì, che tipo di religioso pensate che potreste essere?

La mia esperienza con eShakti, il sito di moda etica che ti cuce i vestiti proprio come li vuoi tu

eShakti è arrivato in Italia – e se anche voi leggete i blog di modest fashion statunitensi, vi sarete immediatamente rese conto della portata della notizia.
Per chi non conosce eShakti e si chiede cos’abbia di così speciale da essersi addirittura aggiudicato un post a tema, ecco qui una breve presentazione.

Eshakti Home

eShakti è un sito di e-commerce dedicato alla moda femminile, con un vastissimo catalogo di capi d’abbigliamento. Fin qui niente di strano, la cosa interessante viene ora: con un sovrapprezzo di 9 euro, eShakti vi permette di personalizzare interamente il capo che state comprando. Il che vuol dire: voi vi misurate con un metro da sarta e compilate un form con le vostre misure, ed eShakti cuce il vestito esattamente sulle vostre forme.
Ma la meraviglia non finisce qui: inclusa nel sovrapprezzo di cui sopra, vi aggiudicate anche la possibilità di modificare il vestito come volete voi.

Vi piace quel modello, ma, mannaggia, la gonna a metà polpaccio vi sta malissimo? No problem, potete chiedere di avere una gonna al ginocchio.
Avete adocchiato un vestitino delizioso, ma, mannaggia, è senza maniche, e invece voi preferite avere sempre le spalle coperte? No problem, potete far aggiungere le maniche – a sbuffo, svasate, al gomito, come vi pare.

Eshakti Banner

Mi direte: e vabbeh, ma chissà quanto costa un abito sartoriale fatto su misura!
Vi rispondo: ve la cavate con circa 40 euro tutto incluso.

Mi direte: e vabbeh, ma allora ‘sti vestiti saranno cuciti col sangue di poveri bambini del Terzo Mondo sfruttati fino al midollo.
Vi rispondo: li cuciono per voi delle sarte indiane maggiorenni, pagate il 70% in più rispetto ai minimi salariali suggeriti dai sindacati.

Ho deciso di condividere la mia esperienza su eShakti perché, prima di fare il mio ordine, ho cercato recensioni in giro, e non sono riuscita a trovarne da parte di utenti italiani. (Del resto, il sito è sbarcato nel Bel Paese solamente da pochi mesi: prima, operava esclusivamente in USA). Poiché io avevo alcuni dubbi molto specifici relativi alla situazione italiana (tipo: come stiamo messi con le spese doganali?), le recensioni delle blogger statunitensi mi aiutavano solo fino a un certo punto.
Così, ho fatto un ordine un po’ alla cieca, ne sono rimasta soddisfattissima, e ho pensato di scrivere questo post per chiarire i punti che interessavano a me (e, immagino, qualsiasi potenziale acquirente).
Tutto qui. Questo non è un post sponsorizzato, il customer care di eShakti non sa nemmeno che esisto, e non mi ha remunerata in alcun modo per questo post (…ma magari!!).
Questa è la mia esperienza pura e semplice.
Se non siete interessati saltate pure questo post fuori degli schemi, ma tenete conto che questa chicca potrebbe potenzialmente interessare tutti, maschi inclusi, anche perché eShakti offre la possibilità di comprare buoni regalo.
E se siete alla ricerca di un regalo originale per una delle “vostre donne”, io vi dico che, secondo me, un gift coupon da eShakti è qualcosa che si farà ricordare molto a lungo

***

Ricominciamo: eShakti è un sito di e-commerce che permette di personalizzare interamente i propri capi di abbigliamento.
In teoria è  anche possibile acquistare i vestiti così come li si vede sull’e-shop, senza modifiche. Personalmente trovo che la cosa non abbia senso: a ‘sto punto ti compri un vestito in un negozio a caso, e tanti saluti.

Le modifiche che possono essere apportate sono tantissime, ma non illimitate. Ovvero: non vi capiterà mai di personalizzare un vestito secondo il vostro estro personale, per poi scoprire che, mannaggia, quelle maniche a sbuffo che avete fatto aggiungere non c’entrano niente col resto dell’abito. Ogni capo presenta un tot. di possibilità di modifica, pre-selezionate dallo stilista stesso: se decidete che la scollatura non la volete a barchetta ma la preferite a V, state pur certe che il risultato finale sarà gradevole.

E allora, facciamo un esempio molto concreto e vediamo quale vestito ho ordinato io.

Uno dei punti di forza di eShakti è la straordinaria quantità di stoffe diverse, che spesso presentano stampe molto originali.
Attratta per l’appunto dalla stoffa con cui è confezionato, io decido che voglio questo vestito qua:

MiovestitoEshakti

Come ben sa chi mi legge da tempo, i miei personali standard di modestia includono spalle coperte e gonne lunghe fino al ginocchio. Dunque, allungo la gonna di qualche centimetro e ci aggiungo due belle maniche (al gomito, giusto per star sicuri). Già che ci sono, decido anche di cambiare la scollatura e di farla quadrata, tanto per variare un po’.

Eshakti possibilità modifica
Le varie opzioni tra cui potevo scegliere nel personalizzare il mio vestito

Prendo le mie misure e le inserisco nell’apposito form, che peraltro è straordinariamente dettagliato. Il sito richiede informazioni tipo “circonferenza della parte alta del braccio con i bicipiti in tensione” (!): con tutti i dati che devo fornire, mi aspetto un vestito che calzi come un guanto.

Dico subito che lo scoglio contro cui si sono parzialmente scontrate le mie aspettative è la conversione da centimetri a pollici. Il sito vi costringe a fornire le vostre misure in pollici: poco male, potete misurarvi in centimetri e poi usare uno dei tanti convertitori automatici su Internet – sennonché, vi sconsiglio di fare come ho fatto io, che, nel caso di dubbio, ho sempre arrotondato per eccesso.
90 cm. sono 35,43 pollici? Massì dai, facciamo 36, meglio troppo largo che troppo stretto.
Col senno di poi, arrotondare per eccesso potrebbe non essere sempre la strategia migliore. Suggerirei semmai di andare a buon senso: arrotondate per eccesso laddove avete interesse che il vestito cada morbido (es. sulla vita: nessuno vuole un vestito che tira in vita) e arrotondate per difetto dove invece desiderate che aderisca bene (es. sul seno, mi verrebbe da pensare).

Fornite le mie misure e selezionate le modifiche che voglio apportare, veniamo alle dolenti note: il pagamento.
In realtà sono note molto meno dolenti di quanto pensiate!

Intanto, eShakti deve avere una strategia di marketing tipo “prendiamola per la gola offrendo continuamente promozioni”.
A tutti gli utenti che fanno il loro primo ordine, il sito offre un buono sconto di 25 dollari, più un bonus per azzerare le spese di spedizione.
Agli utenti che hanno già acquistato in passato, va meglio ancora: in questo momento, il sito mi offre il 15% di sconto su tutta la collezione, e in più, a seguito del mio primo ordine, ho ricevuto un buono di 30 dollari (!!) da utilizzare sul mio prossimo acquisto.

Indicativamente, con 40 – 45 euro tutto compreso riuscite a portarvi a casa un vestito di fattura sartoriale cucito su misura per voi.

“E ma poi ci sono le spese di dogana”.
E invece no!
O meglio: i prezzi che voi vedete navigando sul sito sono, effettivamente, IVA esclusa. Ma quando mettete un abito nel carrello e dite che volete farvelo spedire in Italia, ecco che il sito aggiorna il prezzo finale facendovi pagare anche l’IVA al 22% necessaria per l’importazione.
Questo vuol dire che il vostro pacco non sarà soggetto ad alcuna spesa extra: posso confermarvi che il mio vestito è stato fermato per controlli sia in uscita dall’India, sia entrando in area Schengen, sia in Italia per attendere la bolla doganale, e io non ho dovuto pagare neanche un centesimo.
Non ci ho creduto fino all’ultimo, ma tant’è.

Comunque: piazzo il mio ordine, pago con carta di credito (è possibile usare anche il circuito PayPal per maggior tranquillità), recito una muta preghiera al santo patrono delle dogane… e aspetto. I tempi di consegna previsti vanno dai 13 ai 19 giorni, il che mi pare equo per un vestito che viene cucito su misura per te dall’altra parte del mondo. Il sito stima una consegna prevista per lunedì 19 giugno, e nel frattempo mi tiene costantemente aggiornata sui progressi della lavorazione.

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Dopo una dozzina di giorni dal mio ordine, ricevo una mail in cui mi si comunica che DHL International ha preso in carico il mio pacco. L’e-mail automatica mette pure le mani avanti dicendo che la policy aziendale di DHL è di anticipare per conto del cliente eventuali spese doganali allo scopo di accelerare il più possibile la consegna (quindi, niente storie e cacciate fuori i dindi quando il corriere vi suona alla porta).
Quando DHL fa trillare il mio campanello (puntualissimo, lunedì 19 giugno come previsto) chiedo subito: “devo pagare qualcosa?”.
No, le spese di importazione sono state interamente assolte da eShakti: lo sottolineo ancora una volta perché era il mio timore principale, ma non un centesimo di più vi verrà chiesto.

E dunque eccomi qui rimasta sola col mio pacco e col mio unico timore residuo: ma non è che sto per prendermi ‘na sola?
Ok ok, Internet è pieno di commenti positivi, ma sai, magari sono sponsorizzati, magari non è tutto vero…

Apro il mio pacco.
Dentro alla scatola di cartone, giace il mio vestito, morbidamente avvolto in un foglio di carta velina.
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S’è fatto un viaggio Nuova Delhi – Torino senza sgualcirsi minimamente: perché non perdesse la forma mentre veniva sballottato da un continente a un altro, le signore di eShakti l’hanno addirittura fissato con delle mollettine trasparenti. Piccoli dettagli che cominciano a tranquillizzarti.

Prendo in mano il mio vestito.

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Qui uno potrebbe anche provare a vendervela bene, dire: eh, la foto fa schifo ma è tutto voluto, è che il post è sull’abito e non sul mio corpo… No: è che c’avevo 37 gradi in camera, stavo crepando dal caldo, la macchina non memorizzava le impostazioni che le davo, a un certo punto mi son depressa, ho preso la foto meno peggio, e ho pensato “mbeh, si arrangino”.

La stoffa è esattamente come da fotografia. 100% poliestere, non il massimo mi direte voi: sì, ma io (costretta a frequenti trasferte di lavoro) ho bisogno di tessuti sintetici che non si stropiccino in valigia. Il catalogo di eShakti offre anche abiti in lino, cotone…
Lo provo: è esattamente come l’ho voluto, con l’unica differenza che, in alcuni punti, calza più largo di quanto mi aspettassi. Qui mi prendo interamente la colpa e sbuffo per la mia decisione di arrotondare sempre eccesso nella conversione da cm a inches: là dove il vestito va grosso, è dove io sono stata di manica larga nelle equivalenze.
Poco male, in ogni caso: questione di millimetri!

La scollatura è alquanto più profonda di quanto immaginassi (rapido appunto mentale: optare sempre per scollature molto contenute), e, nonostante la dicitura “lightweight” nella descrizione della stoffa, l’abito è certamente estivo, ma mica tanto fresco…
(Ma in fin dei conti: in condizioni normali, quale persona sana di mente deciderebbe di indossare un abito in poliestere con maniche lunghe, in una stanza non condizionata, con una temperatura ambiente di 37 gradi?)

Le cuciture sono invisibili e precise, il vestito è interamente foderato, e la fattura ti delizia con quei dettagli sartoriali a cui la fast fashion ci ha disabituati.

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Gonne a prova di effetto Marilyn!

Esempio?
I famosi piccoli pesetti à la Kate Middleton che, messi sull’orlo delle gonne, impediscono loro di sollevarsi al primo colpo di vento.
Oppure: uno strato di stoffa sotto la cerniera, per impedire che i dentini metallici irritino la pelle della schiena.
O ancora: due asole all’altezza delle spalle in cui far passare le spalline del reggiseno, per evitare che, con movimenti improvvisi, la scollatura si sposti lasciando intravvedere la biancheria intima.

È ridicolo definire “di fattura sartoriale” un vestito cucito sulle tue misure e secondo i tuoi desiderata, ma, davvero: non troverei un altro aggettivo per descriverlo.

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I “bra straps” che le blogger americane decantavano così tanto e definivano così utili alla modestia – non capivo onestamente che funzione potessero avere, prima di averli visti in azione.

Sono soddisfatta?
Pienamente: così tanto che ho deciso di scomodarmi per questa recensione.

Acquisterò di nuovo da eShakti?
Dopo aver preso in mano l’abito, mi ero già data la risposta “assolutamente sì”. Diciamo che, avendo in saccoccia un buono sconto da 30 euro, mi sento estremamente tentata dall’acquistare di nuovo entro breve tempo…

Consiglierò eShakti ad altre persone?
Sicuramente sì; in particolare, ve lo consiglio proprio dal cuore
–          se avete una fisicità diversa dalla norma, tipo mia mamma che accumula grasso solo sulla pancia e non su seno e fianchi, sicché è molto difficile trovare nei negozi qualcosa che le calzi a pennello;
–          se globalmente siete una taglia forte… molto forte, di quelle che spesso hanno reali difficoltà a trovare abiti carini a prezzi non esorbitanti;
–          se avete standard di modestia molto rigidi, tipo “maniche fino al gomito e gonne fino al polpaccio”, da cui altre difficoltà concrete nel fare shopping nella grande distribuzione;
–          se ci tenete ad essere perfette per la Grande Occasione, ma non volete spendere un occhio della testa in una boutique;
–          se avete l’uggia di organizzare un matrimonio all’americana con la schiera di damigelle vestite tutte uguali, perché il sito offre una vasta sezione di abiti alla bisogna… e in effetti è perfetto, per avere look uniformi ma non identici.

Soddisfatta?
Assolutamente sì!
E dopo questa, non ditemi che non è possibile seguire determinati standard di modestia “perché nei negozi non si trova niente, e che è, mica posso farmi confezionare i vestiti su misura!”.

Paragoniamo questo servizio a un vestito elegante di un qualsiasi brand di fascia media, e poi vediamo qual è quello col miglior rapporto qualità/prezzo…

“Ma quanto durerà ancora questo caldo atroce?”: le previsioni meteo dei Santi

Gente: non so voi, ma io nun je la faccio più. ‘sto caldo ingiusto mi fa crollare la pressione, mi riduce a uno straccio, mi toglie l’appetito (e globalmente la voglia di vivere), mi stronca come non mai.
Dopo aver appurato che le previsioni meteo per il prossimo weekend danno massime attorno ai 38 gradi, mi sono detta: ok, non posso farcela, ho bisogno di un santo a cui votarmi.
E allora ho cercato il santo a cui votarmi, no?
Ci sarà pure un santo patrono contro le ondate di caldo, no?
Abbiamo patroni per i dormiglioni (San Vito), per la gente brutta (San Drogo), per la gente che ha paura dei morsi di vespa (San Friario), abbiamo persino una santa per lenire i fastidi del dopo-sbornia (Santa Bibiana)… ce l’avremo senz’altro, un santo da invocarsi contro le ondate di caldo tropicale, no?
No??
No.

A quanto pare, fino a qualche tempo fa, la gente sopportava abbastanza di buon grado le ondate di caldo anomalo, perché tendenzialmente facevano bene ai raccolti – a patto che piovesse. Abbiamo santi contro la siccità, ma non santi contro il caldo.
E quando abbiamo smesso di dipendere dal caldo per portare a casa uno stipendio, la venerazione popolare si è spostata direttamente verso l’inventore dell’aria condizionata, che Dio lo benedica.

E quindi, tant’è.
Se siete al corrente dell’esistenza di un santo da invocarsi per far scendere le temperature, fate un fischio ché qui incomincio subito una novena. Ma fino a prova contraria, io non ho notizie di santi che portino il fresco in sé e per sé. Ci sono santi che portano il bel tempo, ci sono santi che portano la pioggia, ma santi capaci di abbassare le temperature… no. Mission impossibile pure per le schiere celesti, a quanto pare.

Il massimo aiuto che possiamo sperare di ottenere dal Cielo in questo drammatico frangente, è più che altro sulle linee di “sappi di che morte devi morire”. Ovverosia: se non esistono santi deputati a far scendere le temperature, esistono santi cui la tradizione popolare attribuisce il potere di… fare previsioni meteo ad ampio raggio.
Avete presente il detto “quando vien la Candelora, dall’inverno siamo fora”? Ecco, qualcosa del genere: da tempo, la tradizione popolare ritiene che, dalle condizioni meteo di determinati giorni dell’anno, sia possibile trarre previsioni per il clima dei mesi a venire.

Embeh: in assenza di meglio, vediamo dunque quali sono i santi capaci di dirci qualcosa di più sulle sorti di questa rovente estate.
Meglio che niente, ahò. Alla peggio, mi faccio un biglietto di sola andata per la Groenlandia e tanti saluti.

San Medardo: 8 giugno

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Già noto su questi schermi (e già caro alla qui presente blogger) per il suo singolare ruolo di patrono contro il mal di denti, San Merdardo di Noyon è, di per sé, il protettore contro i temporali. Il “perché” risiede in un passaggio della sua agiografia, laddove il santo vescovo, sorpreso da un violentissimo acquazzone, viene miracolosamente protetto dalla pioggia da un’aquila gigantesca che si libbra in volo sopra di lui, dispiegando le sue ali, e… facendogli da ombrello.
In Piccardia, dove san Medardo gode di particolare venerazione, è diffuso un detto popolare (variamente noto anche in altre zone della Francia), per cui

S’il pleut le jour de Saint Médard,
il pleut quarante jours plus tard

Ovverosia: se piove e fa brutto tempo durante la festa liturgica di San Medardo, certamente farà brutto tempo anche quaranta giorni più tardi (e cioè il 18 luglio).
Non che la promessa di un acquazzone a metà luglio ci sia di grande aiuto nella contingenza, ma di nuovo: sempre meglio che niente.

Ho speranzosamente googlato informazioni meteo su che tempo facesse a Torino l’8 giugno passato. Niente pioggia ahimè, ma minime di 13 e massime di 23 gradi (!!). Non so voi, ma io ci metterei la firma: Medà, ti prego, non deludere le mie preghiere.

Santi Gervasio e Protasio: 19 giugno

Santi_Gervasio_e_Protasio

Questa è facile: la loro festa ricorreva ieri, e, non so da voi, ma ieri, qui a Torino, si è tornati a respirare per la prima volta dopo giorni.
(Oggi si crepa di nuovo).

Le ragioni per cui i due martiri milanesi siano tradizionalmente associati con le previsioni meteo (in Francia e non in Lombardia, perdipiù!) sono avvolte nel mistero.
Fatto sta che i nostri cugini d’Oltralpe sono convintissimi del loro potere: S’il pleut le jour de Saint Médard, il pleut quarante jours plus tard, ma la filastrocca va avanti affermando incontrovertibilmente:

S’il pleut le jour de Saint Gervais et de Saint Protais,
il pleut quarante jours après.

Idem come sopra, insomma.
E come sopra: ieri, a Torino, non ha piovuto, ma io mi aspetto minimo minimo un’ondata di aria fresca fra trentanove giorni.
(Sigh).

I Sette Dormienti d’Efeso: 27 giugno

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Amo la leggenda dei dormienti d’Efeso, i sette amici che tentano di scampare alla persecuzione anticristiana dell’imperatore Decio chiudendosi in una grotta nei pressi del monte Celion. Dopo una notte di paura, uno di loro esce per procurarsi un po’ di cibo, ed ecco la sorpresa: i sette non avevano dormito – come credevano – per una notte sola, ma per più di duecento anni.
Testimonianza della resurrezione dei corpi, i sette dormienti raccontano ai fedeli la loro storia, e poi tornano ad immergersi nel loro sonno senza tempo. Leggenda vuole che siano destinati a dormire fino all’Apocalisse, nell’attesa del mondo che verrà.

Orbene: nella Germania del Sud è viva una tradizione per cui, se nel giorno della festa dei Sette Dormienti, il clima è fresco, altrettanto freschi saranno i due mesi a venire.
Alcune pagine, tipo questa, sostengono che ci sia un fondo di verità dietro a questo proverbio. Statisticamente, se, negli ultimi giorni di giugno, in Germania del Sud il clima è fresco e mite, c’è un 60-70% di probabilità che anche i mesi a venire non siano troppo afosi. Sarà questione di correnti d’aria e di anticicloni, boh: fatto sta che questo antico detto pare prenderci abbastanza.

Per la cronaca, le previsioni meteo per Monaco di Baviera danno un brusco calo di temperature proprio tra il 26 e il 27 giugno.
Voglio crederci.

Santa Godeliève: 6 luglio

Godelieva

Questa è una santa che in genere riscuote un certo successo di pubblico, perché è la patrona delle donne che hanno problemi con le suocere.
Diciamo che meditare la vita di Godeliève riesce sicuramente a mettere in prospettiva le piccole beghe familiari della nuora-media. La santa francese, nata da nobile famiglia attorno all’anno 1000, viene data in sposa a un certo Bertolf di Ghistelles, sempre che di “matrimonio” si possa veramente parlare: Godeliève dice il suo “sì” in uno sposalizio per procura, in cui è la suocera a fare le veci di Bertolf, lontano per una campagna militare. Tornata a casa, la donna rinchiude Godeliève in una cella, e anche quando Bertolf fa il suo ritorno l’ingombrante presenza di mammà causa nel rapporto  tensioni tali che il matrimonio non viene mai consumato. A un certo punto Godeliève scappa di casa; Bertolf la insegue giurando di cambiare; e infatti mostra d’esser cambiato così tanto, che, alla prima occasione utile, la strangola per sposare una che sia più gradita a mammina.
Finalmente morta e liberatasi da ‘sta famiglia di pazzi, Godeliève comincia a prodursi in innumerevoli miracoli, fra cui – a quanto pare – numerosi prodigi di natura meterologica. Far piovere per rinverdire i raccolti, cose così.

La data della morte di Godeliève è sempre stata incerta: inizialmente fissata al 6 luglio, è stata sposata al 30 dello stesso mese nell’ultima revisione del Martirologio. Con buona pace della Congregazione per il Culto Divino, la tradizione popolare rimane ancorata alla festa antica – e così, le condizioni meteorologiche in essere al 6 luglio sono considerate “uno specchio” di quelle dell’estate a venire.

Un’altra tradizione popolare sostiene che la fanciulla single che prega Santa Godeliève alla vigilia della sua festa otterrà in dono il privilegio di conoscere il nome del suo futuro sposo.
Speriamo che non si chiami Bertolf.

San Swithun: 15 luglio

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Vi dico solo che ho scoperto l’esistenza di San Swithun preparando uno dei miei primi esami di Storia della Chiesa, al capitolo “Miracoli punitivi”. È un tosto, l’amico!

Swithun fu vescovo di Winchester fino alla sua morte, avvenuta nell’862. Sentendosi avvicinare la fine, il santo ordinò che il suo corpo fosse inumato nella nuda terra, all’esterno della chiesa, “dove potessero percuoterlo il piede del passante e le gocce di pioggia dal cielo”. Un estremo gesto di umiltà che non fu gradito dal vescovo eletto dopo di lui, il quale – nella pia convinzione di star tributando giusti onori al suo santo predecessore – ordinò che le reliquie fossero traslate all’interno della chiesa e allocate in un adeguato reliquiario, per esporle alla venerazione dei fedeli.
Apriti cielo (è proprio il caso di dirlo).
In segno di protesta verso quest’attenzione non richiesta, Swithun – a dar retta all’agiografia – scatena quaranta giorni di pioggia ininterrotta.
Ma forte, eh!
Grandine, brutto tempo, gelate, venti freddi: non ce n’era per nessuno. Raccolti devastati, lattanti intirizziti, animali senza più cibo… un disastro.

Da lì, la tradizione popolare che lega Swithun alle previsioni meteo. Se, da un lato, il vescovo di Winchester è quello da pregare perché finisca un’ondata di freddo, d’altro canto si ritiene che un calo di temperature il 15 luglio – giorno della traslazione delle sue reliquie – sia da interpretarsi come un sicuro segno di maltempo per i quaranta giorni a venire.

Secondo Wikipedia, c’è pure una base scientifica dietro a questa leggenda:

Verso la metà di luglio la corrente a getto si pone in un corso che rimane, nella maggior parte degli anni, ragionevolmente stabile fino alla fine di agosto. Quando questa corrente si trova a nord delle isole britanniche, l’alta pressione è in grado di penetrarvi, mentre quando si trova a sud o attraverso le isole britanniche, l’aria dell’Artico e il sistema meteorologico atlantico sono predominanti.

Sperem

Frattanto, io credo di far cosa gradita a tutti voi indicando il santo che, a mio giudizio, può essere il più adatto a cui chiedere aiuto in questo momento specifico.
Non so voi ma io sono risoluta a pregare con intensa devozione San Lebuino di Deventer, invocato per dare sollievo alle sofferenze degli agonizzanti: a occhio e croce, direi che più o meno siamo lì.