Cose cristiane, Pillole di Storia, Quaresima, Tradizioni e folklore

Perché gli Inglesi festeggiano la mamma a Mezza Quaresima?

Per uno strano effetto Brexit combinato (una via di mezzo tra “miii, guarda quanto è calata la sterlina” e “noooo, ma allora ne approfitto, con la mia fortuna rimettono le spese di dogana al solo scopo di farmi dispetto”), negli ultimi mesi mi è capitato di fare acquisti da siti inglesi.
La premessa, di cui potrebbe legittimamente importarvi poco, è funzionale allo spiegare come mai, da alcune settimane a questa parte, la mia casella di posta sia invasa da messaggi promozionali che mi promettono special offers su perfect gifts per il Mother’s Day.

Capite bene che un messaggio del genere innesca quantomeno un cortocircuito mentale: ma come, il Mother’s Day? Lo stanno tutti che la festa della mamma è a maggio!
E invece no. Agli Inglesi, storicamente, piace far gli originali: e così, le mamme di Albione – a differenza delle loro “colleghe” di tutto il resto dell’orbe terracqueo – sono festeggiate in una domenica di inizio primavera (quest’anno tra pochi giorni, il 26 marzo).

Come mai ne parlo su questo blog?
Oh beh: perché questo Mother’s Day marzolino ha origini profondamente cristiane. Ha origini liturgiche, financo!
E perdipiù coincide con uno dei miei momenti preferiti di tutto l’anno liturgico: la quarta domenica di Quaresima, anche nota come Domenica Laetare.

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In un’epoca in cui la Quaresima era presa molto più sul serio (e l’anno liturgico, in generale, ritmava la vita dei fedeli molto più di quanto non faccia adesso), la Domenica Laetare era un momento importante per la cristianità. Nella scelta delle letture, nel colore dei paramenti liturgici, nell’accompagnamento dei canti sacri, tutto era orchestrato per trasmettere al popolo un senso di gioia per la Pasqua ormai vicina. “ In questo giorno la Chiesa sospende le tristezze della Quaresima; i canti della Messa non parlano che di gioia e di consolazione”, sintetizza efficacemente Prosper Guéranger, abate benedettino, in un (bel) commento (che peraltro consiglio a tutti gli appassionati di liturgica).

Insomma, era una domenica importante, la cui dimensione gioiosa era sottolineata fin dall’Introito della Messa (memorizzate questa informazione, ci torna buona per dopo), che nello specifico recitava (in Latino):

Gioite con Gerusalemme, voi che l’amate: esultate per lei. Voi che avete partecipato al suo lutto, ora vivrete con lei tutta la sua felicità. Anche voi sarete saziati con le consolazioni che vi darà: come neonati allattati dalla madre succhierete con gioia il suo seno generoso.

Fin qui ci siamo?
Benissimo.

Adesso accantoniamo le questioni liturgiche e parliamo di tutt’altra cosa, cioè delle non facili condizioni di vita dei domestici inglesi che prestavano servizio nelle dimore signorili. A titolo esemplificativo citeremo la servitù di Downton Abbey

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cioè lavoratori, magari anche molto giovani per i nostri canoni, che prestavano servizio come [valletti / maggiordomi / sguatteri / così via dicendo] nelle grandi tenute dell’aristocrazia inglese, vivendo all’interno della tenuta stessa, per essere reperibili 24h/24 e perché, di base, erano quelle le condizioni contrattuali dell’epoca.

Ovvio è che a ‘sti poveri cristiani bisognava concedere, di tanto in tanto, una giornata libera. Se non per ragioni di salute del lavoratore, per questioni estremamente pratiche: un domestico che vive all’interno dell’edificio in cui presta servizio ha davvero poco tempo da trascorrere con la famiglia, soprattutto se la famiglia non abita dietro l’angolo ma a qualche ora di calesse.
Vita grama, sotto questo punto di vista, per i domestici di una volta: le “feste in famiglia” potevi anche scordartele. Il Natale, la Pasqua e le grandi feste comandate erano, ovviamente, i momenti di maggior lavoro, per chi prestava servizio come cuoco, sguattero di cucina, cameriere personale, etc.

Epperò, ripeto: a ‘sti poveri cristiani bisognava concedere, di tanto in tanto, una giornata libera da trascorrere in famiglia. E in Inghilterra, lentamente, si era imposta questa consuetudine: uno dei giorni in cui i domestici avevano diritto a una giornata di riposo era, per convenzione, la Domenica Laetare.
Tant’è.
Non ho idea di come sia nata l’usanza, ma fatto sta che è nata e si è imposta: all’epoca di Donwton Abbey (e anche prima, per la verità) era consuetudine universalmente accettata che i domestici approfittassero della quarta domenica di Quaresima per tornare a casa e visitare le loro famiglie. E in famiglia era ovviamente festa grande, in un clima di rilassatezza che peraltro ben si sposava con le concessioni di quella specifica domenica di Quaresima (festeggiata dalla Chiesa Anglicana con la stessa pompa magna con cui la festeggiavano i cattolici).

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Orbene: i domestici di Downton Abbey avevano probabilmente altro a cui pensare; ma chi fra di loro aveva l’abitudine di leggere il giornale avrebbe probabilmente potuto notare, nel maggio 1913, alcuni trafiletti dedicati ad un’iniziativa che stava prendendo piede negli Stati Uniti. Grazie all’indefesso lavoro di una certa Anne Marie Jarvis, che si era auto-investita di questa “missione” alla morte di sua madre, si stava diffondendo negli USA la consuetudine di festeggiare le mamme in una giornata specificamente dedicata loro.

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Constance Adelaide in una fotografia d’epoca

Come dicevo, non so se i domestici di Dowton Abbey abbiano fatto caso agli articoli che parlavano di questa iniziativa. Certamente, la notizia, letta casualmente su un giornale, colpì l’attenzione della signorina Constance Adelaide Smith, figlia di un sacerdote anglicano e cresciuta in una famiglia dalla religiosità fervente (dei quattro fratelli che aveva la ragazza, tutti seguirono le orme del padre).

L’iniziativa che stava prendendo piede in America colpì Constance nel bene e nel male. Sotto un certo punto di vista, l’idea era chiaramente deliziosa; per contro, la donna trovava un po’ insulso festeggiare le mamme in un giorno scelto a casaccio, così, come per un’imposizione piovuta dall’alto.

No, Constance aveva un’idea migliore: secondo lei, la collocazione perfetta per la festa della mamma sarebbe stata la Domenica Laetare, che del resto in Inghilterra era già una giornata fortemente connotata in chiave materna!
C’era l’abitudine di tornare a casa e visitare le proprie famiglie; c’era l’abitudine di viaggiare verso il proprio paese natio e prendere Messa nella propria “chiesa madre” (cioè, nel linguaggio dell’epoca, la parrocchia in cui eri stato battezzato). Addirittura la liturgia di quel giorno faceva riferimento a una madre metaforica:

Gioite con Gerusalemme, voi che l’amate. […] Sarete saziati con le consolazioni che vi darà; come neonati allattati dalla madre succhierete con gioia il suo seno generoso

Ma vi dirò di più: nell’Inglese dell’epoca, la Domenica Laetare era popolarmente chiamata “mid-lenting” (il corrispettivo della nostra “domenica di mezza Quaresima”) oppure… “mothering Sunday”: una definizione che non ha corrispettivi in Italiano, ma che sottolineava proprio la radicata tradizione di trascorrere la giornata nel proprio paese natio e nella propria chiesa battesimale.

Beh: per farla breve, Constance Adelaide si rimboccò le maniche e diede il via a una vera e propria campagna per trasformare la Mothering Sunday in una festa della mamma su scala nazionale… che però – a differenza del Mother’s Day americano – unisse un significato spirituale più profondo al “banale” festeggiamento laico.

E infatti, se guardiamo alle linee-guida della festa della mamma così come la voleva Constance Adelaide, cogliamo una dimensione spirituale ben marcata: nel giorno del Mothering Sunday, i fedeli sono invitati a pregare per tutte le famiglie, rendendo grazie a Dio per questa santa istituzione. Solo in second’ordine sono invitati a ringraziare personalmente anche i propri genitori; e se questi fossero già morti, il modo migliore per festeggiarli sarebbe pregare le loro anime, possibilmente visitando le loro tombe al cimitero.

E se posso permettermi un giudizio personale, una festa della mamma così concepita è molto, MOLTO più carica di significato, rispetto al banale “toh guarda sul calendario c’è scritto che è il giorno X, mo’ telefono alla mamma e le faccio gli auguri e siamo contenti”.

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Chissà cosa direbbe Constance Adelaide, nel vedere come si è evoluta in Inghilterra la festa della mamma. Il Mother’s Day cade ancor oggi nella Domenica Laetare, è vero, ma ha ben pochi legami con la bella commemorazione di matrice cristiana che la donna aveva lanciato cent’anni fa. È una festa commerciale come tante, ormai – e qualcosa mi dice che la sua fondatrice sarebbe decisamente delusa dagli esiti.

Nulla ci vieta però di essere noi a far rivivere ai nostri tempi la bella festa della Mothering Sunday!
Avete ancora ampio tempo a disposizione per stupire la vostra mamma con una telefonata di auguri – con morale – a sorpresa!

Lifestyle cristiano, Personale, Quaresima

Cinque “safe place” in cui mangiare sereni, se vai al fast food ma è un venerdì di Quaresima

Mettiamo caso che siate cattolici e che sia un venerdì di Quaresima.
Oppure: mettiamo caso che Google vi abbia indirizzato su questa pagina perché è un motore di ricerca molto propositivo, ma voi siate semplicemente vegetariani e/o appartenenti ad altre religioni che vietano il consumo di carne, o di certi tipi di carne.
In ogni caso, amici che mi leggete, condividiamo un grattacapo ecumenico: abbiamo un menù necessariamente limitato rispetto alla media, e non è sempre facilissimo individuare un locale in cui sai che puoi andare “a colpo sicuro”, per uno spuntino al volo.

Non so voi, ma io, in certi frangenti, ho trovato difficoltà.
Il mio problema più grosso erano, nei miei anni da studentessa, i pasti fuori nei canonici quarantacinque minuti di pausa tra una lezione e l’altra – peggio ancora, se volevo mangiare assieme a compagni di università.
Troppo poco tempo per andarsi a sedere in pizzeria, ma decisamente troppo tempo per un trancio di pizza dal panettiere da mangiare al volo.
E poi, sai com’è. Magari hai bisogno di usare i servizi.
Magari sei stanco e vorresti allungare le gambe sotto a un tavolo, e financo scambiare due parole con gli amici.

È la classica situazione in cui la gente normale sceglie i fast food… ma, ahimè, non tutti i fast food offrono grandi alternative a chi non può o non vuole ordinare un hamburger. Ok, McDonald’s ha le insalatone e si è inventato il Filet-O-Fish pensando espressamente ai cattolici in Quaresimaperò

Ecco invece cinque locali in cui in Quaresima entro a cuor leggero, consapevole di andare “a colpo sicuro” perché mi vedrò presentare un menù ricco di alternative.
Bonus numero uno: questi locali sono presenti in quasi tutte le grandi città.
Bonus numero due: non credo che siano così popolari. Ci sta che oggi scopriate qualche posto nuovo che ignoravate!
Bonus numero tre: parliamo di posti in cui piatti meatless non sono un’opzione per estrosi confinata al fondo del menù. C’è davvero tanta ampia scelta!
Bonus numero quattro: potete proporli alla comitiva senza passare per l’originale che condanna tutti gli altri a mangiare sbobbe improbabili. Sono locali normalissimi e alla moda, dove c’è cibo per tutti i gusti… compreso il vostro.

EXKI

EXKI

Questa catena di fast food nasce in Belgio nel 1999. Verso il 2004-2005 era già arrivata a Torino, aprendo un locale non distante dal liceo che frequentavo. Con ciò, Ekxi è diventata per anni LA mia meta d’elezione tutte le volte che in Quaresima mi capitava di mangiar fuori: sì, perché questo fast food eco-bio ha un menù veramente strapieno di proposte basate sulla verdura (e sulla frutta) (di stagione).
Potete ordinare un panino al volo o potete scegliere un pasto completo (con la massima libertà, perché il servizio è a self service). Quanto al menù, io ho l’impressione che nei primi tempi Ekxi ne adottasse uno quasi esclusivamente vegetariano; recentemente, hanno fatto capolino molti piatti di carne (o con affettati), il che riduce un po’ la scelta per chi si impone un menù di magro.
Comunque, è una bella catena che amo frequentare, anche per alcune sue piccole attenzioni in campo etico: il caffè proviene dalla filiera fairtrade; il cibo invenduto a fine giornata viene dato in beneficenza.

Mister Fruit & Juice Bar

MrFruit

Quando ne ha aperto uno vicino a casa mia, la prima reazione è stata: “boh?”.
Apparentemente, sembrava un enorme locale, con tavolini e sedie e seggioloni per bambini, interamente dedicato alla vendita di frullati (??).
Non mi capacitavo di come un locale del genere potesse, non dico esistere, ma anche solo esser stato pensato. Poi, mi sono resa conto che i Juice Bar non vendono solo succhi di frutta: al contrario, propongono dei menù interamente composti da frutta (e verdura), con portate che spaziano dai frullati alle zuppe calde. Insomma: vanno benissimo per una merenda nutriente, ma, volendo, ci si fa un pasto completo.
Pare che stiano riscuotendo un crescente successo e che stiano aprendo in varie località d’Italia, perlopiù sotto il marchio “Mister Fruit” o “Juice Bar”. Ho serii dubbi che sarà una moda duratura, ma finché esiste… si può sempre approfittarne.

Veggy Days

Veggy Days

C’è poco da dire: per quanto possa fare strano ritrovarsi in locali popolati da rasta no global che raccolgono firme per l’abolizione della caccia (storia di vita vissuta) (…ma non a Veggy Days), se non vuoi mangiare carne, un bar vegano è evidentemente la scelta migliore.
Ce ne sono tantissimi, qui mi limito a elencare un franchising che ha già alcuni locali (soprattutto nel Centro Italia). Ma sicuramente esisteranno bar vegani anche nella vostra città (Torino è letteralmente piena)… e potete star certi che il menù sarà tutto dalla vostra!

The King of Salad

King of Salad

Mi direte: abbella, non è che hai scoperto l’acqua calda – pure da MacDonald’s ti vendono l’insalatona.
Indubbiamente: però, a me, certa insalata fa abbastanza schifo.
La rucola mi piace, con la lattuga mi sembra di essere una mucca al pascolo; condimenti come tonno e olive sono graditi, ma i semi di mais e le noci te le tiro dietro con disgusto. Per me non è facilissimo entrare in un locale e trovare un’insalata che può piacermi. Anzi: nella maggior parte dei casi, non ci riesco proprio (…e se un’insalata non è di mio gusto, fatico davvero a buttarla giù).
Ecco perché mi trovo bene con King of Salad, che:
a)     è interamente dedicato alle insalate (con qualche incursione di altri piatti vegetali) quindi ha un menù molto più vasto rispetto alla media;
b)    ti offre la possibilità di personalizzare la tua insalata, selezionando di persona gli ingredienti che deve avere. Il top!

Subway

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Wikipedia ti dice che “alla fine del 2010 è diventata la più grande catena di ristorazione monomarca del mondo per numero di ristoranti, superando McDonald’s”, poi esci dal lavoro e ti trovi un Subway dietro l’angolo…e cosa pensi? Che Subway sia molto diffuso anche in Italia, no?
E invece no: mentre controllavo il sito della catena prima di scrivere questo post, ho scoperto con un certo stupore che Subway è sì diffuso in tutta Italia… ma la maggior parte dei locali sono all’interno delle basi militari NATO (ce ne sono parecchie sulla penisola, per chi non lo sapesse).
Va beh: i pochi civili che hanno la possibilità di accedere a un Subway, vadano comunque a darci un’occhiata. La formula è sostanzialmente quella del McDonald’s, con la differenza che: Subway è più buono; vende baguettes farcite, non hamburger; ha una scelta maggiore se parliamo di panini vegetariani… e ti offre la possibilità di personalizzare al 100% il tuo panino. Il che, ad esempio, può anche voler dire togliere il salame da quel panino lì, che se non fosse per quel dettaglio ti ispirerebbe proprio tanto, sostituendolo – che so – con ampie dosi di formaggio fuso.
E anche questo non è poco!

La religione in cucina, Lifestyle cristiano, Personale, Pillole di Storia, Quaresima

Biancomangiare!

Cos’è il biancomangiare?
Un dolce tipico siciliano, sì, ma molto, molto di più. Basterebbe la sola lettura della pagina di Wikipedia per farci suonare nella testa un metaforico campanello d’allarme, nel momento in cui l’enciclopedia online ci spiega come questo dolce della contea di Modica si trovi anche in Sardegna (…?) e Val d’Aosta (?!), con minime differenze di preparazione.

E infatti, il biancomangiare non è solamente un dolce.
“Biancomangiare” è una dieta, una tecnica di cottura, una filosofia gastronomica che assurge quasi a “stile di vita”.
E, sorprendentemente, non è una moda da fricchettoni new-age, ma bensì una dieta con origini antichissime, che affonda le sue radici nei secoli centrali del Medio Evo.

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E quindi, ripartiamo: cos’è il biancomangiare?
Il biancomangiare è, nel Medio Evo, un regime alimentare basato sul consumo di alimenti che hanno colore chiaro. Del tutto candido, o comunque tendente al bianco.
Insomma: un tripudio di riso, carne bianca, mandorle, zucchero, latte, pesce a polpa chiara. Ammessi funghi, patate, e tutte le verdure sui toni del bianco; severamente banditi gli alimenti di colore scuro… e soprattutto le carni rosse, nemico giurato del blanc manger.

Madeleine Ferrières, che in un “gustoso” libro sulle paure alimentari nella Storia analizza tante di queste fissazioni gastronomiche, stenta a capitarsi di questa bianco-mania:

Gli storici, che hanno studiato il simbolismo cromatico associato a una quantità di oggetti, non spiegano perché in cucina, ma soprattutto nei prodotti del mercato, il bianco sia così valorizzato [nel Medio Evo]. Non vi è alcuna corrispondenza oggettiva fra colore bianco e valore nutritivo, anzi. Un pane bianchissimo, senza glutine, un vino bianco, senza i polifenoli del rosso, sono meno salutari di un pane o di un vino colorati.

Eppure, è la stessa Ferrières a proporre per questo fenomeno una chiave di lettura: nel Medio Evo, il blanc manger va di moda per ragioni squisitamente mediche, tutte collegate alla “medina galenica” in voga a quel periodo.

Secondo la teoria del medico greco Galeno, l’organismo umano si compone di quattro elementi (più propriamente detti “umori”): sangue, flegma, bile nera, bile gialla.
La proporzione di questi elementi all’interno del corpo umano tende ad alterarsi naturalmente a seconda delle età, del tempo atmosferico, del momento della giornata e così via dicendo. Piccole variazioni nella proporzione degli umori sono dunque perfettamente accettabili, ma quando l’equilibrio dei quattro elementi viene alterato in maniera pesante, ecco allora insorgere la malattia – fisica e non solo: un eccesso di questo o quell’altro elemento può persino comportare degenerazioni caratteriali.

Tra i quattro elementi, uno in particolare era da tenere sotto controllo con particolare attenzione (un po’ come noi teniamo sotto controllo e il colesterolo): la bile nera, temutissima fra tutte. Si trattava di un umore particolarmente insidioso, innanzi tutto perché era quello che si “sballava” con maggior facilità, soprattutto in chi svolgeva lavori che comportavano poca attività fisica.
In secondo luogo, era proprio la bile nera a portare, in caso di alterazioni, le conseguenze fisiche più dannose.Il medico catalano Arnaldo da Villanova, morto nel 1311, definiva senza mezzi termini la bile nera “nemica della gioia e della franca espansione, parente della vecchiaia e della morte”.

Ecco dunque l’assoluta necessità di contrastare in ogni modo gli squilibri della bile – anche a costo di ricorrere a diete particolari, tutte basate sul principio dell’allopatia (cioè: l’assunzione di sostanze che hanno azione contraria rispetto alle cause della malattia).
E allora – giacché la bile nera è un umore freddo, secco… e nero, per l’appunto – prende piede la convinzione che un’utile strategia per combatterla sia quella di introdurre all’interno dell’organismo sostanze calde, umide… e bianche.

Secondo Marsilio Ficino, ad esempio, a tal scopo

vanno bene tutti i latticini, in particolare latte, formaggio fresco, e le mandorle dolci. Si adattano bene le carni di uccelli, galletti, quadrupedi lattanti; le uova da bere, in maniera particolare, e, tra le parti degli animali, particolarmente il cervello. Inoltre vino leggero, chiaro, soave e odoroso.

È quasi sicuramente a partire da questi precetti medici (accompagnati da una certa moda del momento, come ce ne son tante anche per le nostre diete salutiste…) che nasce, nei secoli centrali del Medio Evo, un nuovo trend alimentare. E cioè, il biancomangiare: un intero menù (se possibile), o come minimo una portata (vero must in tutti i pasti di un certo livello) interamente a base di ingredienti bianchi.
Le cucine europee lo propongono in innumerevoli varianti: dolci, salate, neutre; come portata principale, come piatto di contorno. Nei pranzi signorili, il biancomangiare era quasi sempre una portata a sé, proposta dopo il secondo e prima del dessert, con funzioni simili a quella dell’odierno sorbetto servito a metà pranzo: dare agli ospiti un momento di pausa con un boccone fresco e leggero, stimolando la digestione per le portate successive. In questa accezione, il biancomangiare è proposto da tutti i ricettari medievali in una variante “di grasso”, a base di petto di pollo, e una variante “di magro” con polpa di pesce, e perciò adatta al consumo in Quaresima.

Per chi volesse cimentarsi con un autentico biancomangiare old-style, riporto qui la ricetta originale di Maestro Martino de Rubeis, famosissimo e popolarissimo cuoco italiano del XV secolo. Traggo la ricetta, e soprattutto il suo adattamento, da quella delizia di libro che è A tavola nel Medioevo. Con 150 ricette dalla Francia e dall’Italia, edizioni Laterza: davvero un piccolo tesoro per tutti gli appassionati (…e i semplici curiosi).

Ma prima di lasciarvi alla ricetta, vi avviso che ci si rilegge sotto…

Biancomangiare di Maestro Martino

…e ci si rilegge sotto, come promesso, perché qui mi sono sbizzarrita (o: sono definitivamente uscita di testa), e ho provato ad adottare la strategia del biancomangiare per comporre il menù di un pranzo d’oggi, con ricette d’oggi… rigorosamente, a regime quaresimale!

Beh: i medievali approverebbero. Se la dieta del biancomangiare era adottabile in ogni periodo dell’anno, i benefici di questo regime alimentare diventavano particolarmente evidenti nei tempi forti.
L’eccesso di bile nera – l’ho già detto – poteva causare non solo sofferenza fisica (che, tanto quanto…), ma anche pericolose degenerazioni caratteriali. Malinconia, ansia, inibizione della vita di preghiera, irritabilità: tutte queste erano potenziali conseguenze di uno scompenso di bile nera (e vorrei farvi notare che un’eco di queste convinzioni mediche rimane ancora nel nostro linguaggio, quando diciamo che “oggi sono di umore nero”).

E… beh: non è bello affatto, essere di umore nero. È soprattutto pericoloso lasciarsi sprofondare in un gorgo di melanconica tristezza, che ti induce a ripiegarti su te stesso abbandonando ogni interesse per il prossimo tuo.. e per Dio. Ecco perché la dieta del blanc manger era particolarmente gettonata nei tempi forti dell’anno liturgico: se un alimento di colore bianco può in qualche modo “detossicarci” da tutto ciò che non va nel nostro carattere… beh: perché no?!

Ligia a questo precetto medievale, io mi son divertita a creare tre menù quaresimali per chi volesse giocherellare a servire una cena tutta in bianco. Siccome sono io “la padrona di casa” virtuale, vi adattate necessariamente alle mie scelte: niente carne, niente alcool, niente dolci. Vuolsi così in casa mia (ove non vedreste mai in Quaresima un pranzo composto da così tante portate, ma… mettiamocele tutte, per amor di discussione).
Ebbene, le mie scelte proposte per il blanc manger sono queste: ognuno rimanda a una ricetta che ho trovato sui siti di food blogger. Ognuno può divertirsi a comporle come meglio crede per creare il suo menù ad hoc… e se qualcuno si cimenta davvero con questa cena albo-quaresimale, me lo faccia sapere… e soprattutto mandi le foto!!

Antipasto

  • Spiedini di una bianca e pecorino: ricetta qui, via La regina dei fornelli
  • Tagliata di primosale: ricetta qui, via Clara Pasticcia
  • Focaccia di Recco: ricetta qui, via Aria in cucina (NB la amo – la focaccia, non la blogger – ho provato a ricrearla infinite volte, e non m’è mai venuta come la si mangia in Liguria. Metto le mani avanti e avviso che secondo me è una preparazione particolarmente insidiosa)

Primo piatto

  • Ravioli di ricotta, noci e pecorino: ricetta qui, via Ogni riccio un pasticcio
  • Risotto al moscato e crema di stracchino: ricetta qui, via Streghetta in cucina 
  • Pasta al pesto di pistacchi e asparagi bianchi: ricetta (del pesto) qui, via La mia Cucina Rossa 

Secondo

  • Insalata di polpo: ricetta qui, via Lo spicchio d’aglio
  • Calamari fritti con mandorle e riso soffiato: ricetta qui, via Il cucchiaio d’argento (…che, con ogni evidenza, non è un food blogger, ma passatemela ché ho fatto una fatica boia a trovare ricette di pesce, all white, che cucinerei davvero. L’ho già menzionato che a me fa schifissimo, il pesce?)
  • Arrosto di rana pescatrice con pistacchi e carciofi: ricetta qui, via Sale e Pepe (vedi sopra ,circa il non essere Sale e Pepe un food blogger esordiente. Però la segnalo come la mia rivista di cucina preferita, che ritengo nettamente al di sopra di tutte le altre in circolazione

Contorni

  • Patate al vapore, semplici ma efficaci: ricetta qui, via Il ricettario di Valentina
  • Cavolo alla piemontese con noci e mandorle (ma senza uvetta, evidentemente: non è bianca!): ricetta qui, via Una blogger in cucina
  • Cupole di cavolfiore alle mandorle: ricetta qui, via Barbie magica cuoca, con nota di merito per il suo contenere quello che era l’ingrediente principe del blanc manger medievale: la mandorla!, cibo dalle virtù benefiche per eccellenza (secondo i medici dell’epoca)

Robe di frutta vagamente dolci da servire in sostituzione ai dessert 

  • Smoothie alla banana: ricetta qui, via Cappuccino e cornetto 
  • Mela cotta al burro (ma non da caramellare, secondo i miei standard quaresimali): ricetta qui, via Jul’s Kitchen
  • Macedonia di uva (bianca), mela e pera: ricetta qui, via Il cucchiaino di Alice 

***

Vi dirò: non escludo di organizzarla davvero, prima o poi, questa cena con blanc manger attualizzato.
Conoscendo la storia che sta dietro a questo menù cromatico… potreste far partire la conversazione a tavola con uno spunto non comune!

Pillole di Storia

L’ex voto della Palla Nautica

Se andate a Gangi, ameno borgo medievale a pochi chilometri da Palermo, troverete (da qualche parte che non so indicarvi, perché io a Gangi non ci ho mai messo piede) una antica chiesa intitolata allo Spirito Santo.
Se andate a visitare la chiesa, troverete, da qualche parte, un singolarissimo ex-voto che raffigura… un sub, in un sottomarino fine ‘800.
Capite bene che un ex-voto che include un prototipo ottocentesco di sottomarino è un fatterello fatto apposta per finire su queste pagine… e quindi, ecco a voi la storia di Felice Balsamello e della sua fallimentare (…ma non troppo) “prima volta” con la Palla Nautica.

Felice Balsamello, classe 1854, era uno scienziato siciliano, nativo (per l’appunto) di Gangi. Bisognerebbe anche aggiungere che era uno scienziato autodidatta: sorprendente pensare ai risultati raggiunti da colui che i giornali d’epoca definivano “ingegnere”, e che invece aveva a malapena una licenza di quinta elementare. Oltre a quel livello di istruzione, all’epoca non si andava, nella piccola Gangi; e così, finita la scuola, Felice s’era messo a lavorare come manovale. Da lì, con tanta osservazione e con una dose di genio non indifferente, aveva cominciato a progettare oggetti, macchinari, meccanismi via via più complessi… fino ad arrivare, nel 1889, alla progettazione di una grandiosa Palla Nautica.

Per citare la presentazione che ne faceva La civiltà cattolica,

la palla nautica è un battello sottomarino, che trae il nome appunto dalla forma che ha di un globo. Qui sta il punto più originale del ritrovato. […] La palla si può far salire fino a fior d’acqua e affondare a qualunque profondità, senza temere la pressione delle decine e centinaia d’atmosfere; ché a tutto resiste una sfera, supposta una conveniente omogeneità nella parete. […] Un altro vantaggio della forma sferica in un battello sommerso, è la facilità e la rapidità delle manovre, compresa quella del potere il battello girare sopra sè stesso. […] Intanto la Palla nautica colle prime prove eseguite nel porto di Civitavecchia ha mostrato come per essa si può visitare a tutt’agio, e troppo meglio che non si fa dai nostri palombari, il fondo marino.

Non so che fine abbia fatto la palla nautica e quale sia stata la fortuna di questo dispositivo dopo i primi tentativi di utilizzo, che avevano entusiasmato l’opinione pubblica… però, posso raccontarvi il dettaglio per cui il primissimo test della Palla Nautica, nel giugno 1889, stava concretamente rischiando di trasformarsi in una tragedia per il povero Felice.

A causa di un difetto di assemblaggio, le pareti della Palla non avevano retto alla pressione e, quando il sottomarino si trovava già a una certa profondità, avevano ceduto, cominciando a imbarcare acqua. Brutta, bruttissima situazione per il sub che si trovava all’interno: anche perché, dall’esterno, nessuno dei potenziali soccorritori vedeva nulla di strano, ma intanto il sottomarino si stava riempiendo d’acqua alla velocità della luce. C’era il rischio concreto che l’acqua, prima ancora di far morire annegato l’esploratore, sbilanciasse col suo peso l’imbarcazione rendendola ingovernabile, e facendola incagliare sul fondale.

Come scriverà Felice nelle sue memorie,

aspettavo da un momento all’altro la catastrofe, pregavo la Madonna, Gesù, lo Spirito Santo, ma l’acqua continuava ad entrare. E che fate, Gesù mio Sacramentato, che fate Divissimo Spirito Santo, io qua muoio da un momento all’altro. Voi lo sapete, non è paura fantastica, da nevrastenico, qui, se entra ancora, forse, un altro litro d’acqua, scenderò con la mia macchina nel profondo del mare. Sono vostro protetto, o Signore, non mi lasciate perire in questo modo…

E mentre la situazione sembrava ormai disperata, e mentre Felice aveva la drammatica sensazione che l’Onnipotente non si filasse proprio le sue preghiere e fosse deciso a condannarlo a una morte orribile nella sua palla… ecco che la penetrazione d’acqua all’interno dello scafo si interruppe all’improvviso, senza peraltro alcuna apparente ragione scientifica capace di spiegare il fenomeno. Felice Balsamello concluse il suo primo test della Palla Nautica con i piedi a mollo e una fastidiosa tachicardia… ma sopravvisse, riuscì a riprendere il controllo del macchinario, e risalì fino alla superficie in piena sicurezza.

Non dico “vi sfido a trovare storie più curiose dietro le quinte di un ex voto”, perché magari qualcuna di più curiosa esiste… ma non potete negare che questa è buffa forte!

Cose cristiane, Lifestyle cristiano, Personale

Elogio del digiuno quaresimale

Amo il digiuno e l’astinenza quaresimali con la stessa dedizione e lo stesso entusiasmo con cui ho amato la castità prematrimoniale. In entrambi i casi, c’è la sensazione di custodire gelosamente un piccolo tesoro che, con metodica costanza, viene ignorato, sminuito, ridimensionato e villipeso dalla società che ci circonda (…e, spiace dirlo, anche da molti religiosi, adagiatisi un po’ troppo sullo spirito dei tempi).
E invece, il digiuno e l’astinenza sono belli, belli davvero. Dovremmo riscoprirli per quel tesoro che sono, invece di dipingerli come bizzarre pratiche old-style per cattolici retrò con una particolare inclinazione ascetica.

Prima di proseguire, credo che valga la pena chiarire meglio cosa intende la Chiesa con “digiuno ed astinenza”, e come interpreto io queste sue indicazioni di massima.

In base alla Santa Romana Chiesa, il digiuno è obbligatorio, il Mercoledì delle Ceneri e il Venerdì Santo, per tutti i cattolici dai 18 ai 60 anni compiuti. Non obbligatorio, ma fortemente consigliato, proseguire il digiuno del Venerdì Santo anche per tutta la giornata di sabato, in modo da spezzarlo durante la Veglia di Pasqua.
Si considera digiuno un unico pasto (sobrio) nel corso della giornata, cui è possibile accompagnare un piccolo spuntino mattino e sera, a patto che sia per l’appunto piccolo (la somma dei due snack non deve equivalere a un secondo pasto).

L’astinenza è obbligatoria, per tutti i cattolici che abbiano compiuto 14 anni, nei giorni di digiuno e in tutti i venerdì di Quaresima. Non obbligatorio, ma fortemente consigliato, praticare l’astinenza anche in tutti i venerdì dell’anno. (Qualora questo non si potesse/volesse fare, il fedele è tenuto a “compensare” con un’altra mortificazione o opera di carità).
Si considera astinenza il rifiuto di tutte le carni e di qualsiasi altro cibo che, a prudente giudizio del fedele, sia da considerarsi particolarmente ricercato e costoso.

“Questo è quello che prescrive la Santa Romana Chiesa”, mi sembra di sentirvi dire. “E allora cos’ha da interpretare Lucia, se non attenersi scrupolosamente a queste prescrizioni?”.

Beh.
Non è che io contraddica le prescrizioni della Chiesa, per carità. Sol per quello, non contraddico nemmeno la prescrizione per cui è obbligatorio confessarsi una volta all’anno.
Purtuttavia, penso che siamo tutti d’accordo nel dire che la Chiesa, in certi frangenti, ci prescrive per legge degli obblighi minimi sindacali… però non è che ci anatemizza se facciamo un po’ di più!

Indi per cui, nel mio modo di interpretare questi comandamenti, il digiuno è quanto più possibile integrale, compatibilmente con l’età, lo stato di salute e le attività che ci attendono quel giorno (non facciamoci del male fisico, per carità).
L’astinenza, oltre ad essere praticata ogni venerdì dell’anno, a casa mia dura per tutti i quaranta giorni della Quaresima, ed è formulata in maniera da essere la mia penitenza per eccellenza (cioè: me la studio in maniera tale che mi pesi proprio).

Evidentemente, non lo dico per vantarmi (anche perché è così facile rispettare questi principi e poi andare avanti per inerzia tutta la Quaresima, sentendosi tanto a posto…).
Lo dico perché, in base alla mia esperienza, il digiuno e l’astinenza, praticati in questo modo abbastanza “vigoroso”, danno alla Quaresima un enorme valore aggiunto. E mi sembra che questo messaggio rischi di essere un po’ trascurato, in un’epoca in cui sono sempre più frequenti i richiami a digiuni “alternativi” (tipo: per quaranta giorni, astinenza dallo smartphone; per quaranta giorni, digiuniamo dal pettegolezzo).
Rispettabilissime penitenze alternative, che indubbiamente fanno (molto) bene; però, mi spiacerebbe molto se prendesse piede la tendenza a scartare a priori le mortificazioni alimentari old style.

Curiosi di sapere perché?
Per quanto mi riguarda, per cinque motivazioni fondamentali.

1)  Perché siamo fatti di anima e di corpo

E, povero corpo, non è che lo si possa sistematicamente trascurare perché “naaaa, l’importante è quello che ti senti dentro”.
Indubbiamente è importante quello che senti dentro; nel caso specifico, il digiuno quaresimale diventerebbe una dieta dimagrante, se non fosse sostenuto da una reale convinzione interna.
Eppure, siamo fatti di anima e di corpo, ed è stupendo che la Chiesa ci proponga forme di penitenza che ci consentono di mettere alla prova sia l’una che l’altro, contemporaneamente.
È bellissimo (‘nsomma. Quantomeno, è molto fruttuoso) sentire lo stomaco che brontola a metà giornata, o scoprire che ti viene letteralmente l’acquolina in bocca quando ti passa davanti un piatto pieno di quel cibo che desideri con ogni fibra del corpo, ma che non puoi avere.

Auspicabilmente, tutto questo non succede quando il tuo digiuno quaresimale è – poniamo – l’astinenza dai social network. Ed è così tanto bello mettere alla prova il 100% di noi stessi; anche perché…

2)  Perché solo il sacrificio che ti pesa nella carne mette davvero alla prova la tua forza di volontà

Qui non c’è nemmeno bisogno di dilungarsi troppo in spiegazioni. Vogliamo seriamente paragonare la voglia che ti prende (magari, a stomaco vuoto) davanti a un cibo che desideri fortissimamente eppure non puoi toccare, con il sacrificio di rinunciare per quaranta giorni a [smartphone / TV / musica leggera / vattelappesca?].
Nel secondo caso,  la rinuncia mette in esercizio “solamente” la nostra forza di volontà (che non è poco, eh!). Ma nel primo caso, a remare contro ai nostri buoni propositi non ci sono solo le debolezze umane, ma anche i più puri istinti fisici.
E ritengo che le due cose non siano neanche lontanamente paragonabili.

Immaginate di essere di fronte a un amico che è nella più nera disperazione, perché il medico gli ha prescritto per alcuni mesi una dieta rigidissima che impone privazioni di ogni tipo, togliendogli peraltro tutti gli alimenti che amava di più. Lo confortereste dicendo “life sucks amico, ti capisco perfettamente: pensa che io ho finito i giga e non posso whatsappare fino al mese prossimo”?

Ecco, appunto.

3)  Perché la Quaresima non è l’unico frangente in cui ci viene chiesto di “lottare” contro il nostro corpo

Lo dico molto chiaramente: sono fermamente convinta che la castità prematrimoniale non sarebbe stata una sfida così facile da vincere, se io non fossi stata allenata da anni ed anni di estremo rigore quaresimale.
Prendetemi per scema, ma nulla mi schioderà da questa ferma convinzione… che peraltro non è solamente mia: molti pensatori vedono una stretta correlazione tra le mortificazioni alimentari e la pratica della castità. In fin dei conti tutte e due ci chiedono di lottare, apparentemente senza motivo, contro un desiderio viscerale, di per sé buono e secondo natura.

Ma, ovviamente, non è solamente una questione fisica. Dire “no” a qualsiasi vizio, mollezza, peccatuccio, tentazione, sarà (secondo me) tanto più facile quanto più ci saremo allenati in questa “palestra per l’anima” che è la Quaresima.

È certamente possibile rifiutare la tentazione anche se ci scofaniamo la bistecca alla fiorentina ogni venerdì. Per carità.
Però, secondo me, rifiutare la tentazione è un po’ più facile se ci siamo abituati a rifiutare anche la bistecca. Come in un percorso composto da tanti piccoli passi, alcuni dei quali talmente lievi da sembrare insignificanti… eppure, non così inutili come potrebbe sembrare a prima vista.

4)  Perché il digiuno ha senso se rinunci a qualcosa di buono e lecito, non se rinunci a un peccato o una dipendenza

Qualche Quaresima fa, ho sentito un parroco raccomandare ai bimbi del catechismo “per la Quaresima, come fioretto, rinunciate a dire le bugie, a fare i capricci, a disubbidire a mamma e papà, a trattar male i fratellini…”.
Ehm.
Lodevolissimo proposito, e comunque “sempre meglio che uno spunto in faccia”, ma vorrei debolmente far notare a quel sacerdote che tutte le azioni che aveva elencato  erano peccati (peccatucci da bambino, ‘nsomma), cioè cose che in linea teorica non si dovrebbero fare mai, in nessuno dei giorni che il Signore manda in terra.

Se mi dici che la Quaresima è il periodo propizio per liberarsi di quel vizio, di quella cattiva abitudine, di quella triste tendenza che ti porta a peccare sempre lì… mi trovi ovviamente d’accordo, e non ci piove.
Ma non è che adesso possiamo prendere la nostra lotta contro il peccato e trasformarla in un fioretto quaresimale: sarebbero due cose un po’ diverse, non so se mi spiego.

Bellissimo e santo profittare della Quaresima come periodo in cui dire un secco “no” a quel tuo peccato ricorrente o a quella tua cripto-dipendenza (e qui penso a chi decide di rinunciare ai social, allo smartphone, ai videogiochi, perché si rende conto di averne abusato nei mesi precedenti).
Bellissimo e santo e lodevole finché volete, ma questo è sfruttare la Quaresima per abbandonare una cattiva abitudine che doveva essere abbandonata comunque.

Il che è meraviglioso; ma non è una mortificazione.
Né tantomeno una penitenza.

5)  Perché la “mia” Quaresima mi mette unisce idealmente a tutto il resto della cattolicità – in ogni punto del tempo e dello spazio

Oh, il catechismo è chiaro su questo punto. Fatto salvo il periodo di Quaresima, io sarei liberissima di mangiarmi un chilo di salame ogni venerdì, basta compensare con un’altra opera di penitenza.

Accantoniamo per amor di discussione la questione dello slippery slope, per cui le prime volte magari la fai pure, la penitenza di compensazione, ma, dagli e dagli, alla fine puoi star certo che dopo qualche anno mangerai carne senza manco ricordare che c’erano dei vincoli.

Accantonata la questione per puro amor di discussione, resta il fatto che io traggo un gioia meravigliosa nel pensare che la mia piccola penitenza quaresimale (o del venerdì) si incasella vicino a quella di tanti fratelli, in un’esperienza internazionale e bimillenaria che si ripete, sempre uguale, da generazioni e generazioni, in ogni remoto angolo del mondo.

In ogni epoca storica, ad ogni latitudine, tutta la cristianità ha chinato il capo in penitenza in questo periodo dell’anno, sottoponendosi alla legge dell’astinenza e del digiuno. Da duemila anni a questa parte, in ogni sperduto puntolino sul mappamondo, miliardi di cristiani hanno sentito lo stomaco brontolare durante la Quaresima, e si sono privati della carne in ogni venerdì del calendario.
E non sarò io a interrompere questa bellissima catena che mi lega all’intera comunità dei discepoli di Cristo.

Potrei mangiare carne nei venerdì non di Quaresima.
Potrei adottare, nel corso della Quaresima, privazioni di vario tipo ma di natura non alimentare.
Potrei, per carità. Potrei farlo indubbiamente.

Ma sento che, così facendo, mi starei privando di una meravigliosa dimensione collettiva grazie a cui vivo questo periodo in una comunione di fede  che – se mi consentite un po’ di retorica – mi lega a tutto il resto della cattolicità superando i confini del tempo e dello spazio. E questa cosa mi emoziona tantissimo, mi dà la carica, mi commuove, e mi fa davvero sentire parte di un solo corpo che da sempre vive e si muove in sincrono con me.

***

Insomma, l’avete capito: il digiuno quaresimale, per me, è qualcosa di molto fisico. Magari accompagnato (perché no?) da penitenze “spirituali”… che però devono appunto accompagnare, non sostituire.
Poi magari voi avete un modo di far Quaresima che è mille volte più fruttuoso del mio, per carità!, ma in un’era in cui crescono gli appelli ai “digiuni quaresimali alternativi” io, appunto, sentivo l’esigenza di sottolineare quanto sia bello il caro vecchio digiuno old-style.

E siccome ho da poco scoperto Canva e mi sto divertendo come una cretina con tutte le possibilità che offre (l’ho usata per farmi la lista della spesa, non sto scherzando) vi lancio pure un’infografica con dieci spunti per un’astinenza quaresimale… come quelle che piacciono a me.

Ce n’è qualcuna che vi ispira?

digiuno-quaresima

Cose cristiane, Lifestyle cristiano

10 spunti per una Quaresima… hygge!

Per me, la Quaresima è sempre stata un periodo di mortificazione e di penitenza – pure abbastanza “spinte”, nel senso che lo scopo ultimo del mio fare mortificazione era proprio… beh: mortificarsi. Ogni tanto fa bene (almeno: a me sì).
Quest’anno, mentre il Mercoledì delle Ceneri si avvicina a grandi passi, mi rendo conto che è bene che a ‘sto giro io riveda qualcosa nel mio solito schema. Arrivo da un anno pesante e frenetico, e con la prospettiva di altri mesi auspicabilmente meno stressanti, ma indaffarati anche più.
Ergo: già di mio, sono alquanto provata. E mi sono resa conto che, adottando il mio solito modello quaresimale tipo “ricordati che devi morire, tu laida peccatrice”, l’unica cosa che avrei ottenuto sarebbe stata quella di arrivare al Triduo esausta.
E così, ho deciso di rimodellare un po’ la mia Quaresima. Quest’anno, le piccole rinunce e le piccole mortificazioni avranno come fine non secondario quello di farmi stare bene, tipo “dieta detox” per corpo e per l’anima.
Ragionavo proprio su questo, con una mia amica, quando lei ha commentato ridendo “insomma, hai deciso di fare una Quaresima hygge!”.

***

hygge-libroSe avete in giro per casa una donna tra i venti e i trent’anni, è difficile che siate riusciti a scampare alla moda del momento: l’hygge, anche noto come “metodo danese per la felicità”.
Per gli spiriti felici che non sapessero ancora di cosa sto parlando: pare che in Danese esista questo termine “hygge”, sostanzialmente intraducibile in Italiano, che indica tutte quelle cose che fai per coccolarti un po’. Hygge è la copertina di lana sulle ginocchia quando guardi un telefilm sul divano; hygge è la candela accesa che decora il salotto nei giorni prima di Natale. Hygge è la cena con gli amici, la domenica pomeriggio in famiglia, il profumo della torta al cioccolato che lievita nel forno. Hygge, per la cronaca, secondo me è anche evitare di spendere 18 euro per comprare un libro pieno di banali ovvietà come quelle di cui sopra, nonostante le librerie lo stiano pompando tantissimo.
Comunque, il concetto è questo: lo hygge è la moda del momento tra le donne attorno ai 25-30, e a quanto pare io mi sono appena inventata, senza neanche saperlo, una Quaresima ironicamente hygge-style.

Come?

1) Riscopri il piacere di qualche antica ricetta

Poco da fare: le limitazioni alimentari, in Quaresima, ci sono, e, se vogliamo essere coerenti, l’astinenza del venerdì e le mortificazioni quotidiane non dovrebbero mancare (anzi è bello che ci siano).
Ma allora – visto che siamo tenuti a cambiare dieta in ogni caso – perché non approfittare dell’occasione per riscoprire qualche antica ricetta “di magro” dei tempi dei nostri nonni?
Spesse volte, le ricette rustiche della tradizione portano con sé storie, culture e messaggi non da poco. Riscoprire il significato del biancomangiare (per dirne una), o rispolverare qualche antica ricetta per i giorni di penitenza può essere un’esperienza gastronomica interessante… e anche un modo per scoprire qualcosa di più sulla nostra Storia (che passa anche attraverso la tavola).

Se ce la faccio, in questa Quaresima mi piacerebbe sperimentare alcune di queste ricette antiche e condividerle qui sul blog. Se anche non ce la facessi, le grandi librerie cattoliche sono strapiene di ricettari tipo “la cucina dei conventi” – generalmente, uno più suggestivo dell’altro, e con un apparato di notiziole storiche mica da poco.

2) Approfitta dell’astinenza per una dieta detox (e per l’anima, e per il corpo)

Fare Quaresima non vuol dire mettersi a dieta, e se la scelta delle mortificazioni alimentari si basa sull’unico criterio di “cos’è che mi farà perdere più peso in quaranta giorni?”, allora c’è decisamente qualcosa che non va.
Però, nulla vieta di unire l’utile al dilettevole, e di approfittare del rigore quaresimale per adottare un’alimentazione globalmente più sana. Un discrimine ad esempio potrebbe essere: niente cibo spazzatura, niente merendine preconfezionate, niente bibite piene di zuccheri, surgelati solo se strettamente necessari.
Cucinare con questi criteri è ‘na penitenza mica da poco per la massaia di turno… ma anche per i commensali potrebbe essere una sfida interessante decidere di alimentarsi solo ed esclusivamente con cibo di stagione e/o poco lavorato.
Sicuramente è una piccola mortificazione; in maniera altrettanto sicura, non fa bene solamente all’anima.

3) Stacca, se puoi prenderti qualche giorno di ferie

Mi rendo conto che assentarsi dal lavoro sia un lusso non alla portata di tutti. Ma se in ufficio vi danno la possibilità di farlo, e se potete sacrificare qualche giorno di ferie senza poi impazzire sul piazzamento figli quando le scuole chiudono a metà giugno… beh: perché non approfittarne, e prendersi qualche giorno nei momenti strategici?
Chiaramente non parlo di far Quaresima andando in vacanza alle Bahamas. Ma ad esempio: da quando mi sono liberata dai ritmi serrati del liceo, io mi sono sempre rifiutata nella maniera più categorica di lavorare (o studiare) il mercoledì delle ceneri, e il giovedì e il venerdì santo.
Evidentemente non prendo ferie per godermi la bella vita – ma il fatto di essere a casa, lontana dal tran-tran di ogni giorno, mi permette di dedicarmi alla lettura e alla preghiera… e, per dirla tutta, anche di fare un digiuno più “serio” con piena tranquillità. Tanto sono a casa, non devo guidare, non devo affaticarmi sul lavoro… e globalmente non ho alcuna incombenza, se non quella di vivere al meglio quei momenti.

4) Spegni lo smartphone, di tanto in tanto, per un po’ di tempo “di qualità”

Che la connessione 24h/24 sia diventata una schiavitù, è sotto gli occhi di tutti. Emblematico è stato l’episodio di ieri notte, in cui io, controllando “un attimo” il cellulare prima di addormentarmi, leggevo una mail di lavoro che uno sventurato mi aveva scritto alle 23:03, rispondendo a una domanda che io – non meno infelice – gli avevo posto alle 22:46. Di una domenica, peraltro.

Ecco: almeno in Quaresima, vorrei evitare il ripetersi di certe scene. Non sarebbe male “imporsi” un coprifuoco dopo il quale si stacca il wifi, ci si slogga da Facebook, la si smette di perdere tempo saltellando da link in link, e ci si dedica (magari, tutti assieme in famiglia) a qualche attività un po’ più meritoria.
Anche solo guardare assieme un bel film o roba del genere eh, mica niente di troppo esotico.
Oppure…

5) Dedicati a una buona lettura

In questo, io sono avvantaggiata: sono abituata a leggere narrativa solo nei periodi in cui posso immergermi nel romanzo per ore ed ore consecutive (cioè: tipicamente, durante le vacanze). Nella quotidianità, preferisco la saggistica; e trovare saggistica scema è già un po’ più difficile.
Però, il mio buon proposito per la Quaresima è dedicarmi a qualche buona lettura edificante che sia di arricchimento culturale e spirituale. Non serve necessariamente un libro di meditazione, e non serve nemmeno un saggio di chissà quale livello. Anche solo un romanzo di alta qualità, che magari ruoti attorno a qualche tema cristiano e/o comunque etico, potrebbe già essere un buon modo per occupare la nostra mente in modo intelligente.

Sul versante narrativa cristiana, io consiglio a tutti gli ottimi romanzi di De Wohl, casomai non li conosceste ancora (peccato grave, da espiare assolutamente prima di Pasqua). Personalmente, io credo che mi lancerò su una agiografia “seriosa”, su un libro di teologia “matrimoniale”, e, se mi prende vaghezza, su un romanzo ispirato alla vita di santa Ildegarda.

6) Datti dei ritmi (lenti)

Strettamente collegato al punto numero 4: per una vita meno frenetica e con più spazio per la riflessione, diventa fondamentale, secondo me, imporsi dei ritmi. Si cena a una certa ora, non alla “come viene viene”; a una certa ora si stacca tutto e ci si dedica alla famiglia. Le preghiere si fanno all’ora X e all’ora Y, e cascasse il mondo non va a dormire senza il Ti adoro della sera. Troppa elasticità nella nostra agenda rischia di fare più danni che benefici, mentre un po’ di sana routine può aiutare a far scorrere le nostre giornate secondo binari confortantemente prestabiliti.

Dal lato preghiera, non è detto che tutti debbano trovarsi bene con i ritmi che piacciono a me, ma io ho scoperto che la liturgia delle ore è la “mia” preghiera per eccellenza. È bello il modo in cui plasma e ritma delicatamente le nostre giornate, senza quasi che noi ce ne si renda conto.

7) Ascolta buona musica

C’è stato un momento della mia vita (quando vivevo da sola a Pavia, e dovevo pur occupare in qualche modo le lunghe serate in una casa vuota) in cui avevo preso l’abitudine di ascoltare ogni sera la musica; parecchia musica. Su YouTube avevo trovato una playlist di karaoke con cui era possibile cimentarsi, e spesso mi divertivo a cantare sulle basi, esercitandomi ed esercitandomi finché non ero soddisfatta dei risultati.
Non c’era ovviamente nulla di male in tutto questo, anzi era un bellissimo passatempo divertente – al quale un bel dì ho deciso di rinunciare per la Quaresima, scimiottando un po’ le tradizioni del passato che mettevano al bando per quaranta giorni gli spettacoli profani. È stata una piccola rinuncia che, nel suo piccolo, ha pesato – pesato piacevolmente, se me la passate. Mentre sospiravo per la mancanza dei miei karaoke di Chicago, ripiegavo ascoltando ottima musica classica. Se mi prendeva la vaghezza di cantare, non cantavo Britney Spears ma qualche canzone di Chiesa.
Era ‘na scemenzina, eh, ma l’ho trovata così inaspettatamente fruttuosa che ho deciso di ripetere il “sacrificio” di anno in anno. Ancora adesso, in Quaresima mi costringo a non ascoltare musica leggera, e anche davanti alla TV cerco di evitare i programmi più sciocchini.
E non è male!

8) Riprendi il contatto con quell’amico che non sentivi da tempo

Soprattutto se il tuo silenzio è un po’ colpevole – perché sei tu a non aver mai richiamato, sei tu quello che è sempre sommerso dagli impegni…
Oppure: se avete qualche parente anziano, qualche amico particolarmente solo, qualche conoscente a riposo in una casa per la terza età, considerate la possibilità di far loro una visita. Son quelle piccole cose che a voi non cambiano molto, ma che possono davvero svoltare la giornata per chi non aspetta altro.

9) Approfittando dei primi caldi primaverili, fai una gita… ad alto tasso spirituale

La primavera invoglia, non c’è dubbio: i primi caldi, le prime gonnelline, le prime giornate lunghe di sole splendente… a chi non viene il desiderio di prendere la macchina e fare una bella gita fuoriporta?
Evidentemente non c’è niente di male nell’organizzare una gita destinazione Gardaland (ci mancherebbe altro). Però… perché non sfruttare il periodo della Quaresima per dirigerci verso mete “spiritualmente meritevoli”?
Scommetto che anche voi avete vicino a casa un qualche sacro monte da scalare, una qualche abbazia che conoscete solo di nome, una qualche certosa di cui avete visto solo i cancelli.
Benissimo, avete appena trovato la meta di una nuova gita domenicale.

10) Poniti un obiettivo preciso, e fai di tutto per raggiungerlo

Non so per voi, ma per me gli obiettivi saranno essenzialmente lavorativi/scritturali: concludi il tal articolo entro data X, scrivi tot. pagine entro data Y. La procrastinazione è un “peccato” in cui è facilissimo scivolare, soprattutto quando le consegne sono molto in là nel tempo.
Ma per attuare questo buon proposito, non avete necessariamente bisogno di essere dei lavoratori sfaticati: basta prefissarsi un obiettivo da raggiungere, un lavoretto da portare a termine, anche solo a livello di hobby.
Un rigido scadenziario è di certo una piccola mortificazione, soprattutto se ti costringe a stare al computer anche in quel bellissimo pomeriggio di sole, in cui, tutto sommato, un break potresti anche prendertelo. Eppure, è una rinuncia che fa bene, richiamandoti all’autodisciplina, e fa sentire bene: vuoi mettere, la soddisfazione nel pensare che hai lavorato come una matta ma sei riuscita a concludere (magari pure anzitempo!) quel piccolo progetto che ti eri prefissata?

Pillole di Storia

Il terremoto delle Ceneri e i villaggi fantasma della Liguria

Se vi trovate dalle parti di Sanremo e avete un minimo di dimestichezza al volante (gli ultimi metri di strada sono composti da ripidi tornanti senza guardrail, kudos a mio marito alla guida per non aver fatto una piega mentre io terrorizzata recitavo il Memorare), prendetevi un giorno di tempo e raggiungete il borgo di Bussana Vecchia.
Se ci andate in alta stagione (id est, da aprile a settembre circa) avrete l’occasione di viverlo come “borgo degli artisti”: intorno agli anni ’60, il paese è stato okkupato da una collettiva di artisti hippie che ancor oggi lo usano come gigantesco studio e museo a cielo aperto.
Se ci andate in inverno, quando gli artisti sono in vacanza e/o comunque non espongono per la strada, avrete l’affascinante chance di visitare un vero e proprio villaggio fantasma (da far invidia ai ruderi medievali tanto cari al romanticismo inglese!) con una storia molto speciale…

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Era esattamente il giorno d’oggi di 130 anni fa. Era l’alba del mercoledì, ed era il mercoledì delle ceneri.
Il cielo limpido, senza nemmeno una nuvola, aveva cominciato a rischiararsi da pochi minuti; il venticello era lieve e piacevolmente primaverile; il mare calmissimo e con una marea insolitamente bassa, come racconteranno alcuni testimoni.
Nelle case, le mamme lottavano per tirare giù dal letto i bambini insonnoliti; nelle strade, i primi lavoratori cominciavano ad avviarsi verso i campi o verso la chiesa. Nelle sacrestie, i sacerdoti si stavano preparando per la prima funzione del mattino, quella delle 6:30 – ottima per tutti i lavoratori che desideravano ricevere il loro pugnetto di cenere prima di dedicarsi agli impegni della giornata. In alcune chiese, il sacro rito era iniziato addirittura alle 6, e una ordinata fila di fedeli si avvicinava a capo chino verso l’altare, mentre il sacerdote sussurrava loro “ricordati che sei polvere, e polvere ritornerai”.

E poi, un boato. Un fremito lunghissimo, che sostava per qualche secondo e poi riprendeva: un fracasso come mai se n’erano uditi prima in quel piccolo spicchio di mondo; urla, ragli di bestiame; scricchiolii, crepe sui muri, volte che cadono. Erano le 6:22 del 23 febbraio 1887, e un terremoto di magnitudo 6.5 radeva letteralmente al suolo buona parte dell’Imperiese.

Scrive Domenico Capponi, testimone dei fatti:

Mattina bellissima quella del 23 febbraio decorso. Il cielo era sereno: sol quindici e quindi vedeansi vagare per l’azzurro del firmamento alcune nuvolette, indorate dei primi raggi del sole, che era solo spuntar dell’orizzonte.
Mite e fresco spirava il venticello, e facea tremolare le foglie degli aranci, degli olivi, delle palme che meravigliosamente vegetano in quel vero Eden Ligure che si estende fra Savona e Ventimiglia.
Il popolo, per tempissimo alzatosi, era già, o s’incamminava, alla Chiesa di Dio, per ricevere dalla mano del ministro del santuario le sacre ceneri, e sentirsi ripetere quelle tremende parole, cui purtroppo sì poco si pensa: Memento homo quia pulvis es et in pulverem reverteris.
Seco stesso, il buon popolo andava dicendo: che bella giornata oggi…..
Ahimè!
Alle ore 6 e 22 minuti si comincia a sentire un forte e cupo rombo, accompagnato da sollevamento del suolo e susseguito immediatamente da terribile scuotimento via più crescente in senso ondulatorio, che durò oltre 12 secondi; e, sostato quanto può sostare un respiro, ecco s’ode un terribile sussulto, e il sussulto è accompagnato da movimenti vorticosi. Il rumore somiglia a fracasso di pesantissimo treno ferroviario che, spinto a tutta velocità, passi sotto una galleria, e vada di mano in mano aumentando.

Rincara un cronista del quotidiano di Genova:

Era un rumore sordo come quello d’un treno in moto, pareva di trovarsi in un carrozzone di ferrovie lanciato a gran corsa. In quel punto l’ululato dei cani, il muggito del bestiame e le strida dei gallinacci, fatti presagi del brutto avvenimento,  crescevano il terrore nella gente sbigottita.

E così proseguiva Domenico Capponi:

Nelle case, insieme si urtano i mobili, sbattono le porte e le finestre, suonano i campanelli, scricchiolano le travi ed i tetti, si fendono le mura, si spezzano le chiavi di sostegno delle case, delle chiese, crollano i palazzi, i tetti dei templi, gli abituri dell’operaio.

Ricorda orripilato Calvini, un altro tra i presenti:

La  sabbia  saltava  sulla  spiaggia  del  mare  come  sopra  ad  una  lastra  metallica  in  vibrazione. […] Le ondulazioni  degli  edifici  furono  tali  che  le  campane  sui  campanili  di  molte  chiese  e  i  campanelli  appesi  alle  porte delle  case  o  nell’interno  delle  chiese  suonarono più colpi.

E mentre ogni paese e ogni città veniva invaso da

una  folla  fuggente  di  madri  mezzo vestite  che  portavano  seco  i  loro  bambini

suona particolarmente straziante il dettaglio dei campanili delle chiese che suonano da soli… in molti casi, per l’ultima volta, prima di tacere per sempre.

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Se il terremoto avesse avuto luogo in qualsiasi altro momento del giorno, le sue conseguenze sarebbero state sì disastrose… ma, probabilmente, meno traumatiche.
E invece, per com’è andata, a me si stringe il cuore ogni volta che penso alla morte a cui sono andate incontro centinaia di persone in tutta la riviera. Perché erano le sei e mezza del mattino, perché era il Mercoledì delle Ceneri, perché quello era esattamente l’orario in cui tante chiese erano strapiene di fedeli andati alla prima funzione del mattino…
…e così, centinaia di persone – stipate in chiese enormi, antiche, e dalle volte delicate – andarono incontro alla morte sotto i mattoni di quell’edificio sacro in cui sentivano così al riparo. Pochi secondo dopo l’essersi sentiti ripetere “ricordati che devi morire”.

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Il caso più eclatante fu Bajardo: il soffitto della chiesa parrocchiale crollò di colpo durante la scossa, uccidendo 224 persone in pochi secondi.
Ma sarebbe difficile stimare il numero preciso di persone che, in giro per i varii paesi della riviera, non riuscirono a mettersi al riparo per tempo, in questa o quella chiesa (o nel tragitto da casa alla medesima).
Fu una mattanza, in cui la violenza del terremoto in sé fu aggravata dalla caratteristica architettura rivierasca, tanto apprezzata da chi ama i carrugi liguri… ma tanto pericolosa in queste circostanze. Mercalli in persona, commentando i danni causati dall’evento sismico, imputò gran parte della distruzione alle

volte in muratura, molto usate in Liguria anche ai piani superiori, le quali furono le prime a crollare danneggiando anche i muri laterali per la spinta esercitata sopra di essi; tanto che si può ritenere che il 90 per cento delle vittime nelle case, e tutte assolutamente quelle nelle chiese, perirono sotto la rovina di volte troppo vaste e mal costrutte.

Mettici poi

l’altezza esagerata delle case sproporzionata allo spessore dei muri ed alle fondamenta, specialmente per l’aggiunta di nuovi piani ad edifici già vecchi e mal sicuri

e

la poca omogeneità di costruzione, per cui al momento della scossa, oscillando le diverse parti con notevole dissincronismo, più facilmente si staccarono e si sfascinarono

e davvero si stavano ponendo i presupposti per una tragedia, che forse non è rimasta nella memoria collettiva alla pari del terremoto di Messina solo perché il sisma del 1908, abbattendosi su un’area più densamente abitata, fece ovviamente un maggior numero di vittime.
Ma nel terremoto della Liguria, stiamo parlando di interi e interi paesi completamente rasi al suolo e ridotti a cumuli di macerie.

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Come la cronaca tristemente ci insegna, a terremoti così disastrosi seguono spesso altre scosse, anche non lievi. Il continuo tremare della terra causò vere e proprie ondate di panico nella popolazione, che per giorni (!), nel freddo inverno ligure, dormì all’addiaccio in capanne di fortuna, o addirittura all’interno delle piccole barche a remi (!). Fiumane di terremotati si riversavano verso le stazioni della linea ferroviaria per cercare di allontanarsi il più possibile; la situazione era così drammatica che il governo stanziò in emergenza un piano pro-terremotati che stupisce per l’intensità degli interventi e per l’estensione dell’area geografica giudicata bisognosa di assistenza: un enorme triangolo che abbracciava le province di Imperia, Genova e Cuneo.

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In una linea d’azione che forse sarebbe il caso di rispolverare, il governo non intervenne in maniera particolarmente invasiva a sostegno dei terremotati. Più che altro, si limitò a stanziare fondi: ognuno li usasse come riteneva più opportuno, portando avanti gli interventi che la situazione specifica di ogni paese suggeriva più utili e più urgenti.

Da qui, ebbe origine un curioso, tetro, affascinante fenomeno che ancor oggi emoziona il turista che si avventuri nella Liguria di Ponente. E cioè, la nascita di borghi medievali fantasma.

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Dobbiamo capire che il terremoto arrivava in un’epoca storica in cui il mondo stava cambiando vorticosamente. Se fino a qualche tempo prima un paesino arroccato nel roccioso entroterra ligure poteva sopravvivere tutto sommato abbastanza bene, in un clima di autarchia, a fine ‘800 tutto stava cambiando. L’avvento della rete ferroviaria, della corrente elettrica, di nuove tecniche industriali per produrre e lavorare, rendeva necessaria, per ogni paesello che volesse continuare a prosperare, una radicale modernizzazione delle infrastrutture.

Per chi come me ama la Liguria di Ponente: pensate a certi deliziosi borghi abbarbicati nei monti boscosi dell’entroterra – roba che sembra di stare in piena montagna, non a pochi passi dal mare. Paeselli come questi non avevano alcuna chance di reggere alle vorticose rivoluzioni del mondo moderno, isolati com’erano da linee ferroviarie, strade asfaltate, linee del telegrafo e centrali elettriche.

E il paese era appena stato distrutto da un terremoto.
E il governo aveva appena stanziato fondi ingenti per i terremotati.
E la linea ferroviaria era così vicina, un po’ più a valle; e il mare così pieno di sirene tanto invitanti.

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Il caso di Bussana – completamente abbandonata da ogni singolo abitante e ricostruita parecchi chilometri più a valle come nuova cittadina autonoma – è unico nel suo genere, ma solo per entità: al di là di questo episodio macroscopico, furono tantissimi gli antichi borghi liguri ad usufruire delle sovvenzioni governative costruendo delle “New Town” al di fuori del centro storico.
E così, mentre le cittadine liguri si sviluppavano più a valle – vicine al mare, alle linee ferroviarie e alle grandi vie di comunicazione – interi borghi medievali venivano abbandonati a se stessi nei boschi dell’entroterra.

Il tempo è stato clemente con loro, e non li ha rovinati più di quando non avesse già fatto il terremoto. Il fascino di questi antichi villaggi fantasma ha anche ottenuto che in epoca recente alcuni di questi ruderi venissero messi in sicurezza, e aperti alle visite dei turisti.

E le visite in effetti non mancano, e suggerisco anche a voi non farvi scappare la chance.
Camminare per le vie di un villaggio fantasma – possibilmente da soli, nel silenzio, in bassa stagione – è un’esperienza che non si fa tutte le volte.
E farlo conoscendo la storia che sta dietro a quei ruderi, e farlo pensando alle circostanze in cui tanti innocenti hanno perso la vita… è un’operazione particolarmente significativa. Tra tutti i memento mori che io abbia mai sperimentato, è forse quello di maggiore impatto.

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I Bussanesi si diedero appuntamento per l’ultima volta nella loro antica città durante la Domenica delle Palme del 1894. Erano passati sette anni e una Quaresima, dal terremoto che aveva distrutto le loro case.
Dopo un’ultima cerimonia in memoria dei morti, si allontanarono processionalmente dal loro paese (oggi noto come “Bussana Vecchia”) per insediarsi nel nuovo (oggi noto come “Bussana Nuova”) cantando coralmente l’inno In Exitu Israel de Aegypto.