C’era una volta, tanto tempo fa, in un paese lontano lontano non poi così lontano, visto che la leggenda era ben nota in Germania, un uomo irreligioso e senza cuore che si guadagnava da vivere facendo il taglialegna. Non un mestiere disonesto, di per sé, a patto che sia svolto come Dio comanda; ma, sciaguratamente, il protagonista di questa storia non aveva alcun rispetto per l’Onnipotente. E infatti, oltre a condurre un’esistenza peccaminosa in ogni singolo ambito della sua vita quotidiana, l’uomo malvagio aveva addirittura l’ardire di commettere quella colpa che ben pochi avrebbero osato, ai suoi tempi: nell’ordinata società medievale, lui aveva la faccia tosta di lavorare (gasp!) anche di domenica.
“Ambeh, c’è di peggio”, diranno subito i miei piccoli lettori.
No, ragazzi, avete sbagliato: anche volendo escludere la componente di irreligione insita nel comportamento di chi rifiuta di onorare le feste, il fatto gli è che il peccato del taglialegna andava a danneggiare direttamente anche tutti gli altri boscaioli della zona. Nel giorno in cui sapeva di non avere concorrenza (perché tutti gli altri erano a messa, o comunque impegnati a trascorrere la giornata nella loro quiete domestica sì come Dio comanda), il boscaiolo abbatteva gli alberi più grandi, rubava fascine di legno dalle cataste che gli altri avevano messi da parte; insomma, faceva il bello e il cattivo tempo, dandosi a ogni tipo di ruberie.
Tutti lo sapevano, ma nessuno poteva dimostrarlo; e del resto non v’era modo di impedirgli di andare avanti con questa solfa, a meno di non mettersi a presidiare il luogo del delitto iniziando, di fatto, a lavorare anche di domenica.
Ma era un peccato, giustappunto; e poi (diciamocelo) era anche una grossa scocciatura. Le famiglie hanno pur bisogno di un po’ di tempo per restare assieme. E così, il taglialegna disonesto andò avanti a rubare impunito, mentre la brava gente si limitava a levare al cielo sguardi supplici ogni domenica, all’uscita dalla messa, implorando un po’ di giustizia divina. Che, però, sembrava non voler arrivare.
E infatti, in quella domenica fatale, il peccatore disonesto non trattenne un sorriso di scherno quando fu approcciato in mezzo alla strada da un tale che indossava il vestito buono della festa. Non doveva essere uno del posto (forse, uno straniero in visita a qualche parente), perché evidentemente non lo conosceva né era al corrente della sua fama: anzi, inarcò le sopracciglia in un’espressione di aperto stupore quando se lo vide venire innanzi con gli abiti da lavoro, alla guida di un carretto su cui trasportava fascine di legna freschissima, appena tagliata. Quando lo apostrofò, aveva la voce strozzata dall’angoscia: “buon uomo, non lo sai che oggi è domenica?”. Evidentemente, quel fesso pensava che lui potesse aver perso il conto del tempo!
Si sentì di rassicurarlo sul punto, se non altro per godersi la faccia che avrebbe fatto: “sì sì, grazie, lo so”.
E la reazione attesa, puntuale, arrivò: sul viso del passante si dipinse un’espressione di puro shock. “Ma tu… stai lavorando! Nella domenica, il giorno del Signore! Quello in cui nessun uomo sulla faccia della Terra osa infrangere il suo comandamento di onorare la festa! Affrettati, forse sei ancora in tempo: la messa della sera non è cominciata da molto…”.
Con un sorrisetto, il taglialegna tirò le redini riprendendo la sua via.
Il passante era incredulo: alzò la voce, gli gridò alle spalle un angosciato “ma è domenica!”.
E lui si girò a guardarlo, brevemente: “sì beh. Sai cosa? Dicono che sulla luna sia sempre lunedì. Io seguo quel calendario, problema risolto. Buona giornata, eh!”.
Il passante socchiuse gli occhi e, lentamente, in un sospiro rassegnato, soffiò aria dal naso. E quel soffio si trasformò in un vento gelido che circondò il carretto come un tornado e fece imbizzarrire il cavallo. Si levò dalla terra un’enorme nube di polvere, e quando si diradò il cavallo era come pietrificato: il taglialegna si girò verso lo sconosciuto, preso dal panico, e fu sgomento nel notare che quel passante molesto adesso irraggiava luce propria tutt’intorno a sé, rifulgendo d’una bellezza celestiale che era difficile da descriversi a parole. Era uno spettacolo meraviglioso e terrificante a un tempo, da far ghiacciare il sangue nelle vene.
L’angelo puntò i suoi occhi in quelli del taglialegna e parlò come in un boato di mille voci vibranti che si incontrano: “e allora, giacché non ti interessa vivere secondo i costumi dei cristiani che popolano la terra, da oggi potrai godere del tuo perpetuo lunedì andando a vivere direttamente sulla luna. E lì sarai confinato fino alla fine dei tempi, condannato a non morire, affinché la tua eterna solitudine sia di monito a chiunque osi infrangere il riposo domenicale”.
E, con queste parole, l’angelo sparì. E sparì pure il taglialegna disonesto, che in un battito di ciglia si trovò catapultato sulla luna: lì vive ancora, in disperata solitudine, destinato a rimpiangere eternamente il suo errore: talvolta, alzando gli occhi verso il cielo nelle notti di luna piena, potrete notare la sua faccia carica d’orrore, che ci guarda.
Talvolta, aguzzando la vista, lo potrete piuttosto intravvedere di lontano mentre porta sulle spalle una fascina di chissà quale legno lunare, condannato a rivivere ogni giorno l’errore che gli fu fatale.
Chissà quante cose vorrebbe dirci, insegnarci. Chissà: forse al prossimo allunaggio. La NASA ritiene che non manchi così tanto.
***
La storiella, di rara inquietudine, non è – evidentemente – farina nel mio sacco. A darne conto, fra i molti, è Sabine Baring-Gould, un sacerdote anglicano d’età vittoriana che sarei tentata di nominare nume protettore di questo blog, visto che costui trascorse la sua intera vita a scrivere di folklore, agiografia, fate, fantasmi e leggende medievali, specie se legate alla sfera religiosa.
Cioè.
Ebbene: nella sua opera più famosa, dedicata ai Curious Myths of the Middle Ages, Baring-Gould dà conto della leggenda perturbante dell’Uomo sulla Luna – un personaggio che non è particolarmente presente nell’immaginario collettivo di noi Italiani (che tendenzialmente, nella luna, vediamo una forma di formaggio) ma che è invece figura piuttosto radicata nella cultura del nord Europa (per dire: nel Regno Unito, The Man on the Moon è stato addirittura protagonista di uno spot pubblicitario, non troppi anni fa).
Con ogni probabilità – fa notare Baring-Gould – la leggenda nasce in Germania, zona da cui proviene il maggior numero di attestazioni. O comunque è sicuramente lì che gode della maggior diffusione, con un buon numero di varianti locali a testimoniarne la vitalità. Per esempio, nella Frisia, a essere finito sulla luna è un uomo senza scrupoli che ha profittato della messa di Natale per introdursi nella casa del vicino e rubargli il cavolo che il poverino meditava a mangiare a pranzo (!); nell’isola di Sylt si narra che, usando il cavolo come esca, il malvivente sia pure riuscito a fregare al vicino tutte le sue pecore. Mai una gioia.
Oppure ancora: nella zona dello Schaumburg-Lippe, l’uomo sulla luna beneficia almeno di un po’ di compagnia muliebre. Lui era uno psicopatico che spargeva rovi sul sentiero che conduceva alla parrocchia, per ostacolare il cammino della brava gente che si recava a messa; lei era una donna troppo presa dai lavori casalinghi, che si ostinava a lavorare di domenica per preparare il burro: condivisero il destino di finire sulla luna, novelli Adamo ed Eva – e speriamo almeno che si trovino simpatici. (O forse no?).
Ma se la Germania è la zona in cui la leggenda è più diffusa, non è comunque l’unica area d’Europa che ebbe modo di conoscerla. Anzi: fin dal pieno Medioevo la storiella doveva essere nota in vaste zone del continente: Alexander Neckam (1157-1217), monaco d’origini francesi che trascorse però la maggior parte della vita nei pressi di Gloucester, accenna brevemente in uno dei suoi sermoni alla credenza popolare che parla di un uomo sulla luna, intento a trascinare una fascina di legno; e anche Shakespeare la cita in un paio di occasioni, nella Tempesta e nel Sogno di una notte di mezza estate (per quanto, nessuno dei due autori fornisca maggiori dettagli sulle circostanze che hanno mandato nello spazio quel poveretto).
Insomma, una leggenda che ha sicuramente origini antiche. Anzi, dovrei forse dire antichissime: con ogni evidenza, il mito prende le mosse da un aneddoto che viene narrato nella Bibbia (niente meno!). Nel libro dei Numeri (15, 32-36) leggiamo infatti che: «mentre gli Israeliti erano nel deserto, trovarono un uomo che raccoglieva legna nel giorno di sabato. Quelli che l’avevano scoperto a raccogliere legna lo condussero al cospetto di Mosè, di Aronne e di tutta la comunità; lo misero sotto sorveglianza, perché non era stato ancora stabilito che cosa gli si dovesse fare. Il Signore disse a Mosè: ‘Quell’uomo deve essere messo a morte; tutta la comunità lo lapiderà fuori dell’accampamento’. Tutta la comunità lo condusse fuori dell’accampamento e lo lapidò; e quegli morì secondo il comando che il Signore aveva dato a Mosè».
In questa versione della storia, il taglialegna s’era limitato a morire male, senza strane storie di viaggi spaziali e di allunaggi. Ma, si sa, gli uomini medievali erano gente piena di inventiva, che sarebbe andata matta per i romanzi di fantascienza se solo avesse avuto il modo di leggerne qualcuno. Ed evidentemente non parve loro male il pensiero di aggiungere un po’ di pepe a questa cautionary tale – e ci avevano anche visto giusto, naturalmente. Senza la loro inventiva, oggi non saremmo qui a parlarne.
Per approfondire:
- Sabine Baring-Gould, Curious Myths of the Middle Ages (Dover Publications, 2012)
- Can you see a ‘Man in the Moon’? (Royal Museums, Greenwich)


ac-comandante
Che la storia l’abbia conosciuta un mio amico di Torino? Lui, tifoso granata, aveva immaginato che sulla Luna ci finiva l’intera dirigenza della Juve! 2006, e si inquadra il pensiero da tifoso…
Invece la storia della ruberia della legna ai “colleghi” mi ricorda la lite sorta in una regione svizzera sulla gestione comune dei pascoli montani (Allmend): le “bestie con le corna”, ossia i bovini, mangiavano più erba delle “bestie con le unghie”, ossia gli ovini e caprini, e quando i proprietari delle seconde non ricevettero soddisfazione, volarono insulti: i proprietari di bovini furono definiti “cornuti” dai proprietari di ovini e caprini e questi ultimi furono definiti “ungulati” dai primi, paragonati a propri animali, per arrivare alle mani all’assemblea generale di quel posto (Landesgemeinde). Invece di finire sulla Luna, questi finirono su un campo di battaglia: la lite fra “cornuti” e “ungulati” fu una delle cause della guerra del Sonderbund.
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ac-comandante
Il paragone fra animali e padroni quali cornuti e ungulati (gli insulti in tedesco furono Hornmänner e Klauenmänner) e relativa rissa avvennero alla Landsgemeinde di Rothenthurm (canton Schwyz) il 6 maggio 1838.
Il fatto è riportato anche su wikipedia tedesca (non pensavo, l’ho trovato su un libro, Storia della Svizzera di Emilio R. Papa, ed. Bompiani): https://de.wikipedia.org/wiki/Rothenthurm_SZ#Horn-_und_Klauenstreit
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ilnoire
Una sana lapidata non si nega a nessuno… meglio allora la Luna, poeticamente anche, perché sarebbe stato in buona compagnia.
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Lucia Graziano
E io invece concordo con Austin Dove qui sotto, sai?
Dovesse toccare a me, penso che sceglierei la morte rapida rispetto alla dannazione eterna sulla luna fino alla fine dei tempi. Fino alla fine dei tempi abbandonati sulla luna l’è lunga, eh!
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ilnoire
Mah è che io penso, che finché c’è vita c’è speranza, anche sulla Luna… 😉 E poi con dei cuscini colorati, delle tende… non so… anche la Luna si rallegra
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ilnoire
Userò in un racconto la lapidazione, ma sarà solo una lapidazione “tecnica”
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Austin Dove
ansietta
forse meglio la versione biblica, che un’attesa perenne
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Lucia Graziano
Sì, vero? Anche secondo me, onestamente!
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Umberta Mesina
Ma era così stringente, in tempi antichi, il precetto domenicale? Stavo giusto pensando, mentre leggevo, che la storia ha un che di ebraico in quell’insistenza di non lavorare nel giorno del Signore… Anche se è tutto sensato (concorrenza sleale e necessità di stare in famiglia eccetera), ci sono molti lavori che noi cristiani abbiamo sempre potuto fare anche di domenica o nelle feste, come il dar da mangiare al bestiame. Insomma, l’approccio mi pareva più protestante che medievale.
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Lucia Graziano
No no, la necessità di astenersi dal lavoro durante le feste di precetto era piuttosto sentita nel Medioevo. Ovviamente poi non vigeva il divieto totale di svolgere i normali lavori domestici che sono necessari alla sopravvivenza (chiaro che nessuno ha mai vietato ai cristiani di cucinare di domenica o di rassettare la casa, per dire; e portare da mangiare agli animali lo farei rientrare nella stessa categoria). Ma l’obbligo di astenersi dal lavoro in occasione delle feste c’era, eccome.
Addirittura, c’è una vasta gamma di santi che compiono i cosiddetti “miracoli punitivi” per punire i fedeli che andavano al lavoro nel corso della festa patronale. A Torino e dintorni erano frequentissimi. Il santo patrono viene festeggiato il 24 giugno e altre due feste importanti cadono il 20 e il 25 dello stesso mese (la Madonna Consolata, protettrice della città, e san Massimo protovescovo rispettivamente). Quindi avevano la situazione scomoda di avere tre feste importanti l’una attaccata all’altra, e nel momento di massimo lavoro per i contadini perché siamo nel pieno della stagione della raccolta. Ecco: ti posso dire per esempio che è PIENO di miracoli punitivi in cui san Massimo protovescovo manda in malora l’intera giornata di lavoro di chi, in quel giorno, era andato a lavorare nei campi invece che onorare la festa astenendosi dagli impegni mondani.
E non era nemmeno festa patronale ufficialmente, quindi non era nemmeno “obbligatorio” astenersi dal lavoro in quella che sì era una festa religiosa importante, ma non era comunque la festa patronale. Ma evidentemente, l’astensione dal lavoro era così tanto incoraggiato dalla Chiesa, che… 🙂
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Umberta Mesina
Ma tu pensa… Grazie. Non ne avevo idea. Del resto, per me spostare la legna è un lavoro quotidiano, in inverno ;P
Non mi era mai capitato di trovare questo tipo di leggende. Quelle sulla punizione di chi è avaro o non aiuta i poveri, sì, ma di questo genere non ne ricordo nessuna.
Accipicchia, però, non pensavo che san Massimo fosse tanto severo.
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Lucia Graziano
San Massimo è severissimo e io quando posso cerco sempre di prendere ferie / non lavorare il 25 giugno, perché francamente in quanto torinese ho anche un po’ paura eh 😐😐
(😂 E’ vero che mi capita spesso di stare a riposo il 25 giugno, in realtà ovviamente lo faccio spesso per “attaccarmi” al ponte del 24, che è festa patronale, e ritagliarmi qualche giorno di vacanza. Ma non nego che scelgo sempre di stare a riposo il 25, e non per esempio il 23, anche perché mi diverte l’idea di far contento il buon san Massimo, una volta tanto. Dopo tanti secoli di speranze frustrate! 😂)
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