Cose cristiane, Pillole di Storia

Cerimoniale vaticano for dummies (AKA: perché Melania Trump ha incontrato il Papa vestita come una beghina in lutto?)

Confesso che la cosa mi ha presa di sprovvista. Non mi aspettavo che l’outfit di Melania Trump per la sua visita in Vaticano destasse nel web così tanta curiosità – se non altro, perché, di VIP, il Papa ne riceve spesso, e non è mica la prima volta che vediamo foto di un’udienza privata.
Eppure, la First Lady è pur sempre la First Lady, e la visita di Melania a Papa Francesco ha evidentemente destato molta curiosità.

Velo Melania Trump
Il velo muliebre di Melania in visita a Papa Francesco

A vantaggio di chi non ha la più pallida idea di come funzioni il cerimoniale vaticano (…e, auspicabilmente, anche a vantaggio di chi un’idea ce l’ha, ma è curioso di approfondire la storia del perché e del percome), ecco dunque un piccolo vademecum di vaticanerie for dummies (AKA: perché Melania s’è conciata come per un funerale di inizio secolo?).

Appunto! Perché??

Ma pora stella: il suo look ha stupito molti, ma lei si è limitata a seguire il cerimoniale diplomatico. Copiando testualmente dagli Appunti per un approccio sistematico al Cerimoniale Vaticano curati da Giuseppe Damiano Iannizzotto dell’Associazione Nazionale Cerimonialisti Enti Pubblici,

in occasione di Visite di Stato al Sommo Pontefice, per gli uomini è prescritto il frac con gilet nero e decorazioni (quelle pontificie precedono le nazionali) mentre alle donne si richiede abito lungo nero, velo e guanti pure neri; sono ammesse le decorazioni ma nessun gioiello, salvo le perle.
In occasione di Visite ufficiali gli uomini indossano un abito scuro con decorazioni e le donne un abito corto nero con decorazioni ma senza gioielli salvo le perle.

Hillary Clinton velo Papa Wojtyla
Anche Hillary, accompagnando suo marito a una visita ufficiale in Vaticano, ha indossato un velo nero da protocollo. Correva l’anno 1994…

Prendo atto. Però non ha senso! Che è ‘sta fissa del nero? Perché costringere le donne a vestirsi praticamente a lutto?

Mah. Io direi: per la stessa ragione per cui le signore invitate a un matrimonio sono “costrette” a evitare abiti lunghi di colore bianco.

Sulle origini della consuetudine per cui le donne devono vestire in nero quando incontrano il Papa, in questi ultimi giorni ho letto la qualunque. Online si dice che la richiesta viene fatta affinché le donne vestano da penitenti, o perché la Chiesa impone abiti dimessi alla donna tentatrice. Ho letto addirittura che il nero è una ‘punizione’ per la colpa di Eva e di tutte le sue figlie (???)… ma, no, non è vero niente di questo.

La spiegazione è molto più pragmatica: avete presente gli abiti lussuosi di Kate Middleton quando partecipa a una festa in pompa magna? Ecco: calcolate che la sua eleganza è solo l’eco lontana degli sfarzi con cui le regine (e le dame in generale) si agghindavano per partecipare a eventi ufficiali, fino a qualche decennio fa.

Ora: il Papa, poveraccio, è in una situazione singolarissima. Ogni re che si rispetti ha una regina consorte, bellissima e affascinate nei suoi diademi splendenti per le serate di grande gala. Ha vestiti di lusso, ha una delegazione diplomatica di cortigiani pluridecorati, ha ricchezze di ogni tipo, e non ha remore a mostrarle.
Il Papa, povero cristiano, ha e ha sempre avuto ben poca mercanzia. Non ha una “papessa consorte”, i suoi cortigiani sono attempati ometti in abito talare… immaginatevi la Principessa Sissi col suo abito più sontuoso che viene a fare visita a ‘sta combriccola di vecchietti.

Una delle regole base della diplomazia è sempre stata: nel caso di visite ufficiali, il “padrone di casa” deve sempre avere il posto di rilievo (e ci mancherebbe!).
Se il tuo capo di Stato è un tizio che non ha mogli, non ha figlie, non ha gioielli al di fuori di quelli per uso liturgico, e non può nemmeno fare uno sfoggio di ricchezze fine a se stesso… allora, forse forse, la scelta più agevole per i diplomatici è imporre a tutti gli ospiti un dress code di colore scuro.
Così almeno il Papa risalta, perché è l’unico col vestito chiaro.
Per dire.
Sempre meglio di niente.

Nobel svezia
La famiglia reale di Svezia, in gran spolvero per la consegna dei premi nobel nel 2016. Capite bene che signore agghindate così finirebbero inevitabilmente per far passare in secondo piano qualunque prete…

Molto prosaicamente, la vera motivazione dietro al little black dress imposto d’ufficio sembra essere proprio questa. Una antica norma vecchia di secoli, che poi è diventata standard ed è stata portata avanti per tradizione. Ma non c’era nessun sottotesto particolarmente misogino, dietro.

Come no! E il velo? A ‘sto punto infiliamo le donne dentro ad un burqa e facciamo prima!

Aehm: io ho un cassetto pieno di veli, e “misogino” è l’ultimo aggettivo con cui li definirei.

Amal Vaticano
Per il suo incontro con papa Francesco nel maggio 2016, Amal Clooney ha optato per un (appropriato) cappello nero, che evidentemente preferiva al velo tradizionale. Look impeccabile anche così!

Che le donne si presentino sempre a capo coperto quando si trovano in un contesto “sacro”, è una norma antichissima, per i Cattolici. Chiedete a una qualsiasi delle vostre nonne: anche lei vi confermerà che, fino al Concilio Vaticano II, le donne dovevano indossare un cappello (o un velo, o un foulard) anche solo per entrare in chiesa.
È una tradizione antica, che deriverebbe addirittura dai tempi di san Lino, eletto papa dopo la morte di san Pietro. Il generale cambiamento di costumi, e le innovazioni introdotte dal Concilio Vaticano II, hanno senz’altro reso meno popolare questa consuetudine (che in compenso resta viva – e anzi sta avendo un grosso revival negli ultimi anni – in tante aree del mondo, come ad esempio gli USA).

Anche lì: è tradizione.
E non è manco una tradizione brutta o svilente per l’ospite femminile, secondo me (sarà che io sono una fan dei veli… ma avete idea di quanto possa essere bello, un bel velo da Messa?!)

Fatto sta che tutti questi vincoli la Santa Sede li impone solo alle donne. I maschi possono vestirsi normale.

Più che altro, è la moda maschile che non concede particolari guizzi di fantasia quando si tratta di mettersi in tiro per un’occasione di gala. Giacca e cravatta, quello è. Il cerimoniale vaticano impone anche agli uomini il colore nero in tinta unita… ma – ovviamente – un completo nero, su un uomo, dà meno nell’occhio.

…c’è anche un’altra cosa, però, da considerare. All’epoca in cui nasce il cerimoniale diplomatico, tutti i capi di Stato (cioè, tutti i personaggi che potevano ragionevolmente ambire a un’udienza privata col Santo Padre) avevano alle loro spalle una carriera militare. Tutti: re, principi, politici – chiunque aveva prestato servizio nell’esercito, almeno per un po’.
Ed era consuetudine che, in caso di eventi ufficiali, l’uomo si vestisse in alta uniforme sfoggiando con orgoglio onorificenze e gradi raggiunti.

La divisa militare, quella è: non è che puoi cambiarla.
Ecco dunque la necessità di regolamentare soprattutto l’abbigliamento femminile: perché le dame sono (anzi: erano) le uniche a non essere legate al rigore di un’uniforme.

Giovanni Paolo I Famiglia Lussemburgo
Il Granduca e la Granduchessa del Lussemburgo, due dei pochi ospiti che Papa Giovanni Paolo I ebbe il tempo di accogliere durante il suo breve pontificato. Il Granduca, come da tradizione, sfoggia orgogliosamente la sua uniforme.

E perché alcune donne si presentano al Papa vestite di bianco?

È il cosiddetto “privilegio del bianco”, una intrigante deroga alla normativa che vuole le signore vestite di nero per non “oscurare” il Papa con la loro eleganza.
Ebbene: le regine delle grandi monarchie cattoliche (quindi, Spagna, Belgio e Lussemburgo), le principesse di Casa Savoia e l’attuale principessa consorte del Principato di Monaco hanno il permesso di indossare abito e velo bianco, quando si trovano al cospetto al Papa.

È una possibilità che viene loro concessa negli anni della Controriforma, per premiare quelle case regnanti che erano rimaste fedeli al Papato.
E, per quanto la materia sia evidentemente futile, credetemi: non è cosa da poco.

Che un capo di Stato accetti di far entrare in casa sua, in visita ufficiale, una tizia che sta sostanzialmente indossando un vestito da sposa, non è poco affatto. Vuol dire mettersi implicitamente in secondo piano, consentendo che tutti gli occhi siano puntati sulla bellissima dama che, inevitabilmente, ti ruberà la scena.

La materia è futile, ma il gesto è significativo!

Privilegio del Bianco Savoia
La regina Elena e la principessa Maria Josè di Savoia si avvalgono del privilegio del bianco, durante una visita ufficiale a Pio XII. E poi non ditemi che i loro abiti non davano nell’occhio…

Che schifo, però, la foto di sopra, con la principessa costretta a baciare la mano del Papa! E che è?

Mette Maritte
Mette Maritte, moglie dell’erede al trono di Norvegia, si inchina davanti alla regina Elisabetta, nel corso di una visita ufficiale

Sembrerà una questione di lana caprina, ma tecnicamente non si bacia la mano del Papa; si bacia l’anello del pescatore che il Papa porta al dito. Allo stesso modo, nell’incontrare un vescovo, si bacia il suo anello vescovile, e non la mano in sé.
È un modo simbolico per onorare il ruolo del personaggio, più che la sua persona (in maniera non dissimile dal modo in cui altri cerimoniali esteri prevedono che ci si inchini di fronte a un monarca).

Sembrerà una questione di lana caprina, dicevo, ma a ben vedere non lo è: la liturgia cattolica (e non il cerimoniale diplomatico di Città del Vaticano) prevede, effettivamente, delle circostanze in cui il fedele bacia le mani del sacerdote in quanto tale (ad esempio, dopo la prima Messa di un novello sacerdote, a sottolineare che quelle due mani adesso hanno il “potere” di “portare” Cristo in terra al momento della consacrazione eucaristica).

Se il cerimoniale vaticano volesse costringere a onorare il Papa come leader religioso, avrebbe relativamente aggio al richiedere il bacio della mano in sé e per sé. Che si chieda invece all’ospite di baciare l’anello del pescatore, cioè il simbolo del potere, ha tutt’altra valenza.

Mh. E a parte l’anello del pescatore, il Papa ce l’ha, un dress code per le visite ufficiali?

In teoria, il cerimoniale prevede che il Santo Padre riceva gli ospiti indossando l’abito corale (cioè: veste bianca, sopravveste di pizzo, mantellina rossa, stola, scarpe rosse, zucchetto bianco e croce pontificale). Papa Francesco, non amante di questi orpelli, finora ha sempre preferito indossare la normale veste talare che è diventata un po’ la sua “divisa” per tutte le azioni non liturgiche.

Charlene Papa Ratzinger
La principessa Charlene di Monaco sfrutta il privilegio del bianco (e indossa un velo che mi pare proprio identico a uno che io, N.d.R.) nel corso di una visita ufficiale a Papa Ratzinger. Benedetto XVI, dal canto suo, si attiene scrupolosamente al cerimoniale vaticano per quanto riguarda la scelta del suo abbigliamento.

Per pura curiosità: l’abito corale come quello che vedete sopra addosso a Papa Ratzinger si impone come “abito pubblico” solo a partire dal ‘400. Fino ad allora, in tutte le occasioni solenni, il Papa indossava un delizioso completino rispolverato da Sorrentino per la serie The Young Pope. Nella celebre scena in cui Papa Lenny riceve in udienza il Primo Ministro, lo vediamo indossare l’antico “manto papale” – lunghissimo, con strascico, e riccamente decorato.
L’ultimo papa ad utilizzarlo fu Paolo VI… e (curiosità!) non è mai stato formalmente abolito. In teoria, un Papa potrebbe ancor oggi decidere di conciarsi così per ricevere in udienza un suo ospite!

Young Pope
Niente di meglio di un buon manto papale per intimorire un ospite sgradito (scena da “The Young Pope”)

Ma Papa Francesco non ha cambiato il cerimoniale?

No. Che io sappia, formalmente non ha cambiato niente, nel senso che rimangono in vigore tutte le regole di cui sopra: signore in nero e a capo coperto, Papa con abito corale, privilegio del bianco per poche signore al mondo, e così via dicendo.

Se il protocollo rimane quello di sempre, personalmente ritengo che la Segreteria di Stato comunichi ai vari ospiti che Papa Francesco non ha particolarmente a cuore il rispetto rigido di queste regole. In caso contrario, non mi spiego vistosi “scivoloni” diplomatici da parte di personaggi che, in udienza ufficiale, infrangono apertamente il protocollo, pur essendo stati ligi alle regole in tutte le visite ufficiali effettuate ai tempi di Ratzinger e Wojtyla.

Carlo Camilla Papa Collage
La Duchessa di Cornovaglia, in abito nero con velo nero durante una visita ufficiale a Papa Benedetto XVI, e a capo scoperto in un abito praticamente bianco durante una visita ufficiale a Papa Francesco: in assenza di un ok da parte del Vaticano, sarebbe una mancanza di rispetto talmente grave che non riesco neanche a immaginare uno scenario in cui la famiglia reale inglese avrebbe potuto concepirla!

L’unica vera modifica al cerimoniale vaticano, voluta e apportata da Papa Francesco, riguarda il trattamento da riservare a tutti quegli ospiti che si presentano in visita ufficiali accompagnati da un partner a cui sono legati da un’unione irregolare (per i canoni della Chiesa Cattolica).
Fino a pochi anni fa, chi – professando fede cattolica – richiedeva un’udienza privata, e in questa udienza si faceva accompagnare dalla [convivente / moglie di secondo letto / partner omosessuale] poteva senz’altro presentare la sua dolce metà al Santo Padre… ma nulla più. Il partner “irregolare” non poteva apparire nelle foto ufficiali, e non assisteva nemmeno all’udienza privata (veniva fatto accomodare in un’altra stanza, e solo successivamente, a margine, incontrava il Papa).

Come spiega questo articolo,

si trattava – è bene chiarire – di un protocollo valevole solo per i capi di Stato che si professavano cattolici. […] La ragione profonda per cui un Capo di Stato cattolico non poteva essere accompagnato dal coniuge se in situazione canonicamente irregolare risiede nel fatto che il Papa […] non poteva approvare surrettiziamente una situazione matrimoniale irregolare riconoscendola, seppur in maniera indiretta, durante una visita ufficiale.

Era insomma una sorta di catechesi indiretta che passava attraverso simboli e gesti, e che papa Francesco ha reputato troppo tranchant e troppo poco misercordiosa. In questo caso – e solo in questo – papa Francesco ha effettivamente ordinato che il cerimoniale fosse cambiato. E così, pochi mesi fa, Papa Francesco ha accolto per la prima volta il presidente argentino Mauricio Macrì assieme alla sua terza moglie.

Papa Macri terza moglie
Il presidente Macrì incontra Papa Francesco in compagnia della sua terza moglie (febbraio 2016)

…che peraltro indossava un bellissimo velo nero e un abitino comme il fault.
Proprio come da protocollo!

Pillole di Storia

Ma che fine facevano i neonati abbandonati nella ruota degli esposti?

Uno sente parlare di “ruota degli esposti” e giustamente avverte un brivido freddo lungo la schiena – perché, ok, meglio abbandonare il figlio che farlo uccidere da una mammana, ma poi il retropensiero è sempre quello: “forse forse sarebbe più desiderabile la morte, rispetto all’essere un trovatello nel Medio Evo”.

Ma sarà proprio così?
Cosa succedeva, concretamente, a un bimbo non voluto, dal momento in cui la sua mamma lo abbandonava al suo destino?
Una di quelle domande a cui sembrerebbe difficile dare una risposta… ma invece no. In questo caso, la buona sorte è dalla nostra parte: gli archivi conventuali e ospedalieri sono in grado di fornirci informazioni abbondanti (e sorprendenti!) sul destino di questi poveri trovatelli…

Ruota esposti 2

Facciamo un passo indietro, e cominciamo con una breve lezione di Storia.

La “ruota degli esposti” nasce in Francia sul finire del XII secolo; secondo la tradizione, papa Innocenzo III ne istituisce una nell’ospedale di Santo Spirito in Sassia, alle porte del Vaticano, poiché turbato da incubi ricorrenti in cui sognava cadaveri di neonati che galleggiavano sul Tevere.

Da lì, la ruota degli esposti si diffonde a macchia d’olio in tutta l’Europa continentale. A partire della metà del ‘400 non esisteva in Italia un singolo ospedale che non destinasse alla gestione dei trovatelli una parte significativa delle sue risorse. Proprio in quel periodo, peraltro (e cioè, tra fine ‘400 e inizio ‘500) la ruota degli esposti vive il suo periodo di massimo splendore, complice anche una crisi economica globale che rendeva particolarmente arduo mantenere famiglie numerose.

Ecco dunque aumentare il numero di trovatelli, ed ecco dunque l’assistenza pubblica organizzarsi per gestire al meglio il problema.
E quanto in un ente pubblico ci si organizza bene, succedono tante belle cose – ad esempio, si producono un sacco di scartoffie, per l’esasperazione dei contemporanei e per il godimento degli archivisti posteri.
Proprio grazie a queste carte possiamo farci un’idea abbastanza precisa di come dovesse svolgersi la vita di un trovatello medievale che veniva abbandonato in una ruota degli esposti verso la fine del Medioevo.

Ruota esposti 3

Il trovatello, innanzi tutto, poteva vivere o morire.
In un’epoca storica in cui il tasso di mortalità era altissimo tra gli infanti, un neonato con poche ore di vita, che alla ruota degli esposti magari ci arrivava già malandato e denutrito, aveva delle buone chance di ammalarsi gravemente.
Ma se riusciva a superare il periodo critico dei primi giorni, ecco che cominciava quello che noi definiremmo “l’iter di adozione”, con il trasferimento del bebè in una struttura appropriata.

A Milano, sotto il coordinamento dell’Ospedale Maggiore, i trovatelli erano “smistati” in due centri specializzati. L’ospedale del Brolo (presso l’attuale chiesa di Santo Stefano) aveva una nursery dedicata ai cosiddetti “figli del latte”, cioè i neonati che erano appena stati recuperati da una ruota degli esposti e attendevano collocazione.
Un poppante – si sa – ha bisogno di bere latte, e nel Medioevo – si sa anche questo – non esisteva il latte artificiale. C’era dunque l’urgentissima necessità di mettere a balia questi bambini presso famiglie in cui la madre fosse disposta a fare da nutrice.

Letta così, sembrerebbe una mission impossible: vi stupirà invece sapere che le famiglie facevano la ressa per poter prendere in custodia un bambino.
In primo luogo, lo Stato stanziava una piccola somma di denaro a titolo di rimborso spese per la balia e per la sua famiglia. Non che ci si arricchisse a crescere i trovatelli… ma calcolando che il latte materno è gratis, e che una donna medievale passava molti anni della sua vita nelle condizioni di poter allattare, accogliere nella propria casa un bambino abbandonato era pur sempre un modo di arrotondare facendo un’opera di bene.

Tra la balia e l’ospedale veniva stipulato un vero e proprio contratto, in cui la famiglia “affidataria” si impegnava a trattare bene il neonato, a crescerlo coscienziosamente, a fare tutto il possibile per conservarne la salute. A partire dal 1477, un regolamento interno dell’Ospedale Maggiore di Milano stabiliva che le balie dovessero necessariamente risiedere entro 12 miglia dalla città, e ciò per permettere frequenti visite di controllo da parte di quelle che oggi definiremmo “assistenti sociali”.
Insomma, una vasta macchina burocratica si metteva in modo per garantire che il bambino fosse cresciuto in un ambiente il più sano possibile. E vi stupirà: parrebbe che, in molti casi, questi neonati dati a balia fossero trattati fin troppo bene – nel senso che, in certi casi, le madri biologiche contattavano la nutrice per seguire la crescita del figlio, o addirittura per consegnargli doni di valore o somme di denaro. Una eventualità chiaramente avversata dall’assistenza pubblica (se sei in grado di mantenere un figlio illegittimo, allora cercagli tu una collocazione consona e non gravare sull’erario)… ma tant’è: e anche questo dettaglio la dice lunga.

In base alla disponibilità della famiglia affidataria, i neonati potevano restare nella casa della nutrice  per un lasso di tempo compreso tra i due e i quattro anni. Alla scadenza del contratto di affido, i bambini ritornavano in una struttura assistenziale – e, per la precisione, nell’Ospedale di S. Celso (presso l’omonima chiesa), dedicato all’accoglienza dei cosiddetti “figli del pane” (e cioè, i bambini ormai grandicelli e già svezzati).

Che succedeva a quel punto?
Beh, l’ospedale cominciava a cercare una famiglia adottiva – e lo faceva con una certa frenesia, anche per “sbarazzarsi” di quello che, tutto sommato, a quel punto era solamente un costo.

I bambini che non riuscivano ad essere collocati venivano ospitati all’interno di una struttura ospedaliera fino al raggiungimento della maggiore età. In teoria, l’ospedale avrebbe dovuto attivarsi per insegnare un mestiere agli orfanelli ricoverati e trovar loro un impiego al momento delle loro dimissioni. All’atto pratico, chi non trovava una famiglia adottiva tendeva ad abbandonare l’ospedale il più tardi possibile e a fare una vita da vagabondo (con un’unica possibilità di salvezza per le ragazze: rubare il cuore a un buon partito, disposto a sposarle anche senza dote).

Per contro, le buone notizie: molti bambini venivano effettivamente adottati!
L’Ospedale Maggiore di Milano conserva ancor oggi un preziosissimo libro delle “Consegne ai Trovatelli”, che tiene traccia di tutti i contratti di affido stipulati con le famiglie adottive a partire dall’anno 1472, e fino all’anno 1531.
I dati non ci permettono di stabilire quale fosse la percentuale di bambini che trovava effettivamente una casa, ma il libro delle Consegne testimonia senz’altro che l’ospedale non se ne stava con le mani in mano: nell’arco di trent’anni, i “servizi sociali” trovano una sistemazione per oltre 800 bambini (con una curiosa prevalenza di femmine su maschi – 489 contro 329).

Qual era la famiglia-adottiva-tipo?
Difficile rispondere a questa domanda, perché i trovatelli potevano essere adottati da gruppi familiari molto diversi.

Un confortante 40% degli orfani veniva adottato dalla nutrice che li aveva presi in custodia, senza nemmeno tornare in ospedale terminato il periodo di baliatico.
Il restante 60% andava incontro alle situazioni più disparate. C’era chi veniva adottato da coppie di sposi che non riuscivano ad avere figli propri, o c’era chi veniva adottato da mariti e mogli che avevano già figli biologici. C’era chi veniva preso in custodia da donne vedove senza figli, e c’era chi addirittura veniva adottato da una donna nubile. C’era chi finiva in nuclei familiari composti da fratello-sorella, padre-figlio, suocera-nuora, e ogni possibile altra combinazione che vi venga in testa. C’era chi aveva la ventura di essere affidato ad un convento, e c’era chi finiva nella casa di un artigiano che probabilmente desiderava, oltre a un figlio da amare, qualcuno a cui trasmettere l’attività commerciale.

In ogni caso, tutte le famiglie adottive si impegnavano per contratto ad “accipere in filium” il trovatello, con la promessa di “, vestire et calzare et instruere ad salutem anime et corporis”. Nel caso delle ragazze, i genitori si impegnavano anche a fornir loro una dote che veniva accuratamente specificata nel contratto, nonché ad attivarsi per trovar loro un buon marito entro il compimento dei 20-22 anni.
Insomma: una volta collocato in una famiglia, il trovatello poteva ragionevolmente sperare di andare incontro a un futuro dignitoso – con un’unica differenza, rispetto ai figli adottivi d’oggi: non necessariamente ereditava i soldi dei genitori. Solo in alcuni dei contratti troviamo clausole (evidentemente, facoltative) in base a cui il trovatello veniva nominato erede legittimo alla pari degli altri figli biologici dei genitori. Nella maggior parte dei casi, questo non succedeva… ma nulla, a parte questo dettaglio, lascia intendere che i figli adottivi vivessero in condizioni di particolare subalternità. In alcun modo erano ridotti a fare gli sguatteri di mammà, giusto per capirci.

Intervenendo al convegno La famiglia e la vita quotidiana in Europa dal ‘400 al ‘600 (Milano, 1-4 dicembre 1983), dai cui atti ho tratto queste statistiche, Giuliana Albini così commentava:

Ambienti sociali diversi, persone con possibilità economiche assai diversificate, aree urbane e suburbane, mondo rurale: tutta la società del tempo pare essere coinvolta, non solo dalla realtà dell’abbandono,

ma anche dalla possibilità (…molto più a portata di mano di quanto non lo sia oggi) di ottenere in adozione un bambino non proprio. Che, contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, aveva buone chance di trovare nella famiglia adottiva una vera casa, un sincero affetto, e una concreta speranza di una vita migliore.

E anche queste son di quelle cose che, secondo me, generalmente non ti raccontano, a scuola, alle lezioni di Storia.

Pillole di Storia, Vite di Santi e Beati

Papa Francesco e la Madonna dei mandarini

Al termine di un pomeriggio uggioso in cui cercavo ispirazione per un post che commemorasse l’avvio del mese mariano, è apparsa sulla mia home di Facebook una citazione di papa Francesco. Era tratta dal Discorso del Santo Padre Francesco ai partecipanti al XXVIII corso sul foro interno organizzato dalla Penitenzieria Apostolica, e tenutosi il 17 marzo 2017. Ebbene: ai partecipanti del corso, il papa raccontava:

Sulla Madonna c’è una leggenda, una tradizione che mi hanno raccontato esiste nel Sud d’Italia: la Madonna dei mandarini.  È una terra dove ci sono tanti mandarini, non è vero? E dicono che sia la patrona dei ladri. Dicono che i ladri vanno a pregare là. E la leggenda – così raccontano – è che i ladri che pregano la Madonna dei mandarini, quando muoiono, c’è la fila davanti a Pietro che ha le chiavi, e apre e lascia passare uno, poi apre e lascia passare un altro; e la Madonna, quando vede uno di questi, gli fa segno di nascondersi; e poi, quando sono passati tutti, Pietro chiude e viene la notte e la Madonna dalla finestra lo chiama e lo fa entrare dalla finestra. È un racconto popolare, ma è tanto bello: perdonare con la Mamma accanto; perdonare con la Madre.

Alla citazione che mi è apparsa su Facebook, seguivano decine di commenti sconcertati: ma come gli passa in testa, al Papa, di dire che la Madonna è la patrona dei ladri?! C’erano pure un paio di meridionali indignati, con argomentazioni sulle linee di: ecco, ci mancava solo il Papa a rafforzare l’immagine del Sud Italia tutto mafia e mandolino.

Detrattori di papa Francesco, non lamentatevi ché vi è ancora andata bene: il Santo Padre avrebbe anche potuto raccontare la leggenda della Madonna ignuda, che, per far entrare i criminali in Paradiso, si leva il reggiseno davanti al Padreterno.
E, anche in quel caso, avrebbe avuto piena ragione.

***

Ovviamente, capisco le perplessità.
‘sta Madonna dei mandarini che intralcia l’operato di San Pietro e poi fa entrare in Paradiso le peggio schiere di criminali, sta pesantemente antipatica pure a me.
Ciò non toglie che devozioni simili siano realmente esistite e, in una certa misura, esistano tutt’ora, come residuo di una religiosità popolare molto antica.
Che affonda le sue radici nel tardo Medioevo, per la precisione.

***

Noi moderni abbiamo la tendenza a immaginare il Paradiso come una combriccola di amici che vivono in armonia e beatitudine: c’è Dio onnipotente, c’è la Madonna, ci sono i santi, e ognuno vive in lieta concordia con i suoi “vicini di casa”.
Che San Peppino si metta a piantar grane al Padreterno, perché non è d’accordo col Suo operato e vuole assolutamente che Dio si emendi (!), è una visione che non esito a definire aliena dal nostro modo di intendere la Comunione dei Santi.

Che sia aliena a noi è una bella cosa, ma – tenetevi forte – San Peppino che pesta i piedi col Padreterno è stata una delle immagini più care a generazioni di fedeli. I quali non avrebbero minimamente esitato nel confermare: se San Peppino vuole far entrare in Paradiso un ladro suo amico, che San Pietro ha condannato all’Inferno, porca la miseria, Peppino riuscirà a spuntarla!

Non dico che fosse un bene, ma è la realtà dei fatti: quando un uomo medievale si trovava in difficoltà, molto raramente chiedeva aiuto a Dio. Cercava, più concretamente, il proverbiale santo a cui votarsi. Perché, si sa: “i santi ci capiscono meglio”, “sono stati uomini anche loro”, “hanno sofferto come noi”, “e poi quel santo io lo conosco, ho baciato la sua reliquia proprio io personalmente”.
In una certa religiosità popolare, Dio era percepito come un’entità distante, totalmente altra, potenzialmente pure cattiva (è sempre la classica domanda: “se Dio esiste, perché permette il male?”).

Il ragionamento ha pure una sua logica: se Dio ti manda il lutto, la pestilenza, la carestia, l’inondazione, cosa vuoi andare a lamentarti con Dio stesso per criticare le sue decisioni? Acclarato che Dio è sdegnato per i tuoi peccati (sennò non ti faceva morir di peste tutta la famiglia), non converrà forse affidarsi all’aiuto di un qualche intercessore, che magari parte col dente un po’ meno avvelenato?
Chiaro: è un modo molto ingenuo di vivere la fede. Ma ingenua era la vita religiosa del popolino, fino a qualche secolo (o decennio?) fa.

***

Orbene: acclarato che Dio può anche essere impietoso (soprattutto quando è preso da santo sdegno per i nostri peccati) sarà bene affidarsi a un intercessore molto potente. I santi patroni sono ok, ma la più potente in assoluto è intuibilmente Maria Vergine, il cui ruolo salvifico era concepito, nel Medioevo, come solo di poco inferiore a quello di Cristo stesso.
E quando  dico “poco”, intendo proprio “poco”. Poco – poco – poco.
Nell’orizzonte mentale dei medievali, era assolutamente plausibile che un individuo, magari condannato all’Inferno da Dio Onnipotente (?), fosse poi salvato in corner per il solo fatto di esser… raccomandato dalla Madonna.

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Pedro Machuca, “Madonna delle Grazie”

Questa visione della Vergine coi superpoteri comincia ad affermarsi nella teologia mariana del XII e XIII secolo; verso la metà del XIV è definitivamente consacrata dallo Speculum humanae salvationis. In questo trattato, che avrà avuto grandissima fortuna, l’infinita misericordia di Maria viene paragonata a un continuo fiotto di latte che sgorga dal suo seno – una immagine che, credeteci o no, ha avuto enorme diffusione nelle arti figurative (!), suppergiù fino all’epoca della Controriforma.

Qui vi propongo uno tra gli esempi meno hard che sono riuscita a trovare, ma è davvero frequente vedere raffigurazioni in cui la Madonna allatta (!) peccatori (!) destinati alla dannazione eterna (!), oppure spruzza schizzi di latte sulle fiamme dell’Inferno per mitigare le sofferenze dei dannati.

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Anonimo, “San Francesco salva le anime dei peccatori”

E al di là dell’imbarazzo che ci prende nel vedere la Madonna in desabillè, uno potrebbe ancor più scandalizzarsi dicendo: wè bella, ma come ti permetti di alleviare le pene dei dannati, quando Dio Onnipotente, che sta sopra di te, ha legiferato che i dannati hanno da soffrire?
Ebbene, questo malcostume di romper le uova nel paniere al Padreterno era molto diffuso nel Paradiso medievale, giacché esistono anche rappresentazioni di altri santi (ad esempio San Francesco, in questo specifico caso) che si permettono di estrarre i dannati dalle fiamme dell’inferno facendo segno di attaccarsi a uno scapolare, un cingolo, un rosario…

***

Ancor più frequente (ma non meno irriverente nei confronti dell’Onnipotente) è la rappresentazione della “Madonna del Mantello”. Anche nota come “Madonna della Mercede”, la raffigurazione mostra la Vergine Maria nell’atto di spalancare il suo mantello ed accogliervi, al di sotto, i fedeli inginocchiati. Molto carina e molto dolce l’immagine moderna dell’umanità inginocchiata ai piedi di Maria: ma cosa succedeva veramente al di sopra di quel mantello, quando il topos iconografico ha cominciato a svilupparsi?

Madonna Misericordia Bartolomeo Caporali
“Madonna della Misericordia” di Bartolomeo Caporali. Si noti Dio nell’atto di scagliare tre frecce sull’umanità, protetta dalle schiere dei Santi e dal manto della Vergine

Sopra al mantello di Maria succedeva la qualunque, e la cosa allarmante è che succedeva per mano di Dio Padre. Sono frequentissime (davvero! Frequentissime!) le raffigurazioni in cui l’Onnipotente sta per lanciare sull’umanità i suoi dardi e la Vergine pone il suo mantello a protezione degli uomini. E infatti, proprio contro quel mantello si infrangono, ad una ad una, tutte le frecce scagliate da un Dio adirato: i devoti di Maria sono così protetti da una vasta serie di catastrofi e di prove fisiche.
Nel celebre affresco della chiesa di San Gimignano, è addirittura il santo patrono (!) ad arrogarsi il diritto di pestare i piedi e dire a Dio: “gnò! Sul mio paese, la pestilenza non ce la mandi!”.

Concordo, è ridicolo, ma ne capisco anche il senso. In un mondo in cui sappiamo tutti che i mali esistono (e che Dio, per i suoi imperscrutabili disegni, ne consente la diffusione), non sarebbe confortante illudersi di avere un protettore extra che riuscirà davvero a garantirci l’incolumità?

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San Sebastiano protegge dalla pestilenza gli abitanti di San Gimignano

Confortante, non c’è dubbio… ma anche un tantinello ereticale, com’è evidente.
Già il messaggio sotteso non è dei più lineari. Ad aggravar le cose, le rappresentazioni grafiche della Madonna come corredentrice diventano anche alquanto imbarazzanti.

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Gesù e la Madonna intercedono a favore dell’umanità, nell’affresco della chiesa di S. Agostino a San Gimignano (dettaglio)

“Ma che mi rappresenta ‘sta Madonna seminuda che mi sventola il seno davanti agli occhi dell’Onnipotente??”, si chiedevano, comprensibilmente, i prelati che non avevano dimestichezza con questa rappresentazione, inorridendo davanti ad affreschi come quello – già citato – che troviamo a San Gimignano.
Vagliela a spiegare, a uno che non è pratico, la metafora della misericordia come un fiotto di latte fresco che esce dal seno della nostra Madre Misericordiosa. Vaglielo a spiegare, che in questo affresco non siamo di fronte a uno spogliarello, ma stiamo guardando Gesù Cristo e la Madonna che (l’uno indicando la ferita sul costato, l’altra scoprendosi il seno con cui ha nutrito l’Altissimo) sfruttano i “meriti” che hanno accumulato davanti a Dio per ottenere da lui una grazia.
Vaglielo a spiegare, di fronte a un dipinto così ambiguo.
E comunque non è detto che la spiegazione soddisfi l’esterrefatto osservatore – perché non è che puoi mettere Gesù e la Madonna proprio allo stesso piano; e non va neanche bene rappresentare Dio come un trio di schizofrenici che litigano tra di loro.

***

Con i dettami della Controriforma, queste visioni scompaiono (quantomeno a livello grafico).
La belligerante Regina dell’Universo con mantello da Superwoman lascia lo spazio a una pia Vergine tutta presa dalle sue attività domestiche di moglie e madre. Anche la raffigurazione dei santi viene tipizzata, mettendo da parte qualsiasi elemento che li possa far apparire “in concorrenza”, o peggio ancora “in lite”, col Padreterno.
Quant a Lui, comincia a mostrarsi un po’ più paterno, un po’ più gentile: un po’ meno giudice inflessibile, e un po’ più babbo affettuoso. Ché evidentemente ce n’era bisogno, se si era arrivati agli eccessi di cui sopra.

Ma Maria Superwoman non è mai scomparsa del tutto. Questa visione popolare della Madonna come corredentrice, che con la sua dolcezza materna può mitigare la rigidità del Padre assicurando la salvezza anche a relitti di galera, sopravvive ancora, di tanto in tanto, nella religiosità e nelle devozioni popolari.

E, a quanto pare, anche nelle piantagioni di mandarini che spadono il loro profumo nei campi assolati del Sud Italia.

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Il manto della Madonna (e il suo dolcissimo sguardo materno) in Bartolomeo Caporali: dettaglio
Pillole di Storia

“I cosacchi abbevereranno i cavalli nelle fontane di S. Pietro”

L’immagine dei cosacchi che abbeverano i cavalli nelle fontane di San Pietro è stata una dei punti forti della propaganda anticomunista del primo dopoguerra. Variamente identificate, a seconda dell’uditorio, come fontane di San Pietro o, più laicamente, generiche fontane di Roma, le polle d’acqua della Città Eterna sembravano in costante pericolo di esser profanate da orde di barbarici invasori, che avrebbero portato in Italia dittatura, miseria, morte e distruzione.
L’immagine dei cavalli comunisti che pascolano a San Pietro è indubbiamente di alto impatto emotivo: ma precisamente da dove arriva? Come è nato il mito dei cosacchi in Vaticano?

Favole e politica PivatoNe ricostruisce la storia Stevano Pivato nel gustossissimo libro Favole e Politica. Pinocchio, Cappuccetto rosso e la guerra fredda, recentemente edito da Il Mulino. Peraltro, un libro davvero godibilissimo che consiglio a tutti.
Secondo l’autore, il mito si cristallizza nell’immaginario collettivo grazie al clima di terrore della Guerra Fredda (e questo è indubbio) – ma, in realtà, ha origini ottocentesche.

Ad andare indietro nel tempo alla ricerca di una profezia su orde cosacche che profanano chiese, in effetti qualcosa troviamo. Siamo in Liguria nella prima metà dell’800 e ci imbattiamo nelle profezie di tal Suor Rosa Colomba Asdente dei conti di Luceramo.

L’autore del saggio la nomina en passant; io, nel leggere il suo nome, ho fatto un salto sulla sedia, perché suor Rosa Colomba la conosco piuttosto bene: ho avuto la ventura di archiviare le carte provenienti da un convento ligure, in cui questa mistica aveva molti fan.
Cercherò di essere il più possibile rispettosa di suor Rosa Colomba: sciropparmi tutte le sue profezie non è stato così spiacevole, perché l’ho trovata una lettura, aehm, esilarante.
Molto rispettosamente mi limiterò a rilevare che, allo stato attuale, suor Rosa Colomba non ne ha imbroccata una.

Comunque, il punto forte delle sue profezie è che, a un certo punto, scoppierà una terribile guerra tra Russi e Prussiani, che rapidamente degenererà in un conflitto su larga scala nel corso del quale anche l’Italia sarà coinvolta. I perfidi Russi condurranno allo sfacelo l’Occidente tutto, sembreranno lì lì per annientare Santa Romana Chiesa, e, come gesto estremo di profanazione di tutto ciò che è sacro, manderanno i cosacchi ad abbeverare i loro cavalli nel luogo che è il Simbolo per eccellenza della Cattolicità.

No, che avete capito? Non sto parlando di San Pietro.
Sto parlando di un posto dalla valenza simbolica ancor più alta, e cioè il monastero domenicano di Arma di Taggia, ameno borgo ligure a pochi chilometri da Imperia, nonché luogo di residenza della monachella visionaria. (Aehm).
Vi conforterà sapere che dopo l’Estrema Onta dei cavalli abbeverati nel monastero di Arma di Taggia, la cattolicità – seppur provata dal grave sfregio – troverà le forze di rialzarsi e vincere.

Ora: suor Rosa Colomba Asdente diffondeva profezie… come dire? ecco: di questo tenore. Però, incredibilmente, aveva un certo successo di pubblico. Alcuni dei suoi scritti raggiunsero anche don Bosco, il quale, pur senza dare particolare endorsement a queste visioni, le menzionò ad alcuni confratelli, contribuendo senz’altro a un’ulteriore diffusione.

Del resto, lo stesso don Bosco ci era andato giù pesante, con profezie apocalittiche sul futuro di Roma. Nel 1870, il sacerdote torinese volle condividere con Pio IX una inquietante visione avuta circa il futuro della Città Eterna, che descrisse in questi termini:

Roma! Io verrò a te quattro volte. Nella prima percuoterò le tue terre e i suoi abitanti. Nella seconda porterò la strage e lo sterminio fino alle tue mura. Non apri ancora l’occhio? Verrò la terza volta, abbatterò le difese e i difensori, ed al comando del Santo Padre subentrerà il regno del terrore, dello spavento, della desolazione. Ma i miei savi fuggono. La mia legge è tuttora calpestata. Perciò farò la quarta visita. Guai a te se la mia legge sarà ancora un nome vano per te. Succederanno prevaricazioni nei dotti e negli ignoranti. Il tuo sangue ed il sangue dei tuoi figli laveranno le macchie che tu fai alla legge di Dio.

Non vengono nominati né cosacchi né fontane, ma diciamo che l’Urbe non se la passava tanto bene. Così come non se la passava per niente bene in una visione avuta nel 1872 da suor Imelda, che la sogna “distrutta e coperta di macerie”. E già nel 1846 la Madonna di La Salette annunciava ai pastorelli che

Roma sparirà e i fuoco cadrà dal cielo; […] tutto si crederà perduto e non si vedranno che omicidi; non si sentirà che rumore d’armi e di bestemmie. I giusti soffriranno molto. […] Roma perderà la fede e diventerà il seggio dell’Anticristo.

Si potrebbe andare avanti per pagine e pagine, perché – tra metà Ottocento e inizio Novecento – spuntano come funghi profezie e visioni che pronosticano o pronosticherebbero una caduta di Roma.

Gli uffici preposti all’interno della Santa Sede sapranno dirci, a tempo debito, se queste rivelazioni siano da considerare autentiche. A noi storici, per fortuna, spetta un compito meno arduo, e cioè inquadrare questi fenomeni nel contesto socio-culturale di loro appartenenza. E da questo punto di vista, posso dire che le profezie ottocentesche si inseriscono in un contesto in cui molti cattolici vivevano un forte disagio di fronte a una Chiesa che percepivano sempre più tiepida e lontana dalla Tradizione. Le vicende risorgimentali e la graduale laicizzazione del sistema scolastico, con conseguente estromissione della Chiesa dall’educazione dei più piccoli, contribuivano inoltre ad alimentare quel clima da apocalisse imminente.

I cosacchi russi?
Per il momento, erano il minore dei problemi, anche se – come abbiamo visto nelle profezie di suor Rosa Colomba – un certo timore nei loro confronti, da parte cattolica, esisteva già. Evidentemente la mistica imperiese non aveva paura dei comunisti, ma temeva la politica di espansionismo panslavista che, in quegli anni, faceva tanta gola agli zar.
Zar che peraltro non erano di religione cattolica: quindi, non ci deve stupire più di tanto vedere europei dell’800 terrorizzati dal cosacco anti-cattolico. Non è che stessero presagendo la Guerra Fredda: è che l’invasore russo faceva una certa paura già allora, per ragioni politiche completamente differenti.

***

Naturalmente, gli anni passano, le cose cambiano, gli zar di Russia vengono assassinati, e gli occidentali che avevano temuto l’anticattolicesimo della famiglia Romanov si rendono conto di esser caduti dalla padella nella brace. L’aperto ateismo di Lenin e dei suoi successori fanno improvvisamente acquistare concretezza a tutte quelle profezie che, nei decenni passati, avevano vagamente pronosticato una profanazione di Roma.
Se, fino ad allora, molti cattolici avevano faticato nell’inquadrare con precisione da dove arrivasse il pericolo (da Satana? Da un Papa inetto? Dai peccati della Chiesa? Dall’Apocalisse imminente?), adesso il Nemico della Cristianità aveva improvvisamente un nome e un cognome: era il dittatore comunista che marciava deciso verso l’Occidente.

È in questo contesto culturale che le antiche profezie ottocentesche sulla distruzione di Roma vengono rilette in chiave anti-leninista, con l’improvvisa menzione delle orde cosacche in marcia verso l’Italia, a mo’ di avanguardia dell’Armata Rossa.
L’immagine evocativa dei cavalli fatti abbeverare nelle acquasantiere e nelle fontane delle chiese (…ancorché non delle chiese di Arma di Taggia) sarà stata presa dalla profezia di suor Rosa Colomba?
Possibile.
Chissà.
Fatto sta che il mito si cristallizza nell’immaginario collettivo proprio in questa forma, godendo di un inevitabile revival nell’Italia del primo dopoguerra, alla vigilia delle elezioni del 1948. Il messaggio era chiaro: pensate bene a chi dare il vostro voto, o cittadini italiani – la scelta sbagliata finirà col portare anche in Italia la dittatura e l’ateismo di Stato!

***

E per chiudere, volete saperne una?
Il mito dei cosacchi che usano San Pietro come abbeveratoio ha un breve, singolare revival anche in epoca ancor più recente. Tipo: nel 1963.

In Italia, il ’63 è un anno critico, sia sul versante comunista che sul versante cattolico. Se, oltre le mura vaticane, è in pieno svolgimento il Concilio Vaticano II, la cui riforma entusiasma alcuni ed atterrisce molti altri, dall’altro lato del Tevere il partito socialista acquista un crescente consenso di pubblico (e infatti, alla fine di quell’anno, riuscirà ad entrare nel governo).

Ed è proprio in questo contesto che alcuni critici riesumano la vecchia profezia dei cosacchi sanpietrini, arrivando addirittura a scrivere (per la penna di Lucio Mastronardi)

Fratelli: il capo dei cosacchi ha mandato a Pietro sua figlia e suo genero per testare l’acqua. I cosacchi sono pronti. I cosacchi scalpitano. Fratelli, fermiamo i cavalli dei cosacchi!

La figlia del capo cosacco?
In effetti ci era andata per davvero, a San Pietro, ancorché non ci risulta si sia abbeverata ai fontanini. Il riferimento è alla visita a Roma che Rada Krusciov, figlia di Nikita, aveva fatto nel marzo 1963 in compagnia di suo marito Alexei. Giovanni XXIII aveva accettato di ricevere in Vaticano i due emissari del Cremlino, in una scelta molto controversa che aveva fatto inorridire i più.

In una intervista concessa in tarda età, Rada Krusciov avrebbe ricordato “sapevamo che in Vaticano c’erano due fazioni, una favorevole e l’altra contraria alla nostra richiesta di un incontro con il Papa”. Quanto a Roncalli, un giorno confidò al suo segretario personale “questo incontro può essere una delusione, oppure un filo misterioso della Provvidenza che io non ho il diritto di rompere”.

Com’è, com’è non è.
In ogni caso, per fortuna, di invasori cosacchi a San Pietro, io, per ora, non ne ho visti mai.

Cose cristiane, Pillole di Storia, Quaresima, Tradizioni e folklore

Perché gli Inglesi festeggiano la mamma a Mezza Quaresima?

Per uno strano effetto Brexit combinato (una via di mezzo tra “miii, guarda quanto è calata la sterlina” e “noooo, ma allora ne approfitto, con la mia fortuna rimettono le spese di dogana al solo scopo di farmi dispetto”), negli ultimi mesi mi è capitato di fare acquisti da siti inglesi.
La premessa, di cui potrebbe legittimamente importarvi poco, è funzionale allo spiegare come mai, da alcune settimane a questa parte, la mia casella di posta sia invasa da messaggi promozionali che mi promettono special offers su perfect gifts per il Mother’s Day.

Capite bene che un messaggio del genere innesca quantomeno un cortocircuito mentale: ma come, il Mother’s Day? Lo stanno tutti che la festa della mamma è a maggio!
E invece no. Agli Inglesi, storicamente, piace far gli originali: e così, le mamme di Albione – a differenza delle loro “colleghe” di tutto il resto dell’orbe terracqueo – sono festeggiate in una domenica di inizio primavera (quest’anno tra pochi giorni, il 26 marzo).

Come mai ne parlo su questo blog?
Oh beh: perché questo Mother’s Day marzolino ha origini profondamente cristiane. Ha origini liturgiche, financo!
E perdipiù coincide con uno dei miei momenti preferiti di tutto l’anno liturgico: la quarta domenica di Quaresima, anche nota come Domenica Laetare.

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In un’epoca in cui la Quaresima era presa molto più sul serio (e l’anno liturgico, in generale, ritmava la vita dei fedeli molto più di quanto non faccia adesso), la Domenica Laetare era un momento importante per la cristianità. Nella scelta delle letture, nel colore dei paramenti liturgici, nell’accompagnamento dei canti sacri, tutto era orchestrato per trasmettere al popolo un senso di gioia per la Pasqua ormai vicina. “ In questo giorno la Chiesa sospende le tristezze della Quaresima; i canti della Messa non parlano che di gioia e di consolazione”, sintetizza efficacemente Prosper Guéranger, abate benedettino, in un (bel) commento (che peraltro consiglio a tutti gli appassionati di liturgica).

Insomma, era una domenica importante, la cui dimensione gioiosa era sottolineata fin dall’Introito della Messa (memorizzate questa informazione, ci torna buona per dopo), che nello specifico recitava (in Latino):

Gioite con Gerusalemme, voi che l’amate: esultate per lei. Voi che avete partecipato al suo lutto, ora vivrete con lei tutta la sua felicità. Anche voi sarete saziati con le consolazioni che vi darà: come neonati allattati dalla madre succhierete con gioia il suo seno generoso.

Fin qui ci siamo?
Benissimo.

Adesso accantoniamo le questioni liturgiche e parliamo di tutt’altra cosa, cioè delle non facili condizioni di vita dei domestici inglesi che prestavano servizio nelle dimore signorili. A titolo esemplificativo citeremo la servitù di Downton Abbey

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cioè lavoratori, magari anche molto giovani per i nostri canoni, che prestavano servizio come [valletti / maggiordomi / sguatteri / così via dicendo] nelle grandi tenute dell’aristocrazia inglese, vivendo all’interno della tenuta stessa, per essere reperibili 24h/24 e perché, di base, erano quelle le condizioni contrattuali dell’epoca.

Ovvio è che a ‘sti poveri cristiani bisognava concedere, di tanto in tanto, una giornata libera. Se non per ragioni di salute del lavoratore, per questioni estremamente pratiche: un domestico che vive all’interno dell’edificio in cui presta servizio ha davvero poco tempo da trascorrere con la famiglia, soprattutto se la famiglia non abita dietro l’angolo ma a qualche ora di calesse.
Vita grama, sotto questo punto di vista, per i domestici di una volta: le “feste in famiglia” potevi anche scordartele. Il Natale, la Pasqua e le grandi feste comandate erano, ovviamente, i momenti di maggior lavoro, per chi prestava servizio come cuoco, sguattero di cucina, cameriere personale, etc.

Epperò, ripeto: a ‘sti poveri cristiani bisognava concedere, di tanto in tanto, una giornata libera da trascorrere in famiglia. E in Inghilterra, lentamente, si era imposta questa consuetudine: uno dei giorni in cui i domestici avevano diritto a una giornata di riposo era, per convenzione, la Domenica Laetare.
Tant’è.
Non ho idea di come sia nata l’usanza, ma fatto sta che è nata e si è imposta: all’epoca di Donwton Abbey (e anche prima, per la verità) era consuetudine universalmente accettata che i domestici approfittassero della quarta domenica di Quaresima per tornare a casa e visitare le loro famiglie. E in famiglia era ovviamente festa grande, in un clima di rilassatezza che peraltro ben si sposava con le concessioni di quella specifica domenica di Quaresima (festeggiata dalla Chiesa Anglicana con la stessa pompa magna con cui la festeggiavano i cattolici).

***

Orbene: i domestici di Downton Abbey avevano probabilmente altro a cui pensare; ma chi fra di loro aveva l’abitudine di leggere il giornale avrebbe probabilmente potuto notare, nel maggio 1913, alcuni trafiletti dedicati ad un’iniziativa che stava prendendo piede negli Stati Uniti. Grazie all’indefesso lavoro di una certa Anne Marie Jarvis, che si era auto-investita di questa “missione” alla morte di sua madre, si stava diffondendo negli USA la consuetudine di festeggiare le mamme in una giornata specificamente dedicata loro.

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Constance Adelaide in una fotografia d’epoca

Come dicevo, non so se i domestici di Dowton Abbey abbiano fatto caso agli articoli che parlavano di questa iniziativa. Certamente, la notizia, letta casualmente su un giornale, colpì l’attenzione della signorina Constance Adelaide Smith, figlia di un sacerdote anglicano e cresciuta in una famiglia dalla religiosità fervente (dei quattro fratelli che aveva la ragazza, tutti seguirono le orme del padre).

L’iniziativa che stava prendendo piede in America colpì Constance nel bene e nel male. Sotto un certo punto di vista, l’idea era chiaramente deliziosa; per contro, la donna trovava un po’ insulso festeggiare le mamme in un giorno scelto a casaccio, così, come per un’imposizione piovuta dall’alto.

No, Constance aveva un’idea migliore: secondo lei, la collocazione perfetta per la festa della mamma sarebbe stata la Domenica Laetare, che del resto in Inghilterra era già una giornata fortemente connotata in chiave materna!
C’era l’abitudine di tornare a casa e visitare le proprie famiglie; c’era l’abitudine di viaggiare verso il proprio paese natio e prendere Messa nella propria “chiesa madre” (cioè, nel linguaggio dell’epoca, la parrocchia in cui eri stato battezzato). Addirittura la liturgia di quel giorno faceva riferimento a una madre metaforica:

Gioite con Gerusalemme, voi che l’amate. […] Sarete saziati con le consolazioni che vi darà; come neonati allattati dalla madre succhierete con gioia il suo seno generoso

Ma vi dirò di più: nell’Inglese dell’epoca, la Domenica Laetare era popolarmente chiamata “mid-lenting” (il corrispettivo della nostra “domenica di mezza Quaresima”) oppure… “mothering Sunday”: una definizione che non ha corrispettivi in Italiano, ma che sottolineava proprio la radicata tradizione di trascorrere la giornata nel proprio paese natio e nella propria chiesa battesimale.

Beh: per farla breve, Constance Adelaide si rimboccò le maniche e diede il via a una vera e propria campagna per trasformare la Mothering Sunday in una festa della mamma su scala nazionale… che però – a differenza del Mother’s Day americano – unisse un significato spirituale più profondo al “banale” festeggiamento laico.

E infatti, se guardiamo alle linee-guida della festa della mamma così come la voleva Constance Adelaide, cogliamo una dimensione spirituale ben marcata: nel giorno del Mothering Sunday, i fedeli sono invitati a pregare per tutte le famiglie, rendendo grazie a Dio per questa santa istituzione. Solo in second’ordine sono invitati a ringraziare personalmente anche i propri genitori; e se questi fossero già morti, il modo migliore per festeggiarli sarebbe pregare le loro anime, possibilmente visitando le loro tombe al cimitero.

E se posso permettermi un giudizio personale, una festa della mamma così concepita è molto, MOLTO più carica di significato, rispetto al banale “toh guarda sul calendario c’è scritto che è il giorno X, mo’ telefono alla mamma e le faccio gli auguri e siamo contenti”.

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Chissà cosa direbbe Constance Adelaide, nel vedere come si è evoluta in Inghilterra la festa della mamma. Il Mother’s Day cade ancor oggi nella Domenica Laetare, è vero, ma ha ben pochi legami con la bella commemorazione di matrice cristiana che la donna aveva lanciato cent’anni fa. È una festa commerciale come tante, ormai – e qualcosa mi dice che la sua fondatrice sarebbe decisamente delusa dagli esiti.

Nulla ci vieta però di essere noi a far rivivere ai nostri tempi la bella festa della Mothering Sunday!
Avete ancora ampio tempo a disposizione per stupire la vostra mamma con una telefonata di auguri – con morale – a sorpresa!

Pillole di Storia

Il terremoto delle Ceneri e i villaggi fantasma della Liguria

Se vi trovate dalle parti di Sanremo e avete un minimo di dimestichezza al volante (gli ultimi metri di strada sono composti da ripidi tornanti senza guardrail, kudos a mio marito alla guida per non aver fatto una piega mentre io terrorizzata recitavo il Memorare), prendetevi un giorno di tempo e raggiungete il borgo di Bussana Vecchia.
Se ci andate in alta stagione (id est, da aprile a settembre circa) avrete l’occasione di viverlo come “borgo degli artisti”: intorno agli anni ’60, il paese è stato okkupato da una collettiva di artisti hippie che ancor oggi lo usano come gigantesco studio e museo a cielo aperto.
Se ci andate in inverno, quando gli artisti sono in vacanza e/o comunque non espongono per la strada, avrete l’affascinante chance di visitare un vero e proprio villaggio fantasma (da far invidia ai ruderi medievali tanto cari al romanticismo inglese!) con una storia molto speciale…

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Era esattamente il giorno d’oggi di 130 anni fa. Era l’alba del mercoledì, ed era il mercoledì delle ceneri.
Il cielo limpido, senza nemmeno una nuvola, aveva cominciato a rischiararsi da pochi minuti; il venticello era lieve e piacevolmente primaverile; il mare calmissimo e con una marea insolitamente bassa, come racconteranno alcuni testimoni.
Nelle case, le mamme lottavano per tirare giù dal letto i bambini insonnoliti; nelle strade, i primi lavoratori cominciavano ad avviarsi verso i campi o verso la chiesa. Nelle sacrestie, i sacerdoti si stavano preparando per la prima funzione del mattino, quella delle 6:30 – ottima per tutti i lavoratori che desideravano ricevere il loro pugnetto di cenere prima di dedicarsi agli impegni della giornata. In alcune chiese, il sacro rito era iniziato addirittura alle 6, e una ordinata fila di fedeli si avvicinava a capo chino verso l’altare, mentre il sacerdote sussurrava loro “ricordati che sei polvere, e polvere ritornerai”.

E poi, un boato. Un fremito lunghissimo, che sostava per qualche secondo e poi riprendeva: un fracasso come mai se n’erano uditi prima in quel piccolo spicchio di mondo; urla, ragli di bestiame; scricchiolii, crepe sui muri, volte che cadono. Erano le 6:22 del 23 febbraio 1887, e un terremoto di magnitudo 6.5 radeva letteralmente al suolo buona parte dell’Imperiese.

Scrive Domenico Capponi, testimone dei fatti:

Mattina bellissima quella del 23 febbraio decorso. Il cielo era sereno: sol quindici e quindi vedeansi vagare per l’azzurro del firmamento alcune nuvolette, indorate dei primi raggi del sole, che era solo spuntar dell’orizzonte.
Mite e fresco spirava il venticello, e facea tremolare le foglie degli aranci, degli olivi, delle palme che meravigliosamente vegetano in quel vero Eden Ligure che si estende fra Savona e Ventimiglia.
Il popolo, per tempissimo alzatosi, era già, o s’incamminava, alla Chiesa di Dio, per ricevere dalla mano del ministro del santuario le sacre ceneri, e sentirsi ripetere quelle tremende parole, cui purtroppo sì poco si pensa: Memento homo quia pulvis es et in pulverem reverteris.
Seco stesso, il buon popolo andava dicendo: che bella giornata oggi…..
Ahimè!
Alle ore 6 e 22 minuti si comincia a sentire un forte e cupo rombo, accompagnato da sollevamento del suolo e susseguito immediatamente da terribile scuotimento via più crescente in senso ondulatorio, che durò oltre 12 secondi; e, sostato quanto può sostare un respiro, ecco s’ode un terribile sussulto, e il sussulto è accompagnato da movimenti vorticosi. Il rumore somiglia a fracasso di pesantissimo treno ferroviario che, spinto a tutta velocità, passi sotto una galleria, e vada di mano in mano aumentando.

Rincara un cronista del quotidiano di Genova:

Era un rumore sordo come quello d’un treno in moto, pareva di trovarsi in un carrozzone di ferrovie lanciato a gran corsa. In quel punto l’ululato dei cani, il muggito del bestiame e le strida dei gallinacci, fatti presagi del brutto avvenimento,  crescevano il terrore nella gente sbigottita.

E così proseguiva Domenico Capponi:

Nelle case, insieme si urtano i mobili, sbattono le porte e le finestre, suonano i campanelli, scricchiolano le travi ed i tetti, si fendono le mura, si spezzano le chiavi di sostegno delle case, delle chiese, crollano i palazzi, i tetti dei templi, gli abituri dell’operaio.

Ricorda orripilato Calvini, un altro tra i presenti:

La  sabbia  saltava  sulla  spiaggia  del  mare  come  sopra  ad  una  lastra  metallica  in  vibrazione. […] Le ondulazioni  degli  edifici  furono  tali  che  le  campane  sui  campanili  di  molte  chiese  e  i  campanelli  appesi  alle  porte delle  case  o  nell’interno  delle  chiese  suonarono più colpi.

E mentre ogni paese e ogni città veniva invaso da

una  folla  fuggente  di  madri  mezzo vestite  che  portavano  seco  i  loro  bambini

suona particolarmente straziante il dettaglio dei campanili delle chiese che suonano da soli… in molti casi, per l’ultima volta, prima di tacere per sempre.

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Se il terremoto avesse avuto luogo in qualsiasi altro momento del giorno, le sue conseguenze sarebbero state sì disastrose… ma, probabilmente, meno traumatiche.
E invece, per com’è andata, a me si stringe il cuore ogni volta che penso alla morte a cui sono andate incontro centinaia di persone in tutta la riviera. Perché erano le sei e mezza del mattino, perché era il Mercoledì delle Ceneri, perché quello era esattamente l’orario in cui tante chiese erano strapiene di fedeli andati alla prima funzione del mattino…
…e così, centinaia di persone – stipate in chiese enormi, antiche, e dalle volte delicate – andarono incontro alla morte sotto i mattoni di quell’edificio sacro in cui sentivano così al riparo. Pochi secondo dopo l’essersi sentiti ripetere “ricordati che devi morire”.

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Il caso più eclatante fu Bajardo: il soffitto della chiesa parrocchiale crollò di colpo durante la scossa, uccidendo 224 persone in pochi secondi.
Ma sarebbe difficile stimare il numero preciso di persone che, in giro per i varii paesi della riviera, non riuscirono a mettersi al riparo per tempo, in questa o quella chiesa (o nel tragitto da casa alla medesima).
Fu una mattanza, in cui la violenza del terremoto in sé fu aggravata dalla caratteristica architettura rivierasca, tanto apprezzata da chi ama i carrugi liguri… ma tanto pericolosa in queste circostanze. Mercalli in persona, commentando i danni causati dall’evento sismico, imputò gran parte della distruzione alle

volte in muratura, molto usate in Liguria anche ai piani superiori, le quali furono le prime a crollare danneggiando anche i muri laterali per la spinta esercitata sopra di essi; tanto che si può ritenere che il 90 per cento delle vittime nelle case, e tutte assolutamente quelle nelle chiese, perirono sotto la rovina di volte troppo vaste e mal costrutte.

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l’altezza esagerata delle case sproporzionata allo spessore dei muri ed alle fondamenta, specialmente per l’aggiunta di nuovi piani ad edifici già vecchi e mal sicuri

e

la poca omogeneità di costruzione, per cui al momento della scossa, oscillando le diverse parti con notevole dissincronismo, più facilmente si staccarono e si sfascinarono

e davvero si stavano ponendo i presupposti per una tragedia, che forse non è rimasta nella memoria collettiva alla pari del terremoto di Messina solo perché il sisma del 1908, abbattendosi su un’area più densamente abitata, fece ovviamente un maggior numero di vittime.
Ma nel terremoto della Liguria, stiamo parlando di interi e interi paesi completamente rasi al suolo e ridotti a cumuli di macerie.

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Come la cronaca tristemente ci insegna, a terremoti così disastrosi seguono spesso altre scosse, anche non lievi. Il continuo tremare della terra causò vere e proprie ondate di panico nella popolazione, che per giorni (!), nel freddo inverno ligure, dormì all’addiaccio in capanne di fortuna, o addirittura all’interno delle piccole barche a remi (!). Fiumane di terremotati si riversavano verso le stazioni della linea ferroviaria per cercare di allontanarsi il più possibile; la situazione era così drammatica che il governo stanziò in emergenza un piano pro-terremotati che stupisce per l’intensità degli interventi e per l’estensione dell’area geografica giudicata bisognosa di assistenza: un enorme triangolo che abbracciava le province di Imperia, Genova e Cuneo.

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In una linea d’azione che forse sarebbe il caso di rispolverare, il governo non intervenne in maniera particolarmente invasiva a sostegno dei terremotati. Più che altro, si limitò a stanziare fondi: ognuno li usasse come riteneva più opportuno, portando avanti gli interventi che la situazione specifica di ogni paese suggeriva più utili e più urgenti.

Da qui, ebbe origine un curioso, tetro, affascinante fenomeno che ancor oggi emoziona il turista che si avventuri nella Liguria di Ponente. E cioè, la nascita di borghi medievali fantasma.

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Dobbiamo capire che il terremoto arrivava in un’epoca storica in cui il mondo stava cambiando vorticosamente. Se fino a qualche tempo prima un paesino arroccato nel roccioso entroterra ligure poteva sopravvivere tutto sommato abbastanza bene, in un clima di autarchia, a fine ‘800 tutto stava cambiando. L’avvento della rete ferroviaria, della corrente elettrica, di nuove tecniche industriali per produrre e lavorare, rendeva necessaria, per ogni paesello che volesse continuare a prosperare, una radicale modernizzazione delle infrastrutture.

Per chi come me ama la Liguria di Ponente: pensate a certi deliziosi borghi abbarbicati nei monti boscosi dell’entroterra – roba che sembra di stare in piena montagna, non a pochi passi dal mare. Paeselli come questi non avevano alcuna chance di reggere alle vorticose rivoluzioni del mondo moderno, isolati com’erano da linee ferroviarie, strade asfaltate, linee del telegrafo e centrali elettriche.

E il paese era appena stato distrutto da un terremoto.
E il governo aveva appena stanziato fondi ingenti per i terremotati.
E la linea ferroviaria era così vicina, un po’ più a valle; e il mare così pieno di sirene tanto invitanti.

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Il caso di Bussana – completamente abbandonata da ogni singolo abitante e ricostruita parecchi chilometri più a valle come nuova cittadina autonoma – è unico nel suo genere, ma solo per entità: al di là di questo episodio macroscopico, furono tantissimi gli antichi borghi liguri ad usufruire delle sovvenzioni governative costruendo delle “New Town” al di fuori del centro storico.
E così, mentre le cittadine liguri si sviluppavano più a valle – vicine al mare, alle linee ferroviarie e alle grandi vie di comunicazione – interi borghi medievali venivano abbandonati a se stessi nei boschi dell’entroterra.

Il tempo è stato clemente con loro, e non li ha rovinati più di quando non avesse già fatto il terremoto. Il fascino di questi antichi villaggi fantasma ha anche ottenuto che in epoca recente alcuni di questi ruderi venissero messi in sicurezza, e aperti alle visite dei turisti.

E le visite in effetti non mancano, e suggerisco anche a voi non farvi scappare la chance.
Camminare per le vie di un villaggio fantasma – possibilmente da soli, nel silenzio, in bassa stagione – è un’esperienza che non si fa tutte le volte.
E farlo conoscendo la storia che sta dietro a quei ruderi, e farlo pensando alle circostanze in cui tanti innocenti hanno perso la vita… è un’operazione particolarmente significativa. Tra tutti i memento mori che io abbia mai sperimentato, è forse quello di maggiore impatto.

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I Bussanesi si diedero appuntamento per l’ultima volta nella loro antica città durante la Domenica delle Palme del 1894. Erano passati sette anni e una Quaresima, dal terremoto che aveva distrutto le loro case.
Dopo un’ultima cerimonia in memoria dei morti, si allontanarono processionalmente dal loro paese (oggi noto come “Bussana Vecchia”) per insediarsi nel nuovo (oggi noto come “Bussana Nuova”) cantando coralmente l’inno In Exitu Israel de Aegypto.

Pillole di Storia

La vera storia di Karl Kurz, l’eremita ucciso dalla troppa popolarità

AAA eremita part-time cercasi. Con ogni probabilità, avete già letto la notizia del giorno (ma metto subito le mani avanti: restate in linea, perché io aggiungo qualche curioso dettaglio in più).
La notizia del giorno, comunque, è quella di cui sopra: se siete disoccupati e alla ricerca di un impiego sicuro nel settore pubblico, prendete in considerazione il bando pubblicato dal comune di Saalfelden am Steinernen Meer (Salisburgo, Austria) per un posto da eremita part-time.

La casetta riservata all'eremita
La casetta riservata all’eremita

Titoli richiesti: salda fede cattolica, buona conoscenza del Tedesco (indispensabile per impartire perle di saggezza ai numerosi pellegrini che raggiungono l’eremo ogni giorno), ottima tenuta psicologica… ma soprattutto buone gambe: il più vicino negozio di alimentari dista mezz’ora di cammino, e dovrete tornare a casa coi sacchi della spesa superando un dislivello di 300 metri in mezzo ai boschi. In cambio, il comune vi offre un fantastico eremo seicentesco senza acqua corrente, senza riscaldamento, senza impianto elettrico, senza segnale telefonico, però con un bel quadro di San Giorgio alle pareti. Si lavora part-time da aprile a novembre (anche perché d’inverno nell’eremo si morirebbe di freddo, non in senso metaforico), e non è previsto alcuno stipendio da parte del comune. Le elemosine dei pellegrini però sono numerose. Candidature entro il 15 marzo al parroco di Saalfelden: mi raccomando ragazzi, non siate choosy, e approfittate dell’occasione!

Questo è suppergiù il contenuto del comunicato stampa diffuso dal comune di Saalfelden (la prendono molto sul serio la ricerca di un eremita, questi!). Alcune testate, poi, aggiungono una notizia di colore, giusto per testimoniare che quella di eremita può anche essere una vita affascinante: narrano le cronache di un eremita che, proprio a Saalfelden, sul finire degli anni ’60, fu coinvolto in una sparatoria (?!?) nel bel mezzo del suo eremo, mentre stava recitando i vespri…

Oh, gente: capite che questa è roba mia. Una sparatoria in un eremo seicentesco a 1400 metri di altitudine in mezzo ai boschi delle Alpi austriache è materia troppo ghiotta per non suscitare la mia attenzione. Ho voluto vederci di più, ho spulciato di link in link, sono finita su quotidiani austriaci che ricostruiscono nei dettagli la vicenda, ho benedetto i miei esami di Tedesco all’Università che evidentemente rientravano nel piano della Provvidenza per farmi conoscere la storia di Karl Kurz… e adesso sono in grado di raccontarvi la storia dell’eremita Karl. Che merita un sacco!

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Ritratto fotografico di Karl l'eremita
Ritratto fotografico di Karl l’eremita

Karl era un commerciante in pensione dall’incerta età, quando, nel 1967, aveva deciso di concorrere per il posto da eremita nel comune di Saalfelden. Probabilmente lo affascinava la sfida di questo detox totale da tutti i mali del mondo; sicuramente vedeva l’eremo come una chance per maturare nella fede, assecondando la sua naturale inclinazione alla preghiera e alla vita ritirata.
Due anni più tardi, nell’inverno del 1969, Karl decide di far fruttare i suoi mesi forzatamente lontani dall’eremo dando testimonianza cristiana in mezzo al mondo. Accetta un invito alla trasmissione televisiva Was bin ich (“Cosa sono io”), che intervista ospiti dalle esperienze di vita particolari.

Oh, povero Karl. Come si vede che sei un eremita autodidatta, e che non hai mai fatto gavetta in un piccolo noviziato. Se tu avessi mai ascoltato un maestro dei novizi (o se tu avessi mai sfogliato, tipo perché fai l’archivista, le inquietanti storielle con cui si terrorizzavano i novizi circa i pericoli del mondo) avresti saputo benissimo che questo è un grosso, GROSSO sbaglio.
Un buon eremita non accetta MAI un’ospitata in televisione.

E invece, ‘sto eremita con la faccia da Babbo Natale che vive sperduto in una capannuccia spersa sul cucuzzolo dei monti fa immediatamente boom di ascolti. Tutti (dai cattolici hardcore legati alla tradizione, giù giù fino ai fricchettoni hippie alla ricerca di vite alternative) sono conquistati da questo bizzarro personaggio. L’estate 1970 vede un decisivo incremento di pellegrini, tutti in fila per scalare il monte fino alla casupola in cui vive il vecchio saggio. È probabilmente il periodo di maggior gloria di Saalfelden: su Karl piovono gloria, popolarità, preghiere (…e anche un numero di offerte decisamente più alto del normale).

E veniamo ora al ferale 29 settembre 1970. Accomiatati i pellegrini, rimasto solo nel suo eremo, Karl suona l’Ave Maria e poi si chiude in preghiera, per recitare i Vespri.
Immaginatevi la bucolica scenetta: il vecchio eremita, la lunga barba bianca, i suoi occhi saggi e sereni, il suo saio scuro e liso. Immaginatevi l’eremo seicentesco, il quadro di San Giorgio alle pareti, l’anziano religioso chino sull’inginocchiatoio mentre sussurra piano sul suo breviario…
…e poi immaginatevi otto colpi di pistola, che mancano per un soffio ‘sto povero cristiano. Un cecchino sta sparando a Karl attraverso la finestra: vetri infranti, proiettili che si conficcano nel legno e rimbalzano sui mattoni, schegge, odore di sparo, e ovviamente urla disperate e sconvolte.
Immagino che non sia mai piacevole scoprire che qualcuno ti sta sparando addosso, ma di sicuro non ti aspetti di ritrovarti in mezzo a un film d’azione se sei un povero vecchio eremita che vive sperduto sul cucuzzolo di un monte. Karl in preda al panico corre al campanile e comincia a suonare le campane a distesa, continuando così finché una pattuglia della polizia non bussa alla sua porta, intuendo che dev’essere successo qualcosa di grave.
Il cecchino ovviamente è introvabile, arrivato ormai chissà dove attraverso i boschi, ma si scopre che ha lasciato una firma. Attraverso la finestra rotta è stato gettato un sasso (!) attorno al quale è avvolto un foglio con un messaggio (!): “Per adesso solo un avvertimento; in futuro, sarà troppo tardi”.

!!

Oh, gente, giuro che non sto scherzando: sembra la trama di un film di basso livello, ma è tutta Storia con la S maiuscola.

Immaginate con che spirito Karl se ne sia andato a letto quella sera, unico essere umano nel raggio di (centinaia di) chilometri, dopo essere stato oggetto di un tentato omicidio e di una esplicita minaccia di morte. Immaginate con che spirito il pover’uomo abbia preso atto della notizia che, nei giorni successivi, lettere minatorie e diffamatorie sono arrivate anche al sindaco di Saalfelden, al parroco della comunità e alla polizia locale. Se con le autorità laiche il cecchino si limita a una minaccia di morte, con le autorità religiose tenta, per buon conto, anche un omicidio “morale”: Karl viene accusato di aver sfruttato l’ondata di popolarità imponendo ai pellegrini un biglietto di 20 scellini per visitare l’eremo.
Nei giorni successivi, il religioso perde dieci anni di vita ricevendo lui in persona un’altra lettera minatoria, in cui il cecchino gli preannuncia l’imminente arrivo di “un colpo allo stomaco e due pallottole nel ginocchio”.

!!

Karl è ormai sull’orlo di una crisi di nervi: è stanco, agitato, sospettoso, sempre sul chi va là, ha crisi di panico e di rabbia; per la prima volta dall’inizio delle indagini, gli inquirenti cominciano ad avere difficoltà nel rapportarsi con lui. I mass media, che avevano (comprensibilmente) seguito questa assurda storia fin dal principio, cominciano a dipingere Karl come una specie di isterico paranoide completamente ripiegato su se stesso. Da povero eremita vittima di un pazzo criminale, Karl diventa un potenziale sospetto: non è che è tutta una colossale montatura organizzata dal religioso stesso, al solo scopo di far parlare di sé? Del resto, sembra che Karl abbia saputo far fruttare bene la popolarità che aveva guadagnato con quella famosa ospitata TV…

Le minacce continuano, l’opinione pubblica ormai è apertamente schierata contro il mitomane arrivista: il 15 ottobre 1970, dopo le due settimane più lunghe della sua intera vita, Karl si presenta sconsolato al comando di polizia di Saalfelden, per rilasciare una denuncia. Si auto-accusa di aver inscenato tutto quanto per ottenere popolarità, proprio come i giornalisti avevano intuito, e contestualmente comunica alle autorità locali la sua decisione di lasciare immediatamente l’eremo. Se ne va, distrutto e col cuore straziato: l’estremo gesto è tagliare la sua lunga barba da monaco.
La sua vita è finita.

E, in effetti, la sua vita è finita in senso letterale: Karl viene ritrovato morto pochi giorni più tardi, suicida, riverso sulle rotaie.

Fine della storia?

Ma neanche un po’: Karl era appena stato portato al camposanto, che una lettera anonima informava il comando di polizia che l’eremita di Saalfelden si era accusato ingiustamente. Non era lui ad aver inscenato l’agguato e le minacce – e a riprova di ciò che stava affermando, l’anonimo (evidentemente il cecchino stesso) annunciava di aver nascosto otto proiettili nella cappella dell’eremo.
I proiettili furono rinvenuti di lì a poco.

A quel punto le indagini ripresero con una certa frenesia, anche perché l’intera vicenda
– stava diventando realmente inquietante;
– e pure imbarazzante per giornalisti e forze dell’ordine;
– aveva già prodotto un morto;
– perdipiù innocente;
– perdipiù suicida;
– e soprattutto non si vedeva una fine a questa drammatica catena di eventi

Sguainando una vera e propria task force le forze dell’ordine riuscirono (dopo sette anni di ricerche, dicasi sette anni) a risalire a un potenziale sospetto. Si trattava di un piccolo criminale del luogo che – a quanto si scoprì con un certo shock durante le indagini – si era candidato, anni prima, come eremita, ma era stato rifiutato a causa dei suoi trascorsi penali. Al posto suo, era stato scelto proprio Karl – un rifiuto che il criminale non aveva mai buttato giù, e che lo aveva fatto ribollire di rabbia nel momento in cui l’eremita aveva raggiunto popolarità nazionale grazie alla famosa comparsata in TV.

E Karl?
Il povero vecchietto, con ogni evidenza, non aveva retto alla tensione psicologica e aveva deciso di farla finita. ‘Basta, confessiamo tutto: diciamo ai giornalisti che hanno ragione loro e che io sono un mitomane alla ricerca di attenzioni, così finalmente mi lasceranno in pace. Che si chiuda il sipario su questa storia’ avrà pensato, prima di rilasciare la sua falsa confessione.

E prima di togliersi la vita.

Karl in una sua rara fotografia su Internet (e con watermark: teniamocela così...)
Karl in una sua rara fotografia su Internet (con watermark: teniamocela così…)
(Gente, magari penserete che mi sono inventata tutto… ma invece giuro che è la pura verità! Davvero!)