Cose cristiane, Pillole di Storia

Cerimoniale vaticano for dummies (AKA: perché Melania Trump ha incontrato il Papa vestita come una beghina in lutto?)

Confesso che la cosa mi ha presa di sprovvista. Non mi aspettavo che l’outfit di Melania Trump per la sua visita in Vaticano destasse nel web così tanta curiosità – se non altro, perché, di VIP, il Papa ne riceve spesso, e non è mica la prima volta che vediamo foto di un’udienza privata.
Eppure, la First Lady è pur sempre la First Lady, e la visita di Melania a Papa Francesco ha evidentemente destato molta curiosità.

Velo Melania Trump
Il velo muliebre di Melania in visita a Papa Francesco

A vantaggio di chi non ha la più pallida idea di come funzioni il cerimoniale vaticano (…e, auspicabilmente, anche a vantaggio di chi un’idea ce l’ha, ma è curioso di approfondire la storia del perché e del percome), ecco dunque un piccolo vademecum di vaticanerie for dummies (AKA: perché Melania s’è conciata come per un funerale di inizio secolo?).

Appunto! Perché??

Ma pora stella: il suo look ha stupito molti, ma lei si è limitata a seguire il cerimoniale diplomatico. Copiando testualmente dagli Appunti per un approccio sistematico al Cerimoniale Vaticano curati da Giuseppe Damiano Iannizzotto dell’Associazione Nazionale Cerimonialisti Enti Pubblici,

in occasione di Visite di Stato al Sommo Pontefice, per gli uomini è prescritto il frac con gilet nero e decorazioni (quelle pontificie precedono le nazionali) mentre alle donne si richiede abito lungo nero, velo e guanti pure neri; sono ammesse le decorazioni ma nessun gioiello, salvo le perle.
In occasione di Visite ufficiali gli uomini indossano un abito scuro con decorazioni e le donne un abito corto nero con decorazioni ma senza gioielli salvo le perle.

Hillary Clinton velo Papa Wojtyla
Anche Hillary, accompagnando suo marito a una visita ufficiale in Vaticano, ha indossato un velo nero da protocollo. Correva l’anno 1994…

Prendo atto. Però non ha senso! Che è ‘sta fissa del nero? Perché costringere le donne a vestirsi praticamente a lutto?

Mah. Io direi: per la stessa ragione per cui le signore invitate a un matrimonio sono “costrette” a evitare abiti lunghi di colore bianco.

Sulle origini della consuetudine per cui le donne devono vestire in nero quando incontrano il Papa, in questi ultimi giorni ho letto la qualunque. Online si dice che la richiesta viene fatta affinché le donne vestano da penitenti, o perché la Chiesa impone abiti dimessi alla donna tentatrice. Ho letto addirittura che il nero è una ‘punizione’ per la colpa di Eva e di tutte le sue figlie (???)… ma, no, non è vero niente di questo.

La spiegazione è molto più pragmatica: avete presente gli abiti lussuosi di Kate Middleton quando partecipa a una festa in pompa magna? Ecco: calcolate che la sua eleganza è solo l’eco lontana degli sfarzi con cui le regine (e le dame in generale) si agghindavano per partecipare a eventi ufficiali, fino a qualche decennio fa.

Ora: il Papa, poveraccio, è in una situazione singolarissima. Ogni re che si rispetti ha una regina consorte, bellissima e affascinate nei suoi diademi splendenti per le serate di grande gala. Ha vestiti di lusso, ha una delegazione diplomatica di cortigiani pluridecorati, ha ricchezze di ogni tipo, e non ha remore a mostrarle.
Il Papa, povero cristiano, ha e ha sempre avuto ben poca mercanzia. Non ha una “papessa consorte”, i suoi cortigiani sono attempati ometti in abito talare… immaginatevi la Principessa Sissi col suo abito più sontuoso che viene a fare visita a ‘sta combriccola di vecchietti.

Una delle regole base della diplomazia è sempre stata: nel caso di visite ufficiali, il “padrone di casa” deve sempre avere il posto di rilievo (e ci mancherebbe!).
Se il tuo capo di Stato è un tizio che non ha mogli, non ha figlie, non ha gioielli al di fuori di quelli per uso liturgico, e non può nemmeno fare uno sfoggio di ricchezze fine a se stesso… allora, forse forse, la scelta più agevole per i diplomatici è imporre a tutti gli ospiti un dress code di colore scuro.
Così almeno il Papa risalta, perché è l’unico col vestito chiaro.
Per dire.
Sempre meglio di niente.

Nobel svezia
La famiglia reale di Svezia, in gran spolvero per la consegna dei premi nobel nel 2016. Capite bene che signore agghindate così finirebbero inevitabilmente per far passare in secondo piano qualunque prete…

Molto prosaicamente, la vera motivazione dietro al little black dress imposto d’ufficio sembra essere proprio questa. Una antica norma vecchia di secoli, che poi è diventata standard ed è stata portata avanti per tradizione. Ma non c’era nessun sottotesto particolarmente misogino, dietro.

Come no! E il velo? A ‘sto punto infiliamo le donne dentro ad un burqa e facciamo prima!

Aehm: io ho un cassetto pieno di veli, e “misogino” è l’ultimo aggettivo con cui li definirei.

Amal Vaticano
Per il suo incontro con papa Francesco nel maggio 2016, Amal Clooney ha optato per un (appropriato) cappello nero, che evidentemente preferiva al velo tradizionale. Look impeccabile anche così!

Che le donne si presentino sempre a capo coperto quando si trovano in un contesto “sacro”, è una norma antichissima, per i Cattolici. Chiedete a una qualsiasi delle vostre nonne: anche lei vi confermerà che, fino al Concilio Vaticano II, le donne dovevano indossare un cappello (o un velo, o un foulard) anche solo per entrare in chiesa.
È una tradizione antica, che deriverebbe addirittura dai tempi di san Lino, eletto papa dopo la morte di san Pietro. Il generale cambiamento di costumi, e le innovazioni introdotte dal Concilio Vaticano II, hanno senz’altro reso meno popolare questa consuetudine (che in compenso resta viva – e anzi sta avendo un grosso revival negli ultimi anni – in tante aree del mondo, come ad esempio gli USA).

Anche lì: è tradizione.
E non è manco una tradizione brutta o svilente per l’ospite femminile, secondo me (sarà che io sono una fan dei veli… ma avete idea di quanto possa essere bello, un bel velo da Messa?!)

Fatto sta che tutti questi vincoli la Santa Sede li impone solo alle donne. I maschi possono vestirsi normale.

Più che altro, è la moda maschile che non concede particolari guizzi di fantasia quando si tratta di mettersi in tiro per un’occasione di gala. Giacca e cravatta, quello è. Il cerimoniale vaticano impone anche agli uomini il colore nero in tinta unita… ma – ovviamente – un completo nero, su un uomo, dà meno nell’occhio.

…c’è anche un’altra cosa, però, da considerare. All’epoca in cui nasce il cerimoniale diplomatico, tutti i capi di Stato (cioè, tutti i personaggi che potevano ragionevolmente ambire a un’udienza privata col Santo Padre) avevano alle loro spalle una carriera militare. Tutti: re, principi, politici – chiunque aveva prestato servizio nell’esercito, almeno per un po’.
Ed era consuetudine che, in caso di eventi ufficiali, l’uomo si vestisse in alta uniforme sfoggiando con orgoglio onorificenze e gradi raggiunti.

La divisa militare, quella è: non è che puoi cambiarla.
Ecco dunque la necessità di regolamentare soprattutto l’abbigliamento femminile: perché le dame sono (anzi: erano) le uniche a non essere legate al rigore di un’uniforme.

Giovanni Paolo I Famiglia Lussemburgo
Il Granduca e la Granduchessa del Lussemburgo, due dei pochi ospiti che Papa Giovanni Paolo I ebbe il tempo di accogliere durante il suo breve pontificato. Il Granduca, come da tradizione, sfoggia orgogliosamente la sua uniforme.

E perché alcune donne si presentano al Papa vestite di bianco?

È il cosiddetto “privilegio del bianco”, una intrigante deroga alla normativa che vuole le signore vestite di nero per non “oscurare” il Papa con la loro eleganza.
Ebbene: le regine delle grandi monarchie cattoliche (quindi, Spagna, Belgio e Lussemburgo), le principesse di Casa Savoia e l’attuale principessa consorte del Principato di Monaco hanno il permesso di indossare abito e velo bianco, quando si trovano al cospetto al Papa.

È una possibilità che viene loro concessa negli anni della Controriforma, per premiare quelle case regnanti che erano rimaste fedeli al Papato.
E, per quanto la materia sia evidentemente futile, credetemi: non è cosa da poco.

Che un capo di Stato accetti di far entrare in casa sua, in visita ufficiale, una tizia che sta sostanzialmente indossando un vestito da sposa, non è poco affatto. Vuol dire mettersi implicitamente in secondo piano, consentendo che tutti gli occhi siano puntati sulla bellissima dama che, inevitabilmente, ti ruberà la scena.

La materia è futile, ma il gesto è significativo!

Privilegio del Bianco Savoia
La regina Elena e la principessa Maria Josè di Savoia si avvalgono del privilegio del bianco, durante una visita ufficiale a Pio XII. E poi non ditemi che i loro abiti non davano nell’occhio…

Che schifo, però, la foto di sopra, con la principessa costretta a baciare la mano del Papa! E che è?

Mette Maritte
Mette Maritte, moglie dell’erede al trono di Norvegia, si inchina davanti alla regina Elisabetta, nel corso di una visita ufficiale

Sembrerà una questione di lana caprina, ma tecnicamente non si bacia la mano del Papa; si bacia l’anello del pescatore che il Papa porta al dito. Allo stesso modo, nell’incontrare un vescovo, si bacia il suo anello vescovile, e non la mano in sé.
È un modo simbolico per onorare il ruolo del personaggio, più che la sua persona (in maniera non dissimile dal modo in cui altri cerimoniali esteri prevedono che ci si inchini di fronte a un monarca).

Sembrerà una questione di lana caprina, dicevo, ma a ben vedere non lo è: la liturgia cattolica (e non il cerimoniale diplomatico di Città del Vaticano) prevede, effettivamente, delle circostanze in cui il fedele bacia le mani del sacerdote in quanto tale (ad esempio, dopo la prima Messa di un novello sacerdote, a sottolineare che quelle due mani adesso hanno il “potere” di “portare” Cristo in terra al momento della consacrazione eucaristica).

Se il cerimoniale vaticano volesse costringere a onorare il Papa come leader religioso, avrebbe relativamente aggio al richiedere il bacio della mano in sé e per sé. Che si chieda invece all’ospite di baciare l’anello del pescatore, cioè il simbolo del potere, ha tutt’altra valenza.

Mh. E a parte l’anello del pescatore, il Papa ce l’ha, un dress code per le visite ufficiali?

In teoria, il cerimoniale prevede che il Santo Padre riceva gli ospiti indossando l’abito corale (cioè: veste bianca, sopravveste di pizzo, mantellina rossa, stola, scarpe rosse, zucchetto bianco e croce pontificale). Papa Francesco, non amante di questi orpelli, finora ha sempre preferito indossare la normale veste talare che è diventata un po’ la sua “divisa” per tutte le azioni non liturgiche.

Charlene Papa Ratzinger
La principessa Charlene di Monaco sfrutta il privilegio del bianco (e indossa un velo che mi pare proprio identico a uno che io, N.d.R.) nel corso di una visita ufficiale a Papa Ratzinger. Benedetto XVI, dal canto suo, si attiene scrupolosamente al cerimoniale vaticano per quanto riguarda la scelta del suo abbigliamento.

Per pura curiosità: l’abito corale come quello che vedete sopra addosso a Papa Ratzinger si impone come “abito pubblico” solo a partire dal ‘400. Fino ad allora, in tutte le occasioni solenni, il Papa indossava un delizioso completino rispolverato da Sorrentino per la serie The Young Pope. Nella celebre scena in cui Papa Lenny riceve in udienza il Primo Ministro, lo vediamo indossare l’antico “manto papale” – lunghissimo, con strascico, e riccamente decorato.
L’ultimo papa ad utilizzarlo fu Paolo VI… e (curiosità!) non è mai stato formalmente abolito. In teoria, un Papa potrebbe ancor oggi decidere di conciarsi così per ricevere in udienza un suo ospite!

Young Pope
Niente di meglio di un buon manto papale per intimorire un ospite sgradito (scena da “The Young Pope”)

Ma Papa Francesco non ha cambiato il cerimoniale?

No. Che io sappia, formalmente non ha cambiato niente, nel senso che rimangono in vigore tutte le regole di cui sopra: signore in nero e a capo coperto, Papa con abito corale, privilegio del bianco per poche signore al mondo, e così via dicendo.

Se il protocollo rimane quello di sempre, personalmente ritengo che la Segreteria di Stato comunichi ai vari ospiti che Papa Francesco non ha particolarmente a cuore il rispetto rigido di queste regole. In caso contrario, non mi spiego vistosi “scivoloni” diplomatici da parte di personaggi che, in udienza ufficiale, infrangono apertamente il protocollo, pur essendo stati ligi alle regole in tutte le visite ufficiali effettuate ai tempi di Ratzinger e Wojtyla.

Carlo Camilla Papa Collage
La Duchessa di Cornovaglia, in abito nero con velo nero durante una visita ufficiale a Papa Benedetto XVI, e a capo scoperto in un abito praticamente bianco durante una visita ufficiale a Papa Francesco: in assenza di un ok da parte del Vaticano, sarebbe una mancanza di rispetto talmente grave che non riesco neanche a immaginare uno scenario in cui la famiglia reale inglese avrebbe potuto concepirla!

L’unica vera modifica al cerimoniale vaticano, voluta e apportata da Papa Francesco, riguarda il trattamento da riservare a tutti quegli ospiti che si presentano in visita ufficiali accompagnati da un partner a cui sono legati da un’unione irregolare (per i canoni della Chiesa Cattolica).
Fino a pochi anni fa, chi – professando fede cattolica – richiedeva un’udienza privata, e in questa udienza si faceva accompagnare dalla [convivente / moglie di secondo letto / partner omosessuale] poteva senz’altro presentare la sua dolce metà al Santo Padre… ma nulla più. Il partner “irregolare” non poteva apparire nelle foto ufficiali, e non assisteva nemmeno all’udienza privata (veniva fatto accomodare in un’altra stanza, e solo successivamente, a margine, incontrava il Papa).

Come spiega questo articolo,

si trattava – è bene chiarire – di un protocollo valevole solo per i capi di Stato che si professavano cattolici. […] La ragione profonda per cui un Capo di Stato cattolico non poteva essere accompagnato dal coniuge se in situazione canonicamente irregolare risiede nel fatto che il Papa […] non poteva approvare surrettiziamente una situazione matrimoniale irregolare riconoscendola, seppur in maniera indiretta, durante una visita ufficiale.

Era insomma una sorta di catechesi indiretta che passava attraverso simboli e gesti, e che papa Francesco ha reputato troppo tranchant e troppo poco misercordiosa. In questo caso – e solo in questo – papa Francesco ha effettivamente ordinato che il cerimoniale fosse cambiato. E così, pochi mesi fa, Papa Francesco ha accolto per la prima volta il presidente argentino Mauricio Macrì assieme alla sua terza moglie.

Papa Macri terza moglie
Il presidente Macrì incontra Papa Francesco in compagnia della sua terza moglie (febbraio 2016)

…che peraltro indossava un bellissimo velo nero e un abitino comme il fault.
Proprio come da protocollo!

Pillole di Storia

Ma che fine facevano i neonati abbandonati nella ruota degli esposti?

Uno sente parlare di “ruota degli esposti” e giustamente avverte un brivido freddo lungo la schiena – perché, ok, meglio abbandonare il figlio che farlo uccidere da una mammana, ma poi il retropensiero è sempre quello: “forse forse sarebbe più desiderabile la morte, rispetto all’essere un trovatello nel Medio Evo”.

Ma sarà proprio così?
Cosa succedeva, concretamente, a un bimbo non voluto, dal momento in cui la sua mamma lo abbandonava al suo destino?
Una di quelle domande a cui sembrerebbe difficile dare una risposta… ma invece no. In questo caso, la buona sorte è dalla nostra parte: gli archivi conventuali e ospedalieri sono in grado di fornirci informazioni abbondanti (e sorprendenti!) sul destino di questi poveri trovatelli…

Ruota esposti 2

Facciamo un passo indietro, e cominciamo con una breve lezione di Storia.

La “ruota degli esposti” nasce in Francia sul finire del XII secolo; secondo la tradizione, papa Innocenzo III ne istituisce una nell’ospedale di Santo Spirito in Sassia, alle porte del Vaticano, poiché turbato da incubi ricorrenti in cui sognava cadaveri di neonati che galleggiavano sul Tevere.

Da lì, la ruota degli esposti si diffonde a macchia d’olio in tutta l’Europa continentale. A partire della metà del ‘400 non esisteva in Italia un singolo ospedale che non destinasse alla gestione dei trovatelli una parte significativa delle sue risorse. Proprio in quel periodo, peraltro (e cioè, tra fine ‘400 e inizio ‘500) la ruota degli esposti vive il suo periodo di massimo splendore, complice anche una crisi economica globale che rendeva particolarmente arduo mantenere famiglie numerose.

Ecco dunque aumentare il numero di trovatelli, ed ecco dunque l’assistenza pubblica organizzarsi per gestire al meglio il problema.
E quanto in un ente pubblico ci si organizza bene, succedono tante belle cose – ad esempio, si producono un sacco di scartoffie, per l’esasperazione dei contemporanei e per il godimento degli archivisti posteri.
Proprio grazie a queste carte possiamo farci un’idea abbastanza precisa di come dovesse svolgersi la vita di un trovatello medievale che veniva abbandonato in una ruota degli esposti verso la fine del Medioevo.

Ruota esposti 3

Il trovatello, innanzi tutto, poteva vivere o morire.
In un’epoca storica in cui il tasso di mortalità era altissimo tra gli infanti, un neonato con poche ore di vita, che alla ruota degli esposti magari ci arrivava già malandato e denutrito, aveva delle buone chance di ammalarsi gravemente.
Ma se riusciva a superare il periodo critico dei primi giorni, ecco che cominciava quello che noi definiremmo “l’iter di adozione”, con il trasferimento del bebè in una struttura appropriata.

A Milano, sotto il coordinamento dell’Ospedale Maggiore, i trovatelli erano “smistati” in due centri specializzati. L’ospedale del Brolo (presso l’attuale chiesa di Santo Stefano) aveva una nursery dedicata ai cosiddetti “figli del latte”, cioè i neonati che erano appena stati recuperati da una ruota degli esposti e attendevano collocazione.
Un poppante – si sa – ha bisogno di bere latte, e nel Medioevo – si sa anche questo – non esisteva il latte artificiale. C’era dunque l’urgentissima necessità di mettere a balia questi bambini presso famiglie in cui la madre fosse disposta a fare da nutrice.

Letta così, sembrerebbe una mission impossible: vi stupirà invece sapere che le famiglie facevano la ressa per poter prendere in custodia un bambino.
In primo luogo, lo Stato stanziava una piccola somma di denaro a titolo di rimborso spese per la balia e per la sua famiglia. Non che ci si arricchisse a crescere i trovatelli… ma calcolando che il latte materno è gratis, e che una donna medievale passava molti anni della sua vita nelle condizioni di poter allattare, accogliere nella propria casa un bambino abbandonato era pur sempre un modo di arrotondare facendo un’opera di bene.

Tra la balia e l’ospedale veniva stipulato un vero e proprio contratto, in cui la famiglia “affidataria” si impegnava a trattare bene il neonato, a crescerlo coscienziosamente, a fare tutto il possibile per conservarne la salute. A partire dal 1477, un regolamento interno dell’Ospedale Maggiore di Milano stabiliva che le balie dovessero necessariamente risiedere entro 12 miglia dalla città, e ciò per permettere frequenti visite di controllo da parte di quelle che oggi definiremmo “assistenti sociali”.
Insomma, una vasta macchina burocratica si metteva in modo per garantire che il bambino fosse cresciuto in un ambiente il più sano possibile. E vi stupirà: parrebbe che, in molti casi, questi neonati dati a balia fossero trattati fin troppo bene – nel senso che, in certi casi, le madri biologiche contattavano la nutrice per seguire la crescita del figlio, o addirittura per consegnargli doni di valore o somme di denaro. Una eventualità chiaramente avversata dall’assistenza pubblica (se sei in grado di mantenere un figlio illegittimo, allora cercagli tu una collocazione consona e non gravare sull’erario)… ma tant’è: e anche questo dettaglio la dice lunga.

In base alla disponibilità della famiglia affidataria, i neonati potevano restare nella casa della nutrice  per un lasso di tempo compreso tra i due e i quattro anni. Alla scadenza del contratto di affido, i bambini ritornavano in una struttura assistenziale – e, per la precisione, nell’Ospedale di S. Celso (presso l’omonima chiesa), dedicato all’accoglienza dei cosiddetti “figli del pane” (e cioè, i bambini ormai grandicelli e già svezzati).

Che succedeva a quel punto?
Beh, l’ospedale cominciava a cercare una famiglia adottiva – e lo faceva con una certa frenesia, anche per “sbarazzarsi” di quello che, tutto sommato, a quel punto era solamente un costo.

I bambini che non riuscivano ad essere collocati venivano ospitati all’interno di una struttura ospedaliera fino al raggiungimento della maggiore età. In teoria, l’ospedale avrebbe dovuto attivarsi per insegnare un mestiere agli orfanelli ricoverati e trovar loro un impiego al momento delle loro dimissioni. All’atto pratico, chi non trovava una famiglia adottiva tendeva ad abbandonare l’ospedale il più tardi possibile e a fare una vita da vagabondo (con un’unica possibilità di salvezza per le ragazze: rubare il cuore a un buon partito, disposto a sposarle anche senza dote).

Per contro, le buone notizie: molti bambini venivano effettivamente adottati!
L’Ospedale Maggiore di Milano conserva ancor oggi un preziosissimo libro delle “Consegne ai Trovatelli”, che tiene traccia di tutti i contratti di affido stipulati con le famiglie adottive a partire dall’anno 1472, e fino all’anno 1531.
I dati non ci permettono di stabilire quale fosse la percentuale di bambini che trovava effettivamente una casa, ma il libro delle Consegne testimonia senz’altro che l’ospedale non se ne stava con le mani in mano: nell’arco di trent’anni, i “servizi sociali” trovano una sistemazione per oltre 800 bambini (con una curiosa prevalenza di femmine su maschi – 489 contro 329).

Qual era la famiglia-adottiva-tipo?
Difficile rispondere a questa domanda, perché i trovatelli potevano essere adottati da gruppi familiari molto diversi.

Un confortante 40% degli orfani veniva adottato dalla nutrice che li aveva presi in custodia, senza nemmeno tornare in ospedale terminato il periodo di baliatico.
Il restante 60% andava incontro alle situazioni più disparate. C’era chi veniva adottato da coppie di sposi che non riuscivano ad avere figli propri, o c’era chi veniva adottato da mariti e mogli che avevano già figli biologici. C’era chi veniva preso in custodia da donne vedove senza figli, e c’era chi addirittura veniva adottato da una donna nubile. C’era chi finiva in nuclei familiari composti da fratello-sorella, padre-figlio, suocera-nuora, e ogni possibile altra combinazione che vi venga in testa. C’era chi aveva la ventura di essere affidato ad un convento, e c’era chi finiva nella casa di un artigiano che probabilmente desiderava, oltre a un figlio da amare, qualcuno a cui trasmettere l’attività commerciale.

In ogni caso, tutte le famiglie adottive si impegnavano per contratto ad “accipere in filium” il trovatello, con la promessa di “, vestire et calzare et instruere ad salutem anime et corporis”. Nel caso delle ragazze, i genitori si impegnavano anche a fornir loro una dote che veniva accuratamente specificata nel contratto, nonché ad attivarsi per trovar loro un buon marito entro il compimento dei 20-22 anni.
Insomma: una volta collocato in una famiglia, il trovatello poteva ragionevolmente sperare di andare incontro a un futuro dignitoso – con un’unica differenza, rispetto ai figli adottivi d’oggi: non necessariamente ereditava i soldi dei genitori. Solo in alcuni dei contratti troviamo clausole (evidentemente, facoltative) in base a cui il trovatello veniva nominato erede legittimo alla pari degli altri figli biologici dei genitori. Nella maggior parte dei casi, questo non succedeva… ma nulla, a parte questo dettaglio, lascia intendere che i figli adottivi vivessero in condizioni di particolare subalternità. In alcun modo erano ridotti a fare gli sguatteri di mammà, giusto per capirci.

Intervenendo al convegno La famiglia e la vita quotidiana in Europa dal ‘400 al ‘600 (Milano, 1-4 dicembre 1983), dai cui atti ho tratto queste statistiche, Giuliana Albini così commentava:

Ambienti sociali diversi, persone con possibilità economiche assai diversificate, aree urbane e suburbane, mondo rurale: tutta la società del tempo pare essere coinvolta, non solo dalla realtà dell’abbandono,

ma anche dalla possibilità (…molto più a portata di mano di quanto non lo sia oggi) di ottenere in adozione un bambino non proprio. Che, contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, aveva buone chance di trovare nella famiglia adottiva una vera casa, un sincero affetto, e una concreta speranza di una vita migliore.

E anche queste son di quelle cose che, secondo me, generalmente non ti raccontano, a scuola, alle lezioni di Storia.

Pillole di Storia, Vite di Santi e Beati

Papa Francesco e la Madonna dei mandarini

Al termine di un pomeriggio uggioso in cui cercavo ispirazione per un post che commemorasse l’avvio del mese mariano, è apparsa sulla mia home di Facebook una citazione di papa Francesco. Era tratta dal Discorso del Santo Padre Francesco ai partecipanti al XXVIII corso sul foro interno organizzato dalla Penitenzieria Apostolica, e tenutosi il 17 marzo 2017. Ebbene: ai partecipanti del corso, il papa raccontava:

Sulla Madonna c’è una leggenda, una tradizione che mi hanno raccontato esiste nel Sud d’Italia: la Madonna dei mandarini.  È una terra dove ci sono tanti mandarini, non è vero? E dicono che sia la patrona dei ladri. Dicono che i ladri vanno a pregare là. E la leggenda – così raccontano – è che i ladri che pregano la Madonna dei mandarini, quando muoiono, c’è la fila davanti a Pietro che ha le chiavi, e apre e lascia passare uno, poi apre e lascia passare un altro; e la Madonna, quando vede uno di questi, gli fa segno di nascondersi; e poi, quando sono passati tutti, Pietro chiude e viene la notte e la Madonna dalla finestra lo chiama e lo fa entrare dalla finestra. È un racconto popolare, ma è tanto bello: perdonare con la Mamma accanto; perdonare con la Madre.

Alla citazione che mi è apparsa su Facebook, seguivano decine di commenti sconcertati: ma come gli passa in testa, al Papa, di dire che la Madonna è la patrona dei ladri?! C’erano pure un paio di meridionali indignati, con argomentazioni sulle linee di: ecco, ci mancava solo il Papa a rafforzare l’immagine del Sud Italia tutto mafia e mandolino.

Detrattori di papa Francesco, non lamentatevi ché vi è ancora andata bene: il Santo Padre avrebbe anche potuto raccontare la leggenda della Madonna ignuda, che, per far entrare i criminali in Paradiso, si leva il reggiseno davanti al Padreterno.
E, anche in quel caso, avrebbe avuto piena ragione.

***

Ovviamente, capisco le perplessità.
‘sta Madonna dei mandarini che intralcia l’operato di San Pietro e poi fa entrare in Paradiso le peggio schiere di criminali, sta pesantemente antipatica pure a me.
Ciò non toglie che devozioni simili siano realmente esistite e, in una certa misura, esistano tutt’ora, come residuo di una religiosità popolare molto antica.
Che affonda le sue radici nel tardo Medioevo, per la precisione.

***

Noi moderni abbiamo la tendenza a immaginare il Paradiso come una combriccola di amici che vivono in armonia e beatitudine: c’è Dio onnipotente, c’è la Madonna, ci sono i santi, e ognuno vive in lieta concordia con i suoi “vicini di casa”.
Che San Peppino si metta a piantar grane al Padreterno, perché non è d’accordo col Suo operato e vuole assolutamente che Dio si emendi (!), è una visione che non esito a definire aliena dal nostro modo di intendere la Comunione dei Santi.

Che sia aliena a noi è una bella cosa, ma – tenetevi forte – San Peppino che pesta i piedi col Padreterno è stata una delle immagini più care a generazioni di fedeli. I quali non avrebbero minimamente esitato nel confermare: se San Peppino vuole far entrare in Paradiso un ladro suo amico, che San Pietro ha condannato all’Inferno, porca la miseria, Peppino riuscirà a spuntarla!

Non dico che fosse un bene, ma è la realtà dei fatti: quando un uomo medievale si trovava in difficoltà, molto raramente chiedeva aiuto a Dio. Cercava, più concretamente, il proverbiale santo a cui votarsi. Perché, si sa: “i santi ci capiscono meglio”, “sono stati uomini anche loro”, “hanno sofferto come noi”, “e poi quel santo io lo conosco, ho baciato la sua reliquia proprio io personalmente”.
In una certa religiosità popolare, Dio era percepito come un’entità distante, totalmente altra, potenzialmente pure cattiva (è sempre la classica domanda: “se Dio esiste, perché permette il male?”).

Il ragionamento ha pure una sua logica: se Dio ti manda il lutto, la pestilenza, la carestia, l’inondazione, cosa vuoi andare a lamentarti con Dio stesso per criticare le sue decisioni? Acclarato che Dio è sdegnato per i tuoi peccati (sennò non ti faceva morir di peste tutta la famiglia), non converrà forse affidarsi all’aiuto di un qualche intercessore, che magari parte col dente un po’ meno avvelenato?
Chiaro: è un modo molto ingenuo di vivere la fede. Ma ingenua era la vita religiosa del popolino, fino a qualche secolo (o decennio?) fa.

***

Orbene: acclarato che Dio può anche essere impietoso (soprattutto quando è preso da santo sdegno per i nostri peccati) sarà bene affidarsi a un intercessore molto potente. I santi patroni sono ok, ma la più potente in assoluto è intuibilmente Maria Vergine, il cui ruolo salvifico era concepito, nel Medioevo, come solo di poco inferiore a quello di Cristo stesso.
E quando  dico “poco”, intendo proprio “poco”. Poco – poco – poco.
Nell’orizzonte mentale dei medievali, era assolutamente plausibile che un individuo, magari condannato all’Inferno da Dio Onnipotente (?), fosse poi salvato in corner per il solo fatto di esser… raccomandato dalla Madonna.

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Pedro Machuca, “Madonna delle Grazie”

Questa visione della Vergine coi superpoteri comincia ad affermarsi nella teologia mariana del XII e XIII secolo; verso la metà del XIV è definitivamente consacrata dallo Speculum humanae salvationis. In questo trattato, che avrà avuto grandissima fortuna, l’infinita misericordia di Maria viene paragonata a un continuo fiotto di latte che sgorga dal suo seno – una immagine che, credeteci o no, ha avuto enorme diffusione nelle arti figurative (!), suppergiù fino all’epoca della Controriforma.

Qui vi propongo uno tra gli esempi meno hard che sono riuscita a trovare, ma è davvero frequente vedere raffigurazioni in cui la Madonna allatta (!) peccatori (!) destinati alla dannazione eterna (!), oppure spruzza schizzi di latte sulle fiamme dell’Inferno per mitigare le sofferenze dei dannati.

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Anonimo, “San Francesco salva le anime dei peccatori”

E al di là dell’imbarazzo che ci prende nel vedere la Madonna in desabillè, uno potrebbe ancor più scandalizzarsi dicendo: wè bella, ma come ti permetti di alleviare le pene dei dannati, quando Dio Onnipotente, che sta sopra di te, ha legiferato che i dannati hanno da soffrire?
Ebbene, questo malcostume di romper le uova nel paniere al Padreterno era molto diffuso nel Paradiso medievale, giacché esistono anche rappresentazioni di altri santi (ad esempio San Francesco, in questo specifico caso) che si permettono di estrarre i dannati dalle fiamme dell’inferno facendo segno di attaccarsi a uno scapolare, un cingolo, un rosario…

***

Ancor più frequente (ma non meno irriverente nei confronti dell’Onnipotente) è la rappresentazione della “Madonna del Mantello”. Anche nota come “Madonna della Mercede”, la raffigurazione mostra la Vergine Maria nell’atto di spalancare il suo mantello ed accogliervi, al di sotto, i fedeli inginocchiati. Molto carina e molto dolce l’immagine moderna dell’umanità inginocchiata ai piedi di Maria: ma cosa succedeva veramente al di sopra di quel mantello, quando il topos iconografico ha cominciato a svilupparsi?

Madonna Misericordia Bartolomeo Caporali
“Madonna della Misericordia” di Bartolomeo Caporali. Si noti Dio nell’atto di scagliare tre frecce sull’umanità, protetta dalle schiere dei Santi e dal manto della Vergine

Sopra al mantello di Maria succedeva la qualunque, e la cosa allarmante è che succedeva per mano di Dio Padre. Sono frequentissime (davvero! Frequentissime!) le raffigurazioni in cui l’Onnipotente sta per lanciare sull’umanità i suoi dardi e la Vergine pone il suo mantello a protezione degli uomini. E infatti, proprio contro quel mantello si infrangono, ad una ad una, tutte le frecce scagliate da un Dio adirato: i devoti di Maria sono così protetti da una vasta serie di catastrofi e di prove fisiche.
Nel celebre affresco della chiesa di San Gimignano, è addirittura il santo patrono (!) ad arrogarsi il diritto di pestare i piedi e dire a Dio: “gnò! Sul mio paese, la pestilenza non ce la mandi!”.

Concordo, è ridicolo, ma ne capisco anche il senso. In un mondo in cui sappiamo tutti che i mali esistono (e che Dio, per i suoi imperscrutabili disegni, ne consente la diffusione), non sarebbe confortante illudersi di avere un protettore extra che riuscirà davvero a garantirci l’incolumità?

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San Sebastiano protegge dalla pestilenza gli abitanti di San Gimignano

Confortante, non c’è dubbio… ma anche un tantinello ereticale, com’è evidente.
Già il messaggio sotteso non è dei più lineari. Ad aggravar le cose, le rappresentazioni grafiche della Madonna come corredentrice diventano anche alquanto imbarazzanti.

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Gesù e la Madonna intercedono a favore dell’umanità, nell’affresco della chiesa di S. Agostino a San Gimignano (dettaglio)

“Ma che mi rappresenta ‘sta Madonna seminuda che mi sventola il seno davanti agli occhi dell’Onnipotente??”, si chiedevano, comprensibilmente, i prelati che non avevano dimestichezza con questa rappresentazione, inorridendo davanti ad affreschi come quello – già citato – che troviamo a San Gimignano.
Vagliela a spiegare, a uno che non è pratico, la metafora della misericordia come un fiotto di latte fresco che esce dal seno della nostra Madre Misericordiosa. Vaglielo a spiegare, che in questo affresco non siamo di fronte a uno spogliarello, ma stiamo guardando Gesù Cristo e la Madonna che (l’uno indicando la ferita sul costato, l’altra scoprendosi il seno con cui ha nutrito l’Altissimo) sfruttano i “meriti” che hanno accumulato davanti a Dio per ottenere da lui una grazia.
Vaglielo a spiegare, di fronte a un dipinto così ambiguo.
E comunque non è detto che la spiegazione soddisfi l’esterrefatto osservatore – perché non è che puoi mettere Gesù e la Madonna proprio allo stesso piano; e non va neanche bene rappresentare Dio come un trio di schizofrenici che litigano tra di loro.

***

Con i dettami della Controriforma, queste visioni scompaiono (quantomeno a livello grafico).
La belligerante Regina dell’Universo con mantello da Superwoman lascia lo spazio a una pia Vergine tutta presa dalle sue attività domestiche di moglie e madre. Anche la raffigurazione dei santi viene tipizzata, mettendo da parte qualsiasi elemento che li possa far apparire “in concorrenza”, o peggio ancora “in lite”, col Padreterno.
Quant a Lui, comincia a mostrarsi un po’ più paterno, un po’ più gentile: un po’ meno giudice inflessibile, e un po’ più babbo affettuoso. Ché evidentemente ce n’era bisogno, se si era arrivati agli eccessi di cui sopra.

Ma Maria Superwoman non è mai scomparsa del tutto. Questa visione popolare della Madonna come corredentrice, che con la sua dolcezza materna può mitigare la rigidità del Padre assicurando la salvezza anche a relitti di galera, sopravvive ancora, di tanto in tanto, nella religiosità e nelle devozioni popolari.

E, a quanto pare, anche nelle piantagioni di mandarini che spadono il loro profumo nei campi assolati del Sud Italia.

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Il manto della Madonna (e il suo dolcissimo sguardo materno) in Bartolomeo Caporali: dettaglio
Personale, Pillole di Storia

La vera storia dell’animalier, da segno di raffinatezza esotica (?) a icona della fluidità di genere (?!)

Fatemi indossare tutto, ma non pantaloni jeans o tessuti animalier.

Quella dei jeans, con tutta evidenza, è una mia idiosincrasia: l’essere una donna d’altri tempi ti fa pure di questi scherzi, tipo spingerti a considerare i Levi’s un ottimo capo di abbigliamento per quando devi fare lavori manuali, e perciò inadatto a qualsiasi altro utilizzo che non includa la tua presenza all’interno di un cantiere edile.
(Oh, ognuno c’ha le sue fissazioni…).

L’antipatia per l’animalier è già un po’ meno impopolare – nel senso che la gente tende a percepirla come una scelta stilistica degna di rispetto, e non come un sintomo inequivocabile di degenerazione mentale. In fin dei conti, l’animalier è uno stile che non passa inosservato, e che è tendenzialmente associato, nell’immaginario collettivo, a quel concetto di “panterona sexy” con cui uno può, legittimamente, non volersi identificare.

E siccome a me l’animalier non piace proprio, ho coerentemente deciso di trascorrere Pasquetta nel bel mezzo di una mostra dedicata a questo stile.

Locandina mostra JungleEbbene, sì. Quando ho saputo che, alla Reggia di Venaria, sarebbe stata inaugurata una mostra dedicata al ruolo dell’animalier nella Storia della moda, mi sono ripromessa di visitarla quanto prima.
Conoscete già la mia passione per la Storia della moda e del costume, e l’animalier ha molto a che fare sia con l’una che con l’altra. Se oggigiorno è socialmente lecito che una donna rispettabile vada in giro con un top maculato senza per questo sembrare una prostituta, ciò non sarebbe senz’altro stato possibile nel passato. E io ero sinceramente curiosa di scoprire: chi diamine è stato il primo stilista a “sdoganare” il leopardato nei guardaroba delle signore bene?

A seguire, una mezza digressione storica e una mezza recensione della mostra torinese, che è stata inaugurata mercoledì scorso e resterà aperta fino al 3 settembre (tutte le informazioni su questa pagina).

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Una Betty Page all’epoca non ancora famosissima, in un animalier che ha fatto la Storia

La mostra fissa la data di nascita dell’animalier al 12 febbraio 1947, data in cui Christian Dior fa sfilare per la prima volta un completo “imprimé jungle” e “decorato bambù”. In realtà, aggiungo io, questa è la data di nascita dell’animalier nel mondo dell’alta moda, perché non è che, fino a quel momento, non si fosse mai-mai-mai visto un vestito confezionato con tessuto a stampe animali. Nei primi anni ’30, i costumi di scena di Tarzan l’uomo scimmia avevano contribuito a far sì che gli occhi si abituassero ad audaci tessuti maculati; nel 1940, la modella Betty Page aveva destato scalpore facendosi ritrarre in una tenuta semi-adamitica al fianco di belve feroci.
Ma Tarzan e una pinup specializzata in scenografie bondage avevano evidentemente ben poco a che vedere con la Moda con la M maiuscola – e perché l’animalier faccia irruzione in questo universo dobbiamo appunto aspettare la sfilata di Dior del ‘47.
Col produttore di seta Bianchini-Férier, lo stilista francese sviluppa in esclusiva un tessuto a stampa Jungle che applica a tre modelli della sua collezione. La sfilata è un successo e l’animalier entra nel mondo dell’alta moda, aggiudicandosi il suo posto nell’empireo della haute couture quando Marlene Dietrich, poco tempo più tardi, decide di indossarlo.

061e874ee41a40f0eac1046ce2bf3c30E qui, la mostra torinese mi riserva la prima sorpresa, nel senso che, quando l’animalier si fa strada sulle prime passerelle, non è così provocante come è invece al giorno d’oggi.
Audace, sì, ma niente di straordinariamente osè, e in effetti su Internet si trovano prove inoppugnabili a sostegno di questa tesi. Io non me la vedo proprio, al giorno d’oggi, una Melania Trump in total look leopardato in una visita ufficiale a fianco del marito: eppure, Jackie Kennedy lo ha fatto senza problemi. E in effetti, a giudicare dagli abiti esposti in mostra, pare proprio che i primi animalier fossero sì audaci, sì “di rottura”… ma non necessariamente corredati da quei sottintesi da panterona sexy che ha assunto successivamente.
All’epoca di Dior, l’animalier aveva tutt’al più un nonsocché di seduzione esotica, toh. Ma niente di sfrontato.

Passeggiando tra le installazioni della mostra, si scopre che è solo a partire dagli anni ’60 che l’animalier diventa apertamente trasgressivo: Ken Scott (prima) e Valentino (poi) cominciano ad utilizzarlo su capi di taglio maschile, proposti a donne che, ormai, non solo lottavano per la parità dei sessi, ma si avviavano a rapidi passi verso la rivoluzione del ’68. Più o meno nello stesso periodo, ai tessuti animalier succede una cosa che proprio non mi aspettavo: cominciano ad essere utilizzati dall’alta moda maschile, per suggerire concetti di fluidità di genere.

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(Beh, in effetti…)

A quanto pare, tutto parte nella Londra degli anni ’60 con la cosiddetta “peacock revolution”, che invita gli uomini ad abbandonare i classici completi giacca-e-cravatta nei soliti toni del grigio-nero-blu, per adottare uno stile più colorato e disinvolto. Dice la mostra – e conferma anche il web – che “l’animalier al maschile rivela appieno la femminilizzazione del maschio, il sovvertimento di un ordine consolidato sin dall’Ottocento” per cui l’uomo borghese, rinunciando a qualsiasi velleità estetica, aveva adottato uno stile sobrio, pratico, rimasto sostanzialmente immutato nei decenni. Solo a partire dagli anni ’60 l’uomo-consumatore ha cominciato “ad avventurarsi in territori di prerogativa femminile, come la moda”, per “sfidare e ridefinire provocatoriamente il concetto di virilità e mascolinità”.
E proprio a partire dalle stampe animalier doveva lanciare ‘sta sfida, l’uomo? Apparentemente sì (contento lui…)

Tornando a noi (cioè all’universo femminile) è solo negli anni ’90 che i tessuti maculati assumono quella valenza apertamente sexy da “catwoman” che me li rendono così tanto invisi. Anche se, in fin dei conti, esci dalla mostra domandandoti: ma alla fin fine, l’animalier è proprio solo questo?
Ho trovato particolarmente significativo, in una installazione che mostrava fotografie scattate a caso in mezzo alla strada a gente che indossava tessuti animalier, il primo piano di una attempata signora musulmana… pudicamente avvolta in un hjiab sfacciatamente leopardato.

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Vivetta, Collezione P/E 2016

E probabilmente è proprio vero che è ingiusto pensare all’animalier come a una seduzione esotica e niente più. Anche perché a un certo punto la mostra è riuscita in quello in cui riescono veramente in pochi, e cioè scardinare dal profondo le mie certezze. All’interno dell’esposizione non era possibile scattare foto, quindi ho cercato su Google alcuni scatti di repertorio, per meglio illustrare il mio choc nel momento in cui i curatori della mostra hanno cominciato a sbattermi in faccia dei vestitini deliziosisissimi, deliziosissimi!!!, datemi l’intera collezione P/E 2016 di Vivetta perché la voglio TUTTA!!! Ma aspetta un attimo, che ci fanno i Vestitini dei Miei Sogni all’interno di una mostra sullo stile che repello più di tutti al mondo?

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Vivetta, Collezione P/E 2016

Ebbene: se anche voi avete in antipatia il leopardato, tenetevi forti perché sto per darvi un grave trauma: all’interno del macrocosmo dell’animalier (o, per meglio dire, dell’animal print) a quanto pare si inseriscono non solo quei tessuti che imitano il manto di un animale, ma anche quei tessuti le cui stampe raffigurano animali.
Anche tutti interi, eventualmente.

Avete presente il pigiamino con gli orsetti, l’elegante abito da cerimonia con farfalle ricamate sopra, la cover per cellulare che imita le piume del pavone, o quei deliziosi vestitini estivi con pesciolini guizzanti e rondinelle stilizzate? Ecco: tecnicamente, pure questi rientrerebbero nell’universo degli animal print, in modo non poi così diverso dal toppino leopardato della modella sexy anni ’90.

È la mostra stessa ad ammetterlo: alla luce dei molteplici modi con cui la moda attinge all’universo animale, voler rinchiudere questa infinità di stili all’interno di uno/due termini precostituiti è senza dubbio ardito e riduttivo.

Che si tratti dei classici maculati rivisitati o di nuovi ibridi che ci confondono, tutto porta a sfidare i limiti di una visione di stampo positivista, storicamente conclusa, in cui gli esseri umani sono al centro di un preciso ordine gerarchico,

si legge su uno dei tabelloni illustrativi.

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A quanto pare, la collezione F/W 2016 di Stella McCartney è piena di stampe con questo motivo. Non dico che voglio rifarmi il guardaroba con questa stoffa, solo perché son già piena di vestiti con motivi molto simili.

Sarà. Io continuo a sentirmi gerarchicamente superiore a un ghiro (e pure a disdegnare le aggressive stampe leopardate), ma non toccatemi i miei abitini con le rondinelle disegnate sopra. Alla fin fine è proprio vero che non c’è solo il nero e il bianco ma che l’universo è fatto di infinite sfumature di grigio (ironico, dirlo in un articolo dedicato al mondo della moda!).

E così, dopo aver scoperto di avere l’armadio pieno di abiti che si inscrivono in uno stile che detesto (?) e che perdipiù è una specie di caposaldo della gender fluidity (?!), me ne sono tornata a casa turbata e meditabonda – che è sempre un ottimo modo di uscire da una mostra.

***

P.S. Siccome nell’esposizione non era consentito scattare fotografie, sappiate che in questo post non vi ho “spoilerato” niente: se decidere di visitare la mostra, vedrete abiti completamente diversi da quelli che ho proposto io.
E ovviamente scoprirete un sacco di cose in più – e potreste anche trovare un catalogo molto ben fatto, che, se siete appassionati del genere, non può mancare nella vostra libreria.

Pillole di Storia

La misteriosa storia di Pomponia Grecina

Chissà cosa direbbe Pomponia Grecina, matrona romana di nobili natali, se sapesse che, a duemila anni dalla sua morte, si continua ostinatamente a parlare di lei, nonostante i suoi sforzi per sparire nell’oblio.
Eppure, la cosa è in un certo senso inevitabile: la sua Storia (quella con la S maiuscola) sembra fatta apposta per trasformarsi nella trama di un romanzo, di quelle che mandano in solluchero poeti e letterati.
E infatti, Pomponia (nella sua versione “romanzata”) è una delle protagoniste di Quo Vadis.

Pomponia Grecina
Ché poi, la Storia storicamente provata di Pomponia, al netto degli indizi e delle supposizioni, è piuttosto scarna: dobbiamo essere sinceri.
Tutto si riduce a una veloce nota di cronaca riportata da Tacito nei suoi Annali.
A un certo punto, l’autore romano romano ci informa del fatto che, nell’anno 55/56 d.C.,

Pomponia Grecina, nobile dama e moglie di Aulo Plauzio, il quale aveva meritato il trionfo per la sua vittoria sui Britanni, fu accusata di appartenere a una religione straniera e sottoposta al giudizio di suo marito. Questi, secondo l’antica usanza, tenne giudizio sulle qualità, sulla vita e sulla fama di sua moglie in presenza di tutta la parentela, e la dichiarò innocente.

 Tacito prosegue annotando laconicamente che

questa Pomponia visse a lungo e in perenne cordoglio: dopo la morte di Giulia, figlia di Druso, trascorse quarant’anni in lutto. Finché regnò Claudio non le accadde nulla di male, poi [sotto il regno di Nerone, N.d.R.] fu anche oggetto di onore

e ciò sicuramente grazie al giudizio di suo marito, che, dichiarandola innocente e prosciogliendola da ogni accusa, l’aveva resa una donna rispettabile.

E fin lì, uno potrebbe prendere atto della cosa e proseguire oltre con la sua vita.

Però, è abbastanza difficile che uno storico passi oltre con tanta facilità: perché questa Storia – obiettivamente – offre troppe suggestioni, per non trasformarsi hic et nunc in una vicenda da romanzo….


Nella ridda di ipotesi che riguardano Pomponia, abbiamo un unico dato di fatto, e quindi partiremo da lì: attorno al 55 dopo Cristo, la donna viene accusata di appartenere a una religione straniera.
Questo fa di Pomponia, automaticamente, una cristiana?
Certamente no: di “religioni straniere” ce n’erano millemila, nella Roma Imperiale. Per quanto ne sappiamo noi, Pomponia avrebbe anche potuto essere una seguace del Pastafarianesimo.
Però però, è fin troppo suggestiva l’ipotesi di una Pomponia convertita al cristianesimo: siamo, in fin dei conti, nel 55 d.C.; entro quella data, il Vangelo aveva già cominciato a diffondersi nella Città Eterna. Secondo la tradizione, Pietro arriva a Roma attorno all’anno 42.
E quindi, perché non fantasticare su una Pomponia che ha abbandonato la religione paterna e ha scelto di vivere secondo la Buona Novella? Quanto a tempistica, in teoria, “ci staremmo”.
Son solo fantasticherie, ci mancherebbe altro: però, sono fantasticherie con una certa plausibilità.

C’è poi un altro dettaglio che manda in solluchero gli storici: e cioè un’iscrizione, rinvenuta nelle catacombe cristiane di San Callisto e più o meno coeva  all’epoca dei fatti, grazie a cui veniamo informati che in quel luogo hanno trovato riposo le spoglie mortali di Pomponio Grecino.
Chi sia costui, non ne abbiamo la più pallida idea; pur tuttavia, vien difficile pensare che non ci sia alcun legame tra il Pomponio Grecino sepolto come cristiano nelle catacombe, e la Pomponia Grecina processata perché aderente a una religione straniera.
Se l’assonanza riguardasse solo il nome gentilizio, si potrebbe senz’altro pensare a un banale caso di omonimia; ma se accanto al nome gentilizio troviamo anche un cognomen, peraltro così caratteristico, comincia a diventare davvero difficile ipotizzare una coincidenza. Con ogni probabilità, Pomponia Grecina e Pomponio Grecino erano imparentati: quello sepolto nelle catacombe cristiane era presumibilmente un nipote, o un pronipote, della matrona romana di cui parla Tacito.

Il fatto che avesse un parente cristiano è sufficiente per farci concludere che anche Pomponia fosse una cristiana in pectore?
No, evidentemente no: però, capite bene che la fantasia dello storico è ormai così sovraeccitata da fare voli pindarici… arrivando peraltro a interrogarsi, fra le altre cose, sulle reali intenzioni del marito di Pomponia.

Sì, perché, se ci pensate, ‘sto uomo ha un comportamento strano forte: in presenza di dicerie sul conto di sua moglie, lui – invece di metterle a tacere – si prende la briga di istituire un vero e proprio processo contro di lei… per poi dichiararla innocente?
Sembra quasi che il marito abbia agito in questo modo per mettere sua moglie al riparo da qualsiasi accusa futura, tacitando sul nascere le dicerie che stavano cominciando a diffondersi sul suo conto.
Ma allora, il marito era compiacente?
O, forse, addirittura… complice?

***

C’è, poi, un’altra singolarissima coincidenza, per la gioia degli storici che si sono appassionati al caso.
Pomponia Grecina – a quanto ci dice Tacito – passò gran parte della sua vita in un perenne stato di cordoglio, portando il lutto per la morte di una tal Giulia. Benissimo, “ci sta”; ma a questo punto verrebbe da chiedersi: e chi diavolo era, questa defunta Giulia?

Giulia, tanto per cominciare, era una parente di Pomponia. Ma non una parente strettissima (chessò: una figlia, una sorella… ché uno potrebbe anche capire il cordoglio perpertuo). No, era una parente relativamente lontana: una cugina, discendente dall’imperatore Tiberio, fatta assassinare nel 43 d.C.

Si era trattato di un omicidio mosso da ragioni politiche; dunque, un delitto particolarmente vile. A onor del vero, è anche capitato, nel corso della Storia, che, dopo episodi di questa gravità, alcuni personaggi abbiano deciso di portare platealmente il lutto per tutto il resto della vita, come a dire “io non dimentico l’affronto che avete fatto alla mia famiglia”. Se vogliamo, era anche un modo per tenere viva l’attenzione dell’opinione pubblica e influenzarla a proprio vantaggio.
Dunque, non deve stupirci più di tanto l’idea di una matrona romana che passa tutta la sua vita in gramaglie per ricordare l’uccisione di una lontana parente…

…però, ahò: un po’, deve stupirci comunque.
Nel senso che non è che fosse proprio la prassi, un comportamento di questo tipo (tant’è vero che è passato alla Storia in virtù della sua bizzarria: Tacito lo considera così rilevante da parlarne negli Annali).

E se il lutto fosse stato solo una scusa?, fantasticano gli studiosi.
Ovverosia: e se Pomponia avesse “sfruttato” la morte di sua cugina come scusa per portare il lutto e dunque scomparire dalla vita pubblica, sottraendosi così a tutte quelle incombenze “da matrona” difficilmente compatibili con la vita di nascondimento che veniva suggerita ai primi cristiani?

Sotto questo punto di vista, risulta incredibilmente suggestiva la circostanza per cui Pomponia si vela a lutto nel 43 d.C., alla morte di sua cugina… ma anche a pochi mesi dall’inizio della predicazione romana di San Pietro, arrivato nell’Urbe nell’anno 42.
Solo una coincidenza?
Probabilmente sì; però, le coincidenze cominciano ad essere tante, e incredibilmente suggestive, e lo studioso comincia inevitabilmente a fantasticare.
E, sia chiaro: “lo studioso” non sono io. Ci sono intere generazioni di storici che si son divertiti a far supposizioni sulle vicende di Pomponia. Io, qui, mi limito a un “relata refero”.

***

E arrivato a questo livello di esaltata fantasticheria, lo studioso rischia pure di farsi scappare un sorriso a trentadue denti, nel momento in cui viene a sapere un ultimo, bizzarro dettaglio sulla vita di Pomponia.

Noi non sappiamo se Pomponia Grecina abbia mai vissuto nel sontuoso palazzo nei pressi del monte Celio, che da anni apparteneva ai suoi parenti. La famiglia, del resto, era enorme: Pomponia, magari, abitava da tutt’altra parte, e nel palazzo nei pressi del Celio ci aveva messo piede una o due volte in vita sua.

Però.

Però, sembra davvero che la Storia voglia giocarci uno dei suoi scherzi, nel momento in cui veniamo a sapere che, nel 65 d.C., Plauzio Laterano, nipote di Pomponia, viene giustiziato per ragioni politiche dall’imperatore Nerone, che per buon conto ne incamera tutti i beni. Tra i quali figura anche il famoso palazzo nei pressi del monte Celio – che, passando da imperatore a imperatore, resta nel possesso dell’augusto fino all’epoca di Costantino il Grande.
Il quale, dopo la sua conversione al cristianesimo, decide di demolire il palazzo e donare alla Chiesa di Roma l’appezzamento di terreno su cui sorgeva originariamente la villa, affinché la comunità cristiana potesse edificarvi la sua prima basilica.

E così, sui territori appartenuti un tempo a Plauzio Laterano, prendeva vita l’arcibasilica papale di San Giovanni in Laterano, “Madre e Capo di tutte le chiese della città e del mondo”.

Roma - Piazza San Giovanni in Laterano

Ripeto: non sappiamo se Pomponia abbia effettivamente mai vissuto nel palazzo di Laterano. Di certo, non è irragionevole pensare che ci abbia passato del tempo prima di andare in sposa… ma visto che stiamo fantasticando, fantastichiamo per bene: immaginiamo che Pomponia ci sia proprio vissuta, da bambina, in quel palazzo di famiglia.

E se davvero Pomponia fosse stata una delle prime romane a convertirsi alla religione del Vangelo… non è straordinariamente affascinante immaginare che la casa in cui “è cresciuta” sia diventata, a distanza di secoli, la sede del vescovo di Roma?

Pillole di Storia

“I cosacchi abbevereranno i cavalli nelle fontane di S. Pietro”

L’immagine dei cosacchi che abbeverano i cavalli nelle fontane di San Pietro è stata una dei punti forti della propaganda anticomunista del primo dopoguerra. Variamente identificate, a seconda dell’uditorio, come fontane di San Pietro o, più laicamente, generiche fontane di Roma, le polle d’acqua della Città Eterna sembravano in costante pericolo di esser profanate da orde di barbarici invasori, che avrebbero portato in Italia dittatura, miseria, morte e distruzione.
L’immagine dei cavalli comunisti che pascolano a San Pietro è indubbiamente di alto impatto emotivo: ma precisamente da dove arriva? Come è nato il mito dei cosacchi in Vaticano?

Favole e politica PivatoNe ricostruisce la storia Stevano Pivato nel gustossissimo libro Favole e Politica. Pinocchio, Cappuccetto rosso e la guerra fredda, recentemente edito da Il Mulino. Peraltro, un libro davvero godibilissimo che consiglio a tutti.
Secondo l’autore, il mito si cristallizza nell’immaginario collettivo grazie al clima di terrore della Guerra Fredda (e questo è indubbio) – ma, in realtà, ha origini ottocentesche.

Ad andare indietro nel tempo alla ricerca di una profezia su orde cosacche che profanano chiese, in effetti qualcosa troviamo. Siamo in Liguria nella prima metà dell’800 e ci imbattiamo nelle profezie di tal Suor Rosa Colomba Asdente dei conti di Luceramo.

L’autore del saggio la nomina en passant; io, nel leggere il suo nome, ho fatto un salto sulla sedia, perché suor Rosa Colomba la conosco piuttosto bene: ho avuto la ventura di archiviare le carte provenienti da un convento ligure, in cui questa mistica aveva molti fan.
Cercherò di essere il più possibile rispettosa di suor Rosa Colomba: sciropparmi tutte le sue profezie non è stato così spiacevole, perché l’ho trovata una lettura, aehm, esilarante.
Molto rispettosamente mi limiterò a rilevare che, allo stato attuale, suor Rosa Colomba non ne ha imbroccata una.

Comunque, il punto forte delle sue profezie è che, a un certo punto, scoppierà una terribile guerra tra Russi e Prussiani, che rapidamente degenererà in un conflitto su larga scala nel corso del quale anche l’Italia sarà coinvolta. I perfidi Russi condurranno allo sfacelo l’Occidente tutto, sembreranno lì lì per annientare Santa Romana Chiesa, e, come gesto estremo di profanazione di tutto ciò che è sacro, manderanno i cosacchi ad abbeverare i loro cavalli nel luogo che è il Simbolo per eccellenza della Cattolicità.

No, che avete capito? Non sto parlando di San Pietro.
Sto parlando di un posto dalla valenza simbolica ancor più alta, e cioè il monastero domenicano di Arma di Taggia, ameno borgo ligure a pochi chilometri da Imperia, nonché luogo di residenza della monachella visionaria. (Aehm).
Vi conforterà sapere che dopo l’Estrema Onta dei cavalli abbeverati nel monastero di Arma di Taggia, la cattolicità – seppur provata dal grave sfregio – troverà le forze di rialzarsi e vincere.

Ora: suor Rosa Colomba Asdente diffondeva profezie… come dire? ecco: di questo tenore. Però, incredibilmente, aveva un certo successo di pubblico. Alcuni dei suoi scritti raggiunsero anche don Bosco, il quale, pur senza dare particolare endorsement a queste visioni, le menzionò ad alcuni confratelli, contribuendo senz’altro a un’ulteriore diffusione.

Del resto, lo stesso don Bosco ci era andato giù pesante, con profezie apocalittiche sul futuro di Roma. Nel 1870, il sacerdote torinese volle condividere con Pio IX una inquietante visione avuta circa il futuro della Città Eterna, che descrisse in questi termini:

Roma! Io verrò a te quattro volte. Nella prima percuoterò le tue terre e i suoi abitanti. Nella seconda porterò la strage e lo sterminio fino alle tue mura. Non apri ancora l’occhio? Verrò la terza volta, abbatterò le difese e i difensori, ed al comando del Santo Padre subentrerà il regno del terrore, dello spavento, della desolazione. Ma i miei savi fuggono. La mia legge è tuttora calpestata. Perciò farò la quarta visita. Guai a te se la mia legge sarà ancora un nome vano per te. Succederanno prevaricazioni nei dotti e negli ignoranti. Il tuo sangue ed il sangue dei tuoi figli laveranno le macchie che tu fai alla legge di Dio.

Non vengono nominati né cosacchi né fontane, ma diciamo che l’Urbe non se la passava tanto bene. Così come non se la passava per niente bene in una visione avuta nel 1872 da suor Imelda, che la sogna “distrutta e coperta di macerie”. E già nel 1846 la Madonna di La Salette annunciava ai pastorelli che

Roma sparirà e i fuoco cadrà dal cielo; […] tutto si crederà perduto e non si vedranno che omicidi; non si sentirà che rumore d’armi e di bestemmie. I giusti soffriranno molto. […] Roma perderà la fede e diventerà il seggio dell’Anticristo.

Si potrebbe andare avanti per pagine e pagine, perché – tra metà Ottocento e inizio Novecento – spuntano come funghi profezie e visioni che pronosticano o pronosticherebbero una caduta di Roma.

Gli uffici preposti all’interno della Santa Sede sapranno dirci, a tempo debito, se queste rivelazioni siano da considerare autentiche. A noi storici, per fortuna, spetta un compito meno arduo, e cioè inquadrare questi fenomeni nel contesto socio-culturale di loro appartenenza. E da questo punto di vista, posso dire che le profezie ottocentesche si inseriscono in un contesto in cui molti cattolici vivevano un forte disagio di fronte a una Chiesa che percepivano sempre più tiepida e lontana dalla Tradizione. Le vicende risorgimentali e la graduale laicizzazione del sistema scolastico, con conseguente estromissione della Chiesa dall’educazione dei più piccoli, contribuivano inoltre ad alimentare quel clima da apocalisse imminente.

I cosacchi russi?
Per il momento, erano il minore dei problemi, anche se – come abbiamo visto nelle profezie di suor Rosa Colomba – un certo timore nei loro confronti, da parte cattolica, esisteva già. Evidentemente la mistica imperiese non aveva paura dei comunisti, ma temeva la politica di espansionismo panslavista che, in quegli anni, faceva tanta gola agli zar.
Zar che peraltro non erano di religione cattolica: quindi, non ci deve stupire più di tanto vedere europei dell’800 terrorizzati dal cosacco anti-cattolico. Non è che stessero presagendo la Guerra Fredda: è che l’invasore russo faceva una certa paura già allora, per ragioni politiche completamente differenti.

***

Naturalmente, gli anni passano, le cose cambiano, gli zar di Russia vengono assassinati, e gli occidentali che avevano temuto l’anticattolicesimo della famiglia Romanov si rendono conto di esser caduti dalla padella nella brace. L’aperto ateismo di Lenin e dei suoi successori fanno improvvisamente acquistare concretezza a tutte quelle profezie che, nei decenni passati, avevano vagamente pronosticato una profanazione di Roma.
Se, fino ad allora, molti cattolici avevano faticato nell’inquadrare con precisione da dove arrivasse il pericolo (da Satana? Da un Papa inetto? Dai peccati della Chiesa? Dall’Apocalisse imminente?), adesso il Nemico della Cristianità aveva improvvisamente un nome e un cognome: era il dittatore comunista che marciava deciso verso l’Occidente.

È in questo contesto culturale che le antiche profezie ottocentesche sulla distruzione di Roma vengono rilette in chiave anti-leninista, con l’improvvisa menzione delle orde cosacche in marcia verso l’Italia, a mo’ di avanguardia dell’Armata Rossa.
L’immagine evocativa dei cavalli fatti abbeverare nelle acquasantiere e nelle fontane delle chiese (…ancorché non delle chiese di Arma di Taggia) sarà stata presa dalla profezia di suor Rosa Colomba?
Possibile.
Chissà.
Fatto sta che il mito si cristallizza nell’immaginario collettivo proprio in questa forma, godendo di un inevitabile revival nell’Italia del primo dopoguerra, alla vigilia delle elezioni del 1948. Il messaggio era chiaro: pensate bene a chi dare il vostro voto, o cittadini italiani – la scelta sbagliata finirà col portare anche in Italia la dittatura e l’ateismo di Stato!

***

E per chiudere, volete saperne una?
Il mito dei cosacchi che usano San Pietro come abbeveratoio ha un breve, singolare revival anche in epoca ancor più recente. Tipo: nel 1963.

In Italia, il ’63 è un anno critico, sia sul versante comunista che sul versante cattolico. Se, oltre le mura vaticane, è in pieno svolgimento il Concilio Vaticano II, la cui riforma entusiasma alcuni ed atterrisce molti altri, dall’altro lato del Tevere il partito socialista acquista un crescente consenso di pubblico (e infatti, alla fine di quell’anno, riuscirà ad entrare nel governo).

Ed è proprio in questo contesto che alcuni critici riesumano la vecchia profezia dei cosacchi sanpietrini, arrivando addirittura a scrivere (per la penna di Lucio Mastronardi)

Fratelli: il capo dei cosacchi ha mandato a Pietro sua figlia e suo genero per testare l’acqua. I cosacchi sono pronti. I cosacchi scalpitano. Fratelli, fermiamo i cavalli dei cosacchi!

La figlia del capo cosacco?
In effetti ci era andata per davvero, a San Pietro, ancorché non ci risulta si sia abbeverata ai fontanini. Il riferimento è alla visita a Roma che Rada Krusciov, figlia di Nikita, aveva fatto nel marzo 1963 in compagnia di suo marito Alexei. Giovanni XXIII aveva accettato di ricevere in Vaticano i due emissari del Cremlino, in una scelta molto controversa che aveva fatto inorridire i più.

In una intervista concessa in tarda età, Rada Krusciov avrebbe ricordato “sapevamo che in Vaticano c’erano due fazioni, una favorevole e l’altra contraria alla nostra richiesta di un incontro con il Papa”. Quanto a Roncalli, un giorno confidò al suo segretario personale “questo incontro può essere una delusione, oppure un filo misterioso della Provvidenza che io non ho il diritto di rompere”.

Com’è, com’è non è.
In ogni caso, per fortuna, di invasori cosacchi a San Pietro, io, per ora, non ne ho visti mai.

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Cinque insegnamenti de “La Bella e la Bestia” originale che non troverete mai nei suoi adattamenti Disney

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Niente da dire: La Bella e la Bestia, con Dan Stevens e Emma Watson, è indubitabilmente il film del momento. Io non posso che sorriderne: i miei lettori di più vecchia data ricorderanno forse di come io “sia stata” Belle per lunghissimi anni su queste pagine. Dovendo scegliere una immagine-profilo che mi rappresentasse, avevo deciso di identificarmi proprio nella principessa Disney. Una scelta molto cliché, per una ragazzina dai lunghi capelli castani che studiava da bibliotecaria… ma, tant’è: per lunghissimi anni, io e Belle siamo state un tutt’uno.
E insomma, mi sembrava doveroso omaggiare questa vecchia amica in occasione della sua uscita cinematografica. Così, ho deciso di raccontarvi le cinque ragioni per cui amo tanto questa storia… anche se, in realtà, la versione che piace a me è quella del romanzo originale, non quella dell’adattamento Disney.

Forse non tutti sanno che La Bella e la Bestia non nasce come fiaba per bambini, ma bensì come romanzo per adulti a firma di Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve. Siamo nel 1740, e La Belle et la bête è un tomo di cento e passa pagine, per la maggior parte dedicate a intricate vicende politiche del mondo delle fate che non c’entrano niente coi due protagonisti della storia così come la conosciamo adesso.
Circa quindici anni più tardi, Jeanne-Marie Leprince de Beaumont cura una riduzione per bambini de La Bella e la Bestia. La sua versione è comunque molto diversa dall’adattamento Disney, ma presenta già molti punti di contatto con la storia che abbiamo tutti nelle orecchie.

Ma quindi: qual è la storia originale di La Bella e la Bestia?
Quali sono i temi che – come da titolo – mancano totalmente nella versione Disney (che comunque non mi dispiace affatto, sia chiaro)?
Tantissimi. Ad esempio, questi cinque.

1. La sessualità è una cosa grande, da trattare con cautela. Se usata male, può distruggere; se usata bene, può cambiarti la vita

Oh: ve l’avevo detto che la versione originale è pensata per un pubblico di lettori decisamente adulti!
Sorprendentemente, l’uso (e l’abuso) della sessualità hanno un ruolo di un certo rilievo, nel mandare avanti il racconto e/o nel delineare i rapporti tra personaggi.
In un certo senso, un appetito sessuale drammaticamente mal gestito sta proprio alla base della storia intera. Se, nella versione Disney, la Bestia viene trasformata in mostro a causa della crudeltà mostrata verso una maga (che se l’attacca al dito), nella versione della Villeneuve la pora bestia è una vittima innocente della situazione. Sua unica “colpa”: aver incrociato il suo cammino con quello di una fata ninfomane che si invaghisce di lui e tenta di sedurlo. Incapace di accettare un garbato rifiuto, la fata scaglia contro il principe la famosa maledizione che lo trasformerà in mostro (dopodiché, continua ad aggirarsi per il romanzo in preda ai bollenti spiriti, andando avanti a complicar la vita della gente).

Ben diverso è l’approccio alla sessualità che hanno i due protagonisti della love story.

Nella versione di Villeneuve, la Bestia è sorprendentemente esplicita circa quello che vuole da Belle: e cioè, portarsela a letto.
Giuro!
La maggior parte delle interazioni tra la Bella e la Bestia, nel romanzo, ruotano attorno al mostro che domanda “Belle, vuoi venire a letto con me?”.
Molte traduzioni dal Francese preferiscono l’eufemismo pudico “vuoi sposarmi?”, ma il testo originale è chiaro: la Bestia vuole anzi tutto coucher assieme a Belle, per spezzare la maledizione che lo affligge.

La prima volta che il mostro se ne esce con questo exploit (peraltro dopo cinque-minuti-cinque di conversazione con la ragazza…), Belle, comprensibilmente, ci perde dieci anni di vita, ed esclama atterrita “oh no! Sono perduta!”.
Ed è qui che la Bestia si mostra per il Principe Azzurro che è, pronunciando le due parole che ogni donna vorrebbe sentirsi dire in quel frangente: “niente affatto”. E la invita a rispondere serenamente sì o no, in tutta sincerità e senza farsi prendere dalla paura.

Sapete perché Belle comincia ad apprezzare la Bestia?
Perché la Bestia le porta rispetto.
Peraltro, nella versione originale del racconto, la maledizione che avvolge il castello consente alla Bestia di trascorrere solo pochi minuti al giorno in compagnia della sua ospite. Quindi non è che Belle avesse tutto ‘sto tempo a disposizione per formarsi un’opinione completa sul carattere della Bestia. Una parte molto significativa del loro percorso di conoscenza è proprio il teatrino che si ripete uguale, ogni sera, per mesi: “vuoi venire a letto con me?”. “No, Bestia, non voglio”. “E allora, poiché hai deciso così, ti auguro la buonanotte, Belle”.

Non è un caso. La versione originale di La Bella e la Bestia è – fra le altre cose – una forte critica ai matrimoni combinati. Palesemente, l’autrice (andata incontro a un matrimonio combinato estremamente infelice) riteneva che uno degli aspetti più sgradevoli di questa vita fosse il doversi concedere a comando a un individuo per cui non si provava il minimo sentimento.
La pazienza con cui la Bestia accetta stoicamente mesi e mesi di notti in bianco (nonostante la sua salvezza sia tutta legata al “sì” di Belle) è ciò che spinge il lettore ad affermare “wow! Questo sì che è un vero Principe Azzurro!”.

E, tutto sommato, è ciò che conquista Belle – e, di conseguenza, spezza la maledizione.

2. La bellezza non è tutto. Ma manco l’aMMMore è tutto-tutto

Le signore dall’animo romantico probabilmente ci rimarranno male, ma, nella versione originale della storia, non è che belle sia proprio tanto innamorata della Bestia. Non è per innamoramento che accetta di sposarlo.
Anzi: per tutto il corso del romanzo, Belle è cotta di un bellissimo principe che le appare in sogno tutte notti, e la seduce con amorosi conversarii. Ça va sans dire, il principe altri non è che la Bestia, che in sogno può manifestarsi a Belle con il suo vero sembiante. Ma, ovviamente, Belle non ne ha la più pallida idea, e anzi crede che il principe sia nascosto da qualche parte nel castello, prigioniero della Bestia così come lo è lei.

Col passar del tempo, Belle comincerà sì a provare stima, gratitudine, affetto, nei confronti della Bestia… ma niente più. È il bel principe quello che lei desidera; la Bestia è decisamente relegata nella friend zone, come direbbero i ragazzini.

Ma allora, come mai Belle si decide a sposare la Bestia?
Colpo di scena: la decisione non è totalmente sua. Durante una visita in famiglia, Belle si confida con il padre, ed è proprio lui a farla ragionare. “Quante ragazze sono costrette a sposare uomini che non conoscono affatto, e che si dimostrano molto più bruti della tua Bestia?”, le dice testualmente (e probabilmente con il tono esasperato di un genitore che vede la figlia rovinarsi la vita sentimentale pur di inseguire uno stupido sogno). “La tua Bestia, se è brutta, lo è solo nell’aspetto, ma di certo non nei sentimenti e nelle azioni”.

E quindi, Belle ci pensa su e decide che, pazienza per il bel principe dei suoi sogni, ma, tutto sommato, la sua vita non potrà essere infelice, al fianco di una Bestia che si è sempre dimostrata così premurosa e paziente. Il vero happy ending arriva qualche pagina più tardi, quando, a cose fatte, l’incantesimo si spezza e Belle scopre con gioia che la Bestia e il suo grande amore sono in realtà la stessa persona. Ma fino a quel momento, non si può proprio dire che Belle sposasse la Bestia perché ne era innamorata.

All’epoca del All you need is love, è molto impopolare scrivere che questa critica all’amore romantico a me piace tantissimo. Eppure, basterebbe anche solo sfogliare qualche pagina di cronaca per avere un vasto campionario di tristi storie in cui, se lei fosse lasciata guidare un po’ meno dai sentimenti, sarebbe probabilmente stata meno cieca nello scegliere un compagno per la vita.

La bellezza non è tutto, ci insegna La Bella e la Bestia.
Ma manco le dolcezze di un innamoramento possono essere tutto-tutto.

3. La ricerca dei soldi e del potere può distruggerti

Conoscendo l’estrazione sociale dei due protagonisti della storia, uno si aspetterebbe che sia il principe maledetto quello a cui la bramosia di potere ha rovinato la vita: no?
E invece no.

Nella versione originale della storia, il padre di Belle, lungi dall’essere un inventore un po’ pazzerello che vive ai margini del paese, è un ricchissimo (ricchissimo) mercante. A un certo punto, le navi su cui aveva investito tutti i suoi averi naufragano, lasciandolo in ristrettezze economiche. L’uomo è costretto a vendere la casa e a trasferirsi in campagna assieme ai suoi figli, che mal accettano questo mutamento nel loro tenore di vita. L’unica che riesce a fare di necessità virtù, adattandosi alla nuova condizione, è la figlia minore, Belle, che con la sua serenità nell’affrontare la povertà si attira peraltro le ire delle sorelle maggiori. Quest’ultime, prima avvelenano col loro rancore tutti i rapporti familiari, poi si accasano in matrimoni molto convenienti sulla carta, ma che, alla prova dei fatti, le lasciano profondamente infelici, alimentando ancora di più il loro livore.

Il padre di Belle fatica ad abbandonare il suo vecchio amore per il lusso, ma, alla fine del romanzo, ce la fa: ricevuti in dono dei soldi dalla Bestia, a mo’ di dote, li investe in maniera oculata in modo tale da procurarsi un onesto guadagno. Quanto a lui, continua a condurre uno stile di vita dimesso nonostante il suo conto in banca gli permetta ora qualche piccolo (o grande) lusso: l’uomo ha ormai capito che non è quello che conta, nella vita.

Il suo atteggiamento è in tutto e per tutto simile a quello mostrato dalla Bestia nei confronti delle sue immense ricchezze. Il fantastico castello incantato (in cui, per la cronaca, non esistono servitori incantati à la Lumière, ma in compenso troviamo la nonna magica della… televisione!) è vissuto dalla Bestia (e anche da Belle) come un piacevole mezzo per rilassarsi – ma non certo come un fine. Alla Bestia non gliene può importar di meno delle ricchezze che lo circondano, e sul finire del romanzo anche Belle si mostra molto disinteressata a tutto ‘sto ben di Dio.
Ma c’è di più: a un certo punto, la Bestia si dichiara pronta a rinunciare a tutto (ivi comprese le sembianze umane appena riacquistate) pur di vivere con Belle, ‘due cuori e una capanna’. E ancora: dopo il matrimonio, i due sarebbero intenzionati ad abdicare per vivere serenamente una vita quieta e dimessa, e sono i loro sudditi a pregarli di restare per governare rettamente.

Insomma: il potere e il denaro non sono un  male di per sé, ma lo diventano per chi ne abusa e si lascia prendere dalla bramosia. Il che non è poco, come morale. 

4. Talvolta, i veri nemici sono all’interno della famiglia

L’unico che si salva è il padre di Belle, legato alla figlia da un rapporto di sincero affetto. Per il resto, è davvero interessante studiare le dinamiche familiari in La Bella e la Bestia: sembra che l’autrice voglia lasciarci il messaggio che certi parenti è meglio perderli che trovarli.

La famiglia della Bestia è un fallimento su tutta la linea: il padre è morto, vivaddio; la madre abbandona il figlio alle cure di una nutrice, essendo troppo occupata a combattere una guerra per difendere i confini del regno. La nutrice (cioè, la vera figura materna per la Bestia) è la fata ninfomane che si invaghisce del principino, cerca di portarselo a letto, e, rifiutata, gli lancia contro la maledizione. A incantesimo opportunamente spezzato, la madre della Bestia si ricorda di avere un figlio, torna al castello, e non trova niente di meglio che cominciare a piantar grane perché non accetta che il suo bambiiino sposi una donna di origini borghesi.

Se la povera Bestia arriva da una famiglia palesemente disfunzionale, la nostra Belle non sta messa molto meglio. Eccezion fatta per il padre, tutto il resto della famiglia è composta da individui gretti, attaccati al soldo, rancorosi e pieni di invidia. In particolar modo, le sorelle maggiori inizialmente gioiscono nello sbarazzarsi di Belle, mandandola a vivere da un mostro che presumibilmente la ucciderà. Nella seconda metà del romanzo, dopo aver realizzato che Belle vive perfettamente lieta in compagnia della Bestia (…e sicuramente molto più lieta di loro, profondamente infelici nei loro matrimoni “perfetti”), si pongono una missione: distruggere la felicità della sorella.

In questo, amo moltissimo la versione della Beaumont (cioè, il primo riadattamento del romanzo) che indugia a lungo nel mostrare come le due donne siano pronte a ogni mezzo pur di rovinare la love story della ragazza. Uno dei più sottili, è il ricatto emotivo.
Scoperto che la Bestia ha concesso a Belle di visitare la sua famiglia, ma con la promessa di tornare al castello tassativamente entro il giorno X, i due geni del male decidono di posticipare in ogni modo la partenza della sorella. In questo modo – sperano – la Bestia si arrabbierà con Belle, e, in preda all’ira, gliela farà pagare cara.
E qui entra in scena appunto il ricatto emotivo: infilandosi cipolla tritata negli occhi per farli lacrimare, si aggrappano alle sottane della sorella piantando su piagnistei sulla linea di “ti preeeeego, resta con noooooi, non vedi come soffriaaaaaamo, non tornare dalla Bestia, non lo sopportereeeeeemmo…”.
Turbata da questa lacrimosa seppur inconsueta manifestazione d’affetto, Belle decide di ascoltare le suppliche e di rimanere con la sua famiglia. Da lì ha inizio tutto il patatrac che crea tensione nella storia: la Bestia non si capacita del comportamento di Belle, si sente tradito nella fiducia, piange fino a decidere di lasciarsi morire… eccetera eccetera eccetera.

Una roba del genere non si trova facilmente nelle fiabe, eppure è tristemente vera (oltre che narrativamente molto forte). Anche qui, non sarebbe difficile trovare storie atte a dimostrare che certi amori in realtà non sono altro che forme indirette di egoismo, come riflesse in uno specchio oscuro.

5. Credersi al di sopra degli altri è molto rischioso – anche per l’amor proprio

La Bella e la Bestia in versione originale è una critica feroce alla società francese del Settecento, così attenta alle gerarchie sociali e alle distinzioni tra classi. Nel corso del romanzo, tutti i personaggi si sentiranno “al di sopra” di qualcuno, per poi scoprire che semmai era tutto il contrario:

  • la famiglia di Belle, arrogante per le sue sterminate ricchezze, si troverà a vivere in povertà dopo un dissesto economico;
  • Belle, prigioniera di un mostro ripugnante, scoprirà che non solo la Bestia è una brava persona, non solo è un principe, ma addirittura è il principe dei suoi sogni;
  • le sorelle di Belle, andate in sposa a gente che sulla carta sembrava senz’altro un miglior partito rispetto al mostro disgustoso, ci metteranno poco a capire che si può essere mostri anche se si è apparentemente l’uomo perfetto;
  • la madre della Bestia, dopo aver piantato grane perché non voleva che suo figlio principe si sposasse con una borghese, verrà a sapere che Belle è cresciuta in una famiglia adottiva: in realtà è nata dall’unione tra un re e una fata;
  • contemporaneamente, la regina così arrogante scopre che i genitori di Belle sono stati costretti ad abbandonare la figlia… a causa di un’altra famiglia piantagrane. Emerge che popolo delle fate disprezza profondamente l’umile razza umana, e ritiene totalmente indegno che uno spirito etereo si abbassi a sposare un uomo: l’unione interrazziale i genitori di Belle deve assolutamente essere spezzata. Ma quindi, Belle, che è fata per metà, appartiene in realtà a una classe infinitamente superiore rispetto a quella della regina e del principe!

Questo specifico aspetto del costante ribaltamento delle classi sociali si è totalmente perso negli adattamenti successivi della storia. Nella Francia della Rivoluzione, la storia di un’umile ragazza borghese, che con la sola forza della volontà riesce a sposare un principe scavalcando le gerarchie sociali, era ben più ghiotta di una critica sarcastica alla società Ancien Regime, al termine della quale scopriamo peraltro che abbiamo solo scherzato, perché tanto pure Belle è una donna di sangue blu.
Eppure, non sono così convinta di preferire la versione moderna e selfhelpista. Indubbiamente più vicina al nostro vissuto e ai nostri valori, finisce col privare La Bella e la Bestia di un sarcasmo così impietoso e godibile…