Cercar moglie, nel Medioevo

Con tutto questo parlar di famiglie, si trascura (ovviamente; perché appunto è un’ovvietà) l’elemento che di più di tutti – più di mille “grazie” “prego” “scusa”, attese pazienti e compagnia cantante – è alla base del successo per una buona famiglia.
Quale? Beh, ma ovvio: crearsi una famiglia con la persona giusta.

Mi par di sentirvi: “e grazie al cavolo”. Non esiste un vademecum del partner perfetto, né tantomeno esiste il vademecum di come andarselo a cercare. Trovare l’anima gemella è una questione di sentimento, di fortuna, un evento raro come il perfetto allinearsi degli astri in cielo, e…
…e, ‘nsomma, nì.

Se non esiste un vademecum per la ricerca del partner perfetto, oggi, per l’uomo del 2000, è senz’altro vero che di vademecum simili ne sono stati scritti millemila nel corso dei secoli – quando cioè la scelta del partner aveva ben poco a che fare col sentimento, ed era dettata perlopiù da lucidi ragionamenti fatti a tavolino. All’epoca sì che ognuno diceva la sua, per esortare il nubendo a far la scelta più saggia!
E per quanto nessuno auspichi, ovviamente, un ritorno ai matrimoni combinati del tempo che fu, possono comunque essere a loro modo utili strumenti di riflessione le raccomandazioni che venivano fatte, un tempo, a coloro che si accingevano a cercar moglie. Ne estrapolo alcune dal bel saggio di Silvana Vecchio, La buona moglie, edito nell’interessantissima Storia delle donne della Laterza.
E ne estrapolo alcune scegliendole non tanto tra le raccomandazioni degli economi attenti a fare un buon affare con le nozze giuste, ma bensì tra le raccomandazioni dei religiosi, attenti già da allora ad orchestrare un  matrimonio… che fosse anche sacramento.

E dunque: cosa suggeriva il prete al giovanotto medievale che stava cercando moglie?

1) Non anteporre la dote a tutto il resto

Non nascondiamoci dietro a un dito: la ricchezza della dote era un requisito fondamentale per la scelta di una buona sposa, ed era anche “giusto” che fosse così, considerato il ruolo che il matrimonio aveva in quel periodo. Però, senza nulla togliere all’importanza del dato economico, i predicatori medievali sottolineavano, concordi, come questo fosse un elemento da posporre ad altri ben più importanti.
Quali?
Beh: lasciando da parte le doti squisitamente religiose, vi erano infinite “virtù laiche” da ricercare in una moglie, prima ancora di guardare al suo conto in banca. Ad esempio un buon carattere, una reputazione immacolata, la quantità delle sue amicizie (indice di una capacità di interessere buoni rapporti col mondo esterno).
Poi, ma solo in subordine, può anche entrare in gioco un discorso di tipo economico.

2) Scegline una alla tua portata

Sai: i soldi (e magari qualche pater familias poco attento ai desideri delle sue figlie) possono fare miracoli. Era cosa relativamente facile che un vecchiaccio storpio e con la gotta prendesse in sposa una ragazzina tra le più piacenti sul mercato.
Sconsigliato, dicono i predicatori: ma non tanto per pietà nei confronti della piacente fanciulla! Si suggerisce, piuttosto, che la moglie sia sostanzialmente pari al marito, sia per età che per aspetto esteriore, proprio a fini buona riuscita del matrimonio.
Secondo Peraldo, domenicano lionese, l’omogeneità della coppia (anche proprio a livello fisico!) è elemento indispensabile per la sua stabilità nel lungo periodo. Jacopo da Varagine gli fa eco suggerendo all’uomo-medio una donna “della porta accanto”, giusta via di mezzo tra una bruttezza eccessiva che ti fa salir la depressione addosso e una bellezza dirompente che genera spesso ansie e gelosie.

3) Ricorda il detto “tale il padre, tale il figlio”

Troppo spesso noi moderni consideriamo il matrimonio solo ed esclusivamente come una cosa alla “due cuori e una capanna” – come se poi, oltre la porta della capanna, non ci ritrovassimo con tutta la famiglia d’origine del nostro ammmore che, giustamente, ci suona al campanello.
Gli antichi tenevano questa circostanza senz’altro in maggiore considerazione: ovvio, in un’epoca in cui il matrimonio non era tanto una scelta d’amore, quantopiù un’alleanza tra due famiglie.

Bene: i predicatori medievali concordano in massa sul detto che “la mela non cade lontano dall’albero”. Prima di scegliere una sposa, dunque, si studi attentamente tutta la sua famiglia: non solo perché, giustamente, è con quella famiglia che ti stai imparentando, ma anche perché… beh: dal comportamento dei genitori, si comprendono tante cose sui figli. Jacopo da Varagine suggerisce di stalkerare a lungo la potenziale suocera per farsi un’idea di quale possa esser stata l’educazione ricevuta dalla figlia. Paolo da Certaldo guarda ancora più lungo, e non disdegna occhiate indagatrici addirittura alle nonne (!) della futura sposa.
La mela non cade lontana dall’albero: e se suoceri di buon carattere possono essere una rassicurante consolazione, suoceri scostanti ed immorali dovrebbero essere un enorme campanello d’allarme – indipendentemente dalla vastità delle terre che portano in feudo.

4) Meglio una vergine alle prime esperienze che una donna consumata

Ma non per una questione puramente sessuale, anzi! Nel Medioevo era frequente che una donna rimanesse vedova dopo qualche anno di matrimonio, infelicissima situazione dalla quale era senz’altro auspicabile che la signora venisse sollevata. Nessuno si sarebbe mai sognato di rifiutarla solo perché la tapina non era più illibata sessualmente, giusto per capirci.
I predicatori, però, suggeriscono di andare sempre molto cauti quando si prende in considerazione l’idea di sposare una vedova. Per una ragione molto semplice: la poveretta porta con sé un bagaglio emotivo che potrebbe essere difficile da gestire. Ella è già stata padrona di casa, ella è già stata moglie ; ella, forse, addirittura è già stata madre (e Dio non voglia che i suoi figlioletti rifiutino di vedere in te il nuovo capofamiglia!). A differenza della vedova, che arriva alle seconde nozze forte di abitudini già consolidate – tutti elementi di potenziale tensione nella quotidianità d’un matrimonio – la ragazza “alla sua prima storia” si getta nelle braccia dello sposo come una tabula rasa, sulla quale sarà più agevole scrivere assieme la propria storia famigliare.

5) Prega, prega, (e non pretendere l’impossibile).

Non è facile creare (e mandare avanti) un buon matrimonio. Anzi è difficile, difficilissimo: anzi, è proprio impossibile, se si pensa di poterlo fare con le sole forze umane!
Proprio per questo, secondo Peraldo, la principale occupazione di colui che sta cercando moglie dovrebbe essere pregare, in maniera non dissimile da chi, in noviziato, cerca di discernere la sua vocazione: pregare, implorare lo Spirito per un’illuminazione, e solo dietro assistenza divina scegliere la propria metà.
Che, si badi bene, non sarà mai perfetta, perché la perfezione non è di questo mondo. Il domenicano inglese Giovanni Bromyard è molto esplicito su questo punto: feconda o sterile, bella o brutta, la moglie è comunque, e inevitabilmente, fonte di problemi, prima o poi. Il partner perfetto non esiste, così come non esiste affatto il Matrimonio Perfetto.
Esiste semmai il Matrimonio Meno Imperfetto Possibile… ed è su quello che tocca lavorare, per farlo funzionare al meglio.

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“A Medieval Couple at their Wedding Feast”, Mary Evans Picture Library

La trasfusione di sangue di Papa Innocenzo VIII

Si ha un bel dire che chi crede alla vita eterna non deve aver paura di affrontare la morte. In linea teorica, tutti d’accordo; quando però ti trovi davanti un medico che ti dà non più di tot. mesi di vita… ehm. Immagino che, in quel frangente, la vita in questa valle di lacrime cominci tutto sommato a non sembrarti poi così male.
Proprio per questo non fatico a comprendere l’umana reazione di Papa Innocenzo VIII di fronte a una prognosi di morte certa: così drammatica nei suoi esiti; così spontanea nella sua semplicità.

ipapierz-innocenty-viiiNato da una illustre famiglia genovese, Gian Battista Cybo sale al soglio pontificio il 29 agosto 1484. I maligni dicono che i cardinali elettori abbiano deciso di puntare su di lui per uscire da una situazione di stallo che stava spaccando in due il conclave, incapace di esprimere una preferenza tra due papabili. E così, come nel proverbio, tra i due litiganti ha goduto il terzo: e cioè, appunto, il nostro amico Gian Battista, selezionato col criterio di mandare al soglio di Pietro un cardinale malconcio, che… togliesse il disturbo quanto prima. Gian Battista Cybo, all’epoca del conclave, era poco più che cinquantenne: non anziano, dunque, ma notoriamente cagionevole (e, oltretutto, debole anche nello spirito. Un suo contemporaneo lo definì un uomo adatto più ad essere consigliato che a comandare).

Sennonché, con buona pace dei cardinali elettori, papa Innocenzo VIII non fu così rapido a morire. Vittima di violentissimi attacchi febbrili, causati forse da una malaria recidivante, il papa genovese fu dato per spacciato già a pochi mesi dalla sua elezione… ma, in realtà, tirò avanti per otto anni, medicalizzato da un vasto stuolo di archiatri pontifici che si alternavano attorno al suo letto. Sorpresa delle sorprese, alcuni di essi non erano nemmeno di religione cattolica: nel disperato tentativo di trovare una cura, Innocenzo VIII “osò” ciò che per altri papi sarebbe stato un tabù, e cioè mettersi nelle mani di medici di religione ebraica. “Egli era convinto”, spiega Bucardo, cronista di curia, “che la grande malvagità degli Ebrei conferisse loro la chiave d’una arcana sapienza che i medici Cristiani non possedevano”.

Sarà un caso? O sarà forse che – come osservarono i contemporanei – solo un medico giudeo avrebbe ardito usare il papa come cavia umana per una terapia sperimentale mai provata fino ad allora?
In ogni caso, un medico giudeo osò. E, di fronte a un improvviso aggravarsi di papa Innocenzo VIII, tentò il tutto e per tutto con un’operazione folle e disperatissima.

Inizia qui una delle pagine più affascinanti per gli appassionati di Storia della Medicina, e, francamente, più disturbanti per il cattolico che si diletta di Storia. Sì: perché nell’aprile 1492 ebbe luogo, nei palazzi pontifici, quella che è forse la prima trasfusione di sangue di cui la Storia abbia una memoria.

“La prima trasfusione di sangue della Storia”, oh wow: c’è di che mandare in solluchero i cultori della scienza medica!
Sennonché, io provo sempre un vago senso di disagio quando penso all’episodio che sto per descrivervi… perché sì, ok, evviva la sperimentazione, ma se le trasfusioni di sangue non erano mai state tentate fino ad allora, una ragione c’era. Erano dannatamente pericolose.   

Tralasciando quel trascurabile dettaglio dei gruppi sanguigni e della non compatibilità tra gruppi diversi (conoscenze, ovviamente, non note a quell’epoca), il vagheggiamento di poter prendere del sangue da corpi giovani e sani e infonderne l’energia vitale in corpi decrepiti prossimi alla morte aveva affascinato generazioni di scienzati. Nel trattato De medicina, il medico romano Celso sosteneva persino di aver visto uomini malati riguadagnare improvvisamente la salute dopo aver bevuto (?!) il sangue di gladiatori uccisi.
Eppure eppure eppure, si trattava d’una cura incredibilmente pericolosa, e dagli esiti drammaticamente incerti. Ben lungi dal potersi affidare a volenterosi donatori di sangue iscritti all’AVIS, gli archiatri pontifici dovettero andarli a cercare tra i più poveri vicoli romani, tre ragazzini che fossero disposti a donare il loro sangue al vicario di Cristo in terra. E neppure una generica promessa di onori e riconoscenza dovette essere sufficiente a convincere quei giovani disperati: il papa dovette promettere loro un ducato a testa (cifra niente affatto trascurabile, per quell’epoca), pur di farli acconsentire.

Con crudo realismo, il Bucardo descrive in questi termini il disperato intervento medico:

Il dottore disse che era pronto a cominciare. Si inginocchiò, e così entrò nella camera da letto del papa; quindi, con mano tremante, salassò il pontefice.
Il primo dei tre giovani fu fatto entrare, e, con diretto trasferimento, il sangue passò da lui al papa.
La stanza puzzava per l’odore del sangue, che colava sulle coperte e giù dallo scendiletto fino sul pavimento. Venne poi chiamato il secondo giovane, e infine il terzo: ben presto, tutti e tre giacevano morti nell’anticamera. Dalle loro mani rattrappite fu ripreso il denaro.

Cosa determinò la morte dei tre sfortunati donatori? Forse un dissanguamento, forse una bolla d’aria introdottasi nelle vene; forse – come non mancarono di suggerire, ovviamente, i contemporanei – un preciso intento omicida del medico ebreo, che infatti fuggì da Roma dopo i suoi tentativi non andati a buon fine. Alcuni storici si spingono addirittura a dare un nome a questo archiatra (sarebbe un certo Abraham Myere de Balmes), altri vanno nella direzione radicalmente opposta ipotizzando che questa intera vicenda sia null’altro che una leggenda nera di matrice antisemita (o antipapista): le cronache di questa emotrasfusione sono sì numerosissime, ma nessuna è di prima mano, scritta cioè da un testimone oculare.

Sarà quel che sarà: in ogni caso, il disperato tentativo non andò a buon fine. Papa Innocenzo VIII cessò di vivere il 25 aprile 1492. Aveva sessant’anni.

InnocenzoVIII Trasfusione di sangue

“E infatti, è roscio”: storia di Giuda e dei suoi capelli rossi

Uno dei pochi passi del Vangelo in cui si parla dell’Iscariota ce lo siamo sentiti leggere stamattina; eppure, non mi risulta nel corso della Passio ci vengano forniti dettagli sull’hairstyle di Giuda al momento del fattaccio. E questo è un dettaglio indubitabilmente curioso, giacché l’intera comunità cristiana sembrerebbe aver trovato consenso unanime su un punto fermo: Giuda Iscariota aveva i capelli rossi.
Sul serio, eh: provate a fare mente locale. Dalle più antiche miniature medievali, su su attraverso i dipinti di Giotto e dei grandi artisti del Rinascimento, fino ad arrivare a opere decisamente moderne, Giuda Iscariota ha quasi sempre i capelli rossi.
E vien da chiedersi, davvero, da dove nasca una credenza così radicata – radicata ma senza radici, se mi permettete il gioco di parole. Non solo i quattro Vangeli canonici non forniscono dettagli sulla capigliatura dell’apostolo traditore, ma neppure andando a spulciare i Vangeli apocrifi riuscireste a trovare un singolo versetto contenente una descrizione fisica dell’Iscariota.
E allora?!

E allora ci viene in aiuto l’eccellente Michel Pastoureau, che alla valenza simbolica del colore rosso nel corso della Storia ha dedicato un intero libro: Rosso. Storia di un colore, edito in Italia da Ponte alle Grazie.
Secondo le indagini di Pastoureau, Giuda comincia a sfoggiare una capigliatura vistosamente fulva attorno alla metà del IX secolo, negli scriptoria monastici della zona renana. Da lì in poi, gradualmente, la moda iconografica si espande: prima nelle miniature, poi nelle altre arti figurative. Entro il XIII secolo, sarà praticamente impossibile trovare una rappresentazione di Giuda in cui l’Iscariota non sfoggi una fantastica capigliatura fulva, spesso accompagnata da barbetta dello stesso colore.

Copia Cenacolo Giacomo Raffaelli
Giacomo Raffaelli, Copia del Cenacolo (Chiesa dei Minoriti, Vienna)

Perché?

Beh: in primo luogo, per una banale esigenza artistica. Fin da quando i pittori hanno cominciato a dipingere scene della Passione, si sono trovati in imbarazzo a dover gestire quel pasticciaccio dell’Ultima Cena: tredici persone sedute allo stesso tavolo, e bisogno assoluto di rendere immediatamente identificabili i due attori principali dell’evento. Nei primi dieci secoli di arte cristiana, i poveri artisti si son dannati cercando di rendere riconoscibile Giuda Iscariota attraverso tutta una serie di tratti distintivi: bassetto, furtivo, peloso, dallo sguardo malevolo, l’apostolo traditore è stato dipinto un po’ in tutte le salse, a seconda dell’estro del singolo pittore.
Avere a disposizione un’iconografia unica e universalmente riconosciuta faceva sicuramente comodo a tutti quanti. E così fu.

Giuda Cappella Scrovegni
Il Giuda della Cappella degli Scrovegni

Però torniamo alla domanda di prima: ok, ma perché proprio i capelli rossi?

Quello dei capelli fulvi è un mistero misterioso, perché tantissime culture tendono ad attribuire significati negativi ai pel-di-carota. Riduttivamente, tanti danno la colpa all’influsso della Chiesa Cristiana: “e te credo che il rosso è visto male: è il colore del diavolo…”.
A parte il fatto che il diavolo, semmai, nasce di colore nero, e diventa rosso solo a posteriori proprio perché il rosso è il colore del Male. Ma a parte questo, i pregiudizi negativi sulla gente dai capelli rossi nascono molto prima del Cristianesimo: nell’Antico Egitto, Set, il dio del Male, era rosso di capelli, così come roscio, per i Greci, era Tifone, nemico giurato di Zeus. Nella Roma imperiale, definire “rufus” un individuo equivaleva a insultarlo, e i capelli rossi sulla maschera degli attori stavano a identificare un personaggio qualificabile come buffone.
Verrebbe da pensare che questo pregiudizio fosse assente almeno nel Nord Europa, laddove la percentuale di rossi tra la popolazione è molto più alta che altrove. E invece no: sono rosse di capelli le divinità più violente ed aggressive, così come è fulvo Loki, il padre di tutti i demoni.

‘nsomma: per ragioni misteriose, i rosci vengono guardati con sospetto più o meno da ogni cultura, e più o meno in ogni periodo storico. Erede delle credenze germaniche e greco-romane, il medioevo cristiano non poteva essere da meno: ed ecco il Traditore per eccellenza beccarsi quell’attributo iconografico che da sempre stava ad indicare la Malvagità Incarnata.

Ultima Cena Carl Bloch
Un rosso Giuda nella moderna “Ultima Cena” di Carlo Bloch

Il roscio Iscariota, peraltro, è in buona compagnia – si fa per dire.
Nell’immaginario medievale, sono rossi di capelli anche Gano, il traditore geloso della Chanson de Roland, e il crudele Mordred, figlio incestuoso di re Artù pronto, per avidità, a tradire suo padre. Per non parlare poi di una vasta serie di individui poco raccomandabili (lenoni, prostitute, usurai, falsari, pirati sacareni, adulteri, menzogneri), che – nei proverbi, nelle opere didattiche, nei romanzi cavallereschi – hanno sempre, e immancabilmente, una capigliatura che farebbe invidia al Malpelo. Per la sensibilità medievale, è così radicata la credenza sulla malvagità degli individui dai capelli rossi che, in quei secoli, circola in Germania una falsa etimologia per cui il soprannome “Iscariota” deriverebbe dal tedesco “er ist gar rot”: “e infatti è rosso”.

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Il Giuda di Joos van Cleve

Ma perché tutto questo sospetto nei confronti degli individui dai capelli rossi? Lo storico fatica a darsi una risposta, tantopiù che la valenza negativa delle capigliature fulve è, come dicevo, presente anche in culture come quella celtica e scandinava (!) in cui i rosci costituiscono una bella fetta della popolazione.

Alcuni antropologi sospettano che, dietro a questo pregiudizio, possa esservi una diffidenza ancestrale verso quella che – con buona pace dei rossi naturali in ascolto – è, effettivamente, una mutazione genetica. La colorazione rossastra dei capelli è data una variante nella regione MC1R nel cromosoma 16: non chiedetemi dettagli perché non sono in grado di fornirne, ma mi sembrerebbe di capire che i rossi siano in realtà dei castani “venuti male”, a causa di un’alterazione genetica senz’altro innocua… ma che potrebbe aver spaventato mica poco i nostri progenitori.
Pensate un po’ alla vostra reazione se, a causa di una mutazione genetica, vi nascesse un figlio coi capelli verdi. Brr!

Secondo altri ricercatori, la generalizzata diffidenza verso i capelli fulvi è dovuta ai singoli individui che per primi sono arrivati in Europa con capigliature di questo tipo. Si ipotizza che i Vichinghi fossero prevalentemente rossi di capelli (e infatti, ancor oggi, la maggior concentrazione di pel-di-carota si ha in territori in cui i norreni si sono insediati: Isole britanniche e penisola scandinava). Non so se avete mai guardato qualche puntata dell’(ottima) serie Vikings, ma se questi barbari invasori dediti alle razzie sono stati il “biglietto da visita” per i capelli rossi in Europa… beh: diciamo che per le popolazioni autoctone potrebbe non esser stato amore a prima vista.

C’è poi un altro possibile fattore: e cioè, che i capelli di colore fulvo vanno quasi sempre di pari passo con una pelle molto chiara, macchiettata di lentiggini.
Ora: io, le lentiggini, le trovo deliziose, ma non dello stesso avviso dovevano essere i miei antenati, per i quali le malattie della pelle erano un problema endemico, diffuso, grave e, per di più, potenzialmente contagioso. Per l’uomo medievale, le macchie sul corpo umano sono per definizione impure e degradanti – se non altro perché la gente, di norma, non ha vistose macchie in faccia, e, di norma, se al mattino ti guardi allo specchio e ti scopri puntinato, minimo minimo ti prendi un colpo pensando a una brutta malattia esantematica.
In un certo senso, un visetto lentigginoso incorniciato dai capelli rossi doveva sembrare, agli occhi dei nostri antenati, la faccia di uno “che è già nato malato”, se capite cosa intendo. Un reietto per natura o qualcosa di molto simile. E a questa dimensione di impurità cagionevole si aggiungeva, per buon conto, anche un’inquietante componente di animalità: i fulvi hanno un pelo che ricorda quello degli animali; per di più, vanno in giro maculati come le belve feroci della savana. Non soltanto falsi e viziosi come la volpe, ma anche feroci e sanguinari come il leopardo!

E insomma: fatte queste premesse, non c’è da stupirsi che il perfido Giuda assuma – simbolicamente – una capigliatura di colore fulvo, nell’iconografia medievale e oltre.
È come se il suo stesso corpo si presentasse al mondo macchiato di quel divino sangue che per sua mano è stato versato. È come se sul suo viso già si riverberassero la fiamme dell’Inferno a cui il Traditore era destinato.

Bacio di Giuda
Il bacio di Giuda in Ary Scheffer

 

La gonna preferita dalle suffragette

Niente panico, lettori maschi: non ho intenzione di trasformare questo blog in una specie di saggio a puntate di Storia della Moda. Eppure, l’argomento è interessante, di per sé: a suo modo, la scelta degli abiti da indossare la dice lunga su una persona, su un contesto storico, su una intera civiltà…
Per cui, spero mi consentirete ancora questo articolo a tema, per “onorare” a mio modo la giornata della donna parlando e sparlando di… la gonna più amata dalle suffragette.

***

Come dite? Le sufragette c’avevano di meglio da pensare, che non alle gonne?
Beh, ‘nsomma, mica vero. La scelta di un abito da indossare o di un certo trend da lanciare nel mercato della moda non è mai casuale e priva di significato. Quella frase proverbiale ma ormai priva di senso – “chi è che porta i pantaloni in questa casa?!”, – all’epoca delle suffragette aveva un significato vero, così come poteva assumere una valenza politico-ideologica anche solo la scelta dell’abito da infilarsi quella mattina.

Per quella infelice distorsione del pensiero per cui molte donne ritengono che l’ammontare dei loro diritti civili sia inversamente proporzionale alla quantità di pelle scoperta, le suffragette ritennero loro dovere primario abbandonare le vaporose crinoline per sfoggiare abiti che permettessero loro di apparire più liberamente “donne”.
Per quella infelice distorsione del pensiero per cui molti uomini ritengono che l’onorevolezza di una donna sia direttamente proporzionale alla sciatteria con cui la signora si veste, la società perse pure tempo a star dietro ai guizzi estetici delle femministe, trasformando una normale moda passeggera in una specie di affar di Stato.

Avete mai sentito parlare, signori, della “hobble skirt”?

Hobble Skirt 1

La hobble skirt è ‘sta roba qua, ed è indubbiamente una delle invenzioni più orride e importabili nel campo della moda recente.
Non è chiaro chi sia stato il genio del male a inventare questo bizzarro arnese, ma lo stilista parigino Paul Poiret ebbe il coraggio di accollarsene la paternità (…anche se, probabilmente, l’idea iniziale non fu realmente sua). Una diceria, probabilmente non del tutto priva di attendibilità, attribuiva addirittura la nascita della “hobble skirt” a uno dei primi voli aerei dei fratelli Wright, e in particolar modo a un volo del settembre 1908 che vide per la prima volta una passeggera di sesso femminile ospite di un aeroplano. Alla signorina Edith Berg – prima donna in assoluto a sfidare la forza di gravità – era stato chiesto, in via precauzionale, di stringere con un elastico, poco al di sotto delle ginocchia, la sua ampia gonna inizio ‘900 tutta stoffa e crinoline, per evitare possibili incidenti in cui il tessuto, mosso dal vento, si impigliava per disgrazia in qualche ingranaggio del motore.

Volo Edith Berg Hobble Skirt
Edith Berg e Wilbur Wright nel primo volo aereo con le quote rosa della Storia.

La fotografia della signorina Berg pronta per il volo ebbe ampia diffusione, e forse non è un caso che, da lì a pochi mesi, abbia cominciato a impazzare sulle passerelle un originalissimo modello di gonna che, abbandonati gli spessori delle crinoline ottocentesche, scendeva morbido sui fianchi… per poi stringersi ai polpacci.

Lo stile poteva piacere o non piacere; certi modelli sono anche carini, a guardarli astrattamente. Di sicuro, piacque moltissimo alle suffragette e alle femministe in generale, che, probabilmente, vedevano in quell’estroso capo di abbigliamento un rivoluzionario riappropriarsi delle forme femminili. Abbasso le sottogonne e gli scomodi corsetti; viva le gonne che, enfatizzando i fianchi e stringendosi alle caviglie, esaltano le naturali curve del corpo femminile.

The Woman's Magazine Febbraio 1914
Febbraio 1914: tre modelli di “hobble skirt” dalla pubblicazione per signore “The Woman’s Magazine”

Ovviamente non è che tutte le femministe di inizio secolo andassero in giro conciate così (ci mancherebbe altro); però, questa tipologia di gonna ebbe dirompente diffusione proprio perché chi sceglieva di indossarlo lo faceva come in una tacita ribellione al mondo maschilista e patriarcale. E che questa moda fosse strettissimamente legata al movimento di rivendicazione dei diritti femminili lo confermano non solo alcune vignette satiriche che associano esplicitamente questa mise alle campagne delle suffraggette:

LadyButchers

ma anche il livore a tratti velenoso con cui il resto del mondo accolse questa estrosa bizzarria muliebre.

Chi si sente sola adesso

Il fatto è che ‘ste gonne, obiettivamente, erano ridicole per davvero: non tanto per l’estetica in sé, ma per l’assurda scomodità di doversele portare appresso. Adatte, tutt’al più, a una damina da salotto che riceve le sue amiche per un tè e non si schioda dal sofà per tutto il pomeriggio, queste gonne erano drammaticamente poco consone allo stile di vita di una giovane laboriosa e in movimento, e che per di più faceva di questo attivismo la sua ragion d’essere. L’esistenza delle hobble skirts l’ho scoperta leggendo il libro Fashion Victims di cui vi dicevo la volta scorsa, perché ‘ste gonne, oltretutto, erano dannatamente pericolose, porca la miseria. Limitando per ovvie ragioni la capacità di movimento, rendevano le donne vittime di continui incidenti, più o meno gravi. Se già non è bello slogarti una caviglia perché ti sei inciampata a causa della gonna troppo stretta, ancor meno bello è cadere accidentalmente in acqua e affogare perché non sei in grado di muovere le gambe (morì così, a New York, nel 1911, la povera Ida Goyette, di soli diciotto anni). Iddio non volesse, poi, che una dama così agghindata dovesse mai fuggire a gambe levate da un qualsivoglia tipo di pericolo: quella povera gentildonna che, nel settembre 1910, morì travolta da un cavallo scosso all’ippodromo di Chantilly, molto probabilmente avrebbe fatto in tempo a scansarsi, se non fosse stato per quella gonna così maledettamente stretta. Per non parlare poi di come questo stile limitasse seriamente le donne nella loro vita di ogni giorno: avete presente i nostri tram raso terra, che accostano direttamente a filo del marciapiede per azzerare le barriere architettoniche? Ecco, benissimo: la città di New York li inventò nel 1910 proprio per… agevolare la viabilità urbana delle tante donne all’ultimo grido, che, pur di mostrarsi indipendenti e arrivate, si imbaccucavano in stilosissimi “abiti denuncia” che rendevano complicato anche solo salire su un tram.

Hobble Skirt Car

Era ovviamente una situazione paradossale, che costringeva le femministe a esporre il fianco a critiche talvolta impietose ma globalmente vere, come nel caso di una vignetta satirica che, con delizioso umorismo tranchant, ironizza sui “grandi passi” compiuti dalla donna verso la sua emancipazione.

GrandiPassiAvanti Hobble Skirt

Il 12 giugno 1910, un editorialista del New York Times osservava (e mica a torto!) che “se una donna ambisce a correre per la carica di governatore, dovrebbe quantomeno essere in grado di correre anche dietro al tram”, e domandava provocatoriamente: queste donne che lottano con tanto entusiasmo per essere legalmente libere, come possono poi accettare di essere incatenate sartorialmente?

HobbleSkirtPostcard

L’epilogo di questa moda assurda? Dovuto non tanto a un acuirsi del buon senso, quanto più causata dagli stravolgimenti bellici. Con il 1914, le hobble skirts spariscono improvvisamente con la stessa rapidità con cui sono venute. Troppo dolorosi e troppo ravvicinati i lutti, per far venire voglia di sfoggiare vestiti così seducentemente estrosi; troppo dura e piena di impegni la vita quotidiana delle donne sole con i loro capofamiglia al fronte, per lasciare spazio a questi strani grilli per la testa.

Eppure, se non fosse stato per questo evento oggettivamente dirompente e imprevedibile, chissà per quanto ancora questa moda avrebbe imperversato!

Quel mortale tutù sessista

Fashion Victims Copertina LibroUn libro favoloso, unico nel suo genere, gustosissimo, pieno di immagini, che vi consiglio spassionatamente per voi e soprattutto per un regalo originale a terzi, è quel gioiellino di Fashion Victims pubblicato dall’editrice Bloomsbury.

Le Victims del caso non sono le spendaccione che, a fine mese, si trovano con l’armadio inutilmente pieno e il conto in banca desolatamente vuoto. No, no: sono letterali vittime della moda – ovverosia individui che, nel corso dei secoli, sono andati incontro a malattie e incidenti, più o meno mortali, a causa della bizzarria di questo o quel diktat stilistico.

Per intenderci: avete presente i famosi corsetti delle donne vittoriane, così stretti da poter causare, effettivamente, problemi al torace? Ecco: nel corso dei secoli, la moda ha riservato questi ed altri scherzetti ai malcapitati che hanno avuto la sfortuna di diventare suoi schiavi.

Una delle storie raccontate da Fashion Victims, però, non me la immaginavo proprio. Ed è una storia da raccontare!, anche solo per consolarci un po’ pensando che “ogni tempo è paese”. La prossima volta che in televisione sentiremo di quella starlet oggetto di velate molestie, di quella top-model ridotta a corpo sessualizzato senz’anima… beh, consoliamoci (?): queste carinerie non sono esclusiva dei nostri tempi.

***

Anno del Signore 1661: a Parigi, il Re Sole fonda l’Académie royale de danse. Potremmo dire che quello è l’atto di nascita della danza classica: il balletto come lo conosciamo oggi nasce tra le aule dell’Académie e pian piano comincia a codificarsi, trovando poi il suo periodo di massimo splendore sotto l’influenza del Romanticismo. Intorno agli anni ’30 dell’Ottocento, la ballerina di danza classica assume l’aspetto con cui tutti noi ancor oggi la immaginiamo: scarpette a punta, chignon raccolto, tutù bianco e vaporoso a sottolineare la sua leggerezza quasi antimaterica.

Adesso, lasciamo perdere per amor di discussione le scarpe a punta delle ballerine (che comunque sì, fanno un male boia borca la miseria) e focalizziamoci sul vero dramma delle danzatrici ottocentesche: il tutù.
Tanto bellino e tanto romantico e poetico finché volete… ma gli scandali che hanno dato vita al #MeToo sono niente, al confronto!

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Maria Taglioni in “La Sylphide” (1832)

La prima ballerina ad esibirsi in un tutù è, nel 1832, l’italiana Maria Taglioni. Il suo abito di scena, così diverso dai canoni dell’epoca, fece scalpore – e non a torto, direi. A parte il fatto che quella vaporosa gonna in tulle, lasciando scoperte le caviglie e i polpacci, appariva agli occhi degli spettatori come qualcosa di incredibilmente audace, è ovvio che se il tuo stile di ballo è composto al 70% da saltelli e mosse dei piedi, è pure ragionevole che i tuoi costumi di scena ti aiutino a enfatizzare questi tuoi sforzi atletici.

…sì sì per carità.
Nessuno lo nega, per l’amor del cielo.
Il fatto è che, a quanto pare, il tutù guadagnò una così immediata popolarità non perché permetteva agli spettatori di ammirare meglio i virtuosismi della ballerina, ma perché permetteva agli spettatori maschi di sbavare, impuniti, su due gran bei pezzi di gambe nude.  

Sembra una cosa da niente, o tutt’al più da “eh, così va il mondo”… ma invece no.
Perché quando il tutù cominciò a imporsi come abito da scena per eccellenza nei camerini delle ballerine di tutto il mondo, ecco che cominciò, più o meno in contemporanea, uno stillicidio di morti sul lavoro, a catena.
Come scrive l’autore di Fashion Victims,

quando l’imperativo di una messa in scena accattivante cominciò a pesare più delle necessità pratiche del lavoro, questo fece sì che le gambe delle ballerine venissero improvvisamente esposte non solo agli occhi degli spettatori, ma anche a quelle che autori dell’epoca definivano le “leccate” delle lampade a gas,

rigorosamente disposte sul pavimento del palcoscenico, in maniera tale da illuminare la scena dal basso verso l’alto.

Nei teatri, infatti, le luci di scena erano disposte in maniera da illuminare in particolar modo le gambe delle ballerine. La consapevolezza di come le danzatrici fossero oggetto degli sguardi maschili spinse i produttori teatrali e i costumisti ad abbigliare le ballerine con abiti pericolosi per la loro sicurezza, pur di attirare in platea galantuomini facoltosi il cui mecenatismo costituiva un’importante fonte di reddito per le compagnie di danza.

Peccato che, per un pugno di soldi, si siano vendute non solo la dignità personale delle ballerine (improvvisamente ridotte a oggetto di sollazzo per le fantasie altrui), ma anche la loro incolumità e la loro vita. A leggere le statistiche e le storie riportate dal libro, vien da mettersi le mani nei capelli: bastava un saltello un po’ troppo vicino alle luci di scena, un moto d’aria non previsto e magari causato dal movimento stesso della ballerina; bastava una fiammella che si alzava di qualche centimetro di troppo, ed ecco l’infiammabilissimo tutù prendere fuoco in un battibaleno, trasformando la ballerina in una (spaventosa) pira vivente (in diretta).

Sorelle Gale Incendio
1861: al teatro dell’opera di Philadelfia muoiono incenerite sei ballerine in un colpo (!), a causa di un disastroso effetto domino ingeneratosi durante i tentativi di alcune danzatrici di soccorrere le loro colleghe

Che le autorità non siano intervenute immediatamente e con forza di fronte alle cronache da film horror di ballerine che muoiono bruciate sul palcoscenico di un teatro  nel bel mezzo di una soirée (!!!)è, in tutta franchezza, già abbastanza sconvolgente.

Ancor più sconvolgente, è venire a sapere che, quando finalmente le autorità decisero di prendere provvedimenti per mettere fine a quell’inferno di tulle e trine infuocate, le ballerine (e i relativi manager) fecero spallucce, rifiutandosi di ottemperare alle richieste del legislatore. Nel 1859 (meglio tardi che mai…) un decreto imperiale della Francia di Napoleone III bandiva da tutti i teatri dell’opera i tutù “vecchio stampo”, ingiungendo che i costumi di scena fossero cuciti con una sorta di tulle ignifugo sviluppato da Jean-Adolphe Carteron.

Sembrerebbe ‘na bella cosa, no?
E invece no: perché il procedimento sviluppato da Carteron, pur essendo indubbiamente valido ai fini della salvaguardia delle vite umana, presentava un imperdonabile difetto per lo star-system: rendeva il tutte un po’ meno vaporoso e un po’ meno etereo. ‘nsomma, lo appiattiva e gli dava pure delle sfumature giallognole, tipo quei vestiti da sposa lasciati troppo a lungo nell’armadio e ormai ingrigiti dal tempo.

Con l’ironia tragica che di tanto in tanto la Storia ci riserva, l’archivio dell’Opéra di Parigi conserva ancor oggi una sorta di liberatoria con cui la ballerina di punta del corpo di ballo dichiarava, nel 1860, di essere pienamente consapevole dei rischi derivanti dal continuare a danzare con un normale tutù di tulle non trattato, e sottolineava di essere ciò nonostante intenzionata a portare avanti le sue performance con gli abiti di scena che aveva sempre usato.

Emma Livry – così si chiamava la ballerina – non era una étoile a caso, ma bensì la danzatrice più apprezzata di tutto il mondo, a quell’epoca (il che voleva dire tanta roba, a quell’epoca). Forse solo per questo la sua morte ebbe un’eco diversa rispetto a quella di tante sue sfortunate colleghe. Nel novembre 1862, ad una delle ultime prove del balletto che stava per mettere in scena, Emma fece accidentalmente passare il suo tutù sopra la fiamma di una delle lampade a gas che illuminavano il palco. Il risultato lo vedete qui sotto in una eloquente ricostruzione mandata in stampa, l’indomani, da Le Monde… ma, tragicamente, potete anche immaginarlo da voi.

Livry Morte

Il tulle sottilissimo e impalpabile prese fuoco e si incenerì nell’arco di pochi secondi. La povera Emma, realizzando di essere rimasta pressoché nuda nel bel mezzo di un teatro, tentò istintivamente di coprire le proprie grazie con uno dei pochi brandelli di stoffa (infuocata) che non si erano ancora distrutti del tutto, ottenendo, ovviamente, come unico risultato quello di peggiorare la sua situazione e di ustionarsi anche le braccia. Un macchinista tentò di soffocare le fiamme col suo corpo, ma la povera ragazza in preda al panico si ritrasse terrorizzata da quell’abbraccio (per pudore, assicurarono i testimoni: pur di non trovarsi mezza svestita tra le braccia di uno sconosciuto, la poveretta preferì attendere con vittoriano aplomb che qualche anima pia reperisse un secchio d’acqua e glielo tirasse addosso).

Il che avvenne, ma avvenne troppo tardi. Quando finalmente le fiamme furono spente, la povera Emma presentava ustioni su oltre il 40% del corpo: uno stato clinico che sarebbe allarmante anche ai giorni nostri, figuriamoci nella Francia del 1861. Mentre veniva trasportata d’urgenza in ospedale, la povera ragazza recitava quelle che probabilmente immaginava essere le sue ultime preghiere. E invece no: non ebbe nemmeno la “soddisfazione” di una morte rapida e indolore, e dovette affrontare altri otto mesi di atroce, dolorosissima agonia ingravescente, prima di morire – finalmente – il 26 luglio 1863.

Immaginate che oggi una tragedia di tali proporzioni colpisca una delle più grandi star di Hollywood (poi, fate le corna).
Direste che almeno la poveretta non sarebbe morta invano: no?
Che la sua agonia avrebbe almeno smosso gli animi della gente inducendo a imporre con rinnovato vigore le norme di sicurezza che già esistevano: no?

Ecco, appunto: no. L’unico significativo passo avanti in termini di sicurezza sul lavoro consisté nell’abitudine di tenere sempre un po’ di acqua di scorta subito dietro le quinte, casomai altre ballerine avessero dovuto trasformarsi di punto in bianco in pire umane. Ma nulla più. All’indomani della tragedia, mentre la povera Emma si contorceva in una atroce e lenta agonia, la sua manager, intervistata circa l’opportunità di passare finalmente ai tutù ignifughi, dichiarava alla stampa: “sì, sono meno pericolosi, come giustamente sottolineate, ma se calcassi ancora le scene come ballerina io non penserei neanche lontanamente di indossarli: sono così brutti”.

E poi ci lamentiamo di come vengono trattate oggi le star del mondo dello spettacolo…

Per questo specifico San Valentino, chiedi in regalo una perla

Tra i miei più cari ricordi d’infanzia vi sono i sabato pomeriggio a casa di mia nonna. Si stava molto bene, con lei. Mi raccontava le vite dei santi e le più terrificanti leggende alpine; mi faceva sfogliare vecchie cartoline postali con le principessine di Casa Savoia descrivendomi com’era la vita a quei tempi… e, tra le altre cose, faceva anche questo: mi insegnava a prendermi cura delle perle.
Aveva una collana di perle, mia nonna; amatissimo ricordo di un marito che l’era stato tanto caro, e che il destino le aveva portato via effettivamente un po’ troppo presto.
Ebbene: di questa collana di perle, mia nonna si occupava con religiosa cura. Mi direte probabilmente che era ‘na fissata, e invece no: i suoi accorgimenti per “tenere in vita” il gioiello sono di quelle cose di vita pratica che una volta le ragazze imparavano come nozioni di economia domestica. Erano i tempi in cui si aveva meno, e a tutto si dava più valore; erano i tempi in cui nessuno si sognava di comprare acciaio come fosse argento solo per il gusto di sfoggiare un marchio, e la gente dava il giusto peso e le giuste cure a quanto di prezioso aveva avuto in sorte di possedere.

Ebbene: come mia nonna sarebbe stata tanto lieta di insegnarvi, le perle, come piccole creature viventi e capricciose, hanno una vasta serie di desiderata su come amano essere trattate.
Gradiscono essere indossate spesso, altrimenti immalinconiscono: sembrerebbe una credenza popolare ma non lo è. In effetti, le perle beneficiano del contatto periodico con la pelle umana, venendo “ingrassate” e nutrite dalla naturale “untosità” della nostra pelle. Abbandonate a se stesse in un portagioie, finiscono paradossalmente col rovinarsi prima.
Sono egocentriche e dunque vogliono essere indossate come ultima cosa, a mo’ di ciliegina sulla torta per completare l’outfit. In effetti, troppo alto è il rischio di graffiarle accidentalmente con la zip degli abiti, o di sporcarle con prodotti per il trucco o spruzzate di profumo che potrebbero rovinarle, con la loro acidità.
Sono gioielli con la puzza sotto al naso che non vogliono mescolarsi alla plebaglia di oro e di diamanti. Vanno conservate a parte in un sacchettino morbido, le viziate, per evitare che le gemme squadrate e il duro metallo degli altri gioielli rischi di rigarne la superficie, tutto sommato morbida.

Insomma, avere una perla in casa è una bella gatta da pelare. Non basta scartare il pacchetto a San Valentino e dire “evvai, mi hanno regalato il brillozzo, adesso sto a posto e me lo godo!”. No, col cavolo: il pacchetto regalo del premuroso innamorato è sì una conquista, ma anche un punto di partenza: la perla è un gioiello ad alto mantenimento, e, per conservarla viva come il primo giorno, devi prestarci un sacco di pazienti attenzioni quotidiane.

Forse anche per questo mi pare così efficace quel meraviglioso parallelismo che si legge spesso sui testi medievali, e che vede la perla utilizzata come simbolo di quanto più prezioso possiamo avere e possiamo vantare come nostro ornamento. E cioè, la fede in Gesù nostro Signore.

Woman with a pearl necklace
Fredrik Westin, “Woman with pearl necklace”

Il primo a lanciare questo trend è stato il Fisiologo, un’opera “naturalistica” redatta tra il II e il IV secolo da un anonimo autore, probabilmente ad Alessandria d’Egitto.
Quel “naturalistica” l’ho messo tra virgolette perché ci va già un bel coraggio ad appioppare al Fisiologo questo aggettivo. Al di là della patina da libro di botanica, in realtà, il trattato è, dichiaratamente, un’opera allegorica e moralizzante. Descrivendo in chiave simbolica animali, piante e pietre preziose, il testo vuole trasmette al lettore contenuti morali, catechetici, vagamente gnosticheggianti.

Ebbene, secondo il Fisiologo, la perla si genera all’interno della conchiglia in questo modo: alle prime ore del mattino, l’ostrica emerge dalle acque del mare e con delicatezza schiude le valve della sua conchiglia per nutrirsi della rugiada che scende dal cielo ai primi chiari dell’alba. Questa rugiada, illuminata dai più puri raggi solari, genera all’interno dell’ostrica la perla, che, nutrita dalla luce degli astri, cresce di giorno in giorno, fino a diventare lo splendido prezioso che tutti conosciamo.

Quando i cercatori di perle si imbarcano per la loro pesca, individuano le ostriche utilizzando una tecnica del tutto singolare. Alla lenza di una canna da pesca attaccano non un misero vermone come esca per i pesci, ma bensì una pietra d’agata. L’agata ha – secondo la fantasiosa ricostruzione del Fisiologo  – la proprietà di essere attratta dalle perle quasi fosse il polo di una calamita. Quando sentono la lenza tirare, ecco che i “pescatori di perle” sanno che la loro “preda” è vicina. Spogliati di tutte le loro vesti, si tuffano in mare, e, sfidando i flutti, scendono sempre più in profondità, fino a guadagnarsi il tesoretto che giace tra i fondali.

E a questo punto, il Fisiologo comincia a svelare al lettore la simbologia nascosta entro questo fatto di natura. Il mare è paragonabile alla nostra vita in questo modo. Chi vuole guadagnarsi il “tesoro nascosto” di cui parla il Vangelo deve avere il coraggio di spogliarsi di tutto ciò che è superfluo e di andare sempre più a fondo nella propria vita terrena, fino a raggiungerne l’essenza. L’agata usata dal pescatore, secondo l’allegoria, è paragonabile a Giovan Battista e a tutti coloro i quali, con il loro annuncio, sono capaci di indirizzarci al Cristo, vera “perla spirituale”. Chi saprà seguire e far fruttare queste indicazioni avrà senz’altro la chance di fare suo il tesoro prezioso che tutti bramano. Attraverso il Vecchio e il Nuovo Testamento, che custodiscono la fede cristiana come le valve dell’ostrica una perla, ecco, lì sta, bellissima e raggiante, la nostra Salvezza.

A onor del vero, non è che questa interpretazione di Cristo come vera perla sia stata accettata unanimente, così, a cuor leggero. Il Fisiologo – composto, come vi dicevo, da un autore con tendenze gnostiche – fu a lungo guardato con sospetto, tacciato di potenziale eresia. La sua diffusione, in ogni caso, fu capillare nonostante tutto, e anche la sua fortuna fu destinata a durare nei secoli.

E che vi devo dire?
Gnostica o no, questa interpretazione a me piace veramente un sacco.

Il Signore è vicino, e questo è il momento propizio per cercarlo.
Che ognuno di noi possa oggi iniziare il suo cammino per cercare in profondità quella perla preziosa che è il Regno dei Cieli.
Non sarà facile e dovremo privarci di molte cose per trovarlo… ma alla fine, quando stringeremo quel tesoro nelle nostre mani, non potremo che concordare: ne è davvero valsa la pena.

The sea has its pearls
William Henry Margetson, “The sea hath its pearls”

Questa Storia ti puzza di fake news?

Fake news Facebook
Le fake news sono ormai all’ordine del giorno, e tutti i professionisti dell’informazione si prodigano per fornire ai loro lettori le armi con cui difendersi da questa massa di notizie false che – complici i nuovi mezzi di comunicazione – rischiano a tratti di tramortirci e confonderci.
È davvero possibile imparare a proteggersi da una cosiddetta “bufala”? Esistono delle tecniche che l’Internauta Medio può mettere in atto, per tentare di orientarsi in questo procelloso mare dell’informazione? In effetti sì – e una di queste consiste nell’affinare il proprio senso critico cominciando a porsi tutta una serie di domande, quando ci si trova di fronte a una notizia sospetta.
Stiamo leggendo un articolo e c’è qualcosa che, diciamo, non ci torna? Ebbene, una serie di domande ad hoc può aiutarci a stabilire se è solo una nostra impressione, o se davvero di fake new si tratta.

Questo blog si occupa di Storia, dunque mi occupo di Storia anche in questo articolo. Ché attorno ai temi storici è tutto un fiorire di fake news e leggende nere, e semplici convinzioni errate, sedimentatesi nel corso dei secoli e ormai date per certe.
E se anche noi ci imbattessimo in una di queste “bufale”? Saremmo in grado di riconoscerla? Quali sono i campanelli d’allarme che dovrebbero quantomeno metterci sull’attenti?

Io ne ho individuati cinque, partendo dalle osservazioni proposte da Giuseppe Sergi nel suo La rilettura odierna della società medievale: i miti sopravvissuti, dagli atti del convegno “Medioevo reale medioevo immaginario” (Torino 26-27 maggio 2000).

1. Questa ricostruzione semplifica concetti che, diversamente, sarebbe difficile spiegare?

Esempio portato da Sergi: la piramide feudale del Medioevo.
Presente?
Questa:

Piramide Feudale

Benissimo, non è mai esistita.

Il feudalesimo medievale era una cosa molto più complessa di quella che ci insegnano sui libri di scuola. Ad esempio, un uomo poteva essere vassallo di più signori feudali contemporaneamente (ed erano per lui cavoli amari, quando i due signori si dichiaravano guerra). In teoria, un cavaliere poteva anche essere vassallo del Signor Caio ed essere contemporaneamente signore feudale di altri vassalli a lui sottoposti (diventando, allo stesso tempo, sottoposto e parigrado del suo signore). E comunque, ai rapporti feudali, si affiancavano in età medievale rapporti di parentela, eredità e quant’altro, talora non meno importanti e vincolanti del rapporto vassallo/signore.

E quindi, perché a scuola continuano a insegnarci la panzana della piramide feudale?Beh, perché è una semplificazione molto utile.
Vallo a spiegare, a un bambino di undici anni, questo complesso equilibrio di poteri per cui si può essere servi e signori allo stesso tempo, e per cui il re ha sicuramente un ruolo importante, ma può darsi che alcuni sudditi abbiano più potere di lui. È così facile e rassicurante, ricorrere a semplificazioni tutto sommato innocue, che risparmiano agli studenti così tanti grattacapi…
I pochi eletti che vorranno dedicarsi al Medioevo per professione, faranno sempre in tempo a mettere i “puntini sulle I” all’università. Fino ad allora… che male c’è?

Pescando dai miei archivi una Storia di cui ho già parlato io: il mito per cui, durante i secoli della caccia alle streghe, erano accusate di stregoneria le donne giovani, sole, prive di protezione da parte dei mariti, e magari un po’ anticonformiste.
Vallo a spiegare, che molti degli accusati erano maschi ricchi e potenti, praticavano davvero rituali magici, e, in molti casi, il proverbiale patto con Satana importava molto poco agli inquirenti laici…

2. Questa ricostruzione ci aiuta a credere che noi viviamo in un mondo migliore?

Mai Stati Meglio Copertina Libro

È così bello leggere un libro di Storia e pensare “certo che noi siamo un sacco evoluti rispetto a ‘sti bifolchi!”. Su questo tema, gioca persino un gustoso libretto eloquentemente titolato Mai stati meglio!: “basta scorrere i secoli passati”, recita la quarta di copertina, “per capire stiamo vivendo uno dei momenti più positivi, confortevoli e ricchi di opportunità dall’apparizione dell’uomo sulla Terra”.

Non mentiamo: illuderci che l’umanità sia destinata a un graduale, inesorabile progresso è un consolante auto-convincimento di cui sentiamo drammaticamente il bisogno, tutte le volte che, guardando il telegiornale, ci si stringe il cuore al pensiero del mondo che stiamo lasciano ai nostri figli.
…sennonché, a volte, questo nostro atteggiamento genera delle bizzarre fake news dalla singolare persistenza.

Un esempio tra i tanti? Cito quello che proponge Sergi: lo ius primae noctis.
Non è MAI esistito, in nessun luogo e in nessun momento, un cavillo che consentisse al potente di turno di portarsi legalmente a letto le donne prossime al matrimonio. Lo ius primae noctis è un’invenzione bella e buona creata ad arte (cfr. punto 4)… che però si è impressa nell’immaginario collettivo in maniera particolarmente tenace.
E perché?
Perché, oh, è così confortante, pensare che certe cose che una volta erano all’ordine del giorno, adesso, grazie a Dio, sarebbero impensabili. Ma allora, è solo questione di tempo: verrà (presto?) il giorno in cui le tante ingiustizie che oggi ci affliggono saranno guardate con orrore dai nostri discendenti. E allora sì che esisterà un mondo migliore!

Come osserva Sergi, qui

agisce l’idea di un progresso lineare e permanente della storia: un’idea tanto spontanea quanto politicamente strumentalizzata, in ogni caso falsificante e dannosa per l’uso sociale della storia.

Pescando dai miei archivi una Storia di cui ho già parlato io: avete presente la radicata convinzione secondo cui, nel passato, la gente non si lavava per mesi e anni, e dunque andava in giro tutta sozza e puzzolente? Ne parlavamo tempo fa, e avevamo visto assieme che non è che fosse proprio vero: c’è stato sì un periodo della Storia umana in cui i bagni frequenti erano considerati pericolosi per la salute… ma, fortunatamente, è stata solo una moda transitoria, non un diktat millenario.

3. Per contro: questa ricostruzione trasforma il nostro passato in un affascinante romanzo fantasy più avvincente di Game of Thrones?

Sergi porta un esempio classico: i Templari, poveri cristiani.
Non si capisce per quale arcano mistero un ordine cavalleresco la cui Storia è stata studiata, ristudiata, ri-ristudiata fino allo sfinimento, debba solleticare così tanto le fantasie dell’Italiano-medio.
Cioè, boh? L’avete mai visto, voi, tanto pathos collettivo nel seguire le vicende dell’Ordine di Malta?
Eppure…

Il fatto gli è che, come scrive Sergi,

il medioevo nella cultura europea occidentale serve a regalare la dimensione dell’esotico senza troppo allontanarsi nello spazio, ma andando indietro nel tempo.

È così affascinante pensare a quando nel Medioevo i cavalieri cercavano per davvero (?!) il Sacro Graal. È così bello immaginare un mondo in cui la vita scorreva ordinata secondo i dettami di Santa Madre Chiesa, i rapporti tra sessi erano improntati a quel romanticismo à la Jane Austin e la vita era più onesta, più sana, più solidale.

Pescando dai miei archivi una Storia di cui ho già parlato io: presente, quei cattolici per la Storia cattolica è divisa in due (ante e post Concilio Vaticano II), e tutto ciò che viene dopo è liturgicamente il Male, e tutto ciò che viene prima era l’Assoluta Perfezione del Culto?

Vaglielo a spiegare, che fino a qualche secolo fa i preti mimavano atti sessuali dall’altare durante la Veglia di Pasqua

4. Questa ricostruzione è un’arma ideologica a sostegno di una certa tesi?

A questo punto, si potrebbero elencare tante “leggende nere” sulla Storia della Chiesa, usate oggi come grimaldello per dimostrare che i cattolici sono fondamentalisti pericolosi.
Sergi, invece, torna sullo ius primae noctis, e così, ubbidiente, faccio anch’io.

È da fine ‘800 che, con argomenti inoppugnabili, la storiografia, a intervalli regolari, smentisce il mito dello ius primae noctis.

Ma queste autorevoli messe a punto hanno scarsa efficacia anche quando sono scritte con stile accattivante, in libri di editori importanti e di larga circolazione. […] La cultura di massa su alcuni temi non si limita solo a non recepire, non vuole proprio ascoltare, si comporta come i bambini quando si tappano le orecchie con le mani ed emettono suoni per non essere raggiunti da parole non gradite. Perché? Perché non si vuol perdere, a causa della ‘storia’, un frammento di ‘memoria’ che ha una funzione culturale e sociale. In questo caso la funzione è quella di valorizzare l’attitudine delle comunità locali di contrapporsi al potere: le comunità nobilitano con l’eroismo popolare le proprie tradizioni.

In una temperie ideologica in cui il messaggio da far passare alle masse è: “bisogna combattere il sistema per avviare la rivoluzione / bisogna affrancarsi dalle stupidi leggi imposte dalla religione / bisogna fare questo e quest’altro perché i modelli tradizionali non funzionano bene”… beh: questi miti su base storica possono costituire un valido aiuto!

Pescando dai miei archivi una Storia di cui ho già parlato io: una volta mi è capitato su Facebook di essere definita “una revisionista da quattro soldi”, a causa di un articolo in cui spiegavo che la terribile strage di operai tenutasi l’8 marzo di un anno non precisato… semplicemente non c’è mai stata, fortunatamente per le operaie.
Non è chiaro chi, esattamente, si sia messo a tavolino per inventare dal nulla questa leggenda, ma sembra acclarato che la bufala abbia cominciato a circolare tra i circoli socialisti dei vari Paesi del blocco NATO, per ragioni politiche, nel primo dopoguerra.

Eppure, se lo dici, non ci crede nessuno, (comprensibilmente), anche perché qui scivoliamo per direttissima nel punto…

5. Questa ricostruzione ci culla nelle nostre rassicuranti convinzioni?

Chiudete gli occhi e immaginate un castello medievale: l’idea platonica di tutti i castelli medievali; poi tornate qui.
Fatto?
Scommetto che avete immaginato qualcosa sulle linee di:

Castello Medievale Immaginario

e che sarete probabilmente un po’ spiazzati nello scoprire che, per buona parte del Medioevo, i castelli sono stati semmai più simili a questo:

Castello Medievale Vero

Per dirla con Sergi,

è difficile convincere studenti e interlocutori che i castelli medievali tipici non sono quelli del tardo medioevo, ed è difficile perché sono per lo più castelli tre-quattrocenteschi a essere ancora in piedi. […] Risulta sempre arduo allontanare l’immagine del tipico castello valdostano e sostituirvi quella di un villaggio fortificato, o di recinti di legno e pietra.

Altro esempio ancor più visibile: i convincimenti popolari sull’evoluzione dei modelli familiari nel corso della Storia.

La tipica famiglia rurale del medioevo era una “two generations family”, con padri e figli e basta, cioè nucleare come oggi. Ebbene, nessuna persona, anche di cultura, lo immagina: perché le famiglie rurali successive alla rivoluzione industriale erano patriarcali, [con] convivenze larghissime

quindi, ci viene spontaneo ritenere che le famiglie allargate siano sempre state la norma. Ma siamo vittime in questo caso di quella che Sergi definisce “deformazione prospettica”:  per cui diamo scontato che tutto ciò che noi conosciamo circa il passato recente debba a maggior ragione applicarsi anche a tutte le epoche passate. Il che, non è affatto vero!

Pescando dai miei archivi una Storia di cui ho già parlato io: vallo a spiegare, alle nonnette attaccate alla tradizione, che il “classico” matrimonio col vestito bianco, il pranzo luculliano, il viaggio di nozze da sogno, etc, non è “tradizionale” proprio per niente ed è anzi un’invenzione recente. Ma insomma: lo sanno tutti che le nostre nonne facevano così!

***

E voi?
Vi vengono in mente altri esempi riconducibili ai cinque casi di cui sopra? Avete storie da raccontare, su quando siete caduti a vostra volta in una di quelle insidiosissime bufale storiche?
Per intanto, questo blog vi saluta e vi dà il suo bentornato, ripromettendosi, da oggi, di ricominciare con regolarità le sue pubblicazioni.
…e speriamo che questa non debba rivelarsi una fake new!